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domenica 22 marzo 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL TIGLIO

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Imponente sulle acque del Lario, Santa Maria del Tiglio è un "pezzo" più unico che raro nel panorama dell'architettura religiosa lombarda.

Edificata nel XII secolo, deve il nome a una leggenda secondo la quale una pianta di tiglio sarebbe cresciuta sul campanile a fine costruzione. La cornice paesaggistica in cui s'inserisce l'edificio – a fasce alternate di marmo bianco e pietra scura –, con alle spalle il fondale turchese del lago, accresce intensamente il fascino del luogo. È questa la cosiddetta "area sacra" di Gravedona, dove si trovano oggi le chiese di Santa Maria del Tiglio, per l'appunto, e di San Vincenzo (XVII sec.).

La chiesa di S. Maria del Tiglio fu eretta come battistero delle pieve in sostituzione di un antico battistero paleocristiano, risalente al V-VI secolo, di cui furono trovati i resti nel corso degli scavi eseguiti nel 1953 in occasione del restauro dell'edificio. L'antico battistero era stato edificato su un'area sacra in età romana, come sembra testimoniare la presenza di un'ara romana murata nell'interno della chiesa. Questo primo edificio, dedicato a S. Giovanni Battista, fu probabilmente oggetto di interventi in epoca carolingia e conservava un affresco raffigurante l'Adorazione dei Magi oggetto nell'anno 823 di un evento miracoloso, ricordato in cronache coeve, che avrebbe richiamato a Gravedona anche l'Imperatore Ludovico il Pio. Nel XII secolo ebbe inizio la costruzione del nuovo battistero a pianta centrale nella quale si innestavano le absidi ed il vestibolo di ingresso. Il primo documento che testimonia la presenza del nuovo edificio risale al 1154 e l'analisi delle murature e degli elementi decorativi sembra confermare la realizzazione della costruzione nella prima metà del XII secolo. Il battistero fu quindi arricchito da una decorazione pittorica realizzata in varie fasi a cavallo fra il XIII secolo, al quale sembra riferibile il Giudizio Universale in controfacciata, ed il XV secolo durante il quale fu realizzato probabilmente l'affresco con l'Adorazione dei Magi sopra l'absidiola destra.
La torre campanaria in facciata, che presenta un andamento singolare, venne realizzata in più fasi e fu oggetto di vari interventi di riparazione. Sopra la prima porzione a base quadrata, eseguita nel XIV secolo, fu aggiunta la porzione superiore a pianta ottagonale in forma romaniche ma completata solamente nel corso del XVI secolo, come documentano le carte d'archivio messe in luce da recenti studi. Le visite pastorali testimoniano anche la seconda denominazione, oltre alla dedicazione a S. Giovanni Battista, come chiesa della Beata Vergine del Tiglio, in relazione alla presenza secolare di un albero di tiglio, e confermano la destinazione dell'edificio come chiesa battesimale. Nel corso del XVII secolo nel battistero furono aggiunti due altari: uno nella cappella laterale destra, dedicato a Santa Marta, ed uno nella cappella laterale sinistra, dedicato alla Vergine del Carmine. Un ulteriore altare sul lato destro, dedicato alla Beata Vergine del Tiglio, risulta documentato nelle visite pastorali del XVIII secolo. Già nella seconda metà del XIX secolo la chiesa venne fatta oggetto di indagini legate agli studi sull'architettura romanica lombarda che auspicavano l'esecuzione di interventi di restauro dell'edificio. Il primo intervento fu avviato nel 1875 e comprese lo scavo dell'area circostante, per mettere in luce il basamento delle murature e cercare i resti del battistero paleocristiano, e il rifacimento della copertura, del cornicione e dello zoccolo. tetto. Nel 1925 e nel 1937 furono effettuati interventi anche sugli affreschi ma nel 1953 fu avviato un restauro radicale dell'edificio che comportò la rimozione delle aggiunte barocche al fine di recuperare l'assetto romanico. Sulla parete dietro l'altare sinistro, dedicato alla Beata Vergine, fu messo in luce un ciclo di affreschi ignorato fino a quella data dagli studiosi. In questa occasione furono compiuti anche gli scavi sotto la pavimentazione che consentirono di individuare i resti del fonte battesimale paleocristiano, utilizzato probabilmente fino al XVI secolo.

La chiesa come la vediamo oggi risale al XII secolo: il nome deriverebbe da una pianta di tiglio cresciuta sul campanile a fine costruzione. È un esempio chiaro di stile romanico, costruita utilizzando la pietra locale: il marmo bianco di Musso e la pietra nera di Olcio.

La pianta è centrale, nella tradizione dei battisteri, e presenta tre absidi semicircolari sui tre lati, mentre la facciata è caratterizzata dal campanile aggettante, un unicum nell'architettura lombarda, derivato da modelli renani e borgognoni; il campanile ha base quadrata, mentre la parte superiore è ottagonale, e probabilmente venne costruito in epoca più tarda. Alla base si trova il portale d'ingresso, lievemente strombato; un secondo portale si trova sul fianco destro. Lungo tutta la base del tetto corre una decorazione ad archetti pensili, tipica dello stile romanico, che si trova anche sopra la prima monofora del campanile. Accanto e sopra a questa finestra ci sono dei blocchi di marmo scolpiti, probabilmente materiali di recupero dal precedente edificio. Infatti, si nota una testina umana di età tardo-romana, incastonata come chiave di volta nella monofora: forse apparteneva ad una stele funeraria. Ai fianchi della monofora, conci in marmo, scolpiti a bassorilievo: sono datati al periodo altomedievale e raffigurano soggetti vari con valore simbolico, come un centauro con l'arco, un serpente e un nodo gordiano. Sul retro della chiesa, un altro marmo scolpito inserito nel muro esterno: appena sotto il primo ordine di archetti, un bassorilievo raffigurante due rilievi tondeggianti, chiamati "le mammelle della regina Teodolinda", che allude al tema della fertilità.

L'interno è un ampio ambiente caratterizzato dalle due absidi laterali, dal presbiterio in cui sono state ricavate tre nicchie e dal loggiato che corre sopra le absidi. Il pavimento è recente, ma nell'angolo nord-est si trova un frammento del mosaico pavimentale del V secolo: si riconoscono motivi geometrici formati da tessere bianche, nere e rosse, tipiche del periodo romano. Un tempo i muri dovevano essere decorati da un ricco ciclo di affreschi, di cui oggi restano poche testimonianze. Nel presbiterio si vedono ancora lacerti delle Storie di San Giovanni Battista, risalenti al XV secolo, e figure di Santi, tra cui Santo Stefano e San Gottardo, patrono dei passi alpini. Sopra la nicchia centrale di destra si trova un'Adorazione dei Magi, che venne realizzato al posto del fatiscente affresco miracoloso, citato negli Annali di Fulda.

Al centro dell'abside meridionale si vedono i resti di un affresco devozionale raffigurante la Vergine in trono col Bambino e Santi, mentre, in controfacciata si trova quello che è l'affresco più antico della chiesa: il Giudizio Universale. Quest'affresco risale alla prima metà del XIV secolo: vi si vede raffigurato il Cristo Redentore in mandorla, circondato dalle file dei beati e dei dannati; sullo sfondo, il paesaggio della Gerusalemme celeste, dove si notano campanili molto simili a quello della stessa chiesa di Santa Maria del Tiglio e della vicina Abbazia di Piona, prima del suo rifacimento nel XVIII secolo.

L'abside settentrionale è decorata dai resti di affreschi devozionali risalenti alla seconda metà del XIV secolo, raffiguranti Sant'Anna, Santa Susanna, San Giovanni Battista, San Lucio e San Giuliano l'ospitaliere nell'atto di uccidere i propri genitori. La presenza di santi come , Gottardo, Lucio e San Cristoforo, affrescati vicino all'arcone dell'ingresso, richiama la funzione di Gravedona come nodo di traffico dei commerci provenienti e direttismo verso l'area transalpina: sono infatti i santi invocati dai viaggiatori e Santa Maria del Tiglio era probabilmente una tappa per i commercianti che si incamminavano verso la difficile via delle Alpi. La parete nord ospita anche un capolavoro della scultura romanica lombarda: un "Crocifisso" ligneo scolpito nel XII secolo. La scultura, in legno di pioppo e ontano, raffigura un Cristo dai tratti del volto molto allungati, che richiamano la scultura dell'area renana e nordeuropea.



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lunedì 16 marzo 2015

IL PETROLIO E IL LAMBRO



Il disastro ambientale del fiume Lambro è il termine coniato dai mass media e della stampa, per indicare un disastro ecologico ed ambientale, causato dall'immissione dolosa di una ingente quantità di petrolio nel fiume Lambro, già da anni vittima di pesanti forme di inquinamento che lo fanno annoverare tra i corsi d'acqua più inquinati d'Europa, nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010, provocando un disastro ambientale senza precedenti per questo fiume.
Oltre al Lambro, anche il Fiume Po venne "colpito" dal disastro, e una piccola quantità di idrocarburi si riversò nel Mare Adriatico, senza tuttavia creare pericoli.

Il disastro ebbe origine alle 3.30 della notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010, quando degli ignoti sabotatori (ancora oggi non identificati), entrarono nella "Lombarda Petroli" situata a Villasanta nella provincia di Monza e Brianza, una raffineria in disuso dagli anni ottanta, e svuotarono dolosamente, senza un motivo ben preciso, il contenuto di sette "silos" carichi di petrolio per abitazioni e vari tipi di idrocarburi, il tutto pari a circa 2,5 milioni di litri (pari a circa 170 autocisterne), secondo una stima del direttore centrale ambiente della provincia di Milano, Cinzia Secchi.

Il petrolio fuoriuscito dalle cisterne defluì nei terreni vicini alla raffineria e da lì si riversò nel condotto fognario.
Dalle fogne, il petrolio, raggiunse in breve tempo il depuratore di "Monza - San Rocco", posizionato nei pressi del fiume Lambro.
Il petrolio inizialmente defluì in una "vasca", ma dopo pochi minuti, a causa dell'enorme quantità riversata "esondò" dalla vasca, finendo nel Lambro e scendendo verso valle trasportato dalla forte corrente del fiume, gonfio dalle piogge invernali. L'allarme fu lanciato verso le 5 del mattino del 23 febbraio, da un operatore del Depuratore di Monza, che insospettito dal mal funzionamento del depuratore, scoprì il petrolio.
In pochi minuti fu istituito un piano d'emergenza, atto a fermare o a quantomeno "mitigare" gli effetti di un Disastro che si preannuncia di proporzioni mai registrate, per un fiume lombardo.
Una task force formata dai Vigili del Fuoco, dai volontari dalla Protezione Civile e dai tecnici dell'ARPA, con l'aiuto del corpo forestale dello stato subito cominciò ad installare lungo tutto il corso del fiume delle dighe galleggianti in grado di fermare il petrolio. Intanto presso il centro del WWF a Vanzago cominciarono ad essere portati tutti gli animali contaminati dal petrolio. Centinaia furono gli animali estratti morti dal Lambro e quelli ancora vivi in gravi condizioni.

Intanto il petrolio superò il primo sbarramento, giungendo intorno alle 16 a Melegnano. Qui è previsto uno sbarramento fisso, creato per verificare lo stato delle acque del fiume, e quindi la task force decise di creare il secondo sbarramento. Le "chiuse" dello sbarramento vennero fatte alzare per consentire all'acqua pulita di defluire, mentre il petrolio fermo in superficie fu aspirato in apposite "autocisterne".

La quantità di petrolio era però enorme, e anche lo sbarramento di Melegnano cedette, consentendo alla "marea nera" di proseguire il viaggio. Superato lo sbarramento di Melegnano, il petrolio, intorno alle 20, giunse a San Zenone al Lambro, dove la task force, aveva creato il terzo sbarramento, utilizzando una diga, usata da Enel Energia per produrre energia elettrica da fonti rinnovabili (il fiume). Alla Diga di San Zenone, i vigili del fuoco e i volontari della Protezione Civile, con l'aiuto del Corpo Forestale, lavorarono duramente tutta la notte per impedire che il petrolio potesse raggiungere il Po.

Ma gli sforzi risultarono vani e il petrolio proseguì la sua corsa.

In tarda serata, la "marea nera" giunse a Lodi, inquinando i condotti agricoli, con gravissimi danni ambientali e al raccolto.

Qui la task force creò un quarto sbarramento, utilizzando dei prodotti assorbenti per poter fermare il petrolio, ma anch'esso cedette e il petrolio proseguì la sua corsa.

Verso le 6 del mattino di mercoledì 24, la "marea nera" arrivò a Sant'Angelo Lodigiano, sede dell'ultimo sbarramento prima dello sbocco del Lambro nel Po.
Per quanto la task force lavorasse duramente, gli idrocarburi superarono anche quest'ultimo sbarramento all'alba di mercoledì mattina, raggiungendo il fiume Po al punto di confluenza, nel tratto piacentino del fiume.

Verso le 11 di mercoledì 24 febbraio, il petrolio raggiunse il tratto piacentino del Po, e da qui in poi le operazioni per fermare il petrolio, passarono alla regione Emilia-Romagna e alla protezione civile nazionale.
Il peggior timore fu che il petrolio potesse raggiungere il delta del Po e di conseguenza il Mare Adriatico. Essendo l'ecosistema del delta fragilissimo, il passaggio della "marea nera" avrebbe causato danni gravissimi all'ambiente e all'economia della zona.

A Piacenza, con l'aiuto dell'esercito italiano, venne organizzata una seconda task force per fermare la "marea nera" prima che raggiungesse Ferrara, dove normalmente i cittadini bevono acqua del Po depurata. Sul luogo giunsero anche il ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo e il responsabile della protezione civile Guido Bertolaso, fiducioso che la "marea nera" sarebbe stata bloccata prima di Ferrara.

Gli sforzi della task force si concentrarono sulla centrale idroelettrica di Isola Serafini (PC), una diga dell'Enel atta a produrre energia elettrica. Le paratoie della diga furono abbassate per consentire all'acqua pulita sul fondo di defluire e contemporaneamente fermare il petrolio galleggiante in superficie. Il petrolio bloccato sarebbe stato poi aspirato con idrovore.

Purtroppo per quanto bloccata la maggior parte dalla "marea nera", una piccola parte di essa riuscì comunque a superare la diga, e continuare il suo viaggio verso il delta del Po. Il giorno venerdì 26 febbraio, la "marea nera" raggiunse le province di Cremona e di Reggio Emilia, per poi passare in provincia di Ferrara il 27 febbraio. Infine, il petrolio raggiunse ugualmente il Mare Adriatico ma fortunatamente, grazie ad altri interventi attuati velocemente lungo il restante corso del fiume, il petrolio arrivato in mare era così poco da non costituire un pericolo per l'ambiente.

La massa di petrolio restante si è vaporizzata nei giorni seguenti per l'azione della brezza del mare e del sole senza lasciare segni duraturi sull'ecosistema.

Nonostante si temessero gravi danni all'ecosistema del Delta del Po e al Mare Adriatico, queste zone sono state le meno interessate dal fenomeno, perché quando il petrolio vi è giunto, era ormai quasi completamente diluito. Moltissimi invece i danni all'ecosistema del Lambro, con la conseguente morìa delle specie animali e vegetali. Danneggiata moltissimo è l'Oasi del Bosco di Montorfano a Melegnano, sede di numerose specie di piante, alcune anche rare. Della fauna recuperata nelle prime ore dopo il disastro e ricoverata presso l'Oasi non è sopravvissuto un solo animale, le autopsie non hanno riscontrato presenza di idrocarburi ma danni al fegato e neurologici ed emorragie. Dichiarazioni più gravi, fatte a distanza di mesi, sono state fatte del responsabile volontariato LIPU, Massimo Soldarini:

« Nonostante la scrupolosa applicazione dei protocolli internazionali per il salvataggio di animali imbrattati da petrolio, nessuno dei cormorani e dei germani recuperati è sopravvissuto. Non solo, ma l’esame autoptico sui cadaveri non ha rilevato alcuna traccia di petrolio, mentre emergono segni di avvelenamento compatibili con solventi chimici »

Soldarini denuncia anche la confusione sulle cifre ufficiali date dalle autorità a proposito delle quantità di idrocarburi, e la mancanza di "colpevoli" a maggio 2011.

L'8 maggio, a emergenza terminata, il responsabile del programma acque del WWF Andrea Agabito ha evidenziato la necessità di ulteriori analisi sui sedimenti delle sponde del fiume per capire il reale livello di inquinanti e ha dichiarato che, anche se non è più presente la chiazza di petrolio «di fatto gli sversamenti di sostanze inquinanti sono durati fino a pochi giorni fa. Solo da poco infatti è rientrato in funzione il depuratore di Monza, messo fuori uso dal gasolio uscito dalle cisterne della Lombarda petroli. Questo significa che per due mesi i liquami della Brianza sono finiti nelle acque del Po e di qui nell'Adriatico». Seppure l'emergenza sembrasse terminata, le risorse messe a disposizione per il dopo-disastro, denuncia Agabito, sembrano insufficienti, nonostante il Ministero dell'Ambiente abbia già annunciato lo stanziamento di 700.000 euro per un piano di verifica del bioaccumulo sulla flora e la fauna.

Il recupero dell'ecosistema si prevede lungo anche perché il Fiume Lambro è stato colpito ancora, anche se con danni minori:

il 28 febbraio 2010, quando un'azienda sconosciuta ha approfittato della situazione in cui si trovava il fiume per scaricare i suoi effluenti tossici nelle acque, evitando i costi di smaltimento
ad agosto 2010, con un altro svasamento di inquinanti ad altezza di Briosco. Secondo il presidente della Provincia di Monza e Brianza, Dario Allevi, "la vera causa di questi episodi è fortemente correlata all'occupazione urbana ed industriale".
Un nuovo allarme è scattato a gennaio 2011 quando nuovi idrocarburi provenienti dalla zona industriale di Villasanta sono stati immessi nel fiume, nel tratto brianzolo.
I danni non sono relativi solo all'ambiente ma anche alle strutture; canali artificiali e terreni vicino alle rive sono stati contaminati dal petrolio.

Il 24 febbraio, la Procura della Repubblica di Monza ha aperto un fascicolo contro ignoti, per l'ipotesi di reato di "disastro ambientale" e "inquinamento delle acque". L'indagine è iniziata interrogando i dipendenti della "Lombarda Petroli", inclusi quelli licenziati, senza però inserire nessuno nel registro degli indagati. È proseguita per comprendere come accadde che "Lombarda Petroli", per non rientrare nella direttiva Seveso, avesse dichiarato allo stato italiano di avere nei propri serbatoi una limitata quantità di prodotti chimici. Le indagini hanno seguito anche la pista degli appalti, dato che sui terreni dell'ex raffineria dovrebbe sorgere un nuovo complesso urbanistico della società Addamiano Engineering, di Nova Milanese, detto "Ecocity".


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giovedì 5 marzo 2015

LEGA LOMBARDA

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La Lega Lombarda fu un'alleanza costituita il 7 aprile 1167 presso l'abbazia di Pontida, e formata da Milano, Ferrara, Piacenza e Parma. Il 1º dicembre 1167 venne allargata tramite l'alleanza con la Lega Veronese ed altri Comuni, che portò nella Lega ben 26 (in seguito 30) città della pianura padana (che allora poteva essere definita 'Lombardia' nella sua totalità), tra cui Crema, Cremona, Mantova, Piacenza, Bobbio, Bergamo, Brescia, Milano, Genova, Bologna, Padova, Modena, Reggio nell'Emilia, Treviso, Venezia, Novara, Tortona, Vercelli, Vicenza, Verona, Lodi, e Parma e che venne detta Concordia.

La Lega venne formata per contrastare Federico I di Hohenstaufen detto "Il Barbarossa", imperatore del Sacro Romano Impero, nel suo tentativo di restaurare l'influenza imperiale nell'Italia settentrionale. In questo fu spalleggiato anche dalle due città lombarde che non fecero mai parte, se non sporadicamente, della Lega: Pavia e Como. Federico reclamò il controllo diretto sull'Italia settentrionale alla Dieta di Roncaglia (1158) e la invase nel 1158 e nel 1166. La Lega godeva del supporto di Papa Alessandro III, anch'egli desideroso di veder declinare il potere imperiale in Italia. La città di Alessandria, fondata in Piemonte dalla Lega Lombarda, prese il suo nome proprio dal Pontefice e nacque come fortezza antimperiale ai confini del marchesato del Monferrato, alleato del Barbarossa.

Nella Battaglia di Legnano del 29 maggio 1176, Federico I venne sconfitto dalle truppe comunali, guidate, secondo le credenze popolari, dal condottiero Alberto da Giussano (accreditato come mero personaggio leggendario). Dopo diverse altre sconfitte, l'imperatore accettò una tregua di sei anni, detta tregua di Venezia, dal 1177 al 1183, fino al Trattato di Costanza, dove le città-stato dell'Italia settentrionale accettarono di restare fedeli all'Impero in cambio della piena giurisdizione locale sui loro territori.

La Lega Lombarda venne rinnovata nel 1198 e nel 1208 durante le guerre tra Ottone IV e Filippo di Svevia.

Sfruttando la potestà loro concessa dall'imperatore Federico I di adottare lo strumento della lega per ragioni di difesa, in seguito alla pace di Costanza, alcuni comuni decisero di costituire la Seconda Lega Lombarda. Dopo mesi di trattative segrete, favorite da Onorio III, il 2 marzo 1226 si riunirono nella chiesa di San Zenone a Mosio, oggi frazione di Acquanegra sul Chiese, i delegati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Treviso, stabilendo una stretta alleanza militare per la durata di 25 anni. Sempre per intervento papale, alla lega aderirono anche i conti di Biandrate e Bonifacio II marchese di Monferrato, Crema e Ferrara.

La Lega riottenne il suo antico prestigio contrastando gli sforzi di Federico II di Svevia di aumentare il suo potere in Italia. Questi sforzi compresero la conquista di Vicenza e la Battaglia di Cortenuova sull'Oglio, che determinò la reputazione di abile stratega di cui godeva l'imperatore.

Egli in seguito sopravvalutò le sue forze, respingendo tutte le proposte di pace dei milanesi e insistendo sulla resa incondizionata. Fu un momento di grave importanza storica quello in cui la rabbia di Federico ne offuscò il giudizio e bloccò qualsiasi possibilità di un accordo pacifico. Nel novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio che inviò in omaggio al papa. Milano e altre cinque città resistettero e nell'ottobre 1238 egli dovette togliere l'assedio a Brescia. Ma assolutamente determinante fu il ruolo di Bologna, i cui cavalieri vincendo la battaglia di Fossalta contro la ghibellina Modena, catturarono re Enzo, signore di Sardegna, il quale resterà imprigionato nella città per 23 anni nel palazzo che oggi porta il suo nome.

Ancora una volta appoggiata dal Papa, la Lega Lombarda riuscì a contrastare i tentativi di Federico II, per poi dissolversi nel 1250 alla morte dell'imperatore.


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LOMBARDIA : LA REGIONE CHE OSPITA EXPO

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Finora abbiamo parlato di Milano città che a partire da maggio ospiterà EXPO ma ora parliamo della regione Lombardia,conosciamo i suoi fiumi,laghi,monti, usi e costumi e i personaggi ad essa collegati. Cominciamo con un pò di storia. Buon viaggio virtuale.

La Lombardia (IPA: [lombar'dia] Lumbardia IPA: [lumbar'dia] in lombardo) è una regione amministrativa italiana a statuto ordinario dell'Italia nord-occidentale, istituita nella forma attuale nel 1970. La regione si posiziona prima in Italia per popolazione e per numero di enti locali, seconda per densità e quarta per superficie.

Ha il suo capoluogo nella città di Milano e confina a nord con la Svizzera (Canton Ticino e Canton Grigioni), a ovest col Piemonte, a est con il Veneto e il Trentino-Alto Adige e a sud con l'Emilia-Romagna. La regione è uno dei quattro motori dell'Europa insieme a Baden-Württemberg, Catalogna e Rodano-Alpi.

Il toponimo deriva dalla parola Longobardia, utilizzata nell'Esarcato d'Italia, per indicare l'area del Paese, che si trovava sotto il dominio della popolazione di origine germanica dei Longobardi.
La Storia della Lombardia riguarda le vicende storiche relative alla Lombardia, regione italiana.Nella Pianura padana sono stati trovati vari oggetti come vasi di ceramica, frecce, accette, pietre per macinare i cereali, pettini di legno, che testimoniano la presenza dell'uomo in Lombardia già nel III millennio a.C.

Le prime civiltà che si svilupparono furono quella Camuna (nel Neolitico) e la civiltà di Golasecca (Età del bronzo).

L'area lombarda centro-orientale fu interessata da un'influenza etrusca attorno al V secolo a.C. In seguito, nel IV secolo a.C., la regione fu invasa dai Celti, fra cui si annoverano i popoli degli Insubri, nella Lombardia occidentale, e dei Cenomani, nella Lombardia orientale e nell'area del basso Garda e delle rive del Po.

A partire dal XII secolo a.C., dall'unione delle precedenti culture di Polada e di Canegrate, cioè dall'unione di preesistenti popolazioni Liguri con sopraggiunte popolazioni Celtiche, in contemporanea con la nascita della cultura di Hallstatt nell'Europa centrale ed alla cultura di Villanova nell'Italia centrale, si sviluppa una nuova civiltà che gli archeologi chiamano di Golasecca dal nome della località dove sono stati rinvenuti i primi ritrovamenti.
I Golasecchiani abitavano un territorio esteso circa 20.000 km², dallo spartiacque alpino al Po, dalla Valsesia al Serio, gravitando attorno a tre centri principali: la zona di Sesto Calende, di Bellinzona, ma soprattutto del centro protourbano di Como.
Con l'arrivo di popolazioni galliche d'oltralpe, nel IV secolo a.C. questa civiltà celto-ligure decade e si esaurisce.

 La regione, specialmente nella parte più meridionale,venne abitata da popoli appartenenti alla civiltà villanoviana e poi da coloni etruschi,che fondarono la città di Mantova e diffusero la propria civiltà introducendo l'alfabeto etrusco e la scrittura. Nel IV secolo vi giunsero attraverso le Alpi nuovi popoli, Celti d'Oltralpe, che i Romani chiamarono Galli.

Intorno al 400 a.C., orde di Galli transalpini iniziarono l'occupazione della valle Padana spingendosi fino all'Adriatico. Popolazione galliche, che assunsero il nome di Insubri, si stabilirono tra i Celti Golasecchiani della Lombardia occidentale; mentre nella parte orientale si insediarono i Galli Cenomani, spesso in conflitto con i primi (essendo alleati dei vicini Veneti).

Sul finire del III secolo a.C. i Romani iniziarono la conquista della Pianura padana, scontrandosi con i Galli Insubri. Entro il 194 a.C. tutta la regione fu pacificata sotto le insegne dell'Urbe con il nome di Gallia Cisalpina, cioè "Gallia al di qua delle Alpi".

I Galli Cenomani furono invece fin dall'inizio alleati dei Romani, ed alla divisione amministrativa dell'Italia in epoca imperiale entrarono a far parte (all'incirca gli attuali territori di Brescia, Cremona e Mantova) della Regio X Venetia et Histria. Mentre il resto della regione, si divideva fra la Regio IX Liguria (all'incirca l'Oltrepò Pavese) e la Regio XI Transpadana.

La guerra con le popolazioni alpine, dai romani genericamente chiamate Reti, continuò fino all'impero di Augusto, che nella guerra retica impegnò i suoi due figliastri Druso maggiore e Tiberio.

I Romani diffusero l'uso del latino, delle loro leggi, dei loro costumi e realizzarono numerose opere di urbanistica. In questo periodo fiorirono i commerci e l'agricoltura, sorsero e si ingrandirono città e paesi.

La provincia diede i natali a celebri esponenti della cultura latina: a Como nacque lo scienziato e scrittore Plinio il Vecchio e suo nipote Plinio il Giovane, a Mantova (Mantua) il poeta Virgilio.

Negli ultimi secoli dell'Impero, Milano (Mediolanum), dapprima seconda a Brescia (Brixia), a causa della particolare posizione geografica vicina ai valichi del Ticino accrebbe notevolmente la sua importanza di centro politico e religioso (con l'episcopato di Sant'Ambrogio) tanto che divenne una delle sedi dei tetrarchi al tempo di Costantino. A Milano, lo stesso imperatore, nel 313 d.C., emanò un editto, chiamato Editto di Costantino o Editto di Milano, nel quale concedeva a tutti la libertà di professare la propria religione.

Negli ultimi anni dell'Impero romano, la relativa vicinanza con il confine danubiano favorì numerose incursioni di popoli barbarici nel territorio lombardo; con il definitivo crollo dell'Occidente, si alternarono al suo possesso Ostrogoti e Bizantini.

Sono poi i barbari a dominare la Lombardia, tra Roma e Carlo Magno. Prima arrivano gli Ostrogoti (476-553), quindi i bizantini, dopo la Guerra gotica, che durò 30 anni e flagellò tutta l'Italia. Tuttavia, tanti morti portarono a Bisanzio solo 16 anni di egemonia sulla Lombardia: i Longobardi, provenienti dal nord-est Europa, attaccarono e conquistarono la Lombardia, che ancora oggi porta il loro nome, ponendo la capitale a Pavia e come secondo centro Brescia (Desiderio fu governatore della città prima di diventare re dei longobardi, e sempre a Brescia Ermengarda si ritirò)

Nel 569 i Bizantini furono sopraffatti da una popolazione germanica proveniente (secondo Paolo Diacono) dall'attuale Scandinavia, i Longobardi, il cui dominio durò fino al 774.

La Lombardia divenne il centro del Regno Longobardo e la capitale fu posta a Pavia, ma le diverse tribù, dette faræ (ossia stirpi e/o carovane di viaggio), nelle quali questo popolo era diviso mantennero sempre una certa indipendenza dal potere centrale. Delle fare, formate da famiglie quasi sempre imparentate tra loro, resta tutt'oggi il ricordo nei nomi di alcune località, come Fara d'Adda.

Altra divisione all'interno del regno, era quella che scandiva, lungo il corso dell'Adda, il Nord-Ovest dal Nord-Est: ossia, nella denominazione dell'epoca, Neustria ed Austria.

Il primo periodo della dominazione longobarda fu terribile per i romani, gli antichi abitanti dell'Impero, che a lungo furono oggetto di persecuzioni. Fu solo dopo la conversione di questo popolo, inizialmente di confessione ariana, al cristianesimo tricapitolino e al cristianesimo romano per opera della regina Teodolinda che ebbe inizio un periodo di pace e di collaborazione fra barbari e latini, ma i Longobardi in seguito vennero in conflitto con il Papa, il quale chiamò in suo aiuto un altro popolo barbaro, quello dei Franchi.

Nel 774 il re dei Franchi, Carlo Magno, fu chiamato in Italia dal papa che era minacciato dai Longobardi. Giunto con il suo esercito a Pavia, Carlo fece prigioniero il re longobardo Desiderio, dando inizio al dominio dei Franchi in Lombardia. Carlo divise le terre in feudi e le affidò all'amministrazione di nobili di sua fiducia, chiamati "vassalli", che governarono il territorio in suo nome, dando inizio alla struttura politica feudale che caratterizzò l'Alto Medioevo.

Nel Basso Medioevo, a partire dai secoli XI e XII nelle regioni dell'Italia settentrionale e quindi anche in Lombardia iniziò a diffondersi un modello politico nuovo: il comune medievale. Il modello comunale aveva molte analogie con le antiche città stato che diedero i natali alla democrazia diretta in Grecia, molti secoli prima. I comuni furono la conseguenza della rinascita dopo l'anno mille e furono i protagonisti di un nuovo ripopolamento delle città che si erano progressivamente svuotate a seguito della caduta dell'Impero romano d'Occidente e con l'instaurarsi del modello feudale. In merito alla Lombardia sarà proprio il modello comunale e la volontà di conservare autonomia dall'autorità imperiale a portare all'esperienza della Lega Lombarda, alleanza militare fra varie città della Lombardia (ma non solo) che nel 1176 sconfiggerà le truppe dell'imperatore Federico Barbarossa durante la battaglia di Legnano. La pace di Costanza del 1183 sancì la formale ubbidienza dei Comuni all'imperatore, e il sostanziale riconoscimento delle autonomie comunali da parte del sovrano. A partire dal XII secolo il modello comunale entrerà in crisi e verrà presto soppiantato dalle nascenti Signorie.

Tra il XII e il XIV secolo diverse città lombarde passarono sotto il controllo di famiglie aristocratiche, le più potenti furono i Gonzaga a Mantova e i Visconti e gli Sforza a Milano. I rappresentanti di questi nobili casati chiamarono presso le proprie corti gli artisti più famosi che abbellirono le loro regge e le loro città. La Lombardia si arricchì così di meravigliose opere d'arte tra cui il Castello Sforzesco di Milano e il Palazzo Ducale di Mantova, la Chiesa di Santa Maria del Carmine.

Dalla fine del XV secolo la Lombardia divenne nuovamente terra di conquista: prima arrivarono i Francesi, poi il ducato di Milano fu ceduto agli Spagnoli che vi rimasero a lungo. Durante questa dominazione la regione conobbe, dopo un primo periodo di prosperità, una progressiva decadenza, aggravata nel XVII secolo da epidemie di peste.

La parte orientale della regione cadde invece sotto il governo veneziano nel corso del XV secolo: i territori di Bergamo, Crema, Brescia e Salò seguirono dunque una storia in gran parte diversa dal resto della regione, fino al 1797. Il governo veneto concesse una certa autonomia locale, con divisione amministrativa per aree omogenee e dando potere decisionale alle istituzioni locali, tramite le Pievi e le Quadre, benché i posti di primo piano fossero tutti riservati ai nobili veneziani e preservando il territorio dal decadente malgoverno spagnolo: tuttavia, tra il XVII ed il XVIII secolo, anche in queste zone iniziò una progressiva decadenza, dovuta soprattutto alla crisi dell'industria tessile locale, mentre l'agricoltura rimaneva spesso fiorente.

Nel 1706 il ducato di Milano fu ereditato dagli austriaci, che quasi un secolo dopo furono cacciati da Napoleone Bonaparte, il cui dominio durò solo una ventina d'anni. Caduto Napoleone, con la Restaurazione il regno Lombardo-Veneto ritornò sotto Vienna. Quando si diffusero le idee indipendentistiche tese a realizzare l'Unità d'Italia, dal 1830 la regione diventò un centro di cospirazioni segrete tutte motivate dal desiderio di unificazione nazionale. Nel giugno 1848, durante la prima guerra di indipendenza la grande maggioranza dei lombardi votò a favore di un plebiscito per la fusione con il Regno di Sardegna, vanificato però dalla vittoria austriaca. Durante la guerra i lombardi si distinsero per i propri sentimenti patriottici. Emblema del 1848 in Lombardia furono le Cinque Giornate di Milano, nel 1849 le Dieci giornate di Brescia. Tra i principali esponenti del patriottismo risorgimentale italiano vi fu Carlo Cattaneo, strenuo difensore della laicità e della creazione di un'Italia unita federale. In seguito alla seconda guerra di indipendenza la Lombardia fu unita nel 1859 al Regno di Sardegna ed il 17 marzo 1861 fu proclamata l'Unità del Regno d'Italia.

Milano fu teatro nel 1898, della protesta dello stomaco, in cui il generale Bava Beccaris ordinò di sparare, causando la morte di 500 manifestanti. Per rappresaglia, nel 1900, a Monza, l'anarchico italo-americano Gaetano Bresci uccise re Umberto I.

Dopo la prima guerra mondiale, dove il fronte attraversava tutto il versante alpino orientale nelle attuali provincie di Brescia e Sondrio, la Lombardia ebbe grande importanza nel ventennio fascista: nel 1919 nasceva a Milano il movimento che darà vita al Fascismo, e nel 1922 ancora a Milano fu rifugio del Duce mentre attendeva informazioni sull'esito della Marcia su Roma. In Lombardia, a Salò, fu formalmente insediato il governo filo-tedesco (RSI, Repubblica Sociale Italiana, nata il 23 settembre 1943 col nome di Stato Nazionale Repubblicano) presieduto dallo stesso Mussolini: in realtà i palazzi del governo (e dei governanti, comprese famiglie e amanti) si trovavano sulla linea del Lago di Garda che va da Gargnano, Gardone Riviera e la stessa Salò, ove sono ancora visibili i luoghi dove ebbero vita episodi non marginali della storia contemporanea). Sempre a Milano, proprio dove il fascismo aveva avuto inizio, fu portato il 29 aprile 1945 il corpo di Benito Mussolini ed esposto in Piazzale Loreto (luogo simbolico dove in precedenza erano stati lasciati i corpi di quindici partigiani uccisi il 10 agosto 1944) insieme a Claretta Petacci e ad altri gerarchi in quello che molti considerano il vero atto finale del Ventennio ('Macelleria messicana' fu definita la macabra esposizione dei corpi da parte di Ferruccio Parri, allora presidente del Consiglio del Comitato di Liberazione Nazionale).

Dopo la seconda guerra mondiale, a Milano fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare per la Resistenza dopo la sua liberazione da parte degli anglo-americani il 25 aprile, data divenuta festa nazionale.

Negli anni del boom economico, Milano fu (con Torino e Genova) uno dei poli del "triangolo industriale" del Nord Italia.

Gli anni di piombo ebbero ampia rilevanza in Lombardia, con la strage di piazza Fontana a Milano nel 1969 e la strage di Piazza della Loggia a Brescia nel 1974. Nel 1973 Giovedì nero di Milano segna la violenza neofascista, mentre nel 1977, sempre a Milano, le Brigate Rosse gambizzano Indro Montanelli.

Il 13 marzo 1975 il giovane simpatizzante di destra Sergio Ramelli,reo di aver scritto un tema a scuola in cui deplorava gli omicidi delle Brigate Rosse,veniva aggredito sotto casa da un commando di militanti della sinistra extra parlamentare,che lo ridusse in fin di vita. Ricoverato d'urgenza all'Ospedale Maggiore di Milano e dopo un calvario di quasi due mesi il cuore di Ramelli smetterà di battere il 29 aprile. Ne seguirono forti scontri durante i funerali del ragazzo tra militanti degli opposti schieramenti mentre gruppi di rossi fotografavano da un palazzo antistante la chiesa i partecipanti alle esequie. Il materiale fotografico fu ritrovato nel 1985 nel famigerato covo brigatista di viale Bligny.

Negli anni ottanta Milano diviene simbolo della crescita economica, "capitale morale" dell'Italia, e simbolo del rampantismo economico-finanziario della "Milano da bere", mentre il gruppo socialista milanese di Bettino Craxi occupa il governo a Roma.

Lo scandalo di Tangentopoli e l'inchiesta di Mani pulite si svolgono, ancora, principalmente a Milano. Nel vuoto lasciato dalla crisi della DC e del PSI cresce una nuova classe politica lombarda, incarnata da una parte dallo spirito autonomista della Lega Lombarda, e dall'altro dall'ideale imprenditoriale di Forza Italia, radicata nel capoluogo.


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mercoledì 4 febbraio 2015

OLONA - Questo nostro fiume nella storia -


le nostre nonne che lavavano i panni



                                                 il nostro inquinamento



L'Olona (Ulona, Urona oppure Uòna in lombardo occidentale) è un fiume italiano lungo 71 km, il cui corso si sviluppa interamente in Lombardia.

Il fiume nasce a 548 m s.l.m. in località Fornaci della Riana alla Rasa di Varese, presso il Sacro Monte di Varese, all'interno del Parco regionale Campo dei Fiori. Solcata la Valle Olona e attraversato l'Alto Milanese, l'Olona giunge a Rho, dove versa parte delle sue acque nel Canale Scolmatore di Nord Ovest. Passata Pero, il fiume entra a Milano, dove, all'uscita del suo percorso sotterraneo, confluisce nel Lambro Meridionale in località San Cristoforo ponendo fine al suo corso. Il Lambro Meridionale sfocia poi nel Lambro a Sant'Angelo Lodigiano. Lungo il suo percorso, il sistema idrico formato dall'Olona e dal Lambro Meridionale attraversa o lambisce 45 comuni ricevendo le acque di 19 affluenti.

L'Olona è noto per le cascate e le grotte di Valganna e per essere stato uno dei fiumi più inquinati d'Italia. La valle scavata dal fiume, grazie all'impianto di ruote idrauliche che sfruttavano la forza motrice originata dall'acqua, è stata una delle culle dell'industrializzazione italiana.

Il fiume talvolta è indicato anche come "Olona settentrionale" per l'omonimia con un altro Olona, che nasce a Bornasco e che sfocia nel Po dopo aver attraversato la provincia di Pavia. Questo secondo Olona, a sua volta, viene designato come "inferiore" o "meridionale". L'omonimia non è di origine imitativa o etimologica, ma è dovuta al fatto che originariamente si trattava di due tronconi dello stesso fiume, deviato dai Romani nel suo tratto superiore verso Milano e la Vettabbia.
La sorgente principale dell'Olona è in località Fornaci della Riana, alla Rasa di Varese, frazione dell'omonimo capoluogo di provincia. Le Fornaci della Riana devono il loro nome ad alcune antiche fornaci per il calcare che rimasero attive fino al 1972. Oltre che dalla fonte principale, il fiume sgorga anche da altre cinque piccole sorgenti, due in Val di Rasa e tre in Valganna. Queste sorgenti danno luogo a due rami che si uniscono a valle di Bregazzana (frazione di Varese).

Il ramo che nasce ad ovest, in Val di Rasa, è quello più importante. Le altre due sorgenti che originano questo corso d'acqua sono situate al passo Varrò (tra il Monte Legnone ed il Monte Pizzella) e sul monte Chiusarella. La sorgente principale, e quella che si trova al passo Varrò, si uniscono a monte dell'abitato della Rasa di Varese, mentre la sorgente del Monte Chiusarella confluisce nell'Olona più a valle. Il ramo della Valganna, che si trova ad est e che viene chiamato Margorabbia, nasce invece a sud del Monte Martica. Il ramo della Rasa è alimentato da sette piccoli affluenti (più precisamente, i torrenti Legnone, Grassi, Boccaccia, Brasché, Pissabò, Valle del Forno e Sesnini), mentre il ramo della Valganna è accresciuto da quattro corsi d'acqua (i torrenti Margorabbia, Valfredda, Valpissavacca e Pedana della Madonna).

Il ramo della Valganna dà origine anche al laghetto Fonteviva, dedicato alla pesca sportiva, ed alle cascate di Valganna, che in inverno, a causa del clima rigido, sono spesso ghiacciate. Si trovano nel comune di Induno Olona e sono vicine alle famose ed omonime grotte. Sulle cascate, che sono state create artificialmente all'inizio del XX secolo per migliorare il prelievo dell'acqua, si può ammirare il fenomeno dell'affioramento del travertino
L'Olona misura 71 km di lunghezza e possiede un bacino idrografico di 911 km². Il bacino idrografico dell'Olona si estende su parte delle province di Varese, Milano e, in minima parte, Como, interessando anche un minuscolo lembo di territorio svizzero. Una piccola parte del bacino del Gaggiolo, suo affluente, appartiene infatti al Canton Ticino.

Con i suoi 911 km², il bacino idrografico dell'Olona occupa il 5% della superficie della Lombardia ed ospita approssimativamente 1.000.000 di abitanti (che corrisponde a circa il 10% dei residenti nella regione). Il bacino imbrifero misura invece 370 km².

La maggior parte degli studiosi di idrografia descrivono l'Olona ed il Lambro Meridionale come un solo corso d'acqua che sfocia nel Lambro a Sant'Angelo Lodigiano e che ha una lunghezza complessiva di 121  km.

Fin dai tempi più antichi, gli abitanti della Valle Olona vissero principalmente lontano dal fiume, su terreni più alti che sicuramente non sarebbero stati colpiti dalle piene stagionali. Dai reperti archeologici trovati, si può dedurre che la Valle Olona fosse - già in antichità - una rilevante via di comunicazione.

Le acque dell'Olona sono state utilizzate per secoli dalla popolazione locale per irrigare i campi, per la pesca, per l'allevamento di bestiame, per muovere le ruote dei mulini ad acqua e, con l'industrializzazione delle sue sponde, per azionare le turbine idrauliche a servizio degli stabilimenti.

I reperti preistorici più antichi trovati nelle zone intorno all'alveo naturale l'Olona sono delle ossa di bos primigenius risalenti alla glaciazione Würm. Portate alla luce a Legnano in località Costa San Giorgio, sono conservate all'interno del museo civico Sutermeister.

Per quanto riguarda la presenza dell'uomo, i ritrovamenti più antichi scoperti nei dintorni del fiume sono stati rinvenuti nella zona delle sorgenti. I laghi varesini furono infatti frequentati, tra il 4300 a.C. ed il 800 a.C., da una civiltà palattificola. Secondo alcuni autori, parte di queste popolazioni, in seguito a un incremento demografico, migrarono verso sud insediandosi lungo la Valle Olona.

Più a valle, tra il 1926 ed il 1928, nei pressi del confine tra Castellanza e Legnano, è venuto alla luce un reperto risalente a un periodo compreso tra il 3400 a.C. ed il 2200 a. C. Si tratta di un piccolo frammento di un vaso campaniforme che è stato realizzato nell'età del rame e che è collegabile alla cultura di Remedello. È stato trovato durante i lavori di costruzione della strada statale 527 Bustese in località "Paradiso" a Castellanza. Anche questa suppellettile è conservata all'interno del museo civico Sutermeister di Legnano.

Più a valle sono stati scoperti reperti archeologici appartenenti cosiddetta "cultura di Canegrate". Durante gli scavi, furono individuate 165 tombe risalenti al XIII secolo a.C. e riconducibili all'età del bronzo recente. La cultura di Canegrate, che ha un'importanza che travalica i confini locali, si è sviluppata fino all'età del ferro. Le suppellettili successive, due punte di lancia in bronzo legate alla cultura di Golasecca arcaica e trovate a sempre Legnano, sono databili tra il IX e l'VIII secolo a.C. (prima età del ferro). Lungo l'Olona sono stati scoperti anche altri reperti che appartengono alla cultura di Golasecca; queste suppellettili, che sono più recenti di quelle precedentemente menzionate, risalgono invece al VI-V secolo a.C. I ritrovamenti archeologici trovati lungo l'Olona si fanno poi sempre più frequenti avvicinandosi alla conquista romana della pianura padana. Tra essi, spiccano numerosi reperti che sono collegati alla cultura di La Tène e che sono stati portati alla luce lungo la bassa Valle Olona.

Anche dopo la conquista romana, occorse del tempo affinché si compisse la romanizzazione della Valle Olona; durante questa fase, coesistette infatti un dualismo culturale gallo-romano. La completa romanizzazione della Valle Olona avvenne durante il I secolo a.C.; dopo questa fase, lungo le sponde del fiume, i ritrovamenti di reperti archeologici si sono fatti sempre più frequenti. Tale abbondanza di suppellettili è continuata per altri due secoli, cioè fino alla crisi del III secolo d.C., quando è avvenuto un vistoso calo. In epoca romana, le sponde dell'Olona assunsero una rilevante importanza per la loro posizione strategica rispetto alle vie di comunicazione tra la pianura padana e le Alpi. Nel I secolo d.C., lungo la direttrice disegnata dal corso del fiume, venne realizzata una strada romana che collegava l'antica Mediolanum al Verbano. Il tratto di fiume che segue questa strada fu canalizzato: c'è chi ipotizza che sia stata quest'opera a promuovere la deviazione dell'Olona verso Milano.

La strada costruita dagli antichi romani lungo il fiume conservò la sua importanza strategica anche nel Medioevo. Questa via di transito proveniva sempre dalla Valle Olona collegando Milano al nord ovest della Lombardia. L'Olona mantenne nei secoli la sua importanza strategica anche per un altro motivo: il fiume era una preziosa fonte di vettovagliamento per via della presenza, lungo il suo corso, di numerosi mulini ad acqua. Questi ultimi continuarono ad essere strategici anche nei secoli successivi grazie al loro impiego per fini agricoli. Il grano macinato in questi impianti molinatori forniva infatti derrate alimentari a decine di migliaia di abitanti.

Nel 1176 le sponde del fiume furono teatro delle fasi decisive della battaglia di Legnano. Il Carroccio, scortato da centinaia di cavalieri, fu collocato lungo una scarpata fiancheggiante l'Olona con l'obbiettivo di avere una difesa naturale almeno su un lato. La scelta di collocare il Carroccio a Legnano non fu fortuita. All'epoca il borgo legnanese rappresentava, per chi proveniva da nord, il passaggio di accesso al contado milanese: tale varco doveva essere chiuso e strenuamente difeso per prevenire l'attacco a Milano. Per questo motivo, a Legnano, fu in seguito edificato, su un'isola naturale del fiume, il Castello Visconteo.

Già nella tarda antichità, lungo il tratto iniziale del fiume, esisteva una località, Castelseprio, che stava gradualmente aumentando la sua importanza estendendo la sua influenza su un vasto territorio. Castelseprio divenne in un primo momento caposaldo longobardo e franco, e poi capoluogo dell'omonimo contado grazie alla sua importanza strategica. Castelseprio si trovava infatti all'incrocio tra la già citata strada che collegava Milano al Verbano e una via di comunicazione che invece si dirigeva verso Varese. In questi secoli, il controllo del Seprio era la chiave d'apertura dell'intera Valle Olona. I Visconti, sconfitti i Torriani nella battaglia di Desio (1287), conquistarono Castelseprio e ne imposero la distruzione. Il Seprio, e con esso la parte superiore della Valle Olona, furono poi definitivamente annessi al Ducato di Milano nel 1395.

Entrate a far parte del Ducato di Milano e già da secoli protette da una catena di fortezze e castelli, le sponde dell'Olona accrebbero il loro sviluppo: si moltiplicarono i mulini, mentre restava ancora rilevante l'apporto all'irrigazione. Un uso così intensivo delle acque richiese da parte del Ducato l'emanazione di apposite norme (i cosiddetti "Statuti delle strade e delle acque del contado di Milano"): ciò avvenne la prima volta nel 1346 e poi nel 1396.

Le premesse all'istituzione di un consorzio tra gli utilizzatori delle acque del fiume si ebbero nel 1541, quando furono sottoscritte le cosiddette Novae Costitutiones (in italiano, le "nuove costituzioni"). In questo caso il nuovo contratto, che aveva carattere pubblico, prevedeva un Regius Judex Commissarius Fluminis Olona (in italiano, "commissario del fiume "), che sovrintendeva al controllo degli utilizzatori delle acque dell'Olona. In genere, tale funzione era ricoperta da un esponente del Senato di Milano.

Nel 1548 fu emanata una "grida" che obbligava gli utilizzatori delle acque a comprovare, tramite documentazione scritta, i dettagli dei vari impieghi. In questi secoli la distribuzione delle acque non era equanime. Gli utilizzatori più ricchi e potenti prevaricavano infatti su quelli più poveri e indifesi.

Nel 1606 fu costituito a Milano un vero e proprio consorzio fra gli utilizzatori sotto la sorveglianza, anche in questo caso, del commissario del fiume Olona. Questo funzionario, come nel passato, aveva il compito di controllare l'uso delle acque dell'Olona. Non fu un caso che il consorzio sia nato a Milano: nel capoluogo meneghino dimoravano infatti gli utilizzatori delle acque che avevano gli interessi più cospicui.

I motivi che portarono alla nascita del consorzio risiedevano nel tentativo di risolvere la contesa tra gli utilizzatori ed il Governo spagnolo - che all'epoca dominava il Ducato di Milano - e nell'esigenza di quest'ultimo di riscuotere le tasse dai fruitori delle acque dell'Olona in modo più organizzato e sistematico possibile. Visto che le acque dell'Olona erano utilizzate da sempre gratuitamente, gli utenti storici contestavano al Governo il pagamento degli oboli, mentre gli spagnoli asserivano che le tasse erano dovute per via dello status delle acque, che era pubblico. I tentativi per risolvere la questione furono due. Il primo avvenne nel 1610, quando il governo ricevette una tantum 6000 scudi, mentre il secondo fu nel 1666, grazie al versamento di altri 8400 scudi. Con quest'ultimo obolo, gli spagnoli rinunciarono definitivamente ai diritti sul fiume. Quella descritta, era una gestione privatistica che proseguirà fino al 1921, quando le acque del fiume furono restituite al demanio pubblico. Questa associazione consortile sopravvive ancora con il nome di consorzio del fiume Olona. Tale sodalizio, che dal 1982 ha sede a Castellanza, è il consorzio irriguo più antico d'Italia.

Dopo il XVII secolo, le attività artigianali sorte lungo il fiume si diversificarono ulteriormente. Nel territorio iniziarono ad essere impiantate segherie, concerie, tintorie, sbianche, filature e tessiture per la seta, il cotone e la lana. Questi artigiani, per far muovere i propri macchinari, sfruttavano la forza motrice del fiume grazie alla posa di ruote idrauliche. Per poter installare queste ultime, gli artigiani dovevano chiedere il permesso al consorzio.

Le citate attività artigianali a gestione domestica gettarono poi le basi per la nascita delle protoindustrie. Dopo il 1820, le prime attività protoindustriali sorte lungo l'Olona iniziarono a sfruttare la forza motrice del fiume prima acquistando, e poi modificando nel modo più opportuno, i mulini ad acqua che da secoli erano destinati alla macinazione dei prodotti agricoli. Durante lo sviluppo industriale del XIX secolo, molti mulini entrarono quindi a far parte degli stabilimenti protoindustriali che stavano sorgendo lungo l'Olona. L'industrializzazione delle sponde dell'Olona fu quindi graduale, con gli imprenditori che preferirono sfruttare gli impianti idraulici degli antichi mulini piuttosto che impiantarne di nuovi. In altre parole, l'industria nasceva come metamorfosi di parte degli antichi mulini. Come conseguenza, la maggior concentrazione di attività protoindustriali si ebbe in corrispondenza dei tratti del fiume dove era superiore la presenza di impianti molinatori. La presenza dei mulini, l'abbondanza di manodopera locale, l'esistenza di moderne e rilevanti vie di comunicazione lungo il fiume, la presenza di personalità della zona che possedevano cospicui capitali da investire e la lunga tradizione artigianale della Valle Olona permisero alle sponde del fiume di diventare una delle culle dell'industrializzazione italiana.

A metà del XIX secolo, le primigenie attività protoindustriali si trasformarono poi in industrie nel senso moderno del termine. In questo contesto, le sponde dell'Olona videro la nascita della tela olona. Questo tessuto, che fu realizzato per la prima volta nelle tessiture di Fagnano Olona, ebbe la sua più comune applicazione in campo velico. Per ottimizzare lo sfruttamento della corrente, le ruote dei mulini vennero sostituite dalle più moderne ed efficienti turbine idrauliche. I mulini furono poi abbandonati o demoliti dalle industrie per poter permettere l'installazione di queste ultime. Con l'obbiettivo di migliorare il deflusso delle acque e aumentare, di conseguenza, l'efficienza degli impianti molinatori ed il rendimento delle turbine, l'alveo dell'Olona fu canalizzato e rettificato in vari tratti con l'eliminazione delle anse naturali. Il maggior numero di interventi di rettifica e canalizzazione è stato eseguito tra il XIX ed il XX secolo lungo i tratti che attraversano Fagnano Olona, Legnano e Milano.

Nella seconda parte del XIX secolo comparvero i macchinari a vapore, mentre all'inizio del secolo successivo iniziò lo sfruttamento dell'energia elettrica. Di conseguenza, la forza motrice per far muovere i macchinari non proveniva più dal fiume e quindi le turbine idrauliche furono gradualmente abbandonate. Nel primo periodo post bellico crebbe il fabbisogno di corrente elettrica, e quindi l'uso delle vecchie ruote dei mulini tornò ad essere economicamente conveniente, anche se solo per le piccole officine. Gli antichi mulini ripresero dunque ad azionare trapani, piallatrici, mole a smeriglio, ecc., ma anche questo nuovo risveglio si spense presto col mutare delle condizioni economiche. I mulini che erano ancora impiegati nell'agricoltura, e che non erano stati acquistati dalle aziende, vennero poi resi gradualmente obsoleti dalle nuove tecniche industriali di macinazione.

Con il passare del tempo, il numero delle fabbriche che sorgevano lungo le sponde dell'Olona crebbe costantemente fino ad arrivare a 129 nel 1881 e a 712 nel 1917. Anche la superficie dei terreni irrigati aumentò progressivamente: si passò dalle 10.801 pertiche milanesi del 1608, alle 16.120 del 1801 e alle 18.687 del 1877. Nel 1907, le bocche di presa dell'acqua, dalla Rasa di Varese a Milano, ammontavano a 274. 18 di esse erano "libere", cioè non soggette a limitazioni, mentre 53 erano "privilegiate", ovvero sottoposte a una regolamentazione speciale. Tutte le altre era assoggettate ad un rigido disciplinamento che prevedeva il prelevamento d'acqua in giorni e orari ben precisi[98]. Dal 1875, con l'aumento dell'urbanizzazione della zona, l'alveo dell'Olona subì, in molti tratti, delle opere di copertura. Questi lavori vennero compiuti soprattutto a Varese, Legnano, San Vittore Olona, Rho e Milano.

Quando cessò lo sfruttamento della forza idraulica del fiume, iniziò una crisi ambientale che portò l'Olona ad essere annoverato tra i fiumi più inquinati d'Italia. L'Olona divenne infatti un facile sversatoio dei residui e dei liquami derivati dalle diverse produzioni, in particolare tessili, conciarie e cartarie. I primi documenti che si riferiscono a sversamenti inquinanti scaricati nelle acque dell'Olona sono della metà del XIX secolo. Nel 1919 si registrarono quattro morti tra la popolazione, e sette tra il bestiame d'allevamento, per un'infezione di carbonchio che venne causata dalle venefiche acque dell'Olona.

La situazione precipitò nel periodo tra le due guerre mondiali. Nel periodo di massimo inquinamento, che fu registrato tra il 1950 ed il 1970, le acque dell'Olona contenevano sostanze fortemente acide ed erano sporcate da residui derivati dal petrolio. Inoltre, apparivano colorate dagli scarichi delle tintorie ed erano caratterizzate dalla presenza di una spessa schiuma bianca sulla superficie. Nel 1963, le industrie che scaricavano reflui inquinanti nell'Olona erano 88, mentre la popolazione che versava nel fiume i propri scarichi fognari ammontava a circa 219.000 abitanti. Ancora nel XXI secolo, il corso d'acqua raccoglie scarichi civili ed industriali malgrado già dagli anni ottanta del XX secolo sia in atto un'azione di bonifica con la costruzione di depuratori.

Nel 1998 le attività artigianali e industriali presenti nei comuni attraversati o lambiti dall'Olona ammontavano a circa 2.600 unità. In esse, erano impiegati quasi 20.000 lavoratori.
Fino dall'antichità, all'altezza della Maddalena, odierno quartiere di Milano, l'Olona prendeva la strada della città: in epoca romana per entrare nella Vettabbia con l'obbiettivo di aumentarne la portata irrigua poi, dal XII secolo, nel fossato difensivo attorno alle mura medievali e successivamente (1603) per alimentare la darsena di porta Ticinese. Fino al 1704 il fiume presentava un solo braccio terminale, mentre su una mappa del 1722 è riportato che l'Olona si biforcava in due rami pressoché paralleli che si riunivano prima di entrare in darsena: l'Olona Nuova, cioè quello settentrionale che più tardi si chiamerà roggia Molinara, e l'Olona Vecchia, ovvero quello meridionale. La roggia Molinara fu poi interrata alla fine del XIX secolo prima della canalizzazione del fiume. Vita più lunga ebbe invece la cosiddetta "isola Brera", che era ubicata tra le attuali vie Giorgio Washington e Vincenzo Foppa. Originata da un'altra biforcazione del fiume, prendeva il nome dalla cascina omonima che vi sorgeva. È ancora segnata in una carta del 1925.

Nel 1919, nell'ambito della complessa revisione idrofognaria di Milano, si iniziarono a costruire i canali dell'attuale percorso, che prevedeva la deviazione di parte delle acque dell'Olona verso il Lambro Meridionale passando per la circonvallazione esterna. Fu però mantenuta la diramazione che sfociava nella darsena. La deviazione verso quest'ultima avveniva in piazza Tripoli: qui c'era una chiusa che deviava il fiume per via Roncaglia, dando inizio a quello che fu chiamato il "ramo darsena". Nei due periodi di asciutta annuale dei Navigli, la chiusa era manovrata in modo tale da chiudere il ramo darsena facendo sfociare l'intera portata delle acque dell'Olona nel Lambro Meridionale a San Cristoforo. Il Lambro Meridionale, che all'epoca era un vero e proprio collettore di fogna, era anche conosciuto come "Lambro Merdario".

Il nuovo percorso canalizzato, che pure era previsto dal Piano Beruto del 1884, non entrò in funzione se non agli inizi degli anni trenta del XX secolo. La prima copertura effettuata a Milano sul corso dell'Olona avvenne nel 1935 su parte del ramo darsena (da via Valparaiso a viale Coni Zugna), quando al posto dello scalo bestiame delle ferrovie che vi sorgeva venne costruito il Parco Solari. La parte restante del ramo darsena, ed il tratto canalizzato lungo la circonvallazione, furono invece coperti tra il 1950 ed il 1970[30]. Col passare degli anni, e con l'aumentare dell'inquinamento del fiume, la chiusa di piazza Tripoli non venne manovrata soltanto per deviare il flusso delle acque durante le asciutte dei Navigli: dapprima ridusse notevolmente la portata del ramo darsena e, alla fine degli anni ottanta del XX secolo, l'azzerò per "rischio idrogeologico e pericolo di inquinamento" della darsena e delle acque che ne uscivano a scopo irriguo o di navigazione.
La mappa più antica che rappresenta il corso dell'Olona di cui abbiamo traccia documentata è datata 1608. Su di essa sono anche segnati i ponti e, con una buona precisione, le costruzioni lungo il fiume ma non la zona delle sorgenti e le misure delle varie proprietà.

Per il tratto che attraversa Milano, il percorso attuale compare, come già accennato, nel piano regolatore generale del Beruto del 1884. Con esso, è indicato anche il tracciato del ramo darsena. Questo, prima di incrociare via Vincenzo Foppa, attraversava sia la via Vepra, il cui nome ricorda sia quello romano del canale, sia l'antico borgo omonimo, dove, dopo la sconfitta col Barbarossa e la distruzione della città (1162), furono esiliati i milanesi di porta Vercellina. Qui, fino agli anni cinquanta del XX secolo, esisteva l'ultimo tratto di fiume non canalizzato e con andamento tortuoso, oltre che l'ultimo agglomerato artigiano che ne utilizzava le acque per tintorie e laboratori per il trattamento di tessuti pesanti.

Per il tratto a monte di Milano, la prima carta dotata di una certa precisione è una mappa tracciata nel 1763. In questo documento era illustrato il tratto dalla sorgenti a Gorla Minore. In seguito, ne è stata redatta un'altra nel 1772 dal conservatore del fiume Giuseppe Verri e dall'ingegner Gaetano Raggi per conto del consorzio del fiume Olona. Oltre alle infrastrutture, essa riporta anche i canali e le chiuse, e quindi è la prima carta dotata di una certa completezza. La più ricca nei dettagli, tra quelle più antiche, è invece una mappa del 1789 che è opera del frate Mauro Fornari e di Domenico Cagnoni. Questa carta inquadrava la provincia di Varese fino a qualche chilometro a sud di Legnano.

Tra le carte del XIX secolo, sono da citare la mappa disegnata dall'ingegner Vittore Vezzosi nel 1861, che riferisce anche di alcuni rilievi effettuati sul fiume, e quella dell'ingegner Eugenio Villoresi (1878), su cui sono tracciate con dovizia di particolari le zone irrigate dall'Olona. Quest'ultima, riporta infatti anche i canali e le rogge originate dal fiume.
L'Olona, prima della costruzione di argini e canali scolmatori, è stato un fiume che ha flagellato con frequenti esondazioni le aree che attraversa. Considerando gli ultimi quattro secoli, si possono contare più di 70 alluvioni. La prima di cui si ha notizia sui documenti si è verificata nel 1584 a Legnano. L'ultima esondazione che ha fatto danni ingenti si è invece verificata il 13 settembre 1995, mentre l'ultima in ordine cronologico è avvenuta il 29 luglio 2014. Tra quelle più recenti, le tre esondazioni che hanno fatto più danni in assoluto sono state quelle del 1911, del 1917 e del 1951. Quella più devastante è stata quella del 1951, che si è verificata in concomitanza con l'alluvione del Polesine.

Il maggior numero di allagamenti sono avvenuti nella parte finale del corso del fiume, in provincia di Milano. La città più colpita in questo tratto è stata Rho. Più a nord, la zona più interessata è stata invece quella del Clivio. La causa di questi frequenti straripamenti va ricercata nell'estensione ridotta dell'alveo del fiume rispetto alla portata di acqua che vi scorre. Lungo le sue sponde, sono state realizzate diverse opere per contenere le alluvioni. Il tratto maggiormente interessato a questi lavori è stato quello che attraversa la provincia di Milano. Per il tratto superiore, sono stati invece oggetto di interventi cospicui le sponde del fiume che attraversano Fagnano Olona, Vedano Olona e Varese. A Gurone è stata ultimata nel 2009 una diga a vasche di laminazione che regola la portata del fiume per contenerne le piene. È in grado di formare un bacino temporaneo di 1.570.000 m³ con un rilascio di 36 m³/s.

Altrettanto disastrose sono state le magre. La frequenza dei periodi di scarsissima portata idrica è paragonabile a quella delle alluvioni. Per quanto riguarda le magre storiche, quella del 1630 contribuì a diffondere la peste nell'Alto Milanese, mentre quella del 1734 passò agli annali per gli effetti recessivi che ebbe sul territorio. La magra del 1747 passò invece alla storia per la sua durata. Per fronteggiare le conseguenze dei periodi di magra, fin dagli Statuti del 1346, furono promulgate norme atte a ridurre gli sprechi e gli abusi delle utenze che prelevavano l'acqua dall'Olona. In questi secoli, chi veniva colto in flagrante a sperperare l'acqua dell'Olona poteva incorrere in sanzioni fiscali e a pene detentive o corporali. Le utenze che più pativano le magre del fiume erano i mugnai del tratto finale del corso d'acqua.
Finché fu in funzione, il tratto del Cavo Diotti che prelevava acqua a Castegnate rappresentò la derivazione artificiale più importante dell'Olona. Il suo tratto settentrionale si immette ancora nel XXI secolo nell'Olona, tramite l'affluente Bevera, dopo aver prelevato acqua da sorgenti presenti nel Canton Ticino e nel territorio di Viggiù. Il tratto meridionale di questo canale artificiale, cioè quello che estraeva a Castegnate l'acqua precedentemente immessa, venne invece interrato nel 1918 in seguito alla forte urbanizzazione della zona agricola di Pantanedo. Dato che la richiesta d'acqua per scopi irrigui si era quasi azzerata, questa parte del canale non venne infatti più adoperata. Il Cavo Diotti è stato costruito nel 1787. Fu voluto dall'avvocato Luigi Diotti, grande possidente terriero, per irrigare le sue proprietà. I fondi terrieri da lui posseduti si trovavano anche a Pantanedo, che era l'utenza finale del Cavo Diotti. Diotti, per realizzare l'opera, chiese ed ottenne il permesso dall'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria. Il progetto fu però foriero di polemiche: 32 utilizzatori delle acque del fiume si opposero strenuamente sostenendo che il prelevamento d'acqua sarebbe stato superiore alla sua introduzione. Visto l'appoggio governativo, il consorzio del fiume Olona cedette ed il 17 marzo 1786 diede il permesso per l'avvio dei lavori di costruzione. Quando il Cavo entrò in funzione, le polemiche non si placarono. Per decenni ci furono delle dispute sulla quantità d'acqua immessa - che molti giudicavano insufficiente a causa del sistema di misurazione - e sullo stato manutentivo della zona delle sorgenti dell'Olona, dove il Cavo Diotti immetteva acqua.

Nel 1860 furono proposte altre due derivazioni artificiali. La prima, che non venne mai realizzata per difficoltà tecniche e problemi di costo, doveva estrarre acqua dal lago di Lugano, mentre la seconda avrebbe dovuto immettere acqua nell'Olona grazie ad un prelevamento da un canale artificiale proveniente dal Ticino. I due progetti furono approvati dal consorzio del fiume Olona il 28 aprile 1877. In particolare, il canale artificiale proveniente dal Ticino, e destinato a confluire nel Naviglio Martesana, fu costruito dal 1887 al 1890 e venne denominato Canale Villoresi. La prima immissione nell'Olona di acqua dal Canale Villoresi fu compiuta nel 1923 grazie ad una presa situata a Nerviano. A regime, questa derivazione immetteva nell'Olona 1 m³/s. Tale opera fu voluta per fornire acqua agli utilizzatori a valle di Rho, che erano quelli che più pativano i periodi di magra del fiume.

Un quarto progetto di derivazione fu proposto nel 1865. Questo canale avrebbe dovuto prelevare acqua dal lago di Varese, ma non venne mai realizzato per il costo, che sarebbe stato troppo alto.

La qualità delle acque del fiume è monitorata in cinque stazioni: Varese, Lozza, Fagnano Olona, Legnano e Rho. Nelle prime stazioni di monitoraggio, l'acqua del fiume risulta "accettabile" o "sufficiente" ed è in costante miglioramento. A Legnano la qualità delle acque peggiora, assumendo il grado "scadente", ma anche qui si nota un miglioramento, visto che fino a pochi anni prima lo stato delle acque dell'Olona era "pessimo". A Rho, anche se in lieve miglioramento, le acque del fiume mantengono il grado "pessimo". A valle del depuratore di Pero, le acque dell'Olona migliorano.

Il consorzio di tutela del fiume si era posto l'obiettivo di far raggiungere in tutte le stazioni di monitoraggio, entro la fine del 2008, il grado "accettabile", ed entro la fine del 2016 il grado "buono". Dai dati ufficiali, la meta del 2008 non è stata raggiunta ed è ancora più difficile, sembra, raggiungere il traguardo prefissato per il 2016. Queste difficoltà hanno spinto l'amministrazione regionale lombarda a ricorrere a strumenti straordinari quali il "contratto di fiume". Questa iniziativa prevede infatti un maggiore coinvolgimento degli enti locali e della popolazione interessata, con l'obbiettivo di ottimizzare il coordinamento degli interventi.

Lungo il corso del fiume sono presenti diversi depuratori. Questi impianti per il trattamento delle acque reflue, che sono gestiti dal consorzio del fiume Olona, sono stati realizzati a Varese, Olgiate Olona, Gornate Olona, Cairate, Saltrio, Cantello, Canegrate, Parabiago e Pero. Per il tratto Varese-Milano, nel 2006, si segnalava la necessità di realizzarne altri: di questi, è stato completato soltanto quello di Gornate Olona (2009).
L'Olona, in tutto il suo percorso, viene scavalcato da 57 ponti, tra i quali ve ne sono alcuni di interesse storico, come il ponte romanico a Castiglione Olona, ed il ponte ferreo di Malnate, che è stato realizzato alla fine del XIX secolo per poter permettere l'attraversamento di una ferrovia. L'infrastruttura più grande che oltrepassa l'Olona è invece il viadotto di Cairate. Tra le vie di comunicazione che scavalcano l'Olona, ci sono 2 linee ferroviarie (la Saronno-Laveno e la Como-Varese) e 7 strade provinciali.

Il corso del fiume, che è profondamente artificializzato, è fortemente a rischio idraulico, cioè di straripamento. Dopo il completamento nel 2009 del grande impianto di laminazione di Gurone, a destare preoccupazione sono soprattutto il Lura e il Bozzente. Dal 2006 le opere di difesa idraulica sono demandate al già citato "contratto di fiume".

Lungo la Valle Olona è stata attiva una linea ferroviaria. La ferrovia della Valmorea, questo il suo nome, collegava Castellanza alla Svizzera seguendo il corso del fiume. Il servizio passeggeri è stato attivo dal 1904 al 1952, mentre il traffico merci è stato chiuso nel 1977 a causa della concorrenza della linea ferroviaria passante per Chiasso. Dal 1990 è in atto un progetto di recupero a scopo turistico.

Va anche segnalata la costruzione, lungo il corso del fiume, di varie piste ciclabili. Tra esse, va ricordata quella tra Castellanza a Castiglione Olona, il cui tragitto ricalca il percorso della ferrovia della Valmorea. Di questa pista ciclabile è in progetto il prolungamento fino a Mendrisio, in Svizzera
Tra le sorgenti e Nerviano il corso del fiume era un tempo disseminato di mulini. Fin dal Medioevo, lungo l'Olona, prosperava l'attività molitoria. Tale era il numero di mulini da far supporre che nel XV secolo questa attività costituisse per l'intera zona una notevole fonte economica.

Il più antico documento conosciuto nel quale si nomina un mulino sull'Olona è del 1043: esso fa riferimento ad un impianto molinatorio situato tra Castegnate e la località "Gabinella" a Legnano che era di proprietà di Pietro Vismara. Le Signorie degli Sforza e dei Visconti posero a presidio dei più importanti raggruppamenti di mulini sull'Olona alcune fortificazioni, sfruttando fortilizi e castelli già esistenti. Nel 1608 si contavano sulle sponde dell'Olona 116 mulini, fra i quali un maglio da rame, un follone o gualchiera per i panni e diversi torchi da olio, numero che passò a 106 nel 1772 e a 55 nel 1881. Negli anni citati, le ruote idrauliche a servizio di questi impianti molinatori (chiamate, nella Valle Olona, "rodigini") erano, rispettivamente, 463, 424 e 170.

Diversi di questi mulini sono giunti sino al XXI secolo. Alcuni sono stati recuperati, mentre altri versano in stato di abbandono. Partendo dalle sorgenti, i primi impianti molinatori di rilievo storico che si incontrano lungo l'Olona sono i mulini Grassi di Varese, che sono stati costruiti tra il XVI ed il XIX secolo. Sono stati ristrutturati per essere adibiti ad abitazione ed possiedono, sui muri esterni, alcuni esempi di meridiane di grande interesse storico ed un pregevole affresco del 1675. Più a sud sono invece presenti i mulini Sonzini di Gurone, che sono anteriori 1772. Sono rimasti in attività fino al 1970, dopo di cui sono stati adibiti ad abitazioni. A Vedano Olona è situato il mulino alle Fontanelle. Già presente nel 1772, possedeva una macina da grano ed un torchio. Subì un primo abbandono negli anni venti, poi fu ristrutturato negli anni settanta e di nuovo abbandonato nel decennio successivo.

A Castellazzo, località di Fagnano Olona, è situato il mulino Bosetti. Già censito come mulino Visconti nel 1772, fu catalogato come mulino del Ponte nel 1857 prima di assumere l'attuale denominazione negli anni seguenti. Nel 1982 risultavano accessibili le sole abitazioni, mentre il resto è abbandonato. A Castelseprio è presente il mulino Zacchetto, che fu attivo per fini agricoli dal XVIII al XIX secolo. Divenne prima sede della società Pagani (anni venti), per poi venire trasformato in centrale elettrica. Dagli anni ottanta risulta abbandonato. A Gornate Superiore, frazione di Castiglione Olona, è situato il mulino del Celeste. Già mulino Mariani nel 1772 e mulino Guidali nel 1857, fu registrato con l'attuale denominazione nel 1881. Disponeva di una macina da grano e di torchi da olio. Dal 1930 è stato adattato ad abitazioni private. A Lonate Ceppino è situato il mulino Taglioretti. Anch'esso, nel 1722, era di proprietà Mariani. Prese la denominazione attuale nel XIX secolo. Fu a servizio della cartiera Canziani dal 1901 e del cartonificio Samec dal 1920. Nel 1982 risultava abbandonato. A Gornate Olona sono presenti i mulini di Torba e San Pancrazio. Entrambi esistenti prima del 1772, assunsero i nomi delle rispettive frazioni del 1857. Cessarono le attività molinatorie verso metà del XX secolo. Sono in gran parte adibiti ad abitazioni. Ad Olgiate Olona è invece situato il mulino del Sasso. È ben conservato e quindi è in corso un progetto che prevede il ripristino completo dell'impianto idraulico.

A Legnano i sette mulini del centro città furono demoliti dalle grandi industrie cotoniere per permettere l'installazione delle più moderne ed efficienti ruote idrauliche. Nel Legnanese ne sono rimasti sei. Si tratta dei mulini Meraviglia (già Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia, De Toffol, Montoli di San Vittore Olona e Galletto di Canegrate. L'unico mulino di questa zona con le macine ancora in efficienza è il mulino annesso alla fattoria agricola Meraviglia di San Vittore Olona, che è certamente il più antico tra i rimasti: risalirebbe infatti al XIV secolo. Tale impianto molinatorio è ancora destinato a triturare il foraggio per bestiame. Da questi impianti molinatori prende il nome una gara internazionale di cross campestre, la Cinque Mulini, che si corre ogni anno, in primavera, a San Vittore Olona. A valle di Canegrate ne rimangono pochi altri, come il mulino Gajo-Lampugnani a Parabiago, il mulino Star Qua di Nerviano e il mulino Sant'Elena di Pregnana Milanese.
A partire dagli anni sessanta e settanta del XX secolo, l'industria della Valle Olona (specie il settore tessile) entrò in una crisi irreversibile e quindi, progressivamente, la maggior parte delle fabbriche interruppe definitivamente le attività produttive, lasciando lungo le aree adiacenti all'Olona un importante patrimonio di archeologia industriale.

Dotato di grande valore architettonico è il Birrificio Angelo Poretti di Induno Olona, che è stato fondato nel 1877. Nel 1901 questo plesso industriale fu ampliato con la costruzione di nuovi padiglioni in stile Liberty. Anche i successivi restauri e ampliamenti furono rispettosi di tale scelta architettonica. Gli edifici, tra il naturalismo, il classicismo, l'egizio e il floreale, presentano appariscenti decorazioni: mascheroni, grottesche, medaglioni, frange e gocce, conchiglie, lesene giganti e grandi festoni di luppolo. Questo stabilimento, in origine, sfruttava la già citata Fontana degli Ammalati, ovvero una risorgiva la cui acqua venne utilizzata per secoli per le sue qualità curative.

Più a valle sorge l'ex-Cotonificio Milani di Castiglione Olona. Oltre agli stabilimenti produttivi, questo plesso industriale comprende una villa padronale e alcune case operaie. Si trova nei pressi della ferrovia della Valmorea. Sempre a Castiglione Olona, sono anche presenti gli ex-stabilimenti del Pettinificio Mazzucchelli, le cui strutture sono antecedenti al 1849.

A Lonate Ceppino sono situati l'ex-Oleificio Lepori e l'ex-Pettinificio Clerici, entrambi anteriori al 1772. A Fagnano Olona sono presenti l'ex Cotonificio Candiani, che è dell'inizio del XX secolo, la Filatura Introizzi, che è stata fondata prima del 1881, e gli ex-stabilimenti della cartiera Vita Mayer. Nella municipalità di Solbiate Olona si possono trovare gli ex-stabilimenti del Cotonificio Ponti. Questo plesso industriale è stato fondato nel 1908 su una precedente filatura avviata nel 1823. A Olgiate Olona è invece presente l'ex Sanitaria Ceschina, ovvero un garzificio che è stato costruito tra il 1902 ed il 1907.

A Legnano e a Castellanza sono situati due degli ex-stabilimenti del Cotonificio Cantoni. Il primo nucleo dello stabilimento legnanese è stato avviato nel 1830. Questa fabbrica è stata in parte demolita, e gli edifici rimasti sono stati convertiti a centro commerciale. L'ex Cotonificio Cantoni di Castellanza è stato invece adibito, nel 1991, a sede dell'università Carlo Cattaneo.
A partire dalla seconda metà del XX secolo, sono state diverse le aree naturali protette istituite lungo le sponde dell'Olona. Il Parco regionale del Campo dei Fiori ha una superficie di 6.300 ettari ed è gestito da un consorzio formato dalla Comunità montana Valli del Verbano, dalla Comunità montana del Piambello, dalla provincia di Varese e dai diciassette comuni compresi nel territorio del Parco: Barasso, Bedero Valcuvia, Brinzio, Casciago Castello Cabiaglio, Cocquio-Trevisago, Comerio, Cunardo, Cuvio, Gavirate, Induno Olona, Luvinate, Masciago Primo, Orino, Rancio Valcuvia, Valganna e Varese. Ha sede a Brinzio ed è stato istituito nel 1984. Dal 2010 è attivo il progetto di recupero dell'area della sorgente principale dell'Olona alla Rasa di Varese.

Il Parco Rile Tenore Olona, che è stato costituito nel 2006, abbraccia un territorio caratterizzato da estesi terrazzamenti di origine fluvio-glaciale, i cosiddetti pianali morenici, ed è ricco di siti di rilevanza storica e culturale. La tipica geologia del territorio consente la nascita di molteplici piccoli corsi d'acqua sostentati da acque risorgive e piovane. I principali sono il Rile ed il Tenore. Il parco si estende per 16 km² e comprende i comuni di Cairate, Carnago, Caronno Varesino, Castelseprio, Castiglione Olona, Gazzada Schianno, Gornate Olona, Lonate Ceppino, Lozza, Morazzone e Oggiona con Santo Stefano.

Il Parco Valle del Lanza, nato nel 2002, include i comuni di Malnate, Cagno, Bizzarone e Valmorea. Interessa soprattutto il territorio attraversato dal torrente Lanza (altro nome del Gaggiolo), da cui prende la denominazione. Ha un'estensione di 676 ettari.

Nel 2006 è stato istituito anche il parco del Medio Olona, che comprende il tratto della Valle Olona tra Fagnano Olona e Marnate. Il parco include i comuni di Fagnano Olona, Gorla Maggiore, Solbiate Olona, Gorla Minore, Olgiate Olona e Marnate. Oltre alla Valle Olona, il parco comprende anche il tratto fagnanese del Tenore e i boschi ad est di Gorla Maggiore, dove scorre il Fontanile di Tradate.

Il Parco locale del bosco di Legnano, nato nel 1976, sorge accanto al castello di Legnano, al confine con i comuni di Canegrate e San Vittore Olona. È anche noto come "parco castello" o "parco di Legnano". Nel periodo della sua costituzione, i rimboschimenti non erano fondati sulle conoscenze delle specie locali, e dunque questa area protetta annovera molte piante non autoctone della zona. Nel 1981 è stata realizzata una zona umida che è frequentata da un grande numero di uccelli acquatici e che è abitata da molte specie ittiche.

Il Parco dei mulini, che è stato istituito il 20 marzo 2008, interessa le aree boschive ed agricole dei comuni di Legnano, Canegrate, San Vittore Olona, Parabiago e Nerviano. La superficie, oltre 264 ettari, è quasi interamente impiegata ad attività agricole. Nel parco sono presenti importantissime testimonianze storiche come il castello di Legnano, l'ex opificio Visconti di Modrone e sei mulini, ultima testimonianza dell'antica tradizione molitoria della zona.


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