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domenica 30 agosto 2015

L'AMORE HA ETA'?

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Le relazioni fra uomini più vecchi e donne più giovani sono meno disapprovate dalle famiglie e dalla società di quanto non lo siano quelle fra uomini giovani e donne più vecchie.

I genitori possono pensare che un uomo con più anni rappresenti una ‘sicurezza' per una giovane figlia; potranno però avere da obiettare sul fatto che la figlia sarà obbligata a curare un uomo vecchio mentre lei sarà ancora giovane.
Per un carattere altruista questo non sarà un problema, ma una ragazza vivace e amante del divertimento potrebbe trovarsi in difficoltà. Un'altra obiezione potrebbe essere quella che lei rischia di diventare una giovane vedova e trovarsi con una famiglia da tirar su.

Le reazioni delle altre donne sue coetanee dipenderanno da come queste giudicano la situazione in confronto alla loro. Se la ritengono migliore potrebbero diventare gelose, altrimenti la compatiranno per essersi legata ad un vecchio.

Le donne sposate con dei coetanei del partner della giovane donna potranno prenderla in uggia se i loro mariti si mostreranno entusiasti di lei.

Essa non avrà molte occasioni di trovarsi con i suoi coetanei, e se le capitasse questi potrebbero pensare di averla facilmente a tiro.

Non è certamente più facile trovare la felicità nella relazione con un partner più vecchio o più giovane che in una relazione convenzionale.



Sia la donna matura che sta con un giovane che la donna giovane che sta con un uomo più vecchio, dovranno affrontare dei problemi insoliti.

Siccome la scelta del partner non è solita, la famiglia e gli amici si sentiranno in diritto di sottolineare tutti gli svantaggi cosa che non farebbero con una coppia tradizionale.

I partner saranno quindi ben coscienti delle difficoltà cui vanno incontro.

Ma se questo tipo di coppia riflette seriamente sulle motivazioni e sui bisogni reciproci, e se giunge alla conclusione che essi si completano e si integrano allora la possibilità di essere felici non dovrebbe essere minore di quella di qualsiasi altra coppia.

La teoria trova dimostrazione nelle scelte di uomini intorno ai cinquant’anni con un reddito e posizione sociale alti; parlamentari e industriali, uomini dello spettacolo e liberi professionisti, rarissimi i pensionati, gli impiegati e gli operai. Il bisogno di applicare la legge dell’inversamente proporzionale delle relazioni di coppia, quella per cui più aumenta l’età maschile più diminuisce quella femminile, si spiega con quella crisi di mezza età che fa venire voglia a molti over 50 di dimostrare a se stessi di essere ancora al top, fisicamente e sessualmente, e di rivivere le sensazioni dei 20/30 anni. Per loro hanno trovato un efficace nome: papi-boys, uomini convinti che la giovinezza si trasmetta come un virus attraverso un rapporto sentimentale con una donna nel fiore degli anni. Salvo eccezioni, il più delle volte la ragazza che si fidanza con un uomo âgè (a volte più anziano del padre) non si getta tra le sue braccia per un innamoramento incontrollabile e spontaneo. L’elenco di italiani con compagne giovanissime potrebbe essere lunghissimo, ma il primo posto lo conquista colui cui si deve anche il neologismo papi-boy, l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, seguito dall’onorevole Pierferdinando Casini, e poi da Flavio Briatore marito della giovanissima Elisabetta Gregoraci, e dal cantante Andrea Boccelli fresco di seconde nozze con una donna più giovane di lui di 20 anni. Oltreoceano, fece molto scandalo il matrimonio di Woody Allen con la giovanissima figlia adottiva e molte pagine della cronaca rosa si occuparono del matrimonio “a contratto” tra il brizzolato Michael Douglas e la giovane Catherine Zeta Jones.



Niente di nuovo, dunque, ma qual è la vera ragione per cui molti uomini “attempati” preferiscono le donne giovani? E cosa tiene unite queste coppie?
L’esperta: «Molti uomini hanno uno stile di vita sano, fanno sport, mangiano, viaggiano e si divertono. Si può dire che l’aspetto fisico e la mentalità di un uomo di 50 anni di oggi sia simile a quello di un 30enne di qualche decennio fa. Non stupisce, quindi, che un uomo maturo possa scegliere una compagna molto più giovane, né che una ragazza bella e indipendente possa essere felice con uomo dell’età del padre. A differenza di un trentenne, il compagno maturo non ha paura di un legame stabile, anzi è il momento in cui cerca un rapporto di coppia solido, ha raggiunto una sicurezza economica e un livello di vita che difficilmente un trentenne precario o a partita IVA può dare. La pillola blu ha risolto i problemi della “figuraccia” a letto, in più, grazie all’esperienza raggiunta con l’età, riescono a soddisfare i bisogni delle compagne giovani con più generosità dei trentenni. In questi rapporti la carta vincente è lo scambio di esperienze: l’uomo offre la sua maturità e il suo stato sociale, la ragazza ricambia con la freschezza del suo corpo e l’energia vitale della sua età. Con vantaggi reciproci». spiega Alessandra Graziottin, direttrice del Centro di ginecologia e sessuologia medica dell’ospedale San Raffaele Resnati di Milano.

Sono in aumento anche le coppie in cui  la donna è più grande dell’uomo di 10 e più anni.
Un tempo inaccettabili dal punto di vista culturale al punto tale di essere impensabili, ora si stanno tranquillamente diffondendo : sempre di più di frequente ragazzi scelgono partner più adulte non per l’avventura di una sera ma per una storia importante o addirittura  per la  convivenza o matrimonio.

Contrariamente allo stereotipo, le donne non scelgono un uomo più giovane per realizzare un ruolo materno non vissuto o vissuto solo parzialmente.
Quando una donna si innamora di  ragazzo non vede in lui il sostituto del figlio mai avuto  (o già cresciuto e non più bisognoso di cure materne) e  non  cerca nel partner  qualcuno da proteggere e da accudire.
Al contrario, le relazioni con uomini più giovani hanno spesso un effetto rivitalizzante sulla psiche della donna che le vive e la fanno sentire giovane e viva per la prima volta dopo molto tempo.
Spesso le donne che si innamorano perdutamente di un ragazzo più giovane sono donne molto responsabili che hanno fatto delle scelte nella vita  convenzionali.
Non di rado l’incontro con il giovane amante avviene dopo la fine di un matrimonio o di un rapporto importante che hanno lasciato un vissuto di fatica, pesantezza e delusione e  l’incontro rappresenta  una boccata d’aria fresca.
Nel rapporto con l’uomo più  giovane la donna adulta  entra in contatto con  delle parti di sé più libere e spontanee che non ha vissuto pienamente in precedenza o che ha accantonato crescendo.
Riscopre l’entusiasmo, la capacità di sognare, potenzialità ed interessi che sono stati abbandonati nel corso degli anni per far fronte ai dettami della vita adulta.



Il legame con una persona più giovane hai infatti una componente di spontaneità e giocosità che può  essere difficile da trovare in un rapporto con un coetaneo, specialmente se si hanno superato i quarant’ anni.
Un  ragazzo ha un bagaglio esistenziale ed esperienziale più leggero rispetto a quello di un uomo più adulto e questo fa si che affronti la relazione con maggior entusiasmo e spensieratezza.
Per questo motivo  gli amori con un uomo più giovane cominciano spesso con uno slancio ed una carica di romanticismo  che possono mancare in una relazione tra due adulti , specie  se divorziati con figli che devono scrivere insieme le pagine della loro storia con la fatica di rimettersi in gioco e dovendo superare la diffidenza e la paura di soffrire.
Un’altra tipologia di donna attratta da uomini più giovani è quella della donna bambina.
Si tratta di giovani donne ( per esempio trentenni) che hanno paura di crescere e che tendono a rimandare scelte importanti come il matrimonio e la maternità.
L’attrazione per il ragazzo più giovane con cui non è possibile progettare un futuro ( perchè, per esempio lui è ancora uno studente) consente di rimanere ancora per qualche anno in una condizione adolescenziale.
In genere questo sono coppie paritarie, nonostante la differenza d’età, anzi, spesso è lui che è più maturo dei suoi anni, a sentirsi l’adulto della coppia.
In una minoranza dei casi, invece, la scelta di un partner molto  più giovane nasce da problematiche di tipo narcistico e dalla paura di invecchiare.
In casi come questi , si ha bisogno di un fidanzato giovane e prestante da esibire al mondo per rassicurarsi sulle proprie capacità seduttive.



In molti casi gli uomini che si sentono attratti da una lei più adulta sono più maturi della loro età e hanno una forte spinta verso l’autorealizzazione e un  grande desiderio di autonomia dalla famiglia d’origine.
Nella scelta di una partner più vecchia di parecchi anni c’è l’iniziazione ad un mondo più adulto.
La donna più grande affascina perché ha già conquistato certe tappe ( per esempio abita da sola)  ed  è più indipendente e autonoma rispetto ad una coetanea.
Un’altra delle ragioni per cui un ragazzo sceglie una donna più grande è che questa viene percepita come più rassicurante rispetto ad una ragazza della stessa età.
La donna più adulta generalmente  è più paziente , meno aggressiva ed esigente di una coetanea e capace di essere all’occorrenza un po’ mamma. E’ spesso questo mix di caratteristiche tra indipendenza, senso materno e una sessualità rassicurante  ed esperta a sedurre il cuore di un giovane uomo.

Le statistiche non sono favorevoli alla durata delle unioni in cui tra i due partner c’è molta differenza di età  specialmente se ad essere più grande è la donna.
Ma la vita non è una statistica ed è triste rinunciare ad un grande amore o vivere una storia a metà perchè un giorno potrebbe finire.
Sulla durata di queste coppie incide  molto l’ entità della differenza di età , la maturità personale e la qualità del rapporto che si è costruito insieme.

Lasciare ad un  uomo i suoi spazi è di vitale importanza, tanto più se lui è  giovanissimo. Non poche  donne si sentono inquiete quando  lui esce con i suoi amici ventenni, nessuno dei quali ha l’ombra di un rapporto stabile, a fare bravate per tutta la notte. L’amore, però, si basa sulla fiducia e queste uscite goliardiche non vanno ostacolate perché rappresentano una valvola di sfogo. Se non si consente al partner di vivere la sua età e si pretende da lui una maturità superiore a quella che può avere, si creano le premesse per un futuro pieno di problemi.

Le coppie in cui c’è una differenza di età, a causa del biasimo sociale che riscuotono,  tendono ad isolarsi nel loro mondo fatto di passione e tenerezza.  Ma l’innamoramento prima o poi passa e per durare nel tempo  una coppia ha bisogno di stimoli, di amicizie e di progetti che facciano da collante, soprattutto nei momenti in cui l’intesa è un po’ in crisi

Nelle coppie con differenza di età  gli argomenti sul futuro della coppia vengono spesso evitati, anche dopo anni insieme, per paura di sollevare conflitti insanabili.
Cosi lei , ormai sui 35 anni spera che quando lui avrà  trovato lavoro voglia sposarsi e mettere su famiglia .
Lui, invece, non sente l’esigenza di paternità e per sposarsi vorrebbe aspettare ancora qualche anno per avere una situazione più solida.
Gli argomenti sul futuro insieme andrebbero affrontati in modo approfondito in modo da poter decidere di conseguenza.





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martedì 19 maggio 2015

LE VILLE DI ARCORE : VILLA SAN MARTINO



Villa San Martino è una residenza signorile, realizzata dalla famiglia marchionale Casati Stampa nel XVIII secolo e inclusa nel comune di Arcore, nella provincia di Monza e Brianza, in Viale San Martino. Dal 1974 è la residenza di Silvio Berlusconi.

Con Villa Borromeo d'Adda, sede comunale, e Villa La Cazzola, residenza privata, fa parte del gruppo delle ville di delizia, ma che erano nate come residenze padronali, da dove venivano gestite grandi aziende agricole, o semplici casini per la caccia.

La Villa San Martino già Casati-Stampa, completa di attiguo parco, risalente al XV secolo come monastero benedettino, venne acquistata e restaurata nel corso del XVIII secolo dai conti Giulini. L'edificio fu disposto o forse mantenuto dai Giulini nella tipica struttura a U aperta verso il paese. Durante queste opere di trasformazione fu impostato anche il grande viale d'accesso lungo un asse prospettico che, partendo dalla piazza antistante villa Borromeo, si spinge verso Ovest oltrepassando a cannocchiale l'edificio, nella sequenza corte d'onore, arco centrale del portico e apertura corrispondente nel salone; quindi attraversa il giardino e, infine, fiancheggiato da un lungo filare d'alti pioppi, si prolunga fino al Lambro, distante qualche chilometro.

Un impianto scenografico imponente, capace di far colloquiare l'edificio, il parco secolare e il verde agricolo circostante. L'asse prospettico all'ingresso, sebbene ora parzialmente interrotto visivamente da una macchia verde di alberi e arbusti e dal muro di cinta, è rimasto sostanzialmente integro nel corso del tempo. Dopo le trasformazioni compiute dai Giulini, la villa passò ai Casati nella prima metà dell'Ottocento a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta (1818-1883) con Camillo Casati (1805-1869) e, alla fine di quello stesso secolo, pervenne quindi al ramo dei Casati Stampa di Soncino. Il conte Alessandro Casati (1881-1955), che vi abitò sino alla propria morte, ne ingrandì la biblioteca e vi ospitò a più riprese l'amico Benedetto Croce. Alla dipartita del conte l'immobile passò a suo nipote, ovverosia il suo parente più prossimo, marchese Camillo Casati Stampa di Soncino (1927-1970). Questi risiedette saltuariamente nella villa. Suicidatosi il 30 agosto 1970 dopo avere assassinato la moglie Anna Fallarino e il di lei compagno Massimo Minorenti (Delitto di via Puccini), la proprietà passò ad Anna Maria Casati Stampa di Soncino, nata a Roma il 22 maggio 1951, ossia alla figlia di primo letto (avuta con Letizia Izzo) del marchese. La giovane, all'epoca dei fatti delittuosi diciannovenne (e quindi secondo la legge di allora minorenne), venne affidata ad un tutore, nella persona di Giorgio Bergamasco. Pro-tutore venne nominato Cesare Previti.

Il 26 luglio 1972 Bergamasco venne nominato Ministro dei rapporti con il Parlamento nel secondo governo Andreotti; nel frattempo la Casati Stampa si era già emancipata dalla potestà giuridica tutoriale con il raggiungimento della maggiore età al compimento del ventunesimo anno avvenuto il 22 maggio 1972. Successivamente Anna Maria Casati Stampa, frattanto sposatasi con il conte Pierdonato Donà dalle Rose, si trasferì con il marito in Brasile e come suo legale in Italia venne da lei scelto il suo ex pro-tutore Cesare Previti. Poiché pressata da esigenze economiche e avendo ricevuto in eredità non solo i beni di famiglia ma anche i grandi sospesi del padre con il fisco, Anna Maria Casati Stampa di Soncino in Donà dalle Rose decise nel 1973 di porre in vendita la villa e di avvalersi del suo avvocato come mediatore. Nel 1974 venne infine venduta - ad un prezzo molto inferiore di quanto fosse stata valutata - all'imprenditore milanese e futuro presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il suo attuale proprietario.

Diverse versioni dei fatti :

Il 26 luglio 1972 Bergamasco venne nominato Ministro dei rapporti con il Parlamento nel secondo governo Andreotti; nel frattempo la Casati Stampa si era già emancipata dalla potestà giuridica tutoriale con il raggiungimento della maggiore età al compimento del ventunesimo anno avvenuto il 22 maggio 1972. Successivamente Anna Maria Casati Stampa, frattanto sposatasi con il conte Pierdonato Donà dalle Rose, si trasferì con il marito in Brasile e come suo legale in Italia venne da lei scelto il suo ex pro-tutore Cesare Previti. Poiché pressata da esigenze economiche e avendo ricevuto in eredità non solo i beni di famiglia ma anche i grandi sospesi del padre con il fisco, Anna Maria Casati Stampa di Soncino in Donà dalle Rose decise nel 1973 di porre in vendita la villa e di avvalersi del suo avvocato come mediatore.

L'acquirente venne trovato nell'allora imprenditore edile Silvio Berlusconi. La villa, completa di pinacoteca, biblioteca di diecimila volumi - per curare i quali venne assunto come bibliotecario Marcello Dell'Utri - arredi e parco con scuderia in cui fu assunto come stalliere Vittorio Mangano - era all'epoca valutata per il solo bene immobile (3500 m²) oltre 1 miliardo e 700 milioni dell'epoca, stando alle stime legate all'eredità. Fu però ceduta in cambio della cifra, molto inferiore alla valutazione, di 500 milioni di lire in titoli azionari (di società all'epoca non quotate in borsa), pagamento che fu inoltre dilazionato nel tempo. L'ereditiera non riuscì a monetizzare questi titoli azionari, se non con un accordo con gli stessi Previti e Berlusconi, che li riacquistarono per 250 milioni. All'inizio degli anni ottanta la proprietà fu valutata garanzia sufficiente ad erogare un prestito di 7,3 miliardi di lire. Berlusconi si insediò ad Arcore alla fine del 1974 .

Silvio Berlusconi, proprietario della dimora, ha fatto eseguire un restauro di tipo conservativo della porzione più antica dell'edificio e un ripristino di alcune parti alterate da precedenti interventi o che apparivano ormai fatiscenti. Grazie a questi lavori sono anche stati liberati, sistemati e resi disponibili splendidi locali sotterranei. Il proprietario ha collocato nel parco della tenuta un mausoleo personale (opera di Pietro Cascella intitolata La volta celeste) con loculi per i prossimi, un monumento in travertino da 100 tonnellate e un grande sarcofago in marmo rosa. All'interno della villa sono rimasti quadri e medaglioni raffiguranti personaggi della famiglia Giulini (quali lo storiografo Giorgio Giulini) e della famiglia Casati.

Un altro articolo del Corriere racconta:

L’affidamento della marchesina
• Emilia Izzo, sorella di Letizia, prima moglie del marchese, e zia di Annamaria, ha presentato al pretore un’istanza in cui chiede di avere la tutela della nipote diciannovenne (la maggiore età si raggiunge a 21 anni). La donna, che ha 45 anni e vive a Roma con il marito, sostiene di essere l’unica parente abile della ragazza, poiché la nonna, madre del marchese Camillo, ha novant’anni e non sarebbe pertanto in grado di assumersi la responsabilità. Il pretore l’ha quindi invitata ad accompagnare la richiesta con una documentazione che dimostri la sua idoneità ad assumere la tutela della nipote. La ragazza però non ha mai nascosto la sua scarsa simpatia per la zia materna, con la quale non ha praticamente rapporti, e rifiuta di esserle affidata. [Livio Zanotti, Sta. 4/9/1970]

• Gli amici e il legale di Annamaria Casati (Cesare Previti) premono perché la giovane ereditiera sia affidata al senatore Giorgio Bergamasco, un uomo anziano, di riconosciuta dignità, indicato per il suo disinteresse personale nella vicenda. [Livio Zanotti, Sta. 4/9/1970]
Lunedì 7 settembre 1970
Annamaria Casati vuole essere affidata a Bergamasco
• Annamaria Casati accompagnata dal senatore Bergamasco e dall’avvocato Cesare Previti va al tribunale di Roma. Al giudice la giovane precisa di non voler essere affidata alla zia materna ma al senatore Bergamasco. Il tribunale di Roma demanda per competenza a quello di Milano.
Venerdì 11 settembre 1970
La versione di Annamaria
• Annamaria Casati rilascia un breve intervista a Livio Zanotti della Stampa. È a Palo ancora ospite dai Lancellotti, fuma quaranta sigarette al giorno e si imbottisce di pillole per dormire: «Delle orge non sapevo niente. Anna era più di una madre per me. Non crederò mai a quel che dicono...».
Domenica 13 settembre 1970
Emilia Izzo non ci sta: «Annamaria è mia»
•Emilia Izzo c’è rimasta molto male. «Nessuno vuole ricordarsi», ha detto, «che io sono l’unica parente della ragazza». Anche il legale di Emilia (l’avvocato Cesare Ragosta) ha espresso un giudizio critico sulla posizione assunta dal magistrato: «Il giudice milanese ha deciso senza esperire alcuna indagine». L’avvocato della cognata del marchese ha anche annunciato che presenterà ricorso al tribunale dei minorenni di Milano contro la decisione del giudice tutelare. [Mess. 13-14/9/1970]

• La marchesina, subito dopo la morte del padre, aveva chiesto a Ninì Fiumanò di fargli da tutore visti gli ottimi rapporti che aveva con Camillino ma questo si è trovato costretto a rifiutare per via del conflitto di interessi tra le due famiglie e perché lo scandalo che si è venuto a creare potrebbe nuocere alla sua carriera in polizia. Tuttavia gli consiglia di affidarsi al legale Cesare Previti, che diventa il suo pro-tutore. [Fiumanò 2010]
Lunedì 14 settembre 1970
Camillo Casati e le imposte comunali
• Si è da poco saputo che il comune di Roma riscuoteva dal contribuente Camillo Casati appena centomiladuecentonovantotto lire l’anno. È stata aperta un’indagine. [Livio Zanotti, Sta. 14/9/1970]
Martedì 15 settembre 1970
Bergamasco sarà il tutore di Annamaria Casati
• Il pretore di Milano Antonio De Falco stabilisce che il senatore Bergamasco sarò il tutore legale di Annamaria Casati Stampa di Soncino e che si occuperà «della sua educazione e dell’amministrazione del suo ingente patrimonio». [Ruggeri 1995]
Mercoledì 16 settembre 1970
Inventario di via Puccini
• L’avvocato Cesare Previti accompagnato dalla marchesina Casati si precipita al palazzo di Giustizia di Roma per ottenere l’autorizzazione dal magistrato «a prendere possesso dell’attico di via Puccini 9, compreso il saloncino in cui è avvenuta la tragedia per procedere all’inventario dei beni». [Ruggeri 1995]
Lunedì 21 settembre 1970
Camillo Casati e il ministro delle Finanze Preti
• Il ministro delle Finanze Preti definisce «palesemente risibili» le denunce dei redditi presentate dal marchese Casati: «Il competente ufficio del ministero delle Finanze ha compiuto il suo dovere» tassando per somme cospicue il contribuente. Il marchese Casati aveva denunziato tra il 1966 e il 1969 redditi netti annui che variavano da 4.483.000 a 8.471.000. «Le denunzie furono ritenute assolutamente non veritiere dagli uffici fiscali – spiega il ministro – i quali gli accertarono un reddito di 70 milioni per ognuna delle tre denunzie e di 100 milioni per l’ultima». La notizia di un patrimonio di 400 miliardi è secondo Preti «piuttosto fantastica». Quattro giorni prima, il senatore Bergamasco, dopo aver definito eccessive le stime che circolavano, aveva detto che, secondo lui, l’entità del patrimonio ereditato dall’unica figlia del marchese poteva aggirarsi sugli otto miliardi.

• Il ministro delle Finanze ha poi spiegato che non ha alcuna responsabilità in merito alle imposte che il Casati pagava al comune di Roma: «Tutti dovrebbero sapere che il ministero delle Finanze non ha alcun potere di sorveglianza e di controllo sui Comuni, e che l’imposta di famiglia è di esclusiva competenza dell’autorità municipale. Eventuali colpe del Comune non possono addebitarsi allo Stato». A questo proposito, è in corso al Comune di Roma un’inchiesta per appurare come mai l’imponibile del Casati fosse stato valutato soltanto 4 milioni l’anno.
L’inventario del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino
• Dall’inventario dei beni del marchese Casati: l’appartamento di Milano in via Soncino (tre piani, trecento stanze) vale 216 milioni di lire; le proprietà di Cinisello, 53 milioni; Arcore, 103 milioni; Usmate-Velate, 174 milioni; Muggiò, 70 milioni; Nova Milanese, 2 milioni 360 mila, Trezzano sul Naviglio, 293 milioni; Gaggiano 965 mila; Baseggio 334 mila; Cusago, 368 milioni; Roma (via Puccini e altri due immobili), 333 milioni; crediti azionari per un totale di 435 milioni (quotazione dell’epoca) tutto a fronte di 538 milioni di debiti. [Ruggeri 1995]
Giovedì 24 settembre 1970
Fallarino parla delle figlie
• Ernesto Fallarino, 80 anni, padre della marchesa Anna, in un’intervista al Messaggero ha rivelato molti particolari inediti sui personaggi principali (e di contorno) della strage di via Puccini insistendo particolarmente sull’antagonismo fra le sue figlie, Velia e Anna. Questi giudizi scatenano il risentimento della marchesina Annamaria.
Lettere anonime a Emilia Izzo
• L’affare Casati fa un passo avanti, e siamo già alle lettere anonime. Una infatti l’ha ricevuta ieri sera la signora Emilia Izzo. Due pagine fitte fitte, battute a macchina. (...) La lettera avverte la signora Izzo che la tutela della nipote «non l’avrà mai e poi mai». [Mess. 25/9/1970]
Venerdì 25 settembre 1970
Annamaria Casati sospende l’assegno a Ernesto Fallarino
• Annamaria Casati Stampa telefona a Ernesto Fallarino risentita dalla sua intervista: «Lei non doveva parlare. Ora che l’ha fatto per prima cosa le sospendo l’assegno mensile che mio padre aveva autorizzato in suo favore, poi al resto penserò come meglio credo. (...) Dei Casati non mi importa niente, è di sua figlia Velia che lei non si deve assolutamente permettere di dire una sola parola». [Mess. 6/10/1070]
Lunedì 5 ottobre 1970
Il prezzo del dolore di Ernesto Fallarino
• Ernesto Fallarino, dopo la sfuriata della marchesina, ha impugnato il testamento del marchese sostenendo che l’appartamento di via Puccini apparteneva alla figlia Anna e ora ne rivendica proprietà e usufrutto, secondo la quota che gli spetta. «Il contrattacco del cavaliere Ernesto Fallarino sta nella mezza cartella presentata dal suo legale Di Gravio (noto per aver fatto di Rachele Mussolini la vedova più pensionata d’Italia) alla magistratura, che riguarda la richiesta del “prezzo del dolore”. Quanto costerà, agli amministratori del patrimonio Casati, questo “dolore”?» (Il Messaggero). [Mess. 6/10/1070]
anno 1971
La marchesina Casati alle Seychelles
• Annamaria Casati Stampa si trasferisce alle Seychelles dove acquista e gestisce un albergo. [Ruggeri 1995]
Martedì 6 giugno 1972
Annamaria Casati si sposa in gran segreto
• La marchesina Casati, 21 anni, s’è sposata in una chiesa di piazza Ungheria a Roma in gran segreto con Pierdonato Donà delle Rose Rangoni Machiavelli, un nobiluomo veneziano di 29 anni. Le nozze sono state celebrate alla mezzanotte. Lei è arrivata alla chiesa di San Bellarmino da sola, con abito bianco e bouquet di mughetti e orchidee in mano. Lo sposo è sbucato da una via laterale quasi contemporaneamente. I parenti aspettavano già, giunti un po’ alla volta. La cerimonia è durata qualche minuto, poi il gruppetto si è sciolto. A bordo di una fuoriserie parcheggiata in piazza Ungheria i due giovani si sono allontanati. Faranno, come vuole la tradizione, il viaggio di nozze: la meta è il Kenia. [A.R, Sta.Se 6/6/1972]
Mercoledì 27 settembre 1972
Pieni poteri a Bergamasco
• Annamaria sottoscrive nello studio del notaio Zanuso un mandato generale che riaffida tutti i poteri al senatore Bergamasco (ormai è diventata maggiorenne). Nell’atto è scritto che la rappresenterà «in tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione relativa a tutti i beni immobili e mobili da essa posseduti o da possedere in Italia». [Ruggeri 1995]
anno 1973
La marchesina Casati si trasferisce in Brasile
• La marchesina Annamaria lascia l’Italia e si trasferisce col marito a Brasilia (Brasile). Dell’Italia non ne vuole sapere più niente, ha lasciato tutto in mano a Bergamasco e Previti. [Ruggeri 1995]
La marchesina vuole vendere Arcore
• Pressata dalle tasse Annamaria Casati incarica Previti di vendere la tenuta di Arcore con espressa esclusione dei terreni, degli arredi e della pinacoteca. [Ruggeri 1995]
marzo 1974
Berlusconi vuole Arcore per 500 milioni
• Previti trova come acquirente per la tenuta di Arcore Silvio Berlusconi, l’imprenditore edile («Prima provai con dei brianzoli, degli speculatori che prima o poi l’avrebbero lottizzata. In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di Silvio, così dissi: “Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere, mi comperi la villa San Martino dei Casati Stampa, ad Arcore”. Andammo a vederla e alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per qualche giorno e la provo. La provo e non se n’è più andato»). L’avvocato Previti e la Edilnord concordano un prezzo di 500 milioni di lire (terreni, arredi e pinacoteca inclusi). [Ruggeri 1995]
L’altra offerta per Arcore
• Esiste un’altra offerta, quella del signor Giuseppe Signorelli, intervistato dal giornalista Giuseppe Ruggeri: «Avrebbe messo sul tavolo 600 milioni con termini di pagamento particolarmente brevi». Ma viene ignorata.
La marchesina accetta pur di pagare le tasse
• La marchesina accetta la proposta di Previti perché pressata dal Bergamasco che ha bisogno di liquidità per far fronte alle tasse.[Ruggeri 1995]
Lunedì 8 aprile 1974
La convenzione di compravendita di Arcore
• Viene predisposto un ennesimo contratto a tempo, una “Convenzione di compravendita”, in cui Annamaria Casati offre in vendita all’Edilnord «le proprietà di Arcore al prezzo di lire 500 milioni». [Ruggeri 1995]
Berlusconi entra ad Arcore
• Berlusconi si stabilisce nella villa e non paga subito i 500 milioni bensì suddivide l’importo in rate che coincidono con le scadenze fiscali dalla Casati verso l’Erario. [Ruggeri 1995]
Berlusconi ha problemi con la burocrazia
• Berlusconi non si intesta la villa. Previti comunica alla sua assistita che l’acquirente è in attesa di imprecisate pratiche burocratiche edilizie pertanto al momento non è opportuno stipulare l’atto notarile. Per tutelarsi Berlusconi e Previti si fanno nominare dalla Casati «amministratori della tenuta e dei beni di Arcore». [Ruggeri 1995]
agosto 1974
Ad Arcore anche Mangano e Dell’Utri
• Ad Arcore oltre a Berlusconi sono andati a vivere anche Marcello dell’Utri e Vittorio Mangano (boss di Cosa Nostra). [Ruggeri 1995]
anno 1977
Primi attriti tra Previti e la Casati
• Previti vola a Brasilia con pressanti richieste per la Casati inerenti i suoi beni. La Casati alterata lo rimanda in Italia e impone un ultimatum per il rogito di Arcore. L’ereditiera non sa che il suo legale siede nel collegio sindacale della Immobiliare Idra (società satellite dell’impero di Berlusconi appena creata). [Ruggeri 1995]
Venerdì 23 marzo 1979
Intanto la marchesa deve pagare 160 milioni ai familiari di Minorenti
• La marchesa Annamaria Casati Stampa deve risarcire la famiglia di Massimo Minorenti, lo studente freddato da suo padre Camillo con 160 milioni di lire. Lo ha voluto la sentenza della terza sezione civile della Corte d’appello di Roma. [Sta 24/3/1079]
Lunedì 30 luglio 1979
Berlusconi si insedia ad Arcore
• Giudo Roveda, notaio di fiducia di Berlusconi, registra l’atto di deposito di una scrittura privata «recante scambio di immobili e azioni tra Annamaria Casati Stampa di Soncino e la Immobiliare Coriasco spa». Questo atto sancisce il pagamento della tenuta con ottocento azioni della Cantieri Riuniti Milanesi, una delle tante società satellite dell’impero berlusconiano, che valgono, secondo gli estensori del contratto preliminare, curato ancora una volta dall’avvocato Previti per conto dell’ereditiera, la bellezza di un miliardo e settecento milioni. [Ruggeri 1995]

• Berlusconi va a vivere ad Arcore e Previti suggerisce alla sua assistita di posticipare il rogito catastale. [Ruggeri 1995]

Nessuno vuole le azioni della Cantieri Riuniti
• Bergamasco, su ordine della marchesina, tenta di convertire le azioni della Cantieri Riuniti. Nessuno vuole comprarle al valore che è stato fissato nella scrittura “Permuta”. [Ruggeri 1995]
anno 1980
Berlusconi si ricompra le sue azioni al 50 per cento
• Nella primavera del 1980 il Bergamasco si rivolge alla stessa Cantieri Riuniti Milanesi Spa che si offre di comprarle a condizione di uno sconto del 50 per cento (850 milioni). [Ruggeri 1995]
Ecco quanto valgono i terreni ad Arcore
• Nello stesso periodo la Casati riesce a vendere alcuni appezzamenti di terreno sfuggiti alla permuta ad un valore di 6 miliardi. [Ruggeri 1995]
Giovedì 2 ottobre 1980
Il rogito per la compravendita della villa di Arcore
• Dopo sei anni dall’acquisto viene fatto il rogito per la compravendita della villa di Arcore. È l’Immobiliare Idra (società satellite di Berlusconi) a intestarsela. In tutto questo tempo a pagare le tasse è stata la marchesina Annamaria Casati Stampa di Soncino. L’atto di compravendita è repertato come n. 36110 ed è stipulato dal notaio Guido Roveda. Nello stesso momento Roveda autentica un secondo atto che riguarda tutti i terreni appartenenti alla marchesa non inclusi nella prima permuta. Questi vengono ceduti all’Immobiliare Briantea (società del gruppo Fininvest) per 250 milioni in azioni della Infrastrutture Immobiliari (sempre di Berlusconi). [Ruggeri 1995]

• Venuta a conoscenza del rogito la Casati revoca i suoi fiduciari e si affida, dal Brasile, all’avvocato Ferdinando Carabba per chiudere tutta la faccenda. [Ruggeri 1995]
anno 2011
La tenuta vale quasi 52 milioni di euro
• Qualche anno dopo la Cantieri riuniti richiede una fidejussione alla Cariplo e come garanzia dà la tenuta di Arcore. La banca gli accorda 7 miliardi e 300 milioni. Attualmente il valore della tenuta sfiora i 52 milioni di euro. [Ruggeri 1995] _Corriere della Sera

Un altro articolo che ho trovato sul web:

Tutti gli articoli della sezione Di Claudia Fusani 21 settembre 2009 - Unità . - A Quella che segue è la storia di un "delitto" perfetto. Così perfetto che alla fine si fatica ad individuare vittima e delitto. La procura di Milano se n’è occupata per un certo periodo, ma la faccenda non ha mai assunto lo spessore di un fascicolo giudiziario. Certo, una storia da raccontare.

I protagonisti. La faccenda ruota intorno a Villa San Martino ad Arcore, ex convento rinascimentale, per secoli appartenuta alla famiglia Casati Stampa Soncino, 145 stanze con relativi arredi, collezioni pregiate di quadri e libri, ettari di parco con rarità di flora e caprioli al pascolo. Ne è proprietaria una ragazzina di 19 anni, Annamaria Casati Stampa, rimasta orfana all’improvviso il 30 agosto 1970 quando il padre, il marchese Camillo, uccide la moglie Anna Fallarino sorpresa con l’amante. Un ruolo, nella vicenda della villa, ce l’ha da subito un giovane avvocato di nome Cesare Previti, figlio di quell’Umberto che negli stessi anni già compare nei busillis societario di Silvio Berlusconi. E c’è lui, Berlusconi, che nel 1970 sta costruendo Milano 2. Nel tentativo di smettere i panni del palazzinaro per indossare quelli di Sua Residenza, è in cerca di una dimora adeguata per rappresentare se stesso nell’elite dell’imprenditoria.

I fatti Passata la curiosità per l’omicidio-suicidio del marchese e della moglie, restano la ragazza e il suo patrimonio. Anzi, a dire la verità, qualcuno prova a mettere in dubbio la legittimità dell’erede. La famiglia Fallarino, infatti, chiede di verificare tramite autopsia chi è morto per primo: nel caso fosse il marchese Camillo, i legittimi eredi sono i Fallarino. Cesare Previti, 36 anni, origini calabresi ma da tempo residente a Roma, assiste legalmente la famiglia Fallarino, ma il dubbio viene in fretta archiviato.
Annamaria resta unica erede, ha 19 anni ed è minorenne. Viene affidata ad un avvocato amico di famiglia, Giorgio Bergamasco, che siede in Senato tra i liberali. E chi spunta fuori tra gli assistenti di Bergamasco? Di nuovo il giovane Previti, che riesce nella non facile impresa di passare in un batter di ciglio da “nemico” (aveva assistito i Fallarino per togliere l’eredità ad Annamaria) ad “amico”.
La ragazza si ritrova così un’eredità pari a due miliardi e 403 milioni di lire tra beni mobili e immobili e gioielli, che diventano un miliardo e 965 milioni al netto di debiti e tasse. Decide di lasciare l’Italia e lo scandalo, va a vivere in Brasile e il 27 settembre 1972 affida i suoi beni - senza limitazioni di mandato - a Bergamasco, il suo ex tutore, nel frattempo diventato ministro del governo Andreotti. Il vice tutore Previti resta tra i legali. E a lui Annamaria nell’autunno del 1973 dà l’incarico di vendere Villa San Martino «con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere».

Pochi mesi e l’acquirente si materializza nei panni di Silvio Berlusconi. Mediatore è Previti. Il prezzo pattuito 500 milioni, tutto compreso, anche quello che l’erede aveva esplicitamente escluso dalla vendita, terreni e annessi, pinacoteca e biblioteca. In Inchiesta sul signor Tv (Guarino e Ruggeri, Kaos editore), il libro che più di tutti ha indagato sulla vendita della villa e i cui autori nel 2000 hanno vinto la causa per diffamazione avviata nel 1994 da Previti, si dice chiaramente che 500 milioni sono nulla per una villa settecentesca di 3500 metri quadrati. Nel libro si parla di «raggiro». In più momenti. Il primo: Berlusconi dilaziona il pagamento fino al 1980 (atto di cessione il 2 ottobre) ma Annamaria Casati continua a pagare le tasse. Il secondo: il 4 maggio 1977 nasce l’Immobiliare Idra, spa della già affollata galassia berlusconiana, che ancora oggi gestisce almeno dodici dimore del premier tra cui Arcore, Villa Certosa e Macherio. Bene; nel cda di Idra siedono da subito Umberto e Cesare Previti. Idra otterrà dalle banche due superfinanziamenti sulla villa di Arcore appena pagata mezzo miliardo a rate: oltre 7 miliardi subito rigirati alla Cantieri Riuniti, società di Berlusconi, più altri 680 milioni.
Un delitto perfetto, appunto. Sempre che delitto vi sia stato. Arcore poi è diventata quello che tutti sappiamo: il rifugio del Presidente, la cabina di regìa degli alleati di governo, dimora vincolata dal segreto di Stato, custode di un mausoleo e di più grandi segreti. Si dice, anche, della longevità.

La contessa Rangoni Machiavelli: «Così Berlusconi ha truffato mia cognata»
Di Claudia Fusani 13 agosto 2010 - unità

È stata una doppia rapina. Consumata alle spalle di una ragazzina minorenne, choccata dalla morte del padre, fuggita dall'Italia per sfuggire alla curiosità di giornalisti e paparazzi e raggirata da quel professionista che si chiama Cesare Previti al servizio di Silvio Berlusconi». Beatrice Rangoni Machiavelli è una nobile signora di ferme tradizioni liberali, illustre casato, impegnata nel sociale, ex deputato del parlamento europeo. E' anche la cognata di Anna Maria Casati Stampa di Soncino, la ragazza che nel 1970 resta orfana all'improvviso e tragicamente ed eredita tutto il patrimonio del casato tra cui villa San Martino ad Arcore. La stessa villa in cui dieci anni dopo si trasferisce Il Cavaliere già Re del mattone e in procinto di diventare anche Signor Tv.

Cosa intende per "doppia rapina"?
«Dal 1974 vado denunciando il furto perpetrato ai danni di mia cognata Annamaria Casati Stampa di Soncino, per le modalità dell’acquisto della Villa di Arcore e dei terreni, centinaia di ettari, su cui è stata fatta la speculazione di Milano 2».

Non ci sono sentenze che lo dimostrano.
«Siamo arrivati tardi, quando ci siamo accorti del raggiro erano già passati dieci anni ed era scattata la prescrizione. Ma quelle due acquisizioni restano comunque due rapine».

Chi è Annamaria? E dove vive oggi?
«È una signora di 59 anni, vive all'estero con la sua meravigliosa famiglia e ogni volta che si parla di questa storia per lei sono solo dolori e incubi. La famiglia, i marchesi Casati Stampa di Soncino, sono uno dei più illustri casati milanesi proprietari in Brianza e a Milano di terreni e palazzi».

Cosa succede il 30 agosto 1970?
«Annamaria arriva a Fiumicino da un viaggio con alcuni amici. Chiama il padre, il marchese Camillo che dopo la morte della mamma di Annamaria si era sposato con Anna Fallarino, per farsi venire a prendere. Camillo la rassicura ma le dice restare ancora qualche giorno con gli amici. Il marchese in realtà, depresso e in pessimi rapporti con la signora Fallarino, aveva già pianificato di suicidarsi. Solo che nelle stesse ore in quella casa arrivano la moglie e il suo amante Massimo Minorenti, lo ricattano, gli chiedono un miliardo di lire per ritirare alcune foto compromettenti già consegnate ai giornali. Lui perde la testa, ammazza e si ammazza. Fu Annamaria a dover riconoscere i corpi sfigurati del padre e della matrigna. Del caso parlò tutta Italia, per mesi. Potete immaginare lo choc di quella ragazza»

Come entra in scena Cesare Previti?
«Il padre Umberto è un noto fiscalista calabrese che nei primi anni settanta sta architettando la complessa struttura societaria della Fininvest. Cesare è un giovane avvocato che ha una relazione con la sorella di Anna Fallarino. La prima cosa che fa è cercare di dimostrare che la famiglia Fallarino è l’unica erede del patrimonio Casati Stampa perchè la donna è morta dopo il marito. L’autopsia gli dà torto: la giovane e minorenne Annamaria è l’unica erede. Il padre, Camillo, è morto due minuti e trenta secondi dopo».

Poi però il giovane Previti diventa tutore della ragazza e amministratore del suo patrimonio.
«Eh, già, si vede che questo era il piano B... Annamaria, minorenne, è affidata a un avvocato amico di famiglia Giorgio Bergamasco il quale però diventa senatore e poi ministro in uno dei governi Andreotti. In un modo o nell’altro rispunta fuori Previti che piano piano diventa l’unico responsabile del patrimonio di Annamaria. La quale si ritrova titolare di beni mobili e immobili per circa tre miliardi di lire ma anche un sacco di debiti per via della tasse di successione con rate da 400 milioni».

E Annamaria decide di vendere...
«Non è così. Qui comincia il raggiro. La ragazza non ha soldi, non ha potere di firma e ogni decisione è delegata a Bergamasco-Previti. Fatto sta che un giorno, siamo nel 1973, Previti dice ad Annamaria: “Ma come sei fortunata, c’è un certo Berlusconi che vuole comprare, 500 milioni...”. Annamaria replica che è un po’ poco, e Previti la rassicura: “Mavalà, in fondo gli diamo solo la villa nuda, la cappella e un po’ di giardino intorno...”. Previti lascia intendere che arredi, pinacoteche, biblioteche, il parco, tutto sarebbe rimasto a lei mentre invece stava vendendo tutto».

Nessuno si accorge di nulla?
«Il fatto è che Annamaria, esausta, nel 1973, appena maggiorenne si sposa quasi di nascosto, una notte, e va a vivere in una fazenda in Brasile, con la sua famiglia, felice e lontana dalla sua prima vita di cui vuol sapere poco o nulla. Il curatore ha campo libero. Io me ne accorgo solo nel 1980, dopo che è stata completata la vendita di villa San Martino. Avverto Previti che avrei raccontato tutto a Anna Maria. Lui mi risponde, ancora lo ricordo, che mai sarei riuscita a portare un pezzo di carta ad Annamaria in Brasile con delle prove. Invece ce l’ ho fatta: avevo nascosto il dossier con la documentazione in un biliardino. Ricordo anche che a Fiumicino ci perquisirono con molta accuratezza. Per andare in Brasile, strano no...».

Che succede poi?
«Annamaria ritira deleghe e procure e le affida a me. Lì comincia la mia battaglia. Abbiamo provato negli anni a riprendere almeno qualche quadro, un Annigoni, ad esempio. Mio fratello andò di persona ad Arcore, fu la volta che si trovò davanti Mangano con tanto di fucile. Berlusconi ci chiese quanto volevamo per venderlo a lui. Ma noi non volevamo venderlo. Non ce l’ha mai reso. Così come le 14 stazioni della via Crucis di Bernardino Luini, nella cappella di famiglia».

All’inizio parlava di due truffe...
«Così come si sono presi il parco e la villa, si sono presi anche tutti i terreni dove poi è sorta Milano 2, terreni agricoli della famiglia Casati Stampa».

In che modo?
«Avevano frazionato i terreni in tante srl e poi li hanno resi edificabili. Quando ce ne siamo accorti, abbiamo scoperto che ogni srl era intestata a vecchini con l’Alzheimer pensionati all’ospizio della Baggina. “Lei non mi può denunciare, io conosco tutti» ci disse Berlusconi. E aggiunse: “E poi domani scioglierò tutte le srl». Ci riuscì, tranne che per poche pezzature di terreni di cui ci fece avere in tre giorni i soldi. Oltre al danno anche la beffa: la speculatrice, la palazzinara, quella che aveva trasformato i terreni da agricoli in edificabili, risultava essere Annamaria Casati Stampa. Il colmo, no? ».

Annamaria?
«Non ne vuole sapere più nulla e nessuno ha mai pensato che potesse essere risarcita. Io però continuo da allora la mia battaglia a tutti i livelli perchè credo sia giusto che si conosca la qualità delle persone che ci governano. Sotto il profilo penale, purtroppo, non è mai stato possibile fare nulla».

Qualche volta ne parlate tra di voi?
«Mia cognata ha un’altra vita, vive lontana, non è affatto legata ai soldi. In quei pochi giorni in cui Previti è stato in carcere mi disse solo: “Chissà, Magari stavolta potrò riavere il mio quadro...”».



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I PAESI DELLA BRIANZA : ARCORE

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Arcore è un comune italiano della provincia di Monza e della Brianza in Lombardia.

Si trova nella pianura padana a nord-est di Milano, da cui dista 20 km circa, in prossimità delle due più importanti città della provincia brianzola, Monza e Vimercate.

La testimonianza archeologica più antica rinvenuta ad Arcore è rappresentata da una lastra marmorea dedicata a tale Giulia Drusilla, databile al I secolo d.C., mentre i primi accenni documentati che nominano la comunità arcorese si rifanno a pochi documenti risalenti al IX secolo.

Il paese è inoltre noto in quanto all'interno del suo territorio si trovano l'ex Villa Giulini-Casati-Stampa, ora Villa San Martino, e la Villa Borromeo d'Adda.

Sull'origine di Arcore non esiste documentazione certa: dall'etimologia si può dedurre un'origine romana. L'etimologia del nome Arcore è infatti controversa: alcuni lo ricollegano al semidio Ercole, per il cui culto forse sorgeva un tempio in suo onore, altri lo associano ad un arco eretto dai romani.

Ciò potrebbe far supporre, pur con i dovuti accorgimenti, una possibile nascita del borgo di Arcore fin dall'epoca romana. Ad avallare questa ipotesi concorrono diversi elementi: com'è infatti noto, all'epoca della conquista romana, il territorio rurale veniva suddiviso in centurie, secondo le linee incrociate del cardo e del decumano. Questa centuriazione serviva per fare le assegnazioni di terre ai cittadini delle colonie di nuova fondazione; tracce di tale suddivisione sono ancora visibili sui rilevamenti cartografici della fine dell'Ottocento, mettendo in evidenza resti di centuriazione localizzati intorno a quella che oggi è la Cascina del Bruno.

È inoltre recentemente emerso che il territorio dell'attuale comune era attraversato, in epoca romana, dalla strada che univa Mediolanum a Leucum, passando per Modicia. Nell'area dove si è successivamente evoluto il paese di Arcore erano poste due pietre miliari: la prima, che contrassegnava una stazione di posta, si trovava all'altezza dell'attuale Cascina Sentierone, mentre la seconda presumibilmente nel luogo dove poi sorse il convento benedettino di Sant'Apollinare.

A questa documentazione si collega l'epigrafe riportata su una lastra marmorea romana, conservata al museo archeologico di Milano, unica testimonianza archeologica ritrovata ad Arcore, ora conservata presso il Museo archeologico di Milano.

I documenti più antichi finora ritrovati risalgono al IX secolo e sono relativi a donazioni alle chiese locali da parte di abitanti di "vico Arcole" o "loco Arculi". Arcore, nel medioevo, appartiene alla pieve di Vimercate ed è segnalata la presenza di due monasteri: il monastero benedettino di San Martino e la casa delle Umiliate a Sant'Apollinare.

Nel trecentesco Liber Sanctorum di Goffredo da Bussero è citata la chiesa di Sant'Eustorgio che diverrà la Parrocchia della comunità ai tempi di San Carlo Borromeo. Dal XVI secolo diverse famiglie nobiliari lombarde (Casati, Durini, Giulini, Vismara, D'Adda, Barbò) spostano la propria residenza lungo tutta la Valle del Lambro e la Bassa Brianza e vi edificano importanti ville di delizia, tra cui ad Arcore la Villa Borromeo d'Adda, la Villa "La Cazzola" e la Villa San Martino (già Giulini Della Porta, Casati, Stampa di Soncino), favoriti dalla buona collocazione geografica e dalle agevoli comunicazioni. La costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale risale al 1759.

A metà del Settecento Arcore conta 580 abitanti divisi tra il paese e le due frazioni riconosciute (Cascina del Bruno e Bernate, che subirà nei successivi due secoli un continuo passamano con il comune di Usmate Velate).

Alcune prove consentono di presupporre che il paese, un tempo, ebbe un proprio castello. Il primo documento che ne cita l’esistenza, la donazione di Ariprando e Gisla (oggi presente nell'Archivio Storico di Concorezzo), risalente al 1100, cita il lascito, da parte del nobile milanese Ariprando e della moglie Gisla di due abitazioni, la prima delle quali situata nei pressi del già citato castello.

« … casa una cum area infra castrum de loco Arcori… casa una cum area et curte… infra villam de suprascripto loco Arcori »
(notaio Ugo, Lascito di Ariprando e Gisla)
Un altro documento, risalente al XIII secolo, conservato nell'Archivio di Stato di Milano, conferma la presenza di un castrum in vico Arcole, documento citato nel XIX secolo dallo storico e paleografo Giovanni Maria Dozio in Notizie di Vimercate e la sua Pieve, nel quale egli afferma che

« … Arcore fu terra di qualche significanza nel medioevo ed ebbe un castello, in luogo che tuttora ne conserva il nome, posseduto nel secolo dodicesimo dai valvassori di Arcore… »
(Giovanni Dozio, Notizie di Vimercate e la sua Pieve)
Nonostante ad oggi non sia rimasta alcuna traccia di questo castello, si può riscontrare, nelle mappe teresiane del 1722, l’indicazione dell’attuale via Monte Grappa come strada del Castello nonché, nella tradizione arcorese, l’abitudine di definire quella parte della città compresa tra via Abate d’Adda e via San Gregorio proprio zona del Castello.

In seguito all’annessione delle provincie lombarde, all’epoca austriache, al regno di Savoia (e con la definitiva unificazione d’Italia), Arcore venne dotata di una nuova amministrazione, con un sindaco, una giunta e un consiglio comunale. Nel 1869 alla cittadina, ancora di poche migliaia di abitanti, venne aggregata la frazione di Cassina Palazzina, staccatasi dal comune di Lesmo.

Da questo momento, Arcore ebbe una graduale crescita industriale coadiuvata dalla creazione stazione ferroviaria nel 1873 e della tranvia nel 1879, con l’insediamento di varie industrie, tra cui la famosa Gilera. All’incremento industriale si accompagnò un robusto boom demografico che in poco meno di 100 anni portarono a quintuplicare il numero dei residenti arcoresi, cui si aggiunse la definitiva annessione della frazione di Bernate nel 1963.

Lo sviluppo industriale arcorese nasce, molto probabilmente, in concomitanza con la costruzione, negli anni settanta del XIX secolo, della stazione ferroviaria sulla linea Lecco-Milano. Già a fine secolo sorgono le prime attività nel ramo meccanico (Morandi), saponifico, tessile (Monti e Martini) e di carpenteria (Zerboni).

Nel 1909 nasce l'azienda motociclistica Gilera, marchio che in pochi anni diverrà uno dei più noti in Europa e nel mondo, e, negli stessi anni, accanto allo stabilimento Zerboni (che poi diverrà Falck) prende piede la ditta Carlo Bestetti, un aeroporto per aerei da guerra e piccoli aerei commerciali, distrutto dai partigiani nel 1945.

Infine, nell'immediato dopoguerra, Giuseppe Perego, da responsabile carpentiere Falck fonda, nel 1949 la Peg Perego, oggi produttrice ed esportatrice a livello internazionale di passeggini ed accessori d'infanzia.

Ad Arcore è inoltre presente anche un impianto della Tenaris Dalmine, la sede italiana della Borg Warner Morse Tec ed in forte sviluppo è l'impresa del settore terziario.

L'origine dello stemma del Comune di Arcore si ispira senza dubbio a tre diverse finalità: evidenziare nell'emblema parte della sua storia, presentare una figura che richiami il suo nome, ricordare un'antica famiglia lombarda legata alla sua storia. Per evidenziare la finalità storica, nella sezione più elevata dello stemma è stata inserita la figura della mitra, a ricordo di tre monasteri esistenti anticamente sul suo territorio. Per ricordare il nome del Comune, nella sezione centrale è stata inserita la figura dell'arco romano. Infine, nella sezione inferiore è stato inserito il fasciato contrinnestato di nero e d'argento, che costituisce l'elemento caratterizzante dello stemma della famiglia d'Adda.
Si osserva, peraltro, che attualmente il Comune di Arcore fa uso di uno stemma lievemente diverso da quello concessogli nel 1955. La differenza si riscontra nella terza sezione dell'emblema araldico: il fasciato contrinnestato di nero e d'argento è stato trasformato ora in un campo d'argento carico di una fascia contrinnestata di nero.

La Cappella della peste è una piccola cappella aperta, situata all'interno del parco della villa Borromeo, edificata nel XVII secolo dopo la morìa di peste di San Carlo e quella del 1630 che colpì in particolar modo Milano ed il suo circondario.

La cappella, a cielo aperto e di ridotte dimensioni, è costruita attorno ad una croce di pietra, posta in quel luogo a commemorazione delle numerose vittime causate dalla peste, e si affaccia su di un piccolo sentiero secondario, isolata dai normali itinerari.

Esternamente, una copertura emiciclica di rame è posta a protezione della volta esterna; internamente, la facciata è invece molto semplicemente intonacata di bianco, mentre la conca absidale è di un azzurro tenue. Tra di esse, su un bordo aggettante anch'esso bianco, è dipinta, a lettere maiuscole nere, questa frase:
« Cappella della peste 1576 1630 »
La Cappella Vela è stata costruita tra il 1850 ed il 1853 per volere di Giovanni D'Adda all'interno del complesso di Villa Borromeo, venne commissionata all'architetto Giuseppe Balzaretto (già chiamato alla creazione dell'attiguo parco) ed agli scultori ticinesi Lorenzo e Vincenzo Vela per contenere le spoglie di Maria Isimbardi (Milano, 1827 - Muggiò, 1849), sua moglie.

Il piccolo edificio, a pianta ottagonale, presenta un pavimento marmoreo a motivi geometrici complessi, da cui si innalzano le otto piccole absidi. La raffinatezza della cappella è impreziosita da alcune statue, anch'esse commissionate dal conte Giovanni, in marmo bianco sulle quali spicca, con estrema malinconia, quella della giovane Maria Isimbardi sul suo letto di morte.

Restaurata con l'acquisizione della Villa da parte del comune negli anni settanta del XX secolo, è mensilmente visitabile.

Dedicata a Sant’Eustorgio da Milano, è la più importante e tra le più antiche della città, risalente al XIII secolo  ma ingrandita e ammodernata in più fasi nel corso dei secoli successivi.

L’ultimo importante restauro venne avviato, con il benestare delle potenti famiglie locali (Durini e D'Adda in primis) nel 1759 e si concluse definitivamente soltanto nel 1891 con la sua consacrazione da parte del cardinale Agostino Gaetano Riboldi (sebbene i lavori esterni fossero già stati completati nel 1805).

Esternamente, la chiesa si presenta con una classica pianta a croce latina con i due bracci secondari adibiti a piccole cappelle. Il campanile è situato a sinistra dell’abside, defilato, mentre la facciata, grandiosa, a doppio ordine e preceduta da un pronao a tre luci (non molto dissimile da quella della vicina Lesmo) è invece la sezione più recente, edificata in epoca fascista tra il 1925 ed il 1926.

La Chiesa-Monastero alto medievale è situata nel nord-est della città, tra Arcore e la frazione Bernate, risalente al X secolo e dedicata a Sant'Apollinare abate di Montecassino.

Originariamente, il complesso era costruito in pietra arenaria (le pareti esterne ed interne e le volte) ed in cotto (il tetto ed i pavimenti). Dell’originaria struttura è però ad oggi rimasta inalterata solamente la piccola cappella, mentre gli edifici attigui, ricostruiti in epoca più recente, sorgono sui resti del precedente monastero benedettino.

Recentemente restaurato, ad oggi viene ancora fruito da una comunità di monaci e da un centro di accoglienza per anziani.

La Chiesa di Santa Maria Nascente e San Giacomo è la chiesa parrocchiale della frazione di Bernate sita in piazza conte Durini e costruita come cappella privata tra i secoli XVI e XVIII, a pianta rettangolare e dotata di un piccolo campanile. L'attuale configurazione (lesene e timpano dentellato) è invece riconducibile agli inizi del XIX secolo.

Attualmente (primavera 2012) è in corso la ristrutturazione, ormai prossima alla conclusione, dell'edificio, compresi i ricchi affreschi delle volte e dell'abside, e della piazza circostante.

L'Oratorio della Madonna del Rosario è dedicato alla Beata Vergine del Rosario, sorge nella frazione Cascina del Bruno e si presenta come un piccolo edificio ad aula con un campanile a vela, di dimensioni piuttosto ridotte, tuttora funzionante. Esso è inglobato nel complesso di edifici della omonima cascina da cui prende nome la frazione.

Tra le altre chiese di Arcore ricordiamo:
la cappella di Villa Ravizza, situata nel margine sud-ovest del parco della villa;
la chiesa dell'Immacolata, costruita nel 1895 in stile neogotico presso l'oratorio femminile;
la chiesa parrocchiale di Santa Maria Nascente, in frazione Bernate;
l'oratorio San Vincenzo, in frazione La Ca', costruita nel XVIII secolo;
la parrocchia della Regina del Santo Rosario.

A partire dal XVI secolo si hanno documenti sulle acquisizioni di terreni e sui passaggi di proprietà da parte di famiglie aristocratiche quali i Durini, i Giulini, i D'Adda, i Barbò e i Casati. In particolare il territorio di Arcore viene scelto da alcune di queste famiglie per la costruzione di residenze di pregevole fattura architettonica, con parchi di notevole estensione e di grande valore paesaggistico:
Villa San Martino, edificata sul monastero omonimo dai Giulini, passò poi in proprietà ai Casati ed è oggi di proprietà Berlusconi;
Villa Borromeo d'Adda, dal 1980 di proprietà comunale, è inserita in un ampio parco pubblico; si può visitare la cappella che ospita sculture dei Vela (1850);
Villa Ravizza, la più recente, di proprietà privata, famosa sopratutto per il giardino all'italiana;
Villa "La Cazzola" la più antica (sec. XVI), in origine di proprietà dei Durini, deve il suo attuale aspetto all'intervento di Carlo Amati famoso architetto monzese del 1812; la villa di proprietà privata è inserita in un grande parco.
Villa Buttafava, edificio signorile tardo settecentesco, ora ristrutturata come centro redisenziale;
Palazzo Durini situato in frazione Bernate, dominava le 5 corti che costituivano l'antico borgo rurale.
La vita politica nell'800 e nel primo 900 è segnata soprattutto dalla presenza delle famiglie D'Adda e Casati che costituirono per la comunità un punto di riferimento anche sotto l'aspetto di interventi in campo sociale economico.
Un primo segnale del modificarsi delle condizioni economiche e sociali è dato dall'avvento della ferrovia con la realizzazione della stazione ferroviaria sulla linea Monza-Lecco nel 1875
Probabilmente la felice collocazione rispetto alla rete di comunicazione e lo spirito imprenditoriale di alcuni personaggi favoriscono già nei primi decenni del '900 l'insediamento di alcune grosse imprese industriali, come la Gilera, e di un campo di aviazione annesso all'industria aeronautica Bestetti sulla cui area si insediò successivamente la Falk.
Nella prima guerra mondiale furono 90 i cittadini che pagarono con la vita il servizio allo Stato.
Il tessuto industriale modifica anche i comportamenti sociali e politici: nelle grandi fabbriche si sviluppa la capacità di opposizione alla dittatura in forme più o meno attive e alcuni cittadini parteciparono dal 1943 a formazioni partigiane e ad atti di resistenza pagati con la vita, tra cui gli attacchi al campo di aviazione e l'eccidio/rappresaglia di Valaperta.
Nel secondo dopo guerra si ha anche l'esplosione del processo di industrializzazione che modificherà del tutto il volto economico e sociale del paese.
Attualmente Arcore vive un processo di deindustrializzazione con lo sviluppo di insediamenti produttivi più diversificati nelle ex aree industriali.

Il Mulino Taboga è un antico mulino da grano ad acqua, situato in via Molini di Mezzo, è costituito da un edificio di mattoni e travi di legno, sorretti da pilastri in muratura, su una pianta rettangolare. L'entrata, anticipata da un porticato, introduce ai locali interni del piano terra; il primo piano è invece raggiungibile tramite una scala esterna, in ferro battuto come le ringhiere dei balconi. Documenti circa la sua esistenza risalgono ai primi decenni del XVII secolo.

La Cascina Bice è una cascina ottocentesca costituita da un ampio corpo centrale rettangolare affacciato su via Michelangelo Buonarroti, aperta nella parte centrale, rientrante, da un portico a quattro archi, a cui corrisponde al piano superiore un analogo loggiato, sostenuto da colonne.

L'ex Palazzo del Municipio è situato in Via Umberto I, a breve distanza da Piazza della Chiesa, si presenta come unedificio a due piani, con una particolare pianta a T rovesciata, venne edificato tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX come nuova sede del municipio cittadino. Dopo il trasferimento, verso la metà degli anni sessanta, degli uffici comunali in una nuova palazzina in via Roma, il palazzo venne destinato prima come sede della biblioteca civica e successivamente, dagli anni ottanta, alla scuola statale Olivetti.

Lo Stabilimento Gilera è sorto per volere di Giuseppe Gilera nel 1916, esso fu dapprima ubicato presso alcuni capannoni dell'industria Bestetti, e solo successivamente nell'attuale sede in via Cesare Battisti; con la sua chiusura, nel 1993, ad oggi sopravvivono quelli che furono i locali amministrativi e gli uffici della casa motociclistica.

Il Corpo musicale Città di Arcore è stato fondato nel marzo del 1992 su iniziativa della sezione locale dell'Associazione nazionale carabinieri - Generale c.a. Dalla Chiesa, ad oggi è diretto dal maestro Pasquale Vaccarella. Collegato all'attività concertistica (in territorio comunale attivo durante le principali feste locali e nazionali), il corpo musicale ha anche attivato una scuola di musica. Attualmente, la sua sede è ubicata in via Belvedere, 22.

Feste e ricorrenze:
L'Arcore Street Festival è un vento musicale - nato nel 2003 - nel corso del quale si esibiscono artisti, musicisti, giocolieri e teatranti coinvolgendo tutto il centro storico cittadino, in particolar modo le vie Umberto I e Gorizia. Organizzato ogni terza domenica di giugno dall'associazione Pensieri in Corso e patrocinata dal comune.

Il Cioccoarcore è il cosiddetto Tour del Cioccolato, con decine di stand dei migliori artisti italiani del cioccolato, promosso dall'assessorato al commercio e dalla Pro Loco di Arcore, viene tenuto annualmente nella piazza del mercato comunale (via Pertini), durante i primi mesi dell'anno senza seguire una data precisa.

La prima domenica di ottobre la comunità parrocchiale della Regina del Rosario celebra la sua festa patronale. Da tempo memorabile questa è la seconda festa patronale di Arcore.

La Fiera di Sant'Eustorgio è l'evento sociale più importante del paese, tenuto il lunedì della terza settimana di settembre, in prossimità della festa padronale, durante il quale si può assistere alla tradizionale sfilata dei carri rionali, all'esibizione della banda cittadina, rivisitazioni storiche, giochi (palio dei Rioni in primis) nonché altre iniziative che coinvolgono l'intera cittadinanza.

Il palio dei Rioni è stato creato su ispirazione degli antichi palii medievali ma caratterizzato da prove di abilità più semplici e paesane (come, ad esempio, il palo della cuccagna), vede la partecipazione di quattro compagini: Bernate e boschi, La Ca, Cascina del Bruno e Arcore nord/sud (prima separate).

La prima edizione del Palio di Sant'Eustorgio si è disputata in Villa Borromeo d'Adda nel settembre del 2007 ed è stata vinta dalla squadra della frazione di Arcore Nord. Nel settembre del 2008, sempre in concomitanza con la Fiera di Sant'Eustorgio, è stata invece la squadra della frazione di Bernate ad aggiudicarsi il Palio, così come nelle edizioni 2009, 2010 e 2011. Nel 2012 infine, il titolo è stato vinto dalla frazione della Ca'.

La Fiera della solidarietà e degli stili di vita, considerata la vetrina ufficiale del mondo del volontariato in Brianza, si tiene la prima domenica di ottobre e vede la partecipazione di decine di stand di enti no profit, allestiti nel centro cittadino, tra via Roma e via Umberto I.

La cucina arcorese è quella tipica della regione brianzola, ed è ampiamente influenzata da quella Milanese e lombarda, nonché dalla tradizione contadina della città (basti pensare che fino agli inizi del Novecento Arcore era un paese rurale). La carne di maiale è la più utilizzata, e da essa ne derivano i principali prodotti gastronomici che rendono famosa la Brianza: salumi, cotechini vaniglia, luganega sono solo alcuni esempi.

Tra i piatti più noti, la cassoeula, la torta paesana (cucinata soprattutto durante la festa padronale di Sant'Eustorgio), la busèca, la polenta ùncia ed il risotto.

Di pari passo con la lingua italiana, abbastanza diffuso è l'utilizzo - soprattutto nella fascia più matura dei cittadini arcoresi - del dialetto brianzolo, che, come la maggior parte dei dialetti d'Italia, è una lingua romanza (precisamente la lombarda) derivata dal latino con infiltrazioni anche di altri idiomi (spagnolo, francese, tedesco...). Attualmente, benché in lenta fase di regressione, è attualmente conosciuto e compreso dalla maggior parte della popolazione attiva.

Persone legate ad Arcore:

Natale Beretta e Gabriele Colombo, partigiani fucilati il 3 gennaio 1945 a Valaperta, LC
Silvio Berlusconi, imprenditore e politico
Carlo Cagnola, politico italiano
Alessandro Casati, politico italiano
Alfonso Casati, medaglia d'oro al valor militare
Fiorenzo Crippa, ciclista su strada italiano
Emanuele D'Adda, politico italiano
Giuseppe Gellera, fondatore della Gilera
Giorgio Larocchi, pittore e poeta
Stefano Mauri, calciatore italiano, centrocampista della Lazio e della Nazionale italiana di calcio
Matteo Morandi, ginnasta, specialista degli Anelli, campionale nazionale ed europeo e vincitore della medaglia di bronzo a Londra 2012 (anelli)
Giuseppe Perego, fumettista italiano
Carlo Rigotti, allenatore e giocatore di calcio italiano
Ludovico Trotti, politico italiano
Nanni Valentini scultore, sue opere al Syracuse Museum NY, GAM Torino, MAMBO Bologna, Museo della Permanente Milano, Musei Civici Milano, MUSMA Matera, MIC Faenza, e importanti collezioni private




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giovedì 5 marzo 2015

LOMBARDIA : LA REGIONE CHE OSPITA EXPO

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Finora abbiamo parlato di Milano città che a partire da maggio ospiterà EXPO ma ora parliamo della regione Lombardia,conosciamo i suoi fiumi,laghi,monti, usi e costumi e i personaggi ad essa collegati. Cominciamo con un pò di storia. Buon viaggio virtuale.

La Lombardia (IPA: [lombar'dia] Lumbardia IPA: [lumbar'dia] in lombardo) è una regione amministrativa italiana a statuto ordinario dell'Italia nord-occidentale, istituita nella forma attuale nel 1970. La regione si posiziona prima in Italia per popolazione e per numero di enti locali, seconda per densità e quarta per superficie.

Ha il suo capoluogo nella città di Milano e confina a nord con la Svizzera (Canton Ticino e Canton Grigioni), a ovest col Piemonte, a est con il Veneto e il Trentino-Alto Adige e a sud con l'Emilia-Romagna. La regione è uno dei quattro motori dell'Europa insieme a Baden-Württemberg, Catalogna e Rodano-Alpi.

Il toponimo deriva dalla parola Longobardia, utilizzata nell'Esarcato d'Italia, per indicare l'area del Paese, che si trovava sotto il dominio della popolazione di origine germanica dei Longobardi.
La Storia della Lombardia riguarda le vicende storiche relative alla Lombardia, regione italiana.Nella Pianura padana sono stati trovati vari oggetti come vasi di ceramica, frecce, accette, pietre per macinare i cereali, pettini di legno, che testimoniano la presenza dell'uomo in Lombardia già nel III millennio a.C.

Le prime civiltà che si svilupparono furono quella Camuna (nel Neolitico) e la civiltà di Golasecca (Età del bronzo).

L'area lombarda centro-orientale fu interessata da un'influenza etrusca attorno al V secolo a.C. In seguito, nel IV secolo a.C., la regione fu invasa dai Celti, fra cui si annoverano i popoli degli Insubri, nella Lombardia occidentale, e dei Cenomani, nella Lombardia orientale e nell'area del basso Garda e delle rive del Po.

A partire dal XII secolo a.C., dall'unione delle precedenti culture di Polada e di Canegrate, cioè dall'unione di preesistenti popolazioni Liguri con sopraggiunte popolazioni Celtiche, in contemporanea con la nascita della cultura di Hallstatt nell'Europa centrale ed alla cultura di Villanova nell'Italia centrale, si sviluppa una nuova civiltà che gli archeologi chiamano di Golasecca dal nome della località dove sono stati rinvenuti i primi ritrovamenti.
I Golasecchiani abitavano un territorio esteso circa 20.000 km², dallo spartiacque alpino al Po, dalla Valsesia al Serio, gravitando attorno a tre centri principali: la zona di Sesto Calende, di Bellinzona, ma soprattutto del centro protourbano di Como.
Con l'arrivo di popolazioni galliche d'oltralpe, nel IV secolo a.C. questa civiltà celto-ligure decade e si esaurisce.

 La regione, specialmente nella parte più meridionale,venne abitata da popoli appartenenti alla civiltà villanoviana e poi da coloni etruschi,che fondarono la città di Mantova e diffusero la propria civiltà introducendo l'alfabeto etrusco e la scrittura. Nel IV secolo vi giunsero attraverso le Alpi nuovi popoli, Celti d'Oltralpe, che i Romani chiamarono Galli.

Intorno al 400 a.C., orde di Galli transalpini iniziarono l'occupazione della valle Padana spingendosi fino all'Adriatico. Popolazione galliche, che assunsero il nome di Insubri, si stabilirono tra i Celti Golasecchiani della Lombardia occidentale; mentre nella parte orientale si insediarono i Galli Cenomani, spesso in conflitto con i primi (essendo alleati dei vicini Veneti).

Sul finire del III secolo a.C. i Romani iniziarono la conquista della Pianura padana, scontrandosi con i Galli Insubri. Entro il 194 a.C. tutta la regione fu pacificata sotto le insegne dell'Urbe con il nome di Gallia Cisalpina, cioè "Gallia al di qua delle Alpi".

I Galli Cenomani furono invece fin dall'inizio alleati dei Romani, ed alla divisione amministrativa dell'Italia in epoca imperiale entrarono a far parte (all'incirca gli attuali territori di Brescia, Cremona e Mantova) della Regio X Venetia et Histria. Mentre il resto della regione, si divideva fra la Regio IX Liguria (all'incirca l'Oltrepò Pavese) e la Regio XI Transpadana.

La guerra con le popolazioni alpine, dai romani genericamente chiamate Reti, continuò fino all'impero di Augusto, che nella guerra retica impegnò i suoi due figliastri Druso maggiore e Tiberio.

I Romani diffusero l'uso del latino, delle loro leggi, dei loro costumi e realizzarono numerose opere di urbanistica. In questo periodo fiorirono i commerci e l'agricoltura, sorsero e si ingrandirono città e paesi.

La provincia diede i natali a celebri esponenti della cultura latina: a Como nacque lo scienziato e scrittore Plinio il Vecchio e suo nipote Plinio il Giovane, a Mantova (Mantua) il poeta Virgilio.

Negli ultimi secoli dell'Impero, Milano (Mediolanum), dapprima seconda a Brescia (Brixia), a causa della particolare posizione geografica vicina ai valichi del Ticino accrebbe notevolmente la sua importanza di centro politico e religioso (con l'episcopato di Sant'Ambrogio) tanto che divenne una delle sedi dei tetrarchi al tempo di Costantino. A Milano, lo stesso imperatore, nel 313 d.C., emanò un editto, chiamato Editto di Costantino o Editto di Milano, nel quale concedeva a tutti la libertà di professare la propria religione.

Negli ultimi anni dell'Impero romano, la relativa vicinanza con il confine danubiano favorì numerose incursioni di popoli barbarici nel territorio lombardo; con il definitivo crollo dell'Occidente, si alternarono al suo possesso Ostrogoti e Bizantini.

Sono poi i barbari a dominare la Lombardia, tra Roma e Carlo Magno. Prima arrivano gli Ostrogoti (476-553), quindi i bizantini, dopo la Guerra gotica, che durò 30 anni e flagellò tutta l'Italia. Tuttavia, tanti morti portarono a Bisanzio solo 16 anni di egemonia sulla Lombardia: i Longobardi, provenienti dal nord-est Europa, attaccarono e conquistarono la Lombardia, che ancora oggi porta il loro nome, ponendo la capitale a Pavia e come secondo centro Brescia (Desiderio fu governatore della città prima di diventare re dei longobardi, e sempre a Brescia Ermengarda si ritirò)

Nel 569 i Bizantini furono sopraffatti da una popolazione germanica proveniente (secondo Paolo Diacono) dall'attuale Scandinavia, i Longobardi, il cui dominio durò fino al 774.

La Lombardia divenne il centro del Regno Longobardo e la capitale fu posta a Pavia, ma le diverse tribù, dette faræ (ossia stirpi e/o carovane di viaggio), nelle quali questo popolo era diviso mantennero sempre una certa indipendenza dal potere centrale. Delle fare, formate da famiglie quasi sempre imparentate tra loro, resta tutt'oggi il ricordo nei nomi di alcune località, come Fara d'Adda.

Altra divisione all'interno del regno, era quella che scandiva, lungo il corso dell'Adda, il Nord-Ovest dal Nord-Est: ossia, nella denominazione dell'epoca, Neustria ed Austria.

Il primo periodo della dominazione longobarda fu terribile per i romani, gli antichi abitanti dell'Impero, che a lungo furono oggetto di persecuzioni. Fu solo dopo la conversione di questo popolo, inizialmente di confessione ariana, al cristianesimo tricapitolino e al cristianesimo romano per opera della regina Teodolinda che ebbe inizio un periodo di pace e di collaborazione fra barbari e latini, ma i Longobardi in seguito vennero in conflitto con il Papa, il quale chiamò in suo aiuto un altro popolo barbaro, quello dei Franchi.

Nel 774 il re dei Franchi, Carlo Magno, fu chiamato in Italia dal papa che era minacciato dai Longobardi. Giunto con il suo esercito a Pavia, Carlo fece prigioniero il re longobardo Desiderio, dando inizio al dominio dei Franchi in Lombardia. Carlo divise le terre in feudi e le affidò all'amministrazione di nobili di sua fiducia, chiamati "vassalli", che governarono il territorio in suo nome, dando inizio alla struttura politica feudale che caratterizzò l'Alto Medioevo.

Nel Basso Medioevo, a partire dai secoli XI e XII nelle regioni dell'Italia settentrionale e quindi anche in Lombardia iniziò a diffondersi un modello politico nuovo: il comune medievale. Il modello comunale aveva molte analogie con le antiche città stato che diedero i natali alla democrazia diretta in Grecia, molti secoli prima. I comuni furono la conseguenza della rinascita dopo l'anno mille e furono i protagonisti di un nuovo ripopolamento delle città che si erano progressivamente svuotate a seguito della caduta dell'Impero romano d'Occidente e con l'instaurarsi del modello feudale. In merito alla Lombardia sarà proprio il modello comunale e la volontà di conservare autonomia dall'autorità imperiale a portare all'esperienza della Lega Lombarda, alleanza militare fra varie città della Lombardia (ma non solo) che nel 1176 sconfiggerà le truppe dell'imperatore Federico Barbarossa durante la battaglia di Legnano. La pace di Costanza del 1183 sancì la formale ubbidienza dei Comuni all'imperatore, e il sostanziale riconoscimento delle autonomie comunali da parte del sovrano. A partire dal XII secolo il modello comunale entrerà in crisi e verrà presto soppiantato dalle nascenti Signorie.

Tra il XII e il XIV secolo diverse città lombarde passarono sotto il controllo di famiglie aristocratiche, le più potenti furono i Gonzaga a Mantova e i Visconti e gli Sforza a Milano. I rappresentanti di questi nobili casati chiamarono presso le proprie corti gli artisti più famosi che abbellirono le loro regge e le loro città. La Lombardia si arricchì così di meravigliose opere d'arte tra cui il Castello Sforzesco di Milano e il Palazzo Ducale di Mantova, la Chiesa di Santa Maria del Carmine.

Dalla fine del XV secolo la Lombardia divenne nuovamente terra di conquista: prima arrivarono i Francesi, poi il ducato di Milano fu ceduto agli Spagnoli che vi rimasero a lungo. Durante questa dominazione la regione conobbe, dopo un primo periodo di prosperità, una progressiva decadenza, aggravata nel XVII secolo da epidemie di peste.

La parte orientale della regione cadde invece sotto il governo veneziano nel corso del XV secolo: i territori di Bergamo, Crema, Brescia e Salò seguirono dunque una storia in gran parte diversa dal resto della regione, fino al 1797. Il governo veneto concesse una certa autonomia locale, con divisione amministrativa per aree omogenee e dando potere decisionale alle istituzioni locali, tramite le Pievi e le Quadre, benché i posti di primo piano fossero tutti riservati ai nobili veneziani e preservando il territorio dal decadente malgoverno spagnolo: tuttavia, tra il XVII ed il XVIII secolo, anche in queste zone iniziò una progressiva decadenza, dovuta soprattutto alla crisi dell'industria tessile locale, mentre l'agricoltura rimaneva spesso fiorente.

Nel 1706 il ducato di Milano fu ereditato dagli austriaci, che quasi un secolo dopo furono cacciati da Napoleone Bonaparte, il cui dominio durò solo una ventina d'anni. Caduto Napoleone, con la Restaurazione il regno Lombardo-Veneto ritornò sotto Vienna. Quando si diffusero le idee indipendentistiche tese a realizzare l'Unità d'Italia, dal 1830 la regione diventò un centro di cospirazioni segrete tutte motivate dal desiderio di unificazione nazionale. Nel giugno 1848, durante la prima guerra di indipendenza la grande maggioranza dei lombardi votò a favore di un plebiscito per la fusione con il Regno di Sardegna, vanificato però dalla vittoria austriaca. Durante la guerra i lombardi si distinsero per i propri sentimenti patriottici. Emblema del 1848 in Lombardia furono le Cinque Giornate di Milano, nel 1849 le Dieci giornate di Brescia. Tra i principali esponenti del patriottismo risorgimentale italiano vi fu Carlo Cattaneo, strenuo difensore della laicità e della creazione di un'Italia unita federale. In seguito alla seconda guerra di indipendenza la Lombardia fu unita nel 1859 al Regno di Sardegna ed il 17 marzo 1861 fu proclamata l'Unità del Regno d'Italia.

Milano fu teatro nel 1898, della protesta dello stomaco, in cui il generale Bava Beccaris ordinò di sparare, causando la morte di 500 manifestanti. Per rappresaglia, nel 1900, a Monza, l'anarchico italo-americano Gaetano Bresci uccise re Umberto I.

Dopo la prima guerra mondiale, dove il fronte attraversava tutto il versante alpino orientale nelle attuali provincie di Brescia e Sondrio, la Lombardia ebbe grande importanza nel ventennio fascista: nel 1919 nasceva a Milano il movimento che darà vita al Fascismo, e nel 1922 ancora a Milano fu rifugio del Duce mentre attendeva informazioni sull'esito della Marcia su Roma. In Lombardia, a Salò, fu formalmente insediato il governo filo-tedesco (RSI, Repubblica Sociale Italiana, nata il 23 settembre 1943 col nome di Stato Nazionale Repubblicano) presieduto dallo stesso Mussolini: in realtà i palazzi del governo (e dei governanti, comprese famiglie e amanti) si trovavano sulla linea del Lago di Garda che va da Gargnano, Gardone Riviera e la stessa Salò, ove sono ancora visibili i luoghi dove ebbero vita episodi non marginali della storia contemporanea). Sempre a Milano, proprio dove il fascismo aveva avuto inizio, fu portato il 29 aprile 1945 il corpo di Benito Mussolini ed esposto in Piazzale Loreto (luogo simbolico dove in precedenza erano stati lasciati i corpi di quindici partigiani uccisi il 10 agosto 1944) insieme a Claretta Petacci e ad altri gerarchi in quello che molti considerano il vero atto finale del Ventennio ('Macelleria messicana' fu definita la macabra esposizione dei corpi da parte di Ferruccio Parri, allora presidente del Consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale).

Dopo la seconda guerra mondiale, a Milano fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare per la Resistenza dopo la sua liberazione da parte degli anglo-americani il 25 aprile, data divenuta festa nazionale.

Negli anni del boom economico, Milano fu (con Torino e Genova) uno dei poli del "triangolo industriale" del Nord Italia.

Gli anni di piombo ebbero ampia rilevanza in Lombardia, con la strage di piazza Fontana a Milano nel 1969 e la strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Nel 1973 Giovedì nero di Milano segna la violenza neofascista, mentre nel 1977, sempre a Milano, le Brigate Rosse gambizzano Indro Montanelli.

Il 13 marzo 1975 il giovane simpatizzante di destra Sergio Ramelli,reo di aver scritto un tema a scuola in cui deplorava gli omicidi delle Brigate Rosse,veniva aggredito sotto casa da un commando di militanti della sinistra extra parlamentare,che lo ridusse in fin di vita. Ricoverato d'urgenza all'Ospedale Maggiore di Milano e dopo un calvario di quasi due mesi il cuore di Ramelli smetterà di battere il 29 aprile. Ne seguirono forti scontri durante i funerali del ragazzo tra militanti degli opposti schieramenti mentre gruppi di rossi fotografavano da un palazzo antistante la chiesa i partecipanti alle esequie. Il materiale fotografico fu ritrovato nel 1985 nel famigerato covo brigatista di viale Bligny.

Negli anni ottanta Milano diviene simbolo della crescita economica, "capitale morale" dell'Italia, e simbolo del rampantismo economico-finanziario della "Milano da bere", mentre il gruppo socialista milanese di Bettino Craxi occupa il governo a Roma.

Lo scandalo di Tangentopoli e l'inchiesta di Mani pulite si svolgono, ancora, principalmente a Milano. Nel vuoto lasciato dalla crisi della DC e del PSI cresce una nuova classe politica lombarda, incarnata da una parte dallo spirito autonomista della Lega Lombarda, e dall'altro dall'ideale imprenditoriale di Forza Italia, radicata nel capoluogo.


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lunedì 2 marzo 2015

QUARTIERI MILANESI : LORENTEGGIO

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Il Lorenteggio (el Lorentegg in lombardo), è un rione periferico a sud ovest di Milano nella zona 6.

Il quartiere, che dà il nome ad una delle due vie principali, via Lorenteggio, si estende nell'area periferica sud-ovest di Milano, fino al confine con il comune di Corsico. La zona comprende un'area molto lunga: basti pensare che la via Lorenteggio misura oltre 2 chilometri.

Il quartiere è molto variegato anche socialmente. Mentre nell'area di via Soderini, via Arzaga e via San Gimignano, il primo tratto delle vie Lorenteggio e Giambellino, vi sono stabili più signorili, nel secondo tratto di Giambellino e Lorenteggio sono presenti diverse aree di edilizia pubblica, dove hanno abitato prima gli immigrati dal sud arrivati a Milano negli anni '60, ora quasi esclusivamente extracomunitari. Il quartiere ospita molte attività commerciali e di vendita al dettaglio.

La zona dove oggi si trova il quartiere apparteneva all'antico Comune di Lorenteggio, già Laurentiglio. Situato all'esterno delle mura spagnole, che delimitavano i confini della città, faceva parte del grande agglomerato che circondava Milano, e confinava con Sellanuova a nord, i Corpi Santi a est, Ronchetto a sud, e Corsico e Cesano Boscone a ovest. Nel 1700 il contado s'incrementò e il comune arrivò a contare 110 abitanti nel 1751. Quando, nel 1757, Maria Teresa d'Austria ordinò un censimento sulle terre dominate, il Comune di Lorenteggio contava 4 località. Il Comune di Lorenteggio verrà poi, per ragioni di dazio, inglobato nel Comune di Milano nel 1808 su ordine del governo di Napoleone.

Al censimento della Repubblica Cisalpina indetto all'inizio dell'Ottocento, la borgata contava 143 abitanti. Nel 1841 gli austriaci, che nel 1815 avevano restaurato il Comune di Lorenteggio, lo annessero al Comune di Corsico, di cui divenne una frazione.

Fino alla metà dell'novecento la borgata agricola era costituita da numerosi complessi rurali, tra cui le cascine Arzaga, Castena, Corba, Filipona, Robarello, San Protaso, Travaglia e ville residenziali quali Villa Restocco e il Palazzo Durini Borasio conosciuto come il Palazzotto del Lorenteggio. Di tutte questi edifici, anche di notevole valore artistico sono sopravvissuti alla urbanizzazione solo la Cascina Corba, ora trasformata in ristorante.

Il Palazzotto del Lorenteggio sorse sulle fondamenta di un fortino cinquecentesco in fondo all'attuale via Lorenteggio 251 ed è successivo al 1670, data in cui i Durini entrarono in possesso di un fondo già appartenuto ai Corio. Questa villa sorgeva fin dall'epoca viscontea nella località detta almeno dal 1005 Laurentiglio, ed era posizionata in zona leggermente rialzata, tant'è che fino al Cinquecento era una sorta di fortino. Un viale di accesso con cancellate successive introduce ad un giardino cintato, sul fondo del quale, in asse con i due ingressi, si presenta la robusta costruzione. Il corpo principale, a due piani, con pianta ad U ed ali molto ravvicinate, ha tutti gli angoli fortemente smussati; tutte le facciate sono in mattoni a vista. Le due ali proseguono ancora in parte più basse (in quella verso il portico vi è la cappella pure restaurata) fino ad incastrarsi in un nuovo edificio industriale che ha distrutto tutta la lunga corte rustica, della quale evidentemente la villa padronale costituiva lo sfondo prospettico Ampi gli interni coperti da volte a velette e a crociera nel piano inferiore e a cassettoni nel piano superiore.

Il Lorenteggio venne progressivamente inglobato e assorbito dall'espansione edilizia milanese, tanto che nel 1923 il governo fascista lo staccò da Corsico e, riesumando il provvedimento napoleonico, lo annesse a Milano.

Nei primi decenni del Novecento venne costruita la ferrovia, che costeggia il naviglio Grande, e la stazione di S. Cristoforo (1909). Sempre in questi anni, la zona diviene sede anche di diverse fabbriche, come la Osram.

La prima urbanizzazione della zona avviene alla fine degli anni trenta. Il gruppo di case popolari denominato "Lorenteggio" sorge nel quadrilatero Via Giambellino, (Piazza Tirana), Via Inganni, Via Lorenteggio, Via Odazio e venne ultimato nel 1944. in particolare i caseggiati n. 138-140-142-144 di via Giambellino, seguiti poi da quelli di via Apuli, via Segneri, via Manzano, via Inganni, via Odazio.

Negli anni sessanta il quartiere inizia un impetuoso processo di sviluppo edilizio, come in tutta la città, che rivoluzionerà definitivamente l'aspetto del quartiere e fornirà nuove case per rispondere all'esigenza abitativa causata dalla forte immigrazione dal Mezzogiorno di quegli anni.

Attualmente il quartiere è ancora oggetto di diversi cambiamenti, in particolare interventi di recupero delle aree ex-industriali, dove sono previsti prevalentemente interventi edilizi di tipo residenziale.

L’oratorio di San Protaso al Lorenteggio è stato probabilmente edificato nell’XI secolo dai Monaci Benedettini di San Vittore al Corpo, per dare un luogo di preghiera ai contadini del borgo, anche se mancano documenti ufficiali in merito. Il complesso è dedicato a San Protaso, VIII vescovo di Milano e martire, sepolto nella Basilica stessa.

Di stile romanico-lombardo, con tetto a capanna e soffitto a cassettoni, non è in linea con la via Lorenteggio, ma probabilmente con la strada che dalle mura cittadine andava verso ovest. La sua collocazione attuale ha una particolarità che lo rende unico: sorgere nello spartitraffico della trafficatissima via Lorenteggio.

Ha resistito mille anni a vari tentativi di abbattimento ed è quindi considerato un baluardo della storia del quartiere.

Si dice che il Barbarossa nel 1162 si ritirò in preghiera nell'oratorio per chiedere la vittoria sui Milanesi, ed ottenutala risparmiò la chiesina dalla distruzione in segno di gratitudine.

Vi abitò per qualche tempo (1364) il cappellano della vicina San Cristoforo sul Naviglio, servì come cappella alle suore Angeliche di San Paolo, ordine fondato nel 1530 dalla contessa Torelli, che abitavano presso la vicina cascina infine in epoca napoleonica venne usato come deposito di armi e si smise quindi di usarlo come luogo sacro, farà da fienile e deposito di attrezzi.

Nel XIX secolo pare che vi si riunissero Federico Confalonieri e i Carbonari per organizzare i moti rivoluzionari (1820), arrivando da un cunicolo che la collegava la Pusterla di Sant'Ambrogio (o, si dice, forse addirittura il Castello Sforzesco) alla chiesetta. Il cunicolo è stato chiuso all'inizio del secolo scorso senza che si sia potuto appurare dove conduca.

A fine ‘800 si riprese a usare l'Oratorio come luogo di culto, fino al 1937 quando in zona sorse la chiesa di San Vito in via Vignoli, dopo di che venne abbandonato al più completo degrado. Negli anni '50 l'Oratorio, abitato ormai solo dalle lucertole, fu soprannominato la Gesetta di’ Lusert (Chiesetta delle Lucertole), e il milanese Piero Mazzarella le dedicò una canzone.

L'Oratorio rischiò più volte di essere demolito durante l'urbanizzazione della zona: nel 1923, quando il comune autonomo del Lorenteggio fu inglobato nel Comune di Milano, e a metà anni '50 quando, acquistato dal Comune il terreno dove sorge, doveva essere demolito per ampliare Via Lorenteggio. Gli abitanti della zona si opposero, sebbene fosse ormai ridotto a un rudere, e l’oratorio fu salvato e inserito nello spartitraffico che divide i due sensi di marcia di via Lorenteggio.

Negli anni ‘80 è stato restaurato, sia all’esterno che all’interno, dove sono presenti affreschi di varie epoche, dal medievo al barocco.

È di proprietà del Comune di Milano, e viene aperto solo in rare occasioni, per concerti o per le feste di via: in queste occasioni vengono organizzate visite guidate per raccontare la sua storia ai numerosi visitatori.

Il quartiere (Lorenteggio) Giambellino è divenuto celebre in tutta Italia grazie ad una canzone di Giorgio Gaber, La ballata del Cerutti, ispirata ai personaggi del "Bar Gino", all'epoca frequentato dal cantautore milanese e posto in via Giambellino al civico n.50:

« ho fatto una ballata
per uno che sta a Milano
al Giambellino
il Cerutti Cerutti Gino
Il suo nome era
Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago »

La vita del personaggio, in precedenza uno scansafatiche, cambia quando viene arrestato e condannato a tre mesi di carcere per aver cercato di rubare uno scooter. La condanna lo cambia per sempre:

« Il suo nome era
Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
e gli amici nel futuro
quando parleran di Gino
diran che è un tipo duro »

Questa canzone viene ripresa ne La Fidanzata degli Articolo 31

« Perfino al bar del Giambellino
dicevan che ero un mago
mi chiamavan Drago »
Ispirati dalla canzone di Gaber e del bar di Cerutti viene ideato un personaggio di fumetti per adulti conosciuto negli anni settanta ed ottanta come Lando, perdigiorno donnaiolo con il volto che ricorda quella di Adriano Celentano e con un amico soprannominato Drago.

Il cantante Giorgio Gaber abitava in largo dei Gelsomini, ed era frequentatore del bar del Giambellino, che Gino Galli trasformò in un vero e proprio punto di ritrovo milanese: qui venivano a bere anche Bobby Solo e Adriano Celentano con il suo clan; e ancora Ricky Gianco, che abitava vicinissimo in via Savona 110, e Gino Bramieri, che qui al Giambellino veniva a trovare sua madre.

Anche il cantante Lucio Battisti ha vissuto in via dei Tulipani ang. Lorenteggio, poi a Città Studi in una villetta in Largo Rio de Janeiro, per trasferirsi negli ultimi anni in una villa a Molteno, in Brianza. Ha abitato in via dei Tulipani, verso largo Gelsomini anche Mario Lavezzi che per qualche tempo ha cantato con i Camaleonti, gruppo musicale degli anni sessanta provenienti anch'essi da questa zona e che agli albori provavano le loro canzoni in salette e cantine del quartiere.

L'attore Diego Abatantuono ha dichiarato di aver ampiamente frequentato il quartiere Giambellino durante la sua infanzia fin dall'asilo, e pare che si sia ispirato alle parlate che sentiva nel quartiere negli anni sessanta, per interpretare il delinquente del film "Io non ho paura", di Gabriele Salvatores.

Altri volti conosciuti della zona sono il regista Maurizio Zaccaro, nato e cresciuto in Via Segneri, l'attore Ugo Conti e i giornalisti Enrico Mentana e Filippo Facci. Anche il criminale Renato Vallanzasca da ragazzino ha abitato nel quartiere, in via degli Apuli. Silvio Berlusconi dalle liste elettorali risulta essere stato originariamente residente in via San Gimignano, 12 dove abitava la madre (mamma Rosa Bossi) e alcuni suoi congiunti. Ha abitato per qualche anno in piazza Tirana il cantautore scomparso Herbert Pagani che ha dedicato due canzoni al quartiere: "Cento scalini" che fa riferimento a una vecchia casa senza ascensore della piazza e "Lombardia" dove descrive naviglio, nebbia e tram della zona. Lo scrittore Andrea G. Pinketts ha affermato di essere sempre stato un frequentatore della zona (dove abita ancora la madre) in quanto amante dei baretti del Giambellino e del Lorenteggio dove incontra personaggi che ispirano i suoi "noir".

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