Visualizzazione post con etichetta folklore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta folklore. Mostra tutti i post

mercoledì 3 febbraio 2016

SAN BIAGIO

.


San Biagio era un medico armeno, vissuto nel III secolo d.C.: si narra che compì un miracolo quando una madre disperata gli portò il figlio morente per una lisca conficcata in gola. San Biagio gli diede una grossa mollica di pane che, scendendo in gola, rimosse la lisca salvando il ragazzo. Inutile aggiungere che, dopo aver subito il martirio, Biagio venne fatto santo e dichiarato protettore della gola.

S. Biagio nacque a Sebaste nell'Armenia. Passò la giovinezza fra gli studi, dedicandosi in modo particolare alla medicina. Al letto dei sofferenti curava le infermità del corpo, e con la buona parola e l'esempio cristiano cercava pure di risanare le infermità spirituali.

Geloso della sua purezza ed amatissimo della vita religiosa, pensava di entrare in un monastero, quando, morto il vescovo di Sebaste, venne eletto a succedergli. Da quell'istante la sua vita fu tutta spesa per il bene dei suoi fedeli.

In quel tempo la persecuzione scatenata da Diocleziano e continuata da Licinio infuriava nell'Armenia per opera dei presidi Lisia ed Agricola°. Quest'ultimo, appena prese possesso della sua sede, Sebaste, si pose con febbrile attività in cerca di Biagio, il vescovo di cui sentiva continuamente magnificare lo zelo. Ma il sagace pastore, per non lasciare i fedeli senza guida. ai primordi della procella, si era eclissato in una caverna del monte Argeo.

Per moltissimo tempo rimase celato in quella solitudine, vivendo in continua preghiera e continuando sempre il governo della Chiesa con messaggi segreti. Un giorno però un drappello di soldati mandati alla caccia delle belve per i giochi dell'anfiteatro, seguendo le orme delle fiere, giunsero alla sua grotta. Saputo che egli era precisamente il vescovo Biagio, lo arrestarono subito e lo condussero al preside.

Il tragitto dal monte alla città fu un vero trionfo, perchè il popolo, nonostante il pericolo che correva, venne in folla a salutare colui che aveva in somma venerazione. Fra tanta gente corse anche una povera donna che, tenendo il suo povero bambino moribondo sulle sue braccia, scongiurava con molte lacrime il Santo a chiedere a Dio la guarigione del figlio. Una spina di pesce gli si era fermata in gola e pareva lo volesse soffocare da un momento all'altro. Biagio, mosso a compassione di quel bambino, sollevò gli occhi al cielo e fece sul sofferente il segno della croce.

Giunto a Sebaste, il prigioniero venne condotto dal giudice Agricola, che voleva convincerlo a sacrificare agli idoli; ma il Santo con gran calma gli dimostrò che quello era un atto indegno di una creatura ragionevole, perché la ragione dice all'uomo che vi è un Dio solo, eterno, e creatore di ogni cosa. Per tutta risposta il giudice lo fece battere con verghe e poi gettare in carcere.

Dopo qualche tempo lo volle di nuovo al tribunale, per interrogarlo nuovamente, ma trovò sempre in lui la più grande fermezza. Gli furono allora lacerate le carni con pettini di ferro e così lacero com'era fu sospeso ad un tronco d'albero. Sperimentati ancora contro l'invitto martire tutti i supplizi più inumani, fu condannato ad essere sommerso in un lago. I carnefici condottolo sulla sponda lo lanciarono nell'acqua, e mentre tutti si aspettavano di vederlo annegare. Biagio tranquillamente si pose a camminare sull'acqua finché raggiunse la sponda opposta. Il giudice. fuori di sè, vedendo di non poter spegnere altrimenti quella vita prodigiosa, lo fece decapitare.

La sua memoria è celebrata il 3 febbraio.
Il corpo di san Biagio fu sepolto nella cattedrale di Sebaste. Nel 732 una parte dei suoi resti mortali, deposti in un'urna di marmo, furono imbarcati, per esser portati a Roma. Una tempesta fermò la navigazione sulla costa di Maratea, dove i fedeli accolsero l'urna contenente le reliquie – il "sacro torace" e altre parti del corpo – e la conservarono nella Basilica di Maratea, sul monte San Biagio. La cappella con le reliquie fu poi posta sotto la tutela della Regia Curia dal re Filippo IV d'Asburgo, con lettera reale datata 23 dicembre 1629: da allora è nota popolarmente col nome di Regia Cappella.

Un gran numero di località vantano di possedere un frammento del corpo del santo. Ciò è dovuto, oltre all'antica usanza di sezionare i corpi dei santi e distribuirne le parti per soddisfare le richieste dei fedeli, alla pratica della simonia, una delle cui forme consisteva nel vendere reliquie false, o reliquie di santi omonimi ma meno conosciuti.

A Casal di Principe (CE) si festeggia il 3 febbraio con la venerazione e l'apertura di un santuario a Lui dedicato dove vi è conservata la reliquia di un ossicino della mano del Santo.

A Carosino, un paesino in provincia di Taranto, è custodita una delle reliquie: un pezzo della lingua, conservato in un'ampolla incastonata in una croce d'oro massiccio.

Ad Avetrana (Taranto) è custodito in un ostensorio d'argento e d'oro un frammento della gola di san Biagio, sul quale si legge l'iscrizione "GUTTURRE SANCTI BLASI" ("la gola di san Biagio", in latino-barbara).

A Caramagna Piemonte (Cuneo) è custodita dall'anno 1000 una sua reliquia (un pezzo del cranio), conservata in un busto argenteo; si ha notizia della sua presenza già dall'atto di fondazione dell'antica abbazia di Santa Maria di Caramagna, datato 1028.

Nella parrocchia di San Biagio di Montefiore, frazione del comune di Recanati, in provincia di Macerata, si conserva, in un reliquiario a forma di braccio benedicente con palma del martirio, un osso intero dell'avambraccio.

Nel santuario di Cardito (NA), è conservato un ossicino del braccio. Sempre in Campania, a Palomonte (in provincia di Salerno), nella chiesa madre della Santa Croce si conserva un'altra reliquia del santo.

A Mugnano di Napoli (NA), nella chiesa di San Biagio, si conserva una reliquia del santo.

A Penne, in Abruzzo, è invece venerato il cranio del santo. Sempre in Abruzzo, nel duomo di San Flaviano a Giulianova, è conservato il braccio di san Biagio, racchiuso in un raffinato reliquiario d'argento, in forma di braccio con mano benedicente e recante una palma, datato 1394 e firmato da Bartolomeo di ser Paolo da Teramo.

Nella parrocchia di Lanzara, frazione del comune di Castel San Giorgio, in provincia di Salerno, sono conservati due piccoli ossi d'una mano.

Nella parrocchia di San Biagio in San Simone, frazione di Sannicola, diocesi di Nardò-Gallipoli, provincia di Lecce, si conserva una reliquia del corpo del Santo, con festeggiamenti due volte l'anno.



Nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venera nel giorno di san Biagio un frammento del braccio di questo santo, racchiuso in un reliquiario a forma di braccio benedicente. La reliquia è portata in processione dal vescovo e esposta alla pubblica venerazione dopo la solenne messa pontificale, che si celebra in cattedrale al vespro del 3 febbraio.

Nella chiesa a lui dedicata nella città dalmata di Ragusa (oggi in Croazia), si conserva, secondo la tradizione, il cranio del santo patrono, in un ricco reliquiario a forma di corona bizantina, che viene portato solennemente in processione nella ricorrenza liturgica del santo.

A Ostuni è conservato un frammento d'un osso del martire, venerato e posto sulla gola di ogni fedele che si presenta in pellegrinaggio al santuario di San Biagio, sui colli ostunesi, il 3 di febbraio.

A San Piero Patti (Messina) è custodito, in una teca d'argento nella chiesa di Santa Maria Assunta, un molare di san Biagio. La teca è portata in processione in occasione delle due feste che la cittadina dedica al santo: il 3 febbraio e la prima domenica d'ottobre.

A Mercato Vecchio di Montebelluna, in provincia di Treviso, nella chiesa di San Biagio è custodito un pezzo di veste, e ogni anno, il 3 febbraio, per tutto il giorno vi si benedicono, in onore del santo, pani e arance.

Ad Acquaviva Collecroce, in provincia di Campobasso, nella parrocchia di Santa Maria Ester si conserva una reliquia del santo donata alla comunità verso la metà del Settecento.

A Napoli, nella Sala del Tesoro della basilica di San Domenico Maggiore, si conserva, in un reliquiario a forma di braccio, un frammento d'un dito del martire.

Ad Avellino, nella chiesina dell'Arciconfraternita dell'Immacolata (adiacente alla Cattedrale di Avellino), è conservato un frammento osseo della mano del santo.

A Bindo di Cortenova, in provincia di Lecco, ogni anno si celebra la grande festa di san Biagio. Tra gli usi tradizionali, il bacio delle candele benedette, il falò e i tipici ravioli molto aromatici chiamati in insubre scapinasc.

A Eboli, in provincia di Salerno, nella chiesa di San Nicola si conservano un dito e altre reliquie di san Biagio.

Ad Asti, presso la chiesa di Santa Maria Nuova, nell'altar maggiore si conservano un dente e alcuni altri resti.

A Brescia, nel tesoro della chiesa di San Lorenzo, si conserva il reliquiario di san Biagio, con alcuni denti e un osso ritenuti del santo.

A Caronia in provincia di Messina, Diocesi di Patti, si venerano una falange del dito mignolo e un frammento del braccio e sono conservati in due preziosi reliquiari.

A Orbetello in provincia di Grosseto era conservato il teschio di San Biagio, rubato 2 anni fa e non più trovato. I festeggiamenti in onore del patrono continuano comunque.

A Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, all'interno di un reliquiario a forma di braccio benedicente è conservato un frammento di avambraccio del Santo. Con la reliquia, al termine della Solenne celebrazione, il 3 febbraio, viene impartita la benedizione e invocata l'intercessione del Santo per la protezione dai mali del corpo e dello spirito.

Nella Basilica di San Biagio a Maratea, alla destra della Regia Cappella dedicata al santo, vi è la palla di ferro sparata dai cannoni francesi durante l'assedio del dicembre 1806; su questa palla di ferro, inesplosa, sono ben visibili delle impronte che, secondo la tradizione, sarebbero le dita della mano destra di san Biagio.

Relativamente alla sola esperienza della cittadina di Fiuggi, si narra che nel 1298 fece apparire delle finte fiamme sul paese, proprio mentre questi era in procinto di essere messo sotto assedio dalle truppe papali. La cittadina, che all'epoca si chiamava Anticoli di Campagna, era feudo dei Colonna che a loro volta erano in guerra con la nobile famiglia romana dei Cajetani. L'intenzione dei Cajetani era quella di attaccare il paese da due lati: dal basso scendendo dal castello di Monte Porciano e dall'alto, alle spalle di Fiuggi dalla parte di Torre Cajetani; in virtù di tale piano divisero le proprie forze. San Biagio avrebbe fatto apparire delle finte fiamme che indussero le truppe nemiche, che oramai si accingevano all'attacco, a pensare di essere state precedute dalle forze alleate. Di conseguenza mossero oltre, ritornando ai loro alloggiamenti. I fedeli il giorno successivo lo elessero patrono della città.
A ricordo di ciò persiste tuttora l'antica tradizione paesana di bruciare grandi cataste di legna di forma piramidale, denominate stuzze, a ricordo dell'"apparizione". Tale manifestazione avviene la sera del 2 febbraio di ogni anno nella piazza più alta del paese (p.za Trento e Trieste), dinnanzi al Municipio.

A Salemi in provincia di Trapani, san Biagio è compatrono assieme a san Nicola della città dal 1542. Si narra che in quell'anno, sotto il regno di Carlo V, la città di Salemi e le campagne circostanti, venissero invase dalle cavallette che ne distrussero i raccolti procurando, così, fame e carestia; allora i salemitani pregarono san Biagio, protettore delle messi e dei cereali, di liberarli da tale flagello ed il santo esaudì queste loro preghiere. Da allora i salemitani, in ricordo di questo evento, nella ricorrenza della festa del santo, ogni anno il 3 febbraio, preparano dei pani in miniatura: i "cavadduzzi", cioè le cavallette e i "cuddureddi", (impastando farina e acqua) questi ultimi rappresentano la gola di cui san Biagio è protettore. La chiesetta dedicata al santo si trova nel quartiere del Rabbato. Il 3 febbraio "cuddureddi" e "cavadduzzi" vengono benedetti e distribuiti ai fedeli che accorrono da ogni parte della città per pregare il santo e per farsi benedire la gola dal sacerdote con le candele accese ed incrociate. Dal 2008 viene fatta una rievocazione storica del miracolo delle cavallette, che vede dame, nobili e cavalieri, clero e popolani in costume medievale, uscire dal castello, percorrere tutto il centro storico ed arrivare alla chiesa del santo per deporre i doni e benedire le gole. Manifestazione a cui partecipano tutte le associazioni cittadine e le scuole.

In Albania, a Durazzo nel monastero di san Biagio durante la prima metà del XX secolo secondo migliaia di testimoni vi sarebbe avvenuto il miracolo di una roccia dalla quale sgorgava olio con effetti curativi per i credenti. Tale monastero è tuttora meta di pellegrinaggio da parte di numerosi fedeli albanesi sia musulmani che cristiani.

In molti luoghi, a motivo del miracolo del salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce, il 3 febbraio, giorno di san Biagio, è tradizione compiere una benedizione della gola con le candele benedette il giorno precedente, festa della Presentazione di Gesù al tempio.
A Comiso all'uscita del simulacro viene eseguito l' "Inno a San Biagio".

A Lanzara, in Campania, è consuetudine mangiare la famosa "Polpetta di S.Biagio", e, per tener viva questa tradizione, nel periodo della festa viene fatta la "Sagra della Polpetta", tra le più longeve dell'Agro Nocerino Sarnese.
A Cannara, in Umbria, si festeggia il 3 febbraio con lo svolgimento di giochi popolari di abilità. Sin dal giorno prima è usanza far rotolare, quanto più a lungo possibile, forme di formaggio per le vie del centro storico secondo una tradizione già attestata nel XVI secolo col nome di Ruzzolone. Altri giochi consistono nella corsa con i sacchi o nel rompere con un bastone, e bendati, delle brocche appese fra le case che si affacciano in piazza Garibaldi (già del Grano) dove si svolgono la maggior parte delle altre prove. Molto seguito è anche il "gioco degli spaghetti" che premia colui che riesce a finire per primo il piatto di pasta con le mani legate dietro la schiena. Momento solenne è quello della processione religiosa con la statua lignea del Santo, accompagnata dai fedeli e dalle note della banda musicale cittadina.
A valle del paese di Romallo, in Trentino, si trova un interessante eremo dedicato a S. Biagio. Il 3 di febbraio si celebra la messa e viene impartita la benedizione della gola.
Il 3 febbraio si celebra la festa di San Biagio anche a Taranta Peligna, in Abruzzo. In onore del Santo protettore dei lanaioli, con una cerimonia di grande fascino, vengono preparate le "Panicelle", pani a forma di mano che vengono distribuite fra le genti del Paese. Il legame tra Taranta Peligna e il culto di San Biagio è testimoniato anche dalla presenza dei lanifici che hanno dato lustro al pese per la lavorazione delle coperte abruzzesi chiamate "tarante".
A Maratea si tengono due feste in onore del santo: una è quella del 3 febbraio, quando si tiene la benedizione della gola dei fedeli; la seconda, più fastosa, è quella dell'anniversario della traslazione delle reliquie, che si svolge a partire dal primo sabato fino alla seconda domenica di maggio, settimana in cui si svolgono ben quattro processioni del simulacro del santo.
San Biagio si festeggia il 3 febbraio anche ad Acquaviva Collecroce, in Molise. Durante la celebrazione liturgica si benedicono le gole dei fedeli. Anticamente con l'olio benedetto, ora mediante due candele incrociate. Per l'occorrenza si preparano le "Pandiçe" (pane di San Biagio) e dei dolci di forma circolare chiamati "Colaci". La Parrocchia conserva una pregevole tela del Cinquecento raffigurante il martirio di San Biagio; una reliquia donata al popolo verso la metà del Settecento e un'artistica statua in cartapesta del 1886 dello scultore sordomuto Gabriele Falcucci di Atessa.
Si festeggia San Biagio anche a Cessalto, in Veneto. Si racconta che il Santo salvò un bambino da morte sicura per aver ingoiato una lisca di pesce. Invocato il Santo, il bambino sputò la lisca di pesce e si salvò.
Il 3 febbraio a Lettomanoppello si celebra la festa liturgica di San Biagio. Durante la celebrazione eucaristica il parroco, oltre a benedire la gola dei fedeli con due candele incrociate, benedice, come da secolare tradizione, i "tarallucci di San Biagio" che sono dei dolci a forma di piccola ciambella impastati con semini di anice. I tarallucci poi vengono riportati a casa e donati a parenti ed amici che dopo averli baciati ne mangiano per ingraziarsi la protezione di San Biagio, particolarmente a protezione della gola e dai mali di stagione.
A Caronia si celebra la festa di San Biagio con grande devozione e pietà. Il giorno della festa, per antica consuetudine si benedicono i "cudduri di San Brasi", pani e dolci a forma di ciambella di nocciole e mandorle fuse con il miele. Questi segni di devozione vengono benedetti dall'Arciprete durante la Santa Messa Solenne e poi sono donati ai malati e alle persone che ne fanno espressa richiesta in Parrocchia.
Il 3 febbraio, a San Marco in Lamis, la gente sin dal mattino subito affolla la chiesa per la benedizione del pane che verrà distribuito ai poveri. La sera dopo una Santa Messa solenne, vi è l'imposizione delle Candele alla gola, da parte del parroco.
Nella parrocchia di Montefiore di Recanati il patrono San Biagio si festeggia la prima domenica di febbraio. Durante la celebrazione liturgica si benedicono le gole dei fedeli con due candele incrociate e viene benedetto il pane. Dopo la S.Messa principale delle 11,15 viene portata in processione per il paese la reliquia del santo.
A Plaesano, alla fine della processione, prima di rientrare in chiesa, vengono effettuati tre giri di corsa intorno alla chiesa con la statua del santo in spalla.
A Orbetello il 3 febbraio si celebra la festa liturgica del santo, dove i pescatori della laguna donano il loro pesce. Il 12 maggio c'è la Traslazione, ovvero i pellegrini prelevano il teschio del Santo dalla Chiesa di Ansedonia e lo portano in processione lungo la laguna, fino alla parrocchia di Orbetello.
A San Biagio, frazione di Garlasco, dopo l'invocazione: "San Bias, la gula e al nas", si procede alla benedizione della gola e del naso nella chiesa parrocchiale a lui dedicata, e a pranzo si consumano i ravioli di magro con ripieno di grana e barlande, seguiti dal tradizionale panettone di San Biagio.
A Ruvo di Puglia, dove San Biagio è anche Santo Patrono, il 3 febbraio si celebra la Messa di devozione nella Concattedrale di età romanica, dove è custodita la reliquia del Santo. Inoltre si Benedicono i "friciduzze" (taralli realizzati nelle forme di mano, bastone, piede e Mitra di San Biagio) e le "fettuccine di San Biagio", nastrini colorati che proteggono dal mal di gola.
A Chiavari in Liguria, San Biagio è contitolare della parrocchia di Bacezza. Ogni 3 febbraio nel Santuario di Nostra Signora dell'Olivo si celebra l'Eucaristia con la benedizione del grano e la venerazione di una reliquia del Santo.
Ad Alvito il 3 febbraio nella Cappella di San Biagio, costruita nel XVIII secolo, il parroco unge le gole dei fedeli con dell'olio benedetto per proteggerli dal mal di gola.
a Vignanello il 3 febbraio, dopo la solenne messa, il parroco unge le gole dei fedeli per proteggerli, inoltre nel primo fine settimana di agosto si svolgono festeggiamenti in onore di san Biagio con processioni concerti etc.

I fedeli si rivolgono a san Biagio nella sua qualità di medico, anche per la cura dei mali fisici e in particolare per la guarigione dalle malattie della gola: è tra i quattordici santi ausiliatori. Durante la sua celebrazione liturgica, in molte chiese i sacerdoti benedicono le gole dei fedeli accostando ad esse due candele; per questo è anche patrono degli specialisti otorinolaringoiatri. È anche protettore dei cardatori di lana, degli animali e delle attività agricole. In mancanza di un santo patrono a loro dedicato, a cavallo tra il 2013 e il 2014 alcune equipe d'animazione l'hanno eletto a protettore, indicandolo come patrono degli animatori.

San Biagio è il santo patrono delle diocesi di Cassano allo Ionio e di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

Il panettone di San Biagio è una tradizione di Milano poco conosciuta al di fuori dei confini della città, ma utilissima per finire i panettoni avanzati dalle feste di Natale.

Perchè bisogna mangiare il panettone di San Biagio? E’ presto detto: il 3 febbraio è la giornata che la chiesa cattolica dedica alla celebrazione di San Biagio, una figura che secondo la tradizione popolare milanese ‘benedis la gola e él nas‘. I milanesi, infatti, sono soliti mangiare un panettone benedetto proprio in questa giornata (anche se non è freschissimo, anzi meglio).
Una massaia prima di Natale portò a un frate un panettone perchè lo benedicesse. Essendo molto impegnato, il frate – che si chiamava Desiderio – le disse di lasciarglielo e passare nei giorni successivi a riprenderlo. Ma la donna se ne dimenticò e frate Desiderio, dopo averlo benedetto, iniziò a sbocconcellarlo finchè si accorse di averlo finito.

La donna si ripresentò a chiedere il suo panettone benedetto proprio il 3 febbraio, giorno di San Biagio: il frate si preparò a consegnarle l’involucro vuoto e a scusarsi, ma al momento di consegnarglielo si accorse che nell’involucro era comparso un panettone grosso il doppio rispetto all’originale. Era stato un miracolo di San Biagio, che diede il via alla tradizione di portare un panettone avanzato a benedire ogni 3 febbraio e poi mangiarlo a colazione  per proteggere la gola.




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



mercoledì 20 gennaio 2016

SAN SEBASTIANO



San Sebastian ga la viola in man (detto veneto per significare che, usualmente, il giorno di San Sebastiano si respira un clima primaverile)

.
Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione del suo cesare Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.
Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.
A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da papa s. Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.
Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova del già citato s. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.
Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.
Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.
La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.
Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.
Sulla Via Appia si costruì un’altra basilica costantiniana la “Basilica Apostolorum”, in memoria dei due apostoli.
Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ di s. Pietro e s. Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di S. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.



Dato storico certo, che ne testimonia il culto sin dai primi secoli, è l'inserimento del nome di Sebastiano nella Depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa di Roma e risalente al 354.

San Sebastiano è invocato come patrono delle Confraternite di Misericordia italiane, poiché si rileva in lui l'aspetto del soccorritore che interviene in favore dei martirizzati, dei sofferenti (l'agiografia vuole che fosse proprio lui a soccorrere i suoi colleghi uccisi in odio alla fede cristiana e/o a provvedere almeno alla loro sepoltura). Questo tipo di confraternita infatti ha tuttora un preciso carisma assistenziale e gestisce direttamente, con l'opera dei propri volontari, una fitta e variegata rete di servizi socio-sanitari di precisa ispirazione e collocazione cristiana e cattolica. San Sebastiano è anche patrono degli Agenti di Polizia Locale e dei loro comandanti, ufficiali e sottufficiali (Breve apostolico del 3 maggio 1957 di sua santità Pio XII, di venerata memoria).

Come si può facilmente intuire dalla lettura del suo profilo biografico (sua esperienza lavorativa, sua testimonianza di fede, ecc.), si capisce perché un "miliziano" sia stato individuato, appunto, come patrono dei suoi "commilitoni" e non solo, data l'affinità simbolica tra categorie e/o strumenti (gli arcieri ad es. scagliano frecce, come quelle che colpirono il santo durante il suo martirio, ecc.). L'esempio più attinente è, simbolicamente, costituito dalle frecce quali prefigurazioni di punizioni (la malattia in senso lato): come il santo riuscì ad evitare che le frecce lo uccidessero, così egli viene invocato come intercessore che riesce a scansare possibili cause di sofferenza. Se si considera che la malattia può essere vista nell'accezione di "punizione", si comprende perché il santo abbia tra i suoi patronati pure quello di essere invocato contro le malattie (specie quelle contagiose, viste come frecciate), per esserne preservati. In questo senso, se San Rocco viene considerato il taumaturgo che cura le pestilenze, san Sebastiano viene considerato il santo taumaturgo che ne costituisce la "profilassi".

San Sebastiano ha un'importanza particolare per la comunità LGBT, all'interno della quale numerosi omosessuali lo rivendicano come santo patrono e come intercessore, senza che però questo culto sia riconosciuto dalla Chiesa Cattolica. Il suo ruolo di santo protettore contro le epidemie è stato talvolta esteso alla più grave epidemia della contemporaneità, l'AIDS.

Spesso, in passato, Sebastiano veniva invocato come protettore contro la peste. Attualmente, in Italia, è il santo patrono della polizia municipale. Oggi è anche invocato contro le epidemie in generale, insieme a san Rocco.

San Sebastiano è particolarmente venerato in Sicilia fin dal 1575, anno in cui infuriò la peste e in molte città veniva invocato contro la terribile epidemia.
Ma il culto si diffonde sin dal 1414 anno in cui, secondo un antichissimo documento custodito negli archivi della Basilica in Melilli, una statua del Santo martire sarebbe stata ritrovata presso il luogo denominato Stentinello a circa tre km a sud di Thapsos, l'attuale isola Magnisi in provincia di Siracusa. Sempre secondo questo documento alcuni marinai sostennero di essersi salvati da un naufragio grazie alla protezione di quella statua. Subito accorsero in quel luogo centinaia di persone incuriosite da tutta la provincia. Nessuno riuscì a sollevare la cassa contenente il simulacro del santo, nemmeno il vescovo di Siracusa accompagnato dal clero e dai fedeli della città. Ma i cittadini di Melilli il 1º maggio 1414 giunti sul posto riuscirono a risollevare la cassa che entrata in paese tra invocazioni e preghiere divenne di nuovo pesante: segno che San Sebastiano voleva fermarsi lì. All'ingresso del paese si sarebbe verificato il primo miracolo: un lebbroso venne guarito. Da allora ogni anno (la festa è stata spostata al 4 maggio per motivi di ordine pubblico da quando fu istituita la festa del lavoro) San Sebastiano viene festeggiato solennemente. Il 4 maggio alle ore 04.00 del mattino viene aperto il santuario per accogliere i pellegrini provenienti da ogni parte invocando il santo: "semu vinuti di tantu luntanu, Primu Diu e Sammastianu! E chiamamulu ca n'ajuta!" Melilli si popola di tantissimi fedeli provenienti da tutta la Sicilia orientale e oltre. Anche all'estero gli emigrati hanno diffuso la devozione. Commovente l'arrivo dei nuri di Melilli e di Solarino. Questi pellegrini sono chiamati nuri perché in passato facevano il pellegrinaggio quasi nudi, con pantaloncini o mutande e a torso scoperto, con in mano fiori in omaggio al Santo. Oggi, invece, i nuri di San Sebastiano indossano vestiti bianchi e fascia rossa, camminando sempre scalzi. Affrontano chilometri di strada, offrendo torce e ceri votivi (ex voto) rappresentanti parti di corpo guarite miracolosamente o per le quali si chiede la grazia. Dopo il 4 maggio segue il solenne ottavario che si conclude il giorno 11 maggio quando tra grida di invocazione e richieste di intercessione il simulacro viene velato e conservato. Ritornerà ai fedeli il 20 gennaio giorno della sua festa liturgica.
San Sebastiano è poi particolarmente venerato ad Acireale perché, durante la seconda guerra mondiale, sotto la minaccia di un bombardamento, gli Acesi fecero voto affinché la città non fosse bombardata e così fu. San Sebastiano è quindi, assieme a santa Venera, patrono di Acireale: il 20 gennaio si svolge una festa a lui dedicata.

Ad Accadia, in provincia di Foggia, il 20 gennaio si svolge la festa patronale di San Sebastiano animata da tipici falò rionali. Dopo la solenne processione del santo e la benedizione di tutti i falò si tiene il palio di San Sebastiano giunto nel 2013 alla XXX edizione a cui partecipano i vari rioni e le frazioni del comune.

È santo patrono di Mistretta e la festa si svolge due volte all'anno: il 20 gennaio e il 18 agosto. È pure santo patrono di Tortorici e la festa si svolge due volte l'anno: il 20 gennaio con replica la prima domenica successiva (l'ottava) e la prima domenica di maggio. San Sebastiano è anche santo protettore di Cerami e la festa si svolge ogni anno il 28 agosto.

In Calabria, venerato e festeggiato a Pernocari (VV) il 20 gennaio e la terza domenica di agosto. È inoltre festeggiato come patrono a Fagnano Castello e Orsomarso, in provincia di Cosenza e ad Anoia Superiore il 20 di gennaio in provincia di RC, dove viene acceso un grande falò in suo onore e durante la festa viene baciata la reliquia.

San Sebastiano è festeggiato anche a Termoli (CB) il 20 gennaio, quando gruppi di persone intonano un brano dedicato al Santo per le strade della città ricevendo in dono soldi o leccornie. Lo spettacolo viene riproposto anche durante il periodo estivo, precisamente il 7 agosto, per permettere a coloro che vivono fuori città di potervi assistere.

San Sebastiano è venerato nella cittadina di Barcellona Pozzo di Gotto di cui ne è anche il santo patrono cittadino. Qui, nella basilica minore di S.Sebastiano sita in piazza duomo, nel centro città, è custodita un inestimabile reliquia che consiste nell'osso dell'avambraccio del santo martire detto ivi "Brazzu di San Bastianu", spesso citato in detti del luogo come "Ci voli u brazzu di san Bastianu!", il quale si invoca in un momento dove sarebbe propizio un ausilio.

A Cassaro (Siracusa) si festeggia il 20 gennaio con l'uscita di "san mastianeddu" una piccola statua che viene portata in processione di corsa per le vie del piccolo comune dai "nudi". L'ultima domenica di luglio di ogni 3 anni, dalla chiesa a lui dedicata, esce alle 12:00 in processione solenne la cinquecentesca statua di San Sebastiano

Il culto di San Sebastiano è presente anche a Berchidda e ad Ulassai in Sardegna. La sua festività ricorre il 20 gennaio, data in cui tradizionalmente viene realizzato un grande fuoco e si offrono arance in un grande banchetto. La notte di San Sebastiano apre le porte ai riti dell'antico carnevale denominato su Maimulu.

Anche in Liguria è presente il culto del santo da lungo tempo. A Costarainera si trova una chiesa dedicata a San Sebastiano, edificata probabilmente del XIV secolo e attualmente in degrado. Fu probabilmente edificata sull'antico tracciato della via Aurelia che in quel tratto passava nell'entroterra e non sulla costa ligure, a causa delle frequenti incursioni di pirati.

Bellissima struttura è il Protocenobio di San Sebastiano ad Alatri (Frosinone), dove, secondo diversi documenti, avrebbe avuto origine la Regula Magistri.

Anche ad Ales (OR), viene festeggiato il Santo con il tipico falò, detto in "abaresu" (lingua Sarda locale) "su fogadoni" dall'altezza di svariati metri. Il 20 di gennaio, la sera, il falò ("sa tuva") viene benedetto dal vescovo prima di essere acceso, una volta dato alle fiamme, su sonadori (il musicista di organetto/fisarmonica-launeddas) inizia a suonare balli tipici del luogo e della Sardegna intera, i tipici "ballus sardus" (balli sardi), nel frattempo viene distribuita la cena, composta da specialità del luogo come cixiri, brobei a buddiu, proceddu e druccis, tottu isciustu de 'inu bellu (ceci, pecora bollita, maialetto e dolci (tipici sardi), tutto bagnato da del buon vino. Il giorno dopo si ha la processione per riportare il Santo nella sua chiesa dalla cattedrale e, subito dopo la messa si ha il tipico rinfresco "su cumbidu", a base di dolci sardi e "crannaccia" (vernaccia).

La leggenda del soldato martire dal corpo efebico e glabro ha interessato pittori e scultori di ogni era, il che ha portato a concentrare gli artisti sull'iconografia del santo nudo dalla bella anatomia a discapito di quella del militare maturo. Il santo era tra l'altro una delle poche figure nude che avevano il diritto di stare in una chiesa. Emblematico è l'episodio tramandato da Giorgio Vasari nelle Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori in merito al pittore Fra Bartolomeo.
Sicché il suo stato di santo ha cristallizzato per secoli le raffigurazioni del giovane ignudo col corpo bello e virile trafitto da frecce, o dal fisico nudo che si abbandona languidamente alle cure di angeli.

La rappresentazione più antica del santo è nel mosaico della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna, datato tra 527 e il 565. La parete laterale sulla destra contiene grandi mosaici che raffigurano la processione di 26 martiri, condotta da san Martino e presieduta, tra gli altri, dallo stesso Sebastiano, ma i martiri sono rappresentati nello stile bizantino e non sono individualizzati, per cui hanno un'espressione identica.

Un'altra raffigurazione antica di Sebastiano è in un mosaico nella Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, che si fa risalire al 682 e rappresenta un uomo barbuto rivestito da un'armatura ma che non reca l'attributo della freccia.

Il soggetto del santo ignudo e disteso dal viso languido risanato dopo il martirio da un gruppo di pie donne riscuote particolare fortuna nella pittura del XVII secolo, con schizzi di luce irradiati da una candela che rischiarano il corpo incorrotto del soldato, in lotta tra la vita e la morte, in una scena notturna e intima. Testimoniano gli effetti luminosi che si dipanano sul corpo nudo del santo gli esempi di Georges de La Tour e Jusepe de Ribera.




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



domenica 29 novembre 2015

SANT'ANDREA


Andrea  fu un apostolo di Gesù Cristo, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.

Andrea era il fratello di Pietro apostolo (Mc 1:16). Quasi sicuramente il suo nome, come altri nomi tramandati in greco, non era il nome originario di questo apostolo in quanto, nella tradizione ebraica o giudaica, il nome Andrea compare solo a partire dal II-III secolo.

Il Nuovo Testamento afferma che Andrea era figlio di Giona (Mt 16:17) o Giovanni (Gv 1:42); e che era nato a Betsaida sulle rive del Lago omonimo in Galilea (Gv 1:44). Assieme al fratello Pietro esercitava il mestiere di pescatore e la tradizione vuole che Gesù stesso lo avesse chiamato ad essere suo discepolo invitandolo ad essere per lui "pescatore di uomini", tradotto anche come "pescatore di anime". Agli inizi della vita pubblica di Gesù, occupavano la stessa casa a Cafarnao (Mc 1:21-29).

Il Vangelo secondo Giovanni riporta che Andrea era stato in precedenza discepolo di Giovanni il Battista, che gli indicò Gesù come «agnello di Dio» (Gv 1:35-40). Andrea fu il primo a riconoscere in Gesù il Messia e lo fece conoscere al fratello (Gv 1:41). Presto entrambi i fratelli divennero discepoli di Cristo. In un'occasione successiva, prima della definitiva vocazione all'apostolato, essi erano definiti come grandi amici e lasciarono tutto per seguire Gesù (Lc 5:11; Mt 4:19-20; Mc 1:17-18).

Nei vangeli Andrea è indicato essere presente in molte importanti occasioni come uno dei discepoli più vicini a Gesù (Mc 13:3; Gv 6:8, 12:22), ma negli Atti degli Apostoli si trova solo una menzione marginale della sua figura (At 1:13).

Eusebio di Cesarea ricorda nelle sue "Origini" che Andrea aveva viaggiato in Asia Minore ed in Scizia, lungo il Mar Nero come del resto anche sul Volga e sul Kiev. Il ricercatore George Alexandrou, ha scritto che Sant'Andrea ha passato 20 anni nei territori dei Daco-Romani, vissuto in una caverna nei pressi del villaggio Ion Corvin, oggi in Romania. Per questo egli è divenuto santo patrono della Romania e della Russia. Secondo la tradizione, egli fu il fondatore della sede episcopale di Bisanzio (Costantinopoli), dal momento che l'unico vescovato dell'area asiatica che era già stato fondato era quello di Eraclea. Nel 38, su questa sede gli succedette Stachys. La diocesi si svilupperà successivamente nel Patriarcato di Costantinopoli. Andrea è riconosciuto come santo patrono della sede episcopale.

Andrea è stato martirizzato per crocifissione a Patrasso (Patrae) in Acaia (Grecia). Dai primi testi apocrifi, come ad esempio gli Atti di Andrea citati da Gregorio di Tours, si sa che Andrea venne legato e non inchiodato su una croce latina (simile a quella dove Cristo era stato crocifisso), ma la tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso su una croce detta Croce decussata (a forma di 'X') e comunemente conosciuta con il nome di "Croce di Sant'Andrea"; questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare il Maestro nel martirio. Quest'iconografia di sant'Andrea appare ad ogni modo solo attorno al X secolo, ma non divenne comune sino al XVII secolo. Proprio per il suo martirio, sant'Andrea è divenuto anche il patrono di Patrasso.

Gli scritti apocrifi che compongono gli Atti di Andrea, menzionati da Eusebio di Cesarea, Epifanio di Salamina e da altri, è compreso in un gruppo disparato di Atti degli apostoli che vengono tradizionalmente attribuiti a Lucio Carino. Questi atti risalgono al III secolo e, assieme al Vangelo di Andrea, appaiono tra i libri rigettati dalla chiesa nel Decretum Gelasianum di papa Gelasio I.

La serie completa degli Atti venne edita e pubblicata da Konstantin von Tischendorf nel suo Acta Apostolorum apocrypha (Lipsia, 1821), che si occupò di riordinarli per la prima volta in modo ordinato e filologicamente corretto. Un'altra versione è presente nella Passio Andreae, pubblicata da Max Bonnet (Supplementum II Codicis apocryphi, Parigi, 1895).

La festa di Sant'Andrea è ricordata il 30 novembre nelle Chiese d'Oriente e d'Occidente ed è festa nazionale in Scozia.

Dopo il martirio di sant'Andrea, secondo la tradizione, le sue reliquie vennero spostate da Patrasso a Costantinopoli. Leggende locali dicono che le reliquie vennero vendute dai romani. Sofronio Eusebio Girolamo scrisse che le reliquie di Andrea vennero portate da Patrasso a Costantinopoli per ordine dell'imperatore romano Costanzo II nel 357. Qui rimasero sino al 1208 quando le reliquie vennero portate ad Amalfi, in Italia, dal cardinale Pietro Capuano, nativo di Amalfi. Nel XV secolo, la testa di sant'Andrea fu portata a Roma, dove venne posta in una teca in uno dei quattro pilastri principali della basilica di San Pietro. Nel settembre del 1964, come gesto di apertura verso la Chiesa ortodossa greca, papa Paolo VI consegnò un dito e parte della testa alla chiesa di Patrasso. Il Duomo di Amalfi, dedicato appunto a sant'Andrea (come del resto la città stessa), contiene una tomba nella sua cripta che continua a contenere alcune altre reliquie dell'apostolo.

Nel sesto secolo la reliquia di una mano e di un braccio di sant'Andrea fu donata a Venanzio vescovo di Luni dal papa Gregorio Magno, suo grande amico. È tradizione che in tale tempo, e con l'occasione del dono, sia stata costruita in Sarzana la chiesa di Sant'Andrea, che divenne la dimora della reliquia. Da quel giorno l'apostolo divenne il patrono della città. Tali reliquie si conservano al presente nella Cattedrale di Sarzana; essa era stata portata da Costantinopoli a Roma da un certo Andrea, maggiordomo dell'imperatore Maurizio Tiberio.



La testa del santo venne donata, insieme ad altre reliquie (un mignolo e alcune piccole parti della croce), da Tommaso Paleologo, despota della Morea spodestato dai Turchi, a papa Pio II nel 1461, in cambio dell'impegno per una crociata che avrebbe dovuto riprendere Costantinopoli. Il papa accettò il dono promettendo di restituire le reliquie quando la Grecia fosse stata liberata e ne inviò la mandibola custodita nell'antico reliquiario a Pienza. Per decisione di papa Paolo VI nel 1964 le reliquie conservate a Roma vennero inviate nuovamente a Patrasso all'interno dell'antico reliquiario bizantino, fino ad allora custodito nella cattedrale pientina; in cambio il Papa donò alla cattedrale di Pienza il busto-reliquiario della testa commissionato da Pio II a Simone di Giovanni Ghini per la basilica di San Pietro in Vaticano. Le reliquie rese sono a tutt'oggi custodite nella chiesa di sant'Andrea a Patrasso in una speciale urna e vengono mostrate ai fedeli in occasione della festa del 30 novembre.

La chiesa madre di San Nicola in Gesualdo (AV) conserva un presunto osso del santo. La reliquia fu donata da Eleonora Gesualdo, badessa del celebre monastero del Goleto, quando, verso la fine del Cinquecento, si trasferì a Gesualdo presso il fratello principe Carlo.

Altre reliquie attribuite a sant'Andrea sono dislocate in punti fondamentali della sua venerazione: nel Duomo di Sant'Andrea di Amalfi, nella cattedrale di Santa Maria a Edimburgo (Scozia), nella chiesa di Sant'Andrea e Sant'Alberto a Varsavia (Polonia).

Nel 2007 una reliquia del santo è stata consegnata dal vescovo di Amalfi al patriarca ecumenico Bartolomeo affinché fosse conservata nella cattedrale di San Giorgio in Costantinopoli (sede del patriarcato).

Alla metà del X secolo, Andrea divenne santo patrono della Scozia. Molte leggende volevano che le reliquie di sant'Andrea fossero state traslate con poteri soprannaturali da Costantinopoli al luogo attualmente denominato "Sant'Andrea" (in pitico, Muckross; in gaelico, Cill Rìmhinn).

Due antichi manoscritti scozzesi ricordano che le reliquie di sant'Andrea vennero portate da Regolo al re dei Piti, Óengus I Mac Fergusa (729–761). L'unico Regolo conosciuto dagli storici (detto anche Riagail o Rule), il cui nome è tutt'oggi ricordato dalla torre di san Rule, fu un monaco irlandese espulso dall'Irlanda con san Colombano; la sua vita, ad ogni modo, sarebbe da collocarsi tra il 573 ed il 600. Vi sono buone ragioni per credere che le reliquie facessero originariamente parte della collezione del vescovo Acca di Hexham e che vennero da quest'ultimo portate ai Piti da Hexham (c. 732), dove venne fondata una sede episcopale, non come avrebbe voluto la tradizione a Galloway, ma sul luogo detto di Sant'Andrea. La connessione fatta con Regolo, ad ogni modo, è dovuta con tutta probabilità al desiderio di datare la fondazione della chiesa di Sant'Andrea in tempi più remoti possibili e quindi più vicini al martirio del Santo.

Un'altra leggenda vuole che nel tardo VIII secolo, durante una delle battaglie contro gli inglesi, il re Ungo (lo stesso Óengus I Mac Fergusa menzionato sopra oppure Óengus II dei Piti (820 – 834)) vide una nuvola incrociata a salterio, e disse ad alta voce ai propri compagni di osservare il fenomeno, indicativo di una protezione di sant'Andrea, e che, se avessero vinto per questa grazia, lo avrebbero eletto quale loro santo patrono. Ad ogni modo, si ha ragione di ritenere che sant'Andrea fosse già venerato in Scozia prima di questa data.

Le connessioni di Andrea con la Scozia sono probabilmente da attribuirsi anche al Sinodo di Whitby, dove la Chiesa celtica guidata da san Colombano sancì che, a giudicare dalle scritture, il fratello minore di Pietro aveva dovuto avere un ruolo addirittura superiore a tutti gli apostoli. Nel 1320 la Dichiarazione di Arbroath definì sant'Andrea come "il primo ad essere divenuto Apostolo".

Numerose chiese parrocchiali di Scozia e congregazioni della Chiesa cristiana del paese sono dedicate a Sant'Andrea. La Chiesa nazionale del popolo scozzese a Roma è la chiesa di Sant'Andrea degli Scozzesi.

Nella bandiera della Scozia (quindi anche in quella del Regno Unito e nello stemma della Nuova Scozia) e in diverse altre figura la croce di sant'Andrea. Compariva anche sulla bandiera dei confederati degli Stati Uniti d'America, anche se il fondatore, William Porcher Miles, riteneva di aver cambiato l'insegna da una croce classica ad una decussata per motivi araldici e non religiosi.

La tradizione romena vuole che sant'Andrea (chiamato Sfântul Apostol Andrei) sia stato uno dei primi a portare il Cristianesimo nella Scizia Minore, l'attuale Dobrugia, al popolo locale dei Daci (antenati dei romeni). Già presso i Padri della Chiesa, infatti, sant'Andrea viene citato come pellegrino in questa regione. Tre sono i toponimi e numerose antiche tradizioni sono riconducibili a sant'Andrea, molte delle quali possono conservare un substrato pre-cristiano. Esiste anche una caverna dove si ritiene che egli abbia alloggiato. La misteriosa tradizione che vuole che egli fosse solito battezzare nel villaggio di Copuzu è anche collegata da molti etnologi con il fenomeno delle campagne di cristianizzazione legate agli apostoli.

Il primo Cristianesimo in Ucraina, ricorda che l'apostolo Andrea avrebbe viaggiato nel sud dell'Ucraina, lungo il Mar Nero. La leggenda vuole che egli abbia anche percorso il fiume Dnieper e abbia raggiunto la località che in seguito sarebbe divenuta Kiev, dove venne eretta una croce sul sito dove abitualmente Andrea risiedeva, profetizzando la nascita della città all'insegna del Cristianesimo.

Le prime notizie relative alla piccola cappella di Luqa dedicata a sant'Andrea risalgono al 1497. La visita pastorale del delegato pontificio Pietro Dusina afferma che questa cappella conteneva tre altari, uno dei quali era dedicato a Sant'Andrea. La pala d'altare, raffigurante Maria coi Santi Andrea e Paolo venne dipinta dal pittore maltese Filippo Dingli. A quel tempo, molti pescatori vivevano a Luqa, e questa potrebbe essere una delle ragioni per cui Sant'Andrea venne scelto come Santo Patrono della città. La locale statua di Sant'Andrea venne scolpita nel legno da Giuseppe Scolaro nel 1779. Questa opera subì molti restauri, primo tra tutti quello risalente al 1913 ad opera del rinomato artista maltese Abraham Gatt. Il Martirio di Sant'Andrea, presente sull'altare principale della chiesa, venne dipinto da Mattia Preti nel 1687.

A Gesualdo (AV) la festa di Sant'Andrea ricorre ogni 30 novembre con l'accensione di falò, detti "vambalèrie", per le strade cittadine e le zone rurali. Tale tradizione nacque nell'Ottocento, a seguito dell'abbattimento del tiglio collocato nella piazza principale della cittadina (oggi Piazza Umberto I), il cui legno fu in parte bruciato e in parte utilizzato per la realizzazione della statua del santo, ancora oggi conservata nella cappella della Chiesa Madre di San Nicola insieme a una reliquia dell'apostolo.

Ad Amalfi (SA) la festa di S.Andrea ricorre più volte all'anno. La prima è il 28 gennaio, festa della reliquia; la seconda la domenica di Pasqua e il lunedì di Pasquetta; la terza il 7 e l'8 maggio, traslazione delle reliquie (detta "S.Andrea a'quaglia"). Le più particolari sono quella del 26 e 27 giugno, miracolo di S.Andrea e quella del 29 e 30 novembre, festa patronale. La vigilia della festa di giugno la mattina si tiene l'esposizione della statua, seguita dalla sfilata della banda e dalle S.Messe. A sera in cripta, a conclusione del triduo, si tengono i Vespri e la celebrazione della Manna. La sera del 27 giugno parte una processione per le vie del paese, seguita dalle marce sinfoniche e dallo spettacolo pirotecnico a mare. Alle cinque di mattina del 30 novembre, accompagnata da fuochi pirotecnici e campane, la banda sfila. Verso mezzogiorno, la processione parte per un percorso più breve rispetto a quello di giugno. La giornata è chiusa da fuochi pirotecnici.

Andrea deriva dal nome greco Andreas e dalla parola greca andros che significa "uomo, maschio, virile". Il termine andros (radice di altre parole italiane come androgino o androide) è l'equivalente del latino vir da cui deriva proprio l'aggettivo "virile". E' un nome molto antico, già in uso presso gli antichi greci grazie ai quali si diffuse in Palestina e Egitto; venne utilizzato anche dai primi cristiani, in venerazione di Sant'Andrea apostolo. Il nome è ancora oggi molto popolare in Italia (è stabilmente nella Top 5 dei nomi più usati per neonati dal 2004) e risulta il più diffuso al mondo nelle sue varianti sia al maschile che al femminile (in inglese, tedesco, olandese, spagnolo e nei paesi scandinavi il nome Andrea è esclusivamente femminile, ma esistono varianti maschili). In Italia l'utilizzo è quasi unicamente maschile anche se recentemente si registrano alcune bambine di nome Andrea dopo che per anni era stato addirittura vietato dalla legge.

Va notato che le forme ungheresi Andor ed Endre possono avere anche un'altra origine, norvegese in entrambi i casi, e il finlandese Antero coincide con Antero, un altro nome italiano di origine greca.

Mentre in diverse lingue (come l'inglese, il ceco, il tedesco e lo spagnolo) la grafia Andrea è la forma femminile del nome, all'interno della cultura italiana contemporanea Andrea ha valenza prevalentemente maschile. Tuttavia in epoca tardomedievale in Italia, almeno nell'area toscana, il nome era sostanzialmente ambigenere: un'analisi dei battezzati fiorentini fra il 1450 e il 1500 ha rivelato un cospicuo numero di donne con questo nome. La tendenza ad attribuirlo alle femmine è ritornata sul finire del XX secolo, non tanto per ragioni storiche quanto sotto l'influsso delle culture straniere (si pensi agli ormai piuttosto comuni Daniel e Christopher) e il suo uso ha raggiunto livelli degni di nota, anche se non alti come nelle epoche passate (nel 2013 in Italia hanno ricevuto questo nome 281 bambine, pari allo 0,12% del totale), ma rimane nel complesso raro ed eccezionale; di fatto in italiano Andrea è usato quasi solo al maschile, mentre per il femminile storicamente si è ripiegato di solito su Andreina.

Sulla questione si è acceso un dibattito anche a livello legale: la legge italiana (nel D.P.R. n. 396 del 2000) stabilisce che il nome deve accordarsi al sesso del nascituro; Andrea dunque, che in italiano è consolidatamente maschile, verrebbe così precluso alle neonate, a meno che non fosse usato come secondo nome (va detto che l'ufficiale dello stato civile sarebbe comunque obbligato a formare l'atto di nascita secondo la volontà del genitore, anche in contravvenzione a tale normativa, potendo però decidere di segnalarlo al Procuratore della Repubblica, che eventualmente costringerebbe alla rettifica).

Si sono avuti casi giudiziari dove è stata imposta la rettifica del nome in concordanza con questa legge (come nel dicembre 2011 presso il tribunale civile di Mantova), ma nel novembre 2012 la Corte di cassazione ha accolto la protesta di una coppia di genitori di Pistoia contro la decisione con la quale la Corte di Appello di Firenze, il 3 agosto 2010, aveva disposto la rettifica del nome Andrea che avevano dato alla loro figlia: in tale occasione, la Corte di Cassazione rilevò che, dato il contesto multiculturale che si è venuto a creare in Italia, attribuire il nome Andrea ad una bambina, seguendo una moda forestiera, non è ridicolo o vergognoso, né crea ambiguità riguardo al genere della persona.

A livello di curiosità, si può notare che Andrea è uno dei pochi nomi italiani maschili che finiscono per -a a godere di ampia diffusione, assieme a Luca, Mattia e Nicola; ne esistono poi molti altri meno comuni, come Elia, Enea e Tobia.

.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



lunedì 23 novembre 2015

ROMAGNESE

.


Romagnese  è un comune situato nella zona di montagna dell'Oltrepò Pavese, alla testata della val Tidone, non lontano dal passo del Penice. Nel 2012 viene nominato gioiello d'Italia.

Romagnese il cui territorio fu abitato nella preistoria, passa poi nei possedimenti dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio, fondata da San Colombano nel 614, e poi feudo del vescovo della stessa città, che ne mantenne sempre l'alta signoria.

Dopo la caduta dei Longobardi a opera di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero costituì i Feudi Imperiali, all'interno della Marca Obertenga, con lo scopo di mantenere un passaggio sicuro verso il mare, assegnò Romagnese, con molti dei territori limitrofi, alla famiglia dei Malaspina, con l'arrivo dei Visconti passò alla famiglia Dal Verme assieme alla Contea di Bobbio e Voghera, Pianello Val Tidone, Castel San Giovanni e la Valsassina.

Il feudo effettivo, tuttavia, nel 1383 fu acquistato dal condottiero Jacopo Dal Verme, capitano generale del duca di Milano. Il feudo rimase sempre a questa famiglia, costituendo una dipendenza immediata della Contea di Bobbio (dei Dal Verme dal 1436, anch'essa sotto l'alta signoria del Vescovo). Nella divisione della famiglia nelle due linee di Piacenza e Voghera, restò alla prima, mentre i vicini Zavattarello Trebecco e Ruino passavano alla seconda (l'unica tuttora fiorente). Il feudo di Romagnese, che fu sempre un unico comune fin da quando (invero piuttosto tardi) anche qui venne introdotto l'istituto comunale, cessò nel 1797 con l'abolizione generale del feudalesimo.

Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1848 come parte della provincia di Bobbio passò dalla Liguria al Piemonte, nel 1859 entrò a far parte nel circondario di Bobbio della provincia di Pavia e quindi della Lombardia, nel 1923, smembrato il circondario di Bobbio, passò alla provincia di Piacenza e quindi all'Emilia-Romagna, per poi ritornare nel 1925 alla provincia di Pavia e alla Lombardia.

Il Giardino Alpino di Pietra Corva è ubicato sul versante orografico destro della Val Tidone, a 950 m di altitudine, sulle pendici del Monte Pietra di Corvo, suggestivo e dirupato affioramento di scura roccia vulcanica che si erge sino a 1070 m.
Tra conifere e faggi, si snoda un dedalo di piccoli sentieri tra aiuole e roccere, percorrendo i quali si possono ammirare innumerevoli piante che trovano dimora negli anfratti e nelle nicchie delle rocce.
Sotto il profilo didattico educativo, il Giardino Alpino di Pietra Corva si presta a diventare meta ottimale per gruppi con interessi naturalistici. La bellezza del luogo, l’impatto estetico, la ricchezza di forme e di colori lo rendono meta consigliabile per escursioni e gite; il visitatore potrà pertanto unire al piacere di una passeggiata nel verde dei boschi la possibilità di osservare piante rare o provenienti da luoghi lontani.

Sorto nell'alto medioevo, nel 1383 il feudo di Romagnese fu acquistato dal condottiero Jacopo Dal Verme, la cui famiglia, tra il XIV e il XV secolo, eresse il castello che da loro prende il nome sopra il precedente. Oggi sede del municipio, nella torre ospita anche il Museo dell'arte rurale e degli strumenti agricoli.

L'attuale chiesa parrocchiale di San Lorenzo Martire risale alla fine del XVI secolo e trovò ultimazione in pieno Barocco. E' ricca di marmi caratterizzati da elegante sobrietà. Di pregio è l'altare in legno e notevoli sono alcune tele raffiguranti il Martirio di San Lorenzo.

Il territorio di Romagnese è disseminato di oratori ed edifici religiosi. Sono stati edificati in gran parte tra Ottocento e Novecento, ad eccezione di quello di Nostra Signora di Loreto, in località Totenenzo, che è anteriore al secolo XI.

In base alla tradizione che affonda le radici nella leggenda, l'antico borgo di Romagnese (Castrum Romaniense) avrebbe avuto origine da un accampamento di legionari romani, in fuga dopo la sconfitta nella battaglia del fiume Trebbia ad opera delle truppe di Annibale nella seconda guerra punica (218 a.C.).
Romagnese non è ignoto alla storia piacentina e pavese per via delle sue aggregazioni feudali. Vassalli di Romagnese furono a lungo i Landi, piacentini, per investitura ecclesiastica del Vescovado di Bobbio ed imperiale da parte di Lodovico di Baviera, nel 1327.
Il territorio fu poi dominato dai casati degli Eustachi, dei Bentivoglio, dei Riaro e dei Sanseverino.
Successivamente, nel 1383 il castello, il borgo e il territorio della Valle di Romagnese furono concessi in feudo da Gian Galeazzo Visconti al celebre condottiero Jacopo Dal Verme in premio delle sue benemerenze e delle imprese militari determinanti per l'espansione viscontea in Oltrepò, in aggiunta ai feudi di Rocca d'Olgisio (1378) e Val di Pecorara (1380).
In data ancora incerta, ma fra il 1395 ed il 1409 e prima che morte lo raggiungesse, il conte Jacopo Dal Verme promulgò gli “Statuti del Comune di Romagnesio”, un originale codice di leggi civili e penali severissime che garantì benefiche ripercussioni sulla vita sociale ed economica di Romagnese.
Il piccolo feudo Dal Verme seguì le fortune politiche della Signoria Viscontea, ingrandendosi con i territori di Zavattarello e Lazzarello fino a raggiungere la sua massima estensione con le concessioni fatte da Filippo Maria Visconti, Signore di Milano, delle città di Bobbio e delle terre di Voghera e di Castel San Giovanni, sottratte all'autorità e competenze dei Comuni di Piacenza, Tortona e Pavia.

La galina grisa o galëina grisa è il nome che si dà alla questua legata ai riti del calendimaggio in alta val Tidone, a cavallo delle province di Pavia e Piacenza. Nel paese e nelle frazioni di Romagnese, che è l'unico che ha conservato un ciclo pasquale nel territorio delle Quattro province, si svolge la sera del Sabato Santo, fondendo significati sacri e profani e prende il curioso nome di galina grisa dalla strofa di apertura del canto rituale.

Le celebrazioni pasquali iniziano il Giovedì Santo con una processione che segue un anonimo penitente incappucciato che porta una croce di legno; partendo dalla parrocchia si snoda fino all'oratorio di Casa Picchi.
Il Venerdì Santo si accendono falò in vari punti della vallata in concomitanza con la processione che porta il Cristo morto.
La sera di sabato vi è la questua, che si svolge con le modalità del cantamaggio itinerante, per il canto augurale e la raccolta delle uova.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/lappennino-ligure.html





FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



giovedì 3 settembre 2015

L'OLTREPO PAVESE



L'Oltrepò Pavese nacque ufficialmente nel 1164, quando l'Imperatore Federico I concesse alla città di Pavia il diritto di nominare i consoli nelle località che costituiscono, grosso modo, l'attuale provincia di Pavia. Questo atto seguì peraltro ad un periodo in cui l'ingerenza pavese nelle terre a sud del Po si era andata intensificando; d'altra parte il riconoscimento imperiale non esimeva il comune pavese da una lunga lotta contro le città di Tortona e Piacenza, già dominatrici del territorio, e nemiche di Pavia a causa della diversa collocazione politica (esse guelfe, Pavia ghibellina).

Prima di questo atto infatti l'Oltrepò Pavese non esisteva come unità politica o amministrativa. In epoca romana gli unici due centri non oscuri del territorio, Iria e Clastidium, appartenevano alle aree di influenza di due città vicine, Tortona e Piacenza appunto, situate rispettivamente nelle regioni romane Liguria ed Aemilia.

In epoca longobarda il territorio fu sottoposto ai monaci della potente abbazia di San Colombano di Bobbio.

Ancora all'inizio dell'800 l'Oltrepò era diviso ecclesiasticamente tra le diocesi di Tortona, diocesi di Bobbio e diocesi di Piacenza, con poche sparse parrocchie dipendenti invece da Pavia.

Nel 1359 cadde insieme a Pavia sotto la dominazione dei Visconti di Milano, cui seguirono gli Sforza, famiglie che dominarono anche il confinante Piacentino e Tortonese. Nel 1499 il territorio pavese, comprendente l'Oltrepò, ebbe la qualifica di Principato di Pavia.

Sotto gli Sforza l'Oltrepò era governato da un Capitano con sede a Casteggio. Il territorio comprendeva un certo numero di podesterie, nei borghi e villaggi principali; il numero dei Comuni era grandissimo, poiché erano comuni talvolta anche minuscole cascine. Agli antichi signori locali che la città di Pavia aveva confermato nei loro possessi si erano affiancati nuovi feudatari pavesi, e infine quelli nominati dai duchi di Milano. Alla metà del XV secolo l'intero territorio dell'Oltrepò era diviso in feudi, e questa situazione non mutò fino al XVIII secolo. Bisogna comunque distinguere i piccoli feudi (detti camerali) dell'Oltrepò propriamente detto (l'originario dominio pavese), dotati di scarsa autonomia fiscale e giurisdizionale, dai grandi feudi dell'alta collina e della montagna, assoggettati dai duchi di Milano e aggregati all'Oltrepò, ma ancora dotati di larga autonomia. Questi ultimi erano detti terre diverse, o giurisdizioni separate; avevano ognuno una sorta di statuto speciale e vari privilegi. I principali erano i marchesati di Fortunago, Godiasco, Varzi e Pregola, nati (salvo il primo) dalla disgregazione del marchesato dei Malaspina, cui in gran parte ancora appartenevano; molto importante anche il feudo di Bobbio, appartenente ai Dal Verme. I feudi malaspiniani e vermeschi costituirono le cosiddette "Giurisdizioni separate" che, trattandosi di feudi immediati imperiali, godettero di piena indipendenza fino all'abolizione dei feudi imperiali nel 1797.

Insieme allo Stato di Milano l'Oltrepò passò nel 1535 alla Spagna e nel 1713 all'Austria; nel 1743, col trattato di Worms tra l'Austria e i Savoia, fu separato dal Principato di Pavia e unito al Piemonte. Sotto i Savoia l'Oltrepò conobbe una grande fioritura e venne suddiviso in due province: una con capoluogo Voghera, il centro che era divenuto ormai il principale della zona e che in precedenza aveva a lungo e inutilmente cercato di affrancarsi dal dominio pavese; a sud il territorio fece parte della provincia di Bobbio fino all'unità d'Italia.

Nel 1770 Voghera fu affrancata dal feudalesimo ed elevata a Città regia; il peso dei feudatari fu comunque ridotto ovunque a una funzione quasi solo simbolica. In epoca napoleonica l'Oltrepò, diviso nei due circondari di Voghera e Bobbio, fu unito prima al dipartimento di Marengo e poi a quello di Genova, appartenente all'Impero Francese. Ritornato ai Savoia nel 1814, rimase diviso in due province, Voghera e Bobbio; nel 1859, dopo l'annessione della Lombardia al Regno di Sardegna, le due piccole province ritornarono a Pavia, la cui Provincia ricalcava in gran parte l'antico Principato. Tuttavia nel 1923 il territorio di Bobbio, tra cui i comuni di Trebecco e Caminata, fu staccato da Pavia e unito a Piacenza e in piccola parte a Genova.

Il territorio dell’Oltrepò Pavese appartiene amministrativamente alla Provincia di Pavia. La sua forma ricorda un triangolo, incuneato fra Piemonte, Liguria ed Emilia. Rispetto alle altre aree della provincia (Pavese propriamente detto e Lomellina), l’Oltrepò si caratterizza per la sua collocazione a sud (oltre il Po) e per la prevalenza di terreno collinare.

Il suo confine naturale verso sud è rappresentato dalle pendici dell’Appennino, che raggiunge le sue vette più elevate nel Monte Penice (1460 m) e nel Monte Lesima (1724 m). La superficie dell’Oltrepò, di 1070 kmq, può essere suddivisa idealmente in tre fasce altimetriche:

Una zona bassa (al di sotto dei 200 metri sul livello del mare), comprendente la pianura costiera del Po e i primi rilievi. I maggiori centri abitati di tale fascia sono Voghera, Rivanazzano, Retorbido, Codevilla, Torrazza Coste, Montebello della Battaglia, Borgo Priolo, Redavalle, Torricella Verzate, Corvino San Quirico, Casteggio, Santa Giuletta, Broni e Stradella;
Una zona media ( fra i 200 e i 300 metri sul livello del mare), i cui maggiori centri abitati sono Ponte Nizza, Cecima, Godiasco, Calvignano, Oliva Gessi, Mornico Losana, Lirio, Pietra de’ Giorgi, Cigognola, Castana, Canneto Pavese;
Una zona alta (al di sopra dei 350 metri sul livello del mare), comprendente il territorio montano; i maggiori centri compresi in tale fascia sono Rocca Susella, Montesegale, Fortunago, Borgoratto Mormorolo, Montalto Pavese, Ruino, Canevino, Rocca de’ Giorgi e Varzi.
Il territorio è solcato da 4 fiumi e torrenti maggiori, con andamento sud – nord, affluenti di destra del Po. Procedendo da ovest ad est, i corsi d’acqua più significativi sono il fiume Staffora, che attraversa la città di Voghera, il torrente Coppa, che attraversa Casteggio, il torrente Scuropasso, che lambisce Broni, e il torrente Versa che si immette nel Po a Portalbera, non lontano da Stradella.

I corsi d’acqua citati danno il nome alle corrispondenti valli (Valle Staffora, Val Coppa, Valle Scuropasso e Val Versa).

Il suolo dell’Oltrepò presenta formazioni varie, riconducibili a diverse ere geologiche.

La fascia pianeggiante costiera del Po è di tipo alluvionale (era Quaternaria), mentre la prima fascia collinare, idealmente estesa da Montù Beccaria a Torrazza Coste, risale all’era Terziaria. Le zone di collina e di montagna sono riconducibili al Cenozoico e al Mesozoico.

Molto diffusi sono marne, calcari arenacei e gessi, così come sabbia e argilla.

Il clima è temperato, con eventualità di elevate escursioni termiche. Le piogge sono di media entità, concentrate soprattutto in primavera e in autunno.

I luoghi fortificati dell’Oltrepò Pavese sono 55, secondo il censimento dell’architettura fortificata svolto una decina d’anni fa dalla sezione Lombarda dell’Istituto dei castelli.

I castelli veri e propri, secondo tale censimento, sono 38; il rimanente numero di luoghi fortificati è costituito da torri e caseforti.

Le fortificazioni dell’Oltrepò sorgono per lo più in luoghi elevati, con ampio dominio visivo sulle valli vicine. Ma il luogo elevato non è l’unico parametro riscontrabile.

Esistono infatti allineamenti fra castelli, talora anche lontani fra loro. Gli allineamenti consentivano di creare una vera e propria rete di comunicazione, per mezzo dell’uso di fiaccole, quindi di fuoco.

Di antica origine medievale, il castello di Castana venne trasformato nel 1740 in residenza di campagna dai marchesi Pallavicino Trivulzio. L'edificio, in origine attorniato da un fossato, ha pianta irregolare, presenta una grande balconata panoramica ed una corte interna a livello inferiore rispetto al palazzo principale. Restaurato ad inizio del XXI secolo è proprietà privata.

Il castello di Cecima, citato già nell'anno 943, fu lungamente proprietà dei Vescovi di Pavia; rimangono resti delle mura e due piccole torri.

Dell'antico castello di Cicognola, la cui edificazione risale all'inizio del Duecento, rimane la svettante torre quadrata, dai merli ghibellini, anche se molto probabilmente risistemata e rivista nell'Ottocento, in epoca romantica. Appartenne ai Sannazzaro, ai Beccaria (dal 1406), a Giorgio Aicardi (1415), in seguito denominati Visconti Aicardi Scaramuzza, a Barbara d'Adda (nel Settecento), indi al figlio di lei Alberico Barbiano di Belgiojoso. Sotto Napoleone i beni vennero comprati dai Gazzaniga, da questi agli Arnaboldi Gazzaniga, quindi ai Brichetto Arnaboldi. Il castello è proprietà privata.

Il castello di Montalto Pavese  costruito in pietra e mattoni a vista, caratterizzato da quattro torrioni, edificato nell'anno 1595, su ciò che rimaneva di una preesistente rocca medievale, da Filippo Belcredi ad una altitudine di 466 s.l.m. Il castello è cinto da un vasto parco: da segnalare il giardino all'italiana ed il giardino all'inglese. Montalto fu poi degli Strozzi sino al 1617, poi dei Taverna (sino al 1630), indi dei Belcredi sino al termine del Settecento. Dalla metà circa del secolo XIX appartiene ai conti Balduino, i quali provvidero a restaurarlo.

L'attuale castello di Montebello della Battaglia appare come una villa barocca e risale al Seicento / Settecento, sulla sede di un probabile fortilizio medievale: è di dimensioni considerevoli, con un vasto parco annesso. Proprietà privata.

Il castello di Montecalvo Versiggia è nominato nelle cronache delle lotte di inizio Duecento tra l'imperatore Federico II alleato con Pavia, contro milanesi e piacentini. Probabilmente ne seguì un periodo di declino. Già dal Duecento Montecalvo fu dei Beccaria, rimanendovi sino al Seicento. I Pietragrassa Berio Beccaria lo conserveranno in qualità di dimora di campagna e sede delle proprietà agricole, abitandolo dunque assai di rado. Il castello fu comprato ad inizio del secolo XIX dai pisani Dossi, divenendo poi dei marchesi Brignole Sale di Genova, che lo alienarono nel 1879 a Carlo e Luigi Fiori. Dopo molti anni di in cui fu abbandonato, riassunse una funzione abitativa. È proprietà privata.
La Rocca di Montesegale edificata dai Gamberana su di un'altura del paese: oggigiorno è un complesso di costruzioni e corti risalenti a differenti periodi. Proprietà privata.

Costruito dai Malaspina intorno all'anno Mille, il castello di Nazzano fu potenziato da Gian Galeazzo Visconti, che ne riconobbe immediatamente la strategica posizione, intorno al 1360.

Il castello di Oramala, innalzato anteriormente al Mille, anche se la prima attestazione scritta è dell'anno 1029, fu dei potenti marchesi Malaspina, che ne fecero il fulcro di uno dei più importanti marchesati del nord Italia, e che quasi senza interruzione di continuità lo ebbero sino al termine del Settecento. Ciò che ne rimane è solo una parte del grande complesso (le mura presentano uno spessore di 2,4 metri). Nel 1986 iniziò la lunga e complessa campagna di ricostruzione/ restauro. Proprietà privata.

Il complesso del castello di Pietra de' Giorgi presenta all'interno del suo recinto la rocca (proprietà privata) ed un palazzo attualmente sede del Comune. Il castello, risalente con probabilità all'anno 1012, fu proprietà dei Sannazzaro, e nel 1402 fu distrutto ad opera dei Beccaria, i quali in seguito lo restaurarono. Il paese prese il nome di Pietra Beccaria. Franceschina Beccaria sposò il nobile Antonio Giorgi, portandogli in dote Pietra. Alla morte di questi nominò erede il nipote Pio Beccaria (da quel momento si chiamerà Pio Beccaria Giorgi). Da lì nacque la disputa ereditaria tra il Beccaria Giorgi ed i conti Giorgi di Vistarino. La controversia venne sbrogliata con l'assegnazione della rocca a Pio Beccaria Giorgi ed il palazzo (ora municipio), ubicato all'interno della recinzione del castello, ai Giorgi di Vistarino. Questo palazzo venne alienato dai conti Giorgi di Vistarino a Giuseppina Meardi Leidi nel 1864, e da quest'ultima venduto al comune nel 1877. La rocca di contro passò per eredità agli Eotwos, ai Dal Pozzo e ai Dosi.

Il castello di Romagnese fu costruito dai Dal Verme tra il XIV e il XV secolo sulla sede di un precedente castello eretto nell'alto medioevo. Oggi è sede del municipio e ospita, nella torre, il Museo dell'arte rurale e degli strumenti agricoli.

Rovescala, fortilizio costruito intorno all'XI secolo.

Il castello, che sorge sulla cima di un colle, nel territorio di Borgo Priolo, venne riattato nel 1477, ma la torre monta al secolo XII: è sede di una azienda agricola.
Il Castello Visconteo di Voghera fu eretto tra il 1335 e il 1372, quando divenne residenza di Galeazzo Visconti. Col passaggio di Voghera sotto il controllo dei Savoia, l'edificio fu adibito a ufficio fiscale, sede della magistratura, intendenza, magazzino e, infine, carcere.
Il castello di ZAvatterello, conteso tra Pavia e Piacenza, è citato in alcuni Diplomi del 971 e del 972 come proprietà dei Vescovi di Bobbio che lo infeudarono ai Landi, vincitori sugli Scotti (1264), e, quindi, al celebrato Jacopo Dal Verme di Verona (1385). Da allora fu proprietà del Casato (con le brevi interruzioni legate alle figure di Galeazzo Sanseverino e Bernardino della Corte) sino al 1975, quando i discendenti lo donarono al comune. La rocca, abbandonata dai Dal Verme durante la Seconda guerra mondiale, fu campo di scontri bellici e venne gravemente danneggiata da un incendio nel 1944. Il maniero venne restaurato a partire dal 1987. Attualmente è sede di un museo di arte contemporanea.

Oltre alla produzione di vino, che caratterizza in modo identificativo il territorio, l’economia della zona è tipicamente agricola e si basa su cereali, foraggi, ortaggi e frutta.

Fra i prodotti che qualificano l’Oltrepò Pavese, meritano menzione il Salame di Varzi DOP e i salumi in genere (coppe, pancette, cotechini), i formaggi di vacca e di capra nella zona montana, il miele, i tartufi, funghi, fagioli e ceci, peperoni e cipolle (nei dintorni di Voghera), le mele della Valle Staffora, le mandorle e le noci.

Fra le particolarità si ricorda la coltivazione di erbe officinali (lavanda, salvia, menta e melissa).

La musica dell'Oltrepò pavese, compreso nell'area delle quattro province, è tradizionalmente eseguita con piffero dell'Appennino, müsa e fisarmonica. È possibile ascoltare i suonatori di questi strumenti alle feste da ballo nei paesi e nelle frazioni montane (o in quelli delle tre province limitrofe) o in alcuni festival folkloristici che si tengono in estate.

In occasione di sagre, feste del patrono, festival folkloristici, celebrazioni della Pasqua (Romagnese) o del Carnevale è possibile assistere all'esibizione degli strumenti tipici che eseguono musiche da ballo come la giga (a due o a quattro), la monferrina o l'alessandrina. In particolare il paese di Cegni ha conservato la tradizione del carnevale, con la storia della povera donna che deve sposare l'uomo brutto che viene rappresentata con la partecipazione di tutta la frazione e di molti turisti il sabato grasso e il 16 di agosto. Presente la tradizione del calendimaggio che nell'alta val Tidone prende il nome di galina grisa.

La Comunità montana dell'Oltrepò Pavese si estende nella fascia montana e nell'alta collina dell'Oltrepò, comprendendo la valle Staffora, la parte alta della val Tidone e la parte alta della Valle del Coppa e una piccola porzione in val Trebbia. Dopo la riforma regionale del 2008, è costituita da 19 Comuni: Bagnaria, Borgo Priolo, Borgoratto Mormorolo, Brallo di Pregola, Cecima, Fortunago, Godiasco Salice Terme, Menconico, Montalto Pavese, Montesegale, Ponte Nizza, Rocca Susella, Romagnese, Ruino, Santa Margherita di Staffora, Val di Nizza, Valverde, Varzi, Zavattarello.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/09/lappennino-ligure.html



.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE





http://www.mundimago.org/



martedì 2 giugno 2015

PASSEGGIANDO PER CASTIGLIONE DELLE STIVIERE

.


Il territorio di Castiglione delle Stiviere appartiene alla zona subcollinare posta ai piedi delle alture che delimitano il lago di Garda verso la pianura padana.

Il territorio della provincia di Mantova ha avuto origine dalle vicende intervenute durante l’era quaternaria. L’assetto geologico della zona è caratterizzato dalla media pianura idromorfa, presente nella zona settentrionale della provincia. Nella media pianura i sedimenti diventano prevalentemente sabbiosi, talvolta con lenti di ghiaie e si verifica l’emergenza dei fontanili.

Castiglione delle Stiviere deve la sua fisionomia di città signorile alla famiglia dei Gonzaga, un cui membro, Luigi Gonzaga, nato proprio qui nel 1568, venne proclamato santo nel 1726, rimanendo venerato nel mondo come ” santo della gioventù”.

Castiglione delle Stiviere è inoltre nota per essere stata luogo della fondazione della Croce Rossa, nata dal coraggio mostrato dalle donne di Castiglione nel portare pronto soccorso alle vittime della Battaglia di Solferino del 1859.

La piazza san Luigi al cui centro vi è un interessante fontana tardo barocca, in essa è collocata la Basilica di San Luigi Gonzaga, imponente opera architettonica barocca in cui si conserva in un urna d'argento il teschio del Santo, e l'annesso Convento dei Gesuiti. Il Collegio delle Vergini di Gesù del 1608 in cui è stato allestito il Museo Storico Aloisiano in cui si conservano affreschi e documenti sulla vita di San Luigi e del casato dei Gonzaga. Il Duomo, eretto nel 1762, ricco di interessanti opere d'arte tra cui una pala di santa Rosalia opera del siciliano P.Novelli; ai piedi del Duomo si trova il Parco Pastore, una vera e propria oasi naturale. In via Marconi si possono ammirare palazzi nobiliari settecenteschi ed ottocenteschi rari esempi di architettura neoclassica ed eclettica; alla fine di essa si giunge nella seicentesca piazzetta Ugo Dallò caratterizzata da palazzi appartenenti a diverse epoche storiche tra cui spicca il Palazzo del Principe del tardo '400. Il Museo Internazionale della Croce Rossa, ospitato nel settecentesco palazzo Triulzi-Longhi, in cui si documenta la nascita del C.R.I. e del suo operato dal 1859.
Dedicata al Santo patrono della Città, la Basilica, così come l’annesso Convento dei Gesuiti, attuale sede del Comune, vennero progettati dall’architetto gesuita Luca Bienni da Salò e costruiti tra il 1612 e la fine del ‘700.
La basilica di San Sebastiano sorge all'interno delle mura del castello di Castiglione delle Stiviere, sopra una collina che domina la città.

Edificata nel 1577 per volere del marchese Ferrante Gonzaga, primo marchese di Castiglione in segno di ringraziamento per essere scampato alla peste del 1576. Fu il luogo di raccoglimento prediletto di san Luigi Gonzaga, che dal 1610 al 1679 ospitò una sua reliquia.

L'edificio era destinato ad accogliere le spoglie dei signori Gonzaga. Al suo interno trovò sepoltura solo nel 1600, in quanto scomunicato, Rodolfo Gonzaga che morì assassinato il 3 gennaio 1593 a Castel Goffredo. La madre Marta Tana ricorse al papa Gregorio XV ed ottenne la ribenedizione della salma e la sua sepoltura in terra consacrata.

L'interno, a navata unica, è destinato ad accogliere funzioni religiose della parrocchia.

Il convento di Santa Maria è situato nel cuore delle colline attorno a Castiglione delle Stiviere, in una zona già abitata in epoca romana, fu fondato dall'eremita padre Girolamo Redini di Castel Goffredo, istitutore della Congregazione degli Eremiti di Santa Maria in Gonzaga ed eretto presso i ruderi della villa romana.

Fu rimaneggiato nei primi anni del Cinquecento dal marchese Luigi Gonzaga, nonno di San Luigi, che lo donò ai Frati Minori di San Francesco, detti "Zoccolanti", dopo l'abbandono del convento da parte degli Eremiti di Santa Maria.

Divenne il luogo di villeggiatura preferito dal marchese Ferrante Gonzaga e dalla consorte donna Marta Tana.

Fra le sue mura nel 1584 vi si ritirò San Luigi Gonzaga in preghiera, dopo i ripetuti scontri con il padre Ferrante per il suo proposito di abbracciare la vita religiosa. La sua cella è stata trasformata in cappella in suo onore.

Sconsacrato nel 1798 subì negli anni seguenti danni molto ingenti che portarono alla demolizione di una parte dell'edificio e della chiesa.

L’immobile dal 1846 appartiene al Collegio delle Nobili Vergini di Gesù.

La chiesa di Santa Maria della Rosa è inserita in un contesto paesaggistico che ispira alla meditazione, sorge in posizione isolata nelle colline della città e si trova in località Ghisiola, termine dialettale mantovano corrispondente a chiesuola, piccola chiesa.

Il nucleo primitivo della chiesa, corrispondente all'altare e al presbiterio, risale al 1450 circa. Il completamento avvenne nel 1600, grazie all’allungamento della navata avvenuto nel 1520, la realizzazione della cupola, del campanile e di due corpi laterali.

Molti sono gli affreschi presenti al suo interno rinvenuti durante il restauro avvenuto negli anni 1970 e 1980, tra i quali una Madonna con bambino e una Crocifissione.

La chiesa è ora affidata ad un monaco solitario.

Il castello è stato edificato tra il sec. VII e il sec. IX, all’epoca delle incursioni barbariche, con la funzione di luogo di avvistamento di invasioni di popoli nemici, il castello divenne in seguito residenza estiva della famiglia Gonzaga, sede della corte del duca Ferrante Gonzaga, padre di S. Luigi

La Chiesa dei Disciplini sorge accanto al Duomo, del XVI secolo.
Il Famedio già Chiesa del Rosario, è un tempio a pianta ottagonale in onore dei caduti di tutte le guerre.
Troviamo la Chiesa dei Cappuccini.

Il Collegio delle Nobili Vergini di Gesù fu edificato nella seconda metà del XVI secolo, antica residenza della famiglia Aliprandi, nel 1608 venne adibito a collegio per l'educazione delle ragazze di nobile famiglia dalle sorelle Cinzia, Olimpia e Gridonia Gonzaga, nipoti di san Luigi. Il collegio venne riconosciuto come ente morale nel 1930 e le Vergini di Gesù vennero approvate dalla Santa Sede nel 1952.
Teatro Sociale. Opera tarda del noto architetto ticinese Luigi Canonica.
Palazzo del Principe. Risalente alla fine del Quattrocento era la residenza cittadina dei Gonzaga, con tracce di affreschi mantegneschi.
La Villa Brescianelli è della metà del XVIII secolo.

Piazza Ugo Dallò, detta anche piazza Colonna. All'angolo di questa piazza con via Giovanni Chiassi si trova una particolarità unica, in quanto vi è appesa la cosiddetta costa della balena. Si tratta in realtà di una mandibola di balena donata, nella seconda metà del XVIII secolo, da Carlo Brescianelli e creduta una costola del cetaceo dalla popolazione. Durante il breve arco temporale della RSI venne intitolata a Ettore Muti. Ai tempi dei Gonzaga era detta Piazza Colonna e rappresentava il centro amministrativo e giuridico della città. Prendeva il suo nome dalla Colonna della Giustizia - tuttora presente - che porta sulla sua sommità la statua di Astrea, e presso la quale venivano eseguite le sentenze capitali. Al centro della piazza sorge la fontana ettagonale con la seicentesca statua di Domenica Calubini, fatta erigere da Francesco Gonzaga a ricordo della virtù di questa giovane donna, che preferì morire piuttosto che cedere alle prepotenze di un giovane del luogo (la tradizione che parla di un soldato straniero è priva di fondamento). Di fronte alla piazza si trova il complesso edilizio del Palazzo del Principe. Ne fanno parte la Torretta delle Prigioni e il Fontanino delle Prigioni, che derivano il loro nome dall'attiguo antico edificio carcerario.

Grazie alla sua ricchezza idrogeologica e al conseguente cospicuo numero di fontane che ne caratterizzano l'aspetto urbanistico, Castiglione delle Stiviere viene indicato anche come il Paese delle Fontane. Fra le principali si ricordano quelle di piazza Dallò e di piazza San Luigi, la Fontana delle Tre Torri (in via Sinigaglia, coperta da porticato) e la più antica, quella di Palazzina, risalente ai primi anni del XII secolo.

Il Parco Pastore e Parco Desenzani sono una grande oasi verde nel cuore della città. Fra le specie arboree gli ippocastani, le robinie, i carpini, i bagolari e i sambuchi.

Il Teatro Sociale di Castiglione delle Stiviere fu inaugurato il 12 ottobre 1843.

Il patriziato di Castiglione delle Stiviere usava accogliere rappresentazioni teatrali e melodrammatiche nei saloni del Palazzo Pretorio, i quali vennero, però, occupati dalle truppe austriache almeno fra il 1832 ed il 1836. Si ritennero, quindi, maturi i tempi per la realizzazione di un nuovo edificio dedicato. Era questa l'epoca di grande sviluppo della passione teatrale, dopo gli esempi geniali di Goldoni, di Alfieri, e soprattutto l'epoca dell'opera in musica che, in Italia, contava già nomi gloriosi come Bellini, Rossini, Donizetti. Mantova aveva costruito il suo Teatro Sociale nel 1822 e a Castiglione si prese l'iniziativa di fare altrettanto, in proporzione dei mezzi con i quali si riuscì ad effettuare un cospicuo fabbricato e soprattutto un teatro che fu tra i migliori dei teatri sociali di provincia.

Il progetto venne affidato al Canonica, che già si era illustrato, fra l'altro, nell'ampliamento del Teatro alla Scala e nella sistemazione del Teatro Sociale di Como, di Monza e di Mantova. Egli disegnò un impianto nella caratteristica forma a ferro di cavallo. Prima della costruzione effettiva, i mezzi furono approntati da un gruppo di soci che elargirono la loro proprietà sul terreno fabbricabile in accordo con l'amministrazione comunale (1836) che cedette alcune pertinenze del palazzo di via Pretorio, ed il progetto fu approvato il 17 luglio 1840 dal consigliere aulico di Mantova, a cui seguì la nomina di una deputazione, con a capo il nobile Carlo Pastorio. Per quanto riguarda l'interno e gli elementi strutturali, collaborarono alla decorazione il pittore Orsi dell'Accademia di Venezia, nel sipario raffigurante Apollo Musagete, ed i milanesi Ghislandi, Lodigiani e Zampori per gli affreschi e gli stucchi.

Palazzo Bondoni Pastorio è un edificio storico del Quattrocento, riadattato nel Seicento.

Durante i tragici giorni della battaglia del 24 giugno 1859, le sorelle Carolina e Luigia Pastorio ospitarono nel loro palazzo Henry Dunant che, osservando le donne locali mentre curavano i feriti di tutte le nazioni, concepì l’idea di fondare la Croce Rossa.

Alla fine degli anni novanta la storica dell'arte Maria Simonetta Bondoni Pastorio (1954-2012), rappresentante della famiglia, trasformò il palazzo di famiglia in museo, dando vita a una Fondazione, a cui conferì il materiale storico dei Bondoni Pastorio, costituito da documenti, arredi e dipinti.

Parte del museo conserva anche le memorie di Giuseppe Tellera, generale di corpo d'armata del Regio Esercito, medaglia d'oro al valor militare, comandante della 10ª Armata, caduto in combattimento ad Agedabia (Libia) nella seconda guerra mondiale.

Palazzo Pastore in stile neoclassico prende il nome dal primo proprietario, Giuseppe Ignazio Pastore, che acquistò l'area dove sorgeva una precedente costruzione del Cinquecento. Fece edificare il nuovo palazzo a partire dal 1823. Progettista fu probabilmente l'architetto bresciano Rodolfo Vantini. L'edificio, che presenta due appartamenti affrescati al piano superiore e locali di servizi al piano terreno, passò nel tempo in proprietà ai membri della stessa famiglia Pastore, una delle più ricche di Castiglione.

Nel palazzo furono ospitati personaggi illustri, tra i quali Amedeo di Savoia nel 1866.

La famiglia restò proprietaria del palazzo fino ad Alceo Pastore, i cui eredi si divisero la proprietà intorno al 1950. Nel 1973 il Comune divenne proprietario ed iniziò importanti lavori di restauro.

Casino Pernestano è stata la dimora di villeggiatura dei "Gonzaga di Castiglione", fu fatto costruire intorno al 1610 da Francesco I Gonzaga, marchese di Castiglione delle Stiviere, per la moglie Bibiana Von Pernstein, dalla quale prese il nome.

L'edificio, che si sviluppa su due piani, sorge all'interno di un cortile circondato da un muro di cinta quadrato con torrette difensive agli angoli.
In origine era un edificio fortificato, cinto da fossato e dotato di ponte levatoio.

Il complesso, nella sua conformazione originaria, risulta censito nel Catasto teresiano del 1777 quale proprietà dell'Impero asburgico e classato come "Casino e corte di villeggiatura di proprietà della Regia Ducal Camera di Mantova". In seguito all'annessione della Lombardia al Regno d'Italia, il Catasto lombardo-veneto del 1865, censisce l'immobile quale proprietà privata, assegnandogli ufficialmente l'antica denominazione popolare di "Casino Pernestano".

Il Museo storico aloisiano è ospitato nell'edificio del collegio Vergini di Gesù, nel centro storico di Castiglione delle Stiviere.

Nel museo è conservato molto materiale a carattere religioso riguardante la vita di san Luigi Gonzaga e una raccolta di quadri sui principali esponenti della sua famiglia, i principi Gonzaga di Castiglione.

Il Museo internazionale della Croce Rossa è sito a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, nello storico palazzo Longhi, donato dal Comune nel 1959 alla Croce Rossa.

Al suo interno si conservano gli oggetti e i documenti che ricordano la nascita e lo sviluppo della Croce Rossa Internazionale, movimento ideato e concepito da Henry Dunant nei momenti successivi alla battaglia di Solferino e San Martino (24 giugno 1859).

È stata la straordinaria opera di soccorso prestata dalle donne di Castiglione ai feriti delle battaglie di Solferino e Medole che ha ispirato al ginevrino Henry Dunant l’ideazione della Croce Rossa. La sconfitta degli Austriaci da parte dell’esercito franco-sardo e l’inizio del processo che sarebbe sfociato nell’Unità d’Italia sono stati pagati con 40.000 feriti, molti dei quali trasportati a Castiglione dalla serata del 24 giugno 1859. Qui il sacerdote don Lorenzo Barziza ha coordinato le opere di soccorso, trasformando chiese, monumenti e case private in ospedali temporanei. In città ne furono allestiti ben dodici, di cui il principale nel duomo.

Henry Dunant, ospite nel palazzo castiglionese della famiglia Bondoni Pastorio, sull’onda di questa toccante esperienza umana ha concretizzato il principio di uguaglianza dei feriti di guerra e di neutralità dei soccorritori, ideando la Croce Rossa, la cui convenzione è stata sottoscritta a Ginevra il 22 agosto 1864 dai rappresentanti di 12 governi.

Oltre alla lingua italiana, a Castiglione delle Stiviere è abbastanza utilizzato il dialetto locale. Essendo la località posta nell'Alto Mantovano ma al confine con la provincia di Brescia, si parla un vernacolo bresciano, con scarsi influssi del mantovano.

Le frazioni di Castiglione delle Stiviere sono:
Astore
Gozzolina
Grole
San Vigilio
Bertasetti
Prede
Barche di Castiglione
Pedercini
Fichetto
Santa Maria
Ghisiola, ospita la Chiesa di Santa Maria della Rosa, del XV secolo. Nella zona è presente anche l'Ospedale psichiatrico giudiziario, struttura di rilevanza nazionale.

Gozzolina è la più estesa e popolosa frazione di Castiglione delle Stiviere, posta a sud del capoluogo, al confine con il comune di Medole. Prende il nome dalla Seriola Gozzolina che nasce nel suo territorio.

Ricca di risorse idriche e attraversata dal rio Marchionale, un tempo aveva numerosi mulini ad acqua.

Appena fuori il centro abitato si incontra il Casino Pernestano.

Astòre è ubicata a nord del capoluogo, al confine con il comune di Lonato del Garda.

Il nome di questa località trae origine da quello del noto uccello rapace simile allo sparviero che, verosimilmente, anticamente nidificava in queste zone, un tempo prevalentemente boschive oppure dal latino aestiva, allusiva agli accampamenti romani che erano presenti sulle colline nel periodo estivo.

Astore è ricordato nella storia locale per il tragico episodio dei morti dell'Astore, due giovani contadini che nel 1742 furono scambiati per due evasi in fuga e per questo giustiziati dalle milizie imperiali austriache. In loro memoria vennero erette due piccole cappelle votive.

L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere rappresenta un’eccezione rispetto alla restante parte di istituti italiani di questo tipo. È infatti l’unico a non essere gestito dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, bensì tramite una convenzione con l’Azienda Ospedaliera “Carlo Poma” di Mantova.
Altra caratteristica distintiva è l’essere l’unico OPG italiano con una sezione femminile.
La visita ha riguardato una sezione maschile, una femminile e la struttura comunitaria presente nelle immediate adiacenze dell’Opg. Tutti gli aspetti della struttura, inclusa quindi la sicurezza, sono gestiti dal personale dell’Azienda Ospedaliera: non sono presenti in struttura agenti di Polizia Penitenziaria.

Commercio ed industria hanno storicamente prevalso a Castiglione delle Stiviere rispetto allo sviluppo più agricolo e contadino di buona parte del territorio mantovano, vuoi in conseguenza di una certa difficoltà nei sistemi di irrigazione del collinare suolo morenico-sassoso, vuoi per l'intraprendenza ed il talento negli affari dei propri abitanti.

Di notevole importanza economica per la cittadina di Castiglione delle Stiviere è la presenza di alcune aziende leader di mercato nei propri rispettivi settori merceologici.

La zona industriale comprende grandi e piccole aziende di notevole importanza, che contribuiscono all'accrescimento delle opportunità economiche di questa città.

Lo sviluppo turistico della zona è legato principalmente alla vicinanza della città di Castiglione delle Stiviere con il lago di Garda e con le colline moreniche circostanti.

La cucina di Castiglione delle Stiviere è quella tipica mantovana. Tra le ricette tradizionali troviamo i tortelli di zucca, gli Agnolini in brodo e il Tortello amaro di Castiglione tra i primi; il salame mantovano e lo stracotto d’asino e cavallo tra i secondi.

Sono due le manifestazioni dedicate a S.Luigi Gonzaga, Santo patrono della città: quella che in ricorrenza della morte (21 Giugno), ricorda il Santo con mostre d’arte a tema, e Castiglione in Fiore: per ricordare Il Santo, il cui simbolo è il giglio bianco, Piazza Ugo Dallò e le vie adiacenti vengono adornate di fiori.

Molto attesa è la Fiaccolata della Croce Rossa: nell’ultimo sabato di Giugno un corteo ripercorre i luoghi che furono teatro della battaglia di Solferino, partendo da Solferino (MN) per giungere a Castiglione delle Stiviere.

Buriel è il nome dello spettacolo pirotecnico con il quale ogni anno il 6 Gennaio, a Santa Maria di Castiglione delle Stiviere, si festeggia l’arrivo del nuovo anno. Lo spettacolo ha come sfondo la musica degli Zampognari ed è seguito da un buffet nel quale si possono gustare i prodotti del luogo.

A Carnevale, rivive una festa di lunga tradizione, che ha le sue origini nel secolo scorso. Il Carnevale Castiglionese anima la città con le sfilate dei carri allegorici lungo le vie del centro storico e con altri eventi, tra cui mercatini gastronomici e di Artigianato. Non mancano l’ Elezione di Miss Carnevale, e il Concorso fotografico “Fotografa il Carnevale”.

Viviamo Parco Pastore è il nome dell’iniziativa volta a promuovere la conoscenza del Parco Pastore, che per l’occasione viene animato da mercatini di ogni genere, dedicati a musica, hobby, Collezionismo e Filatelia.




LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-citta-della-pianura-padana.html






FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://www.mundimago.org/



Post più popolari

Elenco blog AMICI