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lunedì 7 agosto 2017

I FIGLI DI GESU'

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Nel XII secolo il monaco Pièrre des Vaux-de-Cernay, riferendosi ai Catari, scriveva: "Gli eretici dichiaravano che Santa Maria Maddalena era la concubina di Gesù Cristo".

L'idea di Maria Maddalena come moglie o compagna di Gesù venne ripresa nel XIX secolo. Nel 1886 il socialista Louis Martin pubblicò il libro Les Évangiles sans Dieu, in cui sosteneva che il Gesù storico avrebbe sposato Maria Maddalena e avuto un figlio da lei. In seguito la Maddalena fu la protagonista dell'opera teatrale L'amante du Christ, scritta nel 1888 da Rodolphe Darzens con il frontespizio realizzato da Félicien Rops.

Nel XX secolo, l'ipotesi della linea di sangue di Gesù secondo la quale il Gesù storico avrebbe sposato Maria Maddalena e avuto una figlia da lei venne portata alla ribalta da Donovan Joyce nel suo libro del 1973 The Jesus Scroll.

In un libro del 1977, Jesus died in Kashmir: Jesus, Moses and the ten lost tribes of Israel, Andreas Faber-Kaiser esaminò la leggenda secondo cui Gesù incontrò una donna del Kashmir, la sposò ed ebbe da lei diversi figli. L'autore intervistò anche il fu Basharat Saleem il quale dichiarava di essere un discendente kashmiro di Gesù.

Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln svilupparono e resero popolare l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena diede vita alla dinastia Merovingia nel loro controverso saggio del 1982 Il santo Graal, in cui essi affermarono:

« Il significato simbolico di Gesù è che egli è Dio esposto allo spettro delle esperienze umane - esposto alla conoscenza di prima mano di ciò che comporta essere un uomo. Ma poteva Dio, incarnato in Gesù, veramente dichiarare di essere un uomo, per comprendere lo spettro dell'esistenza umana, senza arrivare a conoscere due delle sfaccettature più basilari, più elementari della condizione umana? Poteva Dio dichiarare di conoscere la totalità dell'esistenza umana senza confrontarsi con due degli aspetti fondamentali dell'umanità come la sessualità e la paternità? Noi pensiamo di no. Di fatto, noi non pensiamo che L'Incarnazione simbolizzi veramente ciò che essa intende simbolizzare a meno che Gesù fosse sposato e avesse avuto dei figli. Il Gesù dei Vangeli, e della Cristianità istituita, è in fin dei conti incompleto - un Dio la cui incarnazione come uomo è soltanto parziale. Il Gesù che è emerso dalla nostra ricerca gode, secondo la nostra opinione, di un diritto molto più valido di quello che la Cristianità avrebbe voluto che lui fosse.»
Nel suo libro del 1992 Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls: Unlocking the Secrets of His Life Story, anche Barbara Thiering sviluppò l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena, basando le sue conclusioni storiche sull'applicazione della cosiddetta tecnica Pescher al Nuovo Testamento. Nel suo libro del 1993 The Woman with the Alabaster Jar: Mary Magdalen and the Holy Grail, Margaret Starbird sviluppò l'ipotesi che Santa Sara fosse la figlia di Gesù e Maria Maddalena e che questa fosse la fonte della leggenda associata con il culto a Saintes-Maries-de-la-Mer dove, secondo una tradizione riportata dalla Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe sbarcata dopo avere lasciato la Palestina. Ella dichiarò anche che il nome "Sara" significa "Principessa" in ebraico, rendendola così la figlia dimenticata del "sang réal", il sangue reale del Re dei Giudei.

Nel suo libro del 1996 Bloodline of the Holy Grail: The Hidden Lineage of Jesus Revealed, Laurence Gardner presentò gli alberi genealogici di Gesù e Maria Maddalena come gli antenati di tutte le famiglie reali europee dell'Era volgare. Il seguito del 2000 di quel libro Genesis of the Grail Kings: The Explosive Story of Genetic Cloning and the Ancient Bloodline of Jesus è unico nelle sue affermazioni secondo cui la linea di sangue di Gesù può realmente essere fatta risalire fino ad Adamo ed Eva ma che il primo uomo e la prima donna erano ibridi primati-alieni creati dall'Anunnaki della teoria degli antichi astronauti.

Il libro del 2000 Rex Deus: The True Mystery of Rennes-Le-Chateau and the Dynasty of Jesus, Marylin Hopkins, Graham Simmans e Tim Wallace-Murphy svilupparono l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maddalena faceva parte di una dinastia ombra discendente dai 24 sommi sacerdoti del Tempio di Gerusalemme nota come "Rex Deus" - il "Re Dio".

Il romanzo del 2003 Il codice da Vinci di Dan Brown presentò alcune di queste ipotesi come valide. Elementi di alcune ipotesi sulla linea di sangue di Gesù vennero proposte dal documentario del 2007 La Tomba Perduta di Gesù di Simcha Jacobovici incentrato sulla scoperta della Tomba Talpiot, che fu anche pubblicata in un libro intitolato La Tomba della Famiglia di Gesù.

Nel documentario del 2008 Linea di sangue, Bruce Burgess, un produttore cinematografico con interessi nel paranormale, dichiara di essere in collaborazione con un presunto ricercatore soprannominato "Ben Hammott", il quale avrebbe trovato diverse salme mummificate (una delle quali sarebbe la presunta di Maria Maddalena) a Rennes-le-Château, in Francia, comprovanti ipoteticamente l'esistenza di una linea di sangue di Gesù. Ma nell'aprile del 2012 "Ben Hammott" ha ammesso che era tutto falso.

Tuttavia la divulgazione del dibattuto contenuto del cosiddetto Vangelo della moglie di Gesù, avvenuta a Roma nel settembre del 2012, ha riportato alla ribalta il tema della relazione tra Gesù e Maria Maddalena. Il Vangelo della moglie di Gesù è un piccolo frammento di un antico papiro che riporta un brano in lingua copta che include le parole: "Gesù ha detto loro: 'mia moglie ...' ". Il frammento è una copia del IV secolo di ciò che si pensa essere "un vangelo scritto in greco, probabilmente nella seconda metà del II secolo."

Basharat Saleem, il Kashmiro fu custode della Tomba del Martire di Yuz Asaf in Srinagar, Michel Roger Lafosse, un falso pretendente belga al trono dell'ex Regno di Scozia, Kathleen McGowan, un autore e lirico americano hanno pubblicamente dichiarato di discendere dalla linea di sangue di Gesù.

Come reazione a Il santo Graal, Il codice da Vinci e ad altri libri controversi, siti web e film sullo stesso soggetto, un buon numero di persone negli ultimi anni del Novecento e nei primi del XXI secolo hanno aderito all'ipotesi di una linea di sangue di Gesù nonostante la mancanza di prove reali. Mentre alcuni semplicemente considerano la cosa come una nuova proposizione intellettuale, altri la ritengono un dato di fatto indiscutibile. Tra questi ultimi spiccano coloro i quali attendono che un diretto discendente di Gesù alla fine emerga come un grande uomo che divenga un messia, un re sacro che regga un governo del mondo, nel corso di un evento che essi interpreteranno come un secondo avvento mistico di Cristo.

I punti di vista spirituali eclettici di questi aderenti sono influenzati dagli scritti di autori iconoclasti da un ampio spettro di prospettive. Questi scrittori cercano spesso di sfidare le credenze e le istituzioni moderne mediante una reinterpretazione della storia cristiana e della mitologia. Alcuni tentano di promuovere e comprendere spiritualmente l'uguaglianza tra uomini e donne ritraendo Maria Maddalena come apostola di un femminismo cristiano, e perfino come la personificazione della dea madre o del femminino sacro, associandola generalmente con la Madonna Nera.

Alcuni vorrebbero che la cerimonia che celebrò l'inizio del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena venisse considerato come una "matrimonio sacro"; e Gesù, Maria Maddalena, e la loro presunta figlia, Sara, fossero considerati come una famiglia sacra, allo scopo di mettere in discussione i tradizionali ruoli dei generi e i valori familiari. Quasi tutte queste rivendicazioni sono in contrasto con l'erudita apologetica cristiana, e sono state scartate come eresie gnostiche New Age.

Nessuna corrente principale della denominazione cristiana ha mai accolto l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù come dogma o come oggetto di devozione religiosa, poiché esse sostengono che Gesù, considerato il Figlio di Dio, fu perpetuamente continente e casto, e metafisicamente sposato alla Chiesa; egli morì, risorse, ascese al cielo, e infine tornerà corporeamente e visibilmente sulla terra, rendendo perciò ogni ipotesi di una discendenza di Gesù e corrispondenti aspettative messianiche impossibili.

Molti fondamentalisti cristiani ritengono che l'Anticristo, profetizzato nel Libro della Rivelazione, progetti di presentarsi come discendente dalla linea davidica per rafforzare la sua rivendicazione di essere il Messia degli Ebrei. Lo scopo di questa propaganda sarebbe quello di influenzare le opinioni, le emozioni, le attitudini e il comportamento degli Ebrei e dei filo-semiti per conseguire i suoi obiettivi satanici. Un sempre maggior numero di escatologisti cristiani ritiene che l'Anticristo possa presentarsi come discendente dalla linea di sangue di Gesù per approfittare della popolarità di questa ipotesi.

Le ipotesi della linea di sangue di Gesù decorrono in parallelo con altre leggende circa il volo dei discepoli verso terre lontane, come quella secondo cui Giuseppe d'Arimatea giunse in Inghilterra dopo la morte di Gesù, portando con sé il frammento di una spina della Corona di Spine, che successivamente piantò a Glastonbury. Gli storici generalmente considerano queste leggende come "pie truffe" inventate durante il Medioevo.

L'ipotesi della linea di sangue di Gesù presentata nel libro Il Santo Graal non è contenuta in nessuno dei documenti del "Priorato di Sion" ed è stata scartata come frutto di fantasia da Pierre Plantard nel 1982 in un'intervista ad una radio francese, così come da Philippe de Cherisey in un articolo di giornale. Plantard dichiarò solo che i Merovingi discendevano dalla Tribù di Beniamino, il che contraddice l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù come anello mancante tra la linea di sangue merovingia e la linea di sangue davidica dalla Tribù di Giuda. Il concetto di una linea di sangue diretta da Gesù e Maria Maddalena, e i suoi ipotetici rapporti con i Merovingi (e con i loro presunti discendenti moderni: Asburgo, Granduchi del Lussemburgo, Clan Sinclair, Stuart, Cavendish, Borbone e Borbone-Orléans), oltre ad altre famiglie nobili, è stroncata come pseudostoria da una qualificata maggioranza di cristiani e storici secolari come Darrell Bock e Bart Ehrman, così come hanno fatto giornalisti e ricercatori come Jean-Luc Chaumeil, che possiede un vasto archivio su questo argomento.



Nel 2005, il presentatore della TV britannica e archeologo dilettante Tony Robinson curò e presentò una dettagliata confutazione dei principali argomenti di Dan Brown e di quelli di Baigent, Leigh, e Lincoln, nella trasmissione "The Real Da Vinci Code" (Il vero Codice da Vinci), andata in onda su Channel 4. Il programma mostrò lunghe interviste con molti dei principali protagonisti, mettendo in serio dubbio il presunto arrivo di Maria Maddalena in Francia, tra gli altri miti correlati, intervistando in un documentario gli abitanti di Saintes-Maries-de-la-Mer, il centro del culto di Santa Sara.

The True Mystery of Rennes-Le-Chateau and the Dynasty of Jesus si impernia sulla testimonianza dell'anonimo informatore degli autori, "Michael", il quale dichiarò di essere un discendente del Rex Deus. Le prove a sostegno dell'ipotesi erano apparentemente andate smarrite, e pertanto non possono essere verificate indipendentemente, dato che Michael affermava che esse erano contenute nello scrittoio del sui defunto padre, che era stato venduto dal fratello, ignaro del suo contenuto. Alcuni critici puntualizzano che il racconto dell'informatore relativo alla storia della propria famiglia sembra basarsi sulla dubbia opera di Barbara Thiering, e lo identifica come Michel Roger Lafosse.

Robert Lockwood, il responsabile stampa della Diocesi Cattolica Romana di Pittsburgh, vede il concetto di Chiesa cospirante allo scopo di insabbiare la verità su una linea di sangue di Gesù come una deliberata propaganda anticattolica. Egli lo vede come parte della lunga tradizione di un sentimento anti-cattolico che ha radici profonde nell'immaginario Protestante americano ma risalente all'inizio della Riforma del 1517.

Benché le ipotesi di una linea di sangue di Gesù non siano state sottoposte al giudizio del Jesus Seminar, un gruppo di studiosi coinvolti nella ricerca del Gesù storico da una prospettiva cristiano liberale, essi non sono stati in grado di determinare se Gesù e Maria Maddalena ebbero una relazione coniugale a causa della mancanza di evidenze storiche. Essi hanno concluso che la Maria Maddalena storica non fu una prostituta pentita ma uno dei principali discepoli di Gesù e uno dei leader del movimento cristiano degli inizi. Bart D. Ehrman, che dirige il Dipartimento di Studi Religiosi dell'Università della Carolina del Nord, ha commentato che, per quanto esistano alcun studiosi di storia che affermano che Gesù fosse sposato, la gran parte degli studiosi del Nuovo Testamento e del Cristianesimo degli inizi ritengono questa asserzione storicamente inaffidabile.

In fin dei conti, il concetto secondo cui una persona vivente duemila anni fa abbia oggi un piccolo numero di discendenti viventi ai giorni nostri è statisticamente improbabile. Steve Olson, autore de Mapping Human History: Genes, Race, and Our Common Origins, ha pubblicato un articolo su Nature dimostrante che, secondo un calcolo di probabilità statistica:

« Se qualcuno oggi vivente discendesse da Gesù, lo sarebbe la maggior parte di noi sul pianeta. »
Lo storico Ken Mondschein mise in ridicolo il concetto secondo cui la linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena avrebbe potuto essere preservata:

« La mortalità infantile nell'età pre-moderna era ridicolmente elevata, e sarebbe bastata una sola morte infantile per incidente o malattia in 2000 anni per spazzare via la linea di sangue … se invece i figli di Cristo si fossero sposati uno con l'altra, d'altra parte, alla fine la consanguineità avrebbe fatto sì che oggi i figli di Dio avrebbero pinne invece di piedi. »

Secondo gli autori del libro, "The Lost Gospel" ("Il vangelo perduto"), non è solo plausibile che Gesù abbia contratto matrimonio con Maria Maddalena, ma è anche assai credibile. Il professore canadese di studi religiosi Barrie Wilson e lo scrittore israelo-canadese Simcha Jacobovici hanno tradotto dall'aramaico un antico manoscritto, la 'Storia ecclesiastica di Zaccaria il Retore', risalente a circa 1500 anni fa. Tra le pagine di questo testo, conservato alla British Library, secondo gli studiosi, ci sarebbe la prova definitiva che Gesù fu effettivamente sposato e che la Vergine Maria originale altro non è che Maria Maddalena, compagna e non madre di Gesù.

Il manoscritto risale al 570 d.C ed è rimasto archiviato nella British Library per oltre vent'anni, dopo che era stato acquistato dal British Museum nel 1847 da un uomo che diceva di averlo ottenuto dal Monastero di San Macario in Egitto. Negli ultimi 160 anni, il documento è stato studiato, ma giudicato "irrilevante". Fino a quando non è passato tra le mani dei ricercatori Wilson e Jacobovici, che lo hanno tradotto e "spulciato" per ben sei anni prima di convincersi che contenesse qualche verità.

La provenienza del frammento resta misteriosa, in quanto il proprietario ha chiesto di restare anonimo. Secondo gli esperti che lo hanno visionato, il frammento è comunque autentico e non un falso: le lettere sono scritte dalla mano di una persona non troppo colta, e il papiro e il tipo di inchiostro utilizzato sono compatibili con quelle usate nel quarto secolo dopo Cristo. Il modo di scrivere sembra ricondurre a una scrittura “non professionista”, cioè non quella di uno scriba,  magari compilata da qualche credente che voleva tramandare la dottrina cristiana mentre c’erano ancora in corso le persecuzioni.

C’è anche chi si è immediatamente lanciato a controbattere ogni ipotesi di una sposa di Gesù asserendo che all’epoca era possibile avere una moglie in modo simbolico e comunque la parola “moglie” potrebbe riferirsi alla Chiesa stessa come accade nel nuovo Testamento. Nell’Antico testamento invece il termine sposa è spesso riferito, parlando dei profeti, alla terra di Israele. Forse dunque non una moglie vera e propria, ma solo un simbolo spirituale già usato in altre parti delle scritture.

A favore dell’ipotesi di un Gesù sposato sono comunque alcune considerazioni di tipo storico: ad esempio il fatto che all’epoca sarebbe stato molto improbabile che un rabbi fosse celibe. Un predicatore non sposato in Palestina sarebbe dunque stato una grossa anomalia storica. Nella tradizione si racconta che solo Giovanni tra i discepoli non era ammogliato, mentre tutti gli altri 11 avrebbero avuto una sposa, incluso Pietro-Simone, futuro capo della Chiesa.  Anche nella cultura Essena, che secondo molti avrebbe avuto una connessione profonda con il messaggio di Gesù, il matrimonio era la regola.

Ma le considerazioni non si fermano alla figura di Cristo. Ben prima che si parlasse del frammento di papiro, i racconti e le testimonianze storiche di un matrimonio tra Gesù e la Maddalena sono proseguite per secoli, con tanto di persecuzioni per chi portava avanti questa idea. Del resto la figura di Maria Maddalena ha una rilevanza notevole nel Nuovo Testamento: è a lei che Gesù appare per primo dopo la resurrezione e non a Pietro o gli altri discepoli. La sua figura è dunque – al di là che fosse sua moglie o meno – di eccezionale importanza nella storia di Gesù: lei è la prima evangelista in un certo senso, e la prima discepola.

Nel sud della Francia esiste una piccola chiesa, (Les Saints Marie de la Mer) visitata da migliaia di gitani ogni anno che custodisce le spoglie mortali di Santa Sara, la misteriosa figura che avrebbe aiutato Maria Maddalena assieme a Maria di Giacomo (zia di Gesù e sorella di Maria)  e Maria Salomé (madre di Giovanni e Giacomo) a traversare il Mediterraneo a bordo di una barca per giungere in Europa.

Sarebbero le tre Marie che avevano vegliato assieme a Maria madre di Gesù e Giovanni la crocefissione, che avrebbero assistito alla deposizione e a cui Gesù si sarebbe rivelato dopo la resurrezione.

La figura più enigmatica sarebbe comunque quella di Santa Sara, scura di pelle, ha anche una statua che tra il 24 e il 25 maggio di ogni anno riceve la venerazione dei fedeli gitani che la chiamano “Sara-la-Kali”, ovvero Sara la Nera. In tutto il mondo mediovale esistono effigi di queste misteriose Madonne nere, ed ella sarebbe la capostipite.

Sulla storia di santa Sara ci sono molti racconti: si dice che venisse dalla Camargue, nel Sud della Francia, o che fosse una egiziana, o libica. Sta di fatto che in alcune tradizioni più eretiche ella sarebbe addirittura la figlia di Gesù e di Maria e quindi il vero Santo Graal, ovvero il frutto del grembo della Maddalena, raffigurato simbolicamente come una coppa che racchiude il sangue di Cristo.

Secondo la tradizione le tre Marie sarebbero arrivate nella Francia nel 42 dopo Cristo per mare e da lì avrebbero continuato a evangelizzare il messaggio di Cristo. Si hanno testimonianze storiche nel V secolo di un piccolo isolotto boscoso, dove c’era un piccola chiesa proto cristiana chiamata Sainte-Marie de l’Ilot, o Sainte-Marie-de-Ratis.

L’edificio venne probabilmente distrutto tra l’VIII ed il X sec. in seguito alle invasioni saracene, e successivamente ricostruito.  Nel XII sec.  la chiesa viene ampliata  e nel 1315 è l’anno di fondazione della Confraternita delle Saintes Maries. Notre-Dame-de-la-Mer diventa meta di visita di numerosi pellegrini, e parte del Cammino di Santiago. Nel 1349 si scava la cripta sotterranea e nel 1448 una bolla papale autorizza il re di Francia Renato d’Angiò, conte di Provenza, ad intraprendere degli scavi. Verranno scoperti i resti delle “Sante Marie”, successivamente riposti in una teca doppia sistemata, fin da quei tempi, nella Cappella Alta. Lo stesso re, l’anno successivo, farà ampliare la cripta.

Secondo un elenco pubblicato nella discussa raccolta di documenti denominati “Dossiers Segreti”, Renato d’Angiò ricoprì dal 1418 al 1480 la carica di IX Gran Maestro del Priorato di Sion, la misteriosa associazione segreta nata in seno ai Cavalieri Templari, il cui scopo era quello di preservare e perpetrare la stirpe divina del Cristo. Non sembra, quindi, un caso, che egli si sia dato tanto da fare per approfondire e diffondere il culto della Maddalena in Francia. Va sottolineato, però, che i “Dossiers Segreti” sono da tempo ormai considerati inattendibili, e che non esistono prove documentali sulla reale esistenza storica del Priorato di Sion. La leggenda, per quanto suggestiva, è quindi ancora destinata a rimanere come tale.

Dan Brown avrebbe costruito il ‘fidanzamento’ di Gesù e la Maddalena, e i loro figli in terra francese (da cui avranno poi origine i Merovingi). La ‘Legenda Aurea’, scritta dal 1255 al 1266, sarà divulgata attraverso i secoli e dalla quale diversi pittori prenderanno spunto per dipingere episodi del viaggio della Santa e di cui venne probabilmente a conoscenza anche Leonardo.

Leonardo, secondo alcuni Gran Maestro del Priorato di Sion, avrebbe ritratto nell’Ultima Cena lo sposalizio di Maria e Gesù.

Sui simboli che Leonardo avrebbe celato nel famoso affresco si sono scritti fiumi di parole, dopo la risonanza internazionale data dal libro di Dan Brown: ad esempio l’aspetto femminio di Maddalena/Giovanni occultato da restauri successivi, il gesto minaccioso di Pietro sul collo di lei (come a suggerire che la Chiesa aveva messo a tacere la vera natura del rapporto tra Maddalena e Gesù) e così via.

Ma non sarebbe solo il celebre genio della Gioconda ad aver celebrato il femminile sacro, bensì secondo alcuni anche il divino Poeta.  In base ad una scuola di pensiero iniziata il secolo scorso, Dante Alighieri, come buona parte dei poeti del Dolce stil novo, avrebbe fatto parte di un ordine segreto iniziatici, i Fedeli d’Amore, legato ai Templari e Rosacrociani ed in forte sospetto di eresia. In tutte le loro poesie e nei loro scritti troviamo il simbolismo della Donna come Sapienza Trascendente (Hagia Sophia), come pure quello della “Candida Rosa”.  Dante condannava aspramente la Chiesa, chiamava il papa un falso Pastore,  e  a causa di questa sua lotta fu mandato in esilio dall’amata Firenze.  Beatrice, il simbolo della donna amata, è il suo primo ponte verso l’incontro con Dio, un segno di come egli abbia ampiamente esaltato il sacro femminile come esempio di divina Sapienza, per poi passare a San Bernardo, sua ultima guida e guarda caso creatore della regola dei Templari.

San Bernardo conduce infatti Dante a Dio e Dio, lo dice espressamente Dante nel canto 33 del Paradiso, ha un’effige umana, tema squisitamente rosacrociano. I Rosacroce sarebbero stati custodi del mistero sul vero Santo Graal, rappresentato da una coppa, ma che altro non sarebbe stato, come dicevamo prima, il ventre della Maddalena, madre della progenie di Cristo e sua sposa sacra.

Sebbene sulla connessione tra Dante, Templari e Rosacrociani ci sono state molte discussioni, anche discordi, resta il fatto che, Maddalena o meno,  nell’antichità esiste chi abbia celebrato il femminile come parte fondamentale di un’autentica trasformazione spirituale. Se fosse anche solo per questo, anche se la leggenda di uno sposalizio da Gesù e la Maddalena risultasse un falso, questa tema rimane di significativa importanza anche al giorno d’oggi.



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domenica 21 agosto 2016

LA TORRE DI GUARDIA E LE SIGARETTE

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Da alcuni documenti ufficiali si rileva che la Watchtower Society è l’unica beneficiaria di una società chiamata HM Riley Trust.

Gli introiti della HM Riley Trust derivano da due fonti principali: una è definita “oil and gas royalties”, l’altra è costituita da circa 2.000.000 di dollari provenienti da altre società.

Tra le varie società elencate vi sono Exxon Mobil, Coca Cola, Barclay's, JDS Uniphase and Proctor and Gamble, ecc… È una lunga lista della contabilità del 2002 ma tra i vari nomi risalta su tutti quello della PHILIP MORRIS COMPANIES INC., uno dei più grandi produttori di tabacco e sigarette al mondo.

Si noti che la Società Torre di Guardia disassocia le persone che fumano. Quindi, visto che la società HM Riley Trust ha l'unico obiettivo di "supportare la Società Torre di Guardia di Bibbie e Trattati", tale società avrebbe potuto e dovuto, coerentemente con gli insegnamenti dell'organizzazione che supporta, rifiutare dei proventi di un'azienda che produce tabacco. E la stessa WTS, messa al corrente dell'origine di tali proventi, avrebbe dovuto rifiutare del denaro la cui provenienza viene considerata illecita.
Una delle ultime in ordine di stranezza, che circola da tempo in Internet, vuole la Watchtower Society implicata in affari poco chiari con una azienda americana, la quale a sua volta trarrebbe profitto dalla vendita di tabacco.
Da alcuni documenti ufficiali si rileverebbe che la Watchtower Society è l'unica beneficiaria di una società chiamata HM Riley Trust. Un modulo fiscale statunitense denominato Form 990 (datato 30 aprile 2002), della HM Riley Trust, indica come scopo primario della società HM Riley Trust: “support Watch Tower Bible & Tract Society” (trad.: supporto alla Società Torre di Guardia di Bibbie e Trattati). Da un estratto fiscale del 2002 risulta che gli introiti della HM Riley Trust derivano da due fonti principali: una è definita “oil and gas royalties”, l’altra è costituita da circa 2.000.000 di dollari provenienti da altre società. Tra le varie società elencate nell’estratto risalta su tutte quella della Philip Morris Companies Inc. uno dei più grandi produttori di tabacco e sigarette al mondo.

La giustificazione dei Testimoni di Geova:

Italo Svevo disse in un’occasione: “Il mentitore dovrebbe tener presente che per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie”. A volte, i nostri detrattori non si rendono conto che superando un certo livello di “menzogne”, ottengono l’effetto contrario a quello sperato.

Iniziamo con lo specificare che la HM Riley non è un’azienda commerciale ma una fondazione. Cos’è una fondazione? L’American Foundation Center ne dà la seguente definizione:


“Una fondazione è un'entità costituita come società no profit o fondazione caritatevole, con lo scopo principale di fare donazioni ad UNRELATED organizzazioni o istituzioni o individui per motivi scientifici, educativi, culturali, religiosi, o altri scopi caritatevoli.”

Il termine “unrelated” (che significa “senza rapporti o legami”) indica che fra chi effettua la donazione e chi la riceve non può esserci alcun legame diretto e/o indiretto. Viene inoltre specificato che:

“Tutte le fondazioni private devono compilare il modulo 990-PF  (quello pubblicato dai detrattori dei TdG), che è una fonte importante relativa alle loro finanze, comitati e donazioni”

Risulta quindi chiaro che la HM Riley è una fondazione con scopi caritatevoli e che non può avere alcun tipo di connessione con la Watchtower Society, come dichiarato dall'American Foundation Center. A motivo del nostro impegno nel campo religioso e umanitario, nel 2001 la Riley decise di effettuare una donazione alla sede newyorkese dei Testimoni di Geova. Siccome la Riley aveva effettuato alcuni investimenti nella Philip Morris, alcuni detrattori concludono infondatamente che la Watchtower tragga profitto dal commercio di tabacco.
Sinceramente pensavamo che dopo la questione Rand-Cam i nostri detrattori non avessero più il coraggio di battere su tali tasti rischiando di essere nuovamente smascherati come manipolatori di fatti e dei motivi altrui, ma un proverbio latino che trae la sua origine dalle parole dell’apostolo Paolo, recita: Omnia munda mundis. Evidentemente per chi è accecato dal livore nei confronti della nostra congregazione è vero l’esatto contrario: “Ogni cosa è impura, per gli impuri”.



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giovedì 21 luglio 2016

PERCHE' SI E' DIMESSO PAPA BENEDETTO XVI ?

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Il Vaticano gestisce fondi poco chiari e da un paio d’anni sono state rivelate diverse questioni che hanno a che vedere con le finanze, i conti truccati e le operazioni illecite, un’eredità finanziaria lasciata da Giovanni Paolo II.

Nel febbraio 2013 i fedeli di tutto il mondo rimasero spiazzati dalla decisione dell’allora papa Benedetto XVI di dimettersi dal suo incarico.

Lo stupore generale fu molteplice anche perché il cavillo a cui il pontefice si rifece per lasciare il papato era sconosciuto ai più. Ebbene, nuove e inquietanti notizie pare che si celino dietro quelle dimissioni. Quell’anno infatti, era cominciato in modo nefasto per il Vaticano, che veniva trattato quasi come uno stato terrorista dal governo italiano, dopo che lo IOR era stato escluso dallo SWIFT e la magistratura aveva cominciato una serie di indagini, dopo aver ricevuto pressioni internazionali, circa i pagamenti delle tasse apparentemente evase dalla Chiesa.

Quello che successe pochi giorni prima delle dimissioni del Papa Benedetto XVI, era che il Vaticano era escluso dallo SWIFT, situazione che si è sbloccata solo dopo la sua firma per lasciare il mandato. Fondamentalmente, quindi, quello che agli occhi di tutti è apparso come un gesto vile, sembra che sia stato un passo obbligato per consentire allo Stato del Vaticano di riprendere la propria vita economica.

Una prova di tutto quello che c’è sotto questo evento, è data proprio dal testo che comunicava le dimissioni di Ratzinger. Tale testo recitava le motivazioni in latino, adducendo motivi di età, ma esso conteneva una serie di imperdonabili quanto elementari errori grammaticali che il Papa non avrebbe mai potuto commettere. Ciò vuol dire che quella lettera non era stata scritta da lui ma da altri e in un secondo momento resa al pubblico. Una volta formalizzate le dimissioni, inoltre, non c’è stato nemmeno bisogno di aspettare l’elezione di Papa Bergoglio ma immediatamente si è avuto lo sblocco dei conti da parte dello SWIFT.

Gli esperti del Vaticano spiegano che Papa Benedetto XVI aveva già deciso di lasciare il Pontificato nel marzo 2012, dopo un viaggio in Messico e a Cuba, dove aveva scoperto la prima parte di un rapporto elaborato dai cardinali Julián Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi.

In quel documento erano riassunti gli abissi nei quali era caduta la Chiesa : corruzione, finanze occulte, guerre fratricide per il potere, furti massicci di documenti segreti, lotte tra fazioni e riciclaggio di denaro.
La conclusione insisteva sulla “resistenza al cambiamento da parte della Curia e i numerosi ostacoli posti alle azioni richieste dal Papa per promuovere la trasparenza.”

Il Vaticano è un nido di vipere, un labirinto di corruzione molto lontano dal Cielo e molto vicino ai peccati terreni. Un pugilato senza limiti né morale, dove la Curia assetata di potere fomenta le illazioni, i tradimenti, il riciclaggio di denaro, operazioni segrete per mantenere prerogative e privilegi di fronte alle istituzioni religiose e finanziarie.
Sotto il mandato religioso di Benedetto XVI, il Vaticano era uno degli Stati più opachi al mondo. Se Josef Ratzinger ha sollevato il velo del silenzio sui curati pedofili, non ha per nulla modernizzato la Chiesa, né voltato la pagina degli sporchi affari che aveva ereditato dal suo predecessore Giovanni Paolo II.



Questo primo rapporto dei tre cardinali, nell’agosto 2012 aveva portato alla nomina dello svizzero René Brülhart, specialista di riciclaggio di denaro che per otto anni aveva diretto la Financial Intelligence Unit (FIU) del Liechtenstein, un’agenzia incaricata di analizzare le operazioni finanziarie dubbie.
La missione di Brülhart era mettere la Banca del Vaticano in sintonia con le norme europee. Ovviamente non ci era riuscito.

La seconde parte del rapporto era stata presentata a Papa Benedetto nel dicembre 2012. Da allora, le sue dimissioni si erano poste in maniera irrevocabile.
In pieno marasma, la Curia romana aveva cercato d’imporre una verità ufficiale con metodi moderni. Per far questo aveva contattato il giornalista americano Greg Burke, membro dell’Opus Dei, ex membro dell’agenzia di stampa Reuters, della rivista Time e del canale televisivo Fox.
La missione di Burke era quella di migliorare l’immagine deteriorata della Chiesa, ma era troppo tardi, perchè ai vertici della Chiesa cattolica non c’era più niente di chiaro.

La divulgazione dei documenti segreti del Vaticano orchestrata dal maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele e da altre mani invisibili era stata un’operazione sapientemente orchestrata ma i cui fini rimangono misteriosi : un’operazione contro il potente Segretario di Stato Tarcisio Bertone, una cospirazione destinata a spingere Benedetto XVI alle dimissioni o un tentativo di frenare la purga interna in corso? In ogni caso, il Vatileaks aveva sommerso il compito di pulizia che era stato affidato a Burke.

Ben più che motivi teologici, sono i soldi e i conti occulti della banca del Vaticano, lo IOR, che sembrano comporre la trama delle dimissioni inedite di Benedetto XVI.
Un nido di corvi pedofili, di reazionari e di ladri assetati di potere e capaci di tutto pur di difendere le proprie fazioni. E’ questa la terribile immagine di decomposizione morale lasciata dalla gerarchia cattolica.
Niente di diverso dal mondo in cui viviamo. Corruzione, capitalismo assassino, protezione dei privilegiati, circuito di potere che si auto-alimenta e si auto-protegge. Il Vaticano è nient’altro che il riflesso della decadenza del sistema.



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giovedì 12 maggio 2016

I SEGRETI DI ANDREOTTI

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Giulio Andreotti è morto a 94 anni, il 6 maggio 2013 dopo aver attraversato più di 50 anni di storia italiana,  portando con sé tutti i suoi segreti. Segreti che ha portato con sè, alla maniera di Licio Gelli che disse:”un vero uomo i segreti li porta nella tomba”. Andreotti era il Patto Atlantico e la Costituente, ma anche l’uomo capace di prendere i voti dove erano  in modo sospetto organizzati dalla mafia,pur di andare al potere ed essere il bilancino, l’asse centrale del potere democristiano,alleandosi ora con la destra Dc, ora con la sinistra di Moro, ma in modo da essere sempre determinante. E dentro la DC, come fuori, cioè nella raccolta del consenso al momento delle urne, il suo pacchetto di voti in Sicilia, in Ciociaria e nel Lazio, diventava sempre fondamentale. Per questo, e lui non lo negò mai (neanche davanti ai giudici di Palermo),il suo rapporto con Salvo Lima e,di conseguenza (questi invece negati), con gli esattori mafiosi, i cugini Nino ed Ignazio Salvo, fu negli anni ’60 e ’70 importante per farlo diventare ministro e capo del governo, primo ministro,per ben 7 volte. Perché Salvo Lima era proconsole di Andreotti in Sicilia e capo di quella che il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa definiva nel suo diario la ‘famiglia politica più inquinata dell’isola’. Lima aveva aderito alla corrente andreottiana nel 1968,quel gruppo di “amici” che ha portato Andreotti ad essere  perno politico di lunghe stagioni italiane.  Facendo governi di centro e di centro destra, ma anche di centro sinistra ed inaugurando l’unico governo di solidarietà nazionale con l’astensione del PCI, interrotto dal rapimento di Aldo Moro, quel 16 marzo 1978 che stava aprendo un’era ed invece sancì la continuazione dell’incubo,sino al disfacimento della DC,dopo la caduta del muro di Berlino. Quei giorni tra il 16 marzo e l’8 maggio 1978,saranno ancora da scrivere: lui leader della fermezza contro le BR , non riuscì a salvare Moro;e secondo molti uomini politici di allora, fece parte di chi non volle salvarlo.

Andreotti capì quasi sempre prima l’andamento della deriva nazionale e del cambiamento internazionale: capiva e intuiva, ma invece di ergersi a statista nel governo delle transizioni verso il futuro, finiva sempre per governare l’esistente,schivando i cambiamenti sostanziali ed  agendo abilmente per la logica del mantenimento del potere. Perché il Potere era il suo vero culto, l’altare cui aveva immolato la sua intelligenza ed il suo programma di vita: un potere che poteva partire dalle lettere di raccomandazione per il suo elettorato, ed arrivava al rapporto con gli Usa e con l’OLP di Arafat,passando ovviamente per il Vaticano,il suo vero partito di riferimento. Perché lui ascoltava i Papi, ma soprattutto veniva ascoltato dai Papi.

Poi vennero le sentenze per il caso Pecorelli e per i suoi rapporti con la mafia. Fu assolto in primo grado il 23 ottobre 1999, con formula ampia perché “il fatto non sussiste”,ma con un articolo di legge che aveva sostituito nel codice l’insufficienza di prove. In appello, il 2 maggio 2003, il verdetto era stato più controverso: prescrizione per i fatti contestati fino al 1980, assoluzione per quelli successivi. La Cassazione ha confermato proprio questa impostazione,in modo definitivo,il 15 ottobre 2004 scrivendo che Andreotti  «ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi». A queste conclusioni ,infatti, erano  giunti gli ultimi giudici del senatore a vita, quelli della Corte d’assise di Palermo che lo hanno assolto per non aver commesso il reato di associazione mafiosa a partire dal 1982, ma hanno invece dichiarato prescritto il reato di associazione per delinquere semplice (l’associazione mafiosa non esisteva ancora nel codice penale) commesso almeno fino al 1980. Una sentenza che afferma,quindi, che in epoca di grandi delitti mafiosi (Mattarella, Costa, Basile ed altri di quegli anni), Andreotti ebbe rapporti con la mafia. Una sentenza confermata da una ulteriore sentenza della Corte di cassazione, che ha messo l’ultimo sigillo su una vicenda durata dieci anni. Secondo i giudici d’appello, infatti, è provata la consapevolezza, da parte di Andreotti, dei rapporti tra il suo «luogotenente» in Sicilia Salvo Lima e Stefano Bontate, il capomafia eliminato dai corleonesi di Totò Riina nella guerra di mafia del 1981. E sono da considerarsi provati gli incontri diretti tra lo stesso Bontate e Andreotti in persona, a cui ha sostenuto di aver assistito il pentito Francesco Marino Mannoia. In quegli incontri si discusse il problema del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, considerato un ostacolo dai boss e assassinato il 6 gennaio 1980; una vicenda alla quale i giudici dedicano considerazioni pesanti. Nelle riunioni con i mafiosi, secondo i giudici d’appello, Andreotti «ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, ad ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui ed a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».   Secondo i giudici di Cassazione quei rapporti poi si interruppero, sino a portare Andreotti in una difficile situazione di equilibrismi politici per mantenere da un lato il suo potere ed i suoi voti nella DC dell’isola, dall’altro un atteggiamento politico  di condanna, almeno pubblica, della mafia. Un equilibrio che si spezzò definitivamente con il maxi processo e le conferme in Cassazione delle condanne alla cupola, nel 1992. L’assassinio di Salvo Lima sancì questa rottura definitiva.

Ma Andreotti fu anche processato, a Perugia, per il delitto del giornalista Mino Pecorelli, ucciso per strada a Roma, a colpi di pistola, il 20 marzo 1979. Il 14 aprile 1993, dopo la testimonianza in cui Buscetta aveva dichiarato che il boss Gaetano Badalamenti gli aveva a sua volta raccontato che l’omicidio era stato «commissionato dai cugini Nino e Ignazio Salvo per conto di Giulio Andreotti», il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica, Andreotti venne iscritto nel registro degli indagati a Roma, poi il processo passò a Perugia perché tra gli indagati c’è l’ex magistrato Claudio Vitalone. Il 20 luglio 1995 cominciò il processo di primo grado.
Pecorelli, direttore del periodico «Osservatorio politico» (Op), in passato aveva effettivamente pubblicato più volte notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli del servizio segreto Sifar sotto la sua gestione al ministero della Difesa. E aveva poi disposto anche una vera campagna di stampa sullo scandalo petroli (dove Andreotti fu toccato al punto da far insorgere la DC alla Camera dei Deputati al grido di “non ci processeranno in piazza”) e sui finanziamenti illegali della Democrazia cristiana, il partito di Andreotti. Inoltre, aveva rivelato segreti sul rapimento e sull’uccisione dell’ex primo ministro Aldo Moro, assassinato nel 1978 dalle Brigate rosse. Il punto più controverso, quello che secondo gli inquirenti aveva portato al delitto, era stato una storia di copertina di Op intitolata «Gli assegni del Presidente», con l’immagine di Andreotti: Pecorelli, però, aveva accettato di fermare la pubblicazione del giornale quando ormai era già in stampa.



Il 24 settembre 1999 la Corte d’assise di Perugia prosciolse Andreotti perché non aveva commesso il fatto. Andò diversamente in secondo grado: il 17 novembre 2002 fu condannato a 24 anni di carcere come mandante dell’omicidio. Il 30 ottobre 2003, però, la Cassazione annullò la condanna di appello e rese definitiva l’assoluzione di primo grado.

Tutte vicende che travolsero Andreotti nella sua vita politica ormai in fase discendente: ma dalle quali, grazie alla rete del suo Potere accumulato negli anni, riuscì sempre a riemergere, diventando l’ideale traghettatore tra la prima e la seconda Repubblica.  Fu esterno alla nuova trattativa tra Stato e Mafia degli anni ’90, ma quella sua rete di poteri e segreti, di rapporti e sottobosco politico, sono rimasti pressoché intatti in quegli anni, costituendo alla fine l’humus nel quale è nato il novo “conservatorismo” berlusconiano, la nuova destra, nella quale lui comunque non si inserì mai.  Anche se  non si sottrasse  alla fascinazione del Potere neanche quando  era ormai un anziano senatore a vita: nel 2006 fu candidato da Berlusconi a presidente del Senato contro Franco Marini, leader dell’Unione vincitrice di poco alle elezioni. Perse per pochi voti, ma il suo cinismo politico non fu, anche in quella occasione, immune dalla vanità e dall’ambizione del Potere. Anche se glielo avrebbe potuto dare,strumentalmente, il Berlusconi così lontano dal suo mentore, Alcide De Gasperi.

"Possiedo un grande archivio, visto che non ho molta fantasia", diceva Giulio Andreotti.
"E' un archivio del tutto singolare", ha spiegato Giuseppe Sangiorgi, segretario generale dell'Istituto Sturzo, "perché è un archivio privato di Stato e credo sia l'unico esempio in Italia e forse uno dei pochi in Europa per l'enormità delle dimensioni". Lungo 600 metri se i 3500 faldoni fossero tutti in fila, racconta la parabola del Divo Giulio dalle foto dei genitori agli ultimi discorsi, compresi i guai giudiziari e le carte dei processi. E di conseguenza la storia d'Italia dai primi anni '40 al 2010 passando per i congressi della Dc, il sequestro Moro, le battaglie pro e contro il divorzio fino agli atti del Vaticano e al dibattito sull'Europa unita.
Nel luglio del 2007 il presidente Andreotti, che da sempre era stato tra i sostenitori dell’attività dell’Istituto Sturzo, decise di affidarci il suo archivio personale custodito fino a quel momento in un grande appartamento nel centro storico di Roma. L’archivio funzionava come un grande centro di documentazione per l’attività del presidente, che contribuiva alla definizione della sua struttura attraverso precise strategie di tipo conservativo, selezionando la documentazione e identificando l’oggetto, il tema o il nome di riferimento, apposto in forma autografa sulle carte.
Il presidente Andreotti pose come unica condizione che l’archivio fosse aperto immediatamente alla consultazione, senza attendere ulteriori riordini, sorprendendo tutti noi che pure di archivi ci occupiamo da molti anni. Il presidente legittimava in questo modo il lavoro, che l’Istituto Sturzo aveva fatto e faceva, di raccolta degli archivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano, aggiungendosi ai più di settanta archivi personali e ai tre archivi di partito già custoditi.
L’archivio è costituito da tremilacinquecento buste, pari a circa seicento metri lineari di documentazione. Un archivio straordinario dunque, quando si pensi che la media dell’archivio di un politico di statura nazionale di solito oscilla tra i quattrocento e i seicento faldoni.
La consistenza e la varietà delle tipologie documentarie, oltre alla ricchezza dei contenuti, offrono ampia testimonianza della storia italiana – e non solo – di tutta la seconda metà del Novecento, e rendono questo complesso documentario sicuramente unico nel panorama degli archivi personali contemporanei.
L’archivio conserva documentazione relativa alla sfera sia privata che pubblica del presidente Andreotti dalla metà degli anni Quaranta ai nostri giorni e permette di ripercorrere in modo continuativo e significativo la sua lunga attività di uomo di governo e di partito, di studioso, di giornalista e di saggista. Le carte testimoniano attraverso un percorso impostato sia sulle vicende biografiche, sia sulle esperienze politiche, culturali e professionali, il ruolo istituzionale, come ministro e presidente del Consiglio, con particolare riguardo alla politica estera e comunitaria, all’attività nel partito della Democrazia cristiana, ma anche ai rapporti con istituzioni e personalità della Chiesa, della cultura, dell’arte e dello sport, sia a livello nazionale che internazionale."



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sabato 7 novembre 2015

BASTA ALCOOL!!!!!!

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Somministrare bevande alcoliche a chi manifesta una chiara ubriachezza è punito con l’arresto da 3 mesi a un anno. Inoltre, se il somministratore è l’esercente un’osteria o altro esercizio autorizzato allo spaccio di cibi e bevande è prevista anche la sanzione della sospensione dell’attività. Ciò indipendentemente dalla entità della sanzione principale. Lo ha precisato la Corte di Cassazione in una sentenza.

Il barman, quindi, sarà chiamato a stare molto attento a quanti cocktail serve alla stessa persona, poiché, qualora questa abbia già chiari ed evidenti sintomi di ubriachezza, ad andarci di mezzo sarà il locale.

La sospensione dell’attività ha una durata minima di 15 giorni e una massima di due anni. È una misura che può avere forti ripercussioni su una attività commerciale, costretta  a rimanere inattiva ed avendo spesso, come risultato, la definitiva chiusura del locale.

Oltre a ciò, è vietata la vendita e la somministrazione di alcolici anche ai minori di 18 anni. Questo divieto si rivolge sia ai negozianti (che svolgono attività di vendita) che alle attività come pub, bar, ristoranti e discoteche (che invece svolgono attività di somministrazione). Lo ha precisato il Ministero dello Sviluppo Economico con una specifica risoluzione.

Il Ministero ha chiarito che rimane sempre fermo il generale divieto di mettere a disposizione dei minori degli anni 18 bevande alcoliche. Ragion per cui non ha rilevanza che l’adolescente consumi sul posto (ad esempio in discoteca o in un bar) oppure possa comprare per poi consumare altrove (ciò che succede per un acquisto in negozio).

È possibile riepilogare la materia nel seguente modo:
– è vietato vendere e somministrare sul posto bevande alcoliche a minori degli anni 18;
– nel caso di vendita di bevande alcoliche a minori degli anni 18, è prevista una sanzione pecuniaria da 250 a 1.000 euro;
– la somministrazione di bevande alcoliche a minori degli anni 16 è punita con la sanzione dell’arresto fino a un anno;
– la somministrazione di bevande alcoliche a minori degli anni 18, ma maggiori degli anni 16, è punita con la sanzione pecuniaria da 250 a 1.000 euro.

Anche in questi casi è prevista la sospensione dell’attività.

Della somministrazione di bevande alcoliche a minori o infermi di mente non è responsabile solo il titolare dell’esercizio, ma anche chi lo gestisce per lui: pure i dipendenti, pertanto, ne risponderanno penalmente e personalmente.

L'Articolo 689 codice penale vieta la vendita per asporto e la somministrazione di bevande alcoliche a:
minori degli anni 16
persona che appaia affetta da malattia di mente
persona che si trovi in condizioni di manifesta deficienza psichica a causa di altra infermità.



Il ministero dell’Interno ha chiarito che il divieto non riguarda la sola somministrazione, ma anche la vendita per asporto e pertanto le bevande alcoliche non possono essere consegnate nemmeno in confezione a chi ha meno di 16 anni.

In ordine all’accertamento dell’età del cliente la Corte di Cassazione con una sentenza ha ritenuto che in caso di incertezza sull’età del ragazzo sia necessario richiedere un documento di riconoscimento, non essendo sufficiente basarsi sulle dichiarazioni dell’interessato e pertanto commette il reato previsto dal medesimo articolo l’ esercente che serve o vende alcolici ad un minore di anni 16 anche se questi, o chi lo accompagna o ne ha la patria potestà, dichiari di avere una età superiore.

La condanna importa, nel caso di pubblici esercizi, la perdita dei requisiti di onorabilità (art. 92 TULPS) in capo al reo alla quale segue la revoca delle licenza se trattasi del titolare, nonché la sospensione dell’esercizio fino ad un massimo di due anni anche se il reato è commesso da un dipendente, mentre se trattasi di cessioni effettuate dalle altre categorie commerciali la pena accessoria è la sospensione dell’esercizio fino a due anni non essendo tali esercenti tenuti al possesso dei requisiti soggettivi previsti all’articolo 92 del TULPS e dalle altre leggi sulla somministrazione.

Trattandosi di responsabilità personale per configurarsi il reato è necessario che vi sia una condotta dell’esercente, o di un suo commesso, direttamente collegabile alla violazione della norma: in altre parole è necessario che sia l’esercente a consegnare la bevanda alcolica al minore non ritenendosi che il servire una bottiglia di vino ad un tavolo occupato da maggiorenni e minorenni possa configurare una fattispecie delittuosa. Diverso il caso in cui al medesimo tavolo si ordini un numero di consumazioni alcooliche pari a quello delle persone presenti. In tal caso scatta il divieto di servire chi non dimostra (o con l’aspetto o con i documenti) di avere più di 16 anni.

Va da sé che la richiesta dell’esibizione del documento atto a comprovare il superamento degli anni 16 non è una violazione della privacy, ma una condizione da soddisfare per poter usufruire delle prestazione richiesta.

Alla luce della applicabilità del divieto alla attività di vendita si deve ritenere che non sia legittima nemmeno la distribuzione (sia essa vendita che somministrazione) di alcolici con distributori automatici.

Articolo 691 codice penale Somministrazione di bevande alcoliche a persone in stato di manifesta ubriachezza.

L’articolo punisce chiunque somministra (o comunque fornisce) bevande alcoliche ad una persona in stato di manifesta ubriachezza. Se il colpevole è un esercente la condanna comporta la sospensione dell’esercizio fino a 2 anni, la perdita dei requisiti di onorabilità (art. 92 TULPS, L. 287/1991, leggi regionali) alla quale segue la revoca della licenza.

La “manifesta ubriachezza” è cosa ben diversa dalla ebbrezza (annebbiamento delle facoltà mentali che, tra l’altro, rende inabili alla guida di veicoli).

L’ubriachezza è qualcosa di più: è la temporanea alterazione mentale conseguente ad intossicazione per abuso di alcol (i medici usano il termine “intossicazione esogena acuta”) e si manifesta con il difetto della capacità di coscienza ed alcune volte in forma molesta.

Per aversi la ubriachezza manifesta, il comportamento in pubblico del soggetto attivo deve denunciare inequivocabilmente l’ubriachezza in modo che questa sia percepita da chiunque, con sintomi del tipo: alito fortemente alcolico, andatura barcollante, pronuncia incerta o balbettante.

Per aversi la condotta illegittima basta che l’ubriachezza sia palese, dia segni manifesti e non equivoci.

L’esercente, pertanto, non deve servire alcolici a chiunque si trovi in tale stato. Naturalmente non gli si può addebitare un comportamento antigiuridico se porta una bottiglia di alcolici ad un tavolo ove siede un ubriaco: il reato lo commette chi materialmente gli offre da bere.

Da tenere presente che l’articolo 187 del regolamento di esecuzione del TULPS , che impone agli esercenti di non rifiutare le proprie prestazioni a chi si offra di pagarne il prezzo, prevede in modo esplicito che tale obbligo non vale per i casi disciplinati dagli illustrati articoli del Codice Penale.

Più difficile “alzare il gomito” in terra francese. In arrivo il divieto di vendita di alcolici ai minori di 18 anni (oggi il limite è a 16) ma, soprattutto, la fine degli open bar, in voga soprattutto per l’ora dell’aperitivo, che permettevano il consumo illimitato di alcol a prezzo forfettario. Un’abitudine che facilita il “binge drinking”, bere solo per ubriacarsi, una pratica diffusa tra i più giovani. L’Italia invece, insieme ad Albania, Armenia, Bosnia-Erzegovina, Israele, Kyrgystan, Lussemburgo e Malta, è uno dei pochi Paesi in cui non vige il divieto di vendita ai minori. Vero è che è fatto divieto ai gestori di somministrare alcolici ai minori di 16 anni e le sanzioni per chi sgarra sono pesanti. Secondo quanto previsto dall’articolo 689 del codice penale, l’esercente che somministra bevande alcoliche a un minore di 16 anni rischia la sospensione della licenza, oltre a una pena pecuniaria da 516 a 2.582 euro. Stesse sanzioni per chi somministra alcolici a persone in manifesto stato di ubriachezza (art. 691 c.p.). E la pena è applicabile anche se al momento del servizio il gestore è assente.




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