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martedì 3 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : FRANCIS TURATELLO

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Francis Turatello, all'anagrafe Francesco Turatello (Asiago, 4 aprile 1944 – Nuoro, 17 agosto 1981), è stato un criminale italiano, attivo nel corso degli anni settanta, principalmente nella città di Milano.

Nacque ad Asiago, in provincia di Vicenza, il 4 aprile del 1944 da una sarta veneta, anch'ella originaria di Asiago, da tempo residente a Milano e ritornata al paese natío durante la guerra, e da padre ignoto (secondo alcune fonti, pare che Turatello fosse il figlio naturale del boss mafioso italo-americano Frank Coppola, detto Frank tre dita). Poco dopo la fine del conflitto, Turatello fa ritorno con la madre a Milano, stabilendosi nel quartiere di Lambrate, dove cresce in condizioni di ristrettezze economiche.

Pugile dilettante nella giovinezza, fa la sua comparsa nell'ambiente criminale milanese come piccolo ladro di auto, per poi passare progressivamente ad imporre la sua personalità assumendo ruoli sempre più di spicco fino a giungere a capo di una banda criminale (costituita per lo più da immigrati di provenienza catanese) dedita al controllo delle bische clandestine della città e allo sfruttamento della prostituzione (attività che nel periodo di massimo successo incassa decine di milioni di lire a sera).

Partecipa inoltre a diverse rapine e sequestri di persona, con la complicità della Banda dei Marsigliesi di Albert Bergamelli. Turatello è celebre per la forte rivalità, nata fin dalla giovinezza, con Renato Vallanzasca, cosa che genera una sanguinosa faida con numerose vittime su entrambi i fronti. Successivamente, dopo l'arresto sia di Vallanzasca sia di Turatello ha luogo un progressivo riavvicinamento fra i due che stringeranno amicizia (Turatello sarà tra l'altro testimone di nozze di Vallanzasca nel matrimonio con Giuliana Brusa celebrato in carcere).

Dopo una lunga latitanza viene arrestato il 2 aprile 1977 in viale Lunigiana a Milano; processato per una lunga lista di reati viene condannato ad una lunga detenzione che sconta sotto il regime di carcere duro. Nonostante questo riesce per un certo periodo di tempo a guidare dal carcere la sua banda e i propri affari criminali, fino a quando viene soppiantato dal suo ex braccio destro Angelo Epaminonda, detto "il Tebano".

Turatello viene ucciso il 17 agosto 1981 nel carcere di massima sicurezza nuorese di Badu 'e Carros, in Sardegna, da Pasquale Barra in modo molto efferato: verrà accoltellato e successivamente sventrato. Non si sa se gli organi interni, pesantemente lesionati, siano stati lacerati dai colpi profondi delle armi da taglio oppure vennero addentati dagli assassini in segno di spregio. Il movente di questo omicidio è ancora misterioso, ma certamente una fine così atroce - e il conseguente scempio del cadavere - rivelano che egli avesse compiuto qualcosa considerata fortemente offensiva. È attualmente sepolto nel cimitero monumentale di Monza.

Alcune fonti fanno risalire alla Nuova Camorra Organizzata l'ordine dell'omicidio, ma non sussistono in merito fonti attendibili. Turatello è citato nel libro "Senza manette" di Franco Califano in qualità di conoscente ed amico del cantante e nel libro "il Camorrista - vita segreta di Don Raffaele Cutolo" di Giuseppe Marrazzo in cui Cutolo ammetterebbe di essere il mandante dell'omicidio di Turatello. Il personaggio di Turatello compare nel film Vallanzasca - Gli angeli del male (2010) dove è interpretato da Francesco Scianna.

Turatello non hai mai fatto parte di Cosa Nostra, ma si ritiene che nel corso della sua carriera criminale sia stato spesso in contatto con alti esponenti dei clan camorristici napoletani e delle famiglie siciliane. La figura di Turatello compare inoltre in molti episodi oscuri della storia d'Italia degli anni settanta, fra cui il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro e alcune azioni criminali compiute dalla Banda della Magliana.


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MILANO & CRIMINI : RENATO VALLANZASCA

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Renato Vallanzasca Costantini, comunemente noto come Renato Vallanzasca (Milano, 4 maggio 1950), è un criminale italiano.

Autore, negli anni settanta e seguenti, di numerosi sequestri è stato condannato, complessivamente, a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione.

Renato Vallanzasca Costantini nasce in via Nicola Antonio Porpora 172, zona Lambrate di Milano dove la madre aveva un negozio d'abbigliamento. A Renato viene dato il cognome materno Vallanzasca Costantini, poiché il padre, Osvaldo Pistoia, era già sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli.

A soli otto anni, con un compagno cerca di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone proprio nelle vicinanze di casa sua. Il giorno successivo a quell'atto, Vallanzasca viene prelevato direttamente dalla polizia mentre sta giocando a pallone con i propri amici e portato al carcere minorile Beccaria. La vicenda gli costa il successivo trasferimento e affidamento forzato a casa della signora Rosa, la prima moglie del padre, che Vallanzasca chiamava "zia", in via degli Apuli, nel quartiere del Giambellino, periferia sud-ovest di Milano; praticamente nella parte opposta della città rispetto alla casa dei genitori. Poi nel 1965 frequenterà la scuola della professoressa Enrica Tosi in via Ponchielli (nei pressi della Stazione Centrale) iscrivendosi al biennio di Ragioneria e ritornando a vivere dalla madre.

È però fin dai tempi del Giambellino che forma la sua prima combriccola di piccoli delinquenti, ragazzini dediti a furti e taccheggi. Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca sembra già un criminale; comincia a farsi un nome anche negli ambienti della ligéra, la vecchia mala milanese, con la quale inizia precocemente ad intrattenere rapporti. In breve tempo però, sentendosi andare strette le regole della malavita vecchio stampo, decide di delinquere autonomamente e di formare una propria banda. La cosiddetta Banda della Comasina diviene probabilmente il più potente e feroce gruppo criminale presente a Milano in quegli anni, contrapponendosi ad una gang altrettanto famosa nel medesimo periodo, la banda di Francis Turatello.

In poco tempo, grazie ai furti e alle rapine, Vallanzasca accumula ingenti ricchezze e inizia a condurre e ad ostentare un tenore di vita molto sfarzoso: vestiti firmati, orologi d'oro, auto di lusso, bella vita e belle donne. È anche un ragazzo dotato di un aspetto particolarmente avvenente e affascinante, con un bel viso dagli occhi cerulei, viene per questo soprannominato "Il bel René" (nomignolo da lui detestato). La prima interruzione nell'ascesa della carriera criminale de "Il bel René" avviene nel 1972 quando, una decina di giorni dopo una rapina ad un supermercato, viene arrestato dagli uomini della squadra mobile di Milano, all'epoca diretta da Achille Serra.

Vallanzasca viene incarcerato inizialmente a San Vittore, trascorrendo i successivi quattro anni e mezzo di prigionia con un unico intento: trovare un modo per evadere. Durante questo periodo si rende responsabile di vari tentativi d'evasione falliti, di risse e di pestaggi e partecipa attivamente anche a diverse sommosse di detenuti, che, durante questi anni, spesso agitano l'ambiente carcerario italiano. A seguito di ogni pestaggio, rivolta, o tentativo di evasione, viene deciso il suo trasferimento dall'istituto di pena in cui si trova: tutto ciò lo vede cambiare 36 penitenziari. Fino a che non escogita il modo per contrarre volontariamente l'epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, con l'intento di essere conseguentemente ricoverato in ospedale. È da lì, grazie ad una vigilanza meno stretta e con l'aiuto di un poliziotto compiacente, che riesce nel suo intento di evadere.

Dopo la fuga, durante la sua latitanza, Vallanzasca riesce a ricostituire la sua banda. Con essa mette a segno una settantina di rapine a mano armata che lasciano dietro di sé anche una lunga scia di omicidi, tra cui si contano quelli di quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Nel medesimo periodo avviene inoltre un'ulteriore evoluzione nell'attività criminale del gruppo, con il passaggio dall'esecuzione delle sole rapine, a quello dei sequestri di persona (saranno quattro, di cui due mai denunciati). Una delle sue vittime è Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, che viene tenuta segregata per circa un mese e mezzo, dal dicembre 1976 al gennaio 1977, e quindi liberata dietro il pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. A questo episodio criminoso, il 6 febbraio 1977, fa subito seguito l'uccisione di due uomini della polizia stradale che, in un posto di blocco ad un casello autostradale nei pressi di Dalmine, fermano per un controllo la macchina su cui Vallanzasca viaggia; ne segue uno scontro a fuoco in cui gli agenti Luigi D'Andrea e Renato Barborini perdono la vita e in cui il bandito stesso viene colpito. Ferito e braccato, Vallanzasca cerca rifugio a Roma, ma dopo pochi giorni, 15 febbraio 1977, viene rintracciato e catturato. Tutto ciò quando ancora non ha compiuto 27 anni.

Una volta tornato in carcere, decide di sposarsi il 14 luglio del 1979 con Giuliana Brusa, una delle tante ammiratrici che gli scrivono. Come suo testimone di nozze, durante il matrimonio, decide di avere il criminale del clan dei Marsigliesi Albert Bergamelli e come "compare di anelli" proprio l'ex nemico Francis Turatello, a suggello di un'alleanza con quest'ultimo. Due anni più tardi, quando ancora si trova in carcere, Turatello verrà però ucciso da Pasquale Barra (Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, sostiene, nella sua biografia curata da Giuseppe Marrazzo, di essere il mandante dell'omicidio di Turatello); sarà un'esecuzione dalle modalità estremamente efferate e cruente, di cui ancora sono oscure le ragioni.

Nel frattempo, il 28 aprile 1980, Vallanzasca si rende protagonista di un nuovo tentativo di evasione dal carcere milanese di San Vittore. Durante l'ora d'aria compaiono in mano ai detenuti tre pistole, introdotte misteriosamente. Un gruppo di carcerati, tra i quali anche Renato Vallanzasca, riesce a farsi strada tenendo in ostaggio il brigadiere Romano Saccoccio. Ne segue una sparatoria per le vie di Milano che prosegue persino all'interno del tunnel della metropolitana. Vallanzasca, nuovamente ferito, viene ricatturato assieme ad altri nove compagni di fuga.

Nella prigione di Novara, nel 1981, Vallanzasca contribuisce a fomentare un'ennesima rivolta carceraria durante la quale vengono uccisi alcuni collaboratori di giustizia. Fra questi vi è anche un giovane membro della sua banda, Massimo Loi. La vittima, poco più che ventenne, aveva deciso di abbandonare definitivamente la vita criminale, come ricorda anche Achille Serra, per iniziarne una nuova. Il Loi un tempo legato da un rapporto fraterno a Vallanzasca, si era distaccato. Vallanzasca aiutato da alcuni suoi compagni di prigionia, armatosi di coltello, approfittò della rivolta in atto per andarsi a vendicare e non dare più modo al ragazzo (che si trovava recluso nel medesimo carcere) di lasciare il penitenziario vivo: dopo averlo raggiunto all'interno di una cella, Vallanzasca lo colpì ripetutamente al petto con il coltello. Avrebbe poi infierito con ulteriori atrocità sul corpo del giovane ormai esanime, arrivando a decapitarlo ed infine a giocare a pallone con la sua testa. Della morte di Loi, Vallanzasca negò per decenni la responsabilità diretta e lo sfregio del corpo. Anche in un'intervista concessa a L'Europeo il 2 aprile 2006, ribadì la propria estraneità e il legame d'affetto che aveva con il ragazzo, adducendo come testimonianza diretta e a favore, quello che il noto criminale Vincenzo Andraous avrebbe riportato nel proprio libro di memorie, nelle quali quest'ultimo, tra le molte atrocità di cui si dichiara colpevole, si assunse un ruolo nell'efferata vicenda (Andraous verrà infatti condannato in quanto partecipe come uno degli assassini del Loi); queste dichiarazioni contraddicono però anche la stessa autobiografia, "Il fiore del male. Bandito a Milano", che Vallanzasca scrive attraverso la testimonianza raccolta da Carlo Bonini, giornalista del quotidiano La Repubblica. Nel 2010, infine, all'interno di un nuovo libro biografico scritto insieme a Leonardo Coen, lo stesso Vallanzasca ammise il proprio delitto, descrivendo nei particolari anche i motivi (tra i quali una violenta rapina ai danni dei suoi genitori) e il modo in cui era compiuto.

Dopo la vicenda di tale rivolta, viene condannato al regime di carcere duro. Riesce però ad evadere nuovamente, il 18 luglio 1987, scappando rocambolescamente attraverso un oblò del traghetto che da Genova avrebbe dovuto portarlo al carcere dell'Asinara, in Sardegna. I 5 carabinieri di scorta, tutti con meno di 25 anni vengono successivamente condannati da un tribunale militare. Ricercato e senza fonti di reddito, l'8 agosto 1987 viene comunque fermato ad un posto di blocco a Grado, dopo aver soggiornato alcuni giorni nella rinomata località turistica, mentre cerca di raggiungere Trieste. Nel settembre 1990 divorzia da Giuliana Brusa.

Tornato in galera tenta un'altra volta la fuga, nel 1995, questa volta dal carcere di Nuoro. Per questo tentativo di evasione viene sospettata e accusata di averlo aiutato la sua stessa legale, con la quale si dice che Vallanzasca avesse stretto un forte legame che sarebbe andato oltre il semplice rapporto di assistito. Dal 1999 è rinchiuso nella sezione dell'alta sicurezza del carcere di Voghera.

All'inizio del mese di maggio 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l'anziana madre, ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al magistrato di sorveglianza di Pavia. Nel luglio del 2006 la madre Maria ha scritto al presidente Carlo Azeglio Ciampi e al Ministro di Giustizia Mastella chiedendo la grazia per il figlio. Il 15 settembre 2007 gli viene notificata la mancata concessione della grazia da parte del Capo dello Stato: Vallanzasca continuerà quindi a scontare la sua pena nel Carcere di Opera a Milano.

L'8 maggio 2008 viene data la notizia del matrimonio con la sua amica d'infanzia Antonella D'Agostino. Il matrimonio è stato formalizzato con rito civile il 5 maggio 2008.

A partire dall'8 marzo 2010 Renato Vallanzasca può usufruire del beneficio del lavoro esterno. Gli viene concesso di uscire dal carcere alle 7.30 per lavorare, e rientrarvi alle 19.00. Ha prestato servizio in una pelletteria, che è anche una cooperativa sociale nel milanese, e ha lavorato in un negozio di abbigliamento a Sarnico in provincia di Bergamo. Il 30 maggio 2011 il Tribunale di Milano ha sospeso Vallanzasca dal beneficio del lavoro esterno perché l'ex bandito violava le regole di utilizzo del beneficio, in particolare per incontrarsi segretamente con una donna; inoltre, sempre nel mese di maggio 2011, la Corte di Cassazione ha condannato Vallanzasca a rimborsare allo Stato le spese di mantenimento in carcere. Nel febbraio 2012 ha riottenuto il beneficio di poter lavorare all'esterno del carcere, come magazziniere. Perde dopo poco il lavoro per una protesta popolare che non voleva il bandito così vicino alla famiglia dell'agente Barborini ucciso nello scontro a fuoco di Dalmine. Nel dicembre 2012 ha riottenuto il permesso di lavoro esterno presso una ricevitoria.

Con il gruppo camorristico dei Perfetto, nato dal disciolto clan La Torre di Mondragone, Renato Vallanzasca stava per mettere in piedi un commercio di mozzarelle a Milano: il progetto però non si concretizzò anche a causa della revoca del permesso di lavoro giunto il 22 agosto del 2012 dopo le note polemiche legate alla notizia della sua assunzione in un negozio di abbigliamento di Sarnico, nella provincia di Bergamo.

Il 13 giugno 2014, intorno alle ore 20, durante il regime di semilibertà concessogli dal carcere di Bollate, tenta di taccheggiare un supermercato di Milano (nel tentativo di appropriasi di biancheria intima e materiale da giardinaggio), arrestato dai carabinieri, viene processato per direttissima per il reato di rapina impropria.
Per questo fatto il 14 novembre seguente viene condannato a 10 mesi di reclusione più 330 euro di multa con l'accusa di tentata rapina impropria aggravata.
Con questa nuova condanna Vallanzasca rischia di non ottenere più benefici durante la detenzione. Nella sua "carriera criminale" è stato condannato, complessivamente, a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione.

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lunedì 2 marzo 2015

QUARTIERI MILANESI : LORENTEGGIO

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Il Lorenteggio (el Lorentegg in lombardo), è un rione periferico a sud ovest di Milano nella zona 6.

Il quartiere, che dà il nome ad una delle due vie principali, via Lorenteggio, si estende nell'area periferica sud-ovest di Milano, fino al confine con il comune di Corsico. La zona comprende un'area molto lunga: basti pensare che la via Lorenteggio misura oltre 2 chilometri.

Il quartiere è molto variegato anche socialmente. Mentre nell'area di via Soderini, via Arzaga e via San Gimignano, il primo tratto delle vie Lorenteggio e Giambellino, vi sono stabili più signorili, nel secondo tratto di Giambellino e Lorenteggio sono presenti diverse aree di edilizia pubblica, dove hanno abitato prima gli immigrati dal sud arrivati a Milano negli anni '60, ora quasi esclusivamente extracomunitari. Il quartiere ospita molte attività commerciali e di vendita al dettaglio.

La zona dove oggi si trova il quartiere apparteneva all'antico Comune di Lorenteggio, già Laurentiglio. Situato all'esterno delle mura spagnole, che delimitavano i confini della città, faceva parte del grande agglomerato che circondava Milano, e confinava con Sellanuova a nord, i Corpi Santi a est, Ronchetto a sud, e Corsico e Cesano Boscone a ovest. Nel 1700 il contado s'incrementò e il comune arrivò a contare 110 abitanti nel 1751. Quando, nel 1757, Maria Teresa d'Austria ordinò un censimento sulle terre dominate, il Comune di Lorenteggio contava 4 località. Il Comune di Lorenteggio verrà poi, per ragioni di dazio, inglobato nel Comune di Milano nel 1808 su ordine del governo di Napoleone.

Al censimento della Repubblica Cisalpina indetto all'inizio dell'Ottocento, la borgata contava 143 abitanti. Nel 1841 gli austriaci, che nel 1815 avevano restaurato il Comune di Lorenteggio, lo annessero al Comune di Corsico, di cui divenne una frazione.

Fino alla metà dell'novecento la borgata agricola era costituita da numerosi complessi rurali, tra cui le cascine Arzaga, Castena, Corba, Filipona, Robarello, San Protaso, Travaglia e ville residenziali quali Villa Restocco e il Palazzo Durini Borasio conosciuto come il Palazzotto del Lorenteggio. Di tutte questi edifici, anche di notevole valore artistico sono sopravvissuti alla urbanizzazione solo la Cascina Corba, ora trasformata in ristorante.

Il Palazzotto del Lorenteggio sorse sulle fondamenta di un fortino cinquecentesco in fondo all'attuale via Lorenteggio 251 ed è successivo al 1670, data in cui i Durini entrarono in possesso di un fondo già appartenuto ai Corio. Questa villa sorgeva fin dall'epoca viscontea nella località detta almeno dal 1005 Laurentiglio, ed era posizionata in zona leggermente rialzata, tant'è che fino al Cinquecento era una sorta di fortino. Un viale di accesso con cancellate successive introduce ad un giardino cintato, sul fondo del quale, in asse con i due ingressi, si presenta la robusta costruzione. Il corpo principale, a due piani, con pianta ad U ed ali molto ravvicinate, ha tutti gli angoli fortemente smussati; tutte le facciate sono in mattoni a vista. Le due ali proseguono ancora in parte più basse (in quella verso il portico vi è la cappella pure restaurata) fino ad incastrarsi in un nuovo edificio industriale che ha distrutto tutta la lunga corte rustica, della quale evidentemente la villa padronale costituiva lo sfondo prospettico Ampi gli interni coperti da volte a velette e a crociera nel piano inferiore e a cassettoni nel piano superiore.

Il Lorenteggio venne progressivamente inglobato e assorbito dall'espansione edilizia milanese, tanto che nel 1923 il governo fascista lo staccò da Corsico e, riesumando il provvedimento napoleonico, lo annesse a Milano.

Nei primi decenni del Novecento venne costruita la ferrovia, che costeggia il naviglio Grande, e la stazione di S. Cristoforo (1909). Sempre in questi anni, la zona diviene sede anche di diverse fabbriche, come la Osram.

La prima urbanizzazione della zona avviene alla fine degli anni trenta. Il gruppo di case popolari denominato "Lorenteggio" sorge nel quadrilatero Via Giambellino, (Piazza Tirana), Via Inganni, Via Lorenteggio, Via Odazio e venne ultimato nel 1944. in particolare i caseggiati n. 138-140-142-144 di via Giambellino, seguiti poi da quelli di via Apuli, via Segneri, via Manzano, via Inganni, via Odazio.

Negli anni sessanta il quartiere inizia un impetuoso processo di sviluppo edilizio, come in tutta la città, che rivoluzionerà definitivamente l'aspetto del quartiere e fornirà nuove case per rispondere all'esigenza abitativa causata dalla forte immigrazione dal Mezzogiorno di quegli anni.

Attualmente il quartiere è ancora oggetto di diversi cambiamenti, in particolare interventi di recupero delle aree ex-industriali, dove sono previsti prevalentemente interventi edilizi di tipo residenziale.

L’oratorio di San Protaso al Lorenteggio è stato probabilmente edificato nell’XI secolo dai Monaci Benedettini di San Vittore al Corpo, per dare un luogo di preghiera ai contadini del borgo, anche se mancano documenti ufficiali in merito. Il complesso è dedicato a San Protaso, VIII vescovo di Milano e martire, sepolto nella Basilica stessa.

Di stile romanico-lombardo, con tetto a capanna e soffitto a cassettoni, non è in linea con la via Lorenteggio, ma probabilmente con la strada che dalle mura cittadine andava verso ovest. La sua collocazione attuale ha una particolarità che lo rende unico: sorgere nello spartitraffico della trafficatissima via Lorenteggio.

Ha resistito mille anni a vari tentativi di abbattimento ed è quindi considerato un baluardo della storia del quartiere.

Si dice che il Barbarossa nel 1162 si ritirò in preghiera nell'oratorio per chiedere la vittoria sui Milanesi, ed ottenutala risparmiò la chiesina dalla distruzione in segno di gratitudine.

Vi abitò per qualche tempo (1364) il cappellano della vicina San Cristoforo sul Naviglio, servì come cappella alle suore Angeliche di San Paolo, ordine fondato nel 1530 dalla contessa Torelli, che abitavano presso la vicina cascina infine in epoca napoleonica venne usato come deposito di armi e si smise quindi di usarlo come luogo sacro, farà da fienile e deposito di attrezzi.

Nel XIX secolo pare che vi si riunissero Federico Confalonieri e i Carbonari per organizzare i moti rivoluzionari (1820), arrivando da un cunicolo che la collegava la Pusterla di Sant'Ambrogio (o, si dice, forse addirittura il Castello Sforzesco) alla chiesetta. Il cunicolo è stato chiuso all'inizio del secolo scorso senza che si sia potuto appurare dove conduca.

A fine ‘800 si riprese a usare l'Oratorio come luogo di culto, fino al 1937 quando in zona sorse la chiesa di San Vito in via Vignoli, dopo di che venne abbandonato al più completo degrado. Negli anni '50 l'Oratorio, abitato ormai solo dalle lucertole, fu soprannominato la Gesetta di’ Lusert (Chiesetta delle Lucertole), e il milanese Piero Mazzarella le dedicò una canzone.

L'Oratorio rischiò più volte di essere demolito durante l'urbanizzazione della zona: nel 1923, quando il comune autonomo del Lorenteggio fu inglobato nel Comune di Milano, e a metà anni '50 quando, acquistato dal Comune il terreno dove sorge, doveva essere demolito per ampliare Via Lorenteggio. Gli abitanti della zona si opposero, sebbene fosse ormai ridotto a un rudere, e l’oratorio fu salvato e inserito nello spartitraffico che divide i due sensi di marcia di via Lorenteggio.

Negli anni ‘80 è stato restaurato, sia all’esterno che all’interno, dove sono presenti affreschi di varie epoche, dal medievo al barocco.

È di proprietà del Comune di Milano, e viene aperto solo in rare occasioni, per concerti o per le feste di via: in queste occasioni vengono organizzate visite guidate per raccontare la sua storia ai numerosi visitatori.

Il quartiere (Lorenteggio) Giambellino è divenuto celebre in tutta Italia grazie ad una canzone di Giorgio Gaber, La ballata del Cerutti, ispirata ai personaggi del "Bar Gino", all'epoca frequentato dal cantautore milanese e posto in via Giambellino al civico n.50:

« ho fatto una ballata
per uno che sta a Milano
al Giambellino
il Cerutti Cerutti Gino
Il suo nome era
Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago »

La vita del personaggio, in precedenza uno scansafatiche, cambia quando viene arrestato e condannato a tre mesi di carcere per aver cercato di rubare uno scooter. La condanna lo cambia per sempre:

« Il suo nome era
Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
e gli amici nel futuro
quando parleran di Gino
diran che è un tipo duro »

Questa canzone viene ripresa ne La Fidanzata degli Articolo 31

« Perfino al bar del Giambellino
dicevan che ero un mago
mi chiamavan Drago »
Ispirati dalla canzone di Gaber e del bar di Cerutti viene ideato un personaggio di fumetti per adulti conosciuto negli anni settanta ed ottanta come Lando, perdigiorno donnaiolo con il volto che ricorda quella di Adriano Celentano e con un amico soprannominato Drago.

Il cantante Giorgio Gaber abitava in largo dei Gelsomini, ed era frequentatore del bar del Giambellino, che Gino Galli trasformò in un vero e proprio punto di ritrovo milanese: qui venivano a bere anche Bobby Solo e Adriano Celentano con il suo clan; e ancora Ricky Gianco, che abitava vicinissimo in via Savona 110, e Gino Bramieri, che qui al Giambellino veniva a trovare sua madre.

Anche il cantante Lucio Battisti ha vissuto in via dei Tulipani ang. Lorenteggio, poi a Città Studi in una villetta in Largo Rio de Janeiro, per trasferirsi negli ultimi anni in una villa a Molteno, in Brianza. Ha abitato in via dei Tulipani, verso largo Gelsomini anche Mario Lavezzi che per qualche tempo ha cantato con i Camaleonti, gruppo musicale degli anni sessanta provenienti anch'essi da questa zona e che agli albori provavano le loro canzoni in salette e cantine del quartiere.

L'attore Diego Abatantuono ha dichiarato di aver ampiamente frequentato il quartiere Giambellino durante la sua infanzia fin dall'asilo, e pare che si sia ispirato alle parlate che sentiva nel quartiere negli anni sessanta, per interpretare il delinquente del film "Io non ho paura", di Gabriele Salvatores.

Altri volti conosciuti della zona sono il regista Maurizio Zaccaro, nato e cresciuto in Via Segneri, l'attore Ugo Conti e i giornalisti Enrico Mentana e Filippo Facci. Anche il criminale Renato Vallanzasca da ragazzino ha abitato nel quartiere, in via degli Apuli. Silvio Berlusconi dalle liste elettorali risulta essere stato originariamente residente in via San Gimignano, 12 dove abitava la madre (mamma Rosa Bossi) e alcuni suoi congiunti. Ha abitato per qualche anno in piazza Tirana il cantautore scomparso Herbert Pagani che ha dedicato due canzoni al quartiere: "Cento scalini" che fa riferimento a una vecchia casa senza ascensore della piazza e "Lombardia" dove descrive naviglio, nebbia e tram della zona. Lo scrittore Andrea G. Pinketts ha affermato di essere sempre stato un frequentatore della zona (dove abita ancora la madre) in quanto amante dei baretti del Giambellino e del Lorenteggio dove incontra personaggi che ispirano i suoi "noir".

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