Visualizzazione post con etichetta verolanuova. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta verolanuova. Mostra tutti i post

sabato 20 giugno 2015

LA CHIESA DELLA DISCIPLINA A VEROLANUOVA



Di fronte a Castel Merlino, sopra una balza che costituiva il castello comunale di Verolanuova - più antico e a volte contrapposto a quello feudale - sorge la chiesa della Disciplina, già chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, affiancata da una armoniosa torre campanaria tardo gotica (in un mattone ai piedi del campanile è graffiata la data 1473). L'interno, in origine ad una navata intervallata da archi a sesto acuto che sostengono un soffitto a due spioventi con travetti a vista e tavelle dipinte, venne dotato sulla metà del Seicento di una finta volta con arelle in legno intonacate e di un matroneo sopra l'ingresso, destinato alle riunioni della Disciplina.La chiesa della Disciplina, abbandonata per lungo tempo e riaperta solo da pochi anni, conserva nel suo interno copiose tracce della decorazione quattro-cinquecentesca ad affresco (di particolare interesse, nel sottotetto, sono i motivi del liocorno sormontato da un airone che si scorgono nelle fasce di coronamento degli arconi e le rose e le stelle dipinte sulle tavelle) ed il monumento funebre del Conte Nicolò II Gambara (+1592), vero e proprio capolavoro della scultura bresciana del Manierismo, opera di Pietro Maria Bagnatore, decorato nella cimasa da un dipinto ad olio su ardesia dello stesso artista, raffigurante la Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva. Sull'ultimo altare a nord, verso il presbiterio, si trova il miracoloso affresco cinquecentesco della Madonna del Campanile, qui trasferito nel 1765, come ricorda un'epigrafe a destra dell'ingresso, proprio sotto il campanile.

A destra dell'abside troviamo il monumento barocco di Nicolò Gambara, sul quale si leggono due iscrizioni; la prima così recita: "Al conte Nicolò Gambara, uomo chiarissimo e per la nobiltà della famiglia e per le sue virtù e imprese, poiché nella guerra subalpina sotto gli auspici di Ferrante Francesco, marchese di Pescara, comandante generale dell'esercito di Carlo V, condusse con somma sua lode mille fanti; milite volontario in Ungheria, prestò egregiamente la sua opera al duca di Ferrara, Alfonso II, nella guerra navale della Repubblica Veneta contro i Turchi, dimostrò una singolare fedeltà e forza, risplendette in casa come nella milizia per la grande pietà e prudenza. Francesco Gambara, nipote, eresse questo monumento al benemerito zio che morì l'anno della Redenzione 1592, il 27 gennaio, qua avendo vissuto 54 anni, mesi 4 e 16 giorni".
Da alcuni documenti si apprende che Nicolò Gambara nacque probabilmente a Verolanuova nel Castel Merlino l'11 settembre 1537. Egli seguì, come il padre e il nonno, il mestiere delle armi, attività propria delle antiche famiglie feudali. Non avendo figli, designò suoi eredi i nipoti, uno dei quali gli eresse questo monumento.
La seconda iscrizione, forse più interessante della prima, è dedicata ad una giovinetta, data in sposa per procura ad un Gambara e morta prima che il marito la vedesse.
"A Maddalena Speciano Gambara, giovinetta insigne e per nobiltà e per prudenza molto superiore dell'età, che sposata ad un assente mentre affretta col desiderio le nozze terrene, da Cristo, sposo delle vergini, chiamata al talamo celeste, vergine felicemente vi salì nell'anno 14 di età, Lucrezio Gambara mestissimo sposo (questo ricordo) alla desiderata consorte nel mese di marzo dell'anno 1597".
Lucrezio Gambara, a cui fa riferimento l'iscrizione, era nipote di Nicolò Gambara in quanto figlio del fratello minore, e morì giovanissimo, all'età di 23 anni, il 28 giugno 1602, colpito dal mal sottile, ereditario nella sua famiglia. La promessa sposa, Maddalena Speciano, morì a soli 14 anni, mentre Lucrezio si trovava in Ungheria, come condottiero di armati nella guerra contro i Turchi.
Sul lato sinistro del presbiterio un paramento ligneo nasconde una muratura ad arcata realizzata per l'inserimento dell'organo, costruito dal celebre Battista Facchetti e donato alla chiesa nel 1540 dalla famiglia Gambara. La recente tamponatura è stata fatta per occultare l'ingiustificato smantellamento dell'antico strumento. La cantoria venne sistemata definitivamente nel 1625 dal noto scultore Feliciano Galluzzi.

Sempre a sinistra dell'abside, nella zona delle sagrestie, all'interno della cella del campaniletto, è evidente l'esistenza di una volta impostata su un primitivo vano quadrangolare di dimensioni più ampie e ridotto allo stato attuale per l'inserimento della scala di accesso al piano superiore. L'interno della chiesa era abbellito da una teoria di affreschi votivi e decorativi del Cinquecento, dei quali si vede ancora qua e là qualche pregevole avanzo. Durante le indagini sulla seconda campata è stato aperto un piccolo pertugio, perché, tastando la parete, si intuiva l'esistenza di uno spazio vuoto. Questo intervento ha portato alla luce un affresco attribuito ad un certo Gatti, pittore verolese, e datato 1521. Esso rappresenta S. Lucia, S. Agnese e S. Caterina. Dello stesso ciclo fa parte anche la Madonna del Campanile, di autore ignoto, che inizialmente si trovava in fondo alla chiesa, da dove fu poi tolto a causa dell'umidità e ubicato sopra un altare. Al suo posto fu collocata un'elegantissima iscrizione latina che ricorda il trasporto dell'immagine venerata; di essa si riporta la versione italiana: "Qui stava la miracolosa immagine dell'alma Vergine che vien chiamata da tutti col titolo del campanile ma fu trasportata e splende sul nitido altare il 19 aprile 1765".

Sulla seconda campata a sinistra c'è un quadro del Mainardi, che rappresenta la Madonna con in braccio il Cristo, affiancata da S. Giovanni Battista e da un altro santo; tale dipinto era probabilmente la pala dell'Altare Maggiore della Disciplina.
Il quadro dell'altare della Madonna è attribuito al Trotti e raffigura la Madonna assunta in cielo.
Dopo l'inaugurazione della Basilica di S. Lorenzo, quadri e suppellettili della Disciplina sono stati trasferiti nella nuova parrocchiale, dove sono tuttora custoditi.

La struttura muraria esterna presenta aspetti interessanti. Il fianco sud della chiesa è costituito da un fronte di sei campiture, sottolineate dalle lesene poste in corrispondenza degli interni archi diaframma della navata.
All'altezza di circa sei metri è evidente una linea di ripresa nella muratura, almeno per le prime tre campate; ciò presuppone una preesistenza diversa da quella attuale.
L'abside, databile alla fine del secolo XIV, presenta una finestratura tamponata e un disegno di cornice diversi da quelli della chiesa, testimonianza di altri tempi di esecuzione e di altre manomissioni.
La facciata, più recente di circa due secoli, è da riferirsi ad un prolungamento della chiesa stessa, sì che il torrione, un tempo isolato, risulta incorporato con un lato. I portali marmorei risalgono al Seicento. Sulla facciata, a sinistra della porta, in una piccola lapide murata, sotto un grande stemma Gambara portante il tradizionale gambero rosso, si legge:

"ADI 3 AUGUSTO FO EDIFICATA QUESTA MDIX".

La data "3 agosto 1509", da alcuni erroneamente ritenuta l'anno di fondazione, è in realtà riferibile a qualche intervento straordinario, forse il prolungamento o l'ampliamento verso mezzogiorno della chiesa stessa. Inoltre, è in netto contrasto con la data 1534, anno in cui il conte Brunoro Gambara offrì 400 ducati per il restauro: questo presupponeva condizioni di vetustà e di degrado che in 25 anni la chiesa non poteva presentare.
La torre campanaria doveva originariamente essere più bassa dell'attuale, con tre ordini di palchi in muratura a volta a crociera. Trovavasi quindi formata da quattro vani sovrapposti: il primo al piano terra, adibito a presidio e custodia, il secondo con accesso a quota alta per la manovra delle campane, il terzo per l'alloggio degli ingranaggi dell'orologio con l'unico quadrante prospettante in lato ovest, ed il superiore quarto vano come vera e propria cella campanaria.
La data (1667), riportata su uno dei vecchi mattoni dell'attuale cella campanaria superiore, indica forse il momento del sopralzo del campanile.
Col sopralzo si aggiungeva alla torre un nuovo palco in legno e la stessa veniva sopraelevata di circa cinque metri e provvista di superiore guglia.
La nuova cella serviva così ad un alloggiamento più alto delle campane, mentre la sottostante e precedente cella campanaria accoglieva gli ingranaggi di un secondo quadrante prospettante in lato nord, rivolto verso il centro del paese.
Durante il restauro del campanile, è emersa un'altra indicazione: vicino alla data "1473 DIES PASCHAE" è stata ritrovata una nicchia, protetta da un mattoncino, contenente un uovo di gallina e un dischetto di legno punteggiato a fuoco con la croce e D.P. Tale indizio potrebbe fare riferimento alla costruzione del campanile, ma di ciò non si ha certezza.
L'ultimo intervento alla torre campanaria, effettuato nel 1981-82, ha messo in luce la preesistenza della guglia, della quale rimangono soltanto alcune tracce: l'innesto della sezione quadrata con la sezione circolare mediante quattro pennacchi laterali.
Fotografie degli inizi del Novecento testimoniano l'esistenza di questa guglia.
Il campanile era dotato di cinque campane in "do", che nel 1911 vennero rifuse per la costruzione delle campane in "la" del nuovo campanile.
La chiesa era tutta circondata dal cimitero, la cui presenza è testimoniata dalla seguente iscrizione funeraria, posta sul fianco esterno della porta laterale, a settentrione; si legge: "Monumento eretto a Marco Romanelli, di mente elettissima, morto il 6 novembre 1791 non ancora compiuto il 23 anno di età, e a Carlo Romanelli suo amatissimo zio, involato ai vivi fra il dolore dei poveri il 1 gennaio 1792, nell'anno 55 di età, ambedue deposti in questo tempio, nel sepolcro dei Sandri" (il testo originale è in latino). Nell'interno sono presenti diverse tombe, alcune anonime, altre segnate con brevi iscrizioni che ricordano essere state le tombe gentilizie delle principali famiglie del paese, come i Girelli, Sandri, Spalenza, Venturi.
Anche alcune associazioni religiose, come la confraternita di S. Rocco e del Crocifisso, vi ebbero tombe particolari, segnate con brevi iscrizioni.
Sulla parete interna della porta meridionale appare la seguente iscrizione: "Stefano Martinelli / trafficante e possidente onestissimo / concorse largamente alla erezione / della cupola del tempio di Calcio sua patria / beneficiò in Brescia diversi luoghi pii / in Verolanuova fondò l'orfanotrofio / e contribuì di molto all'aumento dell'asse / dell'ospedale dove visse i suoi ultimi anni / assistito dalle benemerite suore di carità / morì il 3 luglio 1878 pieno di fede / e ricco di opere di pietà e di misericordia / la sua salma riposa nel patrio cimitero".

Sul lato di mattina e su quello di monte correva la Fossa Castello, che si congiungeva con il castello preesistente. Il lato di mattina fu ceduto dal Comune ai confinanti con una delibera del 31-5-1874 per metri quadrati 1104, divisi fra quattro frontisti, come attesta la relazione dell'ing. G. Tadini. Questo fa pensare che il complesso della Disciplina occupasse una area più vasta di quella attuale. Dalle mappe antiche emerge, infatti, che la zona del castello aveva un andamento a scacchiera, quindi è probabile che la fossa delimitasse anche altri edifici. Si potrebbe quasi pensare ad una cittadella racchiusa nella cerchia delle proprie mura, circondate dalla relativa fossa. Sul lato di tramontana esisteva la chiesetta del Suffragio, che grosso modo partiva all'altezza della torre e si estendeva per 12,85 metri con una larghezza di 7,60 metri, come risulta dalla relazione dell'ing. C. Gazetti. La chiesetta è stata abbattuta nel 1907 per lasciar posto al nuovo campanile.

La lettura di un affresco datato 1522, dipinto nella Chiesa della Disciplina, a Verolanuova, in provincia di Brescia – edificio che ai tempi quell’intervento pittorico era il principale luogo di culto della zona – rivela, indirettamente, attraverso l’impaginazione, quali fossero le maggiori e più temute cause di sofferenza o di infermità nella pianura padana, ai tempi del Rinascimento. L’opera, di una certa, rude eleganza, rinvia a moduli arcaici, ancora quattrocenteschi, sia nella delineazione delle figure che per l’impaginazione a scomparti. Arcaicità della lingua pittorica che risulta evidente nel momento in cui si considera che l’affresco di Verolanuova fu realizzato tre anni dopo la morte di Leonardo da Vinci e a due anni dalla scomparsa di Raffaello.
Ripartito come un polittico, con aree delimitate da false cornici, il dipinto non è  lontano dall’ingresso della chiesa e dovette costituire, in ambito parrocchiale, un nucleo interno specializzato, con funzioni di santuario, legato cioè al culto dei santi e alla richiesta di grazie. L’affresco presenta nella parte superiore san Girolamo, il traduttore della Bibbia dal greco al latino – che ha la funzione di orientare alla Bibbia il culto dei Santi, prevenendo atteggiamenti idolatrici dei fedeli – mentre nell’ordine inferiore, offre la vista di quattro santi, in uno spazio quadripartito irregolarmente, santi ai quali, anche attraverso iscrizioni in lingua e caratteri latini, si impetra l’intercessione divina. La differenza di spazio assegnata a Santa Caterina d’Alessandria – a fronte della mancanza di carte che provino la dedicazione del tempio a questa santa – le drammatiche immagini di operai-contadini lacerati dalle lame delle ruote, ai suoi piedi, lascerebbero intendere la necessità di aumentare l’evidenza della scelta cultuale per creare un canale più ampio di contatto.
Il dipinto di Santa Caterina d’Alessandria – impostato strutturalmente come un ex voto collettivo – rievoca parzialmente il primo tentativo di martirio. Secondo le fonti antiche, Caterina rifiutò l’apostasia della religione cristiana e venne pertanto condannata al supplizio della ruota, che si spezzò miracolosamente, come per volontà divina, sicchè i persecutori eseguirono la sentenza con la spada. Ma qui, Caterina sta sull’asse di una sorta di biga, le cui ruote sono dotate di spaventose lame di tortura. Una biga che ferisce anche due uomini, sfigurandoli, con un realismo che caratterizza la pittura bresciana e bergamasca dell’epoca, molto attenta alle fonti del vero, per quanto crudele esso sia. Caterina, leva lo sguardo a Dio, mentre il carro attraversa la campagna ormai raggelata: candido è il paesaggio lontano, con alberi brulli dalle cortecce imbrunite, solcato da un fiume azzurro, evidentemente lo Strone, il corso d’acqua di Verolanuova, che si getta più a Sud nell’Oglio.
Il pittore suggerisce anche, nell’area in cui dipinge gli alberi, uno scoscendimento che caratterizza il paesaggio locale. Nonostante Verolanuova sia in pianura, il nucleo originario sorse nei pressi del vallone, una depressione del terreno che dovette favorire non solo la difesa di Castel Merlino, lì abbarbicato, con la creazione di una profonda fossa difensiva, ma l’istallazione di laboratori artigianali e di mulini che usufruivano del moto vivido delle acque. L’altimetria di Verolanuova passa da 73 metri sul livello del mare a 53 metri, segnando pertanto un salto teorico di venti metri, ottimo da sfruttare soprattutto per la presenza naturale di una fonte d’energia primaria come l’acqua.
Santa Caterina d’Alessandria, secondo la tradizione più antica. proteggeva mugnai, tornitori, arrotini, barbieri, sarte, carradori e comunque veniva impetrata la sua intercessione da coloro i quali lavoravano utilizzando meccanismi a ruote, lame, chiodi o aghi. Ma nell’affresco di Verolanuova, il pittore sembra indicare un’estensione dell’intervento di protezione ai contadini durante i lavori di aratura e di erpicatura del terreno. Non è casuale la scelta dell’ambientazione stagionale della scena – coincidente con la festa della santa, il 25 novembre, e con le operazioni di aratura – e il fatto che i due uomini gravemente feriti dalle lame delle ruote appaiano sulla terra viva, marrone e caratterizzata dall’emersione di numerosi sassi, e non sulla zolla del prato. L’area sottoposta ad aratura occupa sia la fascia inferiore dell’affresco,  quale poggiano i due feriti, che due nastri, posti come due lati di completamento di un triangolo.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/uno-sguardo-verolanuova.html








.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



PALAZZO GAMBARA A VEROLANUOVA



Nel tardo Medioevo i Gambara elessero quali residenze principali della famiglia due località del bresciano, Verolanuova e Pralboino. Ranuzio Gambara, fratello del cardinale Giovanni Francesco che a Viterbo - a fine '500 - fece costruire Villa Lante, fu il committente del palazzo di Verolanuova.

Sui pilastri d'ingresso a palazzo Gambara sono collocate le Statue di Marte e Pallade, ovvero forza e saggezza.

Le statue sono attribuite a Santo Callegari, capostipite di quella straordinaria dinastia di scultori che opererà a Brescia fino all'inizio dell'800.

I Callegari ebbero in Antonio il più fantasioso e geniale interprete del barocco bresciano. Le due statue hanno una presenza assai rilevante anche per i significati simbolici.

Marte, sinonimo di guerra significava capacità di portare offesa, Pallade, uno dei vari nomignoli attribuiti ad Atena (la Minerva romana), era la protettrice delle scienze e dell'arte, ispiratrice di nobili imprese ma armata per saper difendere gli ideali che perseguiva.

Il muro di difesa è coronato da una balaustra in pietra, il palazzo è nato, infatti, come struttura fortificata.

Nel muro si aprono tre cancelli: due all'estremità hanno più l'aspetto di porte pedonali chiuse fra due possenti pilastri a larghe fasce di pietra; quello centrale è più accogliente, arricchito da pilastri bugnati in pietra di Botticino portanti due statue barocche di Minerva e Marte del Callegari.
Altro cancello barocco è posto più a monte a dare accesso al giardino superiore.

Il lato sud è la parte più antica, testimonia l'origine fortificata del palazzo e cela tracce di una torre con coronamento a mensole ricurve.
Il corpo di fabbrica si configura come architettura dai caratteri tre-quattrocenteschi con portico su pilastri ottagoni, forse parte del monastero benedettino di S Donnino divenuto nel XIII secolo giuspatronato della famiglia Gambara (Perogalli, Sandri, 1983).
Il lato Sud ospitava anche lo scalone di accesso al palazzo di cui oggi rimangono solo alcune tracce. Attualmente è sede della biblioteca comunale, mentre il corpo bandistico svolge le sue attività nei locali interrati accessibili da via Semenza (Il Cantinù).

L'ala Nord dell'edificio presenta caratteri architettonici ottocenteschi.
Attualmente ospita la sede della polizia municipale, la casa del custode e una sala riunioni. La facciata posteriore è singolare e severa, decisamente meno ricca e articolata della principale.
L'impostazione architettonica è rimarcata dalla presenza di un toro marcapiano nella parte inferiore, chiara allusione all'architettura fortificata dell'epoca.
Le finestre hanno un ornamento semplice in pietra e al centro campeggia una bella trifora serliana, anch'essa in marmo, con balcone e balaustra di carattere tipicamente veneziano; essa illuminava il salone centrale ora distrutto.

Nella parte frontale, quella antistante la piazza, Il 'giardino d'onore', formalizzato e recentemente sistemato, si offre come verde cornice alla facciata del Palazzo.
Tutto intorno allo stesso, un giardino 'romantico' con un boschetto leggermente rialzato, un ruscello e vialetti pedonali.
Nella parte posteriore vi è un prato un tempo più vasto che oggi ospita la caserma dei carabinieri, l'acquedotto municipale e la sede del giudice di pace.
L'antica conformazione del giardino, dunque, è andata per lo più perduta; i recenti interventi di restauro si ripropongono di restituire all'area l'ordine e la fruibilità con opere di salvaguardia e ripristino della vegetazione.

Nella porta centrale sotto al porticato vi è l'ingresso a una scala di proporzioni modeste perchè di costruzione recente, la sua posa nel 1840 ha determinato l'infelice divisione di quello che doveva essere il salone d'onore del primo piano.
Lo scalone originale doveva invece essere a lato Sud. La distribuzione interna delle sale risulta, dunque, notevolmente trasformata dai secoli e dall'uso a cui il Palazzo fu di volta in volta adibito.
Oggi è sede comunale.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/uno-sguardo-verolanuova.html


.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



LA CHIESA DI SAN LORENZO A VEROLANUOVA

.


La Parrocchiale di San Lorenzo Martire custodisce un importante tesoro d'arte. Nel 1580 il cardinale Borromeo raccomandò ai Gambara di ingrandire la chiesa esistente e fu consacrata nel 1647, anche se l'alta cupola (sormontata da un grande Angelo in rame) fu completata solo all'inizio dell'700. E' a croce latina e sorse dov'era precedentemente una chiesa dei Disciplini.
La volta all'interno è a botte liscia, sostenuta da larghe lesene corinzie sormontate da un elaborato cornicione con fregio rinascimentale in rilievo, che gira per tutta la chiesa. Tra le opere d'arte due tele, Caduta della manna e Sacrificio di Melchisedech, eseguite in grandi dimensioni nel 1740-41 da Giambattista Tiepolo.
Inoltre dipinti di Andrea Celesti (Assunta, Natività di Maria e Martirio di San Lorenzo, di Pietro Ricchi detto il Lucchese (San Francesco Saverio), di Andrea Bertanza, di Francesco Maffei (Angelo custode e Ultima Cena), di Giovan Battista Trotti detto il Malosso (Madonna e Santi) e del Ciavichino. Tale concorso di grandi artisti è dovuto al munifico mecenatismo dei Gambara.

Opera dei maestri di fabbrica Antonio e Domenico Comino, sorge nella parte più elevata del centro del paese, al posto di un preesistente oratorio dei Disciplini. La posa della prima pietra, secondo una annotazione del "Libro Cronologico" dei Cappuccini di Verolanuova, avvenne il 10 agosto 1633, deliberata collegialmente nel precedente gennaio dai rappresentanti del popolo, dal clero e dai maggiorenti della famiglia dei Conti Gambara.
Con l'inizio della costruzione, architettonicamente interessante per la sua singolare concezione, si compiva il voto solenne espresso dalla popolazione verolese durante la drammatica esperienza della peste del 1630 e si esaudivano anche le più antiche sollecitazioni del Cardinale Borromeo (San Carlo), da lui espresse al cugino Gambara durante la visita pastorale del 1580 per le crescenti necessità di culto e di decoro della dignità prepositurale.
L'impegno di mezzi e di uomini, veramente cospicuo, sostenuto dalla comunità, dalle Confraternite, dai Vicari, dai singoli e dalla famiglia Gambara, a cui si devono senz'altro gli orientamenti artistici, si protraeva per diversi anni, ostacolato da guerre e carestie.La chiesa veniva consacrata il 30 giugno 1647 dal Vescovo di Brescia Marco Morosini.
Mentre quasi tutte le chiese parrocchiali costruite in provincia di Brescia durante il 1600 (circa una quarantina) seguono lo schema compositivo e strutturale delle chiese del tardo '500, risultanti come un unico vano voltato a botte, che comprende nave e presbiterio, quella di Verolanuova, come poche altre, costituisce un'eccezione: infatti si stacca dall'architettura locale e dall'ambito degli artisti locali, portando nelle sue linee compositive e strutturali apporti e contributi diversi e notevoli. Gli artisti, che qui lavorarono, vennero certamente scelti dai Gambara fra i migliori, a Venezia, a Roma od altrove, dove ampi ed umanistici erano i loro legami.

La facciata rimasta incompleta, accenna motivi ornamentali a testimonianza di un preciso intento decorativo. L'ampio ed alto frontone, a timpano triangolare, è completato da due torricelle, impostate sugli angoli della facciata: un impianto architettonico di non facile riscontro in territorio bresciano. La semplicità delle linee di ordine toscano sottolineano l'essenzialità dell'intero organismo, rendendo, unicamente alla cupola, senso di grande spazialità. Di stile composito, a doppio ordine, è il pregevole portale.

L'imponente composizione spaziale interna a croce latina, di tipica concezione controriformista, voltata a botte liscia, trovasi costantemente cadenzata da larghe ed alte lesene corinzie, sormontate da un elaborato cornicione a fregio rinascimentale in rilievo, dalla costante e continua linea d'ornato, che si sviluppa per tutto l'intero contorno. L'ampia, unica navata si presenta ritmata dalle laterali cappelle (tre per parte), interposte alla portante struttura, aperte da alti archi e sottolineate dalle corinzie lesene. In relazione alle sottostanti cappelle, il grande vaso presenta la volta alleggerita da sei semicircolari lunette sovrastanti altrettanti finestroni a tutto sesto, separati da intercapedine muraria rispetto agli ampi varchi esterni. Il transetto trovasi delineato dallo spazio di intervallo fra i quattro archi trionfali a tutto sesto, anch'essi impostati su lesene corinzie, che sorreggono, al centro della pianta cruciforme, l'alto tamburo della cupola. Nei pennacchi angolari d'incrocio degli archi del transetto trovano luogo quattro altorilievi a medaglione. Così concepita, la composizione basilicale sottolinea le due grandi cappelle poste all'estremità del transetto, approfondendo maggiormente il presbiterio, già di per sé allungato, in cui la curva dell'abside si richiude superiormente a catino, seguendo la pianta semicircolare del coro. Il pavimento della sala in lastre di pietra, ribassato rispetto al pavimento policromo del presbiterio e delle laterali cappelle, sottolinea anch'esso le linee della composizione. La luce, oltre che dalle finestre del tamburo, entra anche dalle due alte ed ampie finestre poste in corrispondenza del timpano della parete di fondo delle cappelle laterali del transetto e dalle due grandi finestre laterali del presbiterio. L'effetto complessivo‚ è veramente di grande suggestione.

La cupola sopra i pennacchi d'incrocio degli archi del transetto, impostato su di un primo cornicione rinascimentale, munito di elegante ringhiera, si innalza un alto tamburo, coronato da un secondo cornicione, su cui poggia la cupola: altro elemento di rarità nell'architettura bresciana del Seicento. La struttura muraria del tamburo, ad andamento interno circolare, assume all'esterno forma prismatica ottagonale, con una snella finestra per lato. La soprastante cupola, in struttura muraria dal profilo interno sferoidale, risulta coerentemente risolta all'esterno in forma di calotta ad otto spicchi, su complessa ed indipendente struttura lignea centinata, rivestita da lastre di piombo. Il profilo esterno è poi coronato da una lanterna ottagonale, aperta a belvedere, che porta al culmine un angelo in rame sbalzato, girevole sul proprio asse, recante sul petto lo stemma cardinalizio dei Conti Gambara e la data del 30 novembre 1674 con il nome di Lucrezio Gambara, prevosto pro-tempore. Ai primi del'700 la chiesa, anche se disadorna, si presentava completa nelle sue strutture murarie.

Nel frattempo avevano trovato collocazione al suo interno alcune opere di artisti della fine del'500, che probabilmente provenivano dalla precedente parrocchiale. Vi troviamo, infatti, importanti opere del Trotti detto il Malosso, del Mainardi detto il Chiavechino riferibili alla fine del '500 e di Pietro Ricchi detto il Lucchese della prima metà del'600. Alcuni pregevoli altari in legno intarsiato di scuola bresciana e cremonese, iniziati nella seconda metà del XVII secolo, ed ormai compiuti, si arricchivano poi, specialmente durante il XVIII secolo, di opere d'arte di immenso valore. Il merito dei Gambara mecenati fu quello di aver scelto fra i migliori artisti del tempo, incominciando da Francesco Maffei (1625-1660) il cui momento verolese coincide forse con la fase più forte della sua creazione, ad Andrea Celesti (1637-1712) i cui grandiosi teleri si montarono nel primo decennio del '700, continuando con Giovanni Battista Tiepolo (1696- 1770) con le sue ariose scene bibliche di rilevanza estrema, per arrivare a Ludovico Gallina (1752-1787) che con ampiezza di respiro venne a compiere la sua ultima opera, finita dallo scolaro Tantin. Si può tranquillamente affermare che la scuola pittorica veneta è qui presente in tutta la sua evoluzione, riassunta nei suoi contenuti più grandi ed espressivi. Nel tempo, l'interno andava poi completandosi con altre preziose opere, come le marmoree balaustre di varia tonalità ad incastri floreali (1683), le cantorie di scuola cremonese, il settecentesco coro, l'altare maggiore in marmo striato verde (1832) ed il prezioso organo dei fratelli Lingiardi (1875). Per le decorazioni, volute dal Prevosto Don Francesco Manfredi, bisogna arrivare ai primi del '900. L'architetto Antonio Tagliaferri ne segui i lavori, ispirandosi per l'ornamentazione al Gesù di Roma, chiamando a compiere le decorazioni d'omato i manerbiesi fratelli Cominelli e con essi altri pregevolissimi pittori, quali i verolesi Roberto Galperti e Benedetto Lò. Il lavoro d'ornato della cupola è opera di Angelo Cominelli, il medaglione della volta e gli Apostoli sono opera del valente pittore bresciano Gaetano Cresseri (morto il 17 luglio 1933), gli Angeli della cupola sono del Galperti. Mentre l'interno della chiesa veniva così completato, l'architettura esterna del fabbricato rimaneva incompiuta nella sua maestosa solidità, nella semplicità delle sue linee di ordine toscano piane e severe, nonostante la facciata accenni a qualche motivo ornamentale. Nel 1901 l'architetto Antonio Tagliaferri ebbe a ridisegnare la facciata, cercando di legare con lo stile del portale ed abbondando in fregi ed ornati: il progetto, contrastante con le linee e le robuste partiture architettoniche esistenti, non ebbe seguito, rappresentando così una semplice esercitazione accademica.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/uno-sguardo-verolanuova.html







FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



UNO SGUARDO A VEROLANUOVA



Il suolo verolese è costituito dai depositi alluvionali del periodo Olocene, datato quindi a partire da 20.000 anni fa e non ancora conclusosi.
Questi depositi formano strati consistenti dello spessore complessivo di oltre 150 metri che poggiano su una coltre più antica, databile ad oltre 2.000.000 di anni fa (Pleistocene), generalmente impermeabile.
La pianura verolese, pertanto, come del resto quella dei paesi vicini e della bassa bresciana in genere, è prodotto dell'opera millenaria dovuta al trasporto, al riempimento del mare preesistente ed alla sedimentazione dei materiali portati dai fiumi Oglio, Strone, Mella e tanti altri ora ridotti a fossi, scarpate o scomparsi del tutto.
Questo lentissimo ma grandioso lavoro iniziato nell'era Quaternaria, subisce una intensificazione soprattutto dopo le glaciazioni e durò più di 3 milioni di anni.

La nostra pianura è dunque l'esito di una colossale opera effettuata dai ghiacciai e dai fiumi che erodono le Alpi e trasportano materiale a valle. Secondo la pendenza, la velocità ed il percorso dei fiumi, tali materiali si sono depositati dai più grossi (pietre, ciottoli) ai più fini (ghiaia, sabbia, argilla e limo).

Piazza Libertà é la principale del paese, sede di attività economiche e sociali e del mercato del giovedì, che si tiene a Verola dal 1529. La Piazza nasce come naturale sbocco e proseguimento di palazzo Gambara, per diventare, nel corso dei secoli e attraverso cambiamenti ed evoluzioni, specchio nel bene e nel male della civiltà verolese che intorno ad essa vive.
Il colpo d'occhio su Piazza Libertà offre l'immagine di un largo anfiteatro racchiuso tra le case e i negozi che costituiscono il centro del paese; internamente i porticati ne valorizzano il perimetro L'accesso è reso possibile da quattro ingressi e dal ponte che attraversa la roggia Gambaresca ad ovest.

La Gambaresca non è più il corso d'acqua di concezione medioevale che divide il Palazzo del potere signorile dalla piazza e dal rimanente tessuto urbano.

Nel portare la preziosa acqua funge da ornamento d'arredo urbano ed è elegantemente impreziosito da balaustre e paracarri in pietra di Botticino
Oggi qui è possibile sentire l'atmosfera tipica dei paesi della bassa bresciana, i bar si propongono come luoghi di ritrovo cari agli avventori, ed è possibile fare la spesa nei negozi fra loro abbastanza vicini da ricreare la comodità di un centro commerciale senza dover rinunciare al calore dei piccoli esercizi tradizionali.
Amata dai Verolesi essa non manca mai di suscitare l'ammirazione di chi, ospite a Verola, la vede e l'attraversa

Come perle di un'unica collana, diverse piazze si snodano idealmente dalla principale a disegnare un piacevole itinerario attorno al cuore del paese.
Piazza Padre Maurizio Malvestiti, raccolta e funzionale è luogo di ritrovo per la vita sociale e religiosa del paese; su di essa si affaccia la bella Basilica di San Lorenzo.
Vale la pena raggiungere questa piazza salendovi da via Cavour caratterizzata, sui due lati, da porticati ora presenti in stili di periodi diversi; accanto ai recenti interventi di recupero leggiamo dell'originaria forma medievale, in fondo alla via, all'angolo con via Ercole De Gaspari.
Entrati in Piazza Malvestiti da notare i bei fregi in marmo all'angolo tra via Cavour e via Garibaldi. Dal loro disegno, leggermente in rilievo, intuiamo di un'antica farmacia.
Attraversata la piazza e concesso il tempo che merita alla Basilica di San Lorenzo, si scende verso il fiume Strone per addentrarsi nel centro storico medioevale di Verola.
Qui si incontrano Piazza Beata Paola Gambara, e le piccole Piazza Alghisio e Piazza Donato che sono state recentemente restaurate e restituite alla vita sociale.
Ricche di storia e di ricordi esse furono, fino al nostro più recente passato, molto vive e frequentate.
Piazza Gambara, del resto, è antistante il Castel Merlino e la chiesa della Disciplina e fino al 1930 era direttamente collegata ad essa da una scalinata.

Il Palazzo Gambara, costruito sull'attuale piazza della Libertà tra la seconda metà del XVI secolo e il XVII secolo, è costituito da due piani, mostra al piano terra portici ed al piano superiore cariatidi e balaustra; all'interno affreschi venuti recentemente alla luce; oggi è sede del municipio di Verolanuova.
Basilica di San Lorenzo Martire, secentesca, ospita due tele del Tiepolo: Caduta della manna e Sacrificio di Melchisedec; dal luglio del 1971 ha la dignità di basilica minore.
La Chiesa della Disciplina fu costruita fra il XIV ed il XV secolo e fortemente modificata nel XVI secolo; contiene la tomba di Niccolò Gambara († 1592), condottiero che militò al soldo dell'imperatore Carlo V.
La Chiesa di San Rocco, risale al sec. XV, è stata edificata dalla Società di S. Rocco; lo precisa una scritta che si legge sul portale all'ingresso della stessa: "Societatis Sancti Rochi opus".
All'inizio del 1700 fu rimaneggiata con un intervento barocco di felice esecuzione. Vi si contano tre altari di marmo.
Recenti lavori di restauro hanno portato alla luce alcuni affreschi.
Una tela di Antonio Gandino costituisce la pala dell'altare maggiore, rappresenta la SS. Vergine circondata da angeli e, in basso, S. Lorenzo, S. Rocco e S. Bernardino da Siena.
Sull'altare di sinistra, una tela di autore ignoto raffigura i santi Fermo, Carlo e Sebastiano; all'altare di destra, sempre di autore sconosciuto, una tela reca le immagini della Madonna di Caravaggio e di S. Biagio. Pregevole un'acquasantiera collocata all'entrata.

La Chiesa di San Donnino è di gran lunga, la più antica di tutte le chiese verolesi. Alcuni documenti ne comproverebbero l'esistenza già nel 1194 accanto al monastero delle Benedettine di S. Donnino dipendenti dalla Badia di Leno e dove vivevano una badessa e cinque monache.
Divenne, nel 1300, quasi proprietà assoluta dei Gambara e, nel Cinquecento, costituì, con i suoi fondi, il beneficio della Collegiata Insigne di Verolanuova eretta dal cardinale Uberto Gambara.
L'attuale stile architettonico è del tardo rinascimento mentre l'antico doveva essere romanico. Sino a pochi decenni or sono vi si celebrava la santa messa ogni domenica. Ora viene solennizzata, in essa, la festa di S. Gottardo il 4 maggio di ogni anno.
Oggi, spogliata di pregiati marmi e di acquasantiere per incursioni vandaliche, in stato di avanzato degrado, la chiesa, già di proprietà del Comune, è stata donata nel 1975 alla parrocchia che ha già provveduto a dare corso ai più urgenti e indispensabili lavori di ristrutturazione per salvaguardare cosi importante antica testimonianza di fede.

Nel Medioevo (sec. XIV), il nucleo abitato di Verolanuova era di piccole dimensioni ma naturalmente ben difeso dai due corsi d'acqua: la Mandrigola e lo Strone, dalla fossa del Castel Merlino e a nord dal terrapieno che elevava ed eleva la strada rispetto al borgo.
Del borgo medioevale restano alcune tracce: via Ricurva, che segue le anse naturali dello Strone, e le strette e tortuose viuzze che si arrampicano sul terrapieno.
Il Castello è posto presso il passaggio del fiume Strone e a Ovest della strada per Pontevico.
Questa è, con buona probabilità, il prolungamento del decumano maggiore di centuriazione romana, ciò rivela l'importanza strategica della zona che nel Medioevo fu transito di massicci commerci sia per terra che per acqua e che ancora oggi mantiene la denominazione difensiva di Castellaro.

I Gambara, giunti quasi certamente a Verolanuova nel 1190 d.C., costruirono il castello ed ebbero qui la loro prima dimora.
L'assenza di documenti rende molto difficile comprendere la forma originaria del maniero riedificato totalmente nel secolo XIX. Nulla rimane dell'originale se non la facciata est privata della merlatura sovrastante.
Sono ancora visibili tre stemmi gentilizi in pietra, uno murato sul cancello d'entrata, un secondo nell'androne retrostante e il terzo sulla base del pozzo del giardino. Resta, inoltre, una parte della fossa che circondava il castello ma non vi è più il ponte levatoio.

Le sale interne sono oggi adibite a sede di organizzazioni di volontariato, mentre il grande parco ospita l'asilo nido.
Di originale rimane solo la cimasta di un vasto camino in pietra con incisa la sigla "VER-GA" (Veronica Gambara?) a suggello dell'atmosfera antica e suggestiva che, nonostante gli anni e le vicissitudini, ancora impregna queste mura.

In località Breda Libera, frazione posta a Nord a circa tre chilometri da Verolanuova, trovasi la chiesa dedicata a S. Anna del XIV secolo; rimaneggiata nel'700 ha un bell'altare dedicato alla Beata Paola Gambara Costa, verolese (1463-1515).
La tela, qui custodita, è opera di Santo Cattaneo, pittore del '700.

Il Borgo di Cadignano è una località di antica formazione. Vari sono i reperti archeologici e le presenze rilevanti. In località Vigna, anni fa, vennero alla luce tre sepolture, di età tardo romana alto medievale con inumazioni alla cappuccina.
Dei suoi abitanti ci parlano documenti del XII e XIII sec. Fachino Maggi, commissario di Pandolfo Malatesta, edificò o restaurò a Cadignano, nel 1408, il castello che, nel 1427, fu conquistato dalle milizie del Carmagnola quando il territorio bresciano passò con la Repubblica veneta.
Ricerche attendibili accreditano a Cadignano l'onore di aver dato i natali ad Agostino Gallo (entro il primo semestre del 1499). Qui ebbe residenza fino a 35 anni, anche se già a 17 iniziò a frequentare Brescia. Bontempo Gallo, il nonno di Agostino, era un personaggio nella vita quotidiana di Cadignano.
Nella sua apoteca venivano redatti atti notarili e in molti casi appariva come testimone. Fra 1609-1610 Cadignano era abitata da 500 persone, rappresentate da 180 famiglie.
I campi erano circa 1000 piò di terra "buoni da pan, vin, ligne, et lini" coltivati con venti paia di buoi, sedici cavalli e 12 tra carri e carretti.
Dall'Estimo mercantile del 1750 vi erano un mulino a due ruote ed un torchio azionati da poca acqua e di proprietà dei padri di S. Domenico in Brescia. Oggi Cadignano rimane sempre un'importante località del comune di Verolanuova.

Palazzo Maggi è un complesso architettonico assai rilevante di Cadignano. E' composto da unità residenziali e corti rustiche che occupano, in sostanza, tutto l'isolato. A partire dal'400 si leggono in esso almeno tre secoli di storia con i suoi corrispettivi modi di concepire l'architettura e la pittura.

E' tuttavia il XVI secolo a esserne qui grande protagonista. Dall'esterno si presenta austero e senza particolari segni di pregio architettonico se non nel cornicione, eseguito in forma più evoluta rispetto ai coevi che si potevano realizzare ancora a mensoloni.
Elegante la torretta, con passaggio arcuato, che consente la vista sulla campagna e sulla fascia boscata dello Strone. Sul fronte sud bel portale con timpano, tutto in mattoni a vista disposto all'ingresso della corte rustica.
All'interno del Palazzo si nota maggior raffinatezza. Sulle pareti verticali affreschi di Lattanzio Gambara eseguiti intorno al 1560. Soffitti e volte sempre affrescate, fra cui si possono menzionare opere di Giulio Campi e vari artisti di scuola bresciana che talvolta ricordano i modi degli Aragonese.Mirabile il camino nella sala che prende il suo nome.
In esso sono raffigurati i segni del fare scultura ed architettura nel cinquecento. Il Palazzo continua fino a fronte strada senza più le mirabili pitture cinquecentesche ma all'interno si colgono sempre i bei segni dell'architettura signorile.
Nel 1791, accanto al Palazzo (nella porzione più prossima alla torretta), sorse la chiesetta, dedicata al beato Sebastiano Maggi, con elementi decorativi che si rifanno allo stile del Corbellini.

La Santella della Concezione termina con un edificio avente cordolo lavorato a toro. E' un probabile architettura difensiva posta a controllo del passaggio sul fiume Strone

La Parrocchiale di Cadignano è dedicata ai santi Nazzaro e Celso. Nel 1489 fu unita al Capitolo della cattedrale di Brescia con bolla di Papa Innocenzo VIII.
Durante la visita pastorale del vescovo Bollani (seconda metà del cinquecento), chiesa e campanile erano in cattivo stato dì conservazione.
Dal tempo del Bollani a noi varie vicende hanno contribuito a modificarne i loro aspetti.
La tela nell'altare della Madonna del Rosario, commissionata da Francesco Gallo come ex voto dopo la peste, ci offre uno scorcio di paesaggio costruito.
Il campanile raffigurato è sostanzialmente quello che vediamo oggi a Cadignano mentre la chiesa ha una diversa disposizione. Sul fronte dell'ingresso principale la scritta:

D.O.M. SACRUM MDCCLXXXIV
- restaurata 1889 -

ci dice che nel 1784 fu oggetto di sostanziali interventi, poi ancora un restauro nel 1889.
Quindi è possibile ipotizzare che la rappresentazione pittorica sia tutt'altro che fantastica, pertanto il quadro è una preziosa fonte di conoscenza dei paesaggio costruito nell'area chiesastica prima dell'intervento del 1784.
All'interno la navata centrale è affrescata dal contemporaneo Pietro Milzani. Raffigurati la Trinità, i Dodici Apostoli e due Papi lombardi: Giovanni XXIII e Paolo VI.
E' fra i primi dipinti nelle nostre chiese ad avere come soggetto il Concilio Vaticano II.
Anche sulle pareti del coro vi sono due suoi dipinti a monocromo ben riusciti. Volti ed espressioni dei personaggi raffigurati sono stati presi fra la comunità cadignanese.

Comunemente si dice che il fiume Strone nasce dal laghetto di Scarpizzolo (S.Paolo).

In realtà, osservando le carte tecniche regionali  si nota che nel Laghetto si immettono lo Strone Basso o Stronello e il Fosso Strone.

Lo Strone Basso nasce da sorgenti in località Corno a Nord di Scarpizzolo. Il Fosso Strone deriva dalla confluenza delle rogge Torcola e Fenarola nella quale confluisce la roggia Provaglia. La Fenarola nasce nella frazione di Gerolanuova in una località situata tra l'ex-cascina Mangiaine e la cascina Celeste.

Dal Laghetto lo Strone scende a Cadignano e con corso molto tortuoso passa fra Scorzarolo e Verolavecchia per giungere, dopo un percorso di circa 10 Km, a Verolanuova. L'ultimo tratto del fiume, di circa 8 Km, fra Verolanuova e lo sbocco sull'Oglio, è accidentato e con notevole pendenza. Lo Strone ha inizialmente piccole dimensioni e diventa via via più grande, per l'apporto di vari affluenti.

E' alimentato da rogge, da risorgive e da colatori irrigui: dalla roggia Fiumazzo nei pressi di Cadignano e dal Rio Lusignolo, che va ad incanalarsi nella Seriola del Molino prima di immettersi nello Strone dopo Scorzarolo. A Verolanuova viene alimentato dalla roggia Gambaresca. Presso la Cascina Vincellate viene deviato con la "seriola comunale di Pontevico", destinata all'irrigazione. E' definito uno scolmatore naturale, con ampio paleoalveo.

Per le particolari ed importanti caratteristiche paesaggistiche e naturalistiche è stato istituito il Parco Sovracomunale del fiume Strone, comprendente l'intero corso del fiume e le relative zone golenali.

Il 31 Agosto ed il 1° Settembre 2005 a Verolanuova è stato realizzato il collegamento tra la via San Rocco ed il Parco Comunale «Angelo e Lina Nocivelli», nuovo elegante salotto della cittadina, attraverso il posizionamento di una speciale passerella pedonale sopra il fiume Strone, che lambisce l’area verde. L’opera è stata realizzata nelle immediate vicinanze dell’incrocio tra via Mazzini e via San Rocco, appunto, sul lato occidentale del neoinaugurato parco e nelle prospicienze del suo principale ingresso, quello di via Indipendenza.

Nel territorio di Verolanuova, accanto all'italiano, è parlata la Lingua lombarda prevalentemente nella sua variante di dialetto bresciano.

La società calcistica rappresentativa di Verolanuova è la Nuova Verolese Calcio, fondata nel 1911 con denominazione Verola Football Club. Disputa le proprie partite interne allo stadio Enrico Bragadina, costruito nel 1963, che ha una capienza di circa 1500 spettatori ed è formato da una tribuna coperta e un settore ospiti opposto alla stessa. I colori sociali sono il blu e il bianco.

Dalla stagione 2003-2004 partecipa al campionato di Eccellenza, fino ad arrivare a vincere il campionato nel 2008 e a conquistare la Serie D, categoria nella quale rimane fino al 2011.

La società Volley Verole rappresenta il club pallavolistico del paese. Ne fanno parte diverse categorie come il mini-volley, l'under 18 e la seconda divisione femminili e la prima divisione maschile. Gli allenamenti si svolgono nella palestra dell'itc Mazzolari a Verolanuova e la palestra delle scuole medie a Verolavecchia.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-citta-della-pianura-padana_19.html




.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



venerdì 19 giugno 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : VEROLANUOVA


Verolanuova è un comune della provincia di Brescia.

Nel territorio verolese non vi sono tracce rilevanti di presenze umane e men che meno di centri abitati.
Lungo il corso del fiume Oglio, tuttavia, sono testimoniati spostamenti e frequentazioni con piroghe di gruppi preistorici, certamente dal Neolitico in poi, come dimostrano tanti ritrovamenti di resti di queste primitive imbarcazioni a nel suo alveo.
La mancanza di abbondanti reperti non significa che questa zona fosse allora sconosciuta o non attraversata dagli uomini del tempo ma, soltanto che essi non vi si stanziarono per lunghi periodi.

C'è da ricordare che la zona era paludosa, che il Mella sfociava nell'Oglio e che questi fiumi, parecchio più estesi di oggi, erano caratterizzati da forte instabilità..

A Verolanuova, in località "Dosso Negrone", sono stati trovati nell'ottocento, due reperti di bronzo attribuiti alla "Cultura del Bronzo medio" (1600 - 1200 a. C.) presentati alla "Esposizione di archeologia preistorica e delle belle arti della provincia di Brescia" nel 1875
Materiali ceramici della stessa epoca e tre piroghe di difficile datazione sono stati trovati nella vicina Monticelli d'Oglio tra il 1957 ed il 1967.
Il ritrovamento più antico finora scoperto ai confini del territorio verolese è avvenuto a Bassano Bresciano, nei pressi di Fornace Quadri, i cui reperti vengono attribuiti al Neolitico.

Prima dell'invenzione e dell'uso diffuso della scrittura (1000 - 500 a.C.) in Lombardia si registrano fenomeni antropologici di notevole interesse.
Nella bassa pianura a nord dell'Oglio le genti che vi risultano stanziate presentano una maggiore e meglio definita territorialità stabilita sulla base dei caratteri di somiglianza e sulla scorta della loro cultura materiale ovvero, su quali utensili adoperavano.
L'epoca successiva (500 - 350 a.C.) ci introduce nella storia vera e propria tramite un lento ma evidente cambiamento tecnologico e culturale dovuto all'arrivo in pianura di genti portatrici: Liguri, Veneti, Etruschi e Celti.
Nel territorio del bresciano si stanziò il popolo celtico dei "Cenomani", organizzato per gruppi tribali ma con federazione e governo unico a Brescia. Queste tribù si sono diffuse nelle zone più fertili della pianura e di preferenza su dossi o terrazze nei pressi dei fiumi.
Numerosi i reperti ritrovati dagli archeologi in tutta la pianura bresciana. Significativi sono anche i "relitti" linguistici ancora presenti nei nomi locali di fiumi, paesi, cascine, persone, piante, animali, utensili, vie..

Dal nord provengono gli Ongari o Ungari lungo i tre Decumani che attraversano la pianura. Questo popolo forma il primo insediamento Verolese sulle rive a nord del fiume Strone, in questo modo l'insediamento era protetto su tre lati dal fiume e dall'altro da un terrapieno di cui si possono vedere ancora i resti.
La zona più antica è individuabile nel quartiere che sorge intorno al Castel Merlino, residenza della famiglia Gambara, ed è delimitabile da via Ricurva, via Dante e dalla chiesa della Disciplina. Le notizie certificate da atti notarili risalgono solo al 1400 con la carta topografica Malatestiana.
A tal proposito Mons. Pietro Faita scrive:
"Verolanuova ebbe conferma feudale oltre che da Pandolfo Malatesta (1408) anche da Filippo Maria Visconti (1422) e dalla Repubblica Veneta (1427). Però in data 5 gennaio 1344 l'aveva già avuta dall'imperatore di Germania, re dei Romani, nella persona del conte Matteo Gambara. Tutte queste conferme erano necessarie perché ad ogni cambiamento di signoria la città di Brescia tentava di riprendere il controllo sui territori dei Gambara per rendere questa famiglia meno indipendente. Sia nell'archivio di Stato di Brescia che nell'archivio parrocchiale di Verolanuova vi sono copiosi documenti riguardanti l'amministrazione dei beni della famiglia Gambara nonché i loro diritti, privilegi, concessioni, eredità, ecc. ..."
Il palazzo dei Gambara risale al secolo XIV e circa dello stesso periodo è la chiesa della Disciplina.

Il nucleo del paese dal palazzo Gambara si espande con l'arrivo degli Ebrei che edificano la parte dietro il Castel Merlino. Attorno al 1630 viene fondata la chiesa principale del paese, dedicata a S. Lorenzo martire.
La costruzione del palazzo comunale di Verolanuova risale agli stessi anni, detto palazzo era la residenza di uno dei due fratelli Gambara, allontanatosi da Castel Merlino per una lite.
La piazza principale del paese, Piazza della Libertà, risale al 1600 come il palazzo del Comune; al tempo infatti questa era parte del giardino privato del Palazzo tant'è vero che si può osservare la sua forma ad anello tipica dei maneggi dell'epoca.
La fase storica attendibile successiva al 1600 è costituita dal primo Catasto Napoleonico risalente al 13/06/1809. Si nota che il paese non subisce grandi modifiche urbanistiche in quegli anni. Si estende fino a sotto il fiume Strone anche se per poche centinaia di metri.
Da una carta del Catasto Austriaco del 1852 si nota che nell'arco di 45 anni lo sviluppo urbanistico è tutto sommato ridotto, il vero grande cambiamento si nota nell'area chiaramente destinata alla ferrovia; ferrovia che è definitivamente documentata nel 1898 sulla carta del Regno Unito.
Dal 1809 al 1898 l'ambiente urbano non si è espanso, ha però subito un completamento, ovvero sono state edificate abitazioni e cascine che hanno dato più organicità alla struttura dell'abitato.

Giunti alle soglie della Prima Guerra Mondiale con una situazione stabile data dallo sviluppo ottocentesco per quanto riguarda il periodo inter bellico si può notare che non esistono significative espansioni abitative, si può solo ipotizzare la costruzione di singoli edifici, peraltro non documentabile.
In seguito alla ricostruzione immediatamente successiva alla Seconda Guerra Mondiale (1945-1965) il comune di Verolanuova è caratterizzato a Nord da uno sviluppo pressoché uniforme con distribuzione semicircolare al limite del preesistente abitato; a Sud del fiume Strone invece l'espansione è più articolata.
Punti salienti dell'intero sviluppo del primo periodo post bellico sono alcune delle zone industriali più importanti del Comune quali l'Ocean, sorta sul confine con Verolavecchia a Sud del fiume, un gruppo di calzaturifici a Nord - Est, adiacenti alla strada che porta a Breda Libera ed un grande complesso (nel suo interno integrato verticalmente) per la lavorazione dell'amianto oggi riconvertito.
Alla stessa epoca risalgono anche le costruzioni del campo sportivo, della scuola elementare, della scuola media e della casa di riposo per anziani.
Il periodo analizzato successivamente è quello che arriva all'inizio degli anni Ottanta.
Anche in quest'epoca si assiste ad un'espansione di caratteristiche analoghe a quelle della precedente: a Nord dello Strone una fascia limitrofa al preesistente, a Sud invece il completamento della maglia urbana.
E' da evidenziare il fatto che a questi anni risale la costruzione del quartiere delle "ville nel verde", del complesso industriale che travalica la circonvallazione Nord, delle due aree industriali presso le cascine Caselle e Bettolino e della scuola superiore di ragioneria.
Gli anni Novanta vedono sostanzialmente un forte incremento industriale nelle aree già a questa vocazione ed il completamento del tessuto abitativo con le tipologie a schiera e a condominio.

Le prime notizie certe su Cadignano risalgono al 1192 con l'atto dei feudi di Leno che attesta la consistenza del feudo di Delfino di Cadignano.
Precedentemente non esistono documenti in cui compare il nome della frazione, e d'altronde sembra plausibile che Cadignano e Verolanuova abbiano origine circa nello stesso periodo.
E' un'ipotesi e come tale viene qui riportata quella fatta da Angelo Bonaglia: "... la fondazione di Cadignano per un certo verso, potrebbe avere origini celtico - galliche cioè essere anteriore di qualche secolo alla conquista romana...".
Altro rilievo di notevole importanza avrebbe poi la strada che congiunge Cadignano con Manerbio, da una parte, e con S. Paolo, dall'altra, in quanto sarebbe più o meno, il tracciato della precedente rotabile gallica, raddrizzata poi dai Romani, restata infine tale per tutto il Medioevo e, salvo lievi varianti fino a noi.
Come per Verola ,proprio durante il regno di Desiderio, nel 760 il territorio di Cadignano viene donato alla Badia di Leno. Sembra accertato ancora che dopo il Mille Cadignano come paese non esistesse ancora, ma facesse parte di un comprensorio di alcune "curtes", collegate da una strada rotabile romana e di un ospizio "curtis" intitolato ai Ss. Nazaro e Celso.
Le opere di bonifica e l'aumento di popolazione fecero poi di Cadignano un ricco centro agricolo, tanto che nel 1400 già esiste un castello e un Comune, in cui è certa la presenza di un fabbro e di un mulino sulla strada per Scarpizzolo. Da un documento 1195 sembra ci fosse a quel tempo un convento benedettino nel paese di cui però ai nostri giorni si è persa quindi ogni traccia.
E' però individuabile sul territorio il quadrilatero medioevale più antico: est e sud delimitato dal Fiumazzo, ovest dallo Strone, nord dalla strada romana. Quando nel sec. XIV, per motivi politici, religiosi e tecnico - economici, crolla l'organizzazione dell'abbazia lenese, anche perché sono venute meno le vocazioni monastiche e sono rimasti deserti i monasteri, soprattutto e dapprima quelli periferici, Cadignano diventa un Comune e si trova a gestire in parte i beni monastici rimasti. Nel 1410 si ha notizia di una parrocchia di Cadignano.
Le notizie successive a questi anni sono frammentarie e di difficile reperimento, Cadignano infatti non è ancora parte del territorio verolese, non rientra quindi in alcun catasto ne Napoleonico ne Austriaco del comune di Verolanuova.
L'accorpamento con Verolanuova avverrà solo in epoca fascista nel 1928. Da rilevare che dallo stesso anno e fino al 1948 nel medesimo comune è annessa anche Verolavecchia.

Della frazione di Breda Libera non se ne conoscono le origini che, a giudicare dal nome sembrerebbero longobarde.
Non esistono notizie storiche anteriori al 1100 (come per Verolanuova) anche se la strada che attraversa il centro è di sicura origine romana.
Bisogna notare con attenzione la posizione strategica di Breda Libera situata, a brevissima distanza, a sud di un incrocio fra due strade romane: quella che, da Offlaga scende in linea retta da Nord verso Verolanuova e l'Oglio, quella che collega trasversalmente la via cremonese con la via quinzanese.
Non è improbabile che i Longobardi vi tenessero non solo un allevamento di cavalli e di bestiame, ma anche una piccola guarnigione, per il controllo sia dell'allevamento, sia delle due importanti strade.
La prima notizia su Breda Libera è un atto notarile di compravendita tra Guelmino, figlio di Ottone, e Alberto Gambara per un piccolo appezzamento di terreno su cui nascerà il castello Gambara. L'atto risale al 1197.
A quel tempo il paese prende il nome di Breda Gambara. Le notizie di ordine urbanistico su Breda Libera sono quindi nulle, esistono una serie di atti notarili di divisione dei beni, compravendita, testamentari risalenti agli anni 1371, 1468, 1473, 1504, 1527, 1563, che però non forniscono indicazioni utili all'individuazione dell'abitato nei vari anni. Sulla carta malatestiana del 1408 non compare comunque Breda anche se già esistente.
La prima carta che dà indicazioni urbanistiche su Breda è il Catasto Napoleonico del 1809. Da qui si può vedere l'estrema regolarità dei confini di Breda Libera, delimitata su tutti i lati da strade perpendicolari fra loro.
Nel 1898 Breda non è cambiata molto, sono state edificate due aree a sinistra di via della Chiesa e sotto via degli Abbeveratoi. Fino agli anni 1965-1970 Breda Libera non cambia in modo sostanziale la sua configurazione urbanistica, sorge quindi, in quel periodo, un complesso industriale di dimensioni consistenti, all'incrocio tra la strada (ex via romana) che congiunge Cadignano con Manerbio e la strada che congiunge Verolanuova con la statale Orzinuovi - Brescia - Mantova.
Successivamente Breda Libera non subisce ulteriori apprezzabili sviluppi del tessuto urbano.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/la-pianura-padana-in-lombardia.html





.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI