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giovedì 14 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL CARROBIOLO A MONZA

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La chiesa di Santa Maria al Carrobiolo si trova a Monza.

Del preesistente volto medioevale della Santa Maria sopravvivono oggi solo la torre campanaria, l'abside a terminazione piana e alcune porzioni di muratura esterna, mentre l'interno a tre navate scandite da colonne e la facciata aperta da una grande serliana sono il frutto di una rimodellazione esemplata sul prototipo alessiano del milanese San Barnaba, ora e per i successivi due secoli punto di riferimento per la fondazione monzese per l'assetto architettonico e liturgico e le scelte artistiche.
A Simone Peterzano, artista in più occasioni coinvolto in commissioni per i Barnabiti, furono affidate le pale degli altari laterali, con la Gloria di Ognissanti (in memoria della chiesa distrutta) e della Sacra Famiglia con san Giovannino, santa Elisabetta e i santi Pietro e Paolo, opere il cui composto indirizzo neocinquecentista appare pienamente adeguato alle istanze controriformate (le pale hanno oggi una diversa collocazione). Lo stretto rapporto di san Carlo con i Barnabiti è testimoniato da una preziosa anconetta con la Crocefissione e scene della Passione di Cristo, recante sulla cornice l'iscrizione SANCTI CAROLI DONUM. L'altarolo, già nell'oratorio privato del primo vescovo Borromeo nel Palazzo arcivescovile di Milano, e ora conservato nel Collegio annesso alla chiesa, fu lasciato in morte dal santo ai Barnabiti monzesi; il dipinto, tradizionalmente assegnato ad Antonio Campi (attribuzione spostata nel 1993 dalla Gregori sul fratello Vincenzo), è in rapporto tematico e compositivo con una più complessa Crocefissione con scene della Passione di Antonio Campi, datata 1569, donata dal santo alle Angeliche di Milano, congregazione femminile legata ai Barnabiti, oggi ai Musei del Louvre. I cremonesi Campi furono a Milano i maestri prediletti da san Carlo, per la loro pittura capace di combinare l'aggiornamento sul manierismo tosco-romano con ricerche naturalistiche e luministiche di matrice lombarda, e con una tensione patetica di forte impatto devozionale. Ricercato a Milano, secondo quanto scriveva il Borsieri nel 1619 nel Supplimento alla Nobiltà di Milano del Morigia, dai devoti e dagli ordini religiosi, per la gratia conferita alla sua pittura da un raffinato e sereno classicismo, assecondato dal colorire leggero e delicatamente sfumato, Guglielmo Caccia detto il Moncalvo lavora assiduamente per i Barnabiti in San Barnaba e in Sant'Alessandro. Sempre il Borsieri informa di un suo soggiorno a Monza, "dove ha fatto moltissime opere". Non meraviglia quindi che per i Barnabiti di Monza egli sia stato chiamato a realizzare una serie di tele di altissima qualità, originariamente destinate alla cappella maggiore, eseguite sullo scorcio del secondo decennio del Seicento: l'Adorazione dei pastori, l'Adorazione dei Magi, l'Assunta, Sant'Agata, il Redentore benedicente, la Vergine in preghiera, cui si aggiungevano gli Apostoli, dispersi, nella navata maggiore. Per la cappella del Noviziato nel Collegio, Giovanni Mauro Della Rovere detto il Fiammenghino dipinse la bella pala della Madonna col Bambino, opera molto curata nella finitura lucente, quasi smaltata, della cromia, di una cordiale ispirazione gaudenziana filtrata attraverso il Morazzone e, anche più, attraverso il Moncalvo.
Unica cappella laterale della chiesa è quella sul fianco sinistro, fondata nel 1649 da Francesco Bernardino Castiglioni con l'intitolazione alla Vergine e a san Giuseppe, più tardi dedicata all'Addolorata. La pala d'altare originaria del Matrimonio della Vergine, oggi esposta nella navata, è una rara opera del milanese Rizzardo de' Tavolini, imparentato con la famiglia degli intagliatori Taurino (operosi a Monza nel Duomo e in San Gerardo), allievo secondo le fonti di Camillo Procaccini.
Fortunatamente è giunta fino a noi nella navata maggiore la vasta impresa decorativa di Andrea Porta, con la collaborazione di Donato Mazzolino e, per le quadrature, dei varesini Giovanni Battista e Gerolamo Grandi.

A Monza numerose furono le chiese costruite ex novo, oppure profondamente trasformate, nel clima del riformismo borromaico che esercitò una forte presa soprattutto sulle fondazioni conventuali. A fronte delle copiose elencazioni e descrizioni contenute nelle fonti, fra cui si segnalano le Memorie storiche di Monza e sua corte dello storico ed erudito locale Anton Francesco Frisi, edite alla fine del Settecento (1794), va constatato peraltro il grave impoverimento subìto dal patrimonio architettonico ecclesiastico, in conseguenza, dapprima, delle soppressioni giuseppine e napoleoniche di ordini religiosi e congregazioni, quindi, delle nuove soppressioni post-unitarie, e degli sconvolgimenti urbanistici con le conseguenti distruzioni occasionate fra Otto e Novecento dal decollo economico e industriale della Brianza.
L'esempio più organico sopravvissuto fino ad oggi di rinnovamento post-tridentino di un complesso ecclesiastico è costituito dalla chiesa e dal collegio di Santa Maria del Carrobiolo, non casualmente di pertinenza dei Barnabiti, congregazione di origine milanese profondamente legata al riformismo borromaico. Dalla demolizione della medievale chiesa di Ognissanti, concessa da san Carlo nel 1573, i Barnabiti monzesi ottennero il materiale di recupero con cui affrontare il rifacimento della chiesa di Santa Maria, entrambe antiche prepositure degli Umiliati.
Avviato nel 1581, il corso dei lavori fu rapido, e il 5 giugno del 1584 veniva officiata la solenne consacrazione dallo stesso Carlo Borromeo. A quella data erano stati ultimati la cappella maggiore e i due altari principali in testa alle navate laterali; le quattro antine del tabernacolo del primo altar maggiore (poi rinnovato nel Settecento) furono dipinte dal manierista genovese Ottavio Semino, maestro a Milano del Duchino, con episodi biblici allusivi al mistero eucaristico (1581); gli stalli corali di severa sobrietà furono predisposti dall'intagliatore Giovan Pietro Locarno (1582).
Nel Settecento la chiesa fu sottoposta a importanti interventi di riqualificazione, solo in parte sopravvissuti. Scomparse al di sotto dei rifacimenti ottocenteschi sono le prospettive architettoniche del coro - documentate al 1696 al caposcuola della scuola quadraturistica locale, Giuseppe Antonio Castelli detto il Castellino, con la collaborazione del nipote Giuseppe - un apparato prospettico molto ammirato nelle fonti settecentesche. Ricoperte dal rifacimento novecentesco di Luigi Morgari le quadrature di Giovan Battista Riccardi sulle voltine delle navate minori, e gli affreschi di figura e di quadratura della cappella dell'Addolorata (eseguiti nel 1755 da Federico Ferrario e Francesco Antonio Bonacina).
Degli interventi settecenteschi sopravvive al Carrobiolo anche la Gloria angelica di Giovan Antonio Cucchi, entro quadrature del Riccardi, intorno alla porta che dalla navata destra introduce nel Collegio; del Cucchi è altresì la tela ovale di San Carlo posta al di sopra della targa marmorea con l'iscrizione che commemora la solenne consacrazione della chiesa da lui officiata nel 1584. Grazie alla generosità del novizio Carlo Alessandro Beria, fra il 1748 e l 1750 venne eretto il nuovo altar maggiore in marmi misti, pietre dure e bronzi dorati; esecutore fu il marmoraro Carlo Nava, mentre rimane sconosciuto l'autore del progetto.

Dei tempi passati la piazza del Carrobiolo ha conservato molto, dall'aspetto, che non deve essere molto diverso rispetto a quello settecentesco, alla denominazione. "Carrobiolo" è, infatti, il nome che i monzesi già dal Medioevo utilizzavano per designare quell'area che si trovava allora al limite settentrionale del borgo murato, lungo il tratto terminale della direttrice che attraversava la città in direzione nord-sud. "Porta carrobiola" era chiamata la porta che si apriva nel tratto nord orientale delle mura viscontee, dove l'odierna via Frisi incrocia la via D'Azeglio. In questo piccolo slargo che si apriva alla confluenza di diverse vie (questo è il significato etimologico del termine "carrobiolo") gli Umiliati, che nel 1201 si erano stanziati a Monza presso l'antichissima chiesa di Sant'Agata (nei pressi dell'attuale via De Amicis), ottennero di costruire una chiesa dedicata alla Madonna, la più antica tra quelle da essi fondate in città e successivamente anche la più ricca e prestigiosa se nel 1248 i della Torre, in cerca di denaro per finanziare la loro lotta contro i Visconti per il possesso del Ducato di Milano, proprio agli Umiliati del Carrobiolo lasciarono in pegno numerosi oggetti del Tesoro del Duomo di Monza tra cui la celeberrima Corona Ferrea.

Negli ambienti del convento, un tempo in gran parte adibito a noviziato, sono stati ricavati un teatro e un birrificio che produce dell'ottima birra che si può acquistare in loco o bere nei locali della città e della Brianza.




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giovedì 2 aprile 2015

IL PATRONO DI SALO' : SAN CARLO BORROMEO

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Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un'Accademia secondo l'uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant'Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all'interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un'opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentato. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584.

In un secolo in cui l'altezza media degli uomini non superava il metro e sessanta, Carlo Borromeo era alto più di un metro e ottanta. Così lo descrive Federico Rossi di Marignano non solo era molto alto, ma era anche di corporatura robusta. I digiuni di Carlo Borromeo negli ultimi anni di vita non consistevano nell'astinenza assoluta dal cibo, ma invece, secondo l'uso ecclesiastico antico, nel consumare un solo pasto al giorno, dopo il vespro, dando seguito alla raccomandazione di Ambrogio e di Agostino di destinare ai bisognosi il denaro risparmiato con il digiuno. Astenendosi da cibi costosi, elaborati e vari, cibandosi di un alimento comune e povero come il pane, Carlo l'assumeva tuttavia «in assai quantità», necessaria al sostentamento quotidiano di un corpo robusto come il suo.

Occorre anche ricordare che durante la vita adulta Carlo Borromeo portò sempre la barba, anche se la vasta iconografia seicentesca lo raffigura rasato. Egli cominciò infatti a radersi solo nel 1576, al tempo della peste, e mantenne il volto rasato in segno di penitenza durante gli ultimi otto anni di vita.

Inizialmente fu un celebre zio che aprì al giovane Carlo la strada della fama universale. Nipote per parte di madre, Margherita sorella di papa Pio IV, al secolo Gian Angelo Medici, Borromeo fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni. In tale veste, dando esecuzione alle direttive dello zio, il giovane Carlo ebbe la singolare occasione di contribuire a riaprire, concludere e attuare il concilio di Trento. La fama di Carlo Borromeo cominciò dunque grazie all'istituto del nepotismo.

Attuando nella diocesi ambrosiana la riforma tridentina, vivendo costantemente in ascetica povertà, Carlo Borromeo dedicò la sua azione pastorale alla cura delle anime e alla riforma dei costumi, promuovendo oltre al culto «interiore» anche il culto «esteriore» - riti liturgici, preghiere collettive, processioni - ravvivando in tal modo la fede, l'identità e la coesione sociale soprattutto dei ceti più popolari.

Quando tuttavia dopo la morte dello zio papa Pio IV, nel 1566 Carlo Borromeo, a ventotto anni, si trasferì da Roma a Milano per attuare in patria la riforma tridentina, si trovò a dover riformare una diocesi nella quale la disciplina ecclesiastica era «del tutto persa», perché da quasi un secolo gli arcivescovi titolari, risiedendo altrove, l'avevano abbandonata a se stessa limitandosi a goderne le rendite. Nel riformare una tal diocesi «del tutto persa», Carlo si trovò a dover affrontare «contrasti tanto grandi et da persone tanto potenti che havriano impaurito ogni grand'animo».

Nell'attuare i decreti tridentini il Borromeo si espose infatti alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu contrastato dai governatori spagnoli e dal Senato milanese, minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant'Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibuggiata alla schiena da un sicario dell'ordine degli umiliati.

Figlio di Gilberto II Borromeo e Margherita Medici di Marignano, sorella di papa Pio IV, crebbe nella nobile e possidente famiglia Borromeo. All'età di circa dodici anni, suo zio Giulio Cesare Borromeo, gli affidò l'abbazia di San Leonardo di Siponto nella provincia di Manfredonia, con l'ufficio e la dignità di abate commendatario, il reddito della quale fu da lui devoluto interamente per la carità verso i poveri.

Studiò diritto canonico e civile a Pavia, dove si laureò in utroque iure nel 1559 e dove successivamente creò nel 1564 una struttura residenziale per studenti universitari di scarse condizioni economiche ma con elevati livelli di preparazione e attitudine allo studio; istituto che da lui prese il nome di Almo Collegio Borromeo, oggi il più antico e prestigioso collegio storico di Pavia e tra i più antichi d'Italia.

Nel 1558 morì suo padre. Pur avendo un fratello maggiore, il conte Federico Borromeo, a Carlo fu richiesto dai parenti di prendere il controllo degli impegnativi affari di famiglia.

Il 25 dicembre 1559 lo zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV e chiamò a Roma i suoi nipoti Federico e Carlo Borromeo, nominandoli segretario privato e arcivescovo di Milano. Nel 1562 Federico morì improvvisamente; fu consigliato a Carlo di lasciare l'ufficio ecclesiastico e di sposarsi ed avere dei figli, per non estinguere la dinastia familiare. Nel 1563 Carlo si fece invece ordinare sacerdote e vescovo. Partecipò alle ultime fasi del Concilio di Trento, diventando uno dei maggiori promotori della Controriforma; collaborò in larga parte alla stesura del Catechismo Tridentino (Catechismus Romanus).

Dopo la morte dello zio papa, nel 1566, lasciata la corte pontificia, prese possesso dell'arcidiocesi di Milano, nella quale da circa ottant'anni mancava un arcivescovo residente e nella quale si era radicata una situazione di pesante degrado. A Milano Carlo Borromeo ristabilì disciplina nel clero, negli ordini religiosi maschili e femminili, dedicandosi al rafforzamento della moralità dei sacerdoti e alla loro preparazione religiosa fondando, secondo le direttive del Concilio tridentino, i primi seminari: il seminario maggiore di Milano, il seminario elvetico e altri seminari minori. Per la sua opera riformatrice si servì anche dell'opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), fondando la congregazione degli Oblati di Sant'Ambrogio (1578).

Negli anni del suo episcopato, dal 1566 al 1584, si dedicò alla diocesi milanese costruendo e rinnovando chiese (i santuari di dell'Addolorata a Rho e del Sacro Monte di Varese, San Fedele a Milano e la chiesa della Purificazione di Maria Vergine in Traffiume); si impegnò nelle visite pastorali; curò la stesura di norme importanti per il rinnovamento dei costumi ecclesiastici. Fu nominato legato della Legazione di Romagna e visitatore apostolico di alcune diocesi suffraganee di Milano, in particolare Bergamo e Brescia, dove compì minuziose visite a tutte le parrocchie del territorio. La sua azione pastorale si allargò anche all'istruzione del laicato con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia).

Si impegnò in opere assistenziali in occasione di una durissima carestia nel 1569-70 e, soprattutto nel periodo della terribile peste del 1576-1577, detta anche "peste di San Carlo". Assai noto è l'episodio della processione organizzata dal santo per chiedere l'intercessione affinché il morbo si placasse, fatta a piedi nudi, con in mano la reliquia del santo chiodo inserita in una croce lignea appositamente costruita. Incredibilmente, il morbo si placò e ciò fu interpretato da molti come una manifestazione della santità dell'arcivescovo.

Attuando nella diocesi di Milano la riforma tridentina si scontrò contro le resistenze dei governatori spagnoli, del senato e dei nobili.

Per ordine del papa Pio V procedette alla riforma del potente ordine religioso degli Umiliati le cui idee si erano distanziate dalla Chiesa cattolica approssimandosi verso posizioni protestanti e calviniste. Quattro membri di quest'ordine attentarono alla sua vita. Uno di loro, Gerolamo Donati, detto il Farina (originario di Astano), gli sparò un colpo di archibugio nella schiena mentre Carlo Borromeo era inginocchiato a pregare nella cappella dell'arcivescovado. Il colpo lo ferì solo leggermente e in ciò si vide un evento miracoloso. Nella causa di canonizzazione del Borromeo si cita: "e circa mezz'ora di notte (verso le 22) va il manigoldo nell'Arcivescovado, e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell'oratorio con la sua famiglia in oratione, secondo il suo solito, gli sparò nella schiena un archibuggio carico di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero a lui offesa veruna, eccetto che la palla, che colpì nel mezzo della schiena: vi lasciò un segno con alquanto tumore (gonfiore)".

Carlo non avrebbe voluto che i suoi attentatori fossero perseguiti, ma le autorità civili e un inquisitore inviato a Milano da papa Pio V procedettero secondo le leggi civili ed ecclesiastiche. Quattro responsabili dell'attentato alla sua vita furono arrestati e giustiziati secondo le leggi in vigore. L'ordine degli Umiliati fu soppresso e i beni furono devoluti ad altri ordini; in particolare, i possedimenti a Brera furono assegnati ai Gesuiti e furono finanziate opere religiose come le costruzioni del collegio Elvetico e della chiesa di San Fedele.

Nonostante le Diete di Ilanz del 1524 e del 1526 avessero proclamato la libertà di culto nella Repubblica delle Tre Leghe in Svizzera, egli combatté il protestantesimo nelle valli svizzere, imponendo rigidamente i dettami del Concilio di Trento. Nella sua visita pastorale in Val Mesolcina in Svizzera fece arrestare per stregoneria oltre 150 persone. Dopo le torture quasi tutti abbandonarono le fede protestante, salvandosi così la vita; 12 donne ed il prevosto furono invece condannati al rogo nel quale furono gettati a testa in giù.

Scampato alla peste, fu comunque indebolito in salute negli ultimi suoi anni. Il 2 novembre 1584, l'arcivescovo san Carlo Borromeo, febbricitante e di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore, tornò a Milano scendendo il Naviglio Grande, a bordo del Barchett di Boffalora. Sostò quindi a Corsico, per riprendersi dalla febbre alta, in località Guardia di Sotto e qui venne eretta un'edicola in ricordo; oggi l'edicola e l'adiacente chiesetta sono in completo abbandono e degrado. Proseguì quindi il viaggio verso Milano, su di una lettiga. Nonostante il trasporto in barella, la febbre, sempre più alta, lo spense per sempre, all'età di soli 46 anni, la sera del 3 novembre 1584 a Milano; essendo spirato dopo il tramonto, secondo l'uso del tempo venne considerato il giorno 4 come sua ricorrenza.

Fu proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610 da Paolo V (Camillo Borghese); la ricorrenza cade, secondo tradizione della Chiesa, il giorno della sua morte, il 4 novembre.

Nel terzo centenario della canonizzazione, il 26 maggio 1910 papa Pio X scrisse l'enciclica Editae Saepe in cui celebrò la memoria e l'opera apostolica e dottrinale di Carlo Borromeo. È considerato patrono dei seminaristi, dei direttori spirituali e dei capi spirituali, protettore dei frutteti di mele; si invoca contro le ulcere, i disordini intestinali, le malattie dello stomaco; è patrono della Lombardia, del Canton Ticino, di Monterey in California, di Salò, di Portomaggiore (Ferrara), di Rocca di Papa (Roma), Nizza Monferrato (Piemonte) e compatrono di Francavilla Fontana in Puglia.

Nell'esercizio della sua attività pastorale Carlo incontrava molte donne, religiose o laiche, sue parenti, conoscenti o sconosciute, nobili o popolane, ricche o povere, nobili o sposate. Con tutte queste donne Carlo Borromeo trattava tuttavia con molta prudenza per due ordini di motivi: anzitutto per non dare occasione ai maldicenti di fare insinuazioni sul suo conto e poi perché intendeva mantenere il voto di castità, sfuggendo anzitutto le occasioni che avrebbero potuto indurlo in tentazione. Durante i vent'anni del suo ministero episcopale a Milano, Carlo fu sempre nel pieno delle sue forze fisiche e il suo corpo, forte e robusto, era istintivamente attratto, al di là di ogni sua volontà, dalle grazie femminili. Quando era necessario parlare con qualche donna, il Borromeo faceva però sempre in modo che fossero presenti testimoni, solitamente ecclesiastici, e che il colloquio avvenisse, come ricordò il suo segretario Gerolamo Castano «in loco più publico che poteva et non si tratteneva se non quel manco tempo che poteva, trattando se non di quelle cose che erano necessarie».

Nel processo di canonizzazione i contemporanei dettero l'appellativo di "Castissimo" a Carlo Borromeo per la sua tenacia nella virtù della castità e della verginità consacrata. In gioventù aveva gettato a terra un suo vecchio servitore reo di avergli fatto accomodare una donna nel suo letto pensando di fargli cosa gradita, e non immaginando la sensibilità religiosa del giovane signore.

San Carlo rimase terribilmente sconvolto anche imbattendosi nell'immagine di Leobissa, la moglie del Barbarossa, dai Milanesi per scherno effigiata nuda nella pietra e in atto di radersi come usavano le prostitute. Essa aveva da secoli partecipato, con la sua familiare immobile presenza, a tutto lo scorrere della vita cittadina. Nel vederla incombente a gambe larghe dall'arco di Porta Tosa, il santo si sentì beffato e annichilito. «il Castissimo, in tutta la sua vita non volendo parlar mai con donna alcuna, anche se gli fosse stretta parente» (Padre Grattarola).



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martedì 17 marzo 2015

L' ABBAZIA DI VIBOLDONE

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L'abbazia di Viboldone è situata a Viboldone, frazione della città di San Giuliano Milanese, in provincia di Milano. Per la bellezza della sua architettura e dei suoi affreschi trecenteschi è uno dei più importanti complessi medievali della Lombardia.

Fu fondata nel 1176 e completata nel 1348 dagli Umiliati, un ordine religioso formato da monaci, monache e laici che, attorno all'attuale chiesa, conducevano vita di preghiera e di lavoro, in particolare fabbricando panni di lana e coltivando i campi con sistemi di lavorazione assolutamente innovativi. Dopo la soppressione degli Umiliati ad opera di Carlo Borromeo, l'abbazia passò ai Benedettini Olivetani, successivamente soppressi dal governo austriaco e costretti ad abbandonare l'abbazia.

Nel 1940 il cardinale Ildefonso Schuster, dopo anni di abbandono, ha offerto l'abbazia a una comunità di religiose guidata da Margherita Marchi, separatasi dalla congregazione delle Benedettine di Priscilla. Il monastero sui iuris delle benedettine di Viboldone fu canonicamente eretto il 1º maggio 1941: le monache si dedicano alla produzione di confetture e, dal 1945, svolgono un'importante attività di editoria religiosa e teologica, oltre agli impegni di natura più strettamente monastica.

La facciata è a capanna, caratteristica per le bifore aperte sul cielo, con tessitura muraria in mattoni a vista, solcata da due semicolonne che la tripartiscono, con decorazioni di pietra bianca.

Il portale è in marmo bianco. Nella lunetta che ne sovrasta l'architrave si trovano sculture marmoree della Madonna con bambino fra i santi Ambrogio e Giovanni da Meda. Ai lati, due nicchie gotiche racchiudono le statue dei santi Pietro e Paolo. Il portone della chiesa è di legno scuro, decorato con grandi costoloni lignei e grossi chiodi, e risale all'epoca della costruzione della facciata. In esso è ricavato un piccolo portoncino che è usato per l'ingresso in chiesa.

Originale è il campanile, a cono cestile, che si innalza sopra il tiburio della chiesa, secondo la tradizione cistercense. Esso richiama l'impianto cromatico e decorativo della facciata, con cornici in cotto e archetti alla base delle bifore e delle trifore sormontate da oculi. La sobrietà degli elementi architettonici all'interno della chiesa la farebbe dire quasi spoglia, se non fosse la decorazione pittorica che la ricopre per buona parte a rivestirla di luci e di colori.

L'impianto della chiesa è a sala rettangolare, a tre navate di cinque campate ciascuna, inquadrate in archi trasversali a sesto acuto. Prima campata in stile romanico e le successive, realizzate nel corso del Duecento, in stile gotico con colonne in cotto che sorreggono alte volte a crociera. La chiave di volta, al centro delle crociere, è circondata da spicchi racchiusi in un cerchio, con i colori dell'arcobaleno, segno dell'amicizia di Dio con gli uomini.

Le colonne che scandiscono le navate sono in laterizio, con capitelli dello stesso materiale a cubo scantonato.

L'organo dell'Abbazia è stato costruito nel 2004 dall'organaro Giovanni Pradella.

Lo strumento, interamente a trasmissione meccanica, è dotato di due tastiere e di una pedaliera di 27 note.

I registri riportati con l’indicazione Registri in comune possono essere inseriti indifferentemente su una delle due tastiere, in base alle scelte dell’esecutore. Questa duplicità dei registri su ogni manuale permette numerosissime possibilità di combinazioni e sfumature di colore avendo a disposizione un numero limitato di registri. Nonostante le sue piccole dimensioni, lo strumento garantisce un adeguato supporto per una seria attività didattica e concertistica, senza trascurare gli aspetti concernenti l’impiego liturgico. La particolare versatilità dello strumento è dovuta ad un sistema meccanico che permette l’inserimento di una parte dei registri indifferentemente su una delle due tastiere in base alle scelte dell’esecutore.

La chiesa accoglie numerosi e celebri affreschi, opere di Scuola giottesca. Nella parete frontale del tiburio è raffigurata, al centro, la Madonna in Maestà e Santi, direttamente datata al 1349. Sulla parete che la fronteggia è campito il Giudizio Universale di Giusto de' Menabuoi, che potrebbe risalire ad anni subito precedenti il 1370 (per quanto alcuni studiosi propendano per una data vicina al 1350); al suo centro, avvolto nella mandorla iridescente, la figura dolcissima del Cristo; alla sua destra stanno i "benedetti", con il volto proteso verso il Giudice, e alla sinistra i "dannati" su cui giganteggia la figura di Satana intento a divorare la preda. Sulla metà superiore della parete, due angeli sono intenti ad arrotolare il tempo della storia, facendo intravedere alle spalle la Gerusalemme celeste.

Al primo piano della palazzina che fiancheggia la chiesa, si affaccia sul piazzale, con due finestre, la Sala della Musica, singolare testimonianza iconografica degli strumenti musicali in uso a Milano tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento. Gli affreschi in essa conservati rendono l'immagine di un portico, dove lesene scanalate ripartiscono dodici finestre che contengono ogni sorta di strumenti musicali a monocromo di terra rossa con ombreggiature nere e ombre di color ocra su fondo bianco. Gli strumenti, dipinti a grandezza reale, sono disposti a coppie incrociate secondo uno schema a trofeo che evidenzia la centralità dell'immagine, la simmetria e l'assenza di gravità tipica delle grottesche.


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L' ABBAZIA DI MIRASOLE

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Mirasole è un'abbazia della prima metà del XIII secolo, che si trova presso Milano, nel comune di Opera.

Era una delle cascine-abbazie tenute dall'ordine degli Umiliati, che si dedicavano alla coltivazione dei campi e alla fabbricazione di panni di lana con sistemi innovativi per l'epoca: Mirasole possedeva le uniche macchine del circondario che rendevano possibile la trasformazione della lana in feltro.

Intorno all'abbazia e alle sue attività economiche si sviluppò il centro di Opera.

L'ordine fu soppresso nel 1582 e l'abbazia fu officiata dagli Olivetani. I beni passarono al Collegio Elvetico. Nel 1797, l'intera struttura dell’Abbazia venne assegnata da Napoleone in proprietà alla 'Fondazione Policlinico' di Milano che, anche sotto l'impulso dell'Associazione per l'Abbazia di Mirasole, costituitasi nel 1981, ne curò i restauri. Vi si tengono in ottobre concerti di musica sacra.

Il 22 febbraio 2013, cinquecento anni dopo la partenza degli ultimi inquilini religiosi dell’abbazia, la Fondazione Policlinico di Milano ha affidato il complesso monastico in comodato gratuito per 99 anni all’ordine dei Canonici regolari premostratensi.

Il complesso si articola intorno ad una corte, con l'ingresso sormontato da una torre duecentesca, su cui si affacciano i laboratori e gli edifici agricoli, il chiostro quattrocentesco (restituito alla sua originaria bellezza con i restauri iniziati negli anni 80, è destinato ad ospitare la biblioteca medico-storica e la quadreria dei benefattori dell'Ospedale Maggiore di Milano, al quale appartiene l'intero complesso da quando l'Ordine degli umiliati fu soppresso) e la chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta (XIV secolo).

La facciata della chiesa, rivolta a sud, simbolicamente, suggerisce lo sguardo rivolto a Cristo, come sole della vita. È caratterizzata da un rosone e da due bassorilievi in terracotta risalenti alla fine del XIV secolo raffiguranti un "Agnus Dei", antica insegna degli Umiliati, e la celebrazione di una Messa. L’interno, a navata unica, presenta nel presbiterio una volta affrescata con le figure dei quattro Evangelisti, mentre sulla parete di fondo troviamo la Santissima Trinità, circondata da angeli, e la Vergine Assunta (affresco databile tra il 1460 e il 1470). Sul lato est troviamo una cappella dedicata alla Natività della Vergine, (1575-76).

Il chiostro presenta un porticato scandito da archi e colonne in pietra, su una delle quali poggia un capitello con scolpito lo stemma di Mirasole, un sole raggiante dal volto umano delimitato dalla falce di luna, entrambi legati ai lavori agricoli (ora simbolo della Provincia di Milano).

Qui si trovavano il refettorio e l’aula delle riunioni, a sud gli spazi amministrativi dell’Abbazia, a nord la sagrestia, la sala capitolare e, infine, dopo il passaggio verso gli orti, la sala del priore con un’imponente colonna centrale.

Gli Umiliati sono un ordine sacerdotale che ebbe origine da un profondo desiderio di rinnovamento spirituale e morale e da un forte desiderio di ritorno a un Cristianesimo incorrotto. Le loro comunità erano formate da intere famiglie che si dedicavano alla lavorazione della lana. Quando papa Innocenzo III li riconobbe ufficialmente come ordine, essi si suddivisero in tre "classi": la prima, formata da frati e suore, la seconda da laici e la terza da coloro che, pur seguendo i principi degli Umiliati, vivevano con le proprie famiglie.

Il loro credo: lavorare per assolvere a un dovere morale da perseguire con dedizione, in totale silenzio con le sole pause per i pasti e per le preghiere.

Negli insediamenti degli Umiliati, la collocazione degli edifici ruota attorno alla corte agricola: chiesa, chiostro, abitazioni, luoghi di lavoro costituiscono un tutt'uno. Una specie di monastero-cascina, con ingresso fortificato come il Castello di Carpiano. Questo schema a Mirasole è rimasto ben visibile ancora oggi.

L'ordine fu soppresso nel 1582.

La vita dell’Ordine Premostratense, fondato da San Norberto di Prémontré, si organizza intorno a comunità, detti priorati, i quali, una volta che abbiano raggiunto un certo numero di fratelli e un’autonomia economica e trovato una casa stabile, possano diventare abbazie autonome.


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