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lunedì 7 agosto 2017

I FIGLI DI GESU'

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Nel XII secolo il monaco Pièrre des Vaux-de-Cernay, riferendosi ai Catari, scriveva: "Gli eretici dichiaravano che Santa Maria Maddalena era la concubina di Gesù Cristo".

L'idea di Maria Maddalena come moglie o compagna di Gesù venne ripresa nel XIX secolo. Nel 1886 il socialista Louis Martin pubblicò il libro Les Évangiles sans Dieu, in cui sosteneva che il Gesù storico avrebbe sposato Maria Maddalena e avuto un figlio da lei. In seguito la Maddalena fu la protagonista dell'opera teatrale L'amante du Christ, scritta nel 1888 da Rodolphe Darzens con il frontespizio realizzato da Félicien Rops.

Nel XX secolo, l'ipotesi della linea di sangue di Gesù secondo la quale il Gesù storico avrebbe sposato Maria Maddalena e avuto una figlia da lei venne portata alla ribalta da Donovan Joyce nel suo libro del 1973 The Jesus Scroll.

In un libro del 1977, Jesus died in Kashmir: Jesus, Moses and the ten lost tribes of Israel, Andreas Faber-Kaiser esaminò la leggenda secondo cui Gesù incontrò una donna del Kashmir, la sposò ed ebbe da lei diversi figli. L'autore intervistò anche il fu Basharat Saleem il quale dichiarava di essere un discendente kashmiro di Gesù.

Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln svilupparono e resero popolare l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena diede vita alla dinastia Merovingia nel loro controverso saggio del 1982 Il santo Graal, in cui essi affermarono:

« Il significato simbolico di Gesù è che egli è Dio esposto allo spettro delle esperienze umane - esposto alla conoscenza di prima mano di ciò che comporta essere un uomo. Ma poteva Dio, incarnato in Gesù, veramente dichiarare di essere un uomo, per comprendere lo spettro dell'esistenza umana, senza arrivare a conoscere due delle sfaccettature più basilari, più elementari della condizione umana? Poteva Dio dichiarare di conoscere la totalità dell'esistenza umana senza confrontarsi con due degli aspetti fondamentali dell'umanità come la sessualità e la paternità? Noi pensiamo di no. Di fatto, noi non pensiamo che L'Incarnazione simbolizzi veramente ciò che essa intende simbolizzare a meno che Gesù fosse sposato e avesse avuto dei figli. Il Gesù dei Vangeli, e della Cristianità istituita, è in fin dei conti incompleto - un Dio la cui incarnazione come uomo è soltanto parziale. Il Gesù che è emerso dalla nostra ricerca gode, secondo la nostra opinione, di un diritto molto più valido di quello che la Cristianità avrebbe voluto che lui fosse.»
Nel suo libro del 1992 Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls: Unlocking the Secrets of His Life Story, anche Barbara Thiering sviluppò l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena, basando le sue conclusioni storiche sull'applicazione della cosiddetta tecnica Pescher al Nuovo Testamento. Nel suo libro del 1993 The Woman with the Alabaster Jar: Mary Magdalen and the Holy Grail, Margaret Starbird sviluppò l'ipotesi che Santa Sara fosse la figlia di Gesù e Maria Maddalena e che questa fosse la fonte della leggenda associata con il culto a Saintes-Maries-de-la-Mer dove, secondo una tradizione riportata dalla Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe sbarcata dopo avere lasciato la Palestina. Ella dichiarò anche che il nome "Sara" significa "Principessa" in ebraico, rendendola così la figlia dimenticata del "sang réal", il sangue reale del Re dei Giudei.

Nel suo libro del 1996 Bloodline of the Holy Grail: The Hidden Lineage of Jesus Revealed, Laurence Gardner presentò gli alberi genealogici di Gesù e Maria Maddalena come gli antenati di tutte le famiglie reali europee dell'Era volgare. Il seguito del 2000 di quel libro Genesis of the Grail Kings: The Explosive Story of Genetic Cloning and the Ancient Bloodline of Jesus è unico nelle sue affermazioni secondo cui la linea di sangue di Gesù può realmente essere fatta risalire fino ad Adamo ed Eva ma che il primo uomo e la prima donna erano ibridi primati-alieni creati dall'Anunnaki della teoria degli antichi astronauti.

Il libro del 2000 Rex Deus: The True Mystery of Rennes-Le-Chateau and the Dynasty of Jesus, Marylin Hopkins, Graham Simmans e Tim Wallace-Murphy svilupparono l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maddalena faceva parte di una dinastia ombra discendente dai 24 sommi sacerdoti del Tempio di Gerusalemme nota come "Rex Deus" - il "Re Dio".

Il romanzo del 2003 Il codice da Vinci di Dan Brown presentò alcune di queste ipotesi come valide. Elementi di alcune ipotesi sulla linea di sangue di Gesù vennero proposte dal documentario del 2007 La Tomba Perduta di Gesù di Simcha Jacobovici incentrato sulla scoperta della Tomba Talpiot, che fu anche pubblicata in un libro intitolato La Tomba della Famiglia di Gesù.

Nel documentario del 2008 Linea di sangue, Bruce Burgess, un produttore cinematografico con interessi nel paranormale, dichiara di essere in collaborazione con un presunto ricercatore soprannominato "Ben Hammott", il quale avrebbe trovato diverse salme mummificate (una delle quali sarebbe la presunta di Maria Maddalena) a Rennes-le-Château, in Francia, comprovanti ipoteticamente l'esistenza di una linea di sangue di Gesù. Ma nell'aprile del 2012 "Ben Hammott" ha ammesso che era tutto falso.

Tuttavia la divulgazione del dibattuto contenuto del cosiddetto Vangelo della moglie di Gesù, avvenuta a Roma nel settembre del 2012, ha riportato alla ribalta il tema della relazione tra Gesù e Maria Maddalena. Il Vangelo della moglie di Gesù è un piccolo frammento di un antico papiro che riporta un brano in lingua copta che include le parole: "Gesù ha detto loro: 'mia moglie ...' ". Il frammento è una copia del IV secolo di ciò che si pensa essere "un vangelo scritto in greco, probabilmente nella seconda metà del II secolo."

Basharat Saleem, il Kashmiro fu custode della Tomba del Martire di Yuz Asaf in Srinagar, Michel Roger Lafosse, un falso pretendente belga al trono dell'ex Regno di Scozia, Kathleen McGowan, un autore e lirico americano hanno pubblicamente dichiarato di discendere dalla linea di sangue di Gesù.

Come reazione a Il santo Graal, Il codice da Vinci e ad altri libri controversi, siti web e film sullo stesso soggetto, un buon numero di persone negli ultimi anni del Novecento e nei primi del XXI secolo hanno aderito all'ipotesi di una linea di sangue di Gesù nonostante la mancanza di prove reali. Mentre alcuni semplicemente considerano la cosa come una nuova proposizione intellettuale, altri la ritengono un dato di fatto indiscutibile. Tra questi ultimi spiccano coloro i quali attendono che un diretto discendente di Gesù alla fine emerga come un grande uomo che divenga un messia, un re sacro che regga un governo del mondo, nel corso di un evento che essi interpreteranno come un secondo avvento mistico di Cristo.

I punti di vista spirituali eclettici di questi aderenti sono influenzati dagli scritti di autori iconoclasti da un ampio spettro di prospettive. Questi scrittori cercano spesso di sfidare le credenze e le istituzioni moderne mediante una reinterpretazione della storia cristiana e della mitologia. Alcuni tentano di promuovere e comprendere spiritualmente l'uguaglianza tra uomini e donne ritraendo Maria Maddalena come apostola di un femminismo cristiano, e perfino come la personificazione della dea madre o del femminino sacro, associandola generalmente con la Madonna Nera.

Alcuni vorrebbero che la cerimonia che celebrò l'inizio del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena venisse considerato come una "matrimonio sacro"; e Gesù, Maria Maddalena, e la loro presunta figlia, Sara, fossero considerati come una famiglia sacra, allo scopo di mettere in discussione i tradizionali ruoli dei generi e i valori familiari. Quasi tutte queste rivendicazioni sono in contrasto con l'erudita apologetica cristiana, e sono state scartate come eresie gnostiche New Age.

Nessuna corrente principale della denominazione cristiana ha mai accolto l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù come dogma o come oggetto di devozione religiosa, poiché esse sostengono che Gesù, considerato il Figlio di Dio, fu perpetuamente continente e casto, e metafisicamente sposato alla Chiesa; egli morì, risorse, ascese al cielo, e infine tornerà corporeamente e visibilmente sulla terra, rendendo perciò ogni ipotesi di una discendenza di Gesù e corrispondenti aspettative messianiche impossibili.

Molti fondamentalisti cristiani ritengono che l'Anticristo, profetizzato nel Libro della Rivelazione, progetti di presentarsi come discendente dalla linea davidica per rafforzare la sua rivendicazione di essere il Messia degli Ebrei. Lo scopo di questa propaganda sarebbe quello di influenzare le opinioni, le emozioni, le attitudini e il comportamento degli Ebrei e dei filo-semiti per conseguire i suoi obiettivi satanici. Un sempre maggior numero di escatologisti cristiani ritiene che l'Anticristo possa presentarsi come discendente dalla linea di sangue di Gesù per approfittare della popolarità di questa ipotesi.

Le ipotesi della linea di sangue di Gesù decorrono in parallelo con altre leggende circa il volo dei discepoli verso terre lontane, come quella secondo cui Giuseppe d'Arimatea giunse in Inghilterra dopo la morte di Gesù, portando con sé il frammento di una spina della Corona di Spine, che successivamente piantò a Glastonbury. Gli storici generalmente considerano queste leggende come "pie truffe" inventate durante il Medioevo.

L'ipotesi della linea di sangue di Gesù presentata nel libro Il Santo Graal non è contenuta in nessuno dei documenti del "Priorato di Sion" ed è stata scartata come frutto di fantasia da Pierre Plantard nel 1982 in un'intervista ad una radio francese, così come da Philippe de Cherisey in un articolo di giornale. Plantard dichiarò solo che i Merovingi discendevano dalla Tribù di Beniamino, il che contraddice l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù come anello mancante tra la linea di sangue merovingia e la linea di sangue davidica dalla Tribù di Giuda. Il concetto di una linea di sangue diretta da Gesù e Maria Maddalena, e i suoi ipotetici rapporti con i Merovingi (e con i loro presunti discendenti moderni: Asburgo, Granduchi del Lussemburgo, Clan Sinclair, Stuart, Cavendish, Borbone e Borbone-Orléans), oltre ad altre famiglie nobili, è stroncata come pseudostoria da una qualificata maggioranza di cristiani e storici secolari come Darrell Bock e Bart Ehrman, così come hanno fatto giornalisti e ricercatori come Jean-Luc Chaumeil, che possiede un vasto archivio su questo argomento.



Nel 2005, il presentatore della TV britannica e archeologo dilettante Tony Robinson curò e presentò una dettagliata confutazione dei principali argomenti di Dan Brown e di quelli di Baigent, Leigh, e Lincoln, nella trasmissione "The Real Da Vinci Code" (Il vero Codice da Vinci), andata in onda su Channel 4. Il programma mostrò lunghe interviste con molti dei principali protagonisti, mettendo in serio dubbio il presunto arrivo di Maria Maddalena in Francia, tra gli altri miti correlati, intervistando in un documentario gli abitanti di Saintes-Maries-de-la-Mer, il centro del culto di Santa Sara.

The True Mystery of Rennes-Le-Chateau and the Dynasty of Jesus si impernia sulla testimonianza dell'anonimo informatore degli autori, "Michael", il quale dichiarò di essere un discendente del Rex Deus. Le prove a sostegno dell'ipotesi erano apparentemente andate smarrite, e pertanto non possono essere verificate indipendentemente, dato che Michael affermava che esse erano contenute nello scrittoio del sui defunto padre, che era stato venduto dal fratello, ignaro del suo contenuto. Alcuni critici puntualizzano che il racconto dell'informatore relativo alla storia della propria famiglia sembra basarsi sulla dubbia opera di Barbara Thiering, e lo identifica come Michel Roger Lafosse.

Robert Lockwood, il responsabile stampa della Diocesi Cattolica Romana di Pittsburgh, vede il concetto di Chiesa cospirante allo scopo di insabbiare la verità su una linea di sangue di Gesù come una deliberata propaganda anticattolica. Egli lo vede come parte della lunga tradizione di un sentimento anti-cattolico che ha radici profonde nell'immaginario Protestante americano ma risalente all'inizio della Riforma del 1517.

Benché le ipotesi di una linea di sangue di Gesù non siano state sottoposte al giudizio del Jesus Seminar, un gruppo di studiosi coinvolti nella ricerca del Gesù storico da una prospettiva cristiano liberale, essi non sono stati in grado di determinare se Gesù e Maria Maddalena ebbero una relazione coniugale a causa della mancanza di evidenze storiche. Essi hanno concluso che la Maria Maddalena storica non fu una prostituta pentita ma uno dei principali discepoli di Gesù e uno dei leader del movimento cristiano degli inizi. Bart D. Ehrman, che dirige il Dipartimento di Studi Religiosi dell'Università della Carolina del Nord, ha commentato che, per quanto esistano alcun studiosi di storia che affermano che Gesù fosse sposato, la gran parte degli studiosi del Nuovo Testamento e del Cristianesimo degli inizi ritengono questa asserzione storicamente inaffidabile.

In fin dei conti, il concetto secondo cui una persona vivente duemila anni fa abbia oggi un piccolo numero di discendenti viventi ai giorni nostri è statisticamente improbabile. Steve Olson, autore de Mapping Human History: Genes, Race, and Our Common Origins, ha pubblicato un articolo su Nature dimostrante che, secondo un calcolo di probabilità statistica:

« Se qualcuno oggi vivente discendesse da Gesù, lo sarebbe la maggior parte di noi sul pianeta. »
Lo storico Ken Mondschein mise in ridicolo il concetto secondo cui la linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena avrebbe potuto essere preservata:

« La mortalità infantile nell'età pre-moderna era ridicolmente elevata, e sarebbe bastata una sola morte infantile per incidente o malattia in 2000 anni per spazzare via la linea di sangue … se invece i figli di Cristo si fossero sposati uno con l'altra, d'altra parte, alla fine la consanguineità avrebbe fatto sì che oggi i figli di Dio avrebbero pinne invece di piedi. »

Secondo gli autori del libro, "The Lost Gospel" ("Il vangelo perduto"), non è solo plausibile che Gesù abbia contratto matrimonio con Maria Maddalena, ma è anche assai credibile. Il professore canadese di studi religiosi Barrie Wilson e lo scrittore israelo-canadese Simcha Jacobovici hanno tradotto dall'aramaico un antico manoscritto, la 'Storia ecclesiastica di Zaccaria il Retore', risalente a circa 1500 anni fa. Tra le pagine di questo testo, conservato alla British Library, secondo gli studiosi, ci sarebbe la prova definitiva che Gesù fu effettivamente sposato e che la Vergine Maria originale altro non è che Maria Maddalena, compagna e non madre di Gesù.

Il manoscritto risale al 570 d.C ed è rimasto archiviato nella British Library per oltre vent'anni, dopo che era stato acquistato dal British Museum nel 1847 da un uomo che diceva di averlo ottenuto dal Monastero di San Macario in Egitto. Negli ultimi 160 anni, il documento è stato studiato, ma giudicato "irrilevante". Fino a quando non è passato tra le mani dei ricercatori Wilson e Jacobovici, che lo hanno tradotto e "spulciato" per ben sei anni prima di convincersi che contenesse qualche verità.

La provenienza del frammento resta misteriosa, in quanto il proprietario ha chiesto di restare anonimo. Secondo gli esperti che lo hanno visionato, il frammento è comunque autentico e non un falso: le lettere sono scritte dalla mano di una persona non troppo colta, e il papiro e il tipo di inchiostro utilizzato sono compatibili con quelle usate nel quarto secolo dopo Cristo. Il modo di scrivere sembra ricondurre a una scrittura “non professionista”, cioè non quella di uno scriba,  magari compilata da qualche credente che voleva tramandare la dottrina cristiana mentre c’erano ancora in corso le persecuzioni.

C’è anche chi si è immediatamente lanciato a controbattere ogni ipotesi di una sposa di Gesù asserendo che all’epoca era possibile avere una moglie in modo simbolico e comunque la parola “moglie” potrebbe riferirsi alla Chiesa stessa come accade nel nuovo Testamento. Nell’Antico testamento invece il termine sposa è spesso riferito, parlando dei profeti, alla terra di Israele. Forse dunque non una moglie vera e propria, ma solo un simbolo spirituale già usato in altre parti delle scritture.

A favore dell’ipotesi di un Gesù sposato sono comunque alcune considerazioni di tipo storico: ad esempio il fatto che all’epoca sarebbe stato molto improbabile che un rabbi fosse celibe. Un predicatore non sposato in Palestina sarebbe dunque stato una grossa anomalia storica. Nella tradizione si racconta che solo Giovanni tra i discepoli non era ammogliato, mentre tutti gli altri 11 avrebbero avuto una sposa, incluso Pietro-Simone, futuro capo della Chiesa.  Anche nella cultura Essena, che secondo molti avrebbe avuto una connessione profonda con il messaggio di Gesù, il matrimonio era la regola.

Ma le considerazioni non si fermano alla figura di Cristo. Ben prima che si parlasse del frammento di papiro, i racconti e le testimonianze storiche di un matrimonio tra Gesù e la Maddalena sono proseguite per secoli, con tanto di persecuzioni per chi portava avanti questa idea. Del resto la figura di Maria Maddalena ha una rilevanza notevole nel Nuovo Testamento: è a lei che Gesù appare per primo dopo la resurrezione e non a Pietro o gli altri discepoli. La sua figura è dunque – al di là che fosse sua moglie o meno – di eccezionale importanza nella storia di Gesù: lei è la prima evangelista in un certo senso, e la prima discepola.

Nel sud della Francia esiste una piccola chiesa, (Les Saints Marie de la Mer) visitata da migliaia di gitani ogni anno che custodisce le spoglie mortali di Santa Sara, la misteriosa figura che avrebbe aiutato Maria Maddalena assieme a Maria di Giacomo (zia di Gesù e sorella di Maria)  e Maria Salomé (madre di Giovanni e Giacomo) a traversare il Mediterraneo a bordo di una barca per giungere in Europa.

Sarebbero le tre Marie che avevano vegliato assieme a Maria madre di Gesù e Giovanni la crocefissione, che avrebbero assistito alla deposizione e a cui Gesù si sarebbe rivelato dopo la resurrezione.

La figura più enigmatica sarebbe comunque quella di Santa Sara, scura di pelle, ha anche una statua che tra il 24 e il 25 maggio di ogni anno riceve la venerazione dei fedeli gitani che la chiamano “Sara-la-Kali”, ovvero Sara la Nera. In tutto il mondo mediovale esistono effigi di queste misteriose Madonne nere, ed ella sarebbe la capostipite.

Sulla storia di santa Sara ci sono molti racconti: si dice che venisse dalla Camargue, nel Sud della Francia, o che fosse una egiziana, o libica. Sta di fatto che in alcune tradizioni più eretiche ella sarebbe addirittura la figlia di Gesù e di Maria e quindi il vero Santo Graal, ovvero il frutto del grembo della Maddalena, raffigurato simbolicamente come una coppa che racchiude il sangue di Cristo.

Secondo la tradizione le tre Marie sarebbero arrivate nella Francia nel 42 dopo Cristo per mare e da lì avrebbero continuato a evangelizzare il messaggio di Cristo. Si hanno testimonianze storiche nel V secolo di un piccolo isolotto boscoso, dove c’era un piccola chiesa proto cristiana chiamata Sainte-Marie de l’Ilot, o Sainte-Marie-de-Ratis.

L’edificio venne probabilmente distrutto tra l’VIII ed il X sec. in seguito alle invasioni saracene, e successivamente ricostruito.  Nel XII sec.  la chiesa viene ampliata  e nel 1315 è l’anno di fondazione della Confraternita delle Saintes Maries. Notre-Dame-de-la-Mer diventa meta di visita di numerosi pellegrini, e parte del Cammino di Santiago. Nel 1349 si scava la cripta sotterranea e nel 1448 una bolla papale autorizza il re di Francia Renato d’Angiò, conte di Provenza, ad intraprendere degli scavi. Verranno scoperti i resti delle “Sante Marie”, successivamente riposti in una teca doppia sistemata, fin da quei tempi, nella Cappella Alta. Lo stesso re, l’anno successivo, farà ampliare la cripta.

Secondo un elenco pubblicato nella discussa raccolta di documenti denominati “Dossiers Segreti”, Renato d’Angiò ricoprì dal 1418 al 1480 la carica di IX Gran Maestro del Priorato di Sion, la misteriosa associazione segreta nata in seno ai Cavalieri Templari, il cui scopo era quello di preservare e perpetrare la stirpe divina del Cristo. Non sembra, quindi, un caso, che egli si sia dato tanto da fare per approfondire e diffondere il culto della Maddalena in Francia. Va sottolineato, però, che i “Dossiers Segreti” sono da tempo ormai considerati inattendibili, e che non esistono prove documentali sulla reale esistenza storica del Priorato di Sion. La leggenda, per quanto suggestiva, è quindi ancora destinata a rimanere come tale.

Dan Brown avrebbe costruito il ‘fidanzamento’ di Gesù e la Maddalena, e i loro figli in terra francese (da cui avranno poi origine i Merovingi). La ‘Legenda Aurea’, scritta dal 1255 al 1266, sarà divulgata attraverso i secoli e dalla quale diversi pittori prenderanno spunto per dipingere episodi del viaggio della Santa e di cui venne probabilmente a conoscenza anche Leonardo.

Leonardo, secondo alcuni Gran Maestro del Priorato di Sion, avrebbe ritratto nell’Ultima Cena lo sposalizio di Maria e Gesù.

Sui simboli che Leonardo avrebbe celato nel famoso affresco si sono scritti fiumi di parole, dopo la risonanza internazionale data dal libro di Dan Brown: ad esempio l’aspetto femminio di Maddalena/Giovanni occultato da restauri successivi, il gesto minaccioso di Pietro sul collo di lei (come a suggerire che la Chiesa aveva messo a tacere la vera natura del rapporto tra Maddalena e Gesù) e così via.

Ma non sarebbe solo il celebre genio della Gioconda ad aver celebrato il femminile sacro, bensì secondo alcuni anche il divino Poeta.  In base ad una scuola di pensiero iniziata il secolo scorso, Dante Alighieri, come buona parte dei poeti del Dolce stil novo, avrebbe fatto parte di un ordine segreto iniziatici, i Fedeli d’Amore, legato ai Templari e Rosacrociani ed in forte sospetto di eresia. In tutte le loro poesie e nei loro scritti troviamo il simbolismo della Donna come Sapienza Trascendente (Hagia Sophia), come pure quello della “Candida Rosa”.  Dante condannava aspramente la Chiesa, chiamava il papa un falso Pastore,  e  a causa di questa sua lotta fu mandato in esilio dall’amata Firenze.  Beatrice, il simbolo della donna amata, è il suo primo ponte verso l’incontro con Dio, un segno di come egli abbia ampiamente esaltato il sacro femminile come esempio di divina Sapienza, per poi passare a San Bernardo, sua ultima guida e guarda caso creatore della regola dei Templari.

San Bernardo conduce infatti Dante a Dio e Dio, lo dice espressamente Dante nel canto 33 del Paradiso, ha un’effige umana, tema squisitamente rosacrociano. I Rosacroce sarebbero stati custodi del mistero sul vero Santo Graal, rappresentato da una coppa, ma che altro non sarebbe stato, come dicevamo prima, il ventre della Maddalena, madre della progenie di Cristo e sua sposa sacra.

Sebbene sulla connessione tra Dante, Templari e Rosacrociani ci sono state molte discussioni, anche discordi, resta il fatto che, Maddalena o meno,  nell’antichità esiste chi abbia celebrato il femminile come parte fondamentale di un’autentica trasformazione spirituale. Se fosse anche solo per questo, anche se la leggenda di uno sposalizio da Gesù e la Maddalena risultasse un falso, questa tema rimane di significativa importanza anche al giorno d’oggi.



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mercoledì 4 febbraio 2015

OLONA - Questo nostro fiume nella storia -


le nostre nonne che lavavano i panni



                                                 il nostro inquinamento



L'Olona (Ulona, Urona oppure Uòna in lombardo occidentale) è un fiume italiano lungo 71 km, il cui corso si sviluppa interamente in Lombardia.

Il fiume nasce a 548 m s.l.m. in località Fornaci della Riana alla Rasa di Varese, presso il Sacro Monte di Varese, all'interno del Parco regionale Campo dei Fiori. Solcata la Valle Olona e attraversato l'Alto Milanese, l'Olona giunge a Rho, dove versa parte delle sue acque nel Canale Scolmatore di Nord Ovest. Passata Pero, il fiume entra a Milano, dove, all'uscita del suo percorso sotterraneo, confluisce nel Lambro Meridionale in località San Cristoforo ponendo fine al suo corso. Il Lambro Meridionale sfocia poi nel Lambro a Sant'Angelo Lodigiano. Lungo il suo percorso, il sistema idrico formato dall'Olona e dal Lambro Meridionale attraversa o lambisce 45 comuni ricevendo le acque di 19 affluenti.

L'Olona è noto per le cascate e le grotte di Valganna e per essere stato uno dei fiumi più inquinati d'Italia. La valle scavata dal fiume, grazie all'impianto di ruote idrauliche che sfruttavano la forza motrice originata dall'acqua, è stata una delle culle dell'industrializzazione italiana.

Il fiume talvolta è indicato anche come "Olona settentrionale" per l'omonimia con un altro Olona, che nasce a Bornasco e che sfocia nel Po dopo aver attraversato la provincia di Pavia. Questo secondo Olona, a sua volta, viene designato come "inferiore" o "meridionale". L'omonimia non è di origine imitativa o etimologica, ma è dovuta al fatto che originariamente si trattava di due tronconi dello stesso fiume, deviato dai Romani nel suo tratto superiore verso Milano e la Vettabbia.
La sorgente principale dell'Olona è in località Fornaci della Riana, alla Rasa di Varese, frazione dell'omonimo capoluogo di provincia. Le Fornaci della Riana devono il loro nome ad alcune antiche fornaci per il calcare che rimasero attive fino al 1972. Oltre che dalla fonte principale, il fiume sgorga anche da altre cinque piccole sorgenti, due in Val di Rasa e tre in Valganna. Queste sorgenti danno luogo a due rami che si uniscono a valle di Bregazzana (frazione di Varese).

Il ramo che nasce ad ovest, in Val di Rasa, è quello più importante. Le altre due sorgenti che originano questo corso d'acqua sono situate al passo Varrò (tra il Monte Legnone ed il Monte Pizzella) e sul monte Chiusarella. La sorgente principale, e quella che si trova al passo Varrò, si uniscono a monte dell'abitato della Rasa di Varese, mentre la sorgente del Monte Chiusarella confluisce nell'Olona più a valle. Il ramo della Valganna, che si trova ad est e che viene chiamato Margorabbia, nasce invece a sud del Monte Martica. Il ramo della Rasa è alimentato da sette piccoli affluenti (più precisamente, i torrenti Legnone, Grassi, Boccaccia, Brasché, Pissabò, Valle del Forno e Sesnini), mentre il ramo della Valganna è accresciuto da quattro corsi d'acqua (i torrenti Margorabbia, Valfredda, Valpissavacca e Pedana della Madonna).

Il ramo della Valganna dà origine anche al laghetto Fonteviva, dedicato alla pesca sportiva, ed alle cascate di Valganna, che in inverno, a causa del clima rigido, sono spesso ghiacciate. Si trovano nel comune di Induno Olona e sono vicine alle famose ed omonime grotte. Sulle cascate, che sono state create artificialmente all'inizio del XX secolo per migliorare il prelievo dell'acqua, si può ammirare il fenomeno dell'affioramento del travertino
L'Olona misura 71 km di lunghezza e possiede un bacino idrografico di 911 km². Il bacino idrografico dell'Olona si estende su parte delle province di Varese, Milano e, in minima parte, Como, interessando anche un minuscolo lembo di territorio svizzero. Una piccola parte del bacino del Gaggiolo, suo affluente, appartiene infatti al Canton Ticino.

Con i suoi 911 km², il bacino idrografico dell'Olona occupa il 5% della superficie della Lombardia ed ospita approssimativamente 1.000.000 di abitanti (che corrisponde a circa il 10% dei residenti nella regione). Il bacino imbrifero misura invece 370 km².

La maggior parte degli studiosi di idrografia descrivono l'Olona ed il Lambro Meridionale come un solo corso d'acqua che sfocia nel Lambro a Sant'Angelo Lodigiano e che ha una lunghezza complessiva di 121  km.

Fin dai tempi più antichi, gli abitanti della Valle Olona vissero principalmente lontano dal fiume, su terreni più alti che sicuramente non sarebbero stati colpiti dalle piene stagionali. Dai reperti archeologici trovati, si può dedurre che la Valle Olona fosse - già in antichità - una rilevante via di comunicazione.

Le acque dell'Olona sono state utilizzate per secoli dalla popolazione locale per irrigare i campi, per la pesca, per l'allevamento di bestiame, per muovere le ruote dei mulini ad acqua e, con l'industrializzazione delle sue sponde, per azionare le turbine idrauliche a servizio degli stabilimenti.

I reperti preistorici più antichi trovati nelle zone intorno all'alveo naturale l'Olona sono delle ossa di bos primigenius risalenti alla glaciazione Würm. Portate alla luce a Legnano in località Costa San Giorgio, sono conservate all'interno del museo civico Sutermeister.

Per quanto riguarda la presenza dell'uomo, i ritrovamenti più antichi scoperti nei dintorni del fiume sono stati rinvenuti nella zona delle sorgenti. I laghi varesini furono infatti frequentati, tra il 4300 a.C. ed il 800 a.C., da una civiltà palattificola. Secondo alcuni autori, parte di queste popolazioni, in seguito a un incremento demografico, migrarono verso sud insediandosi lungo la Valle Olona.

Più a valle, tra il 1926 ed il 1928, nei pressi del confine tra Castellanza e Legnano, è venuto alla luce un reperto risalente a un periodo compreso tra il 3400 a.C. ed il 2200 a. C. Si tratta di un piccolo frammento di un vaso campaniforme che è stato realizzato nell'età del rame e che è collegabile alla cultura di Remedello. È stato trovato durante i lavori di costruzione della strada statale 527 Bustese in località "Paradiso" a Castellanza. Anche questa suppellettile è conservata all'interno del museo civico Sutermeister di Legnano.

Più a valle sono stati scoperti reperti archeologici appartenenti cosiddetta "cultura di Canegrate". Durante gli scavi, furono individuate 165 tombe risalenti al XIII secolo a.C. e riconducibili all'età del bronzo recente. La cultura di Canegrate, che ha un'importanza che travalica i confini locali, si è sviluppata fino all'età del ferro. Le suppellettili successive, due punte di lancia in bronzo legate alla cultura di Golasecca arcaica e trovate a sempre Legnano, sono databili tra il IX e l'VIII secolo a.C. (prima età del ferro). Lungo l'Olona sono stati scoperti anche altri reperti che appartengono alla cultura di Golasecca; queste suppellettili, che sono più recenti di quelle precedentemente menzionate, risalgono invece al VI-V secolo a.C. I ritrovamenti archeologici trovati lungo l'Olona si fanno poi sempre più frequenti avvicinandosi alla conquista romana della pianura padana. Tra essi, spiccano numerosi reperti che sono collegati alla cultura di La Tène e che sono stati portati alla luce lungo la bassa Valle Olona.

Anche dopo la conquista romana, occorse del tempo affinché si compisse la romanizzazione della Valle Olona; durante questa fase, coesistette infatti un dualismo culturale gallo-romano. La completa romanizzazione della Valle Olona avvenne durante il I secolo a.C.; dopo questa fase, lungo le sponde del fiume, i ritrovamenti di reperti archeologici si sono fatti sempre più frequenti. Tale abbondanza di suppellettili è continuata per altri due secoli, cioè fino alla crisi del III secolo d.C., quando è avvenuto un vistoso calo. In epoca romana, le sponde dell'Olona assunsero una rilevante importanza per la loro posizione strategica rispetto alle vie di comunicazione tra la pianura padana e le Alpi. Nel I secolo d.C., lungo la direttrice disegnata dal corso del fiume, venne realizzata una strada romana che collegava l'antica Mediolanum al Verbano. Il tratto di fiume che segue questa strada fu canalizzato: c'è chi ipotizza che sia stata quest'opera a promuovere la deviazione dell'Olona verso Milano.

La strada costruita dagli antichi romani lungo il fiume conservò la sua importanza strategica anche nel Medioevo. Questa via di transito proveniva sempre dalla Valle Olona collegando Milano al nord ovest della Lombardia. L'Olona mantenne nei secoli la sua importanza strategica anche per un altro motivo: il fiume era una preziosa fonte di vettovagliamento per via della presenza, lungo il suo corso, di numerosi mulini ad acqua. Questi ultimi continuarono ad essere strategici anche nei secoli successivi grazie al loro impiego per fini agricoli. Il grano macinato in questi impianti molinatori forniva infatti derrate alimentari a decine di migliaia di abitanti.

Nel 1176 le sponde del fiume furono teatro delle fasi decisive della battaglia di Legnano. Il Carroccio, scortato da centinaia di cavalieri, fu collocato lungo una scarpata fiancheggiante l'Olona con l'obbiettivo di avere una difesa naturale almeno su un lato. La scelta di collocare il Carroccio a Legnano non fu fortuita. All'epoca il borgo legnanese rappresentava, per chi proveniva da nord, il passaggio di accesso al contado milanese: tale varco doveva essere chiuso e strenuamente difeso per prevenire l'attacco a Milano. Per questo motivo, a Legnano, fu in seguito edificato, su un'isola naturale del fiume, il Castello Visconteo.

Già nella tarda antichità, lungo il tratto iniziale del fiume, esisteva una località, Castelseprio, che stava gradualmente aumentando la sua importanza estendendo la sua influenza su un vasto territorio. Castelseprio divenne in un primo momento caposaldo longobardo e franco, e poi capoluogo dell'omonimo contado grazie alla sua importanza strategica. Castelseprio si trovava infatti all'incrocio tra la già citata strada che collegava Milano al Verbano e una via di comunicazione che invece si dirigeva verso Varese. In questi secoli, il controllo del Seprio era la chiave d'apertura dell'intera Valle Olona. I Visconti, sconfitti i Torriani nella battaglia di Desio (1287), conquistarono Castelseprio e ne imposero la distruzione. Il Seprio, e con esso la parte superiore della Valle Olona, furono poi definitivamente annessi al Ducato di Milano nel 1395.

Entrate a far parte del Ducato di Milano e già da secoli protette da una catena di fortezze e castelli, le sponde dell'Olona accrebbero il loro sviluppo: si moltiplicarono i mulini, mentre restava ancora rilevante l'apporto all'irrigazione. Un uso così intensivo delle acque richiese da parte del Ducato l'emanazione di apposite norme (i cosiddetti "Statuti delle strade e delle acque del contado di Milano"): ciò avvenne la prima volta nel 1346 e poi nel 1396.

Le premesse all'istituzione di un consorzio tra gli utilizzatori delle acque del fiume si ebbero nel 1541, quando furono sottoscritte le cosiddette Novae Costitutiones (in italiano, le "nuove costituzioni"). In questo caso il nuovo contratto, che aveva carattere pubblico, prevedeva un Regius Judex Commissarius Fluminis Olona (in italiano, "commissario del fiume "), che sovrintendeva al controllo degli utilizzatori delle acque dell'Olona. In genere, tale funzione era ricoperta da un esponente del Senato di Milano.

Nel 1548 fu emanata una "grida" che obbligava gli utilizzatori delle acque a comprovare, tramite documentazione scritta, i dettagli dei vari impieghi. In questi secoli la distribuzione delle acque non era equanime. Gli utilizzatori più ricchi e potenti prevaricavano infatti su quelli più poveri e indifesi.

Nel 1606 fu costituito a Milano un vero e proprio consorzio fra gli utilizzatori sotto la sorveglianza, anche in questo caso, del commissario del fiume Olona. Questo funzionario, come nel passato, aveva il compito di controllare l'uso delle acque dell'Olona. Non fu un caso che il consorzio sia nato a Milano: nel capoluogo meneghino dimoravano infatti gli utilizzatori delle acque che avevano gli interessi più cospicui.

I motivi che portarono alla nascita del consorzio risiedevano nel tentativo di risolvere la contesa tra gli utilizzatori ed il Governo spagnolo - che all'epoca dominava il Ducato di Milano - e nell'esigenza di quest'ultimo di riscuotere le tasse dai fruitori delle acque dell'Olona in modo più organizzato e sistematico possibile. Visto che le acque dell'Olona erano utilizzate da sempre gratuitamente, gli utenti storici contestavano al Governo il pagamento degli oboli, mentre gli spagnoli asserivano che le tasse erano dovute per via dello status delle acque, che era pubblico. I tentativi per risolvere la questione furono due. Il primo avvenne nel 1610, quando il governo ricevette una tantum 6000 scudi, mentre il secondo fu nel 1666, grazie al versamento di altri 8400 scudi. Con quest'ultimo obolo, gli spagnoli rinunciarono definitivamente ai diritti sul fiume. Quella descritta, era una gestione privatistica che proseguirà fino al 1921, quando le acque del fiume furono restituite al demanio pubblico. Questa associazione consortile sopravvive ancora con il nome di consorzio del fiume Olona. Tale sodalizio, che dal 1982 ha sede a Castellanza, è il consorzio irriguo più antico d'Italia.

Dopo il XVII secolo, le attività artigianali sorte lungo il fiume si diversificarono ulteriormente. Nel territorio iniziarono ad essere impiantate segherie, concerie, tintorie, sbianche, filature e tessiture per la seta, il cotone e la lana. Questi artigiani, per far muovere i propri macchinari, sfruttavano la forza motrice del fiume grazie alla posa di ruote idrauliche. Per poter installare queste ultime, gli artigiani dovevano chiedere il permesso al consorzio.

Le citate attività artigianali a gestione domestica gettarono poi le basi per la nascita delle protoindustrie. Dopo il 1820, le prime attività protoindustriali sorte lungo l'Olona iniziarono a sfruttare la forza motrice del fiume prima acquistando, e poi modificando nel modo più opportuno, i mulini ad acqua che da secoli erano destinati alla macinazione dei prodotti agricoli. Durante lo sviluppo industriale del XIX secolo, molti mulini entrarono quindi a far parte degli stabilimenti protoindustriali che stavano sorgendo lungo l'Olona. L'industrializzazione delle sponde dell'Olona fu quindi graduale, con gli imprenditori che preferirono sfruttare gli impianti idraulici degli antichi mulini piuttosto che impiantarne di nuovi. In altre parole, l'industria nasceva come metamorfosi di parte degli antichi mulini. Come conseguenza, la maggior concentrazione di attività protoindustriali si ebbe in corrispondenza dei tratti del fiume dove era superiore la presenza di impianti molinatori. La presenza dei mulini, l'abbondanza di manodopera locale, l'esistenza di moderne e rilevanti vie di comunicazione lungo il fiume, la presenza di personalità della zona che possedevano cospicui capitali da investire e la lunga tradizione artigianale della Valle Olona permisero alle sponde del fiume di diventare una delle culle dell'industrializzazione italiana.

A metà del XIX secolo, le primigenie attività protoindustriali si trasformarono poi in industrie nel senso moderno del termine. In questo contesto, le sponde dell'Olona videro la nascita della tela olona. Questo tessuto, che fu realizzato per la prima volta nelle tessiture di Fagnano Olona, ebbe la sua più comune applicazione in campo velico. Per ottimizzare lo sfruttamento della corrente, le ruote dei mulini vennero sostituite dalle più moderne ed efficienti turbine idrauliche. I mulini furono poi abbandonati o demoliti dalle industrie per poter permettere l'installazione di queste ultime. Con l'obbiettivo di migliorare il deflusso delle acque e aumentare, di conseguenza, l'efficienza degli impianti molinatori ed il rendimento delle turbine, l'alveo dell'Olona fu canalizzato e rettificato in vari tratti con l'eliminazione delle anse naturali. Il maggior numero di interventi di rettifica e canalizzazione è stato eseguito tra il XIX ed il XX secolo lungo i tratti che attraversano Fagnano Olona, Legnano e Milano.

Nella seconda parte del XIX secolo comparvero i macchinari a vapore, mentre all'inizio del secolo successivo iniziò lo sfruttamento dell'energia elettrica. Di conseguenza, la forza motrice per far muovere i macchinari non proveniva più dal fiume e quindi le turbine idrauliche furono gradualmente abbandonate. Nel primo periodo post bellico crebbe il fabbisogno di corrente elettrica, e quindi l'uso delle vecchie ruote dei mulini tornò ad essere economicamente conveniente, anche se solo per le piccole officine. Gli antichi mulini ripresero dunque ad azionare trapani, piallatrici, mole a smeriglio, ecc., ma anche questo nuovo risveglio si spense presto col mutare delle condizioni economiche. I mulini che erano ancora impiegati nell'agricoltura, e che non erano stati acquistati dalle aziende, vennero poi resi gradualmente obsoleti dalle nuove tecniche industriali di macinazione.

Con il passare del tempo, il numero delle fabbriche che sorgevano lungo le sponde dell'Olona crebbe costantemente fino ad arrivare a 129 nel 1881 e a 712 nel 1917. Anche la superficie dei terreni irrigati aumentò progressivamente: si passò dalle 10.801 pertiche milanesi del 1608, alle 16.120 del 1801 e alle 18.687 del 1877. Nel 1907, le bocche di presa dell'acqua, dalla Rasa di Varese a Milano, ammontavano a 274. 18 di esse erano "libere", cioè non soggette a limitazioni, mentre 53 erano "privilegiate", ovvero sottoposte a una regolamentazione speciale. Tutte le altre era assoggettate ad un rigido disciplinamento che prevedeva il prelevamento d'acqua in giorni e orari ben precisi[98]. Dal 1875, con l'aumento dell'urbanizzazione della zona, l'alveo dell'Olona subì, in molti tratti, delle opere di copertura. Questi lavori vennero compiuti soprattutto a Varese, Legnano, San Vittore Olona, Rho e Milano.

Quando cessò lo sfruttamento della forza idraulica del fiume, iniziò una crisi ambientale che portò l'Olona ad essere annoverato tra i fiumi più inquinati d'Italia. L'Olona divenne infatti un facile sversatoio dei residui e dei liquami derivati dalle diverse produzioni, in particolare tessili, conciarie e cartarie. I primi documenti che si riferiscono a sversamenti inquinanti scaricati nelle acque dell'Olona sono della metà del XIX secolo. Nel 1919 si registrarono quattro morti tra la popolazione, e sette tra il bestiame d'allevamento, per un'infezione di carbonchio che venne causata dalle venefiche acque dell'Olona.

La situazione precipitò nel periodo tra le due guerre mondiali. Nel periodo di massimo inquinamento, che fu registrato tra il 1950 ed il 1970, le acque dell'Olona contenevano sostanze fortemente acide ed erano sporcate da residui derivati dal petrolio. Inoltre, apparivano colorate dagli scarichi delle tintorie ed erano caratterizzate dalla presenza di una spessa schiuma bianca sulla superficie. Nel 1963, le industrie che scaricavano reflui inquinanti nell'Olona erano 88, mentre la popolazione che versava nel fiume i propri scarichi fognari ammontava a circa 219.000 abitanti. Ancora nel XXI secolo, il corso d'acqua raccoglie scarichi civili ed industriali malgrado già dagli anni ottanta del XX secolo sia in atto un'azione di bonifica con la costruzione di depuratori.

Nel 1998 le attività artigianali e industriali presenti nei comuni attraversati o lambiti dall'Olona ammontavano a circa 2.600 unità. In esse, erano impiegati quasi 20.000 lavoratori.
Fino dall'antichità, all'altezza della Maddalena, odierno quartiere di Milano, l'Olona prendeva la strada della città: in epoca romana per entrare nella Vettabbia con l'obbiettivo di aumentarne la portata irrigua poi, dal XII secolo, nel fossato difensivo attorno alle mura medievali e successivamente (1603) per alimentare la darsena di porta Ticinese. Fino al 1704 il fiume presentava un solo braccio terminale, mentre su una mappa del 1722 è riportato che l'Olona si biforcava in due rami pressoché paralleli che si riunivano prima di entrare in darsena: l'Olona Nuova, cioè quello settentrionale che più tardi si chiamerà roggia Molinara, e l'Olona Vecchia, ovvero quello meridionale. La roggia Molinara fu poi interrata alla fine del XIX secolo prima della canalizzazione del fiume. Vita più lunga ebbe invece la cosiddetta "isola Brera", che era ubicata tra le attuali vie Giorgio Washington e Vincenzo Foppa. Originata da un'altra biforcazione del fiume, prendeva il nome dalla cascina omonima che vi sorgeva. È ancora segnata in una carta del 1925.

Nel 1919, nell'ambito della complessa revisione idrofognaria di Milano, si iniziarono a costruire i canali dell'attuale percorso, che prevedeva la deviazione di parte delle acque dell'Olona verso il Lambro Meridionale passando per la circonvallazione esterna. Fu però mantenuta la diramazione che sfociava nella darsena. La deviazione verso quest'ultima avveniva in piazza Tripoli: qui c'era una chiusa che deviava il fiume per via Roncaglia, dando inizio a quello che fu chiamato il "ramo darsena". Nei due periodi di asciutta annuale dei Navigli, la chiusa era manovrata in modo tale da chiudere il ramo darsena facendo sfociare l'intera portata delle acque dell'Olona nel Lambro Meridionale a San Cristoforo. Il Lambro Meridionale, che all'epoca era un vero e proprio collettore di fogna, era anche conosciuto come "Lambro Merdario".

Il nuovo percorso canalizzato, che pure era previsto dal Piano Beruto del 1884, non entrò in funzione se non agli inizi degli anni trenta del XX secolo. La prima copertura effettuata a Milano sul corso dell'Olona avvenne nel 1935 su parte del ramo darsena (da via Valparaiso a viale Coni Zugna), quando al posto dello scalo bestiame delle ferrovie che vi sorgeva venne costruito il Parco Solari. La parte restante del ramo darsena, ed il tratto canalizzato lungo la circonvallazione, furono invece coperti tra il 1950 ed il 1970[30]. Col passare degli anni, e con l'aumentare dell'inquinamento del fiume, la chiusa di piazza Tripoli non venne manovrata soltanto per deviare il flusso delle acque durante le asciutte dei Navigli: dapprima ridusse notevolmente la portata del ramo darsena e, alla fine degli anni ottanta del XX secolo, l'azzerò per "rischio idrogeologico e pericolo di inquinamento" della darsena e delle acque che ne uscivano a scopo irriguo o di navigazione.
La mappa più antica che rappresenta il corso dell'Olona di cui abbiamo traccia documentata è datata 1608. Su di essa sono anche segnati i ponti e, con una buona precisione, le costruzioni lungo il fiume ma non la zona delle sorgenti e le misure delle varie proprietà.

Per il tratto che attraversa Milano, il percorso attuale compare, come già accennato, nel piano regolatore generale del Beruto del 1884. Con esso, è indicato anche il tracciato del ramo darsena. Questo, prima di incrociare via Vincenzo Foppa, attraversava sia la via Vepra, il cui nome ricorda sia quello romano del canale, sia l'antico borgo omonimo, dove, dopo la sconfitta col Barbarossa e la distruzione della città (1162), furono esiliati i milanesi di porta Vercellina. Qui, fino agli anni cinquanta del XX secolo, esisteva l'ultimo tratto di fiume non canalizzato e con andamento tortuoso, oltre che l'ultimo agglomerato artigiano che ne utilizzava le acque per tintorie e laboratori per il trattamento di tessuti pesanti.

Per il tratto a monte di Milano, la prima carta dotata di una certa precisione è una mappa tracciata nel 1763. In questo documento era illustrato il tratto dalla sorgenti a Gorla Minore. In seguito, ne è stata redatta un'altra nel 1772 dal conservatore del fiume Giuseppe Verri e dall'ingegner Gaetano Raggi per conto del consorzio del fiume Olona. Oltre alle infrastrutture, essa riporta anche i canali e le chiuse, e quindi è la prima carta dotata di una certa completezza. La più ricca nei dettagli, tra quelle più antiche, è invece una mappa del 1789 che è opera del frate Mauro Fornari e di Domenico Cagnoni. Questa carta inquadrava la provincia di Varese fino a qualche chilometro a sud di Legnano.

Tra le carte del XIX secolo, sono da citare la mappa disegnata dall'ingegner Vittore Vezzosi nel 1861, che riferisce anche di alcuni rilievi effettuati sul fiume, e quella dell'ingegner Eugenio Villoresi (1878), su cui sono tracciate con dovizia di particolari le zone irrigate dall'Olona. Quest'ultima, riporta infatti anche i canali e le rogge originate dal fiume.
L'Olona, prima della costruzione di argini e canali scolmatori, è stato un fiume che ha flagellato con frequenti esondazioni le aree che attraversa. Considerando gli ultimi quattro secoli, si possono contare più di 70 alluvioni. La prima di cui si ha notizia sui documenti si è verificata nel 1584 a Legnano. L'ultima esondazione che ha fatto danni ingenti si è invece verificata il 13 settembre 1995, mentre l'ultima in ordine cronologico è avvenuta il 29 luglio 2014. Tra quelle più recenti, le tre esondazioni che hanno fatto più danni in assoluto sono state quelle del 1911, del 1917 e del 1951. Quella più devastante è stata quella del 1951, che si è verificata in concomitanza con l'alluvione del Polesine.

Il maggior numero di allagamenti sono avvenuti nella parte finale del corso del fiume, in provincia di Milano. La città più colpita in questo tratto è stata Rho. Più a nord, la zona più interessata è stata invece quella del Clivio. La causa di questi frequenti straripamenti va ricercata nell'estensione ridotta dell'alveo del fiume rispetto alla portata di acqua che vi scorre. Lungo le sue sponde, sono state realizzate diverse opere per contenere le alluvioni. Il tratto maggiormente interessato a questi lavori è stato quello che attraversa la provincia di Milano. Per il tratto superiore, sono stati invece oggetto di interventi cospicui le sponde del fiume che attraversano Fagnano Olona, Vedano Olona e Varese. A Gurone è stata ultimata nel 2009 una diga a vasche di laminazione che regola la portata del fiume per contenerne le piene. È in grado di formare un bacino temporaneo di 1.570.000 m³ con un rilascio di 36 m³/s.

Altrettanto disastrose sono state le magre. La frequenza dei periodi di scarsissima portata idrica è paragonabile a quella delle alluvioni. Per quanto riguarda le magre storiche, quella del 1630 contribuì a diffondere la peste nell'Alto Milanese, mentre quella del 1734 passò agli annali per gli effetti recessivi che ebbe sul territorio. La magra del 1747 passò invece alla storia per la sua durata. Per fronteggiare le conseguenze dei periodi di magra, fin dagli Statuti del 1346, furono promulgate norme atte a ridurre gli sprechi e gli abusi delle utenze che prelevavano l'acqua dall'Olona. In questi secoli, chi veniva colto in flagrante a sperperare l'acqua dell'Olona poteva incorrere in sanzioni fiscali e a pene detentive o corporali. Le utenze che più pativano le magre del fiume erano i mugnai del tratto finale del corso d'acqua.
Finché fu in funzione, il tratto del Cavo Diotti che prelevava acqua a Castegnate rappresentò la derivazione artificiale più importante dell'Olona. Il suo tratto settentrionale si immette ancora nel XXI secolo nell'Olona, tramite l'affluente Bevera, dopo aver prelevato acqua da sorgenti presenti nel Canton Ticino e nel territorio di Viggiù. Il tratto meridionale di questo canale artificiale, cioè quello che estraeva a Castegnate l'acqua precedentemente immessa, venne invece interrato nel 1918 in seguito alla forte urbanizzazione della zona agricola di Pantanedo. Dato che la richiesta d'acqua per scopi irrigui si era quasi azzerata, questa parte del canale non venne infatti più adoperata. Il Cavo Diotti è stato costruito nel 1787. Fu voluto dall'avvocato Luigi Diotti, grande possidente terriero, per irrigare le sue proprietà. I fondi terrieri da lui posseduti si trovavano anche a Pantanedo, che era l'utenza finale del Cavo Diotti. Diotti, per realizzare l'opera, chiese ed ottenne il permesso dall'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria. Il progetto fu però foriero di polemiche: 32 utilizzatori delle acque del fiume si opposero strenuamente sostenendo che il prelevamento d'acqua sarebbe stato superiore alla sua introduzione. Visto l'appoggio governativo, il consorzio del fiume Olona cedette ed il 17 marzo 1786 diede il permesso per l'avvio dei lavori di costruzione. Quando il Cavo entrò in funzione, le polemiche non si placarono. Per decenni ci furono delle dispute sulla quantità d'acqua immessa - che molti giudicavano insufficiente a causa del sistema di misurazione - e sullo stato manutentivo della zona delle sorgenti dell'Olona, dove il Cavo Diotti immetteva acqua.

Nel 1860 furono proposte altre due derivazioni artificiali. La prima, che non venne mai realizzata per difficoltà tecniche e problemi di costo, doveva estrarre acqua dal lago di Lugano, mentre la seconda avrebbe dovuto immettere acqua nell'Olona grazie ad un prelevamento da un canale artificiale proveniente dal Ticino. I due progetti furono approvati dal consorzio del fiume Olona il 28 aprile 1877. In particolare, il canale artificiale proveniente dal Ticino, e destinato a confluire nel Naviglio Martesana, fu costruito dal 1887 al 1890 e venne denominato Canale Villoresi. La prima immissione nell'Olona di acqua dal Canale Villoresi fu compiuta nel 1923 grazie ad una presa situata a Nerviano. A regime, questa derivazione immetteva nell'Olona 1 m³/s. Tale opera fu voluta per fornire acqua agli utilizzatori a valle di Rho, che erano quelli che più pativano i periodi di magra del fiume.

Un quarto progetto di derivazione fu proposto nel 1865. Questo canale avrebbe dovuto prelevare acqua dal lago di Varese, ma non venne mai realizzato per il costo, che sarebbe stato troppo alto.

La qualità delle acque del fiume è monitorata in cinque stazioni: Varese, Lozza, Fagnano Olona, Legnano e Rho. Nelle prime stazioni di monitoraggio, l'acqua del fiume risulta "accettabile" o "sufficiente" ed è in costante miglioramento. A Legnano la qualità delle acque peggiora, assumendo il grado "scadente", ma anche qui si nota un miglioramento, visto che fino a pochi anni prima lo stato delle acque dell'Olona era "pessimo". A Rho, anche se in lieve miglioramento, le acque del fiume mantengono il grado "pessimo". A valle del depuratore di Pero, le acque dell'Olona migliorano.

Il consorzio di tutela del fiume si era posto l'obiettivo di far raggiungere in tutte le stazioni di monitoraggio, entro la fine del 2008, il grado "accettabile", ed entro la fine del 2016 il grado "buono". Dai dati ufficiali, la meta del 2008 non è stata raggiunta ed è ancora più difficile, sembra, raggiungere il traguardo prefissato per il 2016. Queste difficoltà hanno spinto l'amministrazione regionale lombarda a ricorrere a strumenti straordinari quali il "contratto di fiume". Questa iniziativa prevede infatti un maggiore coinvolgimento degli enti locali e della popolazione interessata, con l'obbiettivo di ottimizzare il coordinamento degli interventi.

Lungo il corso del fiume sono presenti diversi depuratori. Questi impianti per il trattamento delle acque reflue, che sono gestiti dal consorzio del fiume Olona, sono stati realizzati a Varese, Olgiate Olona, Gornate Olona, Cairate, Saltrio, Cantello, Canegrate, Parabiago e Pero. Per il tratto Varese-Milano, nel 2006, si segnalava la necessità di realizzarne altri: di questi, è stato completato soltanto quello di Gornate Olona (2009).
L'Olona, in tutto il suo percorso, viene scavalcato da 57 ponti, tra i quali ve ne sono alcuni di interesse storico, come il ponte romanico a Castiglione Olona, ed il ponte ferreo di Malnate, che è stato realizzato alla fine del XIX secolo per poter permettere l'attraversamento di una ferrovia. L'infrastruttura più grande che oltrepassa l'Olona è invece il viadotto di Cairate. Tra le vie di comunicazione che scavalcano l'Olona, ci sono 2 linee ferroviarie (la Saronno-Laveno e la Como-Varese) e 7 strade provinciali.

Il corso del fiume, che è profondamente artificializzato, è fortemente a rischio idraulico, cioè di straripamento. Dopo il completamento nel 2009 del grande impianto di laminazione di Gurone, a destare preoccupazione sono soprattutto il Lura e il Bozzente. Dal 2006 le opere di difesa idraulica sono demandate al già citato "contratto di fiume".

Lungo la Valle Olona è stata attiva una linea ferroviaria. La ferrovia della Valmorea, questo il suo nome, collegava Castellanza alla Svizzera seguendo il corso del fiume. Il servizio passeggeri è stato attivo dal 1904 al 1952, mentre il traffico merci è stato chiuso nel 1977 a causa della concorrenza della linea ferroviaria passante per Chiasso. Dal 1990 è in atto un progetto di recupero a scopo turistico.

Va anche segnalata la costruzione, lungo il corso del fiume, di varie piste ciclabili. Tra esse, va ricordata quella tra Castellanza a Castiglione Olona, il cui tragitto ricalca il percorso della ferrovia della Valmorea. Di questa pista ciclabile è in progetto il prolungamento fino a Mendrisio, in Svizzera
Tra le sorgenti e Nerviano il corso del fiume era un tempo disseminato di mulini. Fin dal Medioevo, lungo l'Olona, prosperava l'attività molitoria. Tale era il numero di mulini da far supporre che nel XV secolo questa attività costituisse per l'intera zona una notevole fonte economica.

Il più antico documento conosciuto nel quale si nomina un mulino sull'Olona è del 1043: esso fa riferimento ad un impianto molinatorio situato tra Castegnate e la località "Gabinella" a Legnano che era di proprietà di Pietro Vismara. Le Signorie degli Sforza e dei Visconti posero a presidio dei più importanti raggruppamenti di mulini sull'Olona alcune fortificazioni, sfruttando fortilizi e castelli già esistenti. Nel 1608 si contavano sulle sponde dell'Olona 116 mulini, fra i quali un maglio da rame, un follone o gualchiera per i panni e diversi torchi da olio, numero che passò a 106 nel 1772 e a 55 nel 1881. Negli anni citati, le ruote idrauliche a servizio di questi impianti molinatori (chiamate, nella Valle Olona, "rodigini") erano, rispettivamente, 463, 424 e 170.

Diversi di questi mulini sono giunti sino al XXI secolo. Alcuni sono stati recuperati, mentre altri versano in stato di abbandono. Partendo dalle sorgenti, i primi impianti molinatori di rilievo storico che si incontrano lungo l'Olona sono i mulini Grassi di Varese, che sono stati costruiti tra il XVI ed il XIX secolo. Sono stati ristrutturati per essere adibiti ad abitazione ed possiedono, sui muri esterni, alcuni esempi di meridiane di grande interesse storico ed un pregevole affresco del 1675. Più a sud sono invece presenti i mulini Sonzini di Gurone, che sono anteriori 1772. Sono rimasti in attività fino al 1970, dopo di cui sono stati adibiti ad abitazioni. A Vedano Olona è situato il mulino alle Fontanelle. Già presente nel 1772, possedeva una macina da grano ed un torchio. Subì un primo abbandono negli anni venti, poi fu ristrutturato negli anni settanta e di nuovo abbandonato nel decennio successivo.

A Castellazzo, località di Fagnano Olona, è situato il mulino Bosetti. Già censito come mulino Visconti nel 1772, fu catalogato come mulino del Ponte nel 1857 prima di assumere l'attuale denominazione negli anni seguenti. Nel 1982 risultavano accessibili le sole abitazioni, mentre il resto è abbandonato. A Castelseprio è presente il mulino Zacchetto, che fu attivo per fini agricoli dal XVIII al XIX secolo. Divenne prima sede della società Pagani (anni venti), per poi venire trasformato in centrale elettrica. Dagli anni ottanta risulta abbandonato. A Gornate Superiore, frazione di Castiglione Olona, è situato il mulino del Celeste. Già mulino Mariani nel 1772 e mulino Guidali nel 1857, fu registrato con l'attuale denominazione nel 1881. Disponeva di una macina da grano e di torchi da olio. Dal 1930 è stato adattato ad abitazioni private. A Lonate Ceppino è situato il mulino Taglioretti. Anch'esso, nel 1722, era di proprietà Mariani. Prese la denominazione attuale nel XIX secolo. Fu a servizio della cartiera Canziani dal 1901 e del cartonificio Samec dal 1920. Nel 1982 risultava abbandonato. A Gornate Olona sono presenti i mulini di Torba e San Pancrazio. Entrambi esistenti prima del 1772, assunsero i nomi delle rispettive frazioni del 1857. Cessarono le attività molinatorie verso metà del XX secolo. Sono in gran parte adibiti ad abitazioni. Ad Olgiate Olona è invece situato il mulino del Sasso. È ben conservato e quindi è in corso un progetto che prevede il ripristino completo dell'impianto idraulico.

A Legnano i sette mulini del centro città furono demoliti dalle grandi industrie cotoniere per permettere l'installazione delle più moderne ed efficienti ruote idrauliche. Nel Legnanese ne sono rimasti sei. Si tratta dei mulini Meraviglia (già Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia, De Toffol, Montoli di San Vittore Olona e Galletto di Canegrate. L'unico mulino di questa zona con le macine ancora in efficienza è il mulino annesso alla fattoria agricola Meraviglia di San Vittore Olona, che è certamente il più antico tra i rimasti: risalirebbe infatti al XIV secolo. Tale impianto molinatorio è ancora destinato a triturare il foraggio per bestiame. Da questi impianti molinatori prende il nome una gara internazionale di cross campestre, la Cinque Mulini, che si corre ogni anno, in primavera, a San Vittore Olona. A valle di Canegrate ne rimangono pochi altri, come il mulino Gajo-Lampugnani a Parabiago, il mulino Star Qua di Nerviano e il mulino Sant'Elena di Pregnana Milanese.
A partire dagli anni sessanta e settanta del XX secolo, l'industria della Valle Olona (specie il settore tessile) entrò in una crisi irreversibile e quindi, progressivamente, la maggior parte delle fabbriche interruppe definitivamente le attività produttive, lasciando lungo le aree adiacenti all'Olona un importante patrimonio di archeologia industriale.

Dotato di grande valore architettonico è il Birrificio Angelo Poretti di Induno Olona, che è stato fondato nel 1877. Nel 1901 questo plesso industriale fu ampliato con la costruzione di nuovi padiglioni in stile Liberty. Anche i successivi restauri e ampliamenti furono rispettosi di tale scelta architettonica. Gli edifici, tra il naturalismo, il classicismo, l'egizio e il floreale, presentano appariscenti decorazioni: mascheroni, grottesche, medaglioni, frange e gocce, conchiglie, lesene giganti e grandi festoni di luppolo. Questo stabilimento, in origine, sfruttava la già citata Fontana degli Ammalati, ovvero una risorgiva la cui acqua venne utilizzata per secoli per le sue qualità curative.

Più a valle sorge l'ex-Cotonificio Milani di Castiglione Olona. Oltre agli stabilimenti produttivi, questo plesso industriale comprende una villa padronale e alcune case operaie. Si trova nei pressi della ferrovia della Valmorea. Sempre a Castiglione Olona, sono anche presenti gli ex-stabilimenti del Pettinificio Mazzucchelli, le cui strutture sono antecedenti al 1849.

A Lonate Ceppino sono situati l'ex-Oleificio Lepori e l'ex-Pettinificio Clerici, entrambi anteriori al 1772. A Fagnano Olona sono presenti l'ex Cotonificio Candiani, che è dell'inizio del XX secolo, la Filatura Introizzi, che è stata fondata prima del 1881, e gli ex-stabilimenti della cartiera Vita Mayer. Nella municipalità di Solbiate Olona si possono trovare gli ex-stabilimenti del Cotonificio Ponti. Questo plesso industriale è stato fondato nel 1908 su una precedente filatura avviata nel 1823. A Olgiate Olona è invece presente l'ex Sanitaria Ceschina, ovvero un garzificio che è stato costruito tra il 1902 ed il 1907.

A Legnano e a Castellanza sono situati due degli ex-stabilimenti del Cotonificio Cantoni. Il primo nucleo dello stabilimento legnanese è stato avviato nel 1830. Questa fabbrica è stata in parte demolita, e gli edifici rimasti sono stati convertiti a centro commerciale. L'ex Cotonificio Cantoni di Castellanza è stato invece adibito, nel 1991, a sede dell'università Carlo Cattaneo.
A partire dalla seconda metà del XX secolo, sono state diverse le aree naturali protette istituite lungo le sponde dell'Olona. Il Parco regionale del Campo dei Fiori ha una superficie di 6.300 ettari ed è gestito da un consorzio formato dalla Comunità montana Valli del Verbano, dalla Comunità montana del Piambello, dalla provincia di Varese e dai diciassette comuni compresi nel territorio del Parco: Barasso, Bedero Valcuvia, Brinzio, Casciago Castello Cabiaglio, Cocquio-Trevisago, Comerio, Cunardo, Cuvio, Gavirate, Induno Olona, Luvinate, Masciago Primo, Orino, Rancio Valcuvia, Valganna e Varese. Ha sede a Brinzio ed è stato istituito nel 1984. Dal 2010 è attivo il progetto di recupero dell'area della sorgente principale dell'Olona alla Rasa di Varese.

Il Parco Rile Tenore Olona, che è stato costituito nel 2006, abbraccia un territorio caratterizzato da estesi terrazzamenti di origine fluvio-glaciale, i cosiddetti pianali morenici, ed è ricco di siti di rilevanza storica e culturale. La tipica geologia del territorio consente la nascita di molteplici piccoli corsi d'acqua sostentati da acque risorgive e piovane. I principali sono il Rile ed il Tenore. Il parco si estende per 16 km² e comprende i comuni di Cairate, Carnago, Caronno Varesino, Castelseprio, Castiglione Olona, Gazzada Schianno, Gornate Olona, Lonate Ceppino, Lozza, Morazzone e Oggiona con Santo Stefano.

Il Parco Valle del Lanza, nato nel 2002, include i comuni di Malnate, Cagno, Bizzarone e Valmorea. Interessa soprattutto il territorio attraversato dal torrente Lanza (altro nome del Gaggiolo), da cui prende la denominazione. Ha un'estensione di 676 ettari.

Nel 2006 è stato istituito anche il parco del Medio Olona, che comprende il tratto della Valle Olona tra Fagnano Olona e Marnate. Il parco include i comuni di Fagnano Olona, Gorla Maggiore, Solbiate Olona, Gorla Minore, Olgiate Olona e Marnate. Oltre alla Valle Olona, il parco comprende anche il tratto fagnanese del Tenore e i boschi ad est di Gorla Maggiore, dove scorre il Fontanile di Tradate.

Il Parco locale del bosco di Legnano, nato nel 1976, sorge accanto al castello di Legnano, al confine con i comuni di Canegrate e San Vittore Olona. È anche noto come "parco castello" o "parco di Legnano". Nel periodo della sua costituzione, i rimboschimenti non erano fondati sulle conoscenze delle specie locali, e dunque questa area protetta annovera molte piante non autoctone della zona. Nel 1981 è stata realizzata una zona umida che è frequentata da un grande numero di uccelli acquatici e che è abitata da molte specie ittiche.

Il Parco dei mulini, che è stato istituito il 20 marzo 2008, interessa le aree boschive ed agricole dei comuni di Legnano, Canegrate, San Vittore Olona, Parabiago e Nerviano. La superficie, oltre 264 ettari, è quasi interamente impiegata ad attività agricole. Nel parco sono presenti importantissime testimonianze storiche come il castello di Legnano, l'ex opificio Visconti di Modrone e sei mulini, ultima testimonianza dell'antica tradizione molitoria della zona.


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