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sabato 9 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : ISEO

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Iseo  è un comune italiano della provincia di Brescia in Lombardia.

Importante centro turistico sulla sponda sud-orientale del lago d'Iseo, si trova una ventina di chilometri a nord del capoluogo provinciale Brescia. Il suo territorio presenta le caratteristiche di un ambiente a cavallo fra il lago e la collina, fra l'acqua e la terra, particolarmente evidenti nell'habitat della Riserva naturale Torbiere del Sebino. Rientra inoltre nella zona vitivinicola della Franciacorta.

Il territorio comunale è variegato essendo formato da zona montana, collinare, lacustre. Le frazioni sono: Bersaglio, Bosine, Ciochet, Clusane, Covelo, Cremignane, Le Valzelle, Pilzone, Zuccone, Passo dei Tre Termini.

Iseo è tra i paesi rivieraschi del lago quello il cui centro storico ha meglio conservato l’organizzazione urbana medievale che, solo parzialmente modificata nei secoli XV-XVIII, è pervenuta quasi indenne fino all’ultimo scorcio dell’Ottocento. Le origini del Paese si perdono nell’antichità: le sue sponde furono abitate fin dalla preistoria come è stato documentato dal ritrovamento archeologico di strutture dell’età del Bronzo (XIII secolo a.C.) avvenuto negli anni 1999-2000 lungo la via per Rovato, il nome sembra però derivare dal culto della dea Iside che rimanda all’epoca romana; le condizioni naturali, estremamente favorevoli, rendono senz’altro probabile l’esistenza di  un aggregato di case e terreni significativo come è attestato dal rinvenimento di pavimentazioni di una domus o villa, nella parte alta del paese, risalenti al I secolo d.C. La fortuna di Iseo nasce in epoca altomedievale quando la presenza della pieve, del porto-mercato e del castello promuovono l’abitato come centro più importante dell’area sebina. La prima citazione della presenza di un castello in Iseo è contenuta nel Polittico di Santa Giulia datato alla fine del IX inizi X secolo: infatti l’elenco delle proprietà del potente monastero bresciano, fondato da Desiderio re dei Longobardi, riporta la presenza di una corte con una vigna nel castello. E’ però a partire dai primi secoli del basso medioevo che il castello, situato su un’emergenza rocciosa al limite meridionale del centro storico, andò a costruire l’apice e il fulcro delle difese del paese medievale. Iseo fu circondato da diverse cerchie di mura: la più antica cingeva probabilmente solo la collina sulla quale sorgeva il castello e la chiesa di Santo Stefano (oggi Madonna della Neve), successivamente furono realizzati altri due ampliamenti prima di giungere all’inizio del XIV secolo quando fu costruita la cinta muraria più ampia che andava a comprendere anche l’area della pieve, un tempo esterna al centro abitato. Al paese si accedeva attraverso tre porte: le porte del Campo sulla via per Rovato, la porta delle Mirolte, rivolta verso il monte, e la porta del Porciolo sulla via per la riviera sebina e della Valle Camonica. Tra XII e XIV secolo il paese fu coinvolto nelle guerre con il Comune di Brescia e nelle dispute fra impero e papato vivendo momenti drammatici come nel caso dell’assedio e del saccheggio avvenuto il 28 Luglio 1161 da parte dell’esercito di Federico Barbarossa. Iseo conservò comunque un livello di ricchezza elevato tale da consentire la realizzazione di edifici religiosi di grande qualità (pieve di Sant’Andrea e chiesa di San Silvestro) e la diffusione di un’edilizia civile in pietra che ancora oggi si può riscontrare nelle contrade del Sombrico e del Campo. Nel contempo emersero vari esponenti della nobiltà locale tra i quali la famiglia rappresentativa e potente fu quella ghibellina dei Da Iseo/Oldofredi che, alleata con la famiglia Federici della Valle Camonica, mantenne per vari secoli un controllo politico ed economico sia del paese che di larga parte del territorio sebino e franciacortino. Nel 1454 Venezia estese in modo stabile i suoi possedimenti alle provincie bresciana e bergamasca, dominio che manterrà per circa tre secoli e mezzo. Il paese pur mantenendosi dentro le mura trecentesche rinnovò i propri edifici, soprattutto nella parte centrale dell’odierna piazza Giuseppe Garibaldi, e lentamente conquistò terreno edificabile sottraendolo al lago. Gli anni tra il 1820 ed il 1860 furono caratterizzati da una forte espansione economica: filande, opifici e concerie erano localizzati sulla sponda del lago per usufruire dell’acqua necessaria alle lavorazioni manifatturiere e per la facilità di trasporto delle merci attraverso chiatte. Altra fonte di ricchezza per Iseo furono il porto, che venne potenziato, ed il mercato che si svolgeva due volte alla settimana. Nel 1840 vennero demolite le porte medievali e, negli stessi anni, l’architetto Rodolfo Vantini realizzo il nuovo palazzo dei Grani (ora Municipio) e ristrutturò completamente l’interno della pieve di Sant’Andrea. A fine Ottocento fu costruita la linea ferroviaria Brescia-Iseo che venne collegata con il porto (l’attuale viale della Repubblica) attraverso la demolizione delle case medievali della contrada del Campo. Dal secondo dopoguerra Iseo riprese la centralità economica nell’ambito del Basso Sebino soprattutto grazie alla riscoperta della sua vocazione turistica.
 
Clusane, il cui toponimo potrebbe derivare da Clodius o da Chiusa, per la sua favorevole posizione può definirsi uno dei più antichi insediamenti a lago, con tracce di attività palafitticole, con la sicura presenza dei Romani, dei Longobardi e dei monaci di Cluny. L’ambiente naturale, dominato da paludi e canneti, costituiva un ecosistema ricchissimo di vita che permetteva alle comunità primitive, insediate ai bordi del lago fin dal paleolitico, di avere a disposizione una diversificata offerta alimentare (caccia, pesca, piccoli orti), come dimostrano le punte di freccia e i tanti reparti archeologici trovati in questa zona. Particolarmente importante fu il ritrovamento di una lapide con dedica a Giove, ora conservata al museo Maffeiano di Verona. Resti di una villa romana sono ancora visibili sul lungolago dove, sul parametro in pietra, sono riconoscibili una nicchia a pianta  semicircolare affiancata su entrambi i lati da una serie di archetti ciechi. Il vasellame rinvenuto durante scavi archeologici di emergenza hanno consentito di datare l’edificio al I-II secolo d.C.. In età longobarda, in questo tratto di lago, vi erano le riserve di pesca del Monastero di Santa Giulia di Brescia. Nel 1093 alcuni nobili di stirpe longobarda donarono al Monastero Benedettino di Cluny la cappella dedicata ai Santi Gervasio e Protasio esistente nel castello di “Clixano”. I monaci francesi si insediarono nell’antico castrum sul promontorio, dove ora si trova la “chiesa vecchia” e lì fondarono un priorato. Furono probabilmente i monaci a dare impulso alla bonifica dei terreni paludosi di questa zona e a raccogliere contadini e pescatori intorno al piccolo monastero: da quelle comunità si svilupparono poi nei secoli successivi la Vicinia ed il Comune. Il paese dunque si costituì attorno all’antico castrum che racchiudeva, oltre alla chiesa, il primo nucleo di case. Nel XIV secolo, sulla propaggine occidentale del dosso ed all’esterno del borgo fortificato, fu edificato un castello residenziale (detto del Carmagnola) mentre fuori dalle mura, a diretto contatto con il lago, vi era il piccolo porto con affacciate le abitazioni dei pescatori. Il catastico di Giovanni da Lezze (1610), segnala a Clusane il castello circondatoda mura e ponte levatoio, con bellissime case di proprietà dei nobili bresciani, Sala, Maggi, Coradelli, e due mulini in prossimità del lago. A quell’epoca e fino alla fine dell’Ottocento gli abitanti erano quasi tutti pescatori. Nel 1906 venne aperto sulla riva del lago l’opificio della filanda Pirola, che occupava quasi tutte le donne del paese. Il centro di Clusane fu Comune autonomo fino al 1927, mentre oggi è frazione di Iseo. La fisionomia del centro abitato cambiò radicalmente nei primi anni del Novecento  in seguito alla costruzione della strada principale Iseo-Paratico e l’affermarsi di nuove forme economiche che trasformarono i pescatori in ristoratori. Il cambiamento fu dovuto proprio alla capacità di cucinare il pesce di lago, in particolare la tinca. Una forte espansione urbanistica si sviluppò sia lungo la strada provinciale, sia nella parte verso la collina, dove vennero costruiti gran parte dei ristoranti. A lago rimasero evidenti i segni della lunga, importante e particolare storia legata alla pesca fatta soprattutto in acque basse, con antichi strumenti come la fiocina, l’arma più antica con cui si praticava l’attività venatoria sulla terra ferma e qui impiegata, forse per la prima volta nell’acqua: il “furù”. Altri interessanti sistemi di pesca si erano sviluppati in questo tratto di lago, come “i légner”, “le fascine”, “le pescaie”, il “rét”, oggi in disuso. A Clusane si possono ancora vedere utilizzate vari tipi di nasse come i caratteristici berta velli, tamburelli e la “parola”, una delle tre grandi monumentali pentole dove si tingevano con le bucce di castagne le reti. La zona lacustre di fronte al paese è denominata “Foppa di Clusane” e costituisce il regno della tinca, pesce di acque basse. Quando i pescatori cominciarono a cucinare, nelle prime osterie del paese la tinca al forno, ripiena di pane e servita con la polenta, fu subito un successo turistico e Clusane diventò “il paese della tinca al forno”.

Cremignane è situata su una collina distante circa 3 Km in direzione Sud-Ovest. Tale collina è un raro esempio di un antichissimo conglomerato d’origine fluviale solcato e lisciato dal ghiacciaio dell’era quaternaria. Il nome Cremignane deriva forse da Grémegn o Greben, cioè luogo molto umido o terra arida e sterile. Il toponimo lascia intuire come la zona dovesse essere boscosa e acquitrinosa, tanto da essere considerata nel Medioevo una riserva di caccia e di pesca. Nell’alto Medioevo era abitato da una piccola comunità e un documento del 790 ricorda il nome di un monaco ribelle, Ardosino, specificandone la presenza da Cremignane. Nel secolo XI i cluniacensi stabilirono qui un priorato che era sotto le dirette dipendenze del papato. Dal punto di vista ecclesiastico però dipendeva ancora dalla Pieve di Iseo, la quale vi inviava sacerdoti officianti. Con il declino del priorato, nel XII secolo, i beni della chiesa passarono alla Pieve di Iseo e poi inglobati nella proprietà della famiglia Coradelli che edificò accanto alla chiesa un castello, del quale non rimane alcuna traccia. La chiesa è anche detta San Pietro della Lama per la vicinanza delle torbiere e degli acquitrini che lambivano il paese. Inizialmente l’edificio religioso consisteva in una piccola cappella edificata, secondo padre Fulgenzio Rinaldi, autore nel 1685 dei “momenti Historiali dell’antico e nobile castello d’Iseo”, negli stessi anni della costruzione di Sant’Andrea di Iseo (inizi VI secolo). Un edificio di culto di dimensioni probabilmente più consistenti venne edificato   fra il XV e il XVI secolo. Fra il 1584 e il 1627 la chiesa assunse la funzione di cimitero per gli abitanti del borgo. L’attuale chiesa venne riedificata, come ricorda una lapide, nel 1750 su un’area della Pieve di Iseo. L’unico altare conserva una pala, datata 1729 e firmata da Antonio Paglia, raffigurante una “Madonna col bambino e San Pietro”. La chiesa venne adornata nel XIX secolo con stucchi e affreschi di Teosa  (l’”Assunta” della cupola del presbiterio) e Santo Cattaneo (“Santi Andrea Apostolo, Giovanni Battista, Francesco d’Assisi, Giacomo Apostolo” nei peducci della suddetta volta). Fu ampliata agli inizi del XX secolo e la decorazione venne continuata dal bergamasco Pietro Servalli allievo del Loverini con l’affresco “La pesca miracolosa” nella cupola della navata. La decorazione è stata completata nel 1945 da Pietro Muzio Compagnoni e figlio. La consacrazione dell’edificio è avvenuta nel 1963.

Pilzone si trova a Sud-Ovest del torrente Vaglio ed è sovrastato a tramontana dal monte Punta dell’Orto. E’ frazione di Iseo e parrocchia autonoma ma originariamente apparteneva al pago e alla Pieve di Iseo. Già Comune nel 1280, nel XIV secolo venne investito di proprietà vescovili. Forse era una delle corti della famiglia Oldofredi, che a lungo mantenne il proprio potere su Iseo. In seguito Pilzone divenne feudo dei nobili Fenaroli qui possidenti di terreni e di una bella casa del XVII secolo, costruita in stile veneto, con portale in conci a bugnato in pietra di Sarnico e, nell’ala nobile, una torretta con bellissima gronda modanata. Oltre ai Fenaroli si distinsero nel XVII secolo le famiglie Borrelli e Buffoli. Dal punto di vista amministrativo appartenne alla quadra di Iseo e rimase Comune autonomo fino al 1928. Il centro storico è abbastanza compatto con vicoli che salgono lungo il versante; la maggior parte degli edifici è di tipo rurale, ma vi sono anche case che denotano un certo tenore di vita con aperture munite di cornici in pietra di Sarnico. Sul limite settentrionale del paese vi è la chiesa di San Tommaso di fondazione romanica; è documentata a partire dal XV secolo e restaurata più volte dal XVII secolo in poi. Dalla piazzetta di San Tommaso inizia il percorso della via Valeriana che, attraverso la riviera del Sebino e del Passo della Croce di Zone, conduce a Pisogne e alla Valle Camonica. Quando la chiesetta di San Tommaso si rivelò insufficiente a contenere la popolazione, la parrocchia fu spostata in basso lungo la strada del lago dove già esisteva una chiesa intitolata a San Pietro, di probabile fondazione cluniacense. La nuova parrocchiale venne restaurata più volte a partire dal XVI secolo, l’attuale intitolazione è alla Madonna Assunta ed ai Santi Pietro e Paolo. Nella parte più elevata del paese parte anche un sentiero che, attraverso una ripida valletta, conduce ad un pianoro dove sorge all’interno di un complesso rustico la chiesetta di San Fermo (secolo XVII). Caratteristica è la torre campanaria che, isolata dagli edifici e sul ciglio della parte rocciosa, risulta visibile da buona parte del lago. Di fronte al paese verso il lago si erge il Montecolo; un documento del X secolo cita una rocca che sorgeva sul colle, in località Pilzone, venduta dal vescovo di Cremona al figlio del conte Teutaldo, già proprietario del versante settentrionale della collina. Sul pendio su-occidentale della stessa si trovano delle cave per calce di pietra idraulica della “Calce di Palazzolo” intensamente sfruttate dal XIX secolo ma oggi non più in funzione. All’altezza di Covelo, a metà strada fra Iseo e Pilzone, sorge la piccolissima penisola di Montecolino scelta l’’inizio del XX secolo come base per una scuola di idroviazione attiva per tutta la 1ma Guerra Mondiale. Chiusa alla fine del 1918 venne riaperta nel 1930 come base di prova dell’idrovolante Caproni 97; la Caproni vi tenne uno stabilimento per la fabbricazione di idrovolanti fino al 1943 e usò il bacino antistante per le prove di immersione dei “mini-sommergibili” e per l’addestramento degli equipaggi. I piccoli natanti, riconvertiti in mezzi d’assalto, facevano parte di un progetto per attaccare New York e il porto di Freetown in Sierra Leone, sede di un acquartieramento della Flotta Inglese, progetto sfumato con l’Armistizio del 1943. I sommergibili rimasero a Montecolino fino alla fine della guerra e nella fabbrica trovò posto l’Officina Meccanica di Precisione della Decima MAS. Lungo la strada del lago si incontrano anche due edifici significativi: il primo è costituito dall’ex-casa Negrinelli (XIX secolo) dove sventolò nel 1848 la prima bandiera tricolore della rivolta risorgimentale, la seconda è costituita dal complesso in stile Liberty adibito ad albergo “Araba Fenice” che ospitò nel 1944 l’illustre statista inglese Winston Churchill.

Iseo è una piccola cittadina che si sviluppa attorno ad un vecchio borgo medioevale. Il centro del paese è Piazza Garibaldi, la cui statua si erge al centro, appoggiata sulla sommità di una base in tufo ricoperta di muschio.
Si tratta del primo monumento italiano (1883) dedicato all’”eroe dei due mondi” senza cavallo, opera dello scultore P.Bordini di Verona. Sulla piazza si affaccia anche l’austero palazzo comunale con l’orologio, progettato dall’architetto R.Vantini e portato a termine nel 1833.
L’edificio a sud, con un portico ad archi, mostra alcuni affreschi e dettagli che ne ricordano l’origine medievale. Contigua è anche piazza dello Statuto, alla cui destra, poco distante, si scorge l’Arsenale.

Il palazzo detto delle Milizie o dell’Arsenale fu inizialmente magazzino e poi residenza della famiglia degli Oldofredi. Divenuto proprietà comunale nel 1619, fu adibito a carcere mandamentale  da inizio Ottocento fino al 1980, anno in cui vennero restaurati l’antica loggia ed il porticato quattrocentesco.
Al piano terra il palazzo ospita mostre e rassegne culturali  curate dal “Centro Culturale l’Arsenale”.

Ritornando in piazza Garibaldi, a nord si imbocca via Mirolte, alla cui sinistra si trova subito la chiesetta di S.Maria del Mercato (sec. XIV), inizialmente cappella privata degli Oldofredi.
Il restauro avvenuto nel 1979 ha portato alla luce gli affreschi quattrocenteschi, in parte coperti nel 1700 da una Via Crucis del pittore iseano Voltolini.

Proseguendo lungo via Mirolte, sulla destra si scorgere il castello di Iseo. Della struttura originaria, costruita precedentemente al 1161, rimangono le grosse mura in conci di pietra e le quattro torri.
Il castello disponeva di mura di recinzione esterne, ma dopo alterne vicende di proprietà, distruzioni e ricostruzioni, nel 1585 fu adibito a convento dei cappuccini e così rimase fino al 1797.

Ritornando verso la piazza, a sinistra si incontra via Rampa dei Cappuccini, percorrendo la quale si incrocia la lunga salita a gradini che porta all’ingresso del castello, un tempo protetto da un ponte levatoio.
Al centro del cortile è situato un pozzo, mentre affreschi seicenteschi si possono ammirare sulle pareti circostanti. Alcune sale del castello sono oggi adibite a biblioteca comunale.

Da quest’area si raggiunge poi il santuario di S.Maria della Neve, continuando in salita lungo via Rampa dei Cappuccini. La chiesa sorge nel luogo occupato anticamente da una santella, nella quale durante la pestilenza del 1630 gli abitanti del rione veneravano l’affresco della Madonna, recitando il rosario e cantando litanie.
Nella chiesa si possono ammirare tre altari di marmo e parecchie reliquie, oltre ovviamente all’immagine della Madonna custodita in una teca sopra l’altare maggiore.

Ritornando in via Mirolte si giunge fino all’incrocio con via della Pieve, percorrendo la quale si arriva alla Pieve di S.Andrea. La tradizione vuole che a porre la prima pietra della chiesa sia stato il vescovo di Brescia, S.Vigilio (patrono di Iseo), che qui si rifugiò nel VI sec. per sfuggire ai Barbari.

 La Pieve di Sant'Andrea fu fondata nel V secolo ma rifatta in epoche successive. Si dice che venne fondata dal vescovo San Vigilio in persona, sui resti di un antico tempio pagano. La leggenda è avvalorata dal ritrovamento di alcuni resti romani durante alcuni lavori intorno alla chiesa, tra cui una statuetta di pietra raffigurante Ercole. L'aspetto attuale si deve prevalentemente ai rifacimenti del XIII secolo. Ma arcate ed elementi decorativi della facciata tradiscono i continui rifacimenti delle epoche successive. Curiosamente, il campanile è integrato all'interno della facciata. Nella chiesa è custodita anche la tomba in stile gotico di Giacomo Oldofredi. La Pieve riserva anche altre sorprese: un quadro a olio di Francesco Hayez che raffigura San Michele Arcangelo e un "San Pietro" di Giuseppe Diotti. Nella medesima piazza si possono visitare la Chiesa di San Giovanni Battista e l'ex Oratorio dei Disciplini.

Merita una visita anche la Chiesa di San Silvestro, del XIII secolo. Sull'abside è dipinta una "danza macabra", un affresco diviso in otto scene che rappresenta il trionfo della morte sulle vanità umane. Si tratta di un tema iconografico molto comune nel Trecento e nel Quattrocento. Gli affreschi sono stati ritrovati quasi per caso solo nel 1985, durante un restauro.
Iseo, tuttavia, è soprattutto una città da vivere all'aria aperta. Lungo i portici che dalla centrale piazza Garibaldi s'inoltrano per le piccole strade della città, fioriscono negozi di artigianato, gelaterie e locali in cui gustare prodotti tipici del territorio.Il lungolago di Iseo, infine, è lo spunto perfetto per una passeggiata romantica o per trascorrere con gli amici una bella serata estiva.

Al limitare del centro storico sorge l'antico Castello degli Oldofredi, che conserva l'aspetto austero dell'XI secolo, con la pianta quadrata e le massicce torri angolari in pietra. L'edificio fu incendiato da Federico Barbarossa e restaurato da Giacomo Oldofredi nel 1161: di conseguenza, è un simbolo della rinascita dei Comuni lombardi.
Con il dominio della Serenissima, il castello venne destinato ad uso esclusivamente militare e poi, dal 1580, la proprietà passò ai frati cappuccini, che lo trasformarono in convento. Negli ultimi anni è stato però oggetto di un importante restauro che ha permesso di recuperarne gli interni. Ora è sede della biblioteca comunale e di un piccolo ma ben curato Museo delle Guerre, che conserva reperti del primo e secondo conflitto mondiale.

Il campanile romanico risale al sec. XII ed è una vera rarità architettonica: rivela infatti l’origine lombarda delle sue maestranze. Sulla facciata destra della chiesa, ora a tre navate, è collocata l’arca gotica di Giacomo Oldofredi, signore di Iseo e della Franciacorta, che fece erigere le mura di Iseo e morì nel 1325 (l’iscrizione lapidea visibile sulla tomba ne ricorda le gesta).

Di fronte alla pieve si trova la chiesa di S.Giovanni Battista (XVIII sec.). A destra, dietro una casa settecentesca, si trova la chiesa di S.Silvestro dei Disciplini (sec. XIII).

Proseguendo per via Pusterla, fino a prendere la via pedonale che prosegue lungo il torrente Curtelo, si giunge all’ospedale, che racchiude l’antico convento dei francescani.
Da qui, molto vicina è la riva del lago dalla quale ammirare, da sinistra a destra, il corno di Predore tuffarsi in acqua, l’isoletta di S.Paolo e Montisola, infine la penisola del Montecolo.
All’orizzonte si erge il monte Guglielmo, che domina l’estremità nord del lago con i suoi quasi 2000 metri d’altezza.
Proseguendo lungo la riva del lago, in un attimo ci si trova al porto Gabriele Rosa, con il busto dedicato all’illustre storico e patriota iseano autore, nel 1874, di una delle prime guide dedicate al lago d’Iseo.
Lungo la passeggiata pedonale litoranea, si approda infine alla vecchia Filanda, ora corte di bar e negozi, ed al rinnovato polo scolastico iseano.

Il territorio occupato dal lago d’Iseo offre allo stesso tempo, un panorama lacustre, collinare e montano. La regione è caratterizzata da ricordi che hanno dato vita a specialità e piatti tipici di grande importanza nella gastronomia italiana, come i prodotti della pesca, dell’olio d’oliva, del miele, dei formaggi della vicina Valle Camonica, dei salumi di Monteisola e dei vini della confinante Franciacorta. Prodotti del territorio, una cucina semplice e schietta, dove la genuinità delle cose nate dall’acqua e dalla terra ed il rispetto delle tradizioni hanno radici che ci riportano ad un passato dall’economia semplice e sobria, povera con dignità. Oggi raffinata e arricchita da quelle tecniche, ancora sempre artigianali e da un’esaltazione professionale e moderna di cucina contemporanea.

La gente racconta..... la storia di una giovane ragazza di Monteisola, promessa sposa ad un nobile della Franciacorta. Non ne voleva proprio sapere di sposare il signorotto scelto dal padre per ragioni di interesse e, per questo ogni giorno si recava a Sensole, specchiandosi nelle acque del lago piangeva il proprio dolore.  Un giorno ebbe un capogiro e cadde in acqua. Un giovane pescatore di Sarnico, passando in barca in quel momento, la vide precipitare in acqua e corse in suo aiuto salvandola. Si innamorarono, riuscendo ad essere felici fino a quando il padre della ragazza non li scoprì. La rinchiuse nel castello in cui vivevano. Al pescatore toccò una sorte peggiore; fu imprigionato in un’umida grotta profonda e nascosta tra i boschi del monte di Sarnico. Vissero così molti mesi nel dolore per la separazione. Fu organizzato, dal padre della ragazza, il matrimonio della figlia con il nobile signorotto della Franciacorta e, giunto il giorno, per paura che il pescatore potesse ritornare, ordinò ai suoi servi di ucciderlo annegandolo nel lago. Informata da una serva fedele, la ragazza dal dolore, si uccise gettandosi nelle acque del lago per poter così ricongiungersi al suo amato pescatore. Si racconta che quando si scatena la Sarneghera la temuta tempesta, caratterizzata da imponenti temporali, sia dovuta ai due giovani che si stanno cercando nel fondo del lago per incontrarsi e abbracciarsi, e il cielo per vendetta si scaglia da Sarnico su Montisola e sulla Franciacorta.

È della madre di San Pietro la leggenda che narra di una donna malvagia che, durante tutta la sua vita non realizzò mai una buona azione. Dunque, quando morì, finì direttamente all’Inferno.  Con suppliche e preghiere San Pietro riuscì ad ottenere di trasportarla in Paradiso; venne così gettata una lunga corda che dal Paradiso arrivò fino all’Inferno. La madre del Santo tentò di arrampicarsi per raggiungere il figlio. Ma, mentre saliva, si attaccarono alla corda altre anime dannate bramose di uscire dall’Inferno. Se ne accorse, nonostante fosse quasi arrivata in Paradiso, cercò in tutti i modi di scacciarle e, lo fece con tanto furore e forza che scivolò con loro nuovamente all’Inferno. La fune venne ritirata, non le fu più permesso di salire nuovamente. Impazzita dall’odio e dal rancore contro tutto e tutti, esce dall’Inferno tutti i 29 Giugno, festa di suo figlio, scatenando violenti temporali e aggirandosi sul fondo del lago d'Iseo cercando di afferrare le gambe dei bagnanti e tentando di trascinare almeno un’anima all’Inferno per vendicarsi così del figlio che non riuscì a portarla in Paradiso.

Persone legate a Iseo:

Uranio Fontana, compositore iseano
Silvio Bonardi, garibaldino e politico iseano, con lo scoppio della Terza guerra di indipendenza italiana, si arruolò nel 2º Reggimento Volontari Italiani combattendo a Mentana e a Monterotondo.
Carlo Bonardi, garibaldino, partecipò alla Spedizione dei Mille e morì a Calatafimi.
Gabriele Rosa, politico e scrittore iseano, a causa della sua partecipazione ai moti rivoluzionari, fu detenuto allo Spielberg.
Uranio Fontana, compositore italiano nato a Iseo nel 1815.
Chiara Moroni, politica.
Cristina Plevani, personaggio televisivo vincitrice della prima edizione del Grande fratello.
Lucrezia Floriani, personaggio di fantasia, protagonista dell'omonimo romanzo della scrittrice francese George Sand.
Giulio Prigioni, ambasciatore e console d'Italia.
Riccardo Venchiarutti, giornalista RAI e sindaco di Iseo.
Franco Modigliani, Premio Nobel per l'economia nel 1985, fondò nel 1998 a Iseo la scuola estiva di studi economici I.S.E.O.. All'economista è dedicata l'aula magna dell'I.I.S. G. Antonietti.
Giorgio Zuccoli, velista, ottenne numerosi premi a livello internazionale. In ricordo al campione la nuova palestra dell'I.I.S. G. Antonietti è stata a lui dedicata.




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mercoledì 29 aprile 2015

LA VILLA PORTA BOZZOLO

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Immerso nel tranquillo paesaggio della Valcuvia, valle prealpina nell'entroterra lombardo del lago Maggiore, quest'elegante complesso si è andato ampliando nei secoli attorno all'originario nucleo cinquecentesco.

Negli ultimi anni il FAI ha eseguito importanti interventi strutturali, riguardanti in particolare il restauro delle facciate minori e il recupero dei rustici, alcuni dei quali adibiti a spazi espositivi o convertiti in locali per manifestazioni e ricevimenti.

La villa venne costruita nella seconda metà del Cinquecento quando il nobile notaio Giroldino Della Porta acquistò a Casalzuigno una vasta estensione di terreno per realizzarvi una dimora signorile. All'inizio del Settecento la villa vide una delle sue più importanti trasformazioni per iniziativa di Gian Angelo III Della Porta (1690-1745), in occasione delle sue nozze nel 1711 con Isabella, figlia del conte Giorgio Giulini, antenato del noto storico milanese. Grazie all'architetto Antonio Maria Porani, egli volle impostare l'asse principale del giardino parallelamente alla facciata interna della dimora (contravvenendo così alle classiche norme secondo le quali l'asse principale doveva essere in asse con i saloni principali della villa, dividendo in due parti simmetriche il giardino stesso).

Al XVIII secolo risalgono invece ulteriori interventi di riqualificazione che aggiungono l'imponente giardino all'italiana con scale, fontane, giochi d'acqua e un'edicola affrescata. Intorno alla villa esistono interessanti rustici, come ad esempio un monumentale torchio contenente un ciclo di affreschi rococò dipinti nella bottega del pittore (di Varese ma originario di Vacallo in linea materna) Pietro Antonio Magatti. Al medesimo periodo risale la realizzazione di una ricca fontana realizzata nel 1723, ad opera dell'architetto Pellegatta.

Dopo queste realizzazioni la famiglia Della Porta entrò in declino e nell'Ottocento la residenza venne venduta dapprima ai Carpani, poi nel 1861 ai Richini e quindi nel 1877 ai Bozzolo che ne rimasero proprietari sino al 1989, anno in cui la struttura venne donata al FAI.

La facciata di Villa Della Porta Bozzolo è semplice ed elegante, in particolare per la linearità delle forme e per le decorazioni a tinte tenui concentrate soprattutto attorno alle finestre. Addenstrandosi all'interno, la prima stanza che si incontra è l'ampia sala da ballo, con il pavimento in cemento colorato e un imponente camino in marmo, affrescata con scorci paesaggistici che creano un interessante gioco di illusioni prospettiche. Nella volta sono invece rappresentate coppie di amorini che sorreggono dei tondi contenenti figure allegoriche e fanno da cornice all'immagine centrale dell'incontro tra la Pace e la Giustizia, richiamante un salmo di Davide.

Da qui dirigendosi a sinistra si incontrano la sala del biliardo coi busti di Camillo Bozzolo, senatore del Regno, e della moglie Caterina Belfanti, un salottino dotato di un prezioso arredamento ove spiccano un'ampia specchiera settecentesca, un pianoforte impero ed un orologio da parete di manifattura piemontese.

Andando invece verso destra, superato il camerino, si accede alla sala da pranzo dotata di una volta affrescata con l'immagine di San Francesco sul carro di Elia: in questa stanza è possibile ammirare una raccolta di vasi farmaceutici e, all'interno di un'antica credenza, un servizio da tavola in ceramica riportante lo stemma del casato fondatore. Si passa quindi attraverso le cucine ed un'anticamera impreziosita da un armadio settecentesco contenente parte della raccolta libraria della villa per poi raggiungere lo studio, il locale meglio conservato nel tempo con il suo austero arredo ligneo e, alle pareti, i ritratti dei fratelli Richini che divennero proprietari della villa poco dopo la metà del XIX secolo.

Salendo lo scalone si giunge al livello superiore dell'edificio, entrando in una galleria affrescata dove all'interno di finte nicchie sono rappresentate le figure femminili simbolo delle sette Virtù con al centro l'episodio biblico di Agar e Ismaele assistiti dall'Angelo. Sulla destra si apre il salone decorato con un fregio settecentesco opera del Romagnoli e, all'interno di cornici dipinte, ritratto di alcuni membri della famiglia Della Porta. Il piano si completa poi con una serie di stanze da letto: a destra del salone si trovano in successione la "camera del letto rosso" con il suo talamo a baldacchino della fine del XVIII secolo e la splendida "camera dal letto verde", dove spicca un originale letto del Settecento con le cortine del baldacchino damascate e il paramento alla base realizzato in seta intrecciata con fili d'argento; da notare anche le poltroncine e le sedie neoclassiche che completano l'arredo. Alla sinistra del salone, si costeggia una piccola alcova per giungere poi alla "camera del baldacchino giallo" che prende il nome appunto da un letto circolare in seta damascata collocato in un ambiente arricchito anche da una solida scrivania francese e da una specchiera d'epoca. Riattraversando la galleria si possono osservare le ultime tre stanze: "la camera del letto giallo" che ospita affreschi sulla vita di Mosè e un prezioso orologio da tavolo stile impero, e un'anticamera con un fregio decorato da vicende evangeliche che conduce ad un'ulteriore alcova.

Tratto distintivo della villa è sicuramente il ricchissimo giardino esterno, caratterizzato da un significativo patrimonio di piante e fiori, da edifici rustici che rimandano ad un passato in cui l'edificio era punto di riferimento dell'attività agricola della zona e da elementi monumentali che lo rendono una vera e propria "architettura dell'ambiente".

Varcato l'ingresso e superate le scuderie, ci si imbatte in una serie di strutture che erano adibite a scopi pratici: la ghiacciaia dove venivano conservati gli alimenti, il cinquecentesco monumentale torchio in legno (il più grande nel suo genere di tutta la Lombardia), utilizzato per la spremitura delle vinacce, la macina sfruttata per la produzione di olio, la vecchia filanda e la cantina, dove sono ancora conservate antiche botti.

Tutto questo fa da preludio allo stupefacente giardino barocco che si articola con scelta insolita, lungo un asse principale parallelo alla facciata dell'edificio, che risale la vicina collina attraverso quattro terrazzamenti ornati da balaustre e statue in pietra di Viggiù e collegati da un'elegante scalinata dello stesso materiale che raggiunge il cosiddetto "teatro", una vasta e scenografica area verde punteggiata da cipressi e impreziosita da un fontanile. Da qui è possibile proseguire lungo un sentiero sterrato che si inoltra nel bosco fino a raggiungere il vicino belvedere, dove godere della splendida vista sulla Valcuvia e le alture limitrofe e ammirare la chiesetta di San Bernardino, risalente al XV secolo. Partendo invece sempre dal parterre principale di fronte alla villa e superando una cancellata d'ingresso sulla quale spiccano le statue delle Quattro Stagioni, si giunge al "giardino segreto", uno spazio più raccolto e meditativo con un viale alberato che conduce ad un'edicola che racchiude un affresco raffigurante Apollo e le Muse. Dal punto di vista floreale il parco si presenta, in particolare da fine febbraio in poi, come una variopinta tavolozza di colori grazie soprattutto a roseti, ortensie ed una grandissima varietà di crocus.



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sabato 28 marzo 2015

LUGANA DI SIRMIONE

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A sud della penisola di Sirmione, in un territorio oggi densamente urbanizzato, si estendeva l'antica selva Lugana o Ligana o Lucana o Litana. A causa della sua posizione strategica, essa fu teatro di numerosi fatti d'armi, tra i quali lo scontro tra Costantino e Massenzio nel 312 d. C. Forse proprio qui nella selva, in un luogo imprecisato, il papa Leone Magno nel 452 d. C. avrebbe convinto Attila, condottiero degli Unni, a ritornare al nord. I toponimi presenti in questa zona, quali san Benedetto, san Vigilio e san Martino, ricordano l'opera di bonifica agraria svolta anche qui dai monaci. La selva era però quasi sparita all'inizio del XVI secolo, poichè fu colonizzata e sfruttata come terreno agricolo. I terreni argillosi delle zone ancora coltivate producono il celebre vino Lugana.
Nel territorio che faceva parte dell'antica selva Lugana sorgono ora due centri fittamente abitati che costituiscono due frazioni di Sirmione: Lugana e Colombare. Lugana è un insediamento che si raccoglie in particolare intorno alla chiesa, sorta tra il 1910 e il 1912, ma si estende sul territorio sino a comprendere il borgo di Rovizza, l'antica tenuta dei conti Rovizzi. La chiesetta dedicata a sant'Orsola, un tempo cappella nobiliare, e il Monumento all'Alpino, testimonianza del sacrificio di molti Sirmionesi che militarono in questo Corpo.
La località Colombare prende il nome da un'antica cascina oggi scomparsa e consisteva, fino al secondo dopoguerra, in una distesa di campi punteggiata da poche abitazioni rurali. Negli anni Sessanta la popolazione in forte espansione volle la propria chiesa che, intitolata a san Francesco, fu inaugurata nel 1969. L'edificio, che interpreta le novità degli anni del Concilio Vaticano II, si presenta come una grande tenda a pianta circolare, costruita con pietra, cemento, rame e vetro colorato.
Nel 2012 in via XXV Aprile, all'inizio della passeggiata lungolago è stata installata "Pietra Madre: il Menhir dell’amicizia e della pace" una scultura in pietra del Maestro Giuseppe Bongiorno.

L'unico punto di interesse da visitare nella piccola e vicina frazione di Santa Maria di Lugana è la chiesa parrocchiale. Sfortunatamente le informazioni riguardo l'edificio religioso sono davvero poche. L'unica notizia certa sembra essere la data di costruzione. Pare infatti che questo luogo sacro sia stato edificato tra il 1910 e il 1913.


Il Vino Lugana viene prodotto nella zona del basso Garda, su un particolare terreno molto argilloso, residuo delle ultime glaciazioni, ossia la base di quello che era il ghiacciaio che formò il lago di Garda. Questa parte dell'area gardesana è famosa anche per i resti dell'età del bronzo, con reperti tuttora visibili che vanno dal bronzo antico al bronzo moderno. Area molto importante anche durante il periodo romano, in quanto era il passaggio naturale tra est ed ovest. Resti romani un po' in tutta l'area. Il periodo delle Signorie vede in particolare la signoria della Scala primeggiare, resti importanti a Sirmione (il castello) e a Peschiera del Garda (resti del castello e della Rocca fortificata su base romana). Periodo veneziano (1440 - 1797) (città fortificata di Peschiera del Garda e altro), periodo francese e poi regno absburgico fino al 1860 circa. L'area passa al regno d'Italia definitivamente dopo la prima guerra d'indipendenza. È controverso che da Lugana derivi il nome della tipica salsiccia fresca lombarda la luganega che altri vuole invece che derivi da Lucania.

Il Lugana è indicato come aperitivo, con la pizza, il pesce di lago, trota, persico e lavarello. Ottimo con gli antipasti. Il Lugana superiore può essere abbinato a primi piatti di pasta con sughi elaborati (4 formaggi ad esempio), con la scaloppina di vitello, con formaggi tipo robiola. Il Lugana riserva è ottimo con il formaggio alla piastra, il manzo di Rovato. Il Lugana spumante charmat è indicato come aperitivo. Quello prodotto con il metodo classico si può degustare con i casoncelli bresciani. Il Lugana vendemmia tardiva è perfetto con il gorgonzola, ma anche con la bruschetta di alici nonché con i biscotti di farina gialla (poco dolci).

Il nome della denominazione deriva dalla frazione omonima sita nel comune di Sirmione in Provincia di Brescia.

Il colore è paglierino o verdolino con tendenza al giallo leggermente dorato con l'affinamento
l'odore è delicato, gradevole e caratteristico
il sapore è fresco, morbido, armonico, con eventuale leggera percezione di legno.

Lugana superiore:
il colore è paglierino o verdolino, con tendenza al giallo dorato con l'invecchiamento
l'odore è delicato, gradevole, caratteristico
il sapore è morbido, da secco all'abboccato, armonico, corposo, con eventuale leggera percezione di legno.

Lugana riserva
colore: paglierino, con tendenza al giallo dorato con l'invecchiamento
odore: delicato, gradevole, caratteristico
sapore: secco, morbido, da secco all'abboccato, armonico, corposo, con eventuale percezione di legno.

Lugana Vendemmia Tardiva
colore: giallo dorato con tendenza all'ambrato all'invecchiamento
odore: intenso, gradevole, caratteristico
sapore: armonico, vellutato, dall'amabile al dolce, di corpo, con eventuale percezione di legno.

Lugana spumante
spuma: fine e persistente;
colore: paglierino più o meno intenso con eventuali riflessi dorati
odore: fragrante con sentore di fruttato quando è spumantizzato con il metodo Charmat; bouquet fine composto proprio della fermentazione in bottiglia quando è spumantizzato con il metodo classico
sapore: fresco, sapido, fine ed armonico

La base ampelografica della denominazione Lugana è il Turbiana ovvero il Trebbiano di Lugana (appellativo locale del Trebbiano di Soave).

La revisione 2011 del disciplinare ha introdotto, oltre alle già esistenti tipologie Lugana spumante e Lugana superiore, anche le nuove versioni:

Lugana Riserva (due anni di invecchiamento, a differenza di un anno del superiore);
Lugana Vendemmia Tardiva (a differenza di un passito le uve appassiscono leggermente e naturalmente in pianta; l'affinamento è di 12 mesi).
Fin dalla nascita, la versione base del Lugana (il Lugana senza altre menzioni) è concepito per essere il vino dell'annata ovvero quello che si beve già a partire da pochi mesi l'ultima vendemmia.

Mentre quasi tutte le interpretazioni del Lugana base giocano sulla freschezza e immediatezza, il Lugana superiore ha doti di grande vino bianco morbido, minerale, agrumato e persistente. Il riserva è "cremoso", con netti ricordi di tostature e finale sapido. Lo spumante charmat è solitamente semplice ma assai piacevole, mentre le migliori versioni di quello a metodo classico spesso non hanno niente da invidiare al "cugino" Franciacorta. Il vendemmia tardiva, nonostante la sua componente alcolica e la consistenza, è davvero una perla in fatto di aromaticità unita a facilità di beva. Un vino che può ricordare alcuni Alsace Pinot gris Vendage Tardive.

Il Lugana, grazie alla naturale alta acidità del Turbiana unita alla mineralità del Terroir del basso Garda, è un vino bianco con ottime doti di invecchiamento.



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giovedì 5 marzo 2015

SAN MARTINO

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Martino di Tours, in latino Martinus (Sabaria, 316 o 317 – Candes-Saint-Martin, 8 novembre 397), è stato un vescovo e confessore francese, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da quella copta. È uno tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa. Era nativo di Sabaria Sicca (l'odierna Szombathely), in Pannonia (oggi Ungheria). La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.

È uno dei fondatori del monachesimo in Occidente.

Martino nacque in un avamposto dell'Impero Romano alle frontiere con la Pannonia, l'odierna pianura ungherese. Il padre, tribuno militare della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre aveva ricevuto un podere in quanto ormai veterano, ed in quella città trascorse l'infanzia. A dieci anni fuggì di casa per due giorni che trascorse in una chiesa (probabilmente a Pavia). Nel 331 un editto imperiale obbligò tutti i figli di veterani ad arruolarsi nell'esercito romano. Venne reclutato nelle Scholae imperiali, corpo scelto di 5000 unità perfettamente equipaggiate: disponeva quindi di un cavallo e di uno schiavo. Venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens, nei pressi del confine, e lì passò la maggior parte della sua vita da soldato. Faceva parte, all'interno della guardia imperiale, di truppe non combattenti che garantivano l'ordine pubblico, la protezione della posta imperiale, il trasferimento dei prigionieri o la sicurezza di personaggi importanti.

In quanto circitor eseguiva la ronda di notte e l'ispezione dei posti di guardia, nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una di queste ronde avvenne l'episodio che gli cambiò la vita (e che ancora oggi è quello più ricordato e più usato dall'iconografia). Nel rigido inverno del 335 Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare (la clamide bianca della guardia imperiale) e lo condivise con il mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

In Italia il culto del Santo è legato alla cosiddetta estate di san Martino la quale si manifesta, in senso meteorologico, all'inizio di novembre e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari.

In molte regioni d'Italia l'11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (da qui il proverbio "A San Martino ogni mosto diventa vino") ed è un'occasione di ritrovo e festeggiamenti nei quali si brinda, appunto, stappando il vino appena maturato e accompagnato da castagne o caldarroste. Sebbene non sia praticata una celebrazione religiosa a tutti gli effetti (salvo nei paesi dove san Martino è protettore), la festa di San Martino risulta comunque particolarmente sentita dalla popolazione locale.

Nel nord Italia, specialmente nelle aree agricole, fino a non molti anni fa tutti i contratti (di lavoro ma anche di affitto, mezzadria, ecc) avevano inizio (e fine) l'11 novembre, data scelta in quanto i lavori nei campi erano già terminati senza però che fosse già arrivato l'inverno. Per questo, scaduti i contratti, chi aveva una casa in uso la doveva lasciare libera proprio l'11 novembre e non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all'altro, facendo "San Martino", nome popolare, proprio per questo motivo, del trasloco. Ancora oggi in molti dialetti e modi di dire del nord "fare San Martino" mantiene il significato di traslocare.


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martedì 3 marzo 2015

4 MARZO

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4 Marzo 1943

Lucio Dalla

Dice che era un bell'uomo
e veniva, veniva dal mare...
parlava un'altra lingua...
però sapeva amare;

e quel giorno lui prese mia madre
sopra un bel prato..
l'ora più dolce
prima di essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza,
la stanza sul porto,
con l'unico vestito
ogni giorno più corto,

e benché non sapesse il nome
e neppure il paese
m'aspetto' come un dono d'amore
fino dal primo mese.

Compiva sedici anni quel giorno
la mia mamma,
le strofe di taverna
le cantò a ninna nanna!

e stringendomi al petto che sapeva
sapeva di mare
giocava a far la donna
col bimbo da fasciare.

E forse fu per gioco,
o forse per amore
che mi volle chiamare
come nostro signore.

Della sua breve vita, il ricordo,
il ricordo più grosso
e' tutto in questo nome
che io mi porto addosso.

E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesù bambino.

E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesù bambino.


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lunedì 2 febbraio 2015

CANDELORA - Detti popolari -




Per la santa Candelora se nevica o se plora dell'inverno siamo fora, è un antico proverbio popolare, riferito al rituale della Candelora, introdotto dal patriarca di Roma Gelasio intorno all'anno 474 d.C., in sostituzione della cerimonia pagana dei Lupercali, dalla quale ha assunto qualche ispirazione procedurale.

Il proverbio è legato anche al clima e allo scorrere delle stagioni.
« Per la santa Candelora
se nevica o se plora
dell'inverno siamo fora;
ma se l'è sole o solicello
siamo sempre a mezzo inverno »
La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione con l'usanza di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione.
I ceri vengono conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere riutilizzati, come accadeva in passato, per ingraziarsi le divinità pagane, durante calamità meteorologiche, oppure nell'assistenza di una persona gravemente malata, o nel caso di epidemie, o nell'attesa del ritorno di qualcuno momentaneamente assente, o infine, come accade attualmente, in segno di devozione cristiana.

Anticamente, i seguaci dei riti magici, nel giorno della Candelora verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell'interessato in una bacinella d'acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell'individuo. A questo punto, secondo i seguaci della magia, se le gocce restavano intere e collocate nel centro della baccinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi invece si.

Candelora e il clima.
La Candelora e la vernata
« Delle cere la giornata
ti dimostra la vernata,
se vedrai pioggia minuta
la vernata fia compiuta,
ma se vedi sole chiaro
marzo fia come gennaro. »
La giornata delle Cere è il 2 febbraio, la festa della Candelora e della "Purificazione".

La Candelora e il vino.
« Se per la Candelora il tempo è bello
molto più vino avremo che vinello. »
Il 2 febbraio è uno di quei giorni, dispiegati nel calendario, utili, in base alle credenze popolari, per trarre auspici per il futuro, per predire l'esito dei raccolti. In fondo, da un punto di vista tecnico-agricolo, è effettivamente importante che, in certe fasi dello sviluppo del grano e della vite, le condizioni meteorologiche siano favorevoli.

La Candelora, la pioggia e la neve.
« Se nevica per la Candelora
sette volte la neve svola. »
« Se piôv par Zariôla
quaranta dè l'inveran in z'arnôva. »
(dialettale romagnolo)
("Se piove per la Candelora si rinnovano quaranta giorni d'inverno"). In questo caso, il proverbio romagnolo vuole evidenziare come la giornata della Candelora si trovi a metà strada tra il Natale e la metà di marzo, quindi non è impossibile che altri quaranta giorni di cattivo tempo possano trascorrere prima degli attesi spiragli primaverili.

La Candelora, la pioggia ed il vento.
« Da la Madona Candeòra
de l'inverno semo fora;
ma se xe piova e vento,
de l'inverno semo drento. »
(dialettale veneto)
("Dalla festa della Madonna della Candelora siamo fuori dall'inverno; ma se piove o c'è vento, siamo ancora in inverno.")

« Col dì de'a Candeòra
de l'inverno semo fora;
ma se piove o tira vento,
de l'inverno semo ancora 'rento. »
(dialettale veneto)
("Col giorno della Candelora dall'inverno siamo fuori; ma se piove o c'è vento, siamo ancora dentro l'inverno.")

« Pella 'Andelora
se pioe o se gragnola
dell'inverno semo fora;
ma se sole o solicello
semo ancor in mezzo a i'verno. »
(dialettale toscano)
("Per la Candelora, se piove o se grandina, siamo usciti dall'inverno; ma se c'è il sole più o meno sereno, siamo ancora in mezzo all'inverno")

La Candelora e le uova.
« De la Candelora
ogni aceddu fa la cova »
(dialettale salentino)
("Dalla Candelora ogni uccello fa le cova"). In questo caso il proverbio ci proietta verso Pasqua.

« Da Candalora, cu on avi carni
s'impigna a figghjiola »
(dialettale calabrese)
Questa è invece una versione calabrese riguardo alla Candelora.

La Candelora, l'orso e la terra.
« Se l'ors a la Siriola la paia al fa soà
ant l'invern tornom a antrà »
(dialettale piemontese)
("Se l'orso alla Candelora fa saltare la paglia (il giaciglio) si rientra nell'inverno"). In altre regioni, viene utilizzato il lupo o il leone come protagonista simbolico di questo proverbio che esplora le dinamiche interne della terra, che proprio nel momento di maggior gelido, ricominciano a risvegliare gli elementi assopiti, e quindi al di sotto di una superficie brulla corrisponde una vita intensa.
Non è un caso se il termine febbraio derivi dal latino februus ("purificante"), associato al periodo annuale di purificazione e quindi di rinascita della natura e dello spirito.

Questa invece è una versione napoletana riguardo alla Candelora.

A Cannelora Vierno è fora! Risponne San Biase: Vierno mo' trase! dice a vecchia dint' a tana: ...nce vo' 'nata quarantana! cant' o monaco dint' o refettorio: tann' è estate quann' è Sant'Antonio!

(Alla Candelora l'inverno è finito! Risponde San Biase " L'inverno ora inizia!" . Dice la vecchia dentro la tana " Ne mancano ancora 40". Canta il monaco dal refettorio " L'estate arriva quando viene Sant'Antonio"). Ovviamente si riferisce a S. Antonio da Padova che ricorre il 13 giugno e non a S. Antonio abate che ricorre il 17 gennaio.

Se p'a Cannelore ne chòve 'u virne se ne more ( se nella Candelora non piove/ l'inverno muore ) Dialetto Pugliese.

A Cannelore, a vernate esce fore. Respunnija a vecchija arraggiate: nun è sciuta a vernate se nun arrive 'a 'Nnunziate, e se vuje esse chiù secure, quanne calane i meteture

(Alla Candelora l'inverno esce fuori.Rispose la vecchia arrabbiata: non è uscito l'inverno se non arriva l'Annunziata (25 marzo) e se vuoi essere più sicuro, quando calano le metiture (estate)..

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