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sabato 21 marzo 2015

L' ABBAZIA DI PIONA

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L'abbazia sorge sull'estremità della penisola detta Olgiasca che, protendendosi nel Lago di Como, forma una caratteristica insenatura.

Le prime notizie storiche risalgono al VII secolo, a un cippo coevo, ora sistemato sotto i portici dell'abbazia, che testimonia la costruzione di un oratorio voluto da Agrippino, tredicesimo vescovo di Como:

« AGRIPPINUs
FAMULUS Xpi
COM CIVITATis
EPS HUNC HORAto
RIUM SCTAE Ius
TINAE MARTYRis
ANNO X ORDINa
TIONIS SUAE A Fon
DAMENTIS FABri
CAVIT ET SEPOLtu
RA SIBI ORDENA
BIT ET IN OMNI
EXPLEBIT ADQue
DEDICABIT »
(ex Marcora C. – Il priorato di Piona)

Gli storici si sono esercitati sulle reali intenzioni di Agrippino e sulla destinazione di quello che potrebbe essere stato un asceterio, ma tutte le ipotesi rimangono senza risposta affondando le loro radici nella nebbia dell'alto medioevo, in un periodo, peraltro, scosso dai dibattiti tricapitolini.

Forse Agrippino voleva solamente erigere una chiesa in onore di Santa Giustina o creare un plesso monastico magari femminile o forse un posto dove ritirarsi in preghiera e meditazione in attesa dell'ultimo passaggio: noi non abbiamo la risposta, né aiuta il lemma Oratorium inciso nel cippo, dati i suoi molteplici significati.

Nell'attuale Piona esistono, dunque, due edifici: l'odierna chiesa di San Nicola, costituente il vero e proprio nucleo edilizio del Priorato di Piona, e in posizione retrostante resti di un primitivo edificio ossia un rudere di una porzione di abside che può ragionevolmente essere attribuita all'oratorium voluto da Agrippino.

Sono resti che, per le loro dimensioni, fanno pensare a un edificio piccolo e raccolto, degradato col tempo e quindi distrutto, che così ha fatto posto al successivo edificio dedicato a San Nicola.

Della costruzione di quest'ultimo non si ha una datazione certa né una documentazione storica che ne testimoni attori ed intenzioni.
Agli inizi del XX secolo è stata casualmente scoperta un'iscrizione all'interno della chiesa che affermava che la stessa era stata consacrata nel 1138 alla Vergine, dal che si deduce che a quella data l'edificio, ora dedicato a San Nicola, esisteva già. Oscuro rimane il passaggio dedicatorio dalla Vergine a San Nicola; è un enigma che rimane tale, oggetto di studi e speculazioni per gli specialisti.

Altre date certe sono quelle del 1252 e 1257 nelle quali, è certificato da due lapidi, fu costruito, per iniziativa del priore Bonacorso da Canova di Gravedona, l'attuale chiostro forse in sostituzione di uno precedente degradato o più piccolo.

Si è pensato che il priorato potesse essere il risultato della traslazione di un più vetusto monastero, quello di San Pietro di Vallate, ma studi recenti hanno respinto tale ipotesi. Rimane più credibile la successione dall'asceterio di Santa Giustina, ormai diruto, con una nuova dedica conseguente alla diffusione del culto di San Nicola.

L'architettura del complesso abbaziale rientra nel cosiddetto romanico lombardo con influenze transalpine. In alcuni particolari ci sono degli spunti che fanno pensare al gotico francese di ispirazione cluniacense, cosa verosimile tenuto conto dei rapporti con la casa madre, Cluny.

La chiesa, a navata unica terminante in un'abside con copertura a botte affrescata, è lunga circa 20 metri e larga circa 8, il che ne fa una costruzione non grande e raccolta, comunque idonea ad una piccola comunità monastica.

L'edificio attuale è il risultato di un ampliamento, per allungamento, di una precedente chiesa la cui consacrazione, come si è visto, risale al 1138; l'esame delle caratteristiche architettoniche della nuova addizione ne suggerisce per la costruzione il XII secolo.

La geometria della navata è rettangolare lievemente irregolare con la parte aggiunta non perfettamente in linea con l'asse dei primitivi muri perimetrali. La chiesa ha oggi un campanile quadrato che è stato ricostruito alla fine del XVIII secolo in seguito al crollo del campanile precedente che era di forma ottagonale, su base quadrata, come quello che si trova a Gravedona; anche la collocazione del campanile era diversa, si trovava sul lato opposto della chiesa e il crollo avvenne a causa della forte pendenza del terreno, così come si può notare nel Cenacolo della Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano dipinto da Leonardo da Vinci.

Il campanile del Cenacolo, con alle spalle un paesaggio tipicamente lariano presenta infatti una forte pendenza, è ottagonale e non è addossato alla facciata come a Gravedona ma sulla parete laterale esterna della chiesa.

Questa presenza nel Cenacolo è dovuta al legame esistente fra Leonardo e alcuni componenti della famiglia Birago che deteneva la commenda del Priorato di Piona.

L'abside presenta delle finestrelle a doppio sguincio ed è affrescata nella volta con una mandorla, quasi illeggibile, racchiudente un Cristo in maestà con simboli evangelici.
Nella parete sottostante sono affrescati gli Apostoli in postura ieratica bizantineggiante. Vi è incertezza sugli autori degli affreschi e sulla loro datazione che potrebbe essere del XII-XIII secolo .
All'esterno presenta un'ornatura con leggeri ed eleganti archetti. Poco dietro rimane il rudere dell'abside di un precedente edificio ecclesiale, la probabile chiesa di Santa Giustina del vescovo Agrippino.

Addossato alla parete sud della chiesa si trova un bel chiostro costruito successivamente, probabilmente in sostituzione di uno precedente di cui non si ha notizia, notevole per la bellezza degli archi e dei capitelli finemente scolpiti con figure ed allegorie care a Cluny.

Il chiostro ha una forma quadrangolare irregolare che gli fa assumere un aspetto leggermente romboidale. È racchiuso da archi a sesto pieno poggianti su colonnine e capitelli estremamente eleganti e interessanti per i loro particolari architettonici, diversi uno dall'altro. Il complesso assume l'aspetto particolarmente armonioso e quieto dell'architettura romanica anche se nei capitelli si sente l'influenza del gotico francese o secondo alcuni del gotico cluniacense puro.

La parete nord del portico è ornata da un affresco particolare, una sorta di calendario simbolico con scene che fanno riferimento a singoli mesi o stagioni dell'anno e rappresentanti i lavori agricoli tipici del periodo. Questo disegno è una striscia, quasi un fumetto che percorre la parete, di non eccelsa fattura artistica ma gentile e ingenuo, molto interessante per la testimonianza che dà della vita quotidiana e dei lavori che venivano eseguiti.

Residui di affreschi più o meno leggibili si trovano anche nelle altre pareti del chiostro.

Il priorato di Piona era inserito in quella grande rete monastica che da Cluny si era irradiata in tutta la cristianità sulla spinta di una nuova evangelizzazione e del bisogno di una riforma della Chiesa ormai sentita come corrotta e temporale. Da questo movimento derivò alla Chiesa nuova linfa religiosa, vitale per la sua missione, ma anche una maggiore crescita politica in un momento che presto sarà teatro della contesa fra istituzioni universali, Papato ed Impero.

Cluny e il suo movimento ebbero un enorme successo religioso e un grandioso sviluppo economico e politico all'ombra di potenti patroni politico-militari, successo strettamente correlato al loro favore. Ma con l'affievolirsi di questo e con la comparsa di altri concorrenti religiosi, i cistercensi che meglio interpretavano le mutate esigenze spirituali, iniziò il declino di Cluny e quello della sua rete tanto miracolosamente costruita e tanto capillarmente diffusa.

La comparsa, infine, del suo più grande nemico dichiarato, Bernardo di Chiaravalle, accelererà la sua fine.

« …Mi meraviglia, da dove ha potuto svilupparsi fra i monaci tanta intemperanza nel mangiare e nel bere, nei vestiti e negli arredi dei letti, nelle cavalcature e nella costruzione degli edifici, al punto che lì dove più studiosamente, più voluttuosamente, più sfrenatamente queste cose accadono, lì si dica che l'osservanza si tiene meglio, lì si reputi maggiore la vita religiosa. Ed ecco che la parsimonia si tiene per avarizia, la sobrietà si crede austerità, il silenzio è riputato tristezza…… »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny)
Lo sfarzo delle cerimonie, la grandiosità degli edifici maggiori, il mutato interesse dei potenti perderanno Cluny e con essa molti dei priorati affiliati.

« …Ti è concesso, se servi bene, che tu viva dell'altare ... ma non perché tu tragga lussi dell'altare e di lì ti compri freni d'oro, selle dipinte, speroni d'argento, pellicce varie e grigie con ornamenti di porpora al collo e alle mani. Infine, ciò che oltre al vitto necessario e al semplice vestito tu ritieni dall'altare, non è tuo diritto: è rapina, è sacrilegio... »
(Bernardo di Chiaravalle, ex Cantarella G. M. - I monaci di Cluny.

Anche Piona seguirà la sorte di Cluny e di altri priorati: lentamente ed inesorabilmente decadrà, diminuiranno i monaci sempre di più e il suo priorato si ridurrà a prebenda. Prebenda da scambiarsi tra i potenti del momento, come occasione di gratificazione per i propri sodali fedeli, per i benefici economici che se ne potevano estorcere senza, peraltro obbligo di quegli interventi di ordine materiale e morale che avrebbero potuto salvare Piona.

È l'istituto della commenda, del patronato che si riduce a sfruttamento delle risorse commendate quasi sempre senza interventi restitutori.

Attraverso una temperie di avvenimenti storici quel monastero che nel medioevo era stato una delle punte di diamante dell'evangelizzazione cluniacense, in questa parte del lago di Como, cadrà in proprietà privata.
Solo la munificenza della famiglia Rocca, ultima proprietaria del complesso, fece rinascere il monastero con la sua donazione alla congregazione cistercense di Casamari, in memoria di un membro della famiglia, Cesare Rocca, e della moglie, Lidia, uccisi nell'Eccidio del cantiere Gondrand durante la Guerra d'Etiopia. I monaci cisternensi presero possesso del priorato il 13 febbraio 1938.

All’interno vi è presente un quadro degli inizio del 1900 di Girolamo Pergola, è molto curioso perchè vi sono in rilievo alcuni oggetti, come l’elsa della spada o il mantello. Rappresenta una Madonna che offre il proprio bambino al mondo accompagnando il gesto alla scritta “Amate i vostri nemici”. Dato che fu dipinto in periodo di guerra è stato inteso come un chiaro messaggio di pace… fu donato a Piona dal pittore in segno di riconoscenza per l’ospitalità dei monaci (e forse dei loro liquori!!!).







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IL LAGHETTO DI PIONA

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Il laghetto di Piona si trova al limite settentrionale del Lario Situato nei territori di Colico e Dorio, è una piccola baia delimitata dalla penisola dell' Olgiasca e dal Montecchio Sud, in cui sfocia il torrente Merla. In questo luogo sbarcarono probabilmente i Romani, che diedero il nome alla principale località della baia, Centoplagio, oggi conosciuta come Piona. Grazie alle sue acque pulite è un luogo particolarmente adatto alla balneazione.
Quella del Laghetto di Piona è una delle più belle mete con il suo ampio prato erboso e i grandi platani che assicurano una fresca ombra.

Il Comballo di Piona, affondato a fine '800, il Luisin è l'unica grossa imbarcazione esclusivamente a remo e a vela di quell'epoca, visibile sott'acqua ad oggi. Il primo a ritrovarla il giorno 25 aprile 1982 è stato un sommozzatore della zona.

Il Luisin era un comballo ovvero una delle grosse barche a vela e a remi che per secoli hanno trasportato merci di vario tipo, sabbia, legna, calce, sassi ecc. Dal greco kümbe ( tazza, barca) poi dal latino cymba o cumba. Possedeva uno scafo piatto, caratterizzato da linee filanti, fianchi rotondi e un grande slancio di prua e poppa.

Il movimento avveniva grazie ad una grossa vela rettangolare e la rotta veniva mantenuta per mezzo di un enorme timone laterale posto a dritta. Questa imbarcazione molto diffusa sul Lario venne impiegata fino alla metà del 1900. Lunga dai 20 a 30 metri con portata di 250 tonnellate, aveva una sola vela come detto, altezza e larghezza pari alle dimensioni dello scafo, con due remi a prua e due a poppa, il grande timone era posto sul lato destro del comballo.

La parte poppiera coperta era l’alloggio del barcaiolo (cumbalàt) dove mangiava e dormiva. A pieno carico il bordo del comballo era pericolosamente vicino all’acqua da qui molti naufragi.
A Mandello del Lario affondò il comballo America. Al largo di punta Spartivento e di Varenna affondarono due gondole versione migliorata del comballo. Altra gondola, Colico, si trova a Santa Maria Rezzonico a 40 metri di profondità.

A Tremezzo altro relitto interessante. La nostra imbarcazione, il comballo Luisin, trasportava dei grossi sassi di Moltrasio destinati alla costruzione della stazione di Piona.
Proprio davanti alla celebre abbazia cistercense di Piona avvenne il naufragio con la morte di un barcaiolo ma più probabile che fossero due. Il Comballo venne investito da un forte vento proveniente da nord e a nulla valsero i tentativi di raggiungere le calme acque del laghetto di Piona. Sembra facile trovare i resti della barca ma in effetti non è così, per la semplice ragione che la posizione non è chiara, tutt’altro. Il Comballo Luisin è inabiassato a -27 metri.
Questo Comballo era imponente e con la vela al vento era sicuramente uno spettacolo.

Di questo relitto si legge: si chiamava “Luisin”. Partito da Moltrasio con un carico di pietre, stava risalendo dal primo bacino del lago verso Colico. Sembra che quel giorno il vento rinforzò considerevolmente e le acque s’ingrossarono così tanto che i "cumbalàt" (così venivano chiamati i barcaioli del Comballo) tentarono di rifugiarsi nella baia di Piona (detto anche Lago di Piona) dalle acque sempre calme, in attesa che gli eventi si placassero. Quando la barca fu al traverso della punta di Piona, raffiche impetuose investirono in pieno il Comballo in manovra e le acque impazzite del lago gli si rovesciarono addosso.

Le barche di questo tipo, larghe e pesanti, potevano sopportare solo una bolina larga e non erano fatte per stringere l'andatura. Il "Luisin", carico di pietre fino al massimo della portata, nel giro di pochi minuti si trovò in balia della tempesta. Gli uomini dell'equipaggio (pare fossero due) cercarono di mantenere la rotta che li avrebbe portati all'imboccatura della vicina baia, senza però riuscirvi. La barca, già bassa sull'acqua per il tropo peso, iniziò ad allagarsi e in breve tempo colò a picco, posandosi sul fondo, a circa 27 metri, in assetto di navigazione. Sulla sorte dell’equipaggio sembra che; mentre uno si salvò buttandosi subito in acqua, l'altro morì tentando di recuperare qualcosa nel cassero di poppa (detto tèm), dove i barcaioli dormivano la notte.

Così il viaggio del "Luisin" finì nelle profondità di Piona, dove giacque quasi completamente dimenticato per oltre mezzo secolo.
Fu ritrovato come detto il 25 aprile 1982 dal sommozzatore di Colico che ne aveva sentito parlare ed individuò il luogo dove immergersi grazie alla segnalazione di un pescatore che gli aveva raccontato che le reti quando venivano gettate/calate in quel punto si incagliavano e venivano su segnate.
Lo scafo giace su una retta sud/ovest nord/est e il carico, le grosse pietre di Moltrasio sono lì ben visibili all’interno dello scafo. La poppa, ricoperta da reti si vede bene, l'albero della vela giace spezzato all'interno dello scafo.

Dell’albero però resta solo la base, recisa all’altezza della murata. La zona centrale è completamente sfasciata, forse per l’immane colpo ricevuto nell’impatto con il fondo. La murata di sinistra é staccata dallo scafo e si trova a due o tre metri dal relitto. Questo ci fa supporre che abbia toccato il fondo con il fianco sinistro, rompendo la murata e perdendo parte del pesante carico, per poi, così “alleggerito”, mettersi in assetto di navigazione. Lo scalmo che si erge dalla murata, sembra non risentire degli anni passati quaggiù. Il gigantesco remo, che fungeva anche da timone, giace trasversalmente legato alla base dello scalmo. La poppa o meglio, quello che resta del “tèm”, è diventato un cimitero per reti da pesca e appena sfiori il fondo si solleva il classico polverone.

Il relitto resta ben conservato in acqua grazie alla bassa temperatura dell'acqua stessa e perchè la grande imbarcazione era costruita in legno di castagno che è pressochè indistruttibile e poi col freddo il tutto si deperisce più lentamente. 






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