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mercoledì 21 settembre 2016

LA PACE

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La pace è il bene più prezioso per l’umanità: purtroppo se ne comprende l’immenso valore solo quando questo bene viene perduto.

La pace senz'altro è il bene più grande a cui l’umanità possa aspirare, ma è stata anche tante volte negata da conflitti fra popoli e guerre civili, che hanno portato al genere umano sofferenze indicibili. Possiamo dire che la storia umana è caratterizzata solo da brevi periodi di pace e che le guerre siano sempre state, nel passato, il mezzo preferito per risolvere le controversie.
La pace è quella condizione che consente all'umanità di aspirare anche ad altri importanti valori, che hanno dato significato al lungo cammino umano, come la libertà, la giustizia, la democrazie. E’ infatti impossibile poter godere della libertà, senza che vi sia la concordia fra gli uomini, così come, ovviamente, non può esserci alcuna forma di giustizia in presenza della violenza e della sopraffazione che ogni guerra comporta. Allo stesso modo, la costruzione della vera democrazia si può avere solo in condizioni di pace duratura.
Scrittori, filosofi, profeti di religioni diverse, hanno sempre ammonito l’umanità a fare il possibile per non perdere il bene prezioso della pace, ma, troppo spesso l’uomo, nel passato, si è lasciato sopraffare dall'istinto ferino che la razionalità non è riuscita a controllare, dal fanatismo, dall'odio politico o religioso, dal gusto della violenza o più semplicemente dal bieco egoismo di difendere i propri interessi a danno di quelli degli altri.
Il valore della pace è assoluto, cioè non subordinato ad alcuna condizione, in quanto la perdita della pace comporta un danno sempre superiore a qualsiasi altro diritto violato o torto subito.
Ciò non significa che bisogna essere succubi di qualsiasi ricatto, ma semplicemente che non bisogna mai smarrire la via della ragione e della ricomposizione pacifica e negoziata di quei contrasti che sempre la dialettica dei rapporti sociali e internazionali fa emergere. Il valore immenso della pace viene compreso dagli uomini quasi sempre quando questi l’hanno irrimediabilmente perduta, ma allora diventa anche più difficile vincere l’odio che la spirale ella violenza ha generato.

Troppe risorse che potrebbero alleviare tanti disagi e tante sofferenze dell’umanità sono purtroppo destinate alle spese per armamenti.
Troppe risorse sono bruciate nelle spese per armamenti, risorse che potrebbero essere utilizzate per alleviare le immense sofferenze di tanta parte della popolazione umana che, soprattutto nelle aree depresse del Terzo Mondo, vive in condizioni caratterizzate da fame, miseria, analfabetismo, igiene terribilmente precaria, alto tasso di mortalità infantile. Eppure tutti i governi del mondo, nessuno escluso, preferiscono spendere per allestire ordigni di morte, anziché per favorire la vita.

Pace. Una parola dalle mille sfaccettature, che oggi più che mai sembra un'utopia, un traguardo globale molto lontano. Il Mahatma Gandhi, il cui appellativo significa “grande anima” ha declinato questa parola così semplice eppure così profonda in tanti modi.

Insegnamento 1: Il potere è di due tipi: uno si ottiene dalla paura della punizione e l'altro da atti d'amore. Il potere basato sull'amore è mille volte più efficace e permanente da quello derivato dalla paura della punizione.

Secondo il Mahatma la forza non vince mai contro il potere dell'amore. In questo momento di grande fermento e agitazione nel mondo, la più grande forza da non sottovalutare è quella che viene dall'amore.

Insegnamento 2: Che differenza c'è tra morti, orfani, e senzatetto, se la folle distruzione passa sotto il nome di totalitarismo o sotto quello di libertà e democrazia?

La storia ha visto innumerevoli esempi di dittatori che hanno portato distruzione. Un mondo di pace può essere raggiunto se impariamo il potere della non violenza, come dimostra la vita del Mahatma Gandhi.

Quest'ultimo ha dimostrato che possiamo raggiungere libertà, giustizia e democrazia per l'umanità senza uccidere nessuno, senza rendere alcun bambino orfano e senza privare nessuno della propria casa per colpa dei danni causati dalla guerra.



Insegnamento 3: Ci sono molti motivi per cui io sono pronto a morire, ma nessuna per cui io sia pronto a uccidere. Al centro della nostra esistenza, secondo Gandhi, c'è il nostro innato desiderio di vivere una vita tranquilla. La più grande e nobile causa deve essere solo quella di portare la pace in questo mondo anche offrendo il proprio sacrificio invece del dolore altrui.

Insegnamento 4: Occhio per occhio servirà solo a rendere cieco tutto il mondo diceva Gandhi. Non importa dove viviamo, quale religione professiamo o qual è la cultura che coltiviamo: al centro di tutto siamo tutti esseri umani.

Insegnamento 5: Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, predicava il Mahatma. Non si può portare la pace nel mondo a tutti a meno che un leader politico non dimostri di cambiare in prima persona. Ciò vale per tutti, non solo per i rappresentanti politici.

Kant prospettava l’idea di una società cosmopolita in cui sarebbe regnata una “pace perpetua”: un mondo dove gli umani, in virtù del dono che li distingue dagli animali, la ragione, fossero stati in grado di anteporre una coesistenza pacifica agli interessi, alle violenze, all’avidità dei pochi.
Un mondo dove la pace diventava condizione necessaria perché la stessa ragione potesse sussistere e sopravvivere e continuare a comprendere quello che lui definì “il sublime”, l’infinita piccolezza dell’uomo, la sua superiorità sulla materia non cosciente.
Il problema della pace come corrente di pensiero vero e proprio ha trovato in Gandhi un forte teorico e fautore; i suoi principi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa e a personaggi dello spettacolo, si diffusero nel mondo occidentalizzato e numerosi movimenti nacquero. I moti dell’autunno caldo in fondo si muovevano anche su questo principio.
Discutere oggi sul significato della pace sembra apparire una discussione per molti sorpassata, soprattutto per molti pacifisti radicali, convinti che la pace è per forza di cose l’unica via. Eppure lo stesso Gandhi ammetteva il ricorso alla violenza in caso di legittima difesa.
Alla base del discorso della non violenza e di chi la sostiene, vi sta un problema di fondo che molto spesso noi non ci poniamo: la pace è davvero la migliore delle soluzioni?
Apparentemente si, tendiamo a rispondere. Ma se ci pensiamo un attimo, si può intendere come la nostra risposta in realtà sia falsa, priva di fondamenti concreti. Innanzitutto il termine guerra con la nostra vita non è mai entrato davvero in contatto. Sappiamo che è un momento in cui la gente muore, per lo più innocenti civili, che provoca dolore e morte. Da questa considerazione tendiamo, da buoni ipocriti cristiani che siamo, a scacciare il pensiero della guerra. In realtà il nostro comportamento non è quello del medico che cura il paziente malato, bensì quello del medico che preferisce lasciarlo ad un altro collega.
Il pacifismo è spesso dunque una posizione di comodo adottata da noi occidentali per non sentire il problema stesso della guerra e adattarsi alle convinzioni civili di una convivenza pacifica, senza in realtà capire il perché.
Ma qui non è una questione solo di adattamento pratico al mondo che ci circonda, ma addirittura mentale. Molta gente, magari inconsciamente, sceglie il pacifismo perché è ritenuto un principio assoluto e come tale difficilmente contestabile. La chiesa lo appoggia; la civiltà occidentale in linea di principio; la televisione lo accetta.


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lunedì 18 luglio 2016

PAPA GIOVANNI XXIII

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« Tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: "Questa è la carezza del Papa!" »
(Papa Giovanni XXIII)

Nato a Brusicco frazione di Sotto il Monte, un piccolo paese della provincia di Bergamo, il 25 novembre del 1881, da Battista Roncalli e da Marianna Mazzola, quarto di tredici fratelli, veniva - a differenza del suo predecessore, Eugenio Pacelli, che era di stirpe nobile - da una famiglia di umili origini: i suoi parenti lavoravano infatti come mezzadri. Ricevette il sacramento della cresima il 13 febbraio 1889 dal vescovo di Bergamo monsignor Guindani. Grazie all'aiuto economico di suo zio Zaverio, studiò presso il seminario minore di Bergamo, vinse una borsa di studio e si trasferì al seminario dell'Apollinare di Roma, l'attuale Pontificio Seminario Romano Maggiore, dove completò brillantemente gli studi e fu ordinato prete nella chiesa di Santa Maria in Montesanto, in Piazza del Popolo, il 10 agosto 1904.

Durante la permanenza a Roma partecipando nel 1903 ai funerali del cardinal Lucido Maria Parocchi ebbe a scrivere: "Se io possedessi la scienza e la virtù sua, io potrei ben chiamarmi soddisfatto". Da ragazzo, e durante il seminario, manifestò la venerazione per la Vergine con numerosi pellegrinaggi al Santuario della Madonna del Bosco ad Imbersago. Nel 1901 era stato coscritto ed arruolato nel 73º Reggimento fanteria, brigata Lombardia, di stanza a Bergamo.

Venne ordinato sacerdote il 10 agosto 1904 dall'Arcivescovo Giuseppe Ceppetelli.
Nel 1905 monsignor Giacomo Radini-Tedeschi, allora nuovo vescovo di Bergamo lo nominò suo segretario personale. Roncalli si segnalò per la dedizione, la discrezione e l'efficienza. A sua volta Radini-Tedeschi rimarrà sempre guida ed esempio per Angelo Roncalli. La personalità di questo vescovo, riuscirà a sensibilizzare Roncalli a nuove idee e movimenti della chiesa del tempo, rendendolo sensibile alla questione sociale, in un'epoca in cui valeva ancora il "non expedit" che, dopo il 1861, impediva ai cattolici di impegnarsi in politica. In particolare Radini Tedeschi e Roncalli saranno figure fondamentali nello sciopero di Ranica (BG) tanto che saranno anche messi sotto accusa dal Sant'Uffizio, salvo poi uscirne indenni. Roncalli restò al fianco di Radini-Tedeschi fino alla morte di questi, il 22 agosto 1914, durante questo periodo si dedicò altresì all'insegnamento della storia della Chiesa presso il seminario di Bergamo. Si contraddistinse anche nel lavoro di ricerca storica sulla diocesi, lavorando sull'edizione critica degli atti della visita apostolica a Bergamo di San Carlo Borromeo.

Fu richiamato nel 1915, a guerra iniziata, nella sanità militare e ne fu poi congedato col grado di tenente cappellano. L'affermazione, nel 1919, del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, fu vista da Roncalli come "una vittoria del pensiero cristiano".

Nel 1921 papa Benedetto XV lo nominò prelato domestico (che gli valeva l'appellativo di monsignore) e presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell'Opera della Propagazione della Fede. In tale ambito egli si occupò fra l'altro della redazione del motu proprio del nuovo papa Pio XI Romanorum pontificum, che divenne la magna charta della cooperazione missionaria.

L'avvento del fascismo non trovò monsignor Roncalli particolarmente favorevole al nuovo regime: alle ultime elezioni che si tennero con liste contrapposte (1924), dichiarò alla famiglia di restar fedele al Partito Popolare, nonostante la politica filo-fascista dell'Azione Cattolica. Il suo giudizio su Mussolini è abbastanza negativo, pur nella consueta moderazione dei toni: "la salute dell'Italia non può venire neanche da Mussolini, per quanto sia un uomo d'ingegno. I suoi fini sono forse buoni e retti, ma i mezzi sono iniqui e contrari alla legge del Vangelo".

Nel 1925 papa Pio XI lo nominò visitatore apostolico in Bulgaria, elevandolo alla dignità episcopale e affidandogli la sede titolare, pro illa vice con titolo arcivescovile, di Areopoli. Si trattava di una diocesi antica della Palestina, un tempo chiamata in partibus infidelium, ossia, semplicemente, un titolo disponibile per attribuire il rango di vescovo - in questo caso a Roncalli - senza dovere affidare al prescelto le cure pastorali di una diocesi effettiva. Roncalli scelse come motto episcopale Oboedientia et pax ("Ubbidienza e pace", in latino), frase che divenne il simbolo del suo operato e che aveva ripreso dal motto del cardinale Cesare Baronio Pax et oboedientia.

La consacrazione episcopale, presieduta dal cardinale Giovanni Tacci Porcelli, Segretario della Congregazione Orientale, si tenne il 19 marzo 1925 a Roma nella chiesa di San Carlo al Corso. Inizialmente il suo ministero in Bulgaria doveva durare solo qualche mese, per espletare cinque compiti: visitare tutte le comunità cattoliche del regno (cosa che fece dal maggio al settembre 1925); risolvere il conflitto nella Diocesi di Nicopoli tra don Karl Raev e il vescovo passionista monsignor Damian Theelen (cosa che realizzò nei primissimi mesi); promuovere ed avviare un seminario nazionale per la formazione di sacerdoti locali (cosa che non riuscì mai ad ottenere); riorganizzare la comunità di rito orientale (cosa che realizzò nel 1926, con l'ordinazione del primo esarca monsignor Kirill Kurtev); avviare le relazioni diplomatiche con la corte e il governo, in vista di una piena rappresentanza della Santa Sede (lavorò che portò alla creazione, il 26 settembre 1931, della Delegazione Apostolica).

Per diversi motivi i previsti pochi mesi diventarono dieci anni, e così monsignor Roncalli ebbe occasione di inserirsi più profondamente nella vita del popolo bulgaro, di cui anche imparò la lingua. Si ritrovò anche in contatto con la maggioranza ortodossa della popolazione, nei confronti della quale dimostrò una particolare carità, sempre nell'ambito dell'ideale unionista, senza alcuna anticipazione ecumenica. In seguito dovette occuparsi pure del matrimonio tra il re bulgaro Boris III, ortodosso, e la figlia del re d'Italia Vittorio Emanuele III, Giovanna di Savoia.

Papa Pio XI aveva infatti concesso la dispensa per il matrimonio di mista religione a condizione che lo sposalizio non venisse ripetuto nella Chiesa ortodossa e che l'eventuale prole fosse battezzata ed educata cattolicamente. Dopo la cerimonia cattolica celebrata ad Assisi il 25 ottobre 1930, il 31 ottobre 1930 la coppia reale, pur senza rinnovare il consenso matrimoniale, diede ad intendere al popolo bulgaro di aver ripetuto il connubio nella cattedrale ortodossa di Sofia. La profonda irritazione di papa Pio XI per l'accaduto diede luogo a una solenne protesta papale. Il battesimo ortodosso dei figli della coppia, a partire da quello di Maria Luisa nel gennaio del 1933, diede spunto ad ulteriore indignazione, che prese la forma di nuova pubblica protesta pontificia.

Nel 1934 fu nominato arcivescovo titolare di Mesembria, antica città della Bulgaria, con l'incarico di delegato apostolico in Turchia e in Grecia ed inoltre di amministratore apostolico "sede vacante" del Vicariato apostolico di Istanbul. Questo periodo della vita di Roncalli, che coincise con la seconda guerra mondiale, è ricordato in particolare per i suoi interventi a favore degli ebrei in fuga dagli stati europei occupati dai nazisti.

Roncalli strinse uno stretto rapporto con l'ambasciatore di Germania ad Ankara, il cattolico Franz von Papen, ex cancelliere del Reich, pregandolo di adoperarsi in favore degli ebrei. Così testimonierà l'ambasciatore tedesco: "Andavo a Messa da lui nella delegazione apostolica. Parlavamo del modo migliore per garantire la neutralità della Turchia. Eravamo amici. Io gli passavo soldi, vestiti, cibo, medicine per gli ebrei che si rivolgevano a lui, arrivando scalzi e nudi dalle nazioni dell'est europeo, man mano che venivano occupate dalle forze del Reich. Credo che 24 mila ebrei siano stati aiutati a quel modo".

Durante la guerra, una nave piena di bambini ebrei tedeschi, miracolosamente sfuggita ad ogni controllo, giunse al porto di Istanbul. Secondo le regole della neutralità, la Turchia avrebbe dovuto rimandare quei bambini in Germania, dove sarebbero stati avviati ai campi di sterminio. Monsignor Roncalli si adoperò giorno e notte per la loro salvezza e, alla fine - grazie anche alla sua amicizia con von Papen - i bambini si salvarono.

Nel luglio del 1943 Angelo Roncalli scrisse sul diario: «La notizia più grave del giorno è il ritiro di Mussolini dal potere. L'accolgo con molta calma. Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza, che gli fa onore. No, io non getterò pietre contro di lui. Anche per lui sic transit gloria mundi. Ma il gran bene che lui ha fatto all'Italia resta. Il ritirarsi così è espiazione di qualche suo errore. Dominus parcat illi (Dio abbia pietà di lui)».

Nel 1944 papa Pio XII nominò monsignor Roncalli nunzio apostolico a Parigi. Nel frattempo, con l'occupazione tedesca dell'Ungheria, erano iniziate le deportazioni e le esecuzioni di massa anche in quel paese. La collaborazione del nunzio apostolico e il diplomatico svedese Raoul Wallenberg consentì a migliaia di ebrei di evitare la camera a gas. Venuto a conoscenza - grazie a Wallenberg - che migliaia di ebrei erano riusciti a varcare il confine dell'Ungheria e a rifugiarsi in Bulgaria, Roncalli scrisse una lettera a re Boris III (in debito verso il nunzio, che aveva fatto celebrare il suo matrimonio, nonostante le difficoltà sopra descritte), pregandolo di non cedere all'ultimatum di Adolf Hitler che aveva ordinato di rispedire indietro i profughi.

I vagoni con gli ebrei erano già al confine, ma il re annullò l'ordine di deportazione. Una ricerca portata avanti dalla Fondazione Wallenberg e dal Comitato Roncalli, con la partecipazione di alcuni storici, ha messo in luce che il nunzio apostolico, approfittando delle sue prerogative diplomatiche, provvide a inviare, agli ebrei ungheresi, falsi certificati di battesimo e di immigrazione per la Palestina, dove infine giunsero. Il suo intervento si estese a favore degli ebrei di Slovacchia e Bulgaria e si moltiplicò per molte altre vittime del nazismo. La International Raoul Wallenberg Foundation, sin dal settembre 2000, ha chiesto formalmente allo Yad Vashem di Gerusalemme di inserire il nome di Angelo Giuseppe Roncalli nell'elenco dei Giusti tra le nazioni.

Fra i maggiori successi diplomatici a Parigi si segnala la riduzione del numero di vescovi di cui il governo francese reclamava l'epurazione in quanto compromessi con la Francia di Vichy. Roncalli riuscì a fare sì che Pio XII fosse costretto ad accettare soltanto le dimissioni di tre vescovi (quelli di Mende, Aix e Arras), oltre quello di un vescovo ausiliare di Parigi e di tre vicari apostolici delle colonie d'Oltremare. Quando, nel 1953, Roncalli fu creato cardinale, il presidente francese Vincent Auriol, (benché socialista e notoriamente ateo), reclamò un antico privilegio riservato ai monarchi francesi e gli impose personalmente la berretta cardinalizia durante una cerimonia al Palazzo dell'Eliseo (lo stesso Presidente francese gli conferì la Gran Croce della Legione d'Onore della Repubblica Francese il 14 gennaio 1958).

Nel 1953, oltre a essere creato cardinale da papa Pio XII nel concistoro del 12 gennaio di quell'anno, fu nominato patriarca di Venezia, dove poté finalmente esercitare quel lavoro pastorale immediato, a stretto contatto con i sacerdoti e il popolo che aveva sempre desiderato fin dal giorno della sua ordinazione sacerdotale.

Il nuovo Patriarca condusse una vita modesta, evitando barriere formali con fedeli e sconosciuti; faceva spesso lunghe passeggiate per le strade e i campielli, accompagnato solo dal nuovo segretario don Loris Francesco Capovilla, fermandosi a conversare in dialetto anche con i gondolieri. Chiunque poteva andare a trovarlo nella dimora patriarcale perché – fece sapere - "chiunque può aver bisogno di confessarsi e non potrei rifiutare le confidenze di un'anima in pena". Secondo un'espressione testuale attribuita da un giornale ad un veneziano, "riceveva senza tante storie anche l'ultimo degli straccioni".

Inoltre durante questo periodo si segnalò per alcuni gesti di apertura: fra i tanti va ricordato il messaggio che inviò al Congresso del PSI - partito ancora alleato del PCI i cui dirigenti e propagandisti erano stati scomunicati da papa Pio XII nel 1949 -, quando il 6 febbraio 1957 i socialisti si riunirono nella città lagunare. Ciò nonostante, non rinnegò mai la continuità con le posizioni storiche della Chiesa nei confronti delle sfide quotidiane: Jean Guitton, accademico di Francia e osservatore laico al Concilio Vaticano II, ricorda che, come riportato in una rivista del 2 gennaio 1957, Angelo Roncalli individuava le «cinque piaghe d'oggi del Crocifisso» nell'imperialismo, nel marxismo, nella democrazia progressista, nella massoneria e nel laicismo.

A Venezia, Roncalli non abbandonò l'impegno apostolare ecumenico già esercitato nelle sue missioni in Oriente: proseguirono, infatti i suoi contatti con i "fratelli separati" e partecipò ogni anno all'Ottava per l'Unità delle Chiese con omelie e conferenze.

Alla sua partenza per il Conclave del 1958, per la morte di Pio XII, una grande folla l'accompagnò alla stazione facendogli a gran voce gli auguri di buon viaggio e di buon lavoro.

Il 28 ottobre 1958, con grande sorpresa della maggior parte dei fedeli, Roncalli fu eletto papa e il 4 novembre dello stesso anno fu incoronato, divenendo così il 261º Sommo pontefice. Secondo alcuni analisti sarebbe stato scelto principalmente per un'unica ragione: la sua età. Dopo il lungo pontificato del suo predecessore, i cardinali avrebbero perciò scelto un uomo che presumevano, per via della sua età avanzata e della modestia personale, sarebbe stato un papa di «transizione». Ciò che giunse inaspettato fu il fatto che il calore umano, il buon umore e la gentilezza di Giovanni XXIII, oltre alla sua esperienza diplomatica, conquistarono l'affetto di tutto il mondo cattolico e la stima dei non cattolici.



Fin dal momento della scelta del nome, molti cardinali si accorsero che Roncalli non era ciò che loro si aspettavano, infatti Giovanni era un nome che nessun papa adottava da secoli, possibilmente perché nella storia, dal 1410 al 1415, c'era stato un antipapa di nome Giovanni XXIII.

Inoltre, fatto che non succedeva dall'elezione di Pio IX, al momento dell'apertura momentanea della Cappella Sistina per far entrare monsignor Alberto di Jorio, segretario del Conclave, subito dopo l'elezione e l'accettazione, appena il prelato si inginocchiò in segno di omaggio davanti a lui, il nuovo Papa, ancora seduto sul suo scranno da porporato, vestito degli abiti cardinalizi, si tolse dal capo lo zucchetto rosso e lo posò in testa a Di Jorio, fra la sorpresa generale dei cardinali confratelli che lo attorniavano e che si accorsero, già da questo fatto, che il nuovo Pontefice sarebbe stato un uomo di sorprese e non un "vecchietto accomodante". Scelse quale segretario privato monsignor Loris Francesco Capovilla, che già lo assisteva quand'era patriarca di Venezia. Capovilla è restato, dopo la morte di Roncalli, un fedele custode della sua memoria.

Quando il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli fu eletto e divenne papa Giovanni, ci fu una piccola controversia per decidere se lui doveva essere chiamato Giovanni XXIII oppure Giovanni XXIV; lui stesso dichiarò che il suo nome pontificale era Giovanni XXIII chiudendo la questione.

La decisione di Roncalli di non essere chiamato Giovanni XXIV, come ci si poteva aspettare, valeva come una conferma dello stato di antipapa di questo primo Giovanni XXIII. La scelta del numerale "XXIII" da parte di Roncalli venne presa, in un certo senso, già sabato 27 settembre 1958 a Lodi dove l'allora ancora porporato, quale legato pontificio per le celebrazioni del centenario della rifondazione della città, accolto dal vescovo Tarcisio Vincenzo Benedetti, visitò la quadreria della Sala Gialla del palazzo vescovile di Lodi, dove sono presenti le effigi dell'antipapa Giovanni XXIII e dell'imperatore Sigismondo, che si incontrarono a Lodi nel 1414. Roncalli fece notare bonariamente all'amico Benedetti che non era conveniente tenere in un palazzo vescovile il quadro di un antipapa. Sorta la discussione circa il nome Giovanni XXIII o XXIV in un'eventuale scelta di "Giovanni" da parte di un nuovo pontefice, Roncalli espresse l'opinione che fosse giusto Giovanni XXIII, poiché Baldassarre Cossa era stato un antipapa. Non sapeva che da lì a pochi mesi sarebbe stato lui, come successore di Pio XII, a compiere quella scelta.

Già nel dicembre 1958 papa Giovanni XXIII provvide a integrare il Collegio cardinalizio, che a causa dei rari concistori di Pio XII era ormai numericamente assai ridotto. In quattro anni e mezzo creò cinquantadue nuovi cardinali, superando il tetto massimo di settanta, fissato nel XVI secolo da papa Sisto V. Nel concistoro del 28 marzo 1960 nominò il primo cardinale di colore, l'africano Laurean Rugambwa, il primo cardinale giapponese, Peter Tatsuo Doi, e il primo cardinale filippino, Rufino Jiao Santos. Il 6 maggio 1962, elevò agli altari anche il primo santo di colore, Martín de Porres, il cui iter canonico era iniziato nel 1660 e poi interrotto.

Il suo pontificato fu segnato da episodi indelebilmente registrati dalla memoria popolare, oltre che da un'aneddotica celeberrima e vastissima. I suoi «fuori programma», talvolta strepitosamente coinvolgenti, riempirono quel vuoto di contatto con il popolo che le precedenti figure pontificie avevano accuratamente preservato come modo di comunicazione distante e immanentista del «Vicario di Cristo in Terra», quale è il ruolo dogmatico del pontefice. Per il primo Natale da papa visitò i bambini malati dell'ospedale romano Bambin Gesù, ove benedisse i piccoli, alcuni dei quali lo avevano scambiato per Babbo Natale.

Il giorno di santo Stefano, sempre del suo primo anno di pontificato, il 26 dicembre 1958, visitò i carcerati nella prigione romana di Regina Coeli, dicendo loro: «Non potete venire da me, così io vengo da voi... Dunque eccomi qua, sono venuto, m'avete visto; io ho fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il cuor mio vicino al vostro cuore... La prima lettera che scriverete a casa deve portare la notizia che il papa è stato da voi e si impegna a pregare per i vostri familiari». Memorabilmente, accarezzò il capo del recluso che, disperato, inaspettatamente gli si buttò ai piedi domandandogli se «le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me».

In totale si contano 152 uscite dalle mura del Vaticano del Papa bergamasco, nel suo breve pontificato, adottando per primo l'abitudine della visita domenicale alle parrocchie romane. Un suo tratto distintivo era l'immancabile battuta. Quando si recò al vicino Ospedale Santo Spirito per visitare senza tanto clamore un suo amico sacerdote ricoverato, suonò personalmente alla porta delle suore che, senza chiedere chi fosse, aprirono e si trovarono davanti il Pontefice. La suora superiora, emozionata, si presentò: "Santo Padre... sono la Madre Superiora dello Spirito Santo!". Con prontezza di spirito, il Papa rispose: "Beata lei, che carriera! Io sono solo il servo dei servi di Dio!".

Quando la moglie del Presidente degli Stati Uniti, Jacqueline Kennedy, si recò in visita in Vaticano per incontrarlo, egli iniziò a provare nervosamente le due formule di benvenuto che gli era stato consigliato di usare: «mrs Kennedy, madame» o «madame, mrs Kennedy». Quando la Kennedy arrivò, comunque, per il divertimento della stampa, abbandonò entrambe e le venne incontro appellandola semplicemente: «madame Jacqueline!».

Il radicalismo di papa Giovanni XXIII non si fermò all'informalità. Fra lo stupore dei suoi consiglieri e vincendo le remore e le resistenze della parte conservatrice della Curia, indisse un concilio ecumenico, meno di novant'anni dopo il Concilio Vaticano I; mentre i suoi consiglieri pensavano a tempi lunghi (almeno un decennio) per i preparativi, Giovanni XXIII lo programmò e lo organizzò in pochi mesi. Il 25 dicembre 1961 nella Bolla d'Indizione “Humanae Salutis”, Giovanni XXIII indicò la finalità del Concilio nella ricerca dell'unità e nella pace del mondo.

Giovanni XXIII ebbe rapporti fraterni con i rappresentanti di diverse confessioni cristiane e non cristiane, in particolar modo con il pastore David J. Du Plessis, ministro pentecostale della Chiesa Cristiana Evangelica delle Assemblee di Dio. Il venerdì Santo del 1959, senza alcun preavviso, diede ordine di “cancellare” dalla preghiera “Pro Judaeis”, che veniva recitata in quel giorno durante la liturgia solenne, il penoso aggettivo che qualificava “perfidi” gli Ebrei. Questo gesto fu considerato un primo passo verso il riavvicinamento tra le due religioni monoteiste e indusse Jules Isaac, direttore dell'Associazione “Amicizia ebraico-cristiana” a chiedere un'udienza al Papa, che venne accordata il 13 giugno 1960.

Il 2 dicembre 1960 Giovanni XXIII incontrò in Vaticano, per circa un'ora, Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury. Fu la prima volta in oltre 400 anni che un capo della Chiesa Anglicana visitava il Papa.

Il 17 ottobre 1961, in occasione dell'anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, papa Giovanni XXIII ricevette in Vaticano un gruppo di centotrenta ebrei provenienti dagli Stati Uniti per ringraziarlo per la sua opera a favore del popolo ebraico, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, e li accolse con le parole bibliche: “Io sono Giuseppe, vostro fratello”, in riferimento (oltre che al proprio nome di battesimo) all'incontro in Egitto e alla riconciliazione tra il patriarca Giuseppe e i suoi undici fratelli che, in gioventù, lo avevano perseguitato.

Il 3 gennaio 1962 si diffuse la notizia che papa Giovanni XXIII avesse scomunicato Fidel Castro dando seguito al decreto del 1949 di papa Pio XII che vietava ai cattolici di appoggiare i governi comunisti. A parlare di scomunica fu l'arcivescovo Dino Staffa, in quel momento segretario della Congregazione per i seminari, che in base ai suoi studi di diritto canonico la considerava già operata de facto se non di diritto; inoltre altri importanti esponenti della curia volevano con questa mossa lanciare un segnale ostile al centrosinistra nascente in Italia. L'autorevolezza di tali voci fece in modo che la leggenda della scomunica non venisse smentita dal Papa (che però ci rimase molto male) e che fosse creduta da tutti, anche dallo stesso Castro, che aveva precedentemente abbandonato la fede cattolica e che dunque lo considerò un evento di scarse conseguenze poiché per sua stessa ammissione non è mai stato credente.

In realtà tale atto non è stato mai effettuato dal Pontefice, come ha rivelato il 28 marzo 2012 l'allora segretario di Angelo Giuseppe Roncalli, monsignor Loris Capovilla, secondo cui la parola "scomunica" non faceva parte del vocabolario del Papa buono. A testimonianza di quanto dichiarato, basti leggere il diario di Giovanni XXIII in cui egli non accenna al provvedimento né il 3 gennaio 1962 (data in cui parla solamente delle sue udienze) né in altre date.

Nello stesso 1962, il Sant'Uffizio nella figura del cardinale Alfredo Ottaviani redasse il Crimen sollicitationis, con l'avallo di papa Giovanni: un documento diretto a tutti i vescovi del globo, che stabilisce le pene da comminare secondo il diritto canonico nelle cause di sollicitatio ad turpia (latino, «provocazione a cose turpi»), cioè quando un chierico (presbitero o vescovo) veniva accusato di usare il sacramento della confessione per fare avances sessuali ai penitenti. In esso fu prevista, per gli episodi più gravi, la scomunica per coloro che non vi si fossero attenuti.

Il 4 ottobre 1962, ad una settimana dall'inizio del Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII si recò in pellegrinaggio a Loreto e Assisi per affidare le sorti dell'imminente Concilio alla Madonna e a San Francesco (Roncalli era dall'età di 14 anni terziario francescano). Per la prima volta dall'unità d'Italia un papa uscì dai confini di Roma e dintorni. Il breve tragitto costituì l'esempio di papa pellegrino che fu poi seguito dai suoi successori (Paolo VI, Giovanni Paolo II, ecc.). La gente accolse l'iniziativa affollando a dismisura le varie stazioni dove sostò il treno papale e i due santuari meta del tragitto (ad Assisi persino i frati salirono sui tetti antistanti la basilica).

Uno dei più celebri discorsi di papa Giovanni - forse una delle allocuzioni in assoluto più celebri della storia della Chiesa - è quello che ormai si conosce come «Il discorso della luna». L'11 ottobre 1962, in occasione della serata di apertura del Concilio, piazza San Pietro era gremita di fedeli. Chiamato a gran voce, Roncalli decise di affacciarsi, per limitarsi a benedire i presenti. Poi si convinse a pronunciare, a braccio, un discorso semplice, dolce e poetico, con un richiamo straordinario alla luna, pur tuttavia contenente elementi del tutto innovativi:

« Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera - osservatela in alto - a guardare a questo spettacolo. »
Poi il Papa salutò i fedeli della diocesi di Roma (essendone anche il vescovo), e si produsse in un atto di umiltà forse senza precedenti, asserendo tra le altre cose:

« La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per volontà di Nostro Signore, ma tutti insieme paternità e fraternità è grazia di Dio (..)
(...) Facciamo onore alle impressioni di questa sera, che siano sempre i nostri sentimenti, come ora li esprimiamo davanti al cielo, e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore dei fratelli. E poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del bene. »
E, sulla linea dell'umiltà, impartì un ordine da pontefice con il parlare di un curato:

« Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. »

Pochi giorni dopo l'apertura del Concilio ecumenico, il mondo sembra precipitare nel baratro di un conflitto nucleare. Il 22 ottobre 1962, il presidente degli Stati Uniti d'America, John F. Kennedy, infatti, annuncia alla nazione la presenza di installazioni missilistiche a Cuba e l'avvicinamento all'isola di alcune navi sovietiche con a bordo le testate nucleari per l'armamento dei missili. Il Presidente statunitense impone un blocco navale militare a 800 miglia dall'isola, ordinando agli equipaggi di essere pronti ad ogni eventualità, ma le navi sovietiche sembrano intenzionate a forzare il blocco.

Di fronte alla drammaticità della situazione, il Papa sente la necessità di agire per la pace. Il 25 ottobre successivo, alla Radio Vaticana, rivolge "a tutti gli uomini di buona volontà" un messaggio in lingua francese, già consegnato - in precedenza - all'ambasciatore degli Stati Uniti presso la santa Sede e ai rappresentanti dell'Unione Sovietica: “Alla Chiesa sta a cuore più d'ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni. A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell'umanità. Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze. Continuino a trattare. Sì, questa disposizione leale e aperta ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e in faccia alla storia. Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra”.

Il messaggio suscita consenso in entrambe le parti in causa e, alla fine, la crisi rientra.

Non sono stati ancora pubblicati documenti sull'attività per la pace esercitata in quei giorni della diplomazia vaticana nei confronti del cattolico Kennedy e sull'Unione Sovietica, per tramite del governo italiano, presieduto dal democristiano Amintore Fanfani. È certo, peraltro che, il 27 ottobre alle ore 11.03, dopo nemmeno quarantotto ore dal radiomessaggio del Papa, giunge a Washington una proposta di Nikita Chrušcv, concernente il ritorno in Patria delle navi sovietiche e lo smantellamento delle postazioni cubane in cambio del ritiro delle testate atomiche americane dalla Turchia e dall'Italia (base di San Vito dei Normanni). Poiché in quella stessa mattinata, nella Capitale degli Stati Uniti, era presente Ettore Bernabei, uomo di fiducia di Fanfani, già con l'incarico di consegnare al presidente Kennedy una nota del governo italiano con la quale si accettava il ritiro dei missili dalla base italiana, non è improbabile che la mediazione diplomatica sia stata abilmente concertata tra il Vaticano e Palazzo Chigi.

Il 28 ottobre gli Stati Uniti accettano la proposta sovietica.

L'importanza del passo compiuto dal Papa è testimioniata dal russo Anatoly Krasikov, nella biografia di Giovanni XXIII scritta da Marco Roncalli: “Resta curioso il fatto che negli Stati cattolici non si riesca a trovare traccia di una reazione ufficiale positiva, all'appello papale alla pace, mentre l'ateo Kruscev non ebbe il più piccolo momento di esitazione per ringraziare il Papa e per sottolineare il suo ruolo primario per la risoluzione di questa crisi che aveva portato il mondo sull'orlo dell'abisso”. In data 15 dicembre 1962, infatti, perveniva al Papa un biglietto di ringraziamento del leader sovietico del seguente tenore: "In occasione delle sante feste di Natale La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni... per la sua costante lotta per la pace e la felicità e il benessere". La drammatica esperienza convince ancor più Giovanni XXIII a un rinnovato impegno per la pace. Da questa consapevolezza, nasce, nell'aprile del 1963, la stesura dell'enciclica Pacem in Terris.

La Pacem in Terris resta tuttora un brano fondamentale della teologia cattolica sul versante della socialità e della vita civile. Ed è per altro verso comunque un brano importante anche per la cultura sociale occidentale (anche laica) del Novecento, un testo la cui lettura (peraltro discretamente agevole) è necessaria per la comprensione di alcune tracce della politica vaticana e di quella occidentale.

Giovanni XXIII rivelò che aveva affidato la composizione delle sue encicliche più famose, quelle di carattere sociale, a suoi collaboratori: nel caso della Mater et Magistra fu lui stesso a confermarlo alla finestra di piazza san Pietro, precisando che il gruppo degli esperti incaricati di stendere questo testo si era rifugiato in Svizzera e lui ne aveva perduto ogni traccia. Per l'enciclica Pacem in Terris accadde lo stesso: ricevendo il primo ministro del Belgio, Théo Lefévre, che si complimentava per la pubblicazione del documento, gli confidò: «Guardi, a parte alcune righe che sono mie, tutto il resto è il frutto del lavoro di altri... Sono problemi che il Papa non può conoscere a fondo». Anche il giornale umoristico belga Pan riportò l'episodio. È la prima enciclica che oltre al clero e ai fedeli cattolici si rivolge "a tutti gli uomini di buona volontà".

Letta nelle titolazioni dei suoi capoversi parrebbe un documento pressoché statutario, costituzionale, di organica classificazione di diritti e doveri. Letta storicamente, invece, contiene in sé elementi che valsero di force de frappe per superare l'immobilismo nei rapporti idealistici fra Chiesa e Stati, allora praticamente stagnante. Il richiamo alle necessità dello stato sociale, mentre nel mondo occidentale cominciavano ad essere proposti schemi di capitalismo oltranzista sullo stile statunitense, giungeva in piena guerra fredda, con nazioni europee intente a pagare anche politicamente ed amministrativamente i tributi della disfatta e per questo più inclini a considerare (ciò che sarebbe stato anche strumento di facilitazione gestionale per i governi) riduzioni delle spese pubbliche per assistenza.

Per contro, l'enciclica non andava certo verso proposte di stato che da sociale potesse divenire socialista, e ristorava il ruolo di centralità dell'uomo, di libero pensiero e intendimento, ragione e motore delle scelte ideali ed obiettivo della socialità. Vale la pena di riportare il punto 5:
« In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili »
La pace, oggetto fondamentale e dichiarato dell'enciclica, può sorgere solo dalla riconsiderazione, in senso forse «particulare» o forse meglio umanistico, del valore dell'uomo "singolo individuo" che non può annientarsi al cospetto dei sistemi, siano essi capitalistici o socialisti. È la poco ricordata «terza via», anche detta «via del buon senso», oggi riscoperta da sempre più persone e gruppi, ma già al tempo ben definita.

Sin dal settembre 1962, prima ancora dunque dell'apertura del Concilio, si erano manifestate le avvisaglie della malattia fatale: un tumore dello stomaco, patologia che aveva già colpito altri fratelli Roncalli. Il 7 marzo 1963, tra lo stupore generale, concesse udienza a Rada Chrušcva, figlia del segretario generale del PCUS Nikita Chrušcv e a suo marito Alexei Adžubej. Quest'ultimo rappresentò l'apprezzamento del suocero per le iniziative del Papa in favore della pace, lasciando intendere la disponibilità per lo stabilimento di relazioni diplomatiche tra il Vaticano e l'Unione Sovietica. Il Papa espresse la necessità di procedere per tappe in tale direzione, perché altrimenti tale passo non sarebbe stato compreso dall'opinione pubblica.

Pur visibilmente provato dal progredire del cancro, papa Giovanni firmò l'11 aprile 1963 l'enciclica Pacem in Terris e, un mese più tardi, l'11 maggio 1963, ricevette dal presidente della Repubblica italiana Antonio Segni il premio Balzan per il suo impegno in favore della pace. Fu il suo ultimo impegno pubblico: il 23 maggio 1963, solennità dell'Ascensione, si affacciò per l'ultima volta dalla finestra per recitare il Regina Coeli. Il 31 maggio 1963 iniziò l'agonia. Nel primo pomeriggio del 3 giugno 1963, papa Giovanni patì di una febbre altissima, circa 42 gradi, in conseguenza alla malattia che lo affliggeva da tempo.

Nell’aria c’era già l’odore dell’estate, ma il giorno era triste. Quel 3 giugno 1963 una luce si spegneva nel mondo: il “Papa buono” era morto. Calde lacrime solcavano il viso delle tante persone che appresero in quei momenti la notizia della sua scomparsa. Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, Papa Giovanni era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva la perdita.
Ma già subito dopo la sua morte incominciava il fervore della devozione popolare, che doveva avvolgere la sua figura di una precoce quanto indiscussa aureola di santità, e prendeva avvio il processo di beatificazione: un lavoro ciclopico, durato ben 34 anni, con l’avvicendarsi di diversi Postulatori e montagne di documenti da vagliare prima di pronunciarsi sulla sua eroicità.

Giovanni XXIII morì alle 19:49 del 3 giugno 1963. «Perché piangere? È un momento di gioia questo, un momento di gloria» furono le sue ultime parole rivolte al suo segretario, Loris Francesco Capovilla. Dal Concilio Vaticano II, che Giovanni XXIII non vide dunque terminare, si sarebbero prodotti negli anni successivi fondamentali cambiamenti che avrebbero dato una nuova connotazione al cattolicesimo moderno; gli effetti più immediatamente visibili consistettero nella riforma liturgica, in un nuovo ecumenismo e infine in un nuovo approccio al mondo e alla modernità.

Giovanni XXIII venne inizialmente sepolto nelle Grotte Vaticane e all'atto della beatificazione il suo corpo fu riesumato. La salma fu trovata in un perfetto stato di conservazione (salvo annerimenti vari e lievi colliquazioni nelle parti declivi), grazie al particolare processo d'imbalsamazione eseguito dal professor Gennaro Goglia subito dopo il decesso, consistente tra l'altro nell'iniettare molti litri di liquido conservativo nelle arterie principali, sostituendo il sangue. Praticati alcuni interventi conservativi, sul volto e sulle mani fu applicato uno strato conservativo di cera. Indi, dopo la cerimonia di beatificazione e l'ostensione ai fedeli, la salma fu tumulata in un'urna di vetro in un altare della navata destra della basilica di San Pietro.

Giovanni XXIII fu dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000. Il Martirologio Romano indica come data di culto il 3 giugno, mentre le diocesi di Roma e di Bergamo e l'arcidiocesi di Milano ne celebrano la memoria locale l'11 ottobre, anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962). A seguito della canonizzazione, è stata stabilita come unica data a livello universale l'11 ottobre.

In generale, ai fini della beatificazione, la Chiesa cattolica ritiene necessario un miracolo: nel caso di Giovanni XXIII, ha ritenuto miracolosa la guarigione improvvisa, avvenuta a Napoli il 25 maggio 1966, di suor Caterina Capitani, delle Figlie della Carità, affetta da una gastrite ulcerosa emorragica gravissima che l'aveva ridotta in fin di vita. La suora, dopo aver pregato papa Giovanni XXIII insieme alle consorelle, avrebbe avuto una sua visione, seguita dalla subitanea guarigione, dichiarata in seguito scientificamente inspiegabile dalla Consulta Medica della Congregazione per le Cause dei Santi. Dal 2000 numerose sono state le segnalazioni e i presunti miracoli.

Il 5 luglio 2013 papa Francesco ha firmato il decreto per la canonizzazione di Giovanni XXIII che è avvenuta il 27 aprile 2014, contestualmente a quella di Giovanni Paolo II, prescindendo dai risultati del processo indetto dalla congregazione competente per la veridicità di un secondo miracolo.

Alla cerimonia in piazza San Pietro, celebrata da papa Francesco alla presenza del papa emerito Benedetto XVI, di ventiquattro capi di Stato, otto vicecapi, dieci capi di governo e 122 delegazioni straniere, hanno partecipato circa un milione di fedeli, mentre sono state stimate in 2 miliardi le persone che hanno seguito l'evento in mondovisione. Oltre ai maxischermi posti in chiese e piazze di tutto il mondo, per la prima volta nella storia un evento è stato trasmesso in diretta 3D anche in più di 500 cinema di venti paesi (in Italia è altresì andato in onda in tale formato sul canale a pagamento Sky 3D). L'evento è anche stato registrato in Ultra HD 4K grazie alla collaborazione tra il Centro Televisivo Vaticano, Sony e Sky Italia.

Il piccolo paese del bergamasco, che diede i natali ad Angelo Roncalli, è oggi meta di numerosi pellegrinaggi. Oltre la casa natale, particolarmente significativo è il museo che monsignor Loris Francesco Capovilla, segretario particolare di Giovanni XXIII, ha allestito dal 1988 nella residenza di Ca' Maitino (sempre presso Sotto il Monte), dove Roncalli era solito recarsi per le sue ferie estive prima di essere eletto papa. Questo museo conserva innumerevoli cimeli appartenuti a Giovanni XXIII lì raccolti da monsignor Capovilla, fra i quali il letto su cui il Pontefice spirò il 3 giugno 1963 e l'altare della cappella privata.

Durante il suo pontificato fu pubblicato su “L’Osservatore Romano” un suo “Piccolo saggio di devoti pensieri distribuiti per ogni decina del Rosario, con riferimento alla triplice accentuazione: mistero, riflessione ed intenzione”: in una scrittura limpida e chiara c’è il succo delle riflessioni che egli veniva maturando nella personale preghiera del S. Rosario. “Nell’atto che ripetiamo le Avemarie, quanto è bello contemplare il campo che germina, la messe che s’innalza…”, diceva con efficace metafora presa da quel mondo contadino a lui così familiare. “Ciascuno avverte nei singoli misteri l’opportuno e buon insegnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive”.
Papa Giovanni auspicava che il Rosario venisse recitato ogni sera in casa, nelle famiglie riunite, in ogni luogo della terra.


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domenica 14 giugno 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PACE A BRESCIA

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Fu  costruita tra il 1720 e il 1746 per i padri Filippini su progetto dell'architetto veneziano Giorgio Massari; presenta una facciata incompiuta, un portale neoclassico e due cupole, la prima grandissima, che danno luce all’ampio spazio interno, a navata unica, scandito da  maestose semicolonne corinzie in marmo rosato, tra le quali sono inserite le nicchie con le statue degli apostoli. Gli altari marmorei delle sei cappelle laterali vennero realizzate su disegno del Massari. Gli affreschi  monocromi (1738-1741) all’interno della navata sono di Francesco Monti e di Giovanni Zanardi.

Tra i dipinti settecenteschi che conserva, nel presbiterio è esposta la Presentazione al Tempio (1738) di Pompeo Batoni. Pregevoli le numerose statue fra le quali quelle di Antonio Calegari nella cimasa dell’altare e sul secondo altare a destra,  e quella dell'Immacolata, copia di quella dorata che domina la cupola.

Vicino si trova l’oratorio della Pace edificato sui resti dell’antico palazzo di Bartolomeo Colleoni /1455 circa). Dell’originaria costruzione rimane il cortile, con porticato e loggiato ad archiacuti; nel salone al piano nobile si trova la tela di Pietro da Marone Presentazione al Tempio, una volta collocata sull’altar maggiore della chiesa.

La posa della prima pietra viene narrata nei Diari dei Bianchi, una famiglia bresciana con numerose presenze negli ordini religiosi e in Vescovado. Il capitolo, al riguardo, scrive: "Adì 15 settembre, Domenica in cui cade la solennità del Nome di Maria, si mette da Mons. Giov. Francesco nostro Vescovo (si tratta di Gianfrancesco Barbarigo) la prima pietra della Chiesa che intendono Fabbricare li Padri della Congregazione dello Oratorio, detti della Pace, e ciò con grande concorso di gente e superbissima musica, e sopra detta pietra, che fu collocata in cornu evangelii (uno dei lati del presbiterio) nel fondamento del Pilone dove dovransi mettere li balaustri dello Altare Maggiore, fu posta una scattola rottonda di piombo con dentro un medaglione di metallo, che da una parte aveva impresso l'arma del Pontefice regnante (era Papa Clemente XI) col nome del medesimo e l'anno del Pontificato, l'arma del Serenissimo Principe con il nome dell'istesso ed anno del Principato, l'arma dell'Ill.mo e Rev.mo nostro Vescovo con il nome del medesimo ed anno del Vescovato, e l'arma dell'Ecc.mo sig. Pietro Grimani , uno delli tre Inquisitori mandati dalla Serenissima Repubblica. Dall'altra parte della medaglia vi era il titolo di detta chiesa e l'anno di nostra salute 1720, e si faceva menzione della Congregazione dell'Oratorio. Ne' giorni poi in venire si seguita a lavorare alla galliarda, credendosi abbia a riuscire una delle chiese più celebri che sii in Brescia....

Questa lode da parte dei Bianchi doveva provenire, molto probabilmente, dalla vista del modello in legno della chiesa, sicuramente presente alla posa della prima pietra. Della medaglia, descritta, oltretutto, ne esistono ancora due esemplari.

Il cantiere, avviato dunque nel 1720, dura circa venticinque anni, fino al 1746. Giorgio Massari si mantiene costantemente in contatto con la fabbrica attraverso lettere, inviando disegni e particolari architettonici e decorativi. Visita comunque più volte il cantiere per accertare l'esecuzione regolare delle sue direttive, fin dal primo anno, il 1721: una nota nel Libro delle spese della Fabbrica attesta: "Regalo al sig. Giorgio Massari architetto per viaggi e visita alla fabrica". Altre visite si segnalano nel 1727 e nel 1728, e in quest'ultimo anno invia alla fabbrica il progetto della facciata, che poi non sarà compiuta. Per le trentasei colonne monolitiche, che dovevano essere collocate all'interno della chiesa, il Massari pensa inizialmente di far importare a Brescia una tonalità rosata di marmo rosso di Verona, ma viene fortunatamente scoperta una cava di pietra simile molto vicina alla città, come dimostra la cronaca di Alfondo Cazzago che, mentre descrive lo stato del cantiere al 5 dicembre 1725, annota: Quali colonne sono assai piaciute, e sono di marmo non mai più adoperato, ma fatto scoprire dalla Provvidenza di Dio lontano solo quattro miglia, cioè sul terren di Botticino da Sera.

Nel 1729 il cantiere riceve l'importante visita di Filippo Juvarra, chiamato in città per dare consigli su come estrarre le imponenti colonne interne del Duomo nuovo. Sempre il Cazzago riporta: "(Filippo Juvarra) ha veduto ancora la Fabrica della nostra Chiesa qui alla Pace, e l'ha lodata, ed approvata in tutto esprimendosi di non vedervi un difetto. Perciò ha detto che il Duomo sarà lo sposo, e la nostra Chiesa sarà la sposa tutta bella e ornata. Nel 1731 è ancora il Cazzago, che morirà a breve, a darci un nuovo resoconto sullo stato del cantiere: in quell'anno, le colonne sono ormai tutte collocate e una buona parte dell'edificio è costruita fino alla trabeazione di queste. comprese le cappelle laterali. Nello stesso anno, Bartolomeo Spazzi viene sostituito da Giacomo Scalvi alla direzione del cantiere, il quale avvia la fabbricazione dei due altari laterali principali, posti al centro della navata, e dell'altare maggiore: la decorazione scultorea dei tre viene affidata ad Antonio Calegari.

Nel 1736 il Massari è nuovamente in visita al cantiere per avviare i lavori di erezione della cupola, parte di notevole impegno dell'intero complesso architettonico. Nel gennaio 1737 giunge ai padri il gradito dono di Angelo Maria Querini: la pala dell'altare maggiore, la Presentazione al Tempio di Gesù di Pompeo Batoni. Contemporaneamente all'innalzamento della cupola si provvede alla costruzione del campanile: il Massari invia in proposito una lettera molto dettagliata che ne descrive le caratteristiche architettoniche e le misure, mostrando una certa preoccupazione sul fatto che tutto venga eseguito secondo le sue direttive.

Nel 1738, rivestita di piombo la cupola, ha inizio la decorazione pittorica degli interni, monocroma color grigio stucco polveroso: Francesco Monti, che già in quell'anno aveva cominciato a dipingere per la chiesa la Madonna col Bambino e San Maurizio, viene chiamato ad affrescare i riquadri della volta con gli Episodi della vita della Vergine, affiancato da Giacomo Zanardi che si occupa invece dell'ornato. I lavori dei due proseguono fino al 1746.

Gli anni dal 1739 al 1746, dunque contemporaneamente al lavoro dei due pittori, vedono un'ulteriore, fervida attività decorativa e scultorea all'interno della chiesa. I marmisti di Rezzato e Botticino sono attivamente impegnati nell'assemblaggio degli altari della crociera e dell'altare maggiore, per i quali viene chiesta la consulenza di Giovanni Maria Morlaitero. Le statue di Antonio Calegari, già commissionate anni prima, vengono posizionate nello stesso periodo, o integrate negli altari in via di realizzazione. Il Massari, in concomitanza con questi lavori, invia una ricca serie di disegni per gli interni, ad esempio per il pavimento del presbiterio, per le due cappelle centrali, per i capitelli e per altre decorazioni interne alla chiesa: questi ultimi due, in particolare, vengono eseguiti per mano di Giovanni Zirotti, raffinato scultore locale.

È possibile percepire l'effettivo impegno di Giorgio Massari nella fabbrica, così come la sua preoccupazione che tutto si svolgesse secondo le sue direttive, da una lunga serie di annotazioni leggibili in più contratti: in uno, ad esempio, si può leggere: "attenersi al dissegno fissato ed approvato dal sig. Giorgio Massari Architetto", oppure, riguardo ai capitelli, "devono essere fatti secondo le misure e dissegno fatto dal sig. Giorgio Massari", oppure ancora, in una polizza, si dice addirittura che "le sagome, mandate dal sig. Giorgio Massari Architetto in giusta misura, dovranno essere copiate dall'artefice e restar in mano dei Padri Fabriceri le sagome originali per confrontare la giusta esecuzione, non dovendosi prendere un minimo arbitrio sopra di esse e occorrendo qualche difficoltà, avvisare per scrivere, e aspettare la risoluzione dell'architetto".

Nel 1745 la chiesa si arricchisce di opere d'arte: il pittore Giacomo Zoboli fornisce la pala di San Filippo Neri genuflesso davanti alla Madonna, Giambattista Pittoni la Madonna col Bambino adorata da San Carlo Borromeo e Pompeo Batoni il San Giovanni Nepomuceno davanti alla Vergine, contribuendo così con un'altra opera oltre a quella già realizzata per l'altare maggiore. Nel 1737 era invece arrivato il San Francesco di Sales cui appare la Madonna di Antonio Balestra, commissionato da Emilia Venazzoli, anonima benefattrice locale.

Il 24 maggio 1746 la chiesa, ormai completata nei suoi elementi principali, mancando solo i quattro altari laterali, viene consacrata dal vescovo Angelo Maria Querini. Così il Guerrini, sulla scorta della relazione redatta al tempo, descrive la solenne giornata della consacrazione: "Compiuto il tempio, il Cardinal Querini in persona volle consacrarlo il 24 maggio 1746 con lo splendore delle funzioni pontificali, perché fosse solennemente inaugurato con le feste annuali in onore di San Filippo (il 24 maggio è appunto la festività di San Filippo Neri). Grandiosi festeggiamenti in quei giorni alla Pace! Splendore di riti sacri, sfarzo settecentesco di addobbi, profusione di musica vocale e strumentale, accademie letterarie, versi, elogi, una folla immensa accorsa ad ammirare la mole e le eleganze architettoniche del nuovo tempio.

I Padri Filippini, in riconoscenza al Massari che aveva saputo creare per loro una degna chiesa, gli inviano a Venezia un prezioso reliquiario d'argento. Nel 1756, oltretutto, avviata la realizzazione delle cantorie, viene nuovamente chiesta consulenza al Massari circa i colori da utilizzare e i dettagli architettonici.

Posto su due cantorie gemelle ai lati dell'altar maggiore, è un grande strumento a tre tastiere nato dall'unione dei due corpi, comunque suonabili autonomamente attraverso due consolle meccaniche, l'uno Amati del 1854 e l'altro Tamburini del 1972.




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venerdì 5 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : LODI



Lodi è una città italiana della Regione Lombardia; si trova in bassa Valle Padana lungo il fiume Adda ed è capoluogo dell'omonima provincia, istituita nel marzo 1992 ed operativa dal maggio 1995.

La città fu fondata il 3 agosto 1158 da Federico Barbarossa, in seguito alla distruzione dell'antico borgo di Laus Pompeia, già municipium romano, sede vescovile e libero comune. Durante il Rinascimento conobbe un periodo di grande splendore artistico e culturale, dopo aver ospitato nel 1454 la firma dello storico trattato tra gli Stati preunitari italiani noto come pace di Lodi.

Nel XXI secolo, la città è un importante nodo stradale e centro industriale nei settori della cosmesi, dell'artigianato e della produzione lattiero-casearia. È inoltre il punto di riferimento di un territorio prevalentemente votato all'agricoltura e all'allevamento: in virtù di tale peculiarità, Lodi è stata scelta come sede del Parco Tecnologico Padano, uno dei centri di ricerca più qualificati a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari.

Sono sviluppate anche le attività legate al settore terziario; dagli anni duemila, in particolare, è in forte espansione il turismo: Lodi fa parte del circuito delle città d'arte della Pianura Padana e offre quale spunto principale la presenza di alcuni importanti monumenti, tra cui il Duomo, il Tempio Civico dell'Incoronata, la chiesa di San Francesco, la chiesa di Sant'Agnese e palazzo Mozzanica.

La storia di Lodi trae le sue origini dalle vicende legate all'antico borgo di Laus Pompeia, così chiamato a partire dall'89 a.C. in onore del console romano Gneo Pompeo Strabone.

Laus fu fondata dai Celti Boi intorno all'anno 1000 a.C. in un territorio abitato fin dal neolitico dai primi agricoltori nomadi; in epoche successive, la città divenne municipium romano (49 a.C.), sede vescovile (IV secolo) e infine – nell'XI secolo – libero comune. Nel Medioevo, in virtù della sua posizione geografica privilegiata e dell'intraprendenza dei suoi abitanti, Laus insidiò la supremazia commerciale e politica di Milano; la tensione tra le due città sfociò in un conflitto al termine del quale le milizie milanesi distrussero Laus (24 maggio 1111).

L'antica Laus Pompeia si trovava in corrispondenza dell'odierna Lodi Vecchio, a circa 7 km dal luogo in cui sorge la città attuale; il borgo era situato sulla confluenza delle strade che da Placentia (Piacenza) e da Acerrae (Pizzighettone) conducevano a Mediolanum (Milano), e nel punto di incrocio con la strada che da Ticinum (Pavia) proseguiva fino a Brixia (Brescia).

Plinio il Vecchio afferma che fu fondata dai Celti Boi, sebbene storicamente quel territorio fu sempre occupato dagli Insubri. In ogni caso non ci è stato tramandato il toponimo gallico dell'antico borgo. I romani vi giunsero tra il 223 a.C. e il 222 a.C., anni in cui i consoli (Publio Furio Filo e Gaio Flaminio Nepote prima, Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione poi) attaccarono e sconfissero gli Insubri. Questa prima occupazione durò poco in quanto gli Insubri, approfittando della discesa di Annibale, si ripresero la loro indipendenza e la mantennero per un paio di decenni. Solo nel 195 a.C. la resistenza degli Insubri fu definitivamente estirpata; da allora fino al 49 a.C., Laus fece parte della provincia della Gallia Cisalpina.

Nell'89 a.C. il borgo assunse finalmente il nome di Laus Pompeia in onore del console romano Gneo Pompeo Strabone, che proprio quell'anno aveva concesso il diritto latino agli abitanti delle comunità in Transpadana. Questo provocò una trasformazione radicale non solo sotto il profilo giuridico dei cittadini, ma anche e soprattutto sotto quello culturale (il latino divenne lingua ufficiale) e urbanistico (l'abitato venne riedificato in forma rettangolare).

Nel 49 a.C., Laus divenne municipio di cittadini romani, e iniziò ad essere retta da un quattuorvirato. Da allora smise di far parte della Gallia Cisalpina.

Tra l'agosto del 14 d.C. e il luglio del 23 d.C. fu collocata su una porta di Laus l'epigrafe: «Tiberio Cesare Augusto, figlio di Augusto, e Druso Cesare, figlio di Augusto, fecero costruire questa porta». Evidentemente quindi doveva esistere una cinta muraria.

Il culto più praticato sul territorio era quello di Ercole, che nella tarda romanità assunse il valore di simbolo del potere dello stato e quello della civiltà che sconfigge la barbarie. In realtà, questa grande diffusione fu verosimilmente dovuta all'identificazione con un precedente dio celtico: Ogmios. Il tempio di Ercole sorgeva fuori città, sulla riva destra dell'Adda, dove oggi, a Lodi Nuova, si trova la chiesa della Maddalena. Come in ogni altro luogo dell'impero romano, era vivissimo il culto dei defunti.

Fin dal III secolo si hanno notizie dell'esistenza di una comunità cristiana (il 12 luglio 303 vi furono decapitati San Felice e San Nabore) ma l'organizzazione di essa in diocesi avvenne solo con san Bassiano Vescovo, verso la fine del IV secolo. Un'epistola di sant'Ambrogio afferma che nel novembre 387 Bassiano invitò Felice Vescovo di Como e lo stesso Ambrogio alla cerimonia di consacrazione della Basilica dei Dodici Apostoli, situata nel suburbio di Laus Pompeia. Successivamente fu costruita la Cattedrale di Santa Maria, posta sul lato sud dell'antico foro.

Le invasioni ripresero agli inizi del V secolo: il 18 novembre 401 Alarico oltrepassò le Alpi, puntando su Milano e seminando terrore e devastazione nelle campagne indifese; nel febbraio 402 la strada che conduceva da Milano a Piacenza era impercorribile, tanto che Quinto Aurelio Simmaco, per recarsi a Milano ad incontrare l'imperatore Onorio, una volta arrivato a Piacenza, dovette passare per Pavia.

Nel 452 gli Unni di Attila penetrarono in Italia, puntando nuovamente su Milano e colpendo direttamente Laus Pompeia.

Le campagne laudensi furono sicuramente interessate anche dagli scontri fra Flavio Oreste ed Odoacre, re degli Eruli, e fra quest'ultimo e Teodorico, re dei Goti. Lo stesso vale per la guerra ventennale che Giustiniano condusse contro i Goti d'Italia.

Nel 568 fu la volta dei Longobardi, che scesero nell'Italia settentrionale. Il 3 agosto 569 entrarono in Milano, ma occuparono Laus solo nel 575, dopo la resa di Pavia. Questo può significare che non ci fu una guerra combattuta, ma un arretramento volontario del fronte, dovuto al fatto che la zona di Laus era forse diventata indifendibile. Poco si sa di ciò che avvenne nei secoli successivi, se non che iniziarono a diffondersi le prime colture sul territorio (viti, prati, cerreti, castagneti, sebbene fossero abbondantissime le paludi) e le prime attività commerciali importanti: in una concessione del re Liutprando nel 715 si legge che il commercio fluviale da e per l'Adriatico era garantito a Laus ed al suo territorio da due porti fluviali, posti alla confluenza dell'Adda e del Lambro nel Po.

Nel 774 ebbe inizio la dominazione dei Franchi e la città costituì un comitatus.

Tra la fine del IX secolo e l'inizio del X secolo, in pieno periodo di anarchia feudale, vi furono due invasioni degli Ungari alle quali seguì un periodo di stasi, grazie agli accordi stretti con loro dal re Berengario. Tuttavia, queste incursioni diffusero un sentimento di paura collettiva che spinse alla costruzioni di castelli nel basso lodigiano.

Il 24 novembre 975, con un diploma dell'imperatore Ottone II, il Vescovo di Lodi Andrea ottenne per la prima volta il riconoscimento del potere temporale sui territori laudensi; l'imperatore concedeva i possessi terrieri, le famiglie di servi della gleba, i mercati, le gabelle e le dogane. Queste concessioni furono ulteriormente ampliate nel luglio 981 con un nuovo diploma con il quale il Vescovo poté presiedere i processi. La figura del vescovo Andrea fu quindi fondamentale per la storia di Laus, in quanto egli pose le basi per la futura autonomia cittadina in forma di vassallaggio diretto al sovrano.
Laus, situata nei pressi del Lambro e con alle spalle l'Adda, risultò nei secoli alto e basso medievali molto favorita dalla sua posizione strategica, tanto che Milano iniziò a contrastarla: a causa di un'azione distruttiva del 1111, i cittadini di Laus furono costretti ad un'umiliante sottomissione. Milano impose regole e divieti specifici fino a prescrivere che non potesse più costituirsi un nucleo abitato unico, così che gli abitanti si distribuirono in agglomerati sparsi, secondo la volontà imposta dai milanesi.

Trascorsi circa 50 anni di continui contrasti, nel 1158 la mano di Milano si fece ancora più pesante. Il 25 aprile venne intimato lo sgombero di quel che restava dell'antica Laus ed i milanesi rasero al suolo la città.
In questo frangente drammatico, i laudensi chiesero giustizia a Federico I Barbarossa che, il 3 agosto 1158 venne in soccorso della città e pubblicò il diploma imperiale di fondazione, dotando anche la città di particolari privilegi, fra cui quello di costruire ponti su tutti i corsi d'acqua del territorio e di navigare per tutta la Lombardia con piena esenzione delle tasse. Federico Barbarossa tornò in Italia accampatosi a sud di Milano, ricevette una processione di esuli laudensi che chiedevano giustizia. Il 3 agosto 1158, Lodi venne rifondata dall'imperatore. Si racconta che quello stesso giorno la pioggia, come segno propiziatore, ruppe il sereno di quella domenica d'estate. Il sito prescelto non fu quello delle rovine di Laus, ma sul Monte Guzzone, lungo le rive dell'Adda, nei pressi dell'antico tempio di Ercole, dove già sorgeva un porto fluviale ed un ponte detto del Fanzago. Questa nuova posizione fu scelta per consentire una posizione di maggior controllo sul territorio ed una più facile difesa; adesso infatti la città poteva essere attaccata su un solo lato. Si suppone anche questa posizione fu scelta anche per un altro motivo: spostandosi dal Lambro all'Adda, fiume su cui Milano non aveva pretese, si evitava una delle più gravi ragioni di attrito che la divideva con la rivale.

Una volta sconfitti i milanesi, il Barbarossa convocò una seconda dieta a Roncaglia per regolare una volta per tutte la questione dei diritti feudali nell'Italia settentrionale. L'imperatore accordò a Lodi straordinari privilegi, fra cui quello di costruire ponti su tutti i corsi d'acqua del territorio e di navigare per tutta la Lombardia con piena esenzione delle tasse.
La posizione della nuova città era strategica, sorgeva su un promontorio circondato dal fiume Adda e dalle paludi: l'unico lato vulnerabile risultava quello meridionale, esposto agli attacchi della terra ferma. Un primo intervento difensivo portò alla realizzazione del fossato entro cui scorreva la Roggia Molina. Nel 1160 vennero innalzate le possenti mura e qualche anno dopo il castello: Lodi divenne una piazzaforte militare. Cunicoli sotterranei con funzione militare percorrevano tutta la città e collegavano anche il castello con l'esterno. Ne è testimonianza un interessante passo del Guicciardini (F. Guicciardini, Storia d'Italia, libro XVII, cap. 5), che racconta la presa di Lodi del 1526, che si inserisce nella lotta fra i Francesi e gli Imperiali di Carlo V: "... Fabrizio Marramaus, il quale, udito lo strepito, veniva verso le mura con una piccola parte dei suoi fanti, fu costretto a ritirarsi nella rocca,,, Ma venuto l'avviso a Milano, il Marchese del Guasto con alcuni cavalli leggieri e con tremila fanti spagnoli, si spinse a Lodi senza tardare, e messa la fanteria senza ostacolo per la porta di soccorso nella rocca, situata in modo che si poteva entrarvi per una via coperta naturale... entrò...".

Parte di questi sotterranei esiste ancora. L'associazione LODI MURATA, in collaborazione con l'Amministrazione comunale,  lavora dai primi anni Duemila ad un progetto di ripristino ad uso turistico dei medesimi.
 
Lodi divenne sede vescovile e libero Comune.

Durante il Sinodo di Lodi, tenutosi nel 1161, il Barbarossa nominò Vittore IV antipapa, in opposizione a papa Alessandro III. Nello stesso concilio, su iniziativa dell'antipapa, Federico Barbarossa nominò arcivescovo di Magonza Corrado di Wittelsbach, allo scopo di porre fine allo scisma tra Rodolfo di Zähringen e Cristiano di Buch. Questo provocò la scomunica dell'imperatore da parte di Alessandro III; le città ribelli si sentirono quindi sciolte dall'obbedienza e passarono al contrattacco: il 12 marzo 1160 anche il Vescovo di Lodi Alberico da Merlino fu colpito da scomunica (in quanto sostenitore dell'antipapa Vittore IV) e già il 22 marzo i milanesi cinsero d'assedio Lodi. Questo attacco e quello successivo di luglio furono respinti, ma già dal 3 agosto dello stesso anno si iniziò la costruzione delle mura di Lodi, volute e finanziate da Federico I. Le operazioni militari si conclusero nella primavera del 1162, quando i milanesi, stremati da un blocco durato un inverno, chiesero di trattare; il Barbarossa impose la resa a discrezione: la distruzione di Milano iniziò il 27 marzo 1162 e vi parteciparono anche i fanti lodigiani.

Durante la sua terza discesa in Italia, l'imperatore si fermò di nuovo a Lodi (il 2 novembre 1163) e per l'occasione furono trasferite le reliquie di san Bassiano nella nuova Cattedrale, la costruzione della quale fu in parte finanziata dalla coppia imperiale (furono offerte in totale 35 libbre d'oro). Una volta tornato in Germania però, iniziò una serie di abusi da parte dei messi imperiali, che fecero crescere il malcontento generale per una situazione che sembrava ormai anacronistica. Anche durante la quarta discesa in Italia del Barbarossa (novembre 1166), le lamentele dei Comuni lombardi non furono ascoltate e anche per questo il 7 aprile del 1167, questi giurarono nel monastero cluniacense di Pontida, di far fronte comune e di ricostruire Milano. Nonostante i ripetuti tentativi diplomatici per convincere i lodigiani a far parte della Lega Lombarda, questi continuarono a rifiutarsi e così, il 12 maggio 1167 la città fu cinta d'assedio, capitolando il 22 maggio. Fra le condizioni di resa, figurava l'impegno della Lega a costruire una cerchia di mura spesse due braccia e alte dodici (circa un metro per sei).

L'assenza di Federico I dall'Italia durò sette anni, durante i quali la Lega Lombarda si consolidò ulteriormente. Quando l'imperatore tornò in Lombardia per la quinta volta, cinquanta milites lodigiani parteciparono alla battaglia di Legnano, dove fu definitivamente sconfitto il 29 maggio 1176.

Alla morte del Barbarossa sembrò riaprirsi il contrasto con Milano, a causa del fatto che il nuovo sovrano Enrico VI aveva confermato ai lodigiani il libero uso delle acque del Lambro. Vi furono nuovi scontri tra i due Comuni nel 1193, e si giunse alla pace solo nel 1198: Lodi cedeva ai milanesi i diritti sulle acque del Lambro e in cambio otteneva garanzie commerciali e doganali, oltre il riconoscimento dell'autorità sul proprio territorio e l'esclusiva del porto sull'Adda.

Nel XIII secolo Lodi continuò a crescere. Nel 1220 fu intrapresa la costruzione del canale Muzza, alla quale contribuirono sia proprietari lodigiani, sia capitali milanesi. Questa opera idraulica per secoli contribuì alla floridezza dell'agricoltura del territorio. In epoca medievale, infatti, la città era lambita dal lago Gerundo: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie alle opere di ingegneria idraulica e al lavoro dei monaci cistercensi e benedettini fu bonificato e trasformato in una delle regioni più fertili d'Europa.

In città iniziarono a formarsi una serie di fazioni interne, soprattutto a causa dell'affermarsi della borghesia artigiana. In questo periodo la fazione dei nobili è capeggiata dalla famiglia degli Overgnaghi, mentre quella del ceto emergente dai Sommariva.

Intanto, la tregua fra i comuni della Lega Lombarda e il nuovo imperatore Federico II diventava sempre più precaria; il 27 novembre 1237 si arrivò allo scontro presso Cortenuova, con esito disastroso per la Lega. Lodi si arrese e il sovrano vi fece solenne ingresso il 12 dicembre. Federico fece rafforzare le fortificazioni e costruì un castello a fianco di Porta Cremonese, sopra la palude di Selvagreca. Lodi tornò ad essere un punto strategico nelle operazioni contro ai milanesi. In questi anni, oltre alle divisioni politiche, si aggiunsero le divisioni religiose. Si arrivò ad un punto tale che il papa Gregorio IX, sdegnato per la messa al rogo di un frate francescano, colpì la città con l'interdetto, privandola della dignità vescovile. Nel 1250 con la morte di Federico II, il nuovo papa Innocenzo IV entrò trionfalmente in Milano, incitando a distruggere la fortezza ghibellina di Lodi. Si giunse alla pace nell'anno seguente, e il governo fu affidato per dieci anni a Sozzo Vistarini, uno dei più ricchi capi nobili che però aveva abbandonato la fazione degli Overgnaghi mettendosi a capo del "popolo". Nel 1252 il papa restituì a Lodi la dignità vescovile.

Il potere straordinario concesso a Sozzo Vistarini è il chiaro segno di un mutamento del regime cittadino, con l'inizio dell'età signorile: formalmente contuarono ad eleggersi i consoli, ma nella pratica il governo era tenuto da una famiglia, impersonata dal proprio capo. Ai Vistarini successero i Torriani di Milano con Martino (dal 1259 al 1263), Filippo (fino al 1265) e quindi Napo. Nei decenni successivi ci furono una serie di tumulti tra gli Overgnaghi e i Vistarini da un lato e i Sommariva dall'altro, finché nel 1292 ebbe la meglio il partito guelfo, capeggiato da Antonio Fissiraga.

In questi anni intanto la città vide una forte espansione, con il rifacimento e l'ampliamento della cerchia muraria e l'inizio della costruzione delle chiese di San Francesco e di San Domenico. Attorno al 1300 si diffuse la leggenda del drago Tarantasio che avrebbe infestato le paludi dell'Adda e che sarebbe morto per intercessione di San Cristoforo; per questo fu ampliata la chiesa in suo onore, all'interno della quale pare fosse appesa una mascella fossile di un cetaceo, scomparsa dopo la profanazione del tempio. Quando nel 1945 Enrico Mattei scoprì dei pozzi di gas metano nella vicina Caviaga, alcuni iniziarono a pensare che l'animale, scomparso sotto terra dopo la bonifica delle paludi, fosse riapparso in forma di gas; il cane a sei zampe, logo dell'azienda, sarebbe quindi lo stesso Tarantasio.

Nel 1301 ripresero le ostilità coi Visconti di Milano. Il Fissiraga strinse alleanze con i signori di Pavia e di Piacenza, radunando le forze antiviscontee nella primavera del 1302. L'esercito si diresse verso Milano, affrontando Matteo Visconti, ma a causa di una rivolta scoppiata nella città, Matteo è costretto a trattare ancor prima di combattere. In questi trattati stipulati il 14 giugno 1302, i Torriani rientrarono a Milano, affidando il ruolo di podestà proprio ad Antonio Fissiraga.

La situazione mutò nel 1311 con la discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII che occupò Lodi, permettendo il ritorno dei Vistarini e degli altri ghibellini esiliati, ed esigendo che i rappresentanti del comune giurassero sulle reliquie di San Bassiano che gli sarebbero rimasti fedeli, osservando le clausole di pacificazione. La guida del partito ghibellino a Lodi era Bassiano Vistarini che, con l'aiuto di Matteo Visconti, nel 1321 si fece proclamare signore di Lodi; a lui succedettero i figli Giacomo e Sozzo i quali tennero il potere fino al 1328.

Dopo una parentesi guelfa guidata dall'ex mugnaio Temacoldo, durante la quale furono consegnate al papa Giovanni XXII le chiavi della città, il 31 agosto 1335, dopo un lungo assedio, Lodi cadde sotto i colpi di Azzone Visconti. Da questo momento la storia di Lodi fu strettamente legata a quella di Milano. In questo periodo fu ristabilita la pace fra le famiglie lodigiane in lotta e furono iniziati i lavori per la costruzione del maestoso castello di Porta Regale (concluso nel 1370).

Con la morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta il 3 settembre 1402, Lodi fu assegnata a Giovanni Maria, erede al titolo ducale. La debolezza di quest'ultimo causò la disgregazione dello stato: a Lodi, Luigi Vistarini si proclamò rettore della città, ma i Fissiraga reagirono provocando tumulti. Fu acclamato signore Antonio II Fissiraga; la sua politica a favore dei Visconti però generò il malcontento e presto fu costretto ad asserragliarsi dentro il suo palazzo. A questo punto Giovanni Vignati, discendente da nobile famiglia guelfa del contado, con un piccolo esercito prese il castello entro il quale si era rifugiato Antonio Fissiraga e dove probabilmente fu ucciso. Nominato signore il 23 novembre 1403, Giovanni Vignati condusse una politica di stacco netto dai Visconti. Radunò tutte le forze ostili ai Visconti ed organizzò un'azione contro Milano nel 1404, che però, dopo una serie di attacchi e contrattacchi, si risolse in un nulla di fatto.

Il 7 novembre 1406, Giovanni Vignati ricevette l'ambito titolo di patrizio veneto; la Repubblica di Venezia, infatti, vedeva di buon occhio le piccole signorie nate dalla debolezza dei Visconti. Altri scontri nel 1409 e 1410 permisero al Vignati di conquistare Melegnano e Piacenza. Il 16 settembre 1412 il nuovo duca Filippo Maria firmò un accordo nel quale riconosceva Giovanni come signore di Lodi e di Piacenza, ma lo obbligava all'assistenza politica e militare. Questo patto si rivelò l'inizio del declino di Giovanni Vignati.

Il 9 dicembre 1413, dal Duomo di Lodi, l'imperatore Sigismondo del Lussemburgo e l'antipapa Giovanni XXIII convocarono il Concilio di Costanza, che avrebbe poi risolto lo Scisma d'Occidente. La città fu sede di ambascerie da ogni parte d'Italia e Giovanni Vignati fu insignito del titolo ereditario di conte di Lodi.

Nell'agosto 1415 il duca di Milano catturò Giacomo, uno dei figli del Vignati. Questi venne a patti, e dovette dichiararsi vassallo del duca, prestando giuramento di fedeltà. Recatosi a Milano per ottenere la liberazione del figlio prevista dai patti, fu arrestato a sorpresa con l'accusa di tradimento. Intanto Francesco Bussone, detto il Carmagnola, occupava Lodi (20 agosto) e uccideva Ludovico, l'altro figlio del Vignati. Dopo aver ucciso anche Giovanni, i due cadaveri furono trascinati per le strade di Milano ed esposti per tre mesi nel rione Vigentino. D'ora in poi la storia di Lodi si identificherà completamente con quella del Ducato di Milano.

Nel 1419 divenne vescovo di Lodi Gerardo Landriani, grande cultore degli studi letterari e in rapporto con i più noti umanisti del tempo. Nello stesso periodo operò Maffeo Vegio, considerato uno dei migliori poeti in latino del XV secolo.

Durante il Rinascimento, conobbe un periodo di grande splendore artistico e culturale, dopo aver ospitato nel 1454 lo storico trattato tra gli Stati regionali italiani noto come Pace di Lodi. Il 9 aprile 1454 infatti, presso il castello di Porta Regale, sede locale della corte degli Sforza, gli Stati regionali italiani firmarono la Pace di Lodi, che assicurò quarant'anni di stabilità politica e territoriale, favorendo la rifioritura del Rinascimento.
La Pace di Lodi fu uno degli eventi più significativi della storia italiana del Quattrocento, ponendo fine al lungo conflitto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia che durava dai primi anni del secolo e sancendo così l'inizio di un'alleanza tra Francesco Sforza e la Serenissima.

L'importanza storica del trattato, che fu ratificato dai principali Stati regionali, consiste nell'aver garantito all'Italia un assetto territoriale stabile e quarant'anni di pace, favorendo di conseguenza la rifioritura artistica e letteraria del Rinascimento.

Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, il Ducato di Milano cadde nel caos: venne istituita la Repubblica Ambrosiana e a Lodi i cittadini proclamarono la loro appartenenza alla Repubblica di Venezia, che ratificò l'adesione il 12 ottobre 1447. Tuttavia la situazione cambiò rapidamente quando Francesco Sforza assunse il comando delle truppe della Repubblica Ambrosiana: dopo la sconfitta di Caravaggio, Venezia cedette Lodi a Milano, evitandole almeno il saccheggio; la città fu comunque assediata e devastata dai soldati del Piccinino. Seguirono una serie di rivolte, conflitti e devastazioni, dopo le quali l'11 settembre 1449 si giunse alla proclamazione di Francesco Sforza a signore di Lodi e duca di Milano. A causa della sua posizione di confine, il territorio lodigiano fu più volte percorso dagli eserciti milanesi e veneti, in guerra fra loro, ma già l'anno seguente iniziarono le trattative di pace che prevedevano che il confine veneto fosse stabilito poco oltre l'Adda.

Il periodo di pace cessò nel 1494, anno in cui il re Carlo VIII di Francia scese in Italia. Da questo momento, per almeno un ventennio si susseguirono una serie di passaggi di eserciti, con il loro seguito di scorrerie e di saccheggi che devastarono anche il territorio lodigiano.
In base alle clausole della pace di Cambrai (1529), il ducato di Milano rimase nelle mani di Francesco II Sforza; alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel novembre 1535, Carlo V e Francesco I entrarono in guerra per il possesso del ducato.
Ebbero la meglio gli spagnoli e nel 1540 fu nominato duca di Milano l'infante Filippo II.
Nelle corso del XVII secolo Lodi non fu toccata dalle guerre, ma le autorità spagnole si preoccuparono comunque di potenziare le fortificazioni, trasformando la città in una vera e propria fortezza. Il clima di tensione, oltre che la continua richiesta di tasse produssero una depressione economica, accentuata dalla famosa peste 'manzoniana'del 1630, portata in città dal passaggio dei Lanzichenecchi.
Il Lazzaretto fu allestito fuori Porta Cremonese. Alla fine dell'epidemia, il bilancio non è chiaro: le vittime variano da 127 a 500, su una popolazione totale di circa 10.200 persone; a Lodi dunque, la peste avrebbe avuto conseguenze meno disastrose che da altre parti.
L'economia dell'epoca era tipicamente agricola ed i prodotti principali erano costituiti dal latte, formaggi carni; si producevano inoltre lino e ceramica.

Dal punto di vista artistico fu rifinito il campanile del Duomo e costruito il portico di piazza Mercato; la facciata del municipio fu sistemata, con l'aggiunta delle iscrizioni dedicate a Pompeo Strabone e al Barbarossa. Nel 1679 vide la luce il primo teatro, con due ordini di palchi e il loggione, anche se rimase riservato ai nobili. La vita culturale si svolge nelle accademie, che hanno visto operare un poeta come Francesco De Lemene e il padre della storiografia lodigiana, Defendente Lodi. Nel 1622 la Congregazione dell'Oratorio, detta dei Filippini, pose le basi per la raccolta che formerà la futura biblioteca civica.

Questo secolo fu segnato da una serie di festeggiamenti molto sontuosi, che paiono fare a pugni con il periodo di ristrettezza economica; in particolare si ricordano i festeggiamenti per il passaggio dell'arciduchessa Margherita d'Austria nel 1598 che andava a sposarsi con Filippo III; quelli per la nascita di un principe (il 4 maggio 1605 fu inscenata la presa di un castello di legno, costruito apposta in piazza maggiore); la festa per l'elezione di Ferdinando III a Re dei Romani; le feste per i passaggi dell'arciduchessa Maria Anna d'Austria (1649) e della duchessa di Savoia (1651), ed infine per le nozze del re si organizzò una grande festa in maschera, cui partecipò anche il governatore spagnolo.
La guerra di successione spagnola determinò il passaggio alla dominazione austriaca, sancita in particolare dai trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Con il governo di Maria Teresa d'Austria (1740-1780), arrivarono le riforme che segnarono l'avvio della ripresa economica, specie grazie alla moltiplicazione ed alla riorganizzazione razionale dei terreni coltivabili nel circondario; fu inoltre introdotta la coltivazione del riso.
Il Secolo dei Lumi si fece sentire anche a Lodi: i Barnabiti seguivano lo sviluppo del sapere nelle scuole superiori di San Giovanni alle Vigne, e nel 1776 si aprirono i primi corsi elementari pubblici.

Nel 1792 l'impero austriaco entrò in guerra con la Francia.
Nel 1796 il Direttorio decise di portare la guerra in Italia, per alleggerire lo sforzo sul fronte tedesco. Nel marzo 1796, il giovane Napoleone Bonaparte assunse il comando dell'armata d'Italia; dopo aver sconfitto in sole tre settimane il re di Sardegna, proseguì la sua marcia a sud del Po, attraversandolo presso Piacenza il 7 maggio. Colti alla sprovvista, gli austriaci, ripiegarono su Lodi, attestandosi al di là dell'Adda.
Il 10 maggio 1796, le avanguardie francesi entrarono in città scontrandosi coi nemici nella famosa battaglia del ponte di Lodi.
Quando l'armata napoleonica – proveniente da Casalpusterlengo – raggiunse Lodi, il grosso dell'esercito austriaco (comandato dal generale Beaulieu) era già arroccato nelle fortificazioni situate sulla riva sinistra dell'Adda, protetto da 10.000 uomini a guardia del ponte. Dopo un duello di artiglierie, Napoleone inviò un contingente alla ricerca di un guado; la manovra di aggiramento riuscì e fu determinante per la vittoria dei francesi.
La battaglia rappresentò il primo grande successo di Napoleone: l'importanza di tale evento giustifica la presenza in molte città, francesi e non solo, di strade e piazze dedicate al ponte di Lodi (per esempio nel VI arrondissement di Parigi, si trova la "Rue du Pont de Lodi").
Colti alla sprovvista, gli austriaci, guidati dal generale Beaulieu, ripiegarono su Lodi, attestandosi al di là dell'Adda. Il 10 maggio 1796, le avanguardie francesi entrarono in città scontrandosi coi nemici nella famosa battaglia del ponte di Lodi. La chiese di San Rocco, San Cristoforo e San Domenico furono trasformate in ospedali e tutta la città subì danni notevoli. Il 12 maggio, Cristoforo Saliceti, commissario del Direttorio, sequestrò il Tesoro di San Bassiano.

Questa vittoria fu comunque importantissima per la carriera di Napoleone che il 15 maggio entrò trionfante in Milano.

Già dal 1789 era presente a Lodi un club giacobino segreto, che si riuniva presso l'Osteria del Gallo per iniziativa di Andrea Terzi. Con l'arrivo dei francesi, ci furono grandi festeggiamenti, ovunque si piantarono alberi della libertà (persino nel Seminario) e spuntarono coccarde bianche, rosse e blu.

Il 9 luglio 1797 viene proclamata la Repubblica Cisalpina, ed inizia la distruzione degli stemmi gentilizi e la soppressione degli enti religiosi di Sant'Agnese, San Cristoforo, San Domenico e Sant'Antonio. Dopo una brevissima parentesi in cui gli austro-russi occuparono Lodi (28 aprile 1799), il 9 novembre, divenuto console con un colpo di stato, Napoleone rioccupa la Lombardia, rientrando a Lodi nel giugno 1800. Il Dipartimento dell'Adda viene inglobato con quello dell'Alto Po, con capoluogo a Cremona; Lodi rimane capoluogo di un distretto, suddiviso a sua volta in sei cantoni. Il 13 maggio 1809 fu collocato nella piazza Maggiore un monumento a ricordo della battaglia del ponte.

Dopo l'incoronazione di Napoleone ad imperatore dei francesi, l'Italia divenne un regno (19 marzo 1805), con a capo Napoleone stesso. Il conte Francesco Melzi d'Eril venne nominato duca di Lodi, mentre il vescovo Gianantonio Della Beretta ricevette il titolo di barone del regno il 28 marzo 1811.

Dal 1806 al 1816 furono aggregati alla città di Lodi i tre chiosi (Porta Cremonese, Porta d'Adda, Porta Regale), e i comuni limitrofi di Arcagna, Boffalora, Bottedo, Campolungo, Cornegliano, Montanaso, Torre de' Dardanoni e Vigadore. La chiese di San Rocco, San Cristoforo e San Domenico furono trasformate in ospedali e tutta la città subì danni notevoli. La battaglia rappresentò il primo grande successo di Napoleone. Con l'arrivo dei francesi, ci furono grandi festeggiamenti, ovunque si piantarono alberi della libertà  e spuntarono le coccarde transalpine bianche, rosse e blu.
Il 9 luglio 1797 venne proclamata la Repubblica Cisalpina, ed iniziò la distruzione degli stemmi gentilizi e la soppressione degli enti religiosi di Sant'Agnese, San Cristoforo, San Domenico e Sant'Antonio.

Il dominio francese terminò con la disfatta di Lipsia del 1813: il 26 aprile 1814 gli austriaci tornarono a Milano; il 7 aprile 1815, in base alle decisioni del Congresso di Vienna, si costituì ufficialmente il Regno Lombardo-Veneto e Lodi ottenne il titolo di Città Regia, diventando, insieme con Crema, capoluogo della provincia di Lodi e Crema.
Durante questi anni di restaurazione Lodi si sviluppa soprattutto sotto due fronti: dal punto di vista culturale nascono tre testate giornalistiche, si apre il liceo comunale (ottobre 1821), che annovera tra i concorrenti a cattedre Giacomo Leopardi e numerose istituzioni culturali come il collegio Cosway (1830) e quello dei barnabiti (1832), il cui ritorno fu permesso dal vescovo Alessandro Maria Pagani; dal punto di vista urbanistico, nel 1819 viene introdotta l'illuminazione ad olio, nel 1835 la piazza Maggiore viene pavimentata con ciottoli ed in occasione della visita dell'imperatore Ferdinando I (17 settembre 1838) vengono smantellate le fortificazioni di porta Regale e porta Cremonese; al loro posto fu aperto un passeggio alberato, con un obelisco recante epigrafi latine.

I moti insurrezionali del 1821 e del 1831 passarono inavvertiti, negli anni 40 però la situazione cambiò; l'ambiente politicamente più attivo era il Liceo comunale dove, soprattutto tra il corpo docente, c'è un gruppo fortemente anti-austriaco, guidato dall'abate Luigi Anelli, docente di filosofia che nutre sentimenti repubblicani, esprimendoli in una introduzione a Demostene; anche Paolo Gorini esprime le sue idee nazionali durante le lezioni di fisica e nel 1847 si iscrive il bresciano Tito Speri. Si trattava comunque di piccole minoranze, tant'è che durante le cinque giornate di Milano, solo pochissimi accorsero per partecipare ai combattimenti.
Dopo le sconfitte di Magenta (4 giugno 1859) e di Melegnano (8 giugno) ad opera dell'esercito franco-piemontese, gli austriaci furono costretti a lasciare Lodi, non prima di aver bruciato il ponte dell'Adda. Il 20 settembre il re Vittorio Emanuele II visitò la città e, circa un mese dopo, la provincia di Lodi e Crema venne smembrata fra quelle di Milano e Cremona. Lodi fu assegnata alla provincia di Milano.

Il 23 marzo 1848 tuttavia, alla notizia della vittoria milanese, scoppia un tumulto, subito sedato. Il giorno seguente le truppe di Radetzky in ritirata, passano per la città. I liberali possono così uscire allo scoperto, costituendo un governo provvisorio. Il 30 marzo arrivano i piemontesi; da Lodi partono volontari 31 giovani (tra cui un diciottenne Tiziano Zalli) guidati da Eusebio Oehl, per arruolarsi nel "Battaglione Studenti". Ne moriranno 9 in battaglia.

Nell'estate le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci del maresciallo Radetzky, che rioccupò Lodi il 3 agosto: l'abate Luigi Anelli e Cesare Vignati (che nel marzo aveva emesso un proclama a favore della libertà) furono licenziati dal liceo; il medico Francesco Rossetti, reo di cospirazione mazziniana, fu arrestato il 16 ottobre 1852. Furono anni di rappresaglie in cui si viveva un clima di "caccia all'uomo"; tuttavia, il 1º luglio 1859 il vescovo Gaetano Benaglia, disponibile alle novità e sensibile alle esigenze del nuovo ceto operaio, prese posizione a favore del regime sabaudo. All'inizio dello stesso anno, 34 volontari partirono per arruolarsi con Garibaldi, anche se furono poi dirottati nell'esercito regolare; 15 di loro moriranno in battaglia.

La pace di Zurigo (10 novembre 1859) sancì ufficialmente il passaggio della Lombardia al regno di Sardegna, tramite la Francia.

Il 5 maggio 1860 due lodigiani (Luigi Martignoni e Luigi Bay) partirono da Quarto con la spedizione dei Mille; contando quelli che si aggiunsero in seguito, in vari scaglioni, in totale furono 234 i giovani che vi parteciparono, distinguendosi soprattutto nell'attacco a Milazzo e negli scontri di Pizzo Calabro.

Rientrato a metà dicembre l'ultimo scaglione di volontari, la vita in città tornò alla normalità. Il 17 marzo 1861 il parlamento proclamò il regno d'Italia con la partecipazione del deputato del collegio di Lodi. Un anno dopo Giuseppe Garibaldi inaugurò la sezione lodigiana del tiro a segno nazionale.
Alla metà del XIX secolo, Lodi era ancora racchiusa entro le antiche mura medievali. Negli anni successivi alla nascita del Regno d'Italia, la città si trasformò rapidamente, diventando un centro all'avanguardia in diversi settori. Si insediarono le prime industrie (tra cui il Lanificio Varesi-Lombardo nel 1868 e la Polenghi Lombardo nel 1870); inoltre, allo scopo di sostenere le attività agricole e artigianali, nel 1864 fu fondata la Banca Mutua Popolare Agricola (la prima banca popolare italiana) ad opera di Tiziano Zalli, attivista e convinto sostenitore di Giuseppe Garibaldi. La città fu anche toccata dallo sviluppo infrastrutturale dei primi decenni postunitari: nel 1861 fu inaugurata la linea ferroviaria Milano - Piacenza, divenuta in seguito parte del grande itinerario dorsale italiano. Una della principali conseguenze dello sviluppo industriale fu la presa di coscienza da parte della classe lavoratrice: negli ultimi decenni del secolo ebbero luogo numerosi scioperi e nacquero le prime "leghe rosse" organizzate.

Tuttavia dal punto di vista sociale furono anni di stasi demografica, causata dalla perdita del rango di capoluogo, ma anche dal declino dell'economia agricola. Nel 1877 vennero annessi al territorio municipale di Lodi i comuni suburbani di Chiosi Uniti con Bottedo e Chiosi d'Adda Vigadore. Il termine «chiosi», di origine dialettale, indicava le terre agricole circostanti la città di Lodi, analogamente ai più noti Corpi Santi intorno a Milano.

Una della principali conseguenze dello sviluppo industriale della città fu la presa di coscienza da parte della classe lavoratrice: negli ultimi decenni del secolo ebbero luogo numerosi scioperi e nacquero le prime "leghe rosse" organizzate che lottavano per difendere i diritti elementari dei lavoratori. Nel 1868 Enrico Bignami fondò La Plebe, il primo giornale socialista italiano, l'unico a pubblicare gli scritti di Marx ed Engels; nel 1873 la sezione socialista di Lodi era l'unica attiva in Italia ed inviò i propri delegati al VI congresso dell'Internazionale di Ginevra. Due anni più tardi, La Plebe inaugurò la propria redazione milanese, che vide il debutto giornalistico di Filippo Turati.

Parallelamente al movimento socialista si affermò anche il movimento sociale cattolico che aveva come organo di stampa Il Lemene, poi diventato Il Cittadino. In questo periodo Lodi era particolarmente attiva dal punto di vista culturale: oltre a quelli già citati, erano presenti numerosi altri giornali, tra cui Il Corriere dell'Adda, Il Proletario, Il Fanfulla, La Zanzara, Rococò, Sorgete! e Il Rinnovamento; inoltre i teatri cittadini passarono da uno a quattro e nel 1869 venne inaugurato il Museo civico.
Durante le operazioni belliche coloniali si distinse particolarmente il 15º Reggimento Cavalleria, ribattezzato "Cavalleggeri di Lodi" poiché era di stanza in città. Le imprese del Reggimento "Lodi" vennero esaltate anche da Gabriele D'Annunzio nel quarto libro delle "Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi".
Fu vissuta invece molto più tragicamente la prima guerra mondiale, a causa della quale morirono 331 lodigiani e moltissimi altri rimasero mutilati o feriti. Durante la "grande guerra" aumentò anche la coscienza del proprio ruolo da parte delle donne, che iniziarono a lavorare nelle fabbriche, sostituendo i mariti impegnati al fronte.
La poetessa lodigiana Ada Negri, figlia di un'operaia del lanificio, fu una delle maggiori sostenitrici della causa femminista con le sue liriche di protesta.

Dopo il conflitto i principali partiti della scena politica lodigiana diventarono i cattolici (Riccardo Oliva fu eletto nel 1914 primo sindaco cattolico di Lodi) e i socialisti (lo scultore Ettore Archinti divenne sindaco nel 1920). In seguito alla marcia su Roma, l'amministrazione socialista venne sciolta e l'unica alternativa al regime fu rappresentata dall'Azione cattolica.
Durante il periodo fascista, Lodi perse importanza a livello istituzionale: il sindaco venne sostituito dal podestà, e nel 1927 fu abolito il circondario.

Durante il periodo fascista, Lodi perse importanza a livello istituzionale: il sindaco venne sostituito dal podestà, e nel 1927 fu abolito il circondario (analogamente a tutti i circondari italiani). Attorno agli anni trenta si diffuse l'architettura razionalista e vennero costruiti diversi edifici e strutture pubbliche, come il palazzo delle poste, il padiglione pediatrico dell'ospedale, l'acquedotto, il sottopassaggio alla ferrovia, l'istituto fanciullezza, l'istituto tecnico e altre scuole; di contro però furono distrutti l'antico palazzo municipale, il mercato coperto, il teatro Verdi e gran parte della cerchia muraria.

Mussolini visitò la città due volte (4 ottobre 1924 e 5 ottobre 1934) ed in generale il fascismo venne subito con rassegnazione dai lodigiani.
Il secondo conflitto mondiale coinvolse a fondo la popolazione e furono numerose le vittime civili. Dopo l'armistizio nacquero i primi movimenti di resistenza: il Comitato di Liberazione Nazionale si costituì nell'ottobre 1943 con una maggioranza democristiana ed un ben organizzato gruppo comunista. Erano presenti anche i socialisti e i rappresentanti di altri partiti laici.
Le prime agitazioni scoppiarono nel gennaio 1944 presso le Officine Adda, seguite il 9 luglio da un attentato mortale al gerarca fascista Paolo Baciocchi, commissario prefettizio di Sant'Angelo. La rappresaglia si fece sentire: il 22 agosto 1944 presso il poligono di tiro a segno vennero fucilati cinque partigiani lodigiani; nello stesso luogo il 31 dicembre fu la volta di altri cinque. Queste, in seguito ricordate come "martiri del poligono", non furono le uniche vittime della Resistenza lodigiana. Lo stesso ex sindaco Ettore Archinti morì il 17 novembre 1944 nel Campo di concentramento di Flossenbürg, in Germania.

Il 27 aprile 1945  i tedeschi lasciarono la città e quando gli alleati giunsero da Crema e da Piacenza la trovarono totalmente libera. Nel maggio dello stesso anno si instaurò un'amministrazione provvisoria con rappresentanti di tutte le forze politiche del CLN: il sindaco era il socialista Mario Agnelli, vicesindaci il comunista Edgardo Alboni e il democristiano Alfredo Brusoni.

Il bilancio finale dei lodigiani caduti per la libertà è di 55 uomini morti in battaglia e 12 martiri dei lager nazisti.

A partire dal 1955, la città conobbe un impetuoso sviluppo urbanistico che coinvolse entrambe le sponde dell'Adda: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle "case Fanfani" (ad ovest del centro storico) ed il "villaggio Oliva" (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al completamento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali.
Con la nascita della Provincia di Lodi nel 1992, la città riprese il ruolo antico di capoluogo del territorio circostante, il lodigiano appunto, e si gettarono le basi per l'insediamento di tutti gli uffici statali e regionali previsti dalla legge per le città capoluogo.
Ripresa economica ed istituzionale si accompagnarono con un'intensa attività di terziario avanzato, che da allora caratterizza buona parte delle dinamiche sociali ed economiche locali.
Forte è tuttavia il pendolarismo, soprattutto verso Milano.

Oggi Lodi costituisce un importante nodo stradale e centro industriale (nei settori della cosmesi, dell'artigianato e della produzione lattiero-casearia). È inoltre il punto di riferimento di un territorio prevalentemente votato all'agricoltura e all'allevamento: in virtù di ciò, la città è stata scelta come sede del Parco Tecnologico Padano, uno dei centri di ricerca più qualificati a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari.
Restano molto sviluppate le attività legate al terziario avanzato (assicurazioni, banche, servizi) ed all'informatica grazie alla presenza dell'azienda Zucchetti, leader nazionale del settore.
Notevole la presenza in città di associazioni del volontariato, in prevalenza di stampo ecclesiale ma non solo, dedite a svariati compiti in ambito solidaristico e sociale. Buona a tal proposito anche l'integrazione degli stranieri, grazie a politiche di attenzione conciliate con quelle della sicurezza, che le amministrazioni cittadine hanno attuato sin dalla fine degli anni '90 del Novecento.
Come molti altri centri dell'Italia settentrionale, Lodi è diventata una città multietnica con una presenza significativa di cittadini provenienti dall'estero.




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