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giovedì 19 marzo 2015

LA BASILICA DI SANTA MARIA ASSUNTA (Clusone)

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La basilica di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista a Clusone è sorta, secondo la tradizione, sulle rovine di un antico tempio romano dedicato alla dea Diana. La chiesa venne costruita su disegno di Giovan Battista Quadrio, architetto della Fabbrica del Duomo di Milano, tra il 1688 e il 1698. Venne consacrata il 6 luglio 1711 e, lo stesso giorno, elevata alla dignità di basilica minore. Nel 1887 venne realizzata la nuova pavimentazione in marmo nero.

La basilica di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista sorge nel centro dell'abitato di Clusone.

L'esterno dell'edificio di culto è caratterizzato dal portico, posto lungo la fiancata destra della chiesa e preceduto dall'ampio sagrato. Quest'ultimo è rialzato ed è cinto da una balaustra decorata con alte statue marmoree di santi. Il piazzale è raccordato a via Pier Antonio Brasi, che si trova ad una quota inferiore, tramite tre scalinate, due frontali ed una laterale; la scalinata di sinistra è caratterizzata da un andamento curvilineo.

Il portico è coperto con volta a crociera e si compone di cinque campate centrali e due avancorpi alle estremità. Quest'ultimi e la campata di mezzo sono costituiti da un arco a tutto sesto poggiante su semipilastri ionici e affiancato da due lesene composite; le restanti quattro campate si aprono sull'esterno con una bifora ciascuna sorretta al centro da una colonne ionica liscia. Sotto il portico vi sono tre portali.

La facciata della chiesa è leggermente a salienti ed è priva di particolari decorazioni. Al centro, in alto, vi è un finestrone rettangolare mentre, in basso, si apre il portale.

L'interno della basilica è costituito da un'unica navata lungo la quale si aprono otto cappelle laterali delimitate da archi ribassati poggianti su colonne corinzie alte 8,30 metri ciascuna. La navata termina con una profonda abside semicircolare

La volta nella navata, che è a crociera, e quella dell'abside, che è a botte lunettata, sono state affrescate da Bernardo Brignoli. Sono invece di Antonio Cifrondi le tele delle medaglie, raffiguranti il Giudizio Universale, l'Incoronazione della Vergine, Angeli musicanti e Gesù nel Getsemani. Sempre del Cifrondi sono le due tele in controfacciata, raffiguranti il Battesimo di Gesù (a sinistra) e la Predicazione del Battista (a destra). La via Crucis, in rilievo, risale al 1909 ed è un'opera dello sculore di Treviolo Cesare Zonca.

Ai due lati dell'abside, sono collocate, ciascuna entro la propria nicchia, due statue raffiguranti la Madonna del Rosario (1730), di Andrea Fantoni, e San Giuseppe (1870), di Gianmaria Benzoni.

L'altare maggiore venne diseganato da Andrea Fantoni, e fu eseguito dai Corbarelli di Brescia, che hanno realizzato le quadrature e gli intrarsi marmorei, mentre ai Fantoni di Rovetta si devono la tribuna e le statue. Andrea Fantoni realizzò personalmente i due angeli laterali e il paliotto raffigurante il Trasporto dell'Arca dell'Alleanza. L'altare è anche ornato dalle statue della Fede, della Carità e della Fortezza; sulle colonne laterali, vi sono le statue di San Giovanni Battista e San Sebastiano.

Alle spalle dell'altare, vi è la pala che raffigura l'Assunzione di Maria. Essa è opera di Sebastiano Ricci e venne da lui dipinta tra il 1711 e il 1713. Alla destra della pala si trova la Nascita di San Giovanni Battista, di Domenico Carpinoni, e, alla sua destra, il Martirio di San Giovanni Battista, di Andrea Vicentino.

Gli stalli lignei del coro, in radica, vennero realizzati da Domenico Visinoni e completati nel 1699 dalla bottega fantoniana.

La prima cappella di destra è dedicata alla Natività di Gesù e il suo altare venne realizzato nel 1754 da Fantoni junior. La pala d'altare, di Gaspare Diziani, è affiancata dalle statue di Santo Stefano (1702) e di Sant'Antonio da Padova (1732), entrambe di scuola fantoniana. Sulla parete di destra si trova la statua di San Valentino, di Antonio Cifrondi. Nella cappella è custodita una reliquia della Vera Croce.

La seconda cappella di destra è dedicata ai defunti e il suo altare venne realizzato nel 1720 da Domenico Corbarelli con statue di Andrea Fantoni. La pala raffigura la Santissima Trinità con la Madonna, San Giuseppe e San Gregorio che intercedono per i defunti ed è opera di Domenico Carpinoni, alla quale si deve anche il dipinto sulla parete destra che raffigura San Carlo e Sant'Ambrogio in preghiera davanti alla Madonna di Loreto.

La terza cappella di destra è dedicata all'Angelo Custode. L'altare venne realizzato nel 1759 da Grazioso Fantoni, mentre la pala è precedente e venne dipinta nel 1659 da Pietro Ricchi e raffigura la Vergine che appare a Santa Orsola con due sue monache e all'Angelo con il bambino; dietro il quadro, sono custodite le reliquie della basilica. Alla parete sinistra dell'altare è appesa la tela di Antonio Cifrondi con la Madonna e Sant'Antonio da Padova.

La quarta cappella di destra è dedicata al Crocifisso e, sull'altare, realizzato nel 1698 dalla bottega di Andrea Fantoni, si trova un gruppo scultoreo in legno raffigurante San Gaetano e San Carlo in adorazione del Crocifisso, sormontato da un angelo con le insegne vescovili. A destra dell'altare si trova un quadro del XVIII secolo, di Domenico Caretti, con Maria Addolorata con le sette spade dei dolori che le trafiggono il cuore. A sinistra, invece, vi è un quadro con i Santi Filippo Benzi e Giuliana Falconieri.

La prima cappella di sinistra è dedicata alla Deposizione di Gesù ed era, un tempo, sede dei Disciplini. Il paliotto dell'altare è decorato con le statue di San Cristoforo e San Rocco e del Redentore tra la Preghiera e la Penitenza, realizzate tra il 1725 e il 1730. Nell'ancona vi è la Deposizione di Gesù dalla Croce di Domenico Carpinoni, affiancata dalle statue di San Giorgio e del Beato Alberto da Villa d'Ogna. Sulla sinistra, vi è una tela di autore sconosciuto raffigurante Maria Maddalena che assiste alla risurrezione di Lazzaro.

La seconda cappella di sinistra è dedicata a San Lorenzo e l'altare venne realizzato nel 1629 dalla bottega di Giovanni Antonio Carra su commissione della famiglia Gromelli. Esso è affiancato dalle statue lignee secentesche di San Rocco e Sant'Antonio Abate.

Sulle due cantorie dell'abside, entro delle casse lignee con prospetto a tre campate e mostra di canne di Principale, si trova l'organo a canne, costruito nel 1960 dai Fratelli Ruffatti e restaurato dagli stessi nel 1994.

La consolle, mobile indipendente, è situata nella navata, lungo la parete di sinistra, ha tre tastiere di 61 note ciascuna ed una pedaliera concavo-radiale di 32 note. Lo strumento è a trasmissione elettronica ed ha un totale di 65 registri.


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LA DANZA MACABRA (Clusone)

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Gli scheletri, allegoria della morte, danzano con diversi personaggi di rango inferiore rispetto alle vittime della Morte nel trionfo del registro superiore: vi sono rappresentati una donna con uno specchio, simbolo della vanità; un membro della confraternita dei disciplini, con l'abito della regola e il flagello; un contadino; un oste; un soldato; un mercante, con la sacca dei soldi; un uomo di lettere; un magistrato. Questi, ciascuno in coppia con uno scheletro, si avviano verso un macabro ballo.

Posto sul sagrato della sontuosa Basilica dell’Assunta, l'Oratorio dei Disciplini è famoso soprattutto per l' affresco della parete esterna raffigurante il trionfo della morte e la danza macabra. Fu edificato tra il 1348 e il 1350 (XIV sec.) come ritrovo di gruppi di fedeli dediti ad opere di carità, i disciplini, sorti in vari comuni in seguito ad una grave epidemia di peste nera. Un tempo dedicato all'Annunziata fu poi intitolato a San Bernardino da Siena, che svolse opera di riappacificazione attiva in questa zona all'epoca delle lotte tra guelfi e ghibellini. Esempio di architettura povera del '400 (XV sec.), ha mantenuto le proprie forme originali nonostante i rimaneggiamenti subiti nei secoli successivi (che hanno danneggiato piu' che altro l'affresco della facciata).
L'interno ospita, lungo le pareti della navata, altri affreschi del '400 raffiguranti scene della vita di Gesu'. Molto suggestiva e spettacolare la crocefissione (1485). Altro ospite illustre è il gruppo fantoniano, rappresentante la deposizione o compianto. Si tratta di un gruppo di 7 statue a grandezza naturale in legno policromo, senz'altro realizzato tra il 1669 e il 1711 da uno dei Fantoni (la famiglia di artisti della Val Seriana, attiva per quasi tre secoli in tutta la zona). Rappresenta il Cristo deposto dalla croce, la Vergine Maria, Giuseppe d'Arimatea, Maria di Cleofa, Maddalena, Nicodemo e San Giovanni Evangelista. Questi gruppi scultorei sono tipici dell'epoca barocca. Concepiti come macchine sceniche smontabili, venivano trasportate per la città in occasione delle processioni religiose per rappresentare in maniera spettacolare e drammatica la morte del Cristo al popolo dei devoti. In tutto il territorio bergamasco (ad esempio a Castione, Rovetta, Ardesio) sono rintracciabili testimonianze di questo tipo di realizzazioni artistiche.
Il trionfo della morte e le danze macabre sono un tema iconografico tardo-medioevale, di origine franco-germanica, diffuso in Europa fino al sec. XVI. Questa di Clusone è senz'altro una delle piu' notevoli opere del genere in Europa, sia da un punto di vista estetico, per la vivacità delle tinte e dell'impianto iconografico, sia da un punto di vista storico, in quanto, datato 1485 (sec. XV), rappresenta una delle piu' antiche danze macabre conosciute. L'affresco rappresenta: il trionfo della morte sui potenti della terra che invano la supplicano di risparmiarli (la morte, regina, al centro della composizione, trionfa su papi, cardinali, imperatori e nobili); la vera e propria Danza macabra, con gli scheletri che sembrano irridere i supplicanti; il giudizio con la distribuzione delle anime tra inferno e paradiso (di cui rimangono però pochissimi resti).

La Danza della Morte o Danza Macabra è il soggetto che forse più di qualunque altro caratterizza il Medio Evo.

Ai tempi pagani la fiamma del rogo coll’annientare il cadavere non lasciava ai superstiti che un pugno di ceneri; epperò nulla di più quieto pei sensi, nulla di meno funebre di un’urna, di un sarcofago, anche rispetto alle composizioni che all’esterno le adornavano. Il Cristianesimo invece col ritornare il corpo alla terra rese severa e tetra l'immagine della Morte. Quando i vermi avevano terminato il loro ufficio, usavansi raccogliere dalle sepolture gli avanzi dei corpi disfatti, e sovrapporre con simmetrico studio i cranii e le ossa nelle cappelle vicine alle chiese ed ai cimiteri, affinchè fosser soggetto di meditazione ai viventi.

Il pensiero della morte che coglie ognuno, di qualunque età, di qualunque condizione egli sia, e che ritorna alla primitiva eguaglianza ciascuno, si stimava dai moralisti tanto più necessario, quanto più era insultante ed illimitata la potenza, la superbia e la depravazione della classe dominatrice sulle altre; ed associato a quel pensiero, trovandosi quello di uno stretto rendimento di conto delle azioni umane, doveva tornare efficacissimo mezzo a consolare gli oppressi ed a frenare gli oppressori.

E ben a ragione la morte divenne una nuova divinità, assumendo le forme di uno scheletro. «Morte nihil melius, vita nihil pejus.» Ecco la sua divisa nel XII.° e XIII.° secolo.

Per quanto poco si rifletta allo stato in cui allora si trovava l’Europa tutta, e specialmente il Nord dell’Italia, ravvolta nelle lotte tra l’Impero e la Chiesa (onde le guerre, le dissensioni di contado, di città, di famiglia, le pestilenze, le carestie recrudescenti ad ogni istante), è facile argomentare come gli uomini cresciuti in mezzo a tanto avvicendarsi di mali doveano essere famigliari al pensiero della morte. È il sintomo delle grandi crisi; l’estremo terrore cangiasi in estrema allegrezza. Da questi elementi trovò inspirazione ed origine la Danza Macabra.

Infatti l’idea di tutte le Danze Macabre è la stessa presso tutte le nazioni; è la eguaglianza del cimitero applicata alle follie del mondo. Dalla reggia dell’invitto principe alla capanna del laborioso contadino, la morte batte a tutte le porte ed esce traendo per mano le sue vittime, che loro malgrado costringe a danzare. Sempre allegra e buffona, sembra che si atteggi all’insultante ironia, al feroce disprezzo, allorquando cammina coi grandi. E ben disse il francese Saint Victor: Regardez bien: à travers ce masque décharné, on entrevoit une téte plébéienne. Le faible se venge du fort en l’assignant au cimetière; l’opprimé enterre vivant l’oppresseur.Qu’est-ce que la Danse Macabre, si non la Jacquerie de l’éternité?

Le vicende straordinarie politiche e religiose del Medio Evo diedero origine alle produzioni più singolari sia nelle arti che nelle lettere. Ommettendo di parlare delle moltissime e svariate Danze dei morti o Macabre, sparse per ogni dove in Europa, il primo esempio in Italia di allegorie mortuarie cristiane lo si riscontra nei quattro Novissimi eseguiti da quel Giunta Pisano, che nel 1202 salì in fama nella pittura, allontanandosi dal greco stile. Di lui pure sono in S. Francesco d’Assisi le Storie di Simon Mago portato dai demoni.

Queste rappresentazioni furono poi poeticamente sublimate da Dante nella Divina Commedia, da Giotto di Bondone fondatore della pittura italiana, dall’Orgagna nel Cimitero di Pisa, dal Petrarca nei suoi Trionfi, da Luca Signorelli nel Duomo d’Orvieto. Sarebbero da nominarsi, oltre i citati, molti altri artisti italiani antichi e moderni, che per eccellenza trattarono la Morte con tremendi concetti; ma non devesi dimenticare l’universale Leonardo da Vinci, il quale sopra un foglietto di carta raffigurò in ischizzo a penna la Morte, rappresentata da scheletri, che combattono altrettanti cavalieri: allegoria dal sommo artista destinata a provare la superiorità della fanteria sulla cavalleria.

I dipinti nell’interno della Chiesa de’ Disciplini o del Consorzio della Misericordia sono qual più, qual meno conservati. Sull’abside dell’altar maggiore vedonsi Sibille e Profeti eseguiti da artista lombardo; gli altri dipinti sparsi per la chiesa, rappresentanti le gesta di Gesù, segnano la medesima epoca. Se non fossero in parte ridipinti da mano inesperta, conserverebbero un merito storico e darebbero campo a dotte investigazioni; però lo stile che vi traluce risente più della scuola milanese dei tempi di Bernardino Luini, che della veneta scuola.

Esternamente alla Chiesa de’ Disciplini, sopra il suo fianco avvi il gran quadro a fresco del TRIONFO E DANZA DELLA MORTE, con figure poco più grandi del vero. È questo forse il più stupendo lavoro che si conosca nella parte montuosa settentrionale d’Italia, e che rapporto all’arte non oltrepassa la metà del secolo XV, giacchè vi traspare lo stile semplice e gentile, usato dal genio di Giotto, che fu il primo nella pittura Italiana ad unire la semplicità colla bellezza, e ad esprimere colla grazia le pietose commozioni dell’animo. Di un così fatto stile tu scorgi le impronte non solo in tutto l’insieme della composizione, ma in ogni singola parte ed in ispecie sopra i lineamenti dei volti; onde a buon diritto si potrebbe sostenere, che si avvicina al Beato Angelico da Fiesole, specialmente nello atteggiare le figure in un pensiero morale, religioso, od anche a frate Filippo Lippi, il quale lavorò a Padova ed a Napoli, e più di tutti a Benozzo Gozzoli. Qualunque ne sia l’autore, l’opera è affatto italiana, più fiorentina che veneta e lombarda, secondo noi; condotta con mirabile lavoro ed effetto, variata nella composizione, e magistrale tanto per l’arte del disegno che per il brillante colorito.

Lasciando ad altri la spiegazione filosofica, ed attenendomi soltanto alla generalità, dirò come il dramma figurato in quel dipinto è diviso in due distinte parti, che formano come due grandi quadri, l’uno sovrapposto all’altro e quasi per intiero ottimamente conservati. Nel superiore è rappresentata la potenza inesorabile della Morte, o vero il di lei Trionfo; nell’inferiore invece è contenuta la Danza propriamente detta anche Macabra.

Il quadro superiore è singolarissimo per la ricca composizione maestrevolmente espressa in ogni sua parte. Nel mezzo vedesi un gran sepolcro scoperchiato, quadrilungo e di semplicissime linee, sul di cui orlo strisciano velenosi rettili, come uno scorpione, due rospi, e cinque vipere. Dentro veggonsi in direzioni opposte giacere due cadaveri, che dai vestiti e specialmente dalle corone l’una papale, l’altra dell’impero germanico, si palesano l’uno per quello di un Papa, e l’altro d’un Imperatore di Germania. Nel mezzo dell’orlo anteriore sorge ritto in piedi uno Scheletro gigante, quasi fosse il Principe della Morte, che in aspetto altiero spiega colle braccia distese due cartelli, nell’uno de’ quali si legge in caratteri gotici della miglior forma:

« Giunge la morte piena de egualeza:
« Sole ve voglio e non vostra richeza. »
nell’altro:

« Digna mi son de portar corona
« E che signoresi ogni persona. »
A lato di quel principe stanno due altri scheletri obbedienti ministri, l’uno dei quali afferra un arco dalla cui corda vibra ad un tratto tre freccie, dirette a portar la morte sopra i poveretti che gli stanno dicontro. All’egual tristo ufficio è intento lo scheletro dall’opposto lato; ma con un istrumento degno di molta osservazione per la sua forma, simigliante ad un archibugio di prima invenzione, consistente in una lunga canna senza calcio, accomodata in un legno concavo; archibugio che lo scheletro accende con una miccia.

Presso a quell’avello, ed alla diritta del dipinto, stanno tre giovani cacciatori sopra cavalli riccamente bardati con cani e sparvieri volanti. L’uno rivolto verso il sepolcro cade rovescio sul proprio cavallo ferito da un dardo nel petto: l’altro guarda attonito la morte, la quale già scoccò un dardo al falcone librato nell’aria: il terzo spaventato pone al galoppo il cavallo. Il fondo è chiuso da una boscaglia entro la quale si aggirano altre persone che meglio si discernerebbero, se in questa parte il dipinto non fosse stato offeso dal tempo. Più vicino al sepolcro vedonsi alcuni dignitari ecclesiastici, in supplichevole atteggiamento, fra i quali un vescovo che solleva le mani offerendo un vaso ricolmo di monete.Alla sinistra sta accalcata una grande moltitudine, sfarzosamente vestita, di principi, ministri, vescovi, abati, d’ogni età e nazione, che inginocchiati ed a mani giunte scongiurano la inesorabile morte a voler loro risparmiare la vita. Primeggia un Pontefice che offre una coppa piena di monete, e sul davanti della scena o per meglio dire del sepolcro, tu vedi un monaco che porge un anello, un doge che lo imita con un bacile ricolmo d’oro, indi un feudatario che offre la propria corona. Ma i cadaveri che ingombrano il terreno, fra cui quello di un principe africano, manifestano come a que’ doni la morte non si impietosisce. Rimarchevole è il gruppo pieno d’espressione, ove figura un re in atto di memraviglia nell’osservare una preziosa gemma, che un mercante giudeo con gelosa circospezione a lui mostra. Felicissimo pensiero, che il pittore al certo volle esprimere, a contrapposizione dell’idea dominante in tutta quella moltitudine atterrita e piagnolosa al cospetto della morte; che cioè la vista delle preziose cose fa a certuni obliare sull’istante la dominatrice idea del morire.

Il quadro sottoposto rappresenta la Danza, come vien indicato dai versi scritti in caratteri gotici ed in una sola linea:

O ti che serve a Dio del bon core
Non havire pagura a questo ballo venire
Ma alegramente vene e non temire
Per chi nase elli convene morire.

Tali danze di consueto vengono rappresentate con un numero più o meno grande di personaggi, con altrettanti scheletri conducenti persone di vita militante. Trovandosi il dipinto mutilato da una parte non possono figurare il Papa, l’Imperatore, l’Imperatrice, il Re, il Cardinale, il Duca, ecc., personaggi che si trovano sempre figurati in tutte le Danze dalle più antiche alle più moderne, e che certamente saranno esistiti in origine eziandio in questa Danza. Tutti i personaggi del nostro quadro, si figurerebbero come esciti da una porta, quasi a simbolo di città, per cui la Danza deve effigiare memorie cittadine.

Avanti tutto, a primo anello della schiera, si presenta uno scheletro che conduce un gentiluomo, e dietro a questi un secondo scheletro che ne guida un altro: i gentiluomini sembrano appartenere all’ordine giudiziario; tien dietro un magistrato in lunga zimarra, ed un filosofo o maestro, ambedue condotti dal rispettivo scheletro; succede quindi un giovine studente in giubboncello, che stringe un papiro dal lato del cuore; quindi un mercante che tiene la mano in una bisaccia da denaro appesa alla cintura; vien dopo un’armigero coperto da mantello; quindi un giovine che potrebbe prendersi per un alchimista o chimico, portante una macchinetta d’incognito uso; vien dietro loro e dietro gli scheletri che li guidano, un uomo del popolo a calzoni laceri, che sembra un artigiano; quindi un frate dell’ordine de’ Battuti o Disciplini; quindi ancora una vezzosa signora piena di vita e di bellezza, bene abbigliata e mirantesi in uno specchio, la quale viene condotta per il dito della mano da uno scheletro, e per l’avambraccio fermata da un altro, come a significare che il pensiero della morte arresta o turba anche il libero corso ai galanti pensieri della vita.

L’ultimo ad uscire dalla porta è uno scheletro del quale si vede la testa e l’avambraccio, e dietro ad esso una moltitudine sta per uscire alla comparsa della Danza ferale.

Qual’è il pensiero che si potrebbe attribuire a questa Danza? Esso sarebbe, giusta il sentir mio, che ogni uomo di qualunque ceto è pur condotto da invisibile forza alla morte, e che, come uno scheletro sta avanti, così uno scheletro sta nel fine ad attestare, che in qualunque direzione l’uomo corra, trova da ogni lato la morte.

Gli episodii della nostra danza sono svariatissimi pel costume dei danzatori, pel diverso pensiero in ciascuno espresso, e pel modo inusitato di atteggiare gli scheletri; sicchè mirabilmente tu vedi trasparire sovra essi e l’ironia, e le smorfie, e le grazie beffarde onde muovono alla danza co’ mesti compagni.

Lo stile di questo dipinto, per l’età cui appartiene, è ben singolare: le teste sono piene di vita, ed esprimono efficacemente il carattere e le interne affezioni dell’animo, che quella fatal danza produce in ciascuna persona. A dir vero si scorge un avvicinamento dell’arte al miglior progresso, non essendovi che una leggera secchezza ne’ contorni di ogni singola figura e nel piegare delle vesti; anzi molte movenze e attitudini sono piene di grazia e di naturalezza, talchè prescindendo anche dalla rilevantissima importanza archeologica, la composizione riesce preziosa per l’arte e per la storia dei costumi, che si riferisce sempre ai secoli XIV e XV.

A ragione alcuni ammiratori furono del mio avviso, che la maggior parte delle figure espresse tanto nel Trionfo come nella Danza debbano ricordare distinti personaggi, che a que’ tempi avranno influito sui destini del veneto Dogado, e del milanese Ducato; Stati, i quali atteso la loro vicinanza e disparità di principii, versavano in continui commovimenti politici e religiosi. Giudiziosi archeologi ed in ispecialità iniziati nello studio delle medaglie, potrebbero con poca fatica riconoscere il nome di alcuni di que’ personaggi, e trarne così una norma a meglio giudicare de’ tempi e dell’epoca stessa.


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L' OROLOGIO PLANETARIO FANZAGO (Clusone)

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L'Orologio Planetario Fanzago di Clusone, in val Seriana in provincia di Bergamo, è una straordinaria opera realizzata nel 1583 da Pietro Fanzago, tuttora funzionante. Si trova sulla facciata sud della torre del municipio.

Si tratta di una costruzione meccanica assai ardita per i tempi in cui è stata realizzata e sotto di esso compare la dicitura "SYDERA VIX ALIJ OBSCURA RATIONE MOVERIFANZAGUS MANIBUS, LUMINIBUSQUE PROBAT 1583" che significa "«Ho messo in opera tutta la conoscenza acquisita dagli astronomi nei loro studi. 1583». Fanzago di Clusone".

L'orologio segna i movimenti del sole e della luna, le ore del giorno e la durata della notte, gli equinozi ed i solstizi, le costellazioni dello zodiaco, le lunazioni, i mesi, le ore, i minuti. L'antico meccanismo viene caricato a mano initerrottamente tutti i giorni da circa quattrocento anni.

Il costruttore, Pietro Fanzago, era membro della nobile famiglia Fanzago, ramo del casato Aliprandi che sullo scorcio del Trecento si trasferì da Milano a Clusone.


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