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sabato 27 giugno 2015

VILLA BORROMEO A VIGGIU'



La Villa Borromeo è una costruzione del 1800 in forme tardo neoclassiche con soffitti affrescati e parco; la facciata che dà sulla strada ha un monumentale colonnato di ingresso.

Di proprietà comunale è un elegante edificio tardo-neoclassico ed è inserito in una graziosa cornice di verde, che la rende meta ideale per le escursioni quotidiane dei viggiutesi.
La villa, con pianta a "C" è aperta con un cortile; tale delimitazione è ottenuta mediante un leggero colonnato che, nella parte centrale, rientra, formando una specie di esedra, così da facilitare la veduta e la sosta.
La parte dell'edificio prospettante verso il parco ha un disegno molto lineare; l'ingresso principale è arricchito da un austero porticato, sorretto da pesanti colonne tuscaniche. Nel giardino ha collocazione la scuderia, dalla pianta circolare, decorata lungo le pareti da teste equine in terracotta; oltre a questo edificio, sono visibili le testimonianze dell'antica orangerie.
La villa attualmente è utilizzata per esposizioni artistiche estemporanee, organizzate nel periodo estivo.Sicuramente da visitare anche il complesso del Museo Butti che è composto da diverse collezioni di opere dei famosi scultori viggiutesi quali Enrico Butti, Giacomo Buzzi Reschini, Nando Conti, Luigi Bottinelli, Vincenzo Cattò, Gottardo Freschetti ed Ettore Cedraschi.

All'interno della villa troviamo al pianterreno sale vastissime, anche a colonne, per serate musicali e da balli, sale da conversazione, sale per ricevere visite, sale da bigliardo, per giuochi.

Un gran porticato, chiuso a cristalli, serve per accedere a tutte le sale del pian terreno sopra accennate.
E qui travasi pure il sontuoso scalone che mette in comunicazione coi piani superiori. Oltre questa gran scala, ben altre interne furono costruite per il passaggio del personale di servizio.
Per addobbare i molti e variati locali furono chiamati i migliori artisti.
Intagliatori in legno valentissimi, vi fornirono porte e mobili d'ogni genere. Qui la sala dipinta a gotico è mobiliata con lo stile medesimo; là un gabinetto di stile renaissance con suppellettili in carattere; tutto insomma è in bella armonia coll'edificio, pitture e mobilio.

Il pittore Pietro Mariani, vi ornò la maggior parte dei locali con quel gusto che mezzo secolo fa era in gran voga. Le pareti sono dipinte a guisa di tappezzerie; le volte delle sale sono dipinte fantasticamente. Molti giovani artisti lavorarono con lui per oltre un anno.

Anche Alessandro Montanara vi lavorò con rara abilità, varietà e leggiadria di concetto.
Giacomo Pellegatta, di Viggiù, vi dipinse il gabinetto del primo piano, a colori e chiaroscuro, nonché una sala d'angolo verso il giardino.
Antonio Bignoli, fu chiamato a dipingere a colori tutte le belle testine e figure che si ammirano nei diversi scompartimenti ornamentali, fregi e candelabri.
Dal palazzo che presenta, oltre quanto s'è detto sopra, tutti i servizi di cucina, forni, salotti per guardaroba, cantine, locali per lavori delle persone di servizio, rimesse, alloggio a parte del custode, un passaggio privato e coperto per assistere alle sacre funzioni nell'attigua chiesa. In fondo al giardino si trova una grande scuderia capace di contenere ventiquattro cavalli, coi loro riparti, e con tutti gli annessi e connessi per le persone addette allo speciale servizio.
Questa grande scuderia ha la forma circolare e per mezzo di una scala a chiocciola, nel centro, si accede ai locali superiori ove sono collocati i foraggi.

L'erezione dell'edificio, quasi isolato, costò parecchie migliaia di lire; è dipinto affresco, ornato all'esterno di teste da cavallo, ben modellato dal defunto Francesco Monti, di Viggiù, padre di quei bravi giovani che tanto ci distinguono nell'arte scultoria in Milano.
Dello stesso Monti è pure lo stemma Borromeo in marmo bianco che orna l'interno della gran porta gotica che dalla Via Borromeo mette nel giardino.
Il giardino è molto ben ideato con aiole, variazioni nel piano del terreno, e colline. Si vedono qua e là belle caricature del Fraccaroli, del Galli, del F.M. Buzzi-Gilberto di Viggiù.

La collina principale, con bosco di sempreverdi d'alto fusto, è ornata alla sua sommità d'una ricca Pagoda, costruita in legno a base ottagonale. Sotto questa collina vi sono grotte coi passaggi sotterranei che mettono alla ghiacciaia; questa di forma circolare è capace di contenere ghiaccio.

Il giardino in complesso è grandissimo, e l'area tutta è gradevolmente ripartita con filari di piante, aiuole, dolci declivi, serpeggianti sentieri.


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domenica 7 giugno 2015

IL CASTELLO DI PESCHIERA BORROMEO



Il castello di Peschiera Borromeo è il più antico possedimento dei Borromeo in Lombardia.
Si tratta in realtà di un edificio a vocazione agricola che all’inizio del ’400 venne ristrutturato e fortificato.
Nei secoli si sono succeduti i proprietari ed i cambiamenti e le trasformazioni.
L’aspetto attuale è tuttavia sostanzialmente quello voluto, nella seconda metà del cinquecento, dal proprietario di allora Renato Borromeo.
Oggi, alle porte di Milano e a pochi minuti dall’aeroporto di Linate, il castello è ancora circondato dal verde e, fatto ormai rarissimo, il fossato che circonda il castello è tuttora pieno d’acqua.
Le piante secolari del giardino cintato, il cortile, le sale affrescate contribuiscono a creare una atmosfera unica per coloro che sanno apprezzare anche la riservatezza garantita dalle particolarità del luogo.

Nel 1432, Vitaliano Borromeo ottiene dal duca Filippo Maria Visconti che lo teneva in grande stima, il diritto di fortificare Peschiera che, nata come costruzione rurale (cascina), assume così l' aspetto di castello.
San Carlo Borromeo (1538 - 1584) fu proprietario di Peschiera dal 1562 al 1567, anno in cui vi rinunziò a favore di suo zio Giulio Cesare.
Nell'ultimo ventennio del XVI secolo, il castello di Peschiera fu interamente restaurato da Renato, figlio di Giulio Cesare e fratello di quel Federico che, divenuto cardinale, è ricordato dal Manzoni ne "I promessi sposi". Fu Renato ad imprimere all' edificio il suo presente carattere residenziale a discapito di ogni precedente aspetto militaresco. Il castello Borromeo è uno dei pochi tuttora circondato da un fossato pieno d' acqua così come era stato scavato più di cinque secoli fa.

Vi si accede attraverso la porta della torre centrale e ci si immette nell'ampio quadrato cortile, verde per l'edera che ravvolge. Un lato del cortile è a portico, con nove arcate sorrette da 10 colonne mentre su un altro lato vi è la cappella gentilizia, fatta costruire da Renato Borromeo nell'insieme dei lavori di ristrutturazione. Essa è un piccolo mirabile edificio chiesastico, ricco d'affreschi cinquecenteschi d'ottima fattura, messi in risalto dai restauri voluti dal conte Giancarlo Borromeo nel 1927.

L'interno del castello è tutto da ammirare: l'originale scalone che conduce al piano superiore, ancora intatto dopo cinque secoli dalla sua costruzione; il magnifico salone d'onore con il camino in pietra e le otto figure simboliche contenute in una cornice ottagonale. Poi una sequenza di stanze e sale, dipinte con festoni, stemmi e motti araldici, paesaggi e case e castelli di proprietà dei Borromeo, tra cui il dipinto di Arona e l’isola Bella sul Lago Maggiore.

La maestosità della costruzione, la sua posizione, isolata ed immersa nel verde agricolo, fanno del castello di Peschiera un edificio di particolare e rara bellezza.

Del castello colpisce innanzitutto l’alta torre centrale, alla quale fanno corona quattro torrioni angolari, emergenti dall’acqua. Quest’ultima conferisce un fascino particolare al fabbricato; caso quasi unico in Lombardia, il fossato non è all’asciutto; nella Peschiera antichissima, da cui ha preso il nome l’intero complesso, ancor oggi nuotano pesci di varie specie; e di tanto in tanto vedi scivolare sull’acqua candidi cigni, maestosi e regali. 
Dalla torre centrale e dalla facciata venne rimosso l’intonaco che malamente le ricopriva; tornò il mattone a vista, com’era all’inizio, e l’edificio su questo lato assunse un aspetto più solenne e austero.
In seguito allo scrostamento emersero fra l’altro motivi araldici come l’Humilitas e il morso, nonché finestre a sesto acuto.
Sopravvive l’intonaco sui lati ovest e nord, con resti di pitture seicentesche di scarso pregio artistico, ad archi contigui su pallidi sfondi alternati rossi e gialli.
Il lato orientale, che al contrario degli altri tre, dotati di spalti, scende a scarpa direttamente nell’acqua del fossato, non è mai stato affrescato.
Qui esisteva un ingresso secondario al castello, di cui si riscontrano tracce evidenti, e in asse forse una torre, poi decapitata e trasformata in cappella.
L’ingresso principale era ed è rimasto quello alla base della quadrata torre centrale, ove troviamo un locale a volta ingentilito da motivi araldici e ornamenti floreali, con aperture sugli spalti.
Ancora nel corso del secolo XVIII la torre era preceduta da un rivellino, bassa costruzione difensiva, del quale resta testimonianza in una pittura all’interno del castello.A quest’ultimo si accedeva sorpassato un ponte levatoio (sulla torre sono ancora presenti le incavature per i bolzoni, le due travi per alzare il ponte).
Un altro ponticello movibile c’era e resiste tuttora sul lato occidentale dell’edificio; metteva ad un magnifico giardino all’italiana, con siepi, alberi, fiori, vasche e fontane zampillanti acqua.
Varcato il portone, ci si presenta un cortile pressoché quadrato: a sinistra, ambiente porticato con nove archi su pilastri di mattoni, non esistente in antico, ma risultato delle trasformazioni promosse da Renato Borromeo.
A destra, al centro la Cappella gentilizia, intitolata a San Carlo, congiunta ai lati settentrionale e meridionale del castello da due muri, cavedi o cortiletti.
 
L’entrata del museo del castello sta nell’angolo di nord-ovest del cortile.
La sala delle armature è un vestibolo (ai piedi dello scalone) arredato con armature antiche, lance e spade. Frutto dei restauri operati dal Conte Gian Carlo Borromeo il pavimento a lastroni di pietra, il soffitto a cassettoni, il camino.
Lo scalone è rimasto lo stesso dei tempi di San Carlo. Sulle pareti, nella fascia in alto, pitture della fine del Cinquecento a grottesche si alternano a paesaggi di fantasia; nella zona sottostante motivi floreali e finta balaustra, databili al secolo scorso.
Nella sala delle grottesche il protagonista assoluto è il genere a grottesche, carico di significati simbolici, esoterici, magici, caratterizzato da fantasiosi ghirigori, festoni vegetali, tempietti, fiaccole, bracieri, lucerne, vasi, figure antropomorfe e fitomorfe.Le grottesche hanno assunto tale denominazione, a fine Quattrocento, in seguito alla scoperta nel sottosuolo della Capitale (le grotte) di resti di antiche case romane, le cui pareti erano adornate con decorazioni di questo tipo, subito riprodotte dagli artisti contemporanei nelle abitazioni patrizie e, secondo l’interpretazione di Raffaello, nelle Logge Vaticane. Una moda che durò un secolo e più, un genere pittorico che nel castello di Peschiera domina incontrastato (cauti sondaggi effettuati in alcune sale ricoperte da pitture differenti, hanno consentito di appurare che nello strato sottostante ne esistono altre, più antiche, a grottesche).
Sopra alla porta che introduce nel salone, in quest’ultimo, come già sulla parete di fondo in cima allo scalone, campeggia la scritta ERFB, iniziali incrociate di Ersilia Farnese e Renato Borromeo, convolati a giuste nozze nel 1579: quella sigla assume pertanto il valore di una simbolica firma. Attorno a tale data, furono Ersilia e Renato a commissionare quei dipinti, a loro imperitura memoria.
Nel salone principale trionfa l’armonia, l’arte, senti pulsare la storia, riesci ad immaginare al tuo fianco gli antichi e importanti personaggi che risiedettero in questa nobile dimora.
L’ampio locale, tre finestre a sinistra, altrettante a destra, un capace camino in pietra nel fondo, è completamente affrescato. Nella striscia superiore, delimitata dal soffitto a cassettoni e dalla linea delle finestre, fantasmagorico rincorrersi di grottesche e paesaggi, tra i quali spicca, sopra alla porta d’entrata ed alla sigla ERFB, un mulino ad acqua.
Distribuite sulle pareti, otto bellissime scene allegoriche, ciascuna di esse racchiusa dentro una cornice ottagonale dipinta; tutt’intorno grottesche e fregi multicolori. Queste scene rappresentano concetti morali: ognuna introdotta da una didascalia in lingua latina inscritta su cartiglio volante.
Partendo dall’angolo sinistro del salone, ecco la successione delle raffigurazioni:
La serie delle allegorie si apre mostrando in primo piano un tenero agnellino che, ignaro del pericolo, stava per essere ghermito da un drago malefico. Per sua fortuna è sopraggiunto l’unicorno (fantastico cavallo bianco che compare anche sullo stemma Borromeo), a trafiggere l’assalitore. TUTUM PROPE TUTUM: la salvezza si accompagni alla prudenza!
PAULATIM UT TUTIUS (a poco a poco per essere più sicuro): lo scimmione incatenato precariamente all’albero, medita sul da farsi. Per quanto sciocco, anche un essere simile capisce che occorre procedere con cautela, se non si vuol correre il rischio di peggiorare la situazione.
Le virtù della pazienza e della tenacia vengono auspicate nuovamente nella terza scena: SPES LABOREM IGNORAT (la speranza, l’aspettativa, ignorano la fatica). Un levriero insegue un cerbiatto: il desiderio ardente di raggiungere l’obiettivo annulla ogni sforzo compiuto.
INNOXIA SERPIT - Il ramo d’edera avvolge la colonna di marmo: è come un serpente, ma innocuo.
Sotto la scritta BONI NONTIUS ET MALI FRENUM, una candida cicogna cattura un serpente: l’esortazione è di essere annunciatori, portatori di bene, e freno al male. Sullo sfondo, neri uccelli del malaugurio fuggono via.
PERMANENS VERITAS - Nubi scure e tempestose vengono soffiate lontano da un volto angelico, così che il sole può tornare a risplendere: la verità vince e scaccia la menzogna.
Ulteriore ripetizione di un concetto già espresso: DULCEDINI PRAEVIUS LABOR. Due mani liberano la castagna dal suo insidioso involucro di spine; solo il lavoro assiduo e perseverante conquista come premio la dolcezza.
Questo motto ed il dipinto sarebbero da collegare ad un avvenimento storico, che ebbe come Protagonista Francesco Sforza.
Nel 1449 egli fu ospitato nel castello di Peschiera col suo stato maggiore. Attorno al tavolo del salone il famoso Condottiero progettò la conquista del Ducato milanese, conseguita nel febbraio successivo.
La castagna simboleggerebbe cioè Milano, soave ricompensa per le tante fatiche sofferte e la longanimità dimostrata.
Per ricambiare i Borromeo dell’aiuto prestatogli, Francesco Sforza il 25 maggio 1450 confermò a Filippo, figlio di Vitaliano, feudi, immunità, nonché il titolo di Conte di Arona; undici anni dopo, il 12 maggio 1461, lo insignì pure del titolo di Conte di Peschiera, trasmissibile agli eredi.

In assenza di firme autografe e documentazione, l’autore delle decorazioni del salone e delle grottesche alternate a paesaggi presenti pure in altre sale del castello, potrebbe essere identificato in Cesare Baglione, pittore nato a Cremona intorno alla metà del Cinquecento.
L’attribuzione nasce dal fatto che il Baglione prestò servizio a Parma e Piacenza dal 1574 al 1615, anno della sua morte, presso la corte dei Duchi Farnese, da cui proveniva Ersilia, andata sposa nel 1579 a Renato Borromeo. Ranuccio I gli assegnò un congruo stipendio con l’obbligo "di lavorare continuamente per Sua Altezza di pittura in tutto e per tutto dove gli sarà comandato".
Ebbene, considerando che l’artista affrescò vari castelli dell’Emilia Romagna con motivi a grottesche, verificate somiglianze, coincidenze stilistiche, cronologiche, viene spontaneo concludere che Ersilia Farnese, volendo abbellire gli interni del castello di Peschiera, chiese ed ottenne dal marito di servirsi di un pittore da lei conosciuto e stimato in patria: Cesare Baglione, appunto.
 
Nella sala del mulino dominano i paesaggi, la natura, soprattutto boschi ed acque; centrale è la rappresentazione di un mulino con due ruote idrauliche.  Epoca di esecuzione: il Seicento inoltrato.
La sala di San Carlo, secondo la tradizione, in questo camera ha dormito il Santo; prove certe non ve ne sono, ma nemmeno lo si può escludere. La fascia alta sulle pareti è affrescata in modo pregevole (sempre a grottesche e paesaggi), al contrario delle zone sottostanti.
Nella sala dei laghi troviamo delle mediocri pitture baroccheggianti: sostegni e festoni di frasche, ampi specchi d’acqua, barchette, molto cielo.
Nella sala delle proprità dei Borromeo troviamo dipinte l’Isola Bella sul Lago Maggiore (ancora priva del famoso palazzo realizzato da Carlo Fontana), la Rocca di Arona dove nacque San Carlo, la Villa di Cesano Maderno.   
Nella sala del secondo mulino troviamo una serie di archi affrescati, al cui interno compaiono riposanti immagini paesaggistiche, tra cui un bellissimo mulino dotato di ruota idraulica azionata dall’alto.
Nella sala del mare, tra festoni e lesene, ci sono pitture a tema marinaresco.

Attraverso uno scorcio di colonne, spicca subito a vivaci colori la mole del maniero, dominato dall’alta torre centrale e preceduto dal rivellino, costruzione merlata posta a difesa dell’ingresso, davanti al ponte levatoio.
Una tavoletta dipinta sopra all’unica finestra, reca la data 1763; anni dopo il rivellino veniva abbattuto.

Dalla galleria o corridoio si accede da un lato alle stanze precedentemente visitate, dall’altro alle due tribune della Cappella, intitolata a San Carlo.
In questo modo si poteva assistere alle funzioni religiose evitando di scendere e passare per il cortile.
Gli affreschi che ricoprono la volta, le lunette e le lesene, sono di ottima esecuzione, della stessa mano di quelli visti nel salone principale del castello; attribuibili come abbiamo detto a Cesare Baglione.
Convaliderebbe questa ipotesi l’inserimento, nelle decorazioni della Cappella, di oggetti riproducenti strumenti musicali: il Baglione, appassionato di musica, "talora preso il zufolo che toccava assai bene nella mano monca e nella dritta il pennello, a un tempo stesso sonava e pingeva"; così racconta un critico suo contemporaneo.
Di autore diverso sono le due scene laterali, meno valide dal punto di vista artistico: Battesimo di Cristo, e San Francesco mentre riceve le stigmate.
All’altare, quadro forse della prima metà del secolo XVII (entro una bella cornice coeva), raffigurante la Madonna col Bambino sulle ginocchia, tra i Santi Cristoforo e Giovanni; alla destra della Vergine, guerriero orante inginocchiato.

Altri affreschi di varie epoche sono presenti nel settore adibito ad abitazione privata dei Conti Borromeo; nonché, molto probabilmente, sotto strati di intonaco e calce, nei locali tuttora occupati da inquilini.




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IL CARENGIONE A PESCHIERA BORROMEO

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Il parco del Carengione si estende su una superficie di 38 mila metri quadrati di terreno, in parte a bosco al centro del territorio comunale di Peschiera Borromeo, ad est di Mezzate e a nord di Bettola e, per le sue caratteristiche, può essere considerato il cuore verde del comune di Peschiera.

L'area del Carengione è così caratterizzata a seguito di un tentativo anni or sono di rendere il territorio una cava. Abbandonato il progetto il terreno è stato lasciato così com'era, pieno di buche riempite d'acqua, argini e collinette di terriccio e ghiaia.
Con il passare degli anni la natura ha coperto di vegetazione spontanea gli argini e le buche piene d'acqua si sono popolate di rane e pesci, un territorio unico di natura spontanea in un'area in cui intenso è lo sfruttamento a fini agricoli.

Agli inizi del 1900 il Carengione si presentava (come del resto i territori circostanti) come un insieme di campi solcati da fossi e canali. Si trattava però di un terreno piuttosto sabbioso e argilloso e, come tale, più difficilmente coltivabile rispetto al resto del territorio. Forse per questo motivo fu dato in concessione dal Pio Istituto Buzzoni-Nigra, che ne aveva la proprietà dal 1929, a privati che intendevano trasformarlo in una cava di sabbia e ghiaia. Negli anni ’50 iniziarono i lavori: vennero chiusi o deviati i canali che attraversavano il Carengione; vennero eseguiti scavi che portarono alla formazione di numerosi avvallamenti, depressioni e ammassi di terreno di riporto.
I risultati furono del tutto insoddisfacenti e il progetto fu abbandonato, ma i lavori, durati circa un anno, avevano modificato pesantemente il paesaggio. Nei decenni successivi, nelle aree perlustrate dalle escavatrici, non più idonee alla coltivazione, si è insediata una ricca vegetazione spontanea autoctona. Le depressioni e gli avvallamenti creati dagli scavi sono stati in parte inondati da acque di falda e si presentano oggi come piccoli stagni che contribuiscono ad arricchire la biodiversità. Una lunga “trincea”, che avrebbe dovuto fornire il materiale per la realizzazione di una strada di accesso per i mezzi pesanti, è stata colonizzata da un’imponente fascia boschiva ad ontano nero, salice bianco, pioppo nero e robinia.
Negli anni’80 l’Amministrazione comunale inizia ad interessarsi del Carengione e, nel 1984, decide di tutelarlo dichiarandone la totale inedificabilità e vietando il passaggio dei mezzi motorizzati sulle carreggiate che lo attraversano. Nel 2000 il Parco Agricolo Sud Milano ha incluso il Carengione tra gli ambiti a “Parco Naturale”, iniziando un percorso di riqualificazione, attraverso l’acquisizione di due superfici di circa 6 ettari, con la realizzazione di un bosco di essenze autoctone e uno stagno temporaneo per anfibi che vi depongono le uova nella tarda primavera.
Nel periodo autunno/ inverno, essendo legato alle oscillazioni della falda, in alcune annate si prosciuga.
Il Carengione è oggi un piccolo, incontaminato cuore verde, un’area inaspettata nella pianura, caratterizzata da una boscaglia impenetrabile, intervallata da stagni, dossi e rilievi, circondata da spazi aperti e pianeggianti. Dai sentieri curati, adornati da arcate di alberi e dalle fronde argentee del salice bianco, si osserva il folto bosco di aceri, carpini, ontani, farnie, ciliegi silvestri, noccioli, olmi, sambuchi e biancospini.
La grande varietà di piccoli ambienti e l’alternanza di spazi aperti e di fasce alberate garantiscono anche una notevole ricchezza e varietà di animali come l’airone cinerino, il germano reale, le gallinelle d’acqua, le lepri e i fagiani, mentre dove ristagna l’acqua, si formano piccole paludi con canneti.
Recenti studi hanno evidenziato un interessante popolamento floristico che conta ben 300 specie di piante, tra cui alcune rare nella pianura milanese. Tra le specie più interessanti si riscontrano l’anemone bianca (Anemone nemorosa), la carice ascellare (Carex remota), la felce maschio (Dryopteris filix-mas), il garofanino minore (Epilobium parviflorum), il giaggiolo acquatico (Iris pseudoacorus).

Il parco è caratterizzato da due nuclei boschivi situati a nord e a sud della strada vicinale che attraversa il territorio in direzione est-ovest.
La parte settentrionale del sentiero natura che attraversa il parco ha forma semicircolare e si divide in due tratti: a est prende il nome di Sentiero del ciliegio silvestre, a ovest Sentiero del salice bianco; è caratterizzata da fitta vegetazione e piccole zone umide, che si sono formate per la natura argillosa del terreno. La parte meridionale si presenta come una lunga striscia verde circondata da campi coltivati. L'accesso a questa zona è un po' difficoltoso ma il percorso è assai suggestivo, delimitato sia da arbusti che da alberi che con le loro chiome formano una pittoresca volta verde.



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LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : PESCHIERA BORROMEO



Peschiera Borromeo  è un comune italiano della città metropolitana di Milano.

Il suo territorio, pur rientrando in larga parte all'interno del parco agricolo sud Milano, da qualche decennio non ha più una vocazione agricola. Si è infatti sviluppato un importante centro residenziale con una forte connotazione produttiva: importante la centrale del latte, la produzione di pasta fresca, informatica e chimica oltre ad un fiorente tessuto formato da piccole e medie industrie.
È un paese molto ricco, tra i primi in Italia per reddito procapite, lo dimostrano l'alto valore degli immobili e la fattura di questi.

Dal punto di vista ambientale è molto importante il parco naturale del Carengione, in origine riserva di caccia dei conti Borromeo, ora oasi WWF, e le ancora molte risorgive presenti nella campagna circostante l'abitato.

La frazione di Linate dà il nome all'aeroporto di Milano-Linate, il cui sedime ricade nei comuni di Peschiera Borromeo, di Segrate e di Milano.

Nonostante l'aeroporto e l'adiacente idroscalo abbiano creato una barriera in direzione nord-sud che ha contribuito a limitare lo sviluppo urbanistico preservando vaste aree verdi all'interno del territorio comunale, almeno in confronto ad altri comuni della prima cintura dell'hinterland milanese, questo è stato comunque tumultuoso, e non privo di problematiche per le amministrazioni comunali che si sono succedute.


Sul territorio ebbero ad operare i monaci Umiliati a Linate e Campolongo (Longhignana), gli Agostiniani a Mirazzano, le suore Benedettine a Monasterolo e Foramagno. Il dato storicamente più interessante fu quello dell'acquisto, effettuato nel XV secolo dalla famiglia dei conti Borromeo, di un grosso possedimento agricolo da parte di Vitaliano, ricco banchiere milanese che acquistò dai monaci agostiniani i beni di Mirazzano e Peschiera e dagli Umiliati il fondo di Longhignana, il tutto comprendente ben 25.000 pertiche di terreno. L'occupazione francese e spagnola non mutò l'assetto territoriale esistente e non vi è nulla di particolare da raccontare.

Ogni campanile fu singola comunità amministrativa sino alle illuminate riforme introdotte dagli austriaci, in particolare a partire dal governo di Maria Teresa e portate avanti dai suoi successori. Le piccole comunità rurali furono soppresse ed aggregate in entità più ampie, tanto che la Bettola, quattro case sorte attorno ad una osteria, diventò il nucleo centrale del comune di Peschiera. Sarà qui che, negli anni 30 di questo secolo, fu costruito l'edificio comunale raggruppante tutta una serie di antiche realtà municipali rappresentanti oggi la realtà del comune di Peschiera Borromeo. Nello specifico si può dire che nel corso del XIX secolo ci fu un progressivo" compattamento delle piccole realtà comunitarie. La prima avvenne nel 1847 con l'unione tra i singoli Comuni di Zelo e Foramagno che formarono così un'unica entità, sino al 1870 quando questo Comune entrò a far parte di quello di Mezzate.

Durante il medioevo la zona di Peschiera era importante per il commercio del sale che risaliva il Lambro e passando per il monastero arrivava a Milano.
Nel 1863 Peschiera assunse il nome ufficiale di Peschiera Borromeo.
Nel 1915, il consiglio comunale di Mezzate deliberava di mutare la sua antica denominazione in Linate al Lambro, sino ad allora semplice frazione ma divenuta, con il passare del tempo, la frazione con maggior numero di abitanti e sede del palazzo municipale. Nel 1925 il Comune di Linate al Lambro perdeva, a favore di Milano, le grosse frazioni di Ponte Lambro e Morsenchio e nel 1933, a causa della costruzione dell'aeroporto Forlanini, l'antico castello e tutte le frazioni di Linate Superiore. Questo stato di cose convinse il Consiglio comunale a richiedere l'unione di quello che rimaneva del territorio del Comune di Linate al Lambro al Comune di Peschiera Borromeo, richiesta sancita con decreto reale del 18 dicembre 1933.

La città cominciò ad industrializzarsi dall'inizio del XX secolo, ma mantenendo un fiorente sistema agricolo basato sulle cascine. Durante la prima guerra mondiale Peschiera fu risparmiata, ma molti dei suoi abitanti perirono nel conflitto.

Durante la seconda guerra mondiale invece le cascine furono quasi del tutto distrutte, ad eccezione di Mirazzano.

Dopo la guerra Peschiera Borromeo si evolse fino a diventare quella che è oggi. Nel 1988 fu insignita del titolo di città.

Da vedere il castello dei conti Borromeo, che conserva tuttora l'acqua nel fossato che lo circonda, e tutto il borgo di Mirazzano, con le diverse cascine come la Pestazza, la cascina Fiorano e la cascina Castello, ubicata a poca distanza dall'oasi naturalistica delle sorgenti della Muzzetta e dalla Strada del Duca.
I mulini rappresentano una tessera importante del grande e variegato mosaico della storia locale: affiancando una tessera all’altra, il quadro man mano si affina e completa, ci offre una visione più precisa ed esauriente; coi loro robusti ingranaggi segnano un termine di svolta che non ha paragoni, nella storia del progresso scientifico-tecnologico; la loro presenza sta ad indicare un livello di conoscenze teoriche e pratiche, di abilità specialistiche, presuppone capacità imprenditoriali, tutti elementi indispensabili per nuovi successivi sviluppi in campo industriale.

Il territorio di Peschiera Borromeo è ricco di fontanili: ce ne sono ben 12 che hanno avuto solo brevi periodi di inattività nel corso dell’anno. La siccità ha però operato gravi guasti e, in mancanza di interventi idraulici adatti a fronteggiare una situazione così critica, anche le teste di fontanili considerate sempre attive si sono prosciugate.
Il territorio comunale comprende le frazioni di Bellaria, Bettola-Zeloforamagno, Linate, Mezzate e San Bovio-San Felice, e le località di Fiorano, Longhignana, Mirazzano e Peschiera Borromeo.

San Bovio risale al quattordicesimo secolo (1350-80). La piccola chiesa è proprio di questo periodo ma fu sottoposta a vari restauri, tanto che si possono notare marmi e affreschi di vari periodi storici; una teca contiene i resti del santo. Secondo le carte toponomastiche conservate nell'archivio del comune di Peschiera, fontanili dell'undicesimo secolo e cascine di mattoni rossi, già del mille settecento sono presenti nella frazione.

La Bettola, il cui nome deriva dal fatto che originariamente non era che una semplice osteria: per la precisione "la bettola" di Biassano, era il villaggio vero e proprio: quattro case, più tardi anche la chiesetta di San Michele fondata dai Longobardi (per alcuni anni l'intero cascinale rimase praticamente abbandonato e in rovina,  fu poi demolito per interventi di ricostruzione a fini residenziali).
Biassano stava in posizione più riparata e tranquilla rispetto alla taverna che, per servire i viandanti, si trovava viceversa lungo lo stradone grande: quasi sicuramente all'angolo tra le vie Matteotti e XXV Aprile (furono poi abbattute alcune vecchie case presenti sulle mappe settecentesche, con un bugigattolo di osteria, sostituite da una moderna palazzina).
Qui in origine era infissa la settima pietra miliare della strada Milano-Cremona, tracciata dagli antichi agrimensori romani.
Della medesima epoca sono cocci, frammenti di vasellame, mattoni e tegole venuti alla luce nell'area sulla quale è cresciuta la nuova chiesa parrocchiale della "Sacra Famiglia".  Forse modeste testimonianze di una abitazione, una villa rustica, magari appartenuta a qualche centurione al servizio dell'Urbe, premiato con l'assegnazione di terre per aver contribuito alla sconfitta degli indigeni Celti. La presenza dei quali è accertata proprio nel "podere della Bettola" di pertinenza della Cascina Sargenti; l'esatta ubicazione delle tombe qui rinvenute, rimane purtroppo ignota.
La zona interessata dall'edificio religioso un tempo veniva denominata "prato Croce" o "Crocezza".
Mattoni più recenti da quelli rinvenuti nel "prato Croce", antichi ma non di età romana, sono quelli che danno corpo alla cascina Sargenti, al centro del paese e a ciò che rimane della Cà Matta, prospiciente il Parco della Pace.
Sulle mappe catastali del 1722 la cascina Sargenti si divide in due ali distinte: abitazioni per salariati a nord della Paullese; a sud le stalle, i magazzini e la residenza padronale.
Cà Matta (una volta cascina Amata) si articolava in una serie di modesti fabbricati disposti in fila.
Completava il paese la cascina castelletto di proprietà dei Conti Annoni: casa con colonnato e portico, stalla a lato (oggi elegantemente ristrutturate).
Altro non c'era a Bettola: né l'edificio nel quale ha sede l'Osteria del castelletto né la Casa Mauro, entrambe più tardive.
 
Nel piccolo centro  di Mezzate sorge la parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo, una Chiesa che, per i suoi trascorsi storici, assume un'importanza eccezionale nella storia locale. Costruita probabilmente tra il VI e VII secolo, assieme alle pievi di S. Donato e S. Giuliano, viene considerata dagli studiosi tra le più antiche nel milanese, perché la dedicazione agli Apostoli è tipica delle primitive chiese battesimali. L'edificio della Chiesa subì diversi rifacimenti e ricostruzioni; l'attuale risale alla metà del 700. A lato vi è la parte absidale della vecchia chiesa, in stile romanico-lombardo, adibita ora a sagrestia. La pieve di Mezzate cessò di esistere nel 1938 quando il titolo passò alla parrocchiale di Linate assieme al Vicariato Foraneo.

La pieve di Mezzate o pieve dei Santi Pietro e Paolo di Mezzate (in latino plebis mezzatensis o plebis sancti petri et pauli mezzatensis) era il nome di un'antica pieve dell'arcidiocesi di Milano e della Ducato di Milano con capoluogo Mezzate, oggi frazione di Peschiera Borromeo, distinguendosi come una delle più piccole plebanìe dell'area lombarda, tanto da essere oggi riunita in un unico comune.

I santi patroni sono Pietro e Paolo a cui è ancora adesso dedicata la chiesa prepositurale di Mezzate.

Il primo documento storico che attesta l'esistenza della pieve di Mezzate è il "Liber Notitiae Sanctorum Mediolanensis" di Goffredo da Bussero, il quale cita già la presenza di quattro chiese nel territorio plebano e l'istituzione di Mezzate come capopieve. La pieve aveva da sempre mantenuto dimensioni piuttosto circoscritte e nel XV secolo permanevano solo sei canonici oltre al prevosto nella collegiata e quattro rimanevano sempre le parrocchie sottoposte alla cura d'anime di Mezzate.

Col Rinascimento la pieve assunse anche una funzione amministrativa civile come ripartizione locale della Provincia del Ducato di Milano, al fine di ripartire i carichi fiscali e provvedere all'amministrazione della giustizia.

Anche questa pieve ecclesiastica, come altre a partire dal Cinquecento, dovette uniformarsi al costume del vicariato che andò a sostituirsi quasi completamente all'attività plebana, introducendone la sua decadenza.

Dal punto di vista civile, fu solo nell'anno 1797 che la pieve amministrativa venne soppressa in seguito all'invasione di Napoleone e alla conseguente introduzione di nuovi e più moderni distretti.

In ambito religioso, date le ridotte dimensioni e la crescita ben maggiore di altri centri nella stessa area, nel 1938 la sede plebana venne trasferita per opera del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster dalla prepositurale di Mezzate a quella di Linate al Lambro che venne costituita pieve per una cinquantina d'anni prima delle soppressioni degli anni settanta. Il suo antico territorio ricade oggi sotto il decanato di Linate al Lambro e comprende 4 parrocchie.
Nel piccolo agglomerato rurale di Foromagno vi è una chiesetta che in tempi remoti fu dedicata a San Michele Arcangelo. Essa va collocata al periodo delle Arimannie Longobarde, quando queste installarono una serie di luoghi fortificati lungo il Lambro, conosciuti come "Fare". La "Farà" indica quindi una postazione militare longobarda che è all'origine del "Faramania" da cui deriva appunto il nome di Foromagno o Foramagno. Convertitisi al cattolicesimo, i longobardi costruirono sulle loro "Pare" tutta una serie di chiese e cappelle, dedicate in gran parte a San Michele. Queste sono ben presenti nella toponomastica locale di tutto il sud milanese. Dell'antica chiesa longobarda non vi è oggi alcuna traccia, sappiamo solo che il suo titolo venne mutato in quello di San Giovanni Battista, poi in San Carlo Borromeo, indi in Sant'Eusebio. L'edificio chiesastico attuale venne ricostruito nel 1506, come testimonia una lapide posta all'interno a cura del conte Matteo Trotti. Altri lavori di restauro furono eseguiti nel l6l2 dal conte Luigi Trotti. Venuta meno la sua funzione religiosa fu sconsacrata ed oggi, ormai cadente, è utilizzata come magazzino rurale.

In Zelo, l'antica "Agellum-Aziello" nominata sin dal medio evo, vi è una caratteristica cascina castellata di origine viscontea, testimoniata da uno stemma araldico del XV secolo, murato sotto il portico, che raffigurava un cimiero sormontato dalla biscia viscontea. Questa cascina castellata ha perso da tempo la sua caratteristica peculiare, quella di grande complesso rurale con annessa abitazione padronale, ad uso dei suoi proprietari, fossero essi i ''Visconti, i marchesi Arese-Lucini, gli Aliprandi o i Camperio. Del suo antico splendore restano le fotografie e le sette colonne in granito che si affacciano verso quella che una volta era la sua aia. Altro edificio importante di Zelo è la sua Chiesa, dedicata a San Martino, eretta probabilmente durante la dominazione dei Franchi, quando questi succedettero ai Longobardi. Dell'antico edificio della chiesa poco o nulla si conosce, se non che esso esisteva certamente già nel secolo XI, come attestato da documenti d'archivio. La chiesa venne riedificata nel 1519 con fondi devoluti a tale scopo da Galeazze Visconti, signore di Zelo, ed eretta in parrocchia nel 1581 per volere di San Carlo Borromeo. L'attuale chiesa fu costruita nel 1692, utilizzando i muri perimetrali dell'edificio preesistente.

A Monasterolo in altri tempi vi sorgeva un monastero benedettino di cui di ha notizia documentata sin dal XII secolo. Le monache del monastero di Zelo, dedicato a Santa Maria Assunta, vi risiedettero fino alla metà del XV secolo, per trasferirsi poi a Milano nel convento che in seguito prese il nome di S. Bernardo, al Vigentino. La proprietà dell'immobile restò sempre delle monache sino alla soppressione dell'Ordine, imposta dalle leggi riformatorie volute da Maria Teresa nel 1785. Durante i restauri al caseggiato, fu scoperto un ampio sepolcreto sottostante all'intero perimetro delle sue fondamenta.

Mirazzano è un nucleo di case costruite in epoca sconosciuta, nominato nei secoli XI-XII, che divenne in seguito il centro abitato di Peschiera. La Chiesa, dedicata ai SS. Cosma e Damiano, è espressamente nominata nel Liber Notitiae del XIII secolo: "in loco Mirizano ecclesia sancti Damiani plebe de Mezate". Fu visitata da San Carlo Borromeo il 15 novembre 1571; in seguito, il 25 aprile 1602, il cardinale Federico Borromeo, cugino di S. Carlo, la eresse in parrocchia con uno speciale decreto arcivescovile redatto nel castello di Longhignana. Si tratta di un edificio cinquecentesco, costruito su uno precedente, mentre il campanile fu edificato nel 1809. In sagrestia, depositato dalla pinacoteca di Brera, vi è un quadro seicentesco dipinto da Giovan Battista Discepoli da Lugano, detto lo Zoppo, raffigurante le tentazioni di Sant'Antonio.

Longhignana chiamata precedentemente Campolongo, prese l'attuale denominazione dai Longhignani, proprietari della zona. Nel territorio di Campolongo vi erano due chiese, una dedicata a San Bove o Bovone, l'attuale San Bovio, e l'altra, ora scomparsa, a Sant'Eusebio, appartenenti entrambe alla pieve di Segrate. In epoca imprecisata, fu costruito un poderoso castello circondato da un fossato. Oggi dell'antico maniero rimane ben poco: se ne conservano solo alcune tracce con muri affrescati. Il Iato sud del cortile ha un portico con tre archi a sesto acuto, di cui uno murato. Fu proprietà dei Longhignani, poi dei Borromeo. In essa ebbe a soggiornare nei periodi estivi San Carlo Borromeo, come è attestato dal fatto che qui risultano datate numerose sue lettere. In Longhignana sorgeva poi una grangia (comunità agricola) dell'Ordine degli Umiliati, dipendente dalla Casa di San Giovanni Battista (ex Seminario di corso Venezia a Milano).

Cassignanica è una piccola comunità sede di parrocchia e registrata agli atti del 1751 come un villaggio milanese di soli 97 abitanti, alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 150 residenti. Nel 1809 un regio decreto di Napoleone soppresse il municipio annettendolo a Pantigliate, e poi a Peschiera nel 1811. Il Comune di Cassignanica fu ripristinato nel 1816 dopo il ritorno degli austriaci, i quali tuttavia tornarono sui loro passi il 17 gennaio 1841, allorquando con dispaccio governativo decisero l'annessione della comunità a Briavacca, paesino che era invece da sempre dipendente da Cassignanica dal punto di vista ecclesiastico. Fu poi nei decenni successivi Briavacca a confluire dentro l'odierna Rodano.

Persone legate a Peschiera Borromeo:
Flavio Oreglio (Peschiera Borromeo, 26 agosto 1958), comico, cabarettista e scrittore italiano.
Bruno Lauzi (Asmara, 8 agosto 1937 – Peschiera Borromeo, 24 ottobre 2006), cantautore, compositore e poeta italiano.
Davide Di Gennaro, calciatore professionista, attualmente al Modena.
Renato Pozzetto, comico, attore, cantante che per diverso tempo ha abitato a Peschiera.
Asher Kuno, rapper.
Francesca Chiara, cantante







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martedì 19 maggio 2015

LE VILLE DI ARCORE : VILLA D' ADDA

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Villa di delizia e complesso di edifici circondato da un parco, risalenti al XVII-XVIII secolo, aperto al pubblico e ospitante parzialmente (nella foresteria e nelle costruzioni adiacenti ed all'entrata del parco) la sede del Comune, mentre nelle Scuderie ha sede un distaccamento del Dipartimento di Restauro dell'Accademia di Brera di Milano.

L’attuale villa, vero e proprio simbolo della cittadina, in stato di profondo abbandono, è in realtà un complesso di due differenti ville: la prima, risalente al milleseicento, e la seconda (detta la Montagnola) di un secolo circa posteriore, ad opera dell'abate Ferdinando D’Adda ed unite, a metà ottocento, dall’architetto Giuseppe Balzaretto, rivedendone le facciate in stile eclettico ed occupandosi anche della progettazione e realizzazione del parco di circa 30 ettari che circonda idealmente tutto il complesso.

Degni di nota anche l’edificio delle scuderie e, soprattutto, la cappella Vela, costruita ancora una volta su commissione dal Balzaretto per Isabella Isimbardi, moglie del marchese Giovanni D’Adda, con all'interno sculture in marmo di Vincenzo Vela (da cui prende il nome).

L'edificio presenta una planimetria a blocco composta dall'unione di tre corpi: quello centrale, di maggiore volumetria, è avanzato rispetto agli altri due. Al suo interno sono conservati gli ambienti di maggiore pregio e ampiezza, fra i quali l'antica libreria con soffitto ligneo a cassettoni. Nonostante le condizioni di forte degrado in cui l'intero bene si trovi è possibile ancora ammirare gli affreschi dei saloni principali. Al piano terra si trova il salone ad angoli smussati, opera dell'Alemagna, che si affaccia sul parco mediante cinque aperture architravate che si azionano con un sistema meccanico di serrande mosse da un meccanismo che si trova al piano seminterrato.
I due corpi laterali simmetrici si sviluppano su due livelli fuori terra. Il corpo di sinistra veniva adoperato come prosecuzione del corpo nobile ospitando la sala da pranzo. Il corpo di destra, invece, era adibito a contenere gli alloggi della servitù ed è pertanto composto da stanze di minore ampiezza.
Al piano seminterrato, che si sviluppa per l'intera superficie della villa, caratterizzato da volte a botte nella maggior parte degli ambienti, si trovavano i locali dei servizi. Ancora oggi, infatti, è conservato lo spazio della cucina, quello della ghiacciaia e la stanza disposta al di sotto del salone ad angoli smussati dove si trovano i sistemi a manovella e contrappesi atti all'apertura ed alla chiusura delle serrande al piano superiore.
All'esterno le facciate della villa sono movimentate dalla presenza di due logge d'ingresso rivolte rispettivamente verso il paese e verso il parco, la prima delle quali si caratterizza per la presenza di un portico ad archi poggiati su balaustre in pietra e cemento.
Il livello superiore della facciata principale (Nord) si caratterizza per la presenza di un balcone che costituisce la copertura della loggia d'ingresso. Da segnalare anche i motivi decorativi dei profili delle finestre con elementi a conchiglia, di forte ascendenza rococò. Richiami a modelli settecenteschi sono evidenti anche sulla facciata posteriore (Sud) della villa dove le balaustre, le finestre ed il corpo curvilineo aggettante del salone progettato dall'Alemagna producono un effetto di grande ricchezza decorativa.
Sul retro dell'edificio è presente un parterre con giardino all'italiana che si estende ad arco davanti alle sale con ringhiera in ferro battuto fornendo un ulteriore richiamo a modelli rococò.

Villa Borromeo D'Adda è uno dei cinque importanti complessi monumentali che caratterizza le vicende storico-artistiche del paese di Arcore.
Le vicende che ne individuano la storia sono complesse e risalgono all'inizio del XVIII secolo, periodo durante il quale, ad Arcore, è documentata la presenza di una casa da nobile di proprietà della famiglia D'Adda localizzata in piano, con facciata rivolta verso il paese e planimetria ad U che volgeva verso un grande parco retrostante.
Le prime modifiche all'assetto primitivo del complesso si devono all'Abate Ferdinando D'Adda che commissionò, nella seconda metà degli anni Cinquanta del '700, la costruzione di una villa sulla collina dietro l'edificio ad U che, data la sua localizzazione, fu soprannominata la Montagnola. La villa si sviluppava secondo una pianta a blocco composta da tre corpi: quello centrale su tre livelli, quelli laterali su un unico livello. Passata per eredità al marchese Giovanni D'Adda, nipote dell'abate, la Montagnola fu scelta quale dimora principale della famiglia.
Giovanni D'Adda si fece promotore di un'importante campagna di interventi di restauro su tutto il complesso delle proprietà dei D'Adda ad Arcore. In primo luogo commissionò all'architetto-ingegnere Giuseppe Balzaretti, uno dei più celebri disegnatori di giardini dell'epoca, la sistemazione del parco della villa (1845) che fu organizzato secondo l'impianto che ancora oggi è possibile ammirare. Gli interventi del Balzaretti sulla villa proseguirono fra il 1849 ed il 1855 con l'apertura di un ingresso coperto con loggiato nella facciata Nord rivolta verso Arcore e con la realizzazione di vetrate poste a chiusura del portico a tre campate che caratterizzava la facciata Sud che dava verso il parco. Gli interventi maggiori riguardarono tuttavia l'edificio ad U dal momento che il corpo centrale fu smantellato per creare un ingresso scenografico. I due corpi sopravvissuti, che mantengono un'apertura centrale a serliana, furono adibiti, quello di destra a portineria, quello di sinistra ad ospitare la cappella che Giovanni D'Adda fece realizzare dopo la morte della moglie, Maria Isimbardi. La cappella presenta un impianto che richiama il modello del battistero ottogonale di ispirazione bramantesca (San Satiro, Milano) riconoscibile solo dal suo interno ed è decorata da un importante apparato scultoreo opera dei fratelli Lorenzo e Vincenzo Vela.
Il secondo restauro che modificò ulteriormente l'aspetto della villa fu commissionato da Emanuele D'Adda, figlio di Giovanni, ed attuato dall'architetto Emilio Alemagna. Quest'ultimo intervenne sulla facciata Nord della villa dove aggiunse sopra il loggiato del corpo centrale un balcone ed alcune decorazioni delle balaustre in pietra, cemento e ferro battuto; ricostruì i corpi laterali della villa aggiungendovi un piano; sistemò i servizi nell'ampio piano seminterrato; realizzò lo scalone monumentale che collega il piano terra al primo piano; riorganizzò completamente la facciata Sud dell'edificio spostando in avanti tutto il piano terreno creando all'interno un salone ad angoli arrotondati e disponendo sopra l'ampliamento del piano inferiore una terrazza che apriva al parco le camere da letto. All'Alemagna si deve anche la realizzazione, nel 1894, della nuova scuderia della villa.
Il complesso passò in eredità alla famiglia Borromeo agli inizi del XX secolo (1911) e rimase residenza nobiliare fino agli anni Cinquanta.
Villa Borromeo D'Adda si trova attualmente in condizioni di grave decadenza, in attesa che sia varato un piano di restauro che la riporti all'antico splendore.

La villa è il risultato della trasformazione eclettica neo-barocchetta di un preesistente edificio settecentesco di proprietà della famiglia D'Adda.

La prima conversione, avvenuta tra il 1840 e il 1845, fu opera di Giuseppe Balzaretto. Divenuta Villa Borromeo d'Adda, la dimora è stata completata in seguito da Emilio Alemagna, l'autore del Parco Sempione a Milano, al quale si deve anche il vasto giardino ora aperto al pubblico, che corona l'edificio.

Le ristrutturate Scuderie della Villa Borromeo D’Adda, opera di sommo valore architettonico, risalgono all’ultimo decennio del 1800; realizzate su progetto dell’architetto Emilio Alemagna, sono caratterizzate dall’ampio cortile centrale sovrastato dal lucernario in ferro e vetro, che rende l’ambiente assai luminoso; attorno, su due piani, si sviluppano gli spazi originariamente adibiti a poste dei cavalli, rimesse per le carrozze, ricovero dei finimenti, fienili e stalla.

Dal 1980 il complesso è di proprietà comunale.

Dal 2010 le scuderie sono sede distaccata del corso accademico di restauro dell'Accademia di Brera.

Il parco, riprogettato dal Balzaretto a metà ottocento (oggi comunale ed aperto al pubblico gratuitamente ogni giorno dell'anno) contiene numerose essenze esogene ed ha una estensione di circa 30 ettari su terreno ondulato, con piccoli specchi d'acqua artificiali, ed è attraversato da sentieri ciclopedonali, percorsi vita e comprende spazi giochi per bambini realizzati dalla pubblica amministrazione.

Nel 2011, si è tenuta, in occasione del centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, una battaglia storica tra l'esercito austriaco e quello sabaudo, con dispiego di divise, armi e vessilli attinenti al periodo risorgimentale.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/i-paesi-della-brianza-arcore.html




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sabato 18 aprile 2015

LA ROCCA DI ANGERA

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La Rocca di Angera si erge maestosa su uno sperone di roccia che domina la sponda meridionale del Lago Maggiore. In posizione strategica per il controllo dei traffici, fu proprietà della casata dei Visconti, originaria del Verbano, e nel 1449 fu acquistata dai Borromeo, cui ancor oggi appartiene.
E' uno dei castelli meglio conservati del territorio lombardo.
Da un punto di vista militare, trovandosi infatti su una collina calcarea alta 200 metri, domina non solo la parte meridionale del Lago Maggiore, ma ha anche una buona vista sulle Alpi, e questo permetteva un controllo anche in caso di invasioni dei nemici oltralpe. Il Lago Maggiore era un centro nevralgico per il trasporto dei materiali di costruzioni, quali il granito di Baveno e il marmo di Candoglia, per le grandi costruzioni di Milano, e dalle due fortezze si controllava che si pagassero le tasse dovute. Le uniche barche esenti dal pagamento delle imposte di circolazione erano quelle della Fabbrica del Duomo, che (contrassegnate dalla iscrizione A.U.F.) non solo godeva del diritto di cavare gratuitamente la pietra dalle cave di marmo, ma aveva anche il diritto di transito di queste merci, completamente gratuito.

La struttura difensiva di base della Rocca di Angera risale ad un periodo precedente al X secolo, quando venne fondata dai Longobardi ed adibita a roccaforte di difesa e controllo. Le attuali mura della Rocca risalgono invece a secoli successivi, quando venne ricostruita e modificata in gran parte dalle famiglie Visconti e Della Torre.

Dopo il 1277 entrambe le fortificazioni diventano possedimenti vescovili in seguito alla Battaglia di Desio con la vittoria dei Visconti sui Della Torre, per passare poi alla famiglia Borromeo nel 1449, che ancora possiede la costruzione.

E' stato condotto un meticoloso studio sui codici e sui documenti dell’epoca che hanno portato prima alla realizzazione di una mostra temporanea su tre principali tipologie di giardini, Il Giardino dei Principi, Il Verzere e Il Giardino delle Erbe Piccole, poi alla realizzazione degli stessi nella grande spianata che si affaccia verso il Lago Maggiore.
All’esterno della Rocca i maestri giardinieri di casa Borromeo, hanno dunque dato il via alla realizzazione di un progetto che, con la gradualità richiesta da un’iniziativa di questa complessità, ha portato e porterà, anno dopo anno, ad aggiungere e completare quanto descritto da quegli antichi codici.

Lo stile architettonico della Rocca risale ai secoli XII e XIV e presenta 5 corpi eretti in epoche diverse. La Torre Principale o Castellana, eretta tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, poggia su di una pianta quadrata e permette di godere di una vista che abbraccia i monti e le sponde del Lago Maggiore. Alla torre maestra è addossato il palazzo conosciuto come Ala Viscontea mentre l’altra ala è detta Ala dei Borromei, alla cui famiglia vanno attribuiti i maggiori interventi successivi al XV secolo. Il piccolo palazzo “alla scaligera”, risalente al XIII secolo, si trova invece tra la cinta muraria e i resti di una torre più antica. Infine l’ultimo corpo è costituito dalla Torre di Giovanni Visconti, edificato intorno al 1350 durante l’arcivescovato di Giovanni Visconti, il corpo si trova nell’area adiacente all’estremità meridionale dell’Ala viscontea.

Tra le sale della Rocca vi è la bellissima Sala di Giustizia che ospita il ciclo di affreschi realizzato nel XII secolo dall’anonimo “Maestro di Angera”, il quale rappresentò vicende legate alla vita dell’arcivescovo Ottone Visconti.

La Rocca d’Angera ospita inoltre una meravigliosa collezione di bambole d’epoca, un vero e proprio excursus tra bambole,giocattoli, libri, mobili in miniatura, giochi da tavolo e di società dal Settecento ad oggi.
Il Museo della Bambola della Rocca di Angera, fondato nel 1988 per volere della Principessa Bona Borromeo Arese, espone oltre mille bambole realizzate a partire dal XVIII secolo fino ad oggi.

Le bambole sono poste all’interno di vere e proprie case di bambola arredate e di negozi in miniatura; i materiali con cui sono state realizzate sono dei più svariati, tra cui legno, cera, cartapesta, porcellana e tessuto.

Oltre ad una ricchissima esposizione di bambole d’epoca e contemporanee, grazie alla quale il Museo si colloca tra i più importanti d’Europa nel settore, è altresì possibile visitare una sezione dedicata ai giocattoli provenienti da culture extraeuropee e una collezione di automi francesi e tedeschi del XIX secolo proveniente dalla collezione Petit Muesée du Costume di Tours.

Da segnalare “La Stanza del collezionista”, vera e propria ricostruzione di un tipico salotto francese, ricco di oggetti curiosi e rari, dipinti e sculture e la sezione riguardante la moda per l’infanzia, che ripercorre l’evoluzione e le tendenze per l’abbigliamento dei bambini fino a metà del secolo scorso.

La Rocca d'Angera è stata il set per gli esterni del castello dell'Innominato dello sceneggiato RAI I promessi sposi girato nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita (gli interni sono stati girati presso il Castello Visconteo di Somma Lombardo).

Recente è infine l’allestimento della coloratissima Collezione di Maioliche esposta nella Sala della Mitologia: trecento e più pezzi rarissimi di manifattura olandese, francese, tedesca, italiana, spagnola ma anche persiana e cinese. L’allestimento si presenta come una sorta di “tappezzeria” fitta e variopinta e ripropone l’aspetto originario della raccolta collezionata con cura e devozione da Madame Gisèle Brault-Pesché nella propria casa-museo di Tours.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-angera.html




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venerdì 17 aprile 2015

LE CITTA' DEL LAGO MAGGIORE : ANGERA

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Angera è un comune italiano in provincia di Varese in Lombardia.
Posta in uno splendido golfo, Angera fu apprezzata e contesa per la sua invidiabile posizione, a controllo dei traffici commerciali nella zona meridionale del Lago Maggiore.
Bella è la passeggiata sul Lungolago alberato di Angera, luogo di mondanità (qui si trova anche il palazzo comunale), con la visione del curioso Isolino Partegora, che affiora per incanto dal lago, rivestito di vegetazione, ma disabitato. Sul lungolago sorge il Santuario della Madonna della Riva: iniziato nel 1657, non fu mai portato a termine. Proseguendo verso nord, la strada panoramica raggiunge, in pochi minuti, il centro di Ranco. Dal Lungolago, inoltre, in soli 5 minuti di navigazione tramite linea pubblica, è possibile raggiungere Arona.
Il Lungolago e la sua Allea sono il principale luogo d’incontro degli angeresi ed ospitano gli eventi principali legati alla vita cittadina, come per esempio il mercato del giovedì mattina o le manifestazioni legate alla Festa del Santuario, a fine giugno.

La presenza umana nel territorio è testimoniata fin dal Paleolitico Superiore grazie ai rinvenimenti risalenti all'Epigravettiano finale rintracciati nella Grotta di Angera, importanti reperti del neolitico provengono inoltre da località Baranzini e dall'area dell'attuale cimitero. Non sono stati ad oggi rinvenuti reperti significativi e sufficientemente abbondanti da testimoniare un insediamento nell'età del bronzo e del primo ferro, ossia all'epoca della famosa cultura di Golasecca, che pure fu tanto importante per tutto il Basso Verbano. Reperti ceramici insubri tardo celtici testimoniano invece una continuità di insediamento a partire almeno dal II secolo a.C. Tra II e I secolo a.C. iniziano a diffondersi nella zona sempre più numerosi reperti romani che testimoniano l'avvenuta romanizzazione dell'area. Nel 49 a.C. anche gli abitanti Angera, come tutte le popolazioni che abitavano il territorio a Nord del Po, divennero cittadini romani a pieno diritto. In seguito il borgo conobbe un forte sviluppo commerciale con lo sfruttamento dell'insenatura naturale di Angera come porto lacuale di scambio per le merci trasportate via acqua lungo Po, Ticino e Verbano, e i prodotti che vi giungevano via terra grazie alla strada Mediolanum-Verbanus. Dal villaggio iniziarono a partire dall'età romana i blocchi di pietra di Angera e il legname dei boschi dell'Alto Verbano, utilizzati sicuramente per la costruzione di importanti edifici milanesi e del territorio. Non vi è certezza sul nome del villaggio di età romana; l'identificazione con il villaggio Sebuinus citato su un basamento scultoreo ospitato nel lapidario della Rocca, è solo una ipotesi, anche perché non si conosce l'esatta provenienza di tale basamento nell'ambito delle estese proprietà borromaiche. Il nome più antico, testimoniato da fonti del X secolo, è quello di Statio, che sembra indicare il ruolo di porto e stazione commerciale svolto da Angera in epoca antica. Il nome muterà nel primo medio evo in Angleria, di non sicura etimologia, ma molto probabilmente derivante dalla contrazione di Ad Glaream ovvero "presso la ghiaia", presente abbondantemente nel terreno alluvionale dove sorgeva il nucleo principale.

Nel Medioevo Angera era a capo di una Pieve che comprendeva paesi delle due sponde del lago. Sul suo territorio, nel 1300, si contavano 20 edifici religiosi. La storia di Angera va però letta anche in chiave militare. Almeno dall'XI secolo al posto dell'attuale Rocca di Angera si trovava una struttura fortificata che poi divenne proprietà degli arcivescovi di Milano. Nel Duecento la struttura passò in mano alla famiglia Visconti, che la trasformò in una maestosa fortezza, in posizione dominante su tutto il paese. Nel 1449 fu acquistata dalla famiglia Borromeo, attuale proprietaria. Angera assunse titolo di Città nel 1497, per nomina di Ludovico il Moro. Il fascismo annesse al comune Barzola e Capronno. Nell'aprile del 1954, con decreto del Presidente della Repubblica, Angera venne ufficialmente denominata città. Nel settembre 2014 sono stati celebrati i 60 anni della città, con una festa che ha coinvolto la Protezione Civile nazionale, regionale, provinciale e locale.

La storia di Angera è narrata nel Civico Museo Archeologico, sito in via Marconi 2, nel centro del Borgo antico. Il museo è situato in una bella palazzina quattrocentesca con portico colonnato. Al pian terreno dell'edificio si trovano l'Ufficio Turistico, il Lapidario, con importanti stele ed epigrafi di età romana, e la sala conferenze. Il primo piano ospita la sezione preistorica e quella romana. Nella sezione preistorica sono conservate le testimonianze della più antica presenza dell'uomo nel territorio varesino, dal Paleolitico superiore all'età del Rame; oltre ai reperti provenienti dalla Grotta di Angera e da numerose località della zona, sono esposte anche riproduzioni di archi, frecce ed asce preistoriche. La sezione romana presenta al pubblico la storia del vicus in età romana, quando raggiunse grande prestigio come luogo di scambio commerciale e di incrocio tra la via fluvio-lacuale costituita da Po, Ticino e Verbano e la strada carrabile che da Milano conduceva al Verbanus, giungendo proprio ad Angera nella attuale Via Greppi. Le prime vetrine di questa sezione ospitano reperti rinvenuti in occasione di scavi e recuperi archeologici nel borgo. I reperti più antichi risalgono ad epoca tardo-celtica e repubblicana e contribuiscono a raccontare la fase della romanizzazione del territorio. Sono molto significative anche le testimonianze della prima età imperiale, che ci mostrano un villaggio al centro di commerci tra l'alto Adriatico e l'area transalpina. Una vetrina è dedicata ai nuovi scavi ed una ospita i reperti provenienti da un edificio residenziale e lavorativo scoperto negli anni ottanta e dove è venuto alla luce, tra gli altri reperti, anche un tesoretto di oltre 280 monete. La seconda parte della sezione romana è dedicata alla Necropoli romana che venne scavata negli anni settanta e che si trovava in corrispondenza dell'attuale cimitero. Una lettiga funebre carbonizzata illustra il rito funerario più diffuso ad Angera nella prima età imperiale e nelle vetrine sono esposti a rotazione alcuni dei più significativi corredi tombali tra le svariate centinaia rinvenute nella zona. Il Museo ha ingresso gratuito e offre visite guidate gratuite a singoli, gruppi e scolaresche.

La Rocca Borromea di Angera è uno dei principali punti di interesse di Angera. Si può visitare e ospita il Museo della Bambola, una collezione di oltre mille pezzi tra le più ricche d'Europa, completata di recente dall'acquisizione di preziosi automi francesi, tutti funzionanti. In un'altra ala del castello si trova il Museo dell'Abbigliamento infantile con capi raccolti tra l'Ottocento e la metà del Novecento.

La Rocca fu fortificata dapprima dagli arcivescovi di Milano e successivamente dai Visconti e dai Borromeo. Lungo la strada di accesso alla Rocca, si trova una spelonca, già abitata in tempi preistorici e attribuita forse arbitrariamente al culto di Mitra. Interessanti la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta e la chiesa S. Alessandro.
Altro luogo di interesse è senz'altro l'Oasi della Bruschera e l'isolino Partegora, zona protetta ove si possono scorgere fauna e flora caratteristici del lago Maggiore.
Persone legate ad Angera:
Cristoforo Solari, detto il Gobbo. Scultore, architetto nato probabilmente ad Angera, fratello di Andrea pittore e scultore. Nel 1489 fu a Venezia, dove lavorò nella chiesa della Carità. Ritornato a Milano, nel 1493 lavorò per il Moro, nel 1501 lavorò per il Duomo di Milano, nel 1519 lavorò anche per il duomo di Como. Morì a Milano nel 1527.
Pietro Martire d'Anghiera. Nacque ad Arona dove i suoi genitori, originari di Angera, avevano dei possedimenti; egli, dopo vari viaggi, si stabilì alla Corte di Spagna, qui ebbe modo di accedere alle notizie che giungevano dalle nuove terre. Pietro il 13 novembre 1493 scrisse al card. Ascanio Sforza Visconti una prima lettera per descrivergli il primo viaggio di Cristoforo Colombo. Scriverà poi altre 11 lettere raccolte nel "De Orbe Novo" la sua più importante opera letteraria.
Antonio Greppi, partigiano, antifascista, scrittore e primo sindaco di Milano del dopoguerra.
Palmiro Togliatti vi si rifugiò durante le persecuzioni fasciste.
Il personaggio di maggior spicco dei Castiglioni di Angera, fu certamente Teresa nata il 15 ottobre ad Angera e morta a Como il 29 marzo 1821.
Alessandro Volta vi scopre l'"aria infiammabile nativa delle paludi", ossia l'attuale metano.
Giuseppe Garibaldi libera Angera dagli Austriaci durante la Seconda guerra di indipendenza italiana. Oggi la piazza è a lui dedicata.
Enzo Emilio Galbiati ultimo Capo di Stato Maggiore della M.V.S.N. che qui sposa Gianna Brovelli il 5 maggio 1930.


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giovedì 2 aprile 2015

IL PATRONO DI SALO' : SAN CARLO BORROMEO

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Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un'Accademia secondo l'uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant'Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all'interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un'opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentato. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584.

In un secolo in cui l'altezza media degli uomini non superava il metro e sessanta, Carlo Borromeo era alto più di un metro e ottanta. Così lo descrive Federico Rossi di Marignano non solo era molto alto, ma era anche di corporatura robusta. I digiuni di Carlo Borromeo negli ultimi anni di vita non consistevano nell'astinenza assoluta dal cibo, ma invece, secondo l'uso ecclesiastico antico, nel consumare un solo pasto al giorno, dopo il vespro, dando seguito alla raccomandazione di Ambrogio e di Agostino di destinare ai bisognosi il denaro risparmiato con il digiuno. Astenendosi da cibi costosi, elaborati e vari, cibandosi di un alimento comune e povero come il pane, Carlo l'assumeva tuttavia «in assai quantità», necessaria al sostentamento quotidiano di un corpo robusto come il suo.

Occorre anche ricordare che durante la vita adulta Carlo Borromeo portò sempre la barba, anche se la vasta iconografia seicentesca lo raffigura rasato. Egli cominciò infatti a radersi solo nel 1576, al tempo della peste, e mantenne il volto rasato in segno di penitenza durante gli ultimi otto anni di vita.

Inizialmente fu un celebre zio che aprì al giovane Carlo la strada della fama universale. Nipote per parte di madre, Margherita sorella di papa Pio IV, al secolo Gian Angelo Medici, Borromeo fu da lui nominato cardinale e segretario privato quando aveva poco più di vent'anni. In tale veste, dando esecuzione alle direttive dello zio, il giovane Carlo ebbe la singolare occasione di contribuire a riaprire, concludere e attuare il concilio di Trento. La fama di Carlo Borromeo cominciò dunque grazie all'istituto del nepotismo.

Attuando nella diocesi ambrosiana la riforma tridentina, vivendo costantemente in ascetica povertà, Carlo Borromeo dedicò la sua azione pastorale alla cura delle anime e alla riforma dei costumi, promuovendo oltre al culto «interiore» anche il culto «esteriore» - riti liturgici, preghiere collettive, processioni - ravvivando in tal modo la fede, l'identità e la coesione sociale soprattutto dei ceti più popolari.

Quando tuttavia dopo la morte dello zio papa Pio IV, nel 1566 Carlo Borromeo, a ventotto anni, si trasferì da Roma a Milano per attuare in patria la riforma tridentina, si trovò a dover riformare una diocesi nella quale la disciplina ecclesiastica era «del tutto persa», perché da quasi un secolo gli arcivescovi titolari, risiedendo altrove, l'avevano abbandonata a se stessa limitandosi a goderne le rendite. Nel riformare una tal diocesi «del tutto persa», Carlo si trovò a dover affrontare «contrasti tanto grandi et da persone tanto potenti che havriano impaurito ogni grand'animo».

Nell'attuare i decreti tridentini il Borromeo si espose infatti alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu contrastato dai governatori spagnoli e dal Senato milanese, minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant'Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibuggiata alla schiena da un sicario dell'ordine degli umiliati.

Figlio di Gilberto II Borromeo e Margherita Medici di Marignano, sorella di papa Pio IV, crebbe nella nobile e possidente famiglia Borromeo. All'età di circa dodici anni, suo zio Giulio Cesare Borromeo, gli affidò l'abbazia di San Leonardo di Siponto nella provincia di Manfredonia, con l'ufficio e la dignità di abate commendatario, il reddito della quale fu da lui devoluto interamente per la carità verso i poveri.

Studiò diritto canonico e civile a Pavia, dove si laureò in utroque iure nel 1559 e dove successivamente creò nel 1564 una struttura residenziale per studenti universitari di scarse condizioni economiche ma con elevati livelli di preparazione e attitudine allo studio; istituto che da lui prese il nome di Almo Collegio Borromeo, oggi il più antico e prestigioso collegio storico di Pavia e tra i più antichi d'Italia.

Nel 1558 morì suo padre. Pur avendo un fratello maggiore, il conte Federico Borromeo, a Carlo fu richiesto dai parenti di prendere il controllo degli impegnativi affari di famiglia.

Il 25 dicembre 1559 lo zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV e chiamò a Roma i suoi nipoti Federico e Carlo Borromeo, nominandoli segretario privato e arcivescovo di Milano. Nel 1562 Federico morì improvvisamente; fu consigliato a Carlo di lasciare l'ufficio ecclesiastico e di sposarsi ed avere dei figli, per non estinguere la dinastia familiare. Nel 1563 Carlo si fece invece ordinare sacerdote e vescovo. Partecipò alle ultime fasi del Concilio di Trento, diventando uno dei maggiori promotori della Controriforma; collaborò in larga parte alla stesura del Catechismo Tridentino (Catechismus Romanus).

Dopo la morte dello zio papa, nel 1566, lasciata la corte pontificia, prese possesso dell'arcidiocesi di Milano, nella quale da circa ottant'anni mancava un arcivescovo residente e nella quale si era radicata una situazione di pesante degrado. A Milano Carlo Borromeo ristabilì disciplina nel clero, negli ordini religiosi maschili e femminili, dedicandosi al rafforzamento della moralità dei sacerdoti e alla loro preparazione religiosa fondando, secondo le direttive del Concilio tridentino, i primi seminari: il seminario maggiore di Milano, il seminario elvetico e altri seminari minori. Per la sua opera riformatrice si servì anche dell'opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), fondando la congregazione degli Oblati di Sant'Ambrogio (1578).

Negli anni del suo episcopato, dal 1566 al 1584, si dedicò alla diocesi milanese costruendo e rinnovando chiese (i santuari di dell'Addolorata a Rho e del Sacro Monte di Varese, San Fedele a Milano e la chiesa della Purificazione di Maria Vergine in Traffiume); si impegnò nelle visite pastorali; curò la stesura di norme importanti per il rinnovamento dei costumi ecclesiastici. Fu nominato legato della Legazione di Romagna e visitatore apostolico di alcune diocesi suffraganee di Milano, in particolare Bergamo e Brescia, dove compì minuziose visite a tutte le parrocchie del territorio. La sua azione pastorale si allargò anche all'istruzione del laicato con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia).

Si impegnò in opere assistenziali in occasione di una durissima carestia nel 1569-70 e, soprattutto nel periodo della terribile peste del 1576-1577, detta anche "peste di San Carlo". Assai noto è l'episodio della processione organizzata dal santo per chiedere l'intercessione affinché il morbo si placasse, fatta a piedi nudi, con in mano la reliquia del santo chiodo inserita in una croce lignea appositamente costruita. Incredibilmente, il morbo si placò e ciò fu interpretato da molti come una manifestazione della santità dell'arcivescovo.

Attuando nella diocesi di Milano la riforma tridentina si scontrò contro le resistenze dei governatori spagnoli, del senato e dei nobili.

Per ordine del papa Pio V procedette alla riforma del potente ordine religioso degli Umiliati le cui idee si erano distanziate dalla Chiesa cattolica approssimandosi verso posizioni protestanti e calviniste. Quattro membri di quest'ordine attentarono alla sua vita. Uno di loro, Gerolamo Donati, detto il Farina (originario di Astano), gli sparò un colpo di archibugio nella schiena mentre Carlo Borromeo era inginocchiato a pregare nella cappella dell'arcivescovado. Il colpo lo ferì solo leggermente e in ciò si vide un evento miracoloso. Nella causa di canonizzazione del Borromeo si cita: "e circa mezz'ora di notte (verso le 22) va il manigoldo nell'Arcivescovado, e ritrovando il Cardinale inginocchiato nell'oratorio con la sua famiglia in oratione, secondo il suo solito, gli sparò nella schiena un archibuggio carico di palla e di quadretti, i quali perdendo la forza nel toccar le vesti non fecero a lui offesa veruna, eccetto che la palla, che colpì nel mezzo della schiena: vi lasciò un segno con alquanto tumore (gonfiore)".

Carlo non avrebbe voluto che i suoi attentatori fossero perseguiti, ma le autorità civili e un inquisitore inviato a Milano da papa Pio V procedettero secondo le leggi civili ed ecclesiastiche. Quattro responsabili dell'attentato alla sua vita furono arrestati e giustiziati secondo le leggi in vigore. L'ordine degli Umiliati fu soppresso e i beni furono devoluti ad altri ordini; in particolare, i possedimenti a Brera furono assegnati ai Gesuiti e furono finanziate opere religiose come le costruzioni del collegio Elvetico e della chiesa di San Fedele.

Nonostante le Diete di Ilanz del 1524 e del 1526 avessero proclamato la libertà di culto nella Repubblica delle Tre Leghe in Svizzera, egli combatté il protestantesimo nelle valli svizzere, imponendo rigidamente i dettami del Concilio di Trento. Nella sua visita pastorale in Val Mesolcina in Svizzera fece arrestare per stregoneria oltre 150 persone. Dopo le torture quasi tutti abbandonarono le fede protestante, salvandosi così la vita; 12 donne ed il prevosto furono invece condannati al rogo nel quale furono gettati a testa in giù.

Scampato alla peste, fu comunque indebolito in salute negli ultimi suoi anni. Il 2 novembre 1584, l'arcivescovo san Carlo Borromeo, febbricitante e di ritorno da una visita pastorale sul Lago Maggiore, tornò a Milano scendendo il Naviglio Grande, a bordo del Barchett di Boffalora. Sostò quindi a Corsico, per riprendersi dalla febbre alta, in località Guardia di Sotto e qui venne eretta un'edicola in ricordo; oggi l'edicola e l'adiacente chiesetta sono in completo abbandono e degrado. Proseguì quindi il viaggio verso Milano, su di una lettiga. Nonostante il trasporto in barella, la febbre, sempre più alta, lo spense per sempre, all'età di soli 46 anni, la sera del 3 novembre 1584 a Milano; essendo spirato dopo il tramonto, secondo l'uso del tempo venne considerato il giorno 4 come sua ricorrenza.

Fu proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610 da Paolo V (Camillo Borghese); la ricorrenza cade, secondo tradizione della Chiesa, il giorno della sua morte, il 4 novembre.

Nel terzo centenario della canonizzazione, il 26 maggio 1910 papa Pio X scrisse l'enciclica Editae Saepe in cui celebrò la memoria e l'opera apostolica e dottrinale di Carlo Borromeo. È considerato patrono dei seminaristi, dei direttori spirituali e dei capi spirituali, protettore dei frutteti di mele; si invoca contro le ulcere, i disordini intestinali, le malattie dello stomaco; è patrono della Lombardia, del Canton Ticino, di Monterey in California, di Salò, di Portomaggiore (Ferrara), di Rocca di Papa (Roma), Nizza Monferrato (Piemonte) e compatrono di Francavilla Fontana in Puglia.

Nell'esercizio della sua attività pastorale Carlo incontrava molte donne, religiose o laiche, sue parenti, conoscenti o sconosciute, nobili o popolane, ricche o povere, nobili o sposate. Con tutte queste donne Carlo Borromeo trattava tuttavia con molta prudenza per due ordini di motivi: anzitutto per non dare occasione ai maldicenti di fare insinuazioni sul suo conto e poi perché intendeva mantenere il voto di castità, sfuggendo anzitutto le occasioni che avrebbero potuto indurlo in tentazione. Durante i vent'anni del suo ministero episcopale a Milano, Carlo fu sempre nel pieno delle sue forze fisiche e il suo corpo, forte e robusto, era istintivamente attratto, al di là di ogni sua volontà, dalle grazie femminili. Quando era necessario parlare con qualche donna, il Borromeo faceva però sempre in modo che fossero presenti testimoni, solitamente ecclesiastici, e che il colloquio avvenisse, come ricordò il suo segretario Gerolamo Castano «in loco più publico che poteva et non si tratteneva se non quel manco tempo che poteva, trattando se non di quelle cose che erano necessarie».

Nel processo di canonizzazione i contemporanei dettero l'appellativo di "Castissimo" a Carlo Borromeo per la sua tenacia nella virtù della castità e della verginità consacrata. In gioventù aveva gettato a terra un suo vecchio servitore reo di avergli fatto accomodare una donna nel suo letto pensando di fargli cosa gradita, e non immaginando la sensibilità religiosa del giovane signore.

San Carlo rimase terribilmente sconvolto anche imbattendosi nell'immagine di Leobissa, la moglie del Barbarossa, dai Milanesi per scherno effigiata nuda nella pietra e in atto di radersi come usavano le prostitute. Essa aveva da secoli partecipato, con la sua familiare immobile presenza, a tutto lo scorrere della vita cittadina. Nel vederla incombente a gambe larghe dall'arco di Porta Tosa, il santo si sentì beffato e annichilito. «il Castissimo, in tutta la sua vita non volendo parlar mai con donna alcuna, anche se gli fosse stretta parente» (Padre Grattarola).



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