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sabato 6 giugno 2015

IL DUOMO DI LODI



La basilica cattedrale della Vergine Assunta, comunemente nota come duomo, è il principale luogo di culto cattolico della città di Lodi sede vescovile della diocesi omonima.

È una delle chiese più grandi della Lombardia e il monumento più antico di Lodi: la prima pietra dell'edificio, infatti, venne simbolicamente posta il 3 agosto 1158, giorno stesso della fondazione della città.

Nel marzo del 1970 papa Paolo VI l'ha elevata alla dignità di basilica minore.

In seguito alla distruzione di Lodi Vecchio per opera dei milanesi nel 1158, fu scelto il colle Eghezzone come luogo dove riedificare la città, le cui mura vennero iniziate nel 1160. Con ogni probabilità la conquista di Milano ad opera del Barbarossa, protettore della città lodigiana, favorì la ripresa edilizia del nuovo borgo e della cattedrale, per la cui costruzione fu impiegato materiale proveniente da Lodi Vecchio, ad indicare la continuità tra i due insediamenti. Una prima fase edilizia riguardante l'abside e il corpo centrale dell'edificio dovette essere stata condotta a buon punto nel 1163 quando furono trasportate dal S. Bassiano di Lodi Vecchio le spoglie del santo titolare. La facciata, che nel 1183 aveva solo le fondamenta, venne probabilmente ultimata assieme alla parte alta della muratura delle navate e alle volte a crociera, nella seconda metà del XIII secolo, visto che l'edicola contenente la statua del santo e il protiro furono collocati nel 1282-84. A partire dal XIV secolo si intervenne sulla struttura originaria con l'apertura di alcune cappelle gentilizie lungo il fianco meridionale, a cui nel XV secolo si aggiunsero il cortile dei canonici e la sacrestia. Un secolo dopo all'abside di sinistra fu addossata una cappella ottagonale in stile bramantesco, mentre in facciata si aprì un'ampia trifora nella navata di sinistra. L'intervento più radicale si ebbe però a partire dal 1760, quando si attuò il progetto presentato dall'architetto milanese Francesco Croce che prevedeva la trasformazione barocchetta dell'edificio. Vennero rifatte le volte della navata centrale ricoprendole con decorazioni a stucco, così come i pilastri in laterizio. Nel catino absidale andarono perduti gli affreschi eseguiti due secoli prima da Antonio Campi. Nel 1764 anche le navate laterali subirono le medesime trasformazioni, rendendo ormai irriconoscibili i tratti stilistici originari. Questo aspetto barocco venne mantenuto fino al 1958, quando si iniziò un'imponente campagna di restauri (1958-64) curata dall'architetto Alessandro Degani che con l'intento di riportare la struttura alle forme originarie intervenne incisivamente e in modo non sempre filologicamente corretto.

La maestosa facciata asimmetrica in cotto, tipicamente romanica con il suo coronamento ad archetti, presenta un protiro gotico che poggia su sottili colonne sorrette da leoni di pietra. Sono degni di nota anche il grande rosone centrale e due bifore rinascimentali, che ricordano quelle della Certosa di Pavia e sono state probabilmente realizzate dalla scuola di Giovanni Antonio Amadeo. È presente inoltre un'edicola che ospita una statua in bronzo di San Bassiano, copia di quella originale in rame dorato, risalente al 1284 e collocata all'interno. Il massiccio campanile, realizzato tra il 1538 ed il 1554 su progetto del lodigiano Callisto Piazza, rimase incompiuto per motivi di sicurezza militare.

Nello spazio compreso tra l'edificio ed il Palazzo Vescovile, si può visitare il cortile dei canonaci: è ciò che resta dell'antico chiostro del 1484, realizzato da Giovanni Battagio ed ornato da colonne e decorazioni in cotto. Dalla Cattedrale si può inoltre accedere al ricco Museo diocesano d'arte sacra.

L'interno della cattedrale di Santa Maria Assunta è a pianta basilicale, con tre navate separate da archi a tutto sesto poggianti su pilastri cilindrici in cotto e coperte con volte a crociera; le navate laterali sono sormontate da matronei che si aprono sulla navata centrale con bifore. L'ultima campata di quest'ultima e l'abside sono sopraelevati e costituiscono l'antico presbiterio: qui si trova l'altare maggiore barocco in marmi policromi. Davanti al presbiterio antico si trova quello nuovo, realizzato dopo il Concilio Vaticano II, avente per altare un sarcofago in marmo di Verona.

L'interno della cattedrale custodisce notevoli opere d'arte, quali un polittico di Callisto Piazza raffigurante La Strage degli Innocenti, un secondo polittico ad opera di Alberto Piazza con la Vergine Assunta ed un Giudizio Universale del XV secolo. Inoltre, il grande catino dell'abside è adornato da un mosaico realizzato da Aligi Sassu.

L'ampia cripta, al cui ingresso è conservato un bassorilievo del XII secolo che ritrae l'Ultima Cena, è la parte più antica della Cattedrale. In origine il pavimento era più alto di 65 cm e le volte erano sorrette da pilastri in cotto. Al centro si trova l'altare del 1856, che custodisce le spoglie di San Bassiano in una teca d'argento, opera di Antonio Cassani; le scalfiture sono di Giosuè Argenti, mentre la lamina in rame sbalzato con episodi della vita del Santo, è opera di Tilio Nani. Alla sinistra dell'altare maggiore vi è l'altare di Sant'Alberto Quadrelli, vescovo di Lodi dal 1168 al 1173. I corpi di entrambi i santi sono stati ricomposti e rivestiti nel 1994.

Nell'absidiola di sinistra si trova anche un gruppo scultoreo del Quattrocento raffigurante un Compianto sul Cristo Morto con personaggi in lacrime, popolarmente detti i caragnòn del Dòmm.

Nell'abside della cattedrale, alle spalle dell'altare maggiore barocco, si trova l'organo a canne, costruito dai fratelli Serassi nel 1837 ed in seguito dotato di una nuova cassa lignea in stile moderno.

Lo strumento è a trasmissione integralmente meccanica ed ha due tastiere (Grand'Organo, prima tastiera; Eco espressivo, seconda tastiera) di 69 note ciascuna e pedaliera di 24 note.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/visitando-lodi.html



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mercoledì 27 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CREMA



Crema è un comune italiano della provincia di Cremona, in Lombardia.
Situata nella bassa Pianura Padana, poco oltre la linea delle risorgive presso la sponda destra del fiume Serio, è il centro principale della provincia dopo il capoluogo Cremona e dà il proprio nome a tutta la parte settentrionale del territorio provinciale: il Cremasco. Il comune appartiene alla regione agraria n° 2 (pianura di Crema) ed è inserito nel contesto del Parco del Serio, a 79 m sul livello del mare, dista da Cremona 40 km.

La città di Crema si è sviluppata all’interno di un’area geografica in cui numerosi scorrono i corsi d’acqua (fiumi, canali, risorgive, rogge, scolmatori ecc.) ed è appunto la presenza dell’acqua l’elemento che ha determinato in modo peculiare la natura e la conformazione dell’ambiente circostante fin dai tempi più antichi.
In origine infatti tutto il territorio cremasco era sommerso dalle acque che, ritirandosi, lasciarono progressivamente posto alle terre emerse. Fra queste andò sempre più definendosi l’Insula Fulcheria o Fulcherii che, come sta a indicare il termine “insula”, rimase comunque circondata per lungo tempo da una grande palude chiamata lago (e talvolta anche mare) Gerundo.
Gli attuali fiumi Serio, Adda e Oglio, i numerosi canali e rogge del Moso (il territorio a nordovest del centro abitato di Crema, che più a lungo e in maggior misura ha conservato gli antichi caratteri di acquaticità) e la serie di fontanili (ancor oggi attivi, almeno in parte) da cui emergono in superficie le falde idriche del sottosuolo sono il retaggio delle originarie paludi. Una naturale evoluzione portò quelle acque a scorrere in modo più ordinato e a scavarsi un letto meno incerto formando e delimitando un territorio decisamente fertile. L’acqua diventò allora una preziosa risorsa per gli abitanti dei luoghi, utile per le coltivazioni, come via di comunicazione e come elemento naturale di difesa.
Il popolamento della zona si può far risalire al quarto millennio a.C., come dimostrano i ritrovamenti di alcuni esemplari di fauna (Bisonte antico, cervidi) e di manufatti in buona parte conservati nel Museo civico di Crema (frammenti di pietra lavorata, punte di frecce, asce in pietra).
Le successive testimonianze in bronzo e i reperti ceramici consentono di risalire ad alcune popolazioni che si stabilirono sul territorio cremasco in epoca preromana: i liguri, i veneti e sicuramente le varie etnie celtiche di insubri e cenomani.
Nel III secolo a.C. i romani sconfissero le tribù insediate nella Gallia Cisalpina e ne occuparono le terre deducendo proprie colonie a Milano, Bergamo, Treviglio, Lodi, Piacenza, Pavia, Cremona. La loro presenza in area cremasca nei secoli successivi è documentata da testimonianze diffuse, che divengono più consistenti nell’epoca tardoimperiale. In proposito va ricordato che la vicinanza di Milano, capitale dell'impero dal 286 al 402 d.C., diede sicuramente impulso a uno sviluppo demografico ed economico del territorio, di cui beneficiò soprattutto Palazzo Pignano che si affermò come un importante insediamento: nell'attuale sito archeologico sono stati recuperati i resti di una villa tardoromana con edificio cultuale e forse di un più vasto complesso (ben documentati in un'apposita sala del Museo civico di Crema).

Le origini di Crema sono legate all'invasione longobarda del VI secolo d.C.; il nome deriva probabilmente dal termine longobardo "Crem" che significa "altura". Secondo la tradizione, la fondazione della città risalirebbe al 15 agosto 570 quando, di fronte alla minaccia rappresentata dall'invasione longobarda, gli abitanti della zona trovarono rifugio nella parte più elevata dell'"isola della Mosa", approntandola a difesa sotto la guida prima di Cremete, conte di Palazzo, e poi di Fulcherio. Da questi due personaggi deriverebbero perciò i toponimi Crema e Insula Fulcheria. Secondo altre fonti la sua fondazione risale al IV secolo d.C., quando Milano era capitale dell'Impero romano d'Occidente. Un'altra versione invece parla di un più antico insediamento Celtico o Etrusco.

La prima occorrenza di Crema nei documenti storici risale all'XI secolo come possedimento dei conti di Camisano. In seguito venne governata da Bonifacio marchese di Toscana e sua figlia Matilde. Nel 1098 Matilde diede in dono la città al vescovo di Cremona. Durante questo periodo l'agricoltura prosperò e l'Ordine degli Umiliati introdusse la lavorazione della lana, che fu una delle principali aree economiche fino al XIX secolo.

Federico I Barbarossa stava attuando un disegno politico che aveva lo scopo di instaurare il potere imperiale a sfavore delle autonomie dei comuni. In tale contesto si introduce la secolare diatriba tra Crema e Cremona, le cui cause, forse, sono da rilevarsi nelle disattenzioni di Crema di fronte ai diritti e ai privilegi che i vescovi di Cremona avevano su parte dell'Isola Fulcheria. Si tenga inoltre presente che l'alleanza tra Crema e Milano era vista come l'estendersi del predominio della metropoli verso Cremona, e come un pericoloso avanzare dell'influenza di Milano verso il Po.
Crema come "testa di ponte" verso il sud della Lombardia: una minaccia troppo grande per tutte quelle città che basavano la loro economia sui traffici commerciali lungo il fiume Po; così a partire dall'anno 1098 la fortezza di Crema fu utilizzata per il primo di una serie di battaglie contro Cremona che aveva la sua giurisdizione sull'Insula Fulcheria grazie ad una concessione dell'imperatore Enrico III (1055) successivamente rinnovata da Matilde di Canossa (1098).

Ecco quindi l'idea di rivolgersi a Federico I, la cui discesa in Italia aveva lo scopo di attuare il suo programma contro le spinte autonomistiche e le ribellioni dei comuni: un'occasione troppo grande per Cremona per progettare un assedio nei confronti della città cremasca.

In un incontro avvenuto nell'inverno 1159 a Casale Monferrato, i cremonesi riuscirono a convincere l'imperatore a muovere l'esercito verso Crema: una sconfitta sarebbe stata monito per Milano, assai ribelle nei confronti del monarca teutonico. Inoltre i cremonesi offrirono a Federico I 15.000 marche d'argento.

La città aveva un centro storico più piccolo di quanto non lo sia ora. Sorta su un dosso ai margini orientali dell'Isola Fulcheria, la città, come racconta lo storico Rahewino al seguito dell'imperatore, nel XII secolo appariva circondata da duplice alta muraglia con profonde fosse colme d'acqua. Certamente era una città che non soffriva di approvvigionamento idrico: numerosi dovevano essere i pozzi scavati all'interno dell'abitato. Inoltre era ben difesa da uno spazio paludoso, da individuarsi nell'area del Moso, che in caso d'assedio avrebbe permesso di sfruttare percorsi misti terra-acqua – noti solo ai locali – e provvedere quindi alle scorte alimentari.

Il 2 febbraio 1159 l'imperatore inviò a Crema alcuni delegati per consegnare l'ingiunzione a distruggere le mura e colmare le fosse. L'ingiunzione fu respinta e vi fu un tentativo di linciaggio nei confronti degli ambasciatori dell'imperatore.

Il 2 luglio i cremonesi, al seguito del vescovo Oberto da Dovara, presero posizione ai limiti delle fosse di fronte a porta Ripalta. Nei giorni a seguire arrivarono gli altri contingenti: le truppe dell'imperatore si stanziarono tra porta Serio e porta Ripalta; le truppe guidate dal fratello di Federico I, il duca Corrado, si posizionarono di fronte a porta Ombriano; il duca Federico, figlio di Corrado, prese posizione tra porta Ombriano e porta Pianengo. Le truppe pavesi coprirono l'ultimo tratto, tra porta Pianengo e porta Serio; infine, giunse il duca Guelfo di Baviera che si schierò davanti a porta Serio, cosicché Federico spostò le sue truppe tra porta Ripalta e porta Ombriano con in mezzo il grande castello.

Le operazioni di posizionamento terminarono definitivamente nell'ottobre 1159, ma già prima si erano avuti scontri: durante una sortita alcuni cremaschi tentarono con un effetto sorpresa di bruciare il mangano, ma trovarono pronte le sentinelle di difesa che ingaggiarono una dura lotta. Quattro cremaschi furono catturati: ad uno fu mozzato il capo, ad un secondo staccarono i piedi, ad un terzo tagliarono le braccia, il quarto fu ferito mortalmente. Altri per sfuggire a simili sevizie tentarono la fuga nelle fosse ma perirono annegati.

Questo fu l'episodio che convinse l'imperatore a iniziare l'attacco: dopo un primo tentativo, non andato a buon fine, di colmare parte della fossa per portare i macchinari in prossimità delle mura, Federico ottenne entusiasticamente dai lodigiani di avere tutto il materiale (botti, fascine, legna e quant'altro di utile) per riempire il fossato.

Nel mese di dicembre la via era pronta e i germanici iniziarono a muovere il gatto seguito dalla torre mobile, ma il continuo lancio di pietre incendiarie ne bloccava l'avanzata.

Qui si inserisce l'episodio più noto e tragico: dopo aver coperto la torre con cuoi e panni bagnati l'imperatore fece appendere, letteralmente, alcuni ostaggi cremaschi e milanesi. Pensava in tal modo che gli assedianti avrebbero desistito dal lancio di pietre per non ferirli. Ma i cremaschi, forse incitati dagli stessi ostaggi, continuarono a colpire la torre che fu costretta ad arretrare. Molti ostaggi perirono e la cronaca di Ottone Morena, che seguiva l'assedio, ne ricorda alcuni nomi: tra i milanesi Codemalo di Pusterla, Anrico di Landriano, e altri due. Fra i Cremaschi Presbitero di Calusco, Trotto di Bonate, Aymo di Galliosso e altri due. Ad Alberto Russo di Crema furono spezzate le gambe, a Giovanni Garesi ruppero un braccio. Il Morena ricorda anche i nomi dei sopravvissuti: Negro Grasso, Squarzaparte di Businate, Ugo Crusta e molti altri di Milano; e inoltre i cremaschi Giovanni Garesi, Arderico Bianco, Alberto Rufo, Sozone Berondi e molti altri.

Il gatto, tuttavia, poté avanzare e permise di azionare l'ariete che operò uno squarcio nelle mura. Il 6 gennaio anche la torre riprese lentamente il suo cammino e a nulla valsero i lanci di barili incendiari da parte dei cremaschi. Da parte degli assedianti la copertura di arcieri e balestranti mise in serie difficoltà gli assediati e qui avvenne l'episodio chiave dell'intero assedio: il tradimento di Marchese (o Marchisio) l'ingegnere militare che aveva costruito le macchine da guerra cremasche. Ignoti sono i motivi e le modalità di questo episodio, ma una volta passato al nemico progettò un ponte e una nuova macchina d'assedio, che assieme alla già citata torre, poté avanzare sul tratto di fossato ormai già colmato.

Il 21 gennaio avvenne l'attacco finale; un grande ponte di 40 braccia per 6 (circa 24 per 3,6 metri) fu appoggiato alle mura ed un altro più piccolo partiva dalla torre mobile. Pur mancando il coordinamento tra i due ponti con qualche difficoltà degli assedianti, molti dei quali vennero annientati, le truppe imperiali riuscirono comunque a salire sulle mura. La città fu così sotto il tiro delle balestre e degli archi e non poté più sopravvivere in tali condizioni: il 25 gennaio avvenne la resa.

Sottoscritta da cremaschi, milanesi e bresciani la decisione della resa, iniziò l'esodo degli occupati, probabilmente circa 20.000 persone, che dovettero uscire con il poco che potevano portare con sé; successivamente le truppe incendiarono la città e demolirono ciò che ne rimaneva, incluse le chiese. Un editto stipulato dallo stesso imperatore nel 1162 a Lodi ne vietava la ricostruzione.

Tuttavia nonostante le reciproche diffidenze, i comuni riuscivano finalmente a organizzarsi nella Lega Lombarda (1167) che nel 1176 otteneva una decisiva vittoria sulle truppe imperiali nella battaglia di Legnano.

Dopo la pace di Costanza (1183) l'imperatore sanciva la legittimità della Lega e i comuni riuscivano a riottenere gran parte della loro autonomia e se ne avvantaggiava Milano e assieme a questa il comune di Crema, suo fedele alleato: l'editto di Lodi veniva revocato e i cremaschi potevano finalmente ricostruire la loro città.

Iniziava anche un tentativo di normalizzazione dei rapporti con la città di Cremona, fino a giungere ad un primo, storico accordo avvenuto nel 1202 nei dintorni del Santuario della Beata Vergine del Marzale.

Nei reggimenti più piccoli dell'entroterra veneto, come quello di Crema, le figure di podestà e capitano erano unificate in un'unica persona che aveva, quindi, potere civile militare e giudiziario sull'intera provincia.

Nel 1361 la città venne funestata dalla peste. Racconta Pietro Terni nella sua Storia di Crema: "Crema a tale estremo era ridotta che più non si trovava chi, nel disperato caso, degli infermi cura togliesse: tutti infettati erano, né l'uno all'altro poteva dar soccorso."
Fu in tale circostanza che i cremaschi cominciarono a venerare con particolare devozione la figura di San Pantaleone. Narra ancora il Terni: "Il glorioso Redentore, volendo i miracoli del Santo al mondo manifestare, la mente aperse ai poveri ammalati perché ricorrere dovessero a San Pantaleone. Uniti insieme alcuni di loro il meglio che poterono, fecero voto al glorioso Santo di alcune annuali oblazioni e lo tolsero per patrono, che prima avevano Sant'Antonio, San Sebastiano e San Vittoriano. Fatto il voto, subito, nel decimo giorno di giugno, rimase la terra talmente dalla malvagia sorte liberata, che pare che dal vento fosse lo contagio levato. Dicesi che il Santo protettore fu veduto in aere sopra la terra con la mano distesa, come nel suggello maggiore la Comunità scolpito mostra; havuta la grazia, ordinarono le processioni annuali nel giorno della liberazione, che fu ai dieci di giugno, di tutte le arti ed huomini di Crema e del territorio, come fino ai giorni nostri si costuma."
Dal che si comprende perché la festa patronale di Crema ricorra il 10 giugno, mentre nel calendario ecclesiastico San Pantaleone è ricordato il 27 luglio, giorno della sua morte nel 305 a Nicomedia di Bitinia (oggi Izmit, in Turchia) nel corso della persecuzione voluta da Diocleziano al principio del IV secolo.
Il podestà e capitano veniva eletto dal Maggior Consiglio di Venezia tra i membri delle più prestigiose famiglie patrizie venete e la sua carica durava generalmente sedici mesi. Era affiancato da un giudice del maleficio e da un vicario pretorio: il primo era, in pratica, un giudice penale, il secondo si occupava di questioni civili.

Le entrate pubbliche erano curate da due Camerlenghi, mentre la custodia della rocca era affidata ad un castellano. Tutte e tre le figure erano scelte tra patrizi veneti. Il governatore delle armi, invece, poteva essere anche cremasco.

Il podestà e capitano sovrintendeva un Nobile consiglio (i cui componenti erano appunto blasonati), la cui carica fino al 1519 durava tre anni, quindi a vita. Potevano entrarvi i patrizi con età superiore a 25 anni. Tra questi venivano scelti tre provveditori (con durata semestrale per due di essi, il terzo annuale) che coadiuvavano il podestà e capitano. All'interno del Nobile consiglio i membri potevano essere eletti deputati a particolari compiti (lavori pubblici, Monte di pietà, monasteri, ospedali, edilizia, ecc.)

Il podestà risiedeva nel Palazzo pretorio.

In qualità di provincia veneziana dell'entroterra, Crema ottenne numerosi privilegi e fu al riparo dal declino economico del vicino Ducato di Milano sotto il dominio spagnolo. Mantenne una sostanziale autonomia che permise la progettazione di nuove costruzioni. Esse includevano la nuova cinta muraria, la ricostruzione del Palazzo Comunale (1525-1533), il Palazzo della Notaria, ora Palazzo Vescovile. Nel 1580 Crema divenne sede vescovile e fu costruito il santuario di Santa Maria della Croce (1490).

Secondo i documenti custoditi negli archivi della Diocesi, Crema fu anche la città d'origine dei Mastai Ferretti, la famiglia senigalliese di papa Pio IX. Secondo una ricerca operata dal parroco del paese d'origine dei Visconti, anche il famoso Innominato, descritto da Manzoni nei Promessi Sposi, aveva origine cremasca da parte di madre. Vissuto ai tempi in cui Crema era sotto il dominio della Serenissima, aveva appezzamenti agricoli dalle parti di Bagnolo, pur essendo nato e vissuto nel Palazzo Visconti, Palazzo a Brignano Gera d'Adda, un gioiello di architettura e di fasto vicino a Crema. Brignano era sotto il dominio del Ducato di Milano, perciò a Francesco Bernardino Visconti (l'Innominato) capitò di rifugiarsi nel palazzo Martini, che allora era sotto il Dominio della Repubblica di Venezia e che apparteneva alla famiglia di sua madre Paola Benzoni. In tal modo Francesco Bernardino sfuggiva alla giustizia milanese ed anche trovava asilo in una piccola città dove nella Parrocchia della Cattedrale di Crema, un Benzoni, Leonardo Benzoni figlio di Soccino Benzoni, si laureò alla Sorbona a Parigi e, successivamente, divenne vescovo (non a Crema); era stato quindi un esponente religioso importante (su un capitello del Palazzo esiste tuttora lo stemma di Leonardo Benzoni, un cappello vescovile che sovrasta un cane, simbolo dei Benzoni. Per queste circostanze il nipote di Leonardo Benzoni, Francesco Bernardino Visconti (l'Innominato), poteva sperare di ricevere un maggior riguardo a Crema rispetto a quello che gli sarebbe toccato nel Ducato di Milano, oltre all'inopinabile vantaggio di cambiare velocemente Stato e confini politici in caso di necessità (dal Ducato di Milano alla Repubblica di Venezia) e, quindi, uscire in breve tempo dalla giurisdizione milanese.

Non si poté evitare il diffondersi in territorio cremasco della terribile peste manzoniana nel 1630 (le cronache riferiscono di 10.000 morti), con un lazzaretto allestito a Santa Maria della Croce e il cimitero a San Bartolomeo “alle ortaglie”, che da allora venne chiamato “ai morti”.
Nel 1648 la Serenissima chiese denari anche a Crema per fronteggiare le spese della guerra contro i turchi, e a tal fine vennero confiscati i beni dei monasteri di San Domenico, San Benedetto e Sant’Agostino. Allo stesso scopo Gasparo Sangiovanni Toffetti donò 60.000 ducati a Venezia, che lo ricompensò iscrivendolo nell’albo d’oro della nobiltà veneta (unico cremasco a ottenere un simile onore dopo i Benzoni).
Anche nel XVIII secolo la città poté vantare il nome illustre di Mauro Picenardi in campo pittorico e continuò ad arricchirsi di palazzi privati (Terni-Bondenti, Albergoni-Arrigoni), di chiese (quella del Salvatore all’interno dell’Ospedale maggiore, l’oratorio detto del Quartierone, le ricostruzioni della Santissima Trinità, di San Giacomo, di Sant’Antonio Viennese e la pesante alterazione in stile barocco del Duomo) e di un teatro (1716-23), realizzato però in modo tanto insoddisfacente che si decise di ricostruirlo su progetto di Giuseppe Piermarini nel 1782-86.
L’istituzione di un’Accademia di agricoltura (1769) fu la concreta testimonianza della diffusione anche a Crema della cultura illuminista e dell’interesse per il progresso delle scienze applicate. Fiorirono come sempre gli scambi commerciali (Fiera di San Michele) e si provvide a un generale riattamento delle strade cittadine, sorsero le fabbriche di campane (Crespi) e nacque l’arte organaria, che da allora ebbe una lunga e prestigiosa tradizione coltivata fino ai giorni nostri.
Con il XVII secolo ebbe inizio la decadenza della città, causata dal fallimento delle sue attività industriali, anche se l'agricoltura continuò ad essere fiorente. Nel 1796 venne fondata l'Accademia dell'Agricoltura. Dopo la caduta della Serenissima nel 1797, l'Esercito Francese depose l'ultimo podestà e creò la cosiddetta "Repubblica Cremasca", annessa dopo pochi mesi alla Repubblica Cisalpina. Crema divenne capoluogo (insieme con Lodi).

Il museo ospita la riproduzione in ceramica della più antica carta del Cremasco, risalente al XV secolo: l'originale è conservato presso il Museo Correr a Venezia
dell'effimero Dipartimento dell'Adda, e in seguito fu annessa al Dipartimento dell'Alto Po, con capoluogo Cremona.

La fine del secolo XVIII, a Crema come nel resto d’Italia e d’Europa, fu squassata dai grandi sconvolgimenti portati dalla Rivoluzione Francese prima e dalle guerre napoleoniche poi. La campagna d’Italia (1796-97) fruttò a Napoleone la conquista di tutta la Lombardia: il 27 marzo 1797 un drappello di dragoni francesi entrò in Crema senza incontrare alcuna resistenza, arrestò l’ultimo podestà veneto della città e vi istituì la municipalità che portò per una brevissima stagione il vanaglorioso titolo di Repubblica di Crema, assorbita dopo soli due mesi nella ben più ampia Repubblica Cisalpina. Cessò così, senza colpo ferire, la plurisecolare dominazione veneta sulla città: le insegne di San Marco furono rimosse, il seminario soppresso così come gli ordini religiosi e i loro conventi (Sant’Agostino, San Francesco, San Domenico, poi utilizzati come caserme), gli oggetti preziosi delle chiese e della diocesi confiscati, il tribunale dell’Inquisizione abolito.
Il dominio francese comportò per Crema, oltre alle varie soppressioni e confische, all’applicazione del codice napoleonico e delle nuove leggi (frazionamento delle proprietà, uguaglianza di tutti di fronte alla legge, coscrizione obbligatoria) e alla diffusione dell’istruzione e delle idee liberali, anche la decadenza dei privilegi connessi al suo precedente status di territorio di frontiera e di capoluogo di provincia.
I fatti principali verificatisi a Crema in quei primi lustri del XIX secolo furono la scossa di terremoto che il 12 maggio 1802 danneggiò il Duomo e la basilica di Santa Maria della Croce, la realizzazione di lampioni a olio per l’illuminazione pubblica notturna (1802), l’abbattimento e ricostruzione con funzione ornamentale di Porta Serio e Porta Ombriano (1804-7), la demolizione del castello di Porta Serio e l’apertura del cimitero comunale (1809).
La sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), poi ribadita da quella di Waterloo (1815), determinò il crollo del suo impero e la restaurazione degli antichi sovrani sancita dal congresso di Vienna. Il ritorno degli austriaci in Lombardia significò per il territorio cremasco l’inquadramento nella neocostituita provincia di Lodi e Crema (24 gennaio 1816), che solo formalmente poneva sullo stesso piano le due città: in realtà il capoluogo provinciale e il centro della vita amministrativa fu Lodi.
Il successivo trentennio di dominio austriaco si rivelò sostanzialmente positivo: pur senza gli antichi privilegi, per Crema fu un periodo di benessere e di tranquillità nel corso del quale venne promossa soprattutto l’agricoltura, con la diffusione della stabulazione del bestiame, l’incremento delle produzioni lattiero-casearie, l’introduzione dell’allevamento del baco da seta, la coltivazione e la tessitura del lino.
L’economia agraria tuttavia, basata sul controllo delle grandi proprietà terriere (appannaggio dei nobili), andò perdendo vigore mentre si affermava la nuova classe borghese impegnata nelle attività manifatturiere e nei commerci. Dal 1843 Crema fu collegata con Milano da un servizio giornaliero di diligenze e la Cassa di risparmio delle province lombarde aprì in città una propria agenzia. Da segnalare la demolizione della chiesa di Sant’Agostino, l’istituzione del corpo dei pompieri (1835) e la creazione del Campo di Marte per le manovre della guarnigione militare (1847).
Il definitivo declassamento amministrativo pubblico (seguito all'inserimento nella provincia di Cremona) diede per converso un nuovo impulso all’iniziativa privata, alle sue capacità imprenditoriali e al rafforzamento delle strutture produttive. La necessità di far fronte a una situazione di concorrenzialità senza potersi più giovare di misure protezionistiche liberò energie e potenzialità insospettate. Crema, pur mantenendo un’alta produzione agricola grazie all’adozione di tecniche d’avanguardia e di forme consortili, associative e cooperativistiche, assunse immediatamente il ruolo di polo industriale e produttivo di tutta la provincia (il linificio Maggioni, aperto a Crema nel 1862, fu la prima industria cremonese) in forza del ricorso alle nuove tecnologie e alla creazione di solide strutture commerciali e creditizie (Banca Popolare Agricola di mutuo credito, Casse rurali e artigiane), indispensabili per lo sviluppo della sua vivace economia.
Anche l’attività artigianale seppe adeguarsi alle mutate condizioni dei tempi, com’è testimoniato dalla nascita delle fabbriche d’organi di Pacifico Inzoli nel 1867 e di Giovanni Tamburini nel 1893, che rinnovarono una tradizione settecentesca portandola a livelli d’eccellenza internazionale mantenuti fino ai nostri giorni.
Un altro essenziale fattore di sviluppo fu l’attenzione per l’istruzione e la cultura: nel 1860 fu aperta la scuola normale (magistrale), nel 1863 la scuola tecnica, nel 1864 le scuole serali, la biblioteca comunale (diretta da don Giovanni Solera) e l’asilo infantile Principe Umberto, nel 1899 la scuola serale popolare di commercio.
Lo sviluppo della città proseguì nel Novecento con la realizzazione di collegamenti più veloci, non solo automobilistici (servizio di linea Crema-Codogno, 1912) ma anche telefonici (linea Crema-Lodi-Milano, 1904), a tutto vantaggio delle attività imprenditoriali. In campo industriale vanno ricordati gli importanti insediamenti della Ferriera di Crema Stramezzi & C. (1913) e della Società Serio (poi Everest, poi Olivetti, 1932-1992), mentre per l’agricoltura nel 1914 fu aperta una stazione sperimentale di batteriologia agraria.

vista del fabbricato d'ingresso al piccolo parco ChiappaAltre opere di particolare rilievo furono il restauro della facciata del Duomo (1913-16), il collaudo dell’acquedotto pubblico (1917) e, dopo la I guerra mondiale cui anche Crema pagò il proprio tributo di uomini, la creazione del Civico istituto musicale Luigi Falcioni (1919), l’inaugurazione del velodromo (1922), l’illuminazione elettrica in sostituzione dei fanali a gas (1930), la costruzione della rete fognaria (1933) e l’abbassamento di 30 centimetri del livello di calpestio di piazza Duomo (1936-37).Il tribunale, istituito nel 1862, venne soppresso nel 1923 e di nuovo ricostituito nel 1948, mentre il comune di Crema allargava confini territoriali e giurisdizione amministrativa inglobando i precedenti comuni autonomi di Ombriano, Santa Maria della Croce e San Bernardino (1928).

Nel 1928 furono aggregati alla città di Crema i comuni di Ombriano, San Bernardino e Santa Maria della Croce.

L'economia era caratterizzata nel secolo scorso dall'agricoltura, con produzione di foraggi, cereali (degna di nota quella del grano), pioppi, e dall'allevamento nel contesto dell'economia provinciale. Dagli anni settanta, sono presenti aziende casearie e importanti aziende alimentari in generale, oltre a industrie metallurgiche, meccaniche, elettroniche e tessili.

Un aspetto notevole dell'artigianato è costituito dalle fabbriche di organi musicali; tale settore venne portato a livelli di eccellenza da Pacifico Inzoli nel 1867 e da Giovanni Tamburini nel 1893. I due maggiori organi italiani esistenti (16.000 canne) del duomo di Milano e di Messina, tra i più grandi d'Europa, sono opera degli organari cremaschi. La città è anche sede di un'importante azienda energetica la Enercom.

Nel XX secolo, dalla fine degli anni sessanta sino al 1992 l'Olivetti ha avuto un importante polo produttivo nella città lombarda, che arrivò a toccare quota 3150 addetti nel 1971 e che all'atto della chiusura nel 1992 contava ancora 700 dipendenti. L'Olivetti arrivò in città alla fine degli anni sessanta acquisendo l'area industriale di via Mulini, dove si trovava la Serio-Everest, un'azienda fondata nel 1929 da sette fuoriusciti dalla Said di Milano, Società anonima italiana dattilografia. La Serio-Everest è stata la prima azienda al mondo a produrre una macchina da scrivere con tastiera a 4 file di tasti invece che 3. Arrivò a contare 1.600 addetti e fu inglobata dall'Olivetti a partire dal 1967.

Attorno all'azienda a Crema si formò poi un'area, abitazioni, centro ricreativo e aziende. Dopo la fine della storia dell'Olivetti l'area di via Bramante è stata recuperata grazie all'insediamento del Polo informatico dell'Università di Milano e di diverse aziende tecnologiche che hanno recuperato l'area. La storia di Serio-Everest e Olivetti a Crema è stata raccontata nel 2002 dalla pubblicazione "Dalla Everest all'Olivetti" edita dal Centro di ricerche Alfredo Galmozzi.

Pietro da Terno nella sua Historia cita un’antica cronichetta scritta a mano ove la nobeltà et la grandezza indicavano i fasti e le glorie di un antico popolo scomparso e di una sontuosa corte ove venne accolto il re dei Longobardi onorifficentissimamente e molti altri prìncipi tra cui Milano etc. Sempre il Terni scrive che Alboino fu il primo re dei Longobardi e che da due anni ruinava e destrugeva le cità d’Italia e che costrinse Cremes Cremete a fugire da Palazzo Pignano et a rifugiarsi supra un’insula circumdata da una selva che solo con le navicule si poteva approdare: et cusì fu che il conte Cremete dette principio a una nova città e a una nuova patria.
Era il 15 agosto del 570, anno secondo del regno di Alboino, Cremete radunò i fuggiaschi in una chiesetta costruita su quell’insula dedicata a santa Maria Assunta della Mosa. Accanto a quella rudimentale chiesetta vi era una rocchetta posta ad oriente,quell’isolotto era detto della Mosa. Fu così che iniziò la fundatione di una nuova città che il conte di Palazzo Pignano volle chiamare Crema.
Morto Alboino, schiacciato dal suo cavallo, mentre entrava in Pavia, fu eletto come secondo re dei Longobardi per alcuni scrittori Cheplen per altri Daplon. Cremete si sottomise ai Longobardi, e fu così che la città crebbe in pace fra le paludi e le acque in riva al fiume Serio, costruendo nuove case e bonificando le terre circostanti per mano dei contadini, dei cacciatori e dei pescatori. Vennero tagliate le selve e i boschi, e così la nostra terra di buone valli fu circondata.
A ottobre di un anno imprecisato la Gallia Cisalpina venne inondata da un’alluvione ed anche il cremasco fu sommerso e colpito poi dalla peste. Queste calamità accaddero nei primi dieci anni dopo l’avvento dei Longobardi. Un nuovo re venne eletto: Authari che volle per isposa la piissima Teodolinda, figliuola del re dei Boiavari (Bavaria) si unirono in Verona con solenni nozze ivi incaminadosi alla volta di Pavia capitale del loro popolo. A Crema si fermarono ospitati dal conte Cremete e longa dimora fecero.
Re Authari alla fine dell’anno sesto del suo regno morì e Teodolinda scelse quale secondo marito il duca di Torino Agiliulfo. Si sposarono a maggio dell’anno seguente, in quel tempo Cremete aveva cinto l’oppido di crema con delle mura di bona altezza, quando il territorio fu investito da una siccità che durò da gennaro a settembrio et sciami di locuste divorarono quel poco di verde rimasto. Il seguente inverno il cremasco venne avvolto da un grande gelo et le vigne e gli alberi morirono e sui cremaschi calò una grande carestia riducendo la popolazione al lumicino.
Questi eventi furono annunciati da una grande cometa, quale la sira et matina molte volte apparve cum signi sanguinoi che in forme d’aste la note in cielo apparevano. Passarono ventiquattro anni di pace e così tanto avevano costruito dentro le mura che non vi era più spazio per nuove dimore. Ospite di Cremete, giunse in città Agilulfo ed insieme su un’imbarcazione si diressero verso oriente ove costruirono un nuovo borgo a cui venne dato per nome San Benedetto, in onore della preesistente chiesetta.
A Crema oramai confluivano sempre più genti, tanto che il Signore di Crema decise di costruire verso occidente San Sepolcro, un altro borgo. L’anno seguente ancora più moltitudine ai cremaschi si unì, e fu necessario aggiungere il terzo borgo, e si mise mano al luogo chiamato San Pietro, innalzato fra settentrione e oriente. La pace stipulata dal conte Cremete con Agilulfo si acclarò quando per bramosia di terre e nuovi domini il re Longobardo inviò le sue orde contro Cremona e contro Mantova che vennero destructe et ruinate al punto che i raminghi vennero accolti dai cremaschi. Secondo alcune fonti storiche la distruzione di Cremona e Mantova è data 597 per altre il 603.
La condizione di questa buona sorte che aleggiava su Crema era il desiderio di Teodolinda che impose a Cremete il pegno d’abbandonare la religione pagana con i suoi idoli e così si giunse nel 597 quando Cremete morì Cremetibus obitus, non avendo avuto figli. Al re Agilulfo rimase Crema in eredità. Cremete signoreggiò per 47 anni e nove mesi e al comando della città per volontà del re fu posto il suo figliolo di nome Adoloaldo. Fonte Pietro da Terno,  Don Luigi Coti Zelati Palazzo Pignano, la Pieve Antica.

Persone legate a Crema:
Balugano da Crema, architetto del XIII secolo
Agostino de Fondulis (Crema, XV secolo-XVI secolo)
Giovanni Battaggio (Lodi, XV secolo-XVI secolo), progettista della basilica di Santa Maria della Croce
Luigi Manini (Crema 1848 - Brescia 1936), architetto e scenografo
Sigismondo Martini (Crema, 1883 - Milano, 1959)
Amos Edallo (Castelleone, 1908 - Crema, 1965), architetto e scultore
Beppe Ermentini (Crema, 1919 - 2003)
Alessandro Savelli (Crema, 1909 - 1971)
Giovanni Moretti (Crema, 1909 - 1971)
Bruno Mazza (Crema, 1924 - 2012)
Mario Bergamaschi (Crema, 1929)
Mauro Bicicli (Crema, 1935 - 2001)
Gianni Meanti (Crema, 1935 - 2009)
Giuseppe Doldi (Crema, 1950)
Adriano Cadregari (Crema, 1954)
Giacomo Ferri, (Crema, 1959)
Riccardo Ferri (Crema, 1963)
Alessio Tacchinardi (Crema, 1975)
Daniele Degano, (Crema, 1982)
Mattia Marchesetti (Crema, 1983)
Alessio Manzoni (Crema, 1987)
Ivan Quaranta (Crema, 1974)




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domenica 24 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : LEGNANO

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Altra città importante della pianura padana dell' Altomilanese è Legnano personalmente a me cara perchè è la città natale dei miei nonni e sopratutto perchè è una bellissima città.Vorrei farvela conoscere partendo dalla sua storia molto ricca di avvenimenti importanti.

Legnano è situata lungo il corso della valle Olona, a sud delle Prealpi Varesine. Il suolo è principalmente composto da ciottoli, ghiaia, sabbia e argilla. Un tempo era coperto da un sottile strato di humus poco adatto alla crescita di boschi e successivamente alla coltivazione agricola, così da essere in gran parte groana.

Il territorio ha una superficie di 17,72 km² ed è distribuito su un suolo che ha un'altitudine compresa tra i 192 m ed i 227 m s.l.m..

Legnano è attraversata dal fiume Olona, che taglia in due parti quasi uguali il territorio comunale. Per la stragrande maggioranza è incanalato in argini in cemento o pietra, costruiti per minimizzare le esondazioni. Un tempo una cospicua parte dell'alveo era ricoperta da una struttura in cemento (per la maggior parte in corrispondenza delle aree degli ex cotonifici Cantoni e Dell'Acqua). L'Olona, prima della costruzione di argini e canali scolmatori, è stato un fiume che ha flagellato con frequenti esondazioni le aree che attraversa. Grazie alla costruzione di questi ultimi, gli allagamenti sono diventati eventi rari. L'ultima esondazione che ha fatto danni ingenti alla città si è verificata il 13 settembre 1995, mentre l'ultima in ordine cronologico è avvenuta nel luglio 2014.

Nel passato esistevano deviazioni del corso del fiume: naturali, come l'Olonella, ed artificiali, come i canali e le rogge scavate dai contadini. Questi ultimi erano necessari per raggiungere i terreni più lontani dall'Olona. L'estrazione delle acque dal fiume e più in genere le attività connesse allo sfruttamento dell'Olona furono regolate durante i secoli da contratti e regolamenti.

È stato uno dei fiumi più inquinati d'Italia, anche se la qualità delle acque sta gradualmente migliorando. In seguito al miglioramento dello stato d'inquinamento delle acque si è provveduto a scoprire il fiume.

Il toponimo "Legnano" ha origini almeno medioevali. Questo appellativo è un aggettivo prediale e quindi è formato da una prima parte che deriva dal nome del proprietario dei terreni legati alla località e da un suffisso che definisce questa appartenenza. Nel caso di Legnano, il nome di tale possidente terriero era Laenius, a cui venne aggiunto il suffisso –anum. Questo suffisso sta a significare che la latinizzazione del territorio era completamente avvenuta. In altri casi, dove l'influenza celtica era presente in maniera maggiore, il suffisso aggiunto corrispondeva ad –acum.
Questa proprietà terriera era più estesa dell'attuale Legnano e doveva avere le caratteristiche di un latifondo. I nomi dei comuni limitrofi hanno un'origine più recente e quindi l'antica Laenianum si estendeva ragionevolmente su un territorio piuttosto vasto. Non si conosce però il periodo di fondazione di questa primigenia comunità: secondo alcune ipotesi le origini dell'antica Laenianum potrebbero risalire a prima della nascita di Cristo.
La storia della città di Legnano, in provincia di Milano, nell'Altomilanese, inizia con la comparsa, nel III millennio a.C., dei primi insediamenti umani sull'odierno territorio comunale. Il primo documento ufficiale che cita l'abitato di Legnano è invece datato 23 ottobre 789 e si riferisce ad una vendita di terreni.

Grazie ad una storica battaglia, Legnano è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno nazionale italiano " Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano . Ogni anno i legnanesi ricordano questa battaglia con il Palio delle contrade.

Legnano è inserita in un contesto produttivo molto avanzato, che la colloca in una delle zone più sviluppate ed industrializzate d'Italia.

Fin dai tempi più antichi, gli abitanti di Legnano vissero principalmente lontano dall'Olona, su terreni più alti che sicuramente non sarebbero stati colpiti dalle piene del fiume. I più rilevanti ritrovamenti archeologici, dalla preistoria fino alla dominazione romana, sono stati scoperti lungo i margini della valle dell'Olona, e si riferiscono ad inumazioni.

I reperti preistorici più antichi trovati a Legnano sono delle ossa di bos primigenius risalenti alla glaciazione Würm. Portate alla luce in località Costa San Giorgio, sono conservate al museo civico Sutermeister.

Per quanto riguarda invece la presenza dell'uomo, il più antico reperto trovato nel Legnanese risale ad un periodo compreso tra il 3400 a.C. ed il 2200 a. C. ed è venuto alla luce tra il 1926 ed il 1928 nei pressi del confine tra Castellanza e Legnano grazie agli scavi effettuati da Guido Sutermeister. Si tratta di un piccolo frammento di un vaso campaniforme realizzato nell'età del rame e collegabile alla cultura di Remedello. È stato trovato durante i lavori di costruzione della strada statale 527 Bustese in località "Paradiso" a Castellanza tra altre suppellettili di età romana, ed è conservato presso il museo civico Sutermeister. I rapporti che queste popolazioni insediate lungo le rive dell'Olona con quelle di Remedello sono però sconosciute. Molto probabilmente il territorio corrispondente alla moderna Legnano era già abitato in precedenza. Tali popolazioni, che provenivano presumibilmente dalla Lagozza di Besnate o dalle altre comunità palafitticole presenti sulle rive dei laghi varesini, migrarono a sud in seguito ad un forte incremento demografico.

Si collocano invece ottocento anni dopo il frammento collegato alla cultura di Remedello i reperti archeologici appartenenti cosiddetta cultura di Canegrate. Durante i primi scavi, furono individuate 200 tombe riconducibili all'età del bronzo recente e risalenti al XIII secolo a.C. Questa cultura si è sviluppata a partire dall'età del bronzo recente, fino ad arrivare all'età del ferro. Il ritrovamento di questi suppellettili a Canegrate non esclude che le popolazioni appartenenti a questa cultura preistorica fossero insediate anche sul territorio della Legnano moderna.

I reperti archeologici successivi, che si riferiscono a due punte di lancia in bronzo trovate sempre a Legnano, sono invece databili tra il IX e l'VIII secolo a.C. (prima età del ferro) e sono legate alla cultura di Golasecca arcaica. Sono state rinvenute a Legnarello, quartiere di Legnano, negli ultimi anni del XIX secolo. Lungo l'Olona sono state scoperte anche suppellettili che appartengono sempre alla cultura di Golasecca e che risalgono al VI-V secolo a.C.. Sono stati trovati in via Calatafimi nel 1925 e nel 1937. Durante le due campagne di scavo, sono state scoperte due necropoli all'interno delle quali erano presenti, oltre che le urne cinerarie, degli oggetti di uso comune.

Nel Legnanese non sono stati trovati reperti collegati agli Etruschi ed ai Veneti. Da un sito in corso Sempione, sono stati poi portati alla luce dei bronzi risalenti alla dominazione celtica che sono databili tra il IV ed il I secolo a.C. e che sono collegati alla cultura di La Tène. Altri scavi effettuati a Legnano hanno portato alla luce monete ed altri oggetti collegati alla dominazione celtica. Anche dopo la conquista romana della pianura padana, e fino alla completa romanizzazione della zona, i ritrovamenti archeologici continuarono ancora ad essere caratterizzati da tratti celtici, che si sommarono a quelli romani. I Celti non si limitarono a lasciare traccia solo nell'archeologia. L'influenza linguistica che ebbero i Celti sulle parlate locali fu infatti importante, tanto che ancora oggi il dialetto legnanese è classificato come "gallo-italico". I ritrovamenti archeologici si fecero poi molteplici dal II secolo a.C., cioè in un periodo in cui la conquista militare romana era già stata completata. Da ciò si può dedurre che la media valle Olona fosse all'epoca una rilevante via di comunicazione.
In epoca romana, gli abitanti del Legnanese facevano parte di un'unica comunità e non erano organizzati in divisioni amministrative. La tipologia dei ritrovamenti di epoca romana scoperti in altre zone del Legnanese fa pensare che i cittadini meno abbienti stessero a Legnano, mentre quelli più ricchi risiedessero, per esempio, sul territorio della moderna Parabiago. In quest'ultima località è stata infatti ritrovato un reperto particolarmente prezioso, la cosiddetta patera di Parabiago. Dalla tipologia dei reperti trovati si può dedurre che all'epoca i cittadini romani residenti nel Legnanese conducessero un'esistenza serena ed industriosa.

I Romani non perseguirono un'assimilazione forzata ma consentirono agli abitanti del Legnanese di continuare a professare la loro religione, utilizzare la loro lingua e mantenere le proprie tradizioni. La romanizzazione avvenne quindi per gradi.

Con l'avvento del cristianesimo i residenti tornarono a seppellire i morti tramite inumazione. Questo tipo di sepoltura, che si ritrova nei reperti preistorici più antichi trovati nel Legnanese, venne abbandonata con la cultura di Canegrate, il cui corredo è infatti composto da urne cinerarie.

Con la crisi dell'Impero romano, anche il Legnanese conobbe una fase di decadenza sociale ed economica. Tale ipotesi è suffragata dalla minore ricchezza dei reperti collegati al tardo Impero.

I più importanti reperti romani sono stati invece scoperti nel 1925 da Guido Sutermeister in una necropoli in via Novara. Si tratta di monete, piatti, coppe, bicchieri, balsamari, specchi, utensili in ferro trovati in un centinaio di tombe. La datazione di questi suppellettili fu eseguita grazie alle monete, che si riferivano ad un periodo di tempo corrispondente ai regni di Augusto e Caligola. Altre tombe risalenti allo stesso periodo furono trovate nel 1985 in via Micca e nel 1991 durante i restauri della chiesa di Sant'Ambrogio. Degno di nota è anche uno scavo effettuato nel quartiere "costa San Giorgio", dove è stato trovato materiale databile tra il I ed il IV secolo. Tale corredo era formato da anfore e monete. Durante numerose campagne di scavo effettuate nel XIX e nel XX secolo, sono stati trovati molte altre suppellettili di epoca romana. In questi scavi, che sono equamente distribuiti sul territorio comunale, sono venuti alla luce resti murari di abitazioni, tubazioni in cotto, embrici, laterizi, necropoli, oggetti di uso comune in ceramica, metallo e vetro, monete, resti di are e di cippi votivi. Molti di questi reperti sono esposti al museo civico Sutermeister.

Sono stati poi scoperti anche oggetti di tarda età romana: più precisamente monete, ciottoli, coltelli, rasoi e fibbie che si riferiscono ai regni di Licinio e Costantino. Durante altri scavi effettuati tra il XIX secolo ed il XX secolo, oltre alle monete, sono venute alla luce anche diverse necropoli del medesimo periodo storico.


Con le invasioni barbariche i territori un tempo appartenenti all'Impero romano conobbero un fase di involuzione sociale ed economica ed il Legnanese non fu un'eccezione. Tra le popolazioni barbariche che invasero l'Italia settentrionale, furono i Longobardi quelli che lasciarono, nel Legnanese, l'impronta più importante. Ad esempio, il toponimo di Olgiate Olona (in dialetto Ulgià) deriva dal termine longobardo auia, che significa "prato verde". L'influsso dei longobardi ebbe conseguenze anche nella lingua parlata. Ad esempio, il termine dialettale legnanese schirpa, che era in uso fino al XIX secolo e che indicava la dote della sposa, è di origine longobarda.

Nel Medioevo Legnano era al confine tra i Contadi del Seprio (capoluogo Castelseprio) e della Burgaria (probabilmente sotto Parabiago), due contee dipendenti dalla Marca di Lombardia (suddivisione territoriale derivante dai Longobardi e dai Franchi). Durante l'Impero Carolingio, Carlomagno mantenne pressoché inalterata la struttura amministrativa del Regno Longobardo, rimpiazzando i duchi longobardi con i conti, che erano invece di origine franca. Nello specifico, la fortificazione di Castelseprio, fondata dai Longobardi, fu messa a capo del Contado del Seprio. Legnano, perlomeno in origine, gravitava intorno al Seprio.

In epoca medioevale Legnano era divisa in due parti, l'abitato principale, che era ubicato sulla riva destra dell'Olona e che corrisponde all'attuale centro della città (la cosiddetta Contrada Granda, in dialetto legnanese), ed un borgo più piccolo, Legnanello (o Legnarello), sulla riva sinistra del fiume (da cui è derivato il nome della contrada di Legnarello). All'epoca le due comunità conducevano una vita autonoma, ed erano collegate da uno o due ponti al massimo. I terreni compresi tra i due abitati erano attraversati dall'Olonella (una diramazione naturale del fiume) e dal corso principale dell'Olona. Tali terreni erano liberi ed erano conosciuti come "Braida Arcivescovile". La Braida Arcivescovile restò libera da costruzioni fino al XX secolo perché era spesso allagata dalle acque dell'Olona. L'Olonella si staccava dal fiume prima di Legnano e, dopo essere passata dietro al borgo principale vicino all'attuale basilica di San Magno, rientrava nell'Olona. L'Olonella è stata poi interrata a cavallo tra il XIX secolo e il XX secolo. La Legnarello dell'epoca era costituita da poche case che erano situate lungo una strada parallela al corso principale dell'Olona (l'attuale corso Sempione), mentre il borgo principale era formato da un agglomerato di abitazioni che si sviluppava intorno ad una piazza (l'attuale piazza San Magno).

Il primo documento che riguarda Legnano cita il quartiere di Legnanello. Questo atto documentato si riferisce ad una permuta di terreni tra Pietro I Oldrati, Arcivescovo di Milano, ed il monastero di Sant'Ambrogio di Milano. Tale testimonianza scritta, che è datata 23 ottobre 789, è compresa nel Codice Diplomatico Longobardo al numero LIV. All'interno di essa si può leggere: " curtem proprietatis nostre in Leunianello ". Sembra che il rione esistesse già nel 687, quando ebbe inizio la celebrazione religiosa della benedizione delle candele (la "Candelora"), che fu introdotta da Papa Sergio I e che si officiava ogni 2 febbraio. Non è un caso che il documento che cita Legnarello fosse collegato ai monaci di Sant'Ambrogio. Durante il Medioevo le città erano il riferimento dei contadini, e questi agricoltori, in caso di pericolo, trovavano protezione all'interno dei monasteri cittadini. Quelli legnanesi avevano come riferimento il monastero di Sant'Ambrogio di Milano. È infatti di questo periodo la rifioritura dei centri cittadini dopo le invasioni barbariche.

Con la costruzione dei primi edifici cristiani, si iniziò a seppellire i morti nei pressi dei templi. Più precisamente i nobili erano inumati all'interno del perimetro delle chiese, mentre i defunti del popolo erano sepolti in fosse comuni al di fuori degli edifici. Nel Medioevo i templi legnanesi che erano maggiormente interessati al fenomeno erano la chiesa di San Martino, la chiesa di Sant'Ambrogio e soprattutto la chiesa di San Salvatore, cioè l'edificio religioso che si trovava dove ora sorge la basilica di San Magno ed a cui la comunità legnanese faceva riferimento prima della costruzione della Basilica. Tale cimitero era ubicato quindi nell'odierna piazza San Magno, e continuò ad essere adoperato anche dopo la costruzione della Basilica. Successivamente fu realizzata una grande stanza sotterranea dove venivano inumati i defunti che era conosciuta come "il foppone" e che venne utilizzata fino al 1808.

L'agglomerato urbano principale di Legnano si sviluppò poi con una pianta con forma allungata lungo una strada che costituiva anche la via di comunicazione principale con la zona circostante. Questa strada percorreva l'abitato da nord a sud. Tale via di comunicazione proveniva dalla valle dell'Olona e attraversava Castellanza, Legnano, la costa di San Giorgio (odierno quartiere di Legnano) continuando verso Milano. Nei punti in cui questa strada entrava e usciva da Legnano furono costruite due porte di cui una, conosciuta come "porta di sotto", è stata demolita nel 1818. Era situata a sud dell'abitato, nell'attuale corso Magenta, che all'epoca si chiamava via Porta di Sotto, poco più avanti dell'ingresso dell'odierno Palazzo Leone da Perego. Sul lato contrapposto, a nord, era situata una "porta di sopra" della quale, però, non ci sono giunte testimonianze, dato che fu probabilmente abbattuta in tempi più remoti. La "porta di sopra" si presentava come un'apertura ad arco al di sopra del quale era stato ricavato un passaggio coperto. Questo passaggio coperto collegava il complesso architettonico formato da Palazzo Leone da Perego e dall'adiacente Palazzo Visconti, a una costruzione situata dall'altra parte di corso Magenta. Nei pressi della "porta di sotto" esisteva all'epoca un importante palazzo anteriore al XIII secolo. Fu forse costruito su un precedente edificio altomedievale che era servito ai legnanesi come difesa contro le incursioni degli Ungari. Il castello dei Cotta, questo il suo nome, passò all'omonima famiglia, che lo fortificò in un vero e proprio castello e che in seguito gli diede il nome. La porta di sotto, prima della demolizione del castello dei Cotta, collegava quest'ultimo a Palazzo Visconti. Legnano in questo periodo era circondato da un fossato non molto profondo ma allagabile che prendeva l'acqua da una derivazione dell'Olonella e che aveva origine all'altezza dell'attuale piazza 4 novembre. Descrivendo un largo perimetro, riconfluiva nel corso principale del fiume tra le attuali vie Corridoni e Ratti. All'interno di questa prima opera di difesa, esisteva un muraglione che per un tratto correva parallelo al fossato. Di queste fortificazioni si sono trovati i resti durante degli scavi, avvenuti nel 1951 per la costruzione del teatro Galleria, e più a nord, nei pressi di corso Garibaldi. Le mura furono probabilmente realizzate da Ottone Visconti nel 1277, mentre il fossato venne scavato nel 1257 durante il soggiorno di Leone da Perego.

Nel Medioevo la chiesa principale di Legnano era quella di San Salvatore, che era dedicata a Gesù Cristo. Di questo tempio non si conosce molto. Era presente almeno dal XIII secolo e fu in seguito sostituito dalla basilica di San Magno, che venne edificata sulla stessa area. L'unica parte dell'antica chiesa che non fu abbattuta fu il campanile. In seguito tale torre campanaria crollò e fu sostituita nel XVIII secolo dall'odierno campanile. Alla sua base sono ancora visibili, sul lato destro della basilica di San Magno (dietro l'odierna torre campanaria ed incorporati nella costruzione), i resti dell'antica torre campanaria. Come è riportato su due elenchi di chiese compilati nel 1304 e nel 1389, a Legnano esistevano, oltre a San Salvatore, altri edifici dedicati al culto religioso. Erano presenti la chiesa di Sant'Agnese (che sorgeva nell'area ora occupata dalla sede principale della Banca di Legnano e che venne demolita nel periodo di costruzione della basilica di San Magno), la chiesa di San Martino (che venne eretta nello stesso luogo dell'attuale) e la chiesa di Santa Maria del Priorato, alla quale era annesso il convento degli Umiliati. Nell'elenco del 1389 è presente anche una chiesa dedicata a Sant'Ambrogio che era situata nello stesso luogo di quella attuale. Fin dal Medioevo il borgo era ricco di mulini ad acqua. Il più antico scritto giunto sino a noi nel quale si menziona un mulino sull'Olona è del 1043. Questo impianto molinatorio, che era di proprietà di Pietro Vismara, si trovava tra Castegnate e la località Gabinella a Legnano.

Nel Medioevo Legnano fu teatro di una famosa battaglia. In diverse campagne militari prima del celebre scontro, l'imperatore tedesco Federico I (detto "il Barbarossa") ambiva ad affermare il suo dominio sui Comuni dell'Italia settentrionale. Questi ultimi superarono le loro rivalità unendosi nella Lega Lombarda, ovvero in un'alleanza militare presieduta da Papa Alessandro III. Il 29 maggio 1176 l'esercito dell'imperatore del Sacro Romano Impero fu duramente sconfitto nei pressi di Legnano da queste truppe lombarde. Oggi è difficile stabilire con precisione dove è stata combattuta la celebre battaglia. Una delle cronache dello scontro, gli Annali di Colonia, contiene un'informazione che indica dove probabilmente fosse il Carroccio. Per non far fuggire nessun soldato, i Lombardi aut vincere aut mori parati, grandi fossa suum exercitum circumdederunt, ossia "collocarono il proprio esercito all'interno di una grande fossa". Ciò potrebbe significare che la famosa battaglia potrebbe essere stata combattuta sul rione di San Martino oppure in prossimità del quartiere legnanese della costa San Giorgio, e quindi su un territorio ora appartenente anche al Comune di San Giorgio su Legnano, non essendo in altra parte del Legnanese individuabile un'altra fossa con queste caratteristiche. La chiesa di San Martino domina infatti un ripido pendio che digrada verso l'Olona. Il Carroccio venne posizionato sul bordo di un ripido pendio fiancheggiante l'Olona, così che la cavalleria imperiale, il cui arrivo era previsto da Castellanza lungo il corso del fiume, sarebbe stata obbligata ad assalire il centro dell'esercito della Lega Lombarda risalendo la scarpata. Il Barbarossa sarebbe stato quindi obbligato ad assalire l'esercito comunale in una situazione di svantaggio, dato che avrebbe dovuto attaccare dal basso risalendo tale avvallamento. Questa scelta si rivelò poi sbagliata. Il Barbarossa arrivò infatti da Borsano, cioè dalla parte opposta, obbligando le truppe comunali a resistere intorno al Carroccio, dato che avevano la strada di fuga sbarrata dall'Olona. Un altro documento che ci fornisce indicazioni sul luogo della battaglia è la "Vita di Alessandro III", che è stata redatta dal cardinale Bosone. In questo testo si indicano i toponimi, evidentemente storpiati dai copisti, di Barrano e Brixiano, che potrebbero indicare Legnano o Borsano, oppure Busto Arsizio e Borsano. Nel citato documento è però indicata con precisione la distanza tra il luogo della battaglia e Milano, 15 miglia, che è la distanza precisa tra Legnano ed il capoluogo lombardo. La scelta di collocare il Carroccio a Legnano non fu fortuita. In questo periodo storico, e fino al XVI secolo, la posizione di Legnano era strategica perché rappresentava, per chi proveniva da nord, il passaggio di accesso al contado milanese e quindi a Milano. Per tale funzione strategica, Legnano, a partire dall'XI secolo, iniziò a legarsi sempre più con Milano sebbene appartenesse formalmente al Seprio. Questo ruolo acuì gli attriti con Busto Arsizio, che invece continuò ad essere legata al Contado citato. Il Seprio fu poi annesso al Ducato di Milano nel 1395. Il legame tra Milano e la città del Carroccio non fu solo militare, ma anche economico. Infatti, Legnano e gli altri contadi che gravitavano intorno al capoluogo meneghino, fornivano a Milano anche derrate alimentari. Milano influenzò anche il dialetto legnanese, che iniziò a differenziarsi dal dialetto bustocco. Infatti, grazie ai frequenti contatti tra le due città, il dialetto milanese iniziò a "contaminare" l'idioma parlato a Legnano. Nonostante questa tendenza, il dialetto legnanese continuò però a conservare nei secoli una certa diversità rispetto alla parlata meneghina. In questo periodo sempre più famiglie nobiliari milanesi iniziarono a soggiornare a Legnano in vari periodi dell'anno e ad acquistare immobili nella città del Carroccio. In questo modo, a Legnano, cominciò a formarsi una ricca classe nobiliare. Da queste casate, nei secoli successivi, avranno origine molte personalità che segneranno la vita politica e culturale di Legnano.

A Legnano soggiornò anche Leone da Perego, vescovo di Milano dal 1241 al 1257. Visse nel palazzo omonimo, dove morì il 14 ottobre 1257. In un primo momento fu sepolto nella chiesa di Sant'Ambrogio, poi la salma scomparve. Come conseguenza della battaglia di Legnano, i Comuni lombardi medioevali si affrancarono dal potere imperiale e la loro popolazione ottenne la possibilità di eleggere i consoli. I precedenza, il governo delle città era detenuto dal Vescovo, dai nobili e dall'alta borghesia. Ciò comportò la nascita, a Milano, di una situazione di instabilità politica e quindi Leone da Perego, che era tra i maggiori fautori del ritorno della supremazia arcivescovile sul governo della città, fu obbligato ad abbandonare a più riprese la città meneghina. L'arcivescovo scelse spesso Legnano come sua dimora per la funzione strategica della città del Carroccio: Legnano era infatti una delle città fortificate più vicine a Milano e da essa Leone da Perego poteva controllare gli avvenimenti politici del capoluogo meneghino. Il ruolo di Leone da Perego fu poi assunto da Ottone Visconti, che diventò arcivescovo di Milano nel 1262. La lotta ora non si svolgeva più tra le classi sociali meneghine, ma tra i Torriani ed i Visconti, che si contendevano il primato su Milano. Legnano fu infatti uno dei teatri di questi scontri che videro, alla fine, la vittoria dei Visconti. I Torriani, prima di essere sconfitti e di scomparire dalla scena politica, acquistarono a Legnano un convento che sorgeva a sud della città su un'isola del fiume Olona e lo fortificarono. Nacque così il moderno castello visconteo. Dopo la sua fortificazione, il castello visconteo acquisì il ruolo di baluardo difensivo del contado milanese sostituendo in tale funzione il maniero dei Cotta. Legnano, dato che conservò la sua funzione strategica anche nel XIV secolo, continuò ad essere teatro delle vicende politiche collegate a Milano.

Dal 1270 visse a Legnano Bonvesin de la Riva, il maggiore poeta e scrittore lombardo del XIII secolo. Nato a Milano, abitò presso il convento di Santa Caterina nella contrada Sant'Erasmo, dove scrisse una delle sue opere più note, il De quinquaginta curialitatibus ad mensam, un manuale di buone maniere da tenera a tavola. Il primo verso di tale opera recita: «Fra Bonvesin Dra Riva ke sta in borgo Legnan». Con questa rima, Legnano fa il suo esordio nella letteratura italiana. Riguardo a Legnano, il grande poeta scrisse anche «Fra tutte le città della Lombardia è lodata come la rosa o il giglio fra i fiori, come il cedro nel Libano, come il leone fra i quadrupedi, come l'aquila fra gli uccelli, sì da apparire come il sole tra i corpi celesti, per la fertilità del suolo e la disponibilità dei beni occorrenti agli uomini». A Legnano Bonvesin de la Riva praticava l'insegnamento e sovvenzionò la costruzione dell'ospedale di Sant'Erasmo. Fu uno scrittore prolifico, soprattutto in volgare milanese, di cui ci rimangono diciotto opere. Della sua produzione in latino ce ne restano invece solo tre.

Già nel Medioevo Legnano non era considerato un villaggio, bensì un borgo, cioè un paese fornito di una fortificazione e di un mercato. Dopo l'epoca medioevale, in una data impossibile da definire a causa dell'assenza di documenti che ne testimonino l'avvenimento, il mercato di Legnano fu chiuso.

Durante il Quattrocento Legnano fu dominata da diverse famiglie nobiliari che nel secolo successivo avrebbero costituito i cosiddetti "Comunetti", cioè delle divisioni amministrative la cui funzione era quella di governare le varie parti in cui era suddiviso il territorio di Legnano. Nonostante la presenza di queste famiglie, Legnano non fu mai una vera e propria Signoria tant'è che il borgo legnanese, a differenza di molte comunità vicine, non fu mai oggetto di infeudazione. Tra le famiglie nobiliari legnanesi più importanti nel Quattrocento spicca quella dei Lampugnani. Il loro capofamiglia, Oldrado Lampugnani, era un nobile di origine milanese che diventò segretario e generale dell'esercito di Filippo Maria Visconti. Durante la lotta tra i Visconti e gli Sforza per il predominio su Milano, Oldrado Lampugnani si barcamenò tra le due famiglie nobiliari citate. I servigi resi gli procurarono importanti possedimenti fondiari. A Legnano, in particolare, scelse come residenza il castello già di proprietà dei Torriani, che rafforzò con la costruzione di nuove fortificazioni. Nel 1448 Legnano fu protagonista di una fase degli scontri tra i Visconti e gli Sforza: parte dell'esercito di Francesco Sforza si accampò a Legnano dopo aver conquistato Abbiategrasso. Grazie al sostegno di Oldrado Lampugnani, queste truppe espugnarono poi Busto Arsizio.

Nel corso del Quattrocento, oltre al castello visconteo ed a palazzo Leone da Perego, Legnano si arricchì di molte abitazioni nobiliari. Una di esse si trovava a Legnanello tra al moderna strada statale del Sempione (anticamente conosciuta come "strada magna") e l'Olona, all'incirca presso l'attuale largo Franco Tosi. Era un edificio spazioso e circondato da giardino, con un ingresso su una strada che digradava verso il fiume. Apparteneva a Oldrado Lampugnani ed è stato demolito nel 1927. Il Comune di Legnano lo fece poi ricostruire in corso Garibaldi destinandolo a museo civico della città. Un'altra casa nobiliare, appartenente al ramo della famiglia Lampugnani a cui appartenevano i pittori Francesco e Giovanni Battista, si trovava fino al 1970 in corso Garibaldi vicino alla la chiesa di San Domenico. Si trattava di una costruzione decorata in parte da affreschi che erano opera dei pittori citati e che sono andati quasi completamente perduti (solo qualche piccola parte è conservata da collezionisti privati). Dietro di essa si trovava un giardino che si estendeva fino all'Olonella. Di pregio erano anche le finestre ogivali contornate da cornici in cotto. Un'altra importante famiglia, quella dei conti Vismara, possedeva una grande casa nobiliare con ambienti affrescati, finestre ogivali al primo piano, un vasto giardino ed una casa per i contadini. Era un edificio distribuito su due piani con annesso monastero dedicato a Santa Chiara, che sorgeva a destra del complesso e che divenne poi pellegrosario. L'edificio, demolito nel 1934, era ubicato all'incirca tra gli attuali corso Italia e largo Seprio. Gli affreschi furono asportati prima della demolizione grazie all'interessamento di Guido Sutermeister e vennero esposti al museo civico della città; essi rappresentano l'unica testimonianza artistica della Legnano quattrocentesca. Successivo fu il palazzo Corio, in corso Sempione, che era un edificio con pareti interne ed esterne affrescate. Possedeva un cortile con dei portici arricchiti da colonnati. Fu demolito tra il 1968 ed il 1971. L'unica struttura civile giunta sino a noi della Legnano quattrocentesca è un piccolo edificio di corso Garibaldi, anch'esso all'altezza della chiesa di San Domenico, che ora è inglobato in un cortile. È conosciuta come Torre Colombera ed è arricchita dai resti di pregevoli affreschi.

Un'altra caratteristica che contraddistingueva la Legnano del XV secolo erano i conventi. Nel borgo, infatti, si trovavano tre importanti monasteri, di cui due maschili; di questi ultimi, uno era il convento di Sant'Angelo, mentre l'altro ospitava una comunità di frati in una struttura annessa all'antica chiesa di Santa Maria del Priorato ed era conosciuto come convento degli Umiliati. Il terzo monastero era quello,  di Santa Chiara. Il convento di Sant'Angelo e quello di Santa Chiara furono fondati dalla famiglia Vismara. Il primo, costruito intorno al 1469, sorgeva sull'area occupate dalle odierne scuole Mazzini ed è stato demolito nel 1967. Fu di proprietà dell'ordine dei frati minori, era contornato da 37 pertiche di terreno, ed era attraversato da un ruscello privato derivante dall'Olona che forniva l'acqua per le necessità del monastero. Il convento di Santa Chiara, fondato nel 1492 su un terreno accanto alla villa dei Vismara, si trovava, come già accennato, tra gli attuali corso Italia e largo Seprio. Si trattava di un monastero di Clarisse e fu abbattuto nel 1934 insieme alla villa. Il convento degli Umiliati invece era annesso, come già accennato, alla chiesa di Santa Maria del Priorato; le prime notizie relative a questo complesso sono datate 1398. Entrambi gli edifici sono stati demoliti nel 1953 per la costruzione della Galleria della città.

Il 20 giugno 1499 i legnanesi chiesero al Duca di Milano che il loro mercato, chiuso in data imprecisata, fosse riaperto, ma la richiesta non ebbe seguito perché il Duca era nel frattempo coinvolto in una impegnativa guerra contro i francesi.

Il Cinquecento si aprì con un avvenimento molto importante per la storia di Legnano. Nel 1504 iniziarono i lavori di costruzione della basilica di San Magno.

L'attività principale su cui si basava l'economia di Legnano era l'agricoltura. Gli agricoltori legnanesi coltivano principalmente i cereali (miglio e frumento), la vite ed il gelso, che è alla base dell'allevamento dei bachi da seta. Queste ultime due coltivazioni scomparvero dal legnanese tra il XIX ed il XX secolo a causa di una crisi agricola che avvenne alla fine del primo secolo citato e per alcune malattie che colpirono queste coltivazioni.

Durante il Cinquecento Legnano fu dominata da diverse famiglie nobiliari. Le principali furono i Lampugnani, i Vismara, i Visconti, i Crivelli, i Maino ed i Caimi. All'epoca Legnano era suddivisa in nove "Comunetti", ovvero in divisioni amministrative la cui funzione era quella di amministrare le varie parti in cui era suddiviso il territorio di Legnano. Essi erano il "comune Vismara", il "comune delle Monache", il "comune di Camillo Prata", il "comune Visconti", il "comune Morosinetto" ed il "Comunetto". Ognuno degli Enti sopraccennati era governato dai proprietari terrieri più abbienti, che corrispondevano alle famiglie nobiliari citate. Esse concorrevano alla nomina di un Sindaco. Quest'ultimo, che era il rappresentante della comunità, era assistito nel governo del proprio Comune da due deputati e da un cursore. Fino alle riforme amministrative di Maria Teresa d'Austria a Legnano fu comune il contrasto tra i possidenti terrieri, che erano di origine nobiliare, ed i contadini che lavoravano le loro proprietà.

Lo slancio religioso dopo la Controriforma sostenne offerte per la costruzione dei già citati conventi e di chiese. Oltre ai Vismara, anche le altre famiglie nobiliari facevano a gara per accattivarsi il favore degli arcivescovi milanesi legando il proprio nome a opere di carità oppure a opere a beneficio della comunità. In questo contesto religioso, il 7 agosto 1584, San Carlo Borromeo decise di spostare la prepositura da Parabiago a Legnano. È di questo secolo la più antica scuola pubblica a Legnano, che venne fondata presso la chiesa di Sant'Ambrogio nel 1570 per volere di Carlo Borromeo.

Nel 1594 la popolazione legnanese, decimata dalle epidemie di peste del 1529, del 1540 e del 1576, ammontava a circa 2.500 abitanti, che erano distribuiti in 221 case. Le famiglie erano 470. Il numero medio di componenti delle famiglie era di cinque, mentre l'età media della popolazione era di 27 anni.

Nel Seicento le vicende di Legnano seguirono quelle del Ducato di Milano, che passò sotto il dominio spagnolo. La struttura amministrativa dei Comunetti fu confermata anche dai nuovi dominatori. Per limitare le lagnanze dei contadini nei confronti della nobiltà che amministrava i vari comuni, il governo spagnolo riformò in parte questo sistema amministrativo. Ad esempio, fissò delle regole di eleggibilità per i Sindaci, stabilì che gli amministratori dovessero rendere conto al governo del lavoro compito e limitarono le risorse che i contadini avrebbero dovuto fornire all'amministrazione legnanese. Quest'ultima rispondeva al contado del Seprio, che era governato da un capitano o vicario che risiedeva a Gallarate e che sovrintendeva, tra l'altro, alla giustizia e alla polizia, rispondendo direttamente all'amministrazione centrale di Milano.

La popolazione legnanese, secondo un censimento del 1620, ammontava a 2.948 abitanti suddivisi in 474 famiglie. In tale rilevazione statistica furono censiti anche le attività produttive, l'uso dei terreni e le dimensioni del borgo (che ammontavano a 22.994 pertiche milanesi). In base anche ad altre rilevazioni effettuate in questo secolo, la Legnano del XVI secolo appariva come una comunità basata su un'agricoltura che si fondava sulla fertilità dei terreni. Tale ricchezza attirò spesso gli eserciti di passaggio, che si accamparono nei pressi di Legnano depredando e danneggiando le colture. A servizio degli agricoltori legnanesi, lungo il fiume Olona, erano presenti sette mulini ad acqua. Nel 1627 i legnanesi chiesero nuovamente, questa volta al governo spagnolo, l'apertura di «...un pubblico mercato in ciascun giorno di giovedì...». All'istanza si opposero Busto Arsizio, Gallarate e Saronno perché preoccupate di un'eventuale concorrenza, e quindi la richiesta rimase un'altra volta inevasa. In questo contesto dal 1610 al 1650 fu costruito il Santuario della Madonna delle Grazie. Tale edificio religioso fu innalzato per celebrare un miracolo occorso a due ragazzi sordomuti.

Legnano, come già accennato, non fu mai infeudata e non venne mai retta da un podestà. Il 17 settembre 1649 i legnanesi, in seguito a calamità naturali che compromisero l'economia locale ed a causa del progetto del governo spagnolo che prevedeva l'infeudazione delle terre del Ducato di Milano, furono costretti a pagare una forte somma di denaro per conservare le loro proprietà. Grazie al versamento di 6.680 lire, Legnano rimase infatti sotto la sovranità diretta del Duca di Milano senza intermediari. I feudi di età spagnola erano però totalmente differenti da quelli dell'età medioevale. Questi ultimi, infatti, presupponevano l'esistenza di un feudatario, dotato di ampi poteri e di cospicue proprietà terriere, che rispondeva direttamente al sovrano e che aveva importanti poteri militari; per questo dimorava principalmente all'interno del suo feudo. I feudatari del governo spagnolo del XVII secolo avevano invece una funzione più che altro formale e i paesi infeudati non soggiacevano ad alcun aggravio collegato all'infeudazione. Il feudatario di epoca spagnola era rappresentato da un podestà feudale, la cui funzione era affine a quella dei consoli. Il feudo, però, forniva alle famiglie titolari un grande vantaggio: la possibilità di ottenere titoli nobiliari. Infatti, all'epoca era consentito diventare feudatari senza titoli nobiliari, ma non era permesso il contrario.

Il Seicento fu anche caratterizzato dalla progressiva perdita di importanza strategica di Legnano, che perse gradualmente i contatti con Milano trasformandosi in un semplice centro agricolo. Tale declassamento pose fine all'epoca d'oro dei palazzi signorili legnanesi costruiti nel XV secolo. Queste ville cambiarono di proprietà con il passare del tempo, divenendo poi residenze di contadini, i quali non si curarono di conservare gli ambienti di pregio cagionando quindi la decadenza degli edifici. Durante il dominio spagnolo sul Ducato di Milano, Legnano fu scelta come residenza da molti nobili iberici. Legnarello, in particolare, diventò un vero e proprio quartiere gentilizio abitato da aristocratici spagnoli.

Nel 1706 gli austriaci subentrarono agli spagnoli come dominatori del Ducato di Milano. L'ente locale primario dell'amministrazione austriaca era la "Comunità". La Comunità a sua volta poteva essere suddivisa in più " Comuni". Se il borgo era di dimensioni modeste, il Comune era solo uno. Viceversa, se la Comunità aveva grandi dimensioni, essa era composta da più Comuni. Legnano, nello specifico, era suddivisa in nove Comuni: il "Comune Dominante", il "Comune Trotti", il "Comune Lampugnani", il "Comune Morosino grande", il "Comune Morosinetto", il "Comune Visconti", il "Comune delle Monache", il "Comune Vismara" ed il "Comune Personale". Questo tipo di suddivisione territoriale fu ereditata dall'organizzazione che era già in atto all'epoca della dominazione spagnola. La Comunità era retta dagli estimati, ovvero dai cittadini detentori di beni immobili, che erano riuniti in un "Convocato". Il Convocato eleggeva un "Esecutivo" di tre membri. Questi ultimi designavano poi i Sindaci (cioè coloro che erano a capo dei Comuni) e gli esattori. La Comunità di Legnano rispondeva poi al vicario del Seprio.

Con la dominazione austriaca furono organizzati alcuni censimenti per raccogliere dati sui vari borghi che costituivano l'impero. Grazie ad essi, vennero determinati il profilo anagrafico e quello economico delle singole comunità. Per quanto riguarda Legnano, nel 1723 fu registrata una superficie totale di 26.422,13 pertiche. In questo censimento vennero anche determinati gli usi dei terreni con la misura precisa delle superfici. La rilevazione statistica fu poi ripetuta nel 1749. Da quest'ultima si evinceva che il numero di abitanti fosse di 2.120. Nel 1760 l'amministrazione austriaca riformò il sistema fiscale. Grazie a tale riforma, i proprietari terrieri ora pagavano le tasse in funzione del rendimento dei loro fondi, che era calcolato al momento del versamento degli oboli e che quindi poteva variare con il tempo. Dal 1770 al 1784 la popolazione di Legnano passò dai 2.256 ai 2.525 abitanti.

L'economia della Legnano settecentesca era prettamente agricola con colture intensive. Nel 1772 erano ben diciotto i mulini sull'Olona che impiegavano la forza motrice del fiume per far muovere le macine. Alcuni di essi sono raffigurati nel distico di Giuseppe Bossi nella basilica di San Magno. Nei secoli successivi furono gradualmente abbandonati e gli ultimi sette vennero demoliti tra il XIX ed il XX secolo dalle grandi industrie cotoniere legnanesi per venire sostituiti da impianti più moderni che sfruttavano la forza motrice del fiume con maggior efficienza. Le colture erano irrigate dalle acque dell'Olona grazie alle acque prelevate e distribuite dalle ramificazioni e dalle molteplici rogge originate dal fiume. Oltre alla coltura di cereali, l'economia legnanese si basava anche sull'artigianato e sull'allevamento del bestiame. I legnanesi, che abitavano in cortili o case di ringhiera, facevano parte di gruppi che discendevano da diverse famiglie patriarcali. Essi erano sottoposti a mezzadria, o "colonia lombarda", sotto la supervisione del patriarca (in legnanese, il ragiò), e lavoravano dei terreni coltivati che si sviluppavano dal centro città alle case coloniche di periferia. I rilievi soprastanti l'Olona erano coltivati a frutteti e vigneti. I territori lungo le rogge originate dal fiume, le zone ai lati dei viottoli ed i terreni al centro delle case coloniche erano destinati alla coltivazione di gelsi, che erano alla base della produzione della seta. I bassi redditi che erano offerti dall'economia agricola incoraggiavano ad integrare l'attività dei campi con altre mansioni alle quali si avvicendavano, durante la giornata, le donne. Alla sera gli agricoltori legnanesi diventavano infatti filatori e tessitori di seta, di cotone, di lana, oppure tintori. Le stoffe erano tinte in calderoni di rame con il colorante stemperato in acqua bollente. Dopo che i tessuti avevano assimilato il colorante, venivano sciacquati nelle acque dell'Olona, in corrispondenza del quale erano montate strutture di legno adeguate. Queste attività furono la premessa per la nascita dell'industria. Nel 1795, dopo le molte richieste effettuate nei secoli precedenti, il mercato cittadino fu riaperto. Di questo periodo è anche l'apertura del pellegrosario. Fu inaugurato il 29 maggio 1784 all'interno del già citato monastero di Santa Chiara per contrastare la pellagra, malattia che era diventata comune nel Settecento a causa delle sempre più marcata diffusione del mais tra le colture.

Dopo una disposizione dell'imperatore Giuseppe II emanata nel 1786 che vietava l'uso delle fosse comuni, la comunità legnanesi fu obbligata a dotarsi di un nuovo cimitero posto fuori dal centro abitato che sostituisse il già citato "foppone" di origine medioevale. Questo nuovo camposanto ebbe una superficie iniziale di 3.000 m², successivamente aumentati a 5.500 m², e si trovava nell'area ora occupata dalle scuole Bonvesin della Riva, vicino al Santuario della Madonna delle Grazie. Tra il 1808 ed il 1898 accolse le spoglie di 21.896 legnanesi.

Fino alla prima metà del XVIII secolo l'istruzione fu praticata da privati, principalmente religiosi, che la esercitavano su un'esigua minoranza di legnanesi senza dipendere dall'autorità comunale. Era comunque un'istruzione che forniva solamente i rudimenti del sapere. Infatti, chi avesse voluto approfondire le proprie conoscenze era obbligato a rivolgersi a centri più grandi di Legnano. La situazione iniziò a mutare nella seconda metà del XVIII secolo con un editto imperiale emanato durante la dominazione austriaca e datato 31 ottobre 1787, che imponeva l'apertura di scuole gratuite in Lombardia. A Legnano però esisteva già, prima di questo editto, una scuola gratuita sorta grazie ad un lascito testamentario del canonico Paolo Gerolamo Monti, datato 15 settembre 1749. Fu organizzata presso la Collegiata di San Magno, ma poteva accogliere solo poche decine di scolari legnanesi.

Anche negli anni della dominazione napoleonica Legnano mantenne il ruolo di importante borgo agricolo. Ancora nell'Ottocento, Legnano era formata da due centri abitati distinti. Come già accennato, si formarono nel Medioevo e uno di essi era ubicato lungo l'Olonella e corrispondeva all'attuale centro della città (la cosiddetta Contrada Granda in dialetto legnanese), mentre l'altro sulle rive del corso principale del fiume, Legnanello. Aiutato dall'abbondanza dei raccolti agricoli, fin dal Medioevo il borgo si avvantaggiò anche dei traffici commerciali grazie alle vie di comunicazione che lo attraversavano. Fu però Napoleone a costruire la strada del Sempione, che collegava Milano a Parigi attraversando le Alpi (Passo del Sempione) sul tragitto Rho-Legnano-Gallarate-Arona. Questa importante via di comunicazione aiutò notevolmente ad incrementare la rilevanza strategica di Legnano, seconda stazione di posta da Milano. "Passàa a Legnàn e Castelànza se va drizz in Frànza”", ("Passando da Legnano e Castellanza si va direttamente in Francia") diceva infatti un modo di dire dialettale dell'epoca. Ancora nell'Ottocento la natura era relativamente selvaggia. Fino alla prima metà di questo secolo nei boschi legnanesi erano infatti ancora presenti i lupi.

Napoleone attraversò Legnano il giorno precedente alla sua incoronazione a Re d'Italia (1805). L'evento è documentato da una circolare del Prefetto del Dipartimento d'Olona destinata alle amministrazioni comunali. Con essa erano fissate le prescrizioni e le modalità dell'accoglimento del sovrano francese. Di questa epoca (1806) è anche la realizzazione del canale artificiale Cavo Diotti, scavato per irrorare le coltivazioni non raggiungibili dall'Olona. All'epoca l'Amministrazione comunale di Legnano, che era governata dai grandi proprietari terrieri e dai borghesi più ricchi, era spesso costretta ad intervenire per prescrivere regolamenti in materia di agricoltura, pascoli e per la gestione dei terreni, oltre che per risolvere le accese dispute tra gli agricoltori ed i mugnai, specialmente nei periodi di magra dell'Olona. Gli agricoltori, per essere protetti, si associarono al consorzio del fiume Olona, cioè all'Ente che venne fondato nel 1606 e che possedeva già i diritti sulle rogge. Dopo aver pagato 8.000 scudi al Governo napoleonico, nel 1818 il consorzio ottenne i diritti demaniali sull'Olona.

Come riporta un documento del governo napoleonico, nel giugno del 1805 la popolazione di Legnano raggiunse i 2.784 abitanti. L'atto era accluso ad un decreto che concedeva a Legnano un moderno organo amministrativo nella forma di un Consiglio comunale e di una Municipalità. Il primo era costituito da 15 membri scelti dal Prefetto, mentre la seconda era costituita da un Podestà e da quattro o sei "savi". In questo periodo Legnano era capoluogo del IV Cantone, che faceva parte nel IV Distretto di Gallarate, il quale apparteneva a sua volta al Dipartimento d'Olona, che invece aveva sede a Milano. Il Cantone con a capo Legnano racchiudeva un territorio con una popolazione complessiva di 12.727 abitanti, che erano distribuiti in 17 comuni.

Alla fine del dominio napoleonico la Lombardia fu annessa all'Impero austriaco. Sotto il dominio di Vienna, le amministrazioni locali furono riorganizzate. Il 12 febbraio 1816, con decreto imperiale di Maria Teresa d'Austria, entrò in vigore la nuova organizzazione territoriale della Lombardia. Legnano smise di essere capoluogo e fu unita al XV Distretto di Busto Arsizio.

Anche Legnano fu attraversata dai fermenti risorgimentali che coinvolsero l'Italia dalla metà del XIX secolo. Durante la prima guerra di indipendenza fu indetto anche a Legnano un referendum per l'annessione al Regno di Sardegna, ed il suo risultato fu una schiacciante vittoria a favore dell'annessione, anche se tutto ciò non ebbe seguito a causa della successiva sconfitta di Carlo Alberto di Savoia. Tra i legnanesi che ebbero un ruolo di primo piano nel risorgimento ci furono Saule Banfi ed Ester Cuttica. Quest'ultima ebbe rapporti diretti anche con Giuseppe Mazzini. Nelle guerre risorgimentali che seguirono, diversi legnanesi parteciparono alle battaglie inquadrati nell'esercito sardo-piemontese. Legnano ebbe un caduto nella battaglia di San Fermo (Luigi Fazzini) ed annoverò almeno otto cittadini che parteciparono alle guerre di liberazione. Una divisa di un garibaldino fu in seguito scoperta in una vecchia casa di Legnano, ed è ora tra gli oggetti conservati nel Museo civico Sutermeister. Del soldato che la indossò non è noto, però, il nome. L'11 novembre 1859 la Lombardia fu annessa al Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra di indipendenza.

Il 17 marzo 1861, con la proclamazione a Re d'Italia di Vittorio Emanuele II di Savoia, anche Legnano entrò a far parte del moderno Stato italiano. In questo contesto, la popolazione di Legnano crebbe fino ai 4.536 abitanti del 1840 ed ai 6.349 del 1861. Il 16 giugno 1862, da un balcone di un edificio non più esistente che era ubicato nell'odierno corso Garibaldi nel luogo dove si trova la sede centrale della Banca di Legnano, Giuseppe Garibaldi esortò i legnanesi alla costruzione di un monumento a ricordo della famosa battaglia del 29 maggio 1176. I legnanesi seguirono l'esortazione di Garibaldi, ed innalzarono un primo monumento nel 1876 in occasione settecentesimo anniversario della battaglia. Questa statua, che venne realizzata da Egidio Pozzi, fu poi sostituita da quella attuale, che è invece opera di Enrico Butti. Una lapide posizionata sul retro dell'edificio della Banca di Legnano in corso Garibaldi ricorda questo avvenimento. In questo contesto, il 20 dicembre 1860, fu inaugurata la stazione ferroviaria di Legnano, che era a servizio della linea Milano-Gallarate.

Il primo intervento dell'Amministrazione comunale legnanese riguardo alla pubblica istruzione è dell'inizio del XIX secolo, quando il governo cittadino affidò a due maestri la gestione di due classi di scolari, una maschile ed una femminile. È però solamente dal 1832 che furono allestiti dei locali ad uso esclusivo della scuola; precedentemente infatti le lezioni si tenevano in ambienti di fortuna. In un documento del 1848 è riportato che il numero di studenti iscritti a questa scuola, la cui ubicazione era nell'attuale via Verdi, fosse di 470 per la classe maschile e 475 per quella femminile. Nel 1852 suddetta scuola fu trasferita nell'odierno corso Magenta. Di questi anni è la fondazione dell'istituto privato Barbara Melzi (1854), con l'allestimento della scuola materna e della scuola elementare. Di rilevanza storica è l'edificio che ospita questo istituto, appartenuto all'omonima famiglia nobiliare. Un forte impulso alla pubblica istruzione si ebbe con la promulgazione della legge Casati (1859), in seguito della quale il Comune di Legnano affittò dal marchese Cornaggia uno stabile da adibire a sede scolastica permanente. Nel 1896 l'Amministrazione comunale di Legnano acquistò il convento di Sant'Angelo convertendolo in scuole elementari (le odierne Mazzini), che vennero poi riedificate nel 1967.

L'industrializzazione di Legnano è avvenuta tra il 1820 e il 1880. Ciò che ebbe un peso determinante nella genesi di questo processo fu la tradizione di artigianato e quella di manifattura domestica che erano presenti nel tessuto produttivo legnanese dell'epoca. Tali attività erano praticate per integrare il lavoro nei campi. Infatti, già nel 1807, su un documento inviato dal Comune al governo napoleonico era segnalato che a Legnano esistessero molte filature artigianali sia di seta che di cotone. Il processo di industrializzazione che portò alla graduale trasformazione dell'economia dell'Altomilanese fu accelerato da due calamità naturali che misero in crisi l'agricoltura locale: la crittogamia, malattia che colpì la vite, e la nosematosi, epidemia che danneggiò i bozzoli dei bachi da seta. Per la prima infezione, comparsa tra il 1851 e il 1852, il risultato in Lombardia fu la rapida caduta della quantità di vino prodotta. Gli ettolitri di vino prodotti passarono da 1.520.000 nel 1838 a 550.000 nel 1852. Il colpo definitivo alla produzione vinicola venne da altre due malattie della vite che, tra il 1879 e il 1890, colpirono la pianta: la peronospora e la fillossera. In seguito a queste epidemie, le coltivazioni vinicole nell'Altomilanese scomparvero definitivamente e i contadini concentrarono gli sforzi nella produzione di cereali e nell'allevamento di bachi da seta. Prima della scomparsa della vite a Legnano era celebre il "Vino dei colli di Sant'Erasmo", che si produceva nell'omonimo rione.

Poco dopo la diffusione della malattia della vite comparve un'infezione del baco da seta, la nosematosi. Fu chiamata anche pebrina perché rivelata da piccole macchie scure che ricoprivano il corpo del baco. Oltre a questo, nella seconda parte del XIX secolo l'Europa fu investita da una crisi agricola che coinvolse le coltivazioni a cereali. Ciò era dovuto alla diffusione, sui mercati, di granaglie americane a prezzi competitivi. Infatti, vaste zone del Middle West statunitense furono destinate alle coltivazioni. Inoltre, grazie all'avanzamento tecnologico, avvenne un deciso calo dei costi di trasporto via mare. L'effetto fu una profonda crisi che colpì le coltivazioni di cereali in Europa. Questa congiuntura toccò il suo apice negli anni ottanta del XIX secolo e caratterizzò l'agricoltura del Vecchio Continente fino all'inizio del XX secolo. Tale avvenimento diede un'ulteriore spinta verso l'industrializzazione dell'Altomilanese, dato che mise in crisi anche il comparto più importante dell'agricoltura della zona dopo la scomparsa dei vigneti e la crisi dell'allevamento dei bachi, la coltivazione di cereali. Questi avvenimenti accelerarono quindi il processo di trasformazione della società, che si rivolse verso l'industria.

La prima fase di industrializzazione di Legnano, che avvenne nella parte iniziale del XIX secolo e che era caratterizzata da un sistema produttivo pre-capitalistico, fu poi seguita da una modernizzazione dei processi di produzione. Ciò diede inizio, nella seconda metà del secolo, alla seconda fase della rivoluzione industriale di Legnano, che portò alla nascita di vere e proprie fabbriche tessili e meccaniche. Le prime attività industriali che gradualmente si formarono furono le filature, che trassero origine dalle attività artigianali nate nei primi decenni del XIX secolo. Alcune di esse crebbero notevolmente fino ad essere annoverati tra i principali cotonifici lombardi. Nel 1878 la prima tariffa doganale italiana portò ad un certo protezionismo, specialmente nei confronti dei filati e dei tessuti di uso comune. Questo mise l'industria cotoniera italiana nelle condizioni di sopportare meglio la concorrenza di quella inglese. Ciò trovò successivamente riscontro nella grande espansione raggiunta dall'industria tessile italiana, che ebbe il suo culmine dal 1890 al 1906.

Tra le industrie legnanesi, la principale, per organizzazione e tecnologia, era il Cotonificio Cantoni. Questo primato è menzionato su un documento del 1876, che descrive la situazione industriale dell'epoca. Infatti, tra industrie tessili legnanesi, solo la Cantoni univa la filatura alla tessitura, comprendendo anche un notevole numero di telai meccanici azionati, oltre che dalla forza idraulica originata dall'Olona, anche dall'energia prodotta dalle macchine a vapore. La necessità di sfruttare un'energia indipendente dal fiume era sempre più sentita, soprattutto per annullare gli effetti negativi del ridotto utilizzo degli impianti durante i periodi di magra del fiume. La costruzione di impianti più efficienti per lo sfruttamento delle acque portarono alla scomparsa delle ruote idrauliche e quindi dei mulini legnanesi lungo il fiume. Gli ultimi sette sono stati demoliti tra il XIX ed il XX secolo.

Le macchine utilizzate nell'industria tessile, sempre più efficienti e quindi complesse, comportavano la necessità di disporre dell'attrezzatura per la manutenzione. Inoltre c'era il bisogno di riparazioni rapide. Di conseguenza, negli ultimi decenni del XIX secolo, nacquero le prime industrie meccaniche legnanesi, che costruivano e riparavano macchinari tessili. Successivamente, nel campo meccanico, si aggiunse una produzione più ampia. Nel 1876 Eugenio Cantoni assunse l'ingegnere Franco Tosi, appena rientrato da un periodo di tirocinio in Germania, quale direttore della sua azienda. Franco Tosi fondò poi nel 1882 l'omonima industria meccanica. La prima macchina a vapore uscita dagli stabilimenti Franco Tosi fu destinata al Cotonificio Cantoni di Castellanza.

Tra le più grandi aziende operanti a Legnano tra il XIX ed il XX secolo ci furono i cotonifici Bernocchi, Dell'Acqua e De Angeli-Frua. Il primo fu fondato nel 1898 da Antonio Bernocchi, che fu anche sindaco di Legnano e che venne nominato senatore del regno nel 1929. Bernocchi contribuì anche alla costruzione dell'edificio sede dalla Triennale a Milano. Lo stabilimento si trovava tra corso Sempione e corso Garibaldi. La seconda fabbrica citata, fondata da Carlo Dell'Acqua, deputato per tre legislature, sorgeva sull'isolato ora occupato dalla caserma della Polizia, dal Tribunale, da un parco pubblico e da parcheggi. Dello stabilimento sono ancora esistenti due ponti sull'Olona che collegavano le due parti dell'industria divise dal fiume. Del cotonificio De Angeli-Frua, le uniche parti ancora esistenti sono invece la portineria dello stabilimento, sita tra Corso Italia e via De Gasperi, ed un edificio in via Fratelli Cairoli. Questi industriali elargirono contributi per la costruzione dell'ospedale e degli istituti superiori legnanesi. Ultima grande fabbrica tessile a essere impiantata in città fu la Manifattura di Legnano, che sorse nel 1903. Nel legnanese nacquero poi molti altri piccoli stabilimenti tessili e diverse officine meccaniche. Uno degli aspetti dello sviluppo industriale del legnanese fu anche la nascita, specialmente nel campo della fonderia e della meccanica, di piccole industrie fondate da ex-dipendenti delle grandi aziende che erano divenuti a loro volta imprenditori. Nel 1908 Andrea Pensotti, già caporeparto della Franco Tosi, costituì prima una fonderia e poi un'officina meccanica. Esse erano ubicate vicino della ferrovia. La fabbrica si concentrò nella fabbricazione di caldaie che erano esportate anche all'estero. Tale fabbrica diventò il quarto sito produttivo di Legnano.

Tra il 1885 ed il 1915 ci fu la completa trasformazione industriale dell'antico borgo agricolo, che fu accompagnata da un forte incremento demografico. La popolazione di Legnano passò infatti dai 7.041 abitanti del 1885 ai 28.757 del 1915. Lo sviluppo industriale portò ad una nuova crisi agricola della zona. Molti contadini iniziarono infatti a lavorare nelle fabbriche abbandonando l'agricoltura. Durante l'industrializzazione di Legnano ci fu un largo impiego della manodopera infantile. Nel XIX secolo fu un fenomeno comune in molti paesi europei, in particolare dell'Inghilterra. In questo contesto, all'inizio degli anni ottanta del XIX secolo furono organizzati nelle fabbriche legnanesi i primi scioperi e nacquero le prime società operaie.

Di questo periodo è l'apertura delle prime filiali bancarie e la nascita degli istituti di credito legnanesi. Nel luglio 1875 fu inaugurata la succursale legnanese della Cariplo, mentre l'11 giugno 1887 venne fondata la Banca di Legnano, che apri il suo primo sportello il 16 gennaio 1888. Nel 1923 nacque invece il "Credito Legnanese", che fu assorbito nel 1975 dal Banco Lariano.

A cavallo dei due secoli ci fu un forte sviluppo industriale e commerciale. Per questa espansione furono molto importanti le infrastrutture per il trasporto di persone e di merci. Lungo corso Sempione fu anche costruita la tratta legnanese della tranvia Milano-Gallarate, che collegava Legnano con il capoluogo lombardo. Fu soppressa nella seconda metà del XX secolo.

Nel 1882 ci fu una disastrosa esondazione dell'Olona: per le coraggiose e filantropiche azioni dei suoi abitanti, come si può leggere nella motivazione dell'onorificenza, a Legnano fu conferita la medaglia d'oro al valor civile. Fino al 1898 la sola parrocchia presente a Legnano era quella di San Magno. In seguito nacquero quelle del Santo Redentore (1898), San Domenico (1907) e Santi Martiri (1911), Santa Teresa del Bambin Gesù (1964), San Paolo (1970) e San Pietro (1973).

A causa dell'incremento di popolazione di fine XIX secolo, l'Amministrazione comunale di Legnano decise di costruire un nuovo cimitero, poiché quello inaugurato nel 1808 non poteva più essere ingrandito per via delle strade e delle abitazioni che sorgevano intorno. L'odierno cimitero monumentale fu inaugurato il 24 luglio 1898, ed aveva una inizialmente superficie di 18.942 m². Fu poi ampliato nel 1907 fino ad una superficie di 50.000 m².

Nel 1903 fu costruito il primo padiglione dell'Ospedale civile, mentre nel 1908 fu inaugurata la prima piscina coperta di Legnano. Essa possedeva anche una palestra per la ginnastica. L'edificio, esistente tuttora, ora ospita la Croce Rossa Italiana e il corpo bandistico. Dal 1908 al 1909 fu invece costruito palazzo Malinverni, che venne destinato a municipio. Nel 1915, alla vigilia dell'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale, Legnano aveva 28.757 abitanti. Dall'inizio del XX secolo Legnano fu infatti oggetto di un forte incremento demografico che era dovuto all'immigrazione. Questo fenomeno fu determinato dallo sviluppo dell'industria.

Lo sviluppo più importante della pubblica istruzione a Legnano si ebbe però nel XX secolo, con la fondazione della stragrande maggioranza dei plessi scolastici che sono giunti sino a noi, cioè le scuole elementari, le scuole medie e gli istituti superiori. Del 1904 è la Scuola Tecnica comunale, diventata nel 1963 "Scuola media Franco Tosi". Della prima parte di questo secolo fu la fondazione di istituti tecnici e professionali che si rivolgevano alle future maestranze delle aziende locali. In questa epoca a Legnano era infatti presente la necessità di formare da un punto di vista professionale i futuri operai specializzati ed i futuri impiegati tecnici e commerciali. Furono quindi fondati l'Istituto tecnico commerciale "Carlo Dell'Acqua" (1917-1918) e l'Istituto professionale "Antonio Bernocchi" (1917). A quest'ultimo si aggiunse poi, nel 1959, l'Istituto tecnico industriale, sempre intitolato a Bernocchi. Nel 1943 fu invece fondato il Liceo scientifico, seguito nel 1960 da quello classico con ginnasio.

Nel 1915 l'Italia dichiarò guerra agli Imperi Centrali, entrando così nel primo conflitto mondiale. Le conseguenze dell'entrata in guerra si rifletterono anche su Legnano. Molti soldati legnanesi perirono sui campi di battaglia. I patimenti e le rinunce per la popolazione civile si acutizzarono con il passare dei mesi e degli anni. Durante la prima guerra mondiale i grandi complessi industriali della città erano in difficoltà per il blocco delle materie prime, che prima del conflitto provenivano dalla Germania e dalla Gran Bretagna. Durante la guerra le industrie di Legnano convertirono i loro impianti anche per la produzione di forniture belliche. La Franco Tosi, in particolare, contribuì ad attrezzare i reparti di artiglieria dell'Esercito. Due calamità naturali, nel 1917, peggiorarono ulteriormente la situazione causata dalla guerra: l'epidemia di spagnola, che falcidiò la popolazione, ed una devastante alluvione dell'Olona che ruppe gli argini invadendo il centro abitato.

Al termine della prima guerra mondiale, nel 1918, anche Legnano fu coinvolta da profonde tensioni sociali. Erano una conseguenza del conflitto e sfociarono, a livello nazionale, nel biennio rosso prima e nel fascismo poi. I primi gruppi legnanesi che si ispiravano a quest'ultimo movimento politico si costituirono dal 1920. Sul fronte economico, negli anni successivi, l'industria legnanese riprese la crescita sostenuta che l'aveva caratterizzata fino allo scoppio del conflitto. Questo rapido sviluppo fu rallentato, ma non fermato, dalla guerra. Negli anni del dopoguerra furono realizzate, dai proprietari dei grandi complessi industriali legnanesi, scuole e case operaie. L'Amministrazione comunale estese invece le reti dell'acquedotto e del gas. In questi anni ci fu anche un'espansione urbanistica ed una trasformazione radicale del centro cittadino che comportarono, tra l'altro, anche la demolizione di alcuni importanti edifici storici. Oltre a quelli già accennati nei paragrafi precedenti, furono anche demoliti l'Ospizio di Sant'Erasmo (che fu poi ricostruito) e due antichi ponti sull'Olona.

A partire dal 1920 si costituirono, anche a Legnano, i primi gruppi fascisti. La prima visita ufficiale di Benito Mussolini nella città è datata 1921. All'epoca si recò come membro del Partito Nazionale Fascista, dato che non era ancora Presidenti del Consiglio dei ministri. Il primo contatto tra il futuro Duce e Legnano fu però anteriore. Nel 1901, infatti, fece richiesta al Sindaco per un posto di maestro elementare in qualità di supplente. La domanda non fu però accolta. Dopo la visita del 1921, il 5 ottobre 1924 tornò a Legnano in veste di Capo di governo per la consegna del decreto di conferimento del titolo di città e per l'inaugurazione delle scuole "Antonio Bernocchi". Visitò anche l'omonimo cotonificio. Benito Mussolini visitò nuovamente a Legnano il 4 ottobre 1934. Parlò in piazza San Magno da un palco posizionato su una turbina della Franco Tosi, e fece un discorso ufficiale davanti qualche migliaio di persone. Nell'occasione visitò il cotonificio Dell'Acqua.

Il 20 settembre 1923 fu inaugurato, presente Vittorio Emanuele III, il primo tratto dell'autostrada dei Laghi che congiungeva, perlomeno inizialmente, Milano a Gallarate. Tale infrastruttura aveva un'uscita anche a Legnano. Fu la prima autostrada realizzata al mondo, e venne concepita dall'ingegnere Piero Puricelli. Per l'epoca fu un'opera avveniristica, soprattutto tenendo presente il fatto che il numero di veicoli a motore circolanti in Italia nel 1924 non superava i 40 000 esemplari. Circa la metà di essi si trovava in Lombardia. Il mezzo di trasporto più diffuso era infatti la bicicletta. Sempre nel campo di queste ultime, è di questo periodo la nascita del marchio "Legnano". Il 15 agosto 1924, come già accennato, a Legnano fu riconosciuta l'elevazione del Comune a Città. Il titolo venne assegnato con Regio Decreto da Re Vittorio Emanuele III di Savoia.

In base ad un censimento del 1927, la popolazione di Legnano era di circa 30 000 abitanti, con 677 attività industriali o artigianali. La forza lavorativa era invece costituita da 9.926 addetti negli stabilimenti tessili, 4.056 lavoratori nelle fabbriche meccaniche, 1.762 addetti nel commercio, nel credito, nelle assicurazioni ed in altri servizi, e 287 impiegati nei trasporti e comunicazioni. In questo periodo, le industrie tessili e meccaniche locali iniziarono ad imporsi in campo nazionale. Durante gli anni del regime guidato da Benito Mussolini, l'economia italiana si trasformò da liberale a corporativa. Anche dopo questo radicale cambiamento il sistema economico legnanese proseguì la crescita. Negli anni trenta i cotonifici Cantoni e Bernocchi si ampliarono più volte. Nel 1920 fu costituita la "Federazione Industriali Legnanesi", che ebbe il suo momento di massimo sviluppo nel 1924 (in precedenza gli imprenditori della città facevano capo alla "Federazione Industriali Altomilanese"). L'associazione fu poi abolita con una legge il 3 aprile 1926. Questa norma, infatti, eliminava le Federazioni locali, facendole confluire in unioni provinciali.

Nel 1927 fu soppressa la carica di Sindaco con l'istituzione del Podestà, di nomina governativa. Il Podestà era affiancato da una consulta municipale, nominata dal prefetto. La dittatura fascista eliminò anche la Giunta ed il Consiglio comunale. Nel ventennio fascista furono realizzate molte opere pubbliche tra cui il completamento dell'ospedale e le ricostruzioni dell'Ospizio di Sant'Erasmo e di Palazzo Lampugnani. Oltre a quelli citati, furono anche realizzati gli edifici delle istituzioni del Partito fascista, come la Casa del Balilla in viale Milano e la Casa del Littorio (l'attuale "Palazzo Italia" in largo Tosi, oggi sede del comando della Polizia di Stato). Fu ingrandito il cimitero monumentale e venne allargato corso Sempione. Il 19 giugno 1923 fu inaugurato il sanatorio "Regina Elena" in via Colli di Sant'Erasmo, che esiste tuttora. Oggi è sede di un Centro socio-educativo per disabili e di istituzioni assistenziali.

Nel maggio 1935 venne organizzato il primo Palio di Legnano per ricordare la vittoria dei Comuni della Lega Lombarda contro Federico Barbarossa nella celebre battaglia del 29 maggio 1176. Il 16 dicembre 1937 Benito Mussolini diede ad una rappresentanza di industriali e lavoratori legnanesi invitati a Palazzo Venezia circa tre milioni di lire racimolati con una raccolta tra imprenditori e operai per l'erezione di una scuola all'aperto con colonia elioterapica e per la costruzione di una piscina. L'edificio che un tempo ospitava la colonia elioterapica esiste ancora ed oggi ed è la sede del Centro psico-sociale, che è una struttura sanitaria facente capo del reparto di psichiatria dell'ospedale di Legnano.

All'epoca la città aveva come giornale il settimanale La voce di Legnano. A questo organo di stampa è associato uno degli episodi di violenza dei fascisti che accaddero a Legnano nel ventennio. Il giornale infatti non si era schierato alla volontà dalle gerarchie e quindi la sua sede venne devastata. Il quotidiano varesino Cronaca Prealpina aveva già all'epoca una pagina dedicata agli eventi del Legnanese, così come il periodico "Luce", giornale cattolico vicino alla Curia.

Nel 1940 l'Italia entrò nel secondo conflitto mondiale e le vicende della guerra si ripercossero, di conseguenza, anche su Legnano. Molti soldati legnanesi morivano sul campo di guerra e gli effetti delle privazioni sui civili si acutizzarono con il passare dei mesi e degli anni. Le industrie di Legnano furono convertite per le commesse militari. Per esempio, negli stabilimenti Cantoni era stato allestito un reparto per la produzione di capi d'abbigliamento destinati alle forze armate. In tale fabbrica fu però tenuto attivo, quasi clandestinamente, un piccolo settore del taglio di velluti per conservare le maestranze specializzate e riprendere la produzione civile a guerra finita.

Nella notte tra il 13 ed il 14 agosto 1943 oltre 500 bombardieri britannici sorvolarono la Lombardia diretti a Milano; alcuni di essi, per errore, finirono su Legnano dove sganciarono delle bombe. A Legnarello questo bombardamento causò 27 morti, quasi tutti rimasti uccisi per strada mentre fuggivano verso il bosco. Alcuni ordigni caddero anche sul Cotonificio Cantoni (due bombe sono state rinvenute nel 2008).

La svolta decisiva della guerra fu l'armistizio dell'8 settembre 1943 tra l'Italia e gli alleati. Già il giorno successivo le autoblindo tedesche iniziarono a perlustrare ostilmente Legnano. Le industrie legnanesi, ora controllate dai nazisti, iniziarono a fornire al Terzo Reich i manufatti necessari per continuare la guerra.

Nell'ottobre del 1943 si organizzarono a Legnano, e nei Comuni vicini, le prime compagini armate costituite da soldati in fuga dopo l'8 settembre, da operai e da studenti, che entrarono a far parte della Resistenza. Nel contempo, cominciò nelle aziende del Legnanese il boicottaggio contro i tedeschi per evitare che i manufatti industriali fossero utilizzati dai nazisti per continuare la guerra. In seguito, a Legnano si costituirono le brigate partigiane "Carroccio" (collegata ad ambienti cattolici), "Garibaldi" (vicina ad istanze social-comuniste) ed altre brigate autonome, tra le quali ci furono la "Sicilia". La "Carroccio" e la "Garibaldi", che operarono insieme alle brigate partigiane dell'Alta Italia, seguivano le direttive del Comitato di Liberazione Nazionale.

In questo contesto avvenne uno dei più drammatici avvenimenti della Resistenza legnanese. Il 5 gennaio 1944 le SS attuarono un'azione di rappresaglia nello stabilimento della Franco Tosi. Furono prelevati sei operai di fede antifascista che erano parte del consiglio di fabbrica. Alla ribellione degli altri lavoratori, vennero arrestati 63 operai. Dopo interminabili interrogatori i tedeschi liberarono gli operai, ad esclusione di sette, che furono deportati nei lager nazisti. Rappresaglie simili furono eseguite anche in altre aziende come la "Metalmeccanica", la "Manifattura di Legnano" e la "Società Industrie Elettriche". Durante la guerra, nei lager nazisti, morirono complessivamente 11 lavoratori legnanesi. Nell'inverno del 1944 avvenne invece l'attentato al ristorante-albergo Mantegazza. Nella trattoria dell'esercizio pubblico, la sera del 4 novembre 1944, erano radunati dei militari fascisti e nazisti per una cena. Alcuni partigiani, facenti parte della brigata "Garibaldi" fecero scoppiare, su una delle finestre, un ordigno che fece cinque morti e venticinque feriti. L'attentato causò la forte reazione dei fascisti, che realizzarono diversi arresti e pestaggi. Nell'ottobre dello stesso anno fu catturato dai fascisti uno degli istitutori delle brigate "Garibaldi", Mauro Venegoni: gli squadristi gli ordinarono di confessare i nomi dei partigiani della sua brigata e al suo diniego lo torturarono, lo accecarono ed lo uccisero a Cassano Magnago. Per questo tragico episodio, a conflitto terminato, gli fu assegnata la medaglia d'oro al valore militare alla memoria e gli fu dedicata una via di Legnano.

Tra il 1944 ed il 1945 le brigate "Garibaldi" e "Carroccio" gettarono le basi, con il Comitato di Liberazione Nazionale, al progetto di ribellione nell'Altomilanese. Con i nazi-fascisti in rotta, il 24 aprile 1945, le brigate fecero le ultime rappresaglie contro le truppe in ritirata dall'Italia. In questo contesto, fu eliminata una stazione-radio tedesca ubicata a Canegrate che aveva la funzione di tenere le comunicazioni con un'armata corazzata tedesca. Tale armata, proveniente dal Piemonte, si stava dirigendo verso Busto Arsizio per raggiungere la Valtellina. La medesima notte la brigata "Carroccio" assalì la guarnigione tedesca che era di stanza nella caserma legnanese dell'esercito. Il 25 aprile 1945 furono occupate invece la caserma dei carabinieri (all'epoca si trovava in via dei Mille), la Casa del Fascio, la scuola Carducci e la piscina. Intanto, le formazioni della "Brigata Garibaldi" lottavano per fermare, lungo l'autostrada Milano-Laghi, delle colonne tedesche in ritirata. Le due brigate conquistarono in seguito, dopo un lungo scontro a fuoco, il municipio della città. Dopo il 27 aprile 1945, giorno in cui Legnano fu affrancata dai nazi-fascisti, ci furono episodi di vendetta contro gli esponenti del regime appena crollato. In totale, furono fucilati sedici legnanesi. Alcuni di essi appartenevano all'ex milizia repubblichina, mentre altri erano stati coinvolti in azioni fasciste. Le uccisioni furono eseguite in piazza San Magno, in piazza del Mercato, alla cascina Mazzafame ed al raccordo dell'autostrada Milano-Laghi a Castellanza. La salma di Benito Mussolini, giustiziato il 28 aprile 1945, attraversò la periferia di Legnano per giungere ad un convento di frati cappuccini a Cerro Maggiore, ai quali fu data in consegna momentaneamente prima di essere restituita alla moglie, Rachele Guidi.

Legnano figura tra le città decorate dopo la guerra. La città è stata infatti insignita della medaglia di bronzo al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante il secondo conflitto mondiale.

Dopo la guerra Legnano fu colpita, come il resto dell'Italia, dalla forte recessione economica che seguì il conflitto. Erano insufficienti gli alimenti fondamentali, il trasporto pubblico faceva difetto e le strade erano dissestate. Il 2 giugno del 1945 si riunì, per la prima volta dopo la dittatura fascista, la Giunta comunale, che venne guidata dal sindaco Anacleto Tenconi. La fase di ricostruzione dopo le distruzioni della guerra fu lunga e difficoltosa.

Regolarizzatasi anche la politica italiana, il sistema economico legnanese ricominciò a svilupparsi, tornando al tasso di crescita del periodo precedente alla seconda guerra mondiale. Durante la forte crescita economica dell'Italia durante il boom economico, Legnano raggiunse tra il 1951 e il 1961 il secondo più alto tasso, a livello nazionale, di impiegati nell'industria in relazione agli abitanti (65,2%), seconda solo a Sesto San Giovanni (67,14%). Tra le industrie tessili, nel 1951, la maggiore era il Cotonificio Cantoni con ben 3.465 occupati, seguita dalla De Angeli-Frua (1.504), dal Cotonificio Dell'Acqua (1.495), dalla tintoria Agosti (1.393), dalla Manifattura di Legnano (1.165), dalla tintoria Giulini & Ratti (972) e dal Cotonificio Bernocchi (851). Nel settore metalmeccanico predominava la Franco Tosi (più di 4.800 dipendenti, poi divenuti oltre 5.000), seguita dall'Ercole Comerio (454), dalla Mario Pensotti (387), dalla Bozzi (331), dalle Industrie Elettriche di Legnano (253), dalla fonderia SAFFES (246). Altre industrie di rilievo erano le Officine Fontana (ca. 200 occupati), il Calzaturificio di Legnano (145), la tintostamperia Mottana, la Mambretti e la Andrea Pensotti e la Fratelli Gianazza e Ranzi.

L'età d'oro dell'industria legnanese iniziò all'inizio del XX secolo e terminò negli anni sessanta dello stesso secolo. In seguito iniziò un periodo di crisi che portò alla chiusura di molte attività produttive. Chiusero la Stamperia De Angeli Frua (1953), la Tintoria Agosti (1969), i Cotonifici Dell'Acqua (1970) e Bernocchi (1971), la tintoria Giulini & Ratti (1974) ed il Cotonificio Cantoni (nel 1984 lo stabilimento sorto lungo l'Olona e nel 2004 la fabbrica del rione Olmina), le meccaniche Mario Pensotti (1989) ed Andrea Pensotti (1994), la Manifattura di Legnano e la tintostamperia Mottana (entrambe nel 2008). La crisi peggiorò progressivamente danneggiando l'economia, l'occupazione e il tessuto industriale. Le poche aziende che non chiusero furono coinvolte in un processo di ridimensionamento, come ad esempio la Franco Tosi. Il tasso di impiegati nell'industria in relazione agli abitanti nel 1981 calò a 29,6%. Con questa percentuale, Legnano scese il 141° a livello nazionale. Molte aree ex industriali (De Angeli Frua, Dell'Acqua, Cantoni, Pensotti, Agosti, Giulini & Ratti, Fontana, Comerio) vennero poi riconvertite al residenziale, spesso con la scomparsa delle testimonianze di archeologia industriale. L'economia legnanese virò quindi verso il settore terziario. Questi campi alternativi non portarono però a un tasso di sviluppo sufficiente a sopperire la scomparsa delle attività industriali. Nel contempo, iniziò però una fase di nascita di piccole aziende, che consentì a Legnano di rimanere inserita in un contesto produttivo molto avanzato, che la colloca ancora nel XXI secolo tra le zone più sviluppate ed industrializzate d'Italia.

In ambito sportivo, Legnano ha ospitato, dal 15 al 20 giugno 2012, la XXV edizione del campionato europeo di scherma. Le gare si sono svolte al PalaBorsani di Castellanza e al castello visconteo.

Persone legate a Legnano:
Giovanni Antonio Amadeo (Pavia, 1447 - Milano, 1522), scultore, ingegnere, architetto, intagliatore e ceramista. Autore della basilica di San Magno.
Bonvesin de la Riva (Milano, 1240 circa - 1315 circa), poeta e scrittore. Insegnò anche a Legnano.
Giovanni da Legnano (Legnano, 1320 - Bologna, 1383), giurista, diplomatico e docente universitario.
Oldrado Lampugnani (Pavia, 1400 - Milano, 1460), condottiero. Fu proprietario del castello visconteo di Legnano, che fortificò.
Leone da Perego (Legnano, 1257), arcivescovo di Milano.
Bernardino Luini (Dumenza, 1481 - Milano, 1583), pittore. La basilica di San Magno conserva un suo polittico.
Ercole Malatesta (Legnano, 1591), militare.
Roberto Visconti (Pogliano Milanese, - Milano, 1361), arcivescovo. Alcune fonti riportano che morì a Legnano.
Stefano Albertini (Legnano, 1959), doppiatore.
Paolo Alli (Legnano, 1950), politico.
Ettore Andenna (Milano, 1946), conduttore televisivo e politico. Fu uno dei conduttori più rappresentativi dell'emittente legnanese Antenna 3.
Tony Barlocco (San Vittore Olona, 1930 - Legnano, 1986), attore teatrale.
Antonio Bernocchi (Castellanza, 1859 - Milano, 1930), imprenditore. Fondatore dell'omonimo cotonificio, fu sindaco di Legnano e nel 1929 venne nominato Senatore del Regno.
Giacomo Biffi (Milano, 1928), cardinale. Ha retto la parrocchia legnanese dei Santi Martiri.
Laura Bignami (Legnano, 1969), politica
Roberto Biscardini (Legnano, 1947), politico.
Rodolfo Pietro Bollini (Legnano, 1923), politico.
Carlo Borsani (Legnano, 1917 - Milano, 1945), militare.
Emilio Bozzi, imprenditore. Fu l'artefice dei successi dell'azienda ciclistica Legnano.
Carla Candiani (Legnano, 1916 - 2005), attrice cinematografica.
Costanzo Cantoni (Gallarate, 1800 - Gallarate, 1877), imprenditore. Fondò a Legnano l'omonimo cotonificio.
Eugenio Cantoni (Gallarate, 1820 - Roma, 1887), imprenditore. Succedette al padre Costanzo alla guida del Cotonificio Cantoni.
Adriano Caprioli (Solbiate Olona, 1936), vescovo. È stato prevosto di Legnano.
Luigi Casero (Legnano, 1958), politico.
Marco Castellani (Legnano, 1978), bassista.
Ivan Catalano (Legnano, 1986), politico.
Antonio Ceriani (Legnano, 1932), aviatore e militare.
Antonella Clerici (Legnano, 1962), conduttrice televisiva.
Gioacchino Colombo, (Legnano, 1903 - Milano, 1987), progettista.
Carlo Crespi (Legnano, 1891 - Cuenca, 1982), religioso.
Giampiero Crespi (Carnago, 1918 - Legnano, 2013), aviatore e militare.
Carlo Dell'Acqua (Legnano, 1848 - Legnano, 1918), imprenditore e politico.
Filippo Destrieri (Legnano, 1951), musicista.
Domenico Dolce (Legnano, 1958), stilista e imprenditore. È uno dei due fondatori, a Legnano, della casa di moda "Dolce & Gabbana".
Gianfranco Ferré (Legnano, 1944 - Milano, 2007), stilista.
Finley, gruppo musicale rock.
Alessandro Fo (Legnano, 1955), poeta, latinista e docente.
Riccardo Formica (Trapani, 1896 - Milano, 1975), antifascista. Visse a Legnano.
Giuseppe Frua (Milano, 1855 - Milano, 1937), imprenditore. Operò anche a Legnano.
Stefano Gabbana (Milano, 1962), stilista e imprenditore. È uno dei due fondatori, a Legnano, della casa di moda "Dolce & Gabbana".
Mauro Gavinelli (Legnano, 1952 - Legnano, 2000), giornalista.
Piero Giunni (Villa Cortese, 1912 - Bondone, 2000), pittore. Ha vissuto a Legnano.
Luigi Krumm (Legnano, 1828 - 1899), imprenditore e politico.
Marcello Luigi Lazzati (Legnano, 1948), politico
Antonio Mancini (Manoppello, 1939), pittore e scultore. Vive a Legnano.
Giovanni Mari (Gorla Minore, 1920 - Legnano, 1987), imprenditore.
Augusto Marinoni (Legnano, 1911 - Legnano, 1997), lessicografo, latinista e storico.
Cinzia Massironi (Legnano, 1966), doppiatrice.
Marina Massironi (Legnano, 1963), attrice, comica e doppiatrice.
Gianni Mocchetti (Legnano, 1947 - Como, 2013), cantautore, chitarrista e bassista.
Franco Monaco (Legnano, 1951), politico e giornalista.
Felice Musazzi (Parabiago, 1921 - Legnano, 1989), attore e autore teatrale.
Francesco Paolo Neglia (Enna, 1874 - Intra, 1932), compositore, direttore d'orchestra e didatta. Fondò il Liceo Musicale "Verdi" di Legnano.
Max Pisu (Legnano, 1965), comico.
Antonio Provasio (Legnano, 1962), attore teatrale.
Piero Rolla (Legnano, 1938), paroliere, compositore e cantautore.
Felice Riva (Legnano, 1935), imprenditore.
Angiola Maria Romanini (Legnano, 1926 - Roma, 2002), storica dell'arte.
Sabrina Scampini (Legnano, 1976), giornalista.
Guido Sutermeister (Intra, 1884 - Legnano, 1964), archeologo e ingegnere.
Silvano Tagliagambe (Legnano, 1945), filosofo ed epistemologo
Giuseppe Tirinnanzi (Firenze, 1887 - Legnano, 1976), poeta e letterato.
Tognella, all'anagrafe Armando Russo (Legnano, 1938 - Milano, 1995), cabarettista.
Franco Tosi (Villa Cortese, 1850 - Legnano, 1898), imprenditore.
Eugenio Travaini (Parabiago, 1930 - Bolzano, 1994), medico e scrittore. Fondò a Legnano uno tra i primi centri di riabilitazione motoria in Italia.
Carlo Venegoni (Legnano, 1902 - Milano, 1983), politico e antifascista.
Mauro Venegoni (Legnano, 1903 - Busto Arsizio, 1944), antifascista.
Renzo Villa (Luino, 1941 - Varese, 2010), editore e conduttore televisivo. Fondatore assieme ad Enzo Tortora dell'emittente televisiva legnanese Antenna 3.
San Bernardino da Siena (1444).
San Carlo Borromeo (1570).
Giuseppe II Imperatore d'Austria (1785).
Napoleone Bonaparte (25 maggio 1805).
Giuseppe Garibaldi (16 giugno 1862).
Benito Mussolini (5 ottobre 1924 e 4 ottobre 1934).
Alessandro Belometti (Legnano, 1973), pilota motociclistico.
Cristian Bertani (Legnano, 1981), calciatore.
Angelo Cameroni (Legnano, 1891 - 1961), allenatore di rugby e calciatore.
Angelo Canavesi (Legnano, 1919), ex calciatore.
Giovanni Casale (Legnano, 1923 - 2006), calciatore.
Francesco Coco, (Paternò, 1977), calciatore. È cresciuto a Legnano.
Giovanni Colasante (Legnano, 1964), calciatore.
Franco Colombo (Legnano, 1917), calciatore.
Vinicio Colombo (Legnano, 1904 - Castellanza, 1956), calciatore.
Matteo Darmian (Legnano, 1989), calciatore.
Marco De Nicolo (Legnano, 1976), tiratore.
Camillo Ferrè (Legnano, 1908), calciatore.
Valerio Foglio (Legnano, 1985), calciatore.
Giovanni Fumarola (San Michele Salentino, 1964), allenatore ed ex giocatore di football americano. Ha vissuto a Legnano.
Massimo Gadda (Legnano, 1963), allenatore di calcio ed ex calciatore.
Attilio Gerola (Legnano, 1896), calciatore.
Carlo Gervasoni (Legnano, 1982), calciatore.
Danilo Goffi (Legnano, 1972), atleta.
Carla Guidi (Legnano, 1920), cestista.
Giovanni Guidi (Legnano, 1915), calciatore.
Graziano Landoni (Legnano, 1939), allenatore di calcio ed ex calciatore.
Luca Landonio (Legnano, 1966), calciatore.
Oscar Lesca (Alessandria, 1950), calciatore ed allenatore di calcio. È considerato come uno dei migliori giocatori dell'Associazione Calcio Legnano di tutti i tempi.
Pierino Luraghi (Legnano, 1910), calciatore.
Enzo Mustoni (Legnano, 1933 - Legnano, 2012), calciatore.
Elio Pagani (Legnano, 1904), calciatore.
Gian Emilio Piazza (Legnano, 1914 - Somma Lombardo, 1992), calciatore.
Luigi Pogliana (Legnano, 1945), calciatore.
Rocco Ranelli (Legnano, 1907 - Cremona, 2005), calciatore.
Ferruccio Ratti (Legnano, 1913), calciatore
Carlo Re Dionigi, (Legnano, 1921), calciatore.
Federico Righi (Legnano, 1951), calciatore.
Imre Rokken (1903 - Legnano, 1925), calciatore.
Angelo Rotondi (Legnano, 1907), calciatore.
Massimo Rovellini (Legnano, 1961), allenatore di calcio ed ex calciatore
Andrea Simontacchi (Legnano, 1901), calciatore.
Angelo Solbiati (Legnano, 1915), calciatore.
Giuseppe Tosi (Vercelli, 1900 - Legnano, 1981), calciatore.
Daniele Turcolin (Legnano, 1961), allenatore ed ex-giocatore di football americano.
Gianluigi Valleriani (Legnano, 1968), ex calciatore e allenatore di calcio.
Rufo Emiliano Verga (Legnano, 1969), calciatore.
Alberto Vivian (Legnano, 1944 - Novara, 1995), calciatore.




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