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martedì 2 giugno 2015

PERSONE DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE : HENRY DUNANT

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Jean Henri Dunant, più noto come Henry Dunant (Ginevra, 8 maggio 1828 – Heiden, 30 ottobre 1910), è stato un umanista, imprenditore e filantropo svizzero. Premio Nobel per la pace nel 1901 per aver fondato la Croce Rossa di cui erano già da alcuni decenni membri attivi molti paesi di tutto il mondo, tra cui anche l'Impero ottomano.

Dunant, discendente da una fervente famiglia calvinista con grande influenza nella società ginevrina, nacque a Ginevra l'8 maggio 1828; fu educato ai valori dell'aiuto nel sociale: il padre era attivo nell'aiuto di orfani, mentre la madre lavorò con i malati e i poveri.

Dunant crebbe durante il periodo di risveglio religioso chiamato appunto Risveglio, movimento di ritorno alla pura dottrina della Riforma. Circa vent'anni dopo scrisse un libretto di adulazione su Napoleone III, l'unico che poteva risollevarlo dai suoi problemi finanziari, adulato come colui che aveva ristabilito il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.

La madre, come in tutte le famiglie della nuova Chiesa risvegliata, ebbe una sua cerchia di famiglie in difficoltà, che visitava portando il conforto della parola e modesti contributi finanziari. Nelle sue visite, Nancy portò con sé il figlio Henry, che imparò, dalla pratica della madre, l'amore per il prossimo ed il dono di sé, valori che terrà a mente per tutta la sua vita e nelle sue innumerevoli opere umanitarie.

La sua formazione adolescenziale non fu brillante: iscritto al college a dieci anni, a dodici ripeterà la classe e più tardi non terminerà gli studi. La materia in cui si esprimeva pienamente era la religione, cui lo spingeva la sua formazione familiare e comunitaria. Il suo ulteriore bagaglio culturale si basò su letture personali da autodidatta, che gli consentirono in seguito di entrare in numerose società geografiche. Henry eccelse soprattutto nell'azione: seguendo la tradizione calvinista della sua famiglia, aderì formalmente al movimento evangelico all'età di 18 anni e si dedicò al tema dell'abolizione della schiavitù. Prima dei venti anni fu membro della Societè D'Aumònes, che gestiva opere di carità. In quegli anni faceva visita alle case di infelici caduti in miseria. La domenica pomeriggio si recava dai detenuti della prigione dell'Eveché, presentando loro, nella cappella del carcere, conversazioni scientifiche, racconti d'avventura e viaggi e soprattutto la Bibbia.

Dunant ripose grande fiducia in quei carcerati, da cui venne considerato una persona di buon cuore, distinguendosi per la sua grande capacità di coinvolgere e organizzare coloro con cui veniva a contatto. Nell'estate del 1847 fece una gita di alcuni giorni nelle Alpi in compagnia di due amici, tra escursioni e letture evangeliche; continuarono a vedersi una volta a settimana a casa dell'uno o dell'altro per leggere la Bibbia o pregare. Nella Riunione del Giovedì chiamò altri invitati, troppi per riunirsi nelle case private, così nell'autunno del 1851, nacque un'organizzazione ben strutturata chiamata l'Union Chretienne de Genève, di cui Dunant divenne il segretario. In quegli anni erano nate in Inghilterra le Young Men's Christian Association, poi in Francia le Union Chretienne de Jeunes Gens ed infine in Italia le Associazioni Cristiane dei Giovani. La sezione svizzera fu costituita nel 1852 e Dunant ne fu il segretario sino al 1860.

Nel 1855, dopo aver raggiunto la vetta della sua impresa giovanile, la sua fede risvegliata sembrò avere una flessione. Forse i due viaggi in Algeria dirottarono i suoi interessi e Max Perrot, primo presidente dell'UCJC, scrisse di lui che, sebbene fosse una gran brava persona, stava subendo una pericolosa involuzione, anche se in passato era stato un animatore instancabile.

Per la Compagnie genevoise des colonies suisses, che ha ricevuto dal governo francese un terreno a Sétif in Algeria, Dunant compie viaggi in Algeria, Tunisia e Sicilia. Nel 1858 pubblica il suo primo libro ispirato alle sue esperienze di viaggio, le Notice sur la Régence de Tunis; il libro gli permette l'accesso a numerose società scientifiche.

Nel 1856 fonda una società coloniale che due anni più tardi, dopo aver ottenuto una concessione di terreno in Algeria, diventa la Société financière et industrielle des moulins de Mons-Djémila à Saint-Arnaud (l'attuale El Eulma). In collaborazione con il suo socio Henry Nick ottiene l'autorizzazione a costruire un primo mulino. Dei dieci villaggi da costruire ne viene realizzato solo uno ed i coloni immigrati, vivono in condizione sanitarie insostenibili, tali da esporli a epidemie di colera e di tifo.

D'altra parte si sviluppa una rete di speculazioni all'ombra dell'organizzazione ginevrina e Dunant si mostra molto imprudente:installa il più moderno mulino alla cascata sul torrente Deheb, spende parecchio per la costruzione di una strada di accesso ed aspetta la concessione francese per risanare il suo investimento. La coessione si rivela però di soli sette ettari, insufficiente ad ammortizzare le spese. Dunant si ritrova così più che mai a mal partito, non solo perché non sono in vista nuove concessioni, ma anche perché le perdite sono ormai rilevanti. Tenta di costruire una società per azioni che possa contenere l'impresa originaria assorbendone i debiti e coglie nel 1858 la possibilità di cambiare cittadinanza; Dunant non ha vantaggi immediati di questo suo cambio, ma decide di rivolgersi a Parigi direttamente a Napoleone III per sollecitare le concessioni di cui la sua società ha bisogno per sopravvivere.

L'imperatore, impegnato nella guerra franco-austriaca, è partito per l'Italia, dove Dunant comincerà a inseguirlo tra le battaglie che si svolgono nella Pianura padana.
Il Dunant arriva così a Solferino il 24 giugno del 1859, immediatamente prima di quella che fu una delle battaglie più sanguinose che l’Europa abbia mai vissuto.
Il Dunant rimane sconvolto dalle condizioni in cui versano i feriti, abbandonati a loro stessi e ricorrere alla buona volontà della popolazione per organizzare un servizio di assistenza sanitaria ai feriti.
Dopo la battaglia il Dunant torna a Ginevra, trasferisce tutta la sua amarezza, le emozioni, l’angoscia e l’impotenza provate durante quella strage in un libro, “Souvenir de Solferino”, che pubblica nel 1862, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica per la realizzazione del progetto che ha maturato dopo l’esperienza vissuta a Solferino: creare una Società di soccorso volontario in ogni Stato, con il compito di organizzare ed addestrare squadre per assicurare l’assistenza dei feriti in guerra. Propone inoltre che i feriti ed il personale sanitario vengano ritenuti neutrali dalle Parti belligeranti e che siano identificati e protetti da un segno distintivo comune.
Nel 1862 il Dunant aderisce alla “Società ginevrina di Utilità Pubblica”
Il 26 ottobre 1863, unitamente ai membri del cd. “Comitato dei 5” organizza a Ginevra una Conferenza Internazionale ch porta, il 29 ottobre dello stesso anno, alla firma dell’atto di nascita della Croce Rossa, dieci risoluzioni che contenute definiscono ruolo, funzioni e mezzi delle associazioni volontarie di soccorso.
Successivamnete gli affari del Dunant precipitano ed è ridotto al fallimento e viene escluso dal movimento. Il Dunant si trasferisce a Parigi dove è costretto a vivere in condizioni di estrema povertà, ma le sue condizioni economiche non gli impediscono però di portare avanti gli obiettivi per i quali tanto ha lottato, partecipando a diverse conferenze in Inghilterra.
Nel 1877 il Dunant si ritira a Heiden (piccolo villaggio a sud del lago di Costanza) nel cantone di Appenzell dove nel 1895 un giornalista riconoscerà in lui il fondatore della Croce Rossa. Grazie a questo incontro il Dunant sarà onorato pubblicamente ed ufficialmente tanto che nel 1901 gli verrà riconosciuto il premio Nobel per la Pace.
Il 30 ottobre 1910 il Dunant muore ed ora riposa nel cimitero di Zurigo.





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mercoledì 8 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : SOLFERINO

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Solferino è un comune italiano di 2.579 abitanti della provincia di Mantova in Lombardia.

È situato nella pianura padana, sui colli morenici del Lago di Garda, nell'Alto Mantovano al confine con la provincia di Brescia.

È particolarmente conosciuto per la battaglia (24 giugno 1859) che ne prese il nome, combattuta fra l'esercito austriaco e quello franco-sardo come atto finale e conclusivo della seconda guerra d'indipendenza. La battaglia si concluse a Solferino con la presa della Rocca, più conosciuta come la "Spia d'Italia" per la sua posizione dominante.

E’ questo l’anfiteatro morenico del Garda, originato nel Quaternario, dal ghiacciaio Retico che nelle sue fasi di ritiro lasciò lungo i suoi bordi i detriti che nel corso dei millenni aveva asportato alle Alpi.

In questo verde scenario di dolci colline, coltivate a vite, qua e là interrotto dalle macchie azzurre delle torbiere, si erge la medievale rocca di Solferino, simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana.

I primi insediamenti umani nella zone di Solferino si fanno risalire al III millennio A.C.; lo testimonia il tipo di reperti portati alla luce, in località Barche di Solferino, ove fu ritrovata una palafitta ed interessante materiale in pietra, legno, osso. Dopo queste testimonianze, si può solo supporre un’eventuale occupazione etrusca, seguita nel V secolo A.C. dall’invasione di popolazioni celtiche (Galli Cenomani) e provata dal rinvenimento nei comuni limitrofi di necropoli e tombe. A loro volta, ai Galli, seguirono i Romani, che lasciarono a testimonianza alcuni resti di una strada in località Pozzo Catena. Dopo di ché, come buona parte della penisola, Solferino subì i saccheggi delle popolazioni barbariche.
Passato il periodo medievale e dei Comuni senza particolare storia, fu la volta del dominio dei Gonzaga, che sotto la guida di Orazio (1547-1587), riedificarono il castello e successivamente, con Cristierno (1580-1630), restaurarono la rocca.

Caduti i Gonzaga, Solferino fu direttamente interessata dalla battaglia di Castiglione (1796) che vide contrapporsi gli stessi due eserciti che sessantatré anni più tardi diedero luogo alla battaglia di Solferino, episodio decisivo, con quello di San Martino, della II guerra d’Indipendenza.

Visitare i luoghi compresi nell’ anfiteatro morenico del Garda è bello; farlo camminando, in bicicletta o a cavallo è ancora meglio.
Ci si immerge in un territorio unico nel suo genere, caratterizzato da dolci colline segnate a tramontana da strette strisce di boschi di roverella, di cerro, di carpino nero, a volte sormontate da un gruppo di cipressi, introdotti in epoca romana

Ci si riposa dopo una salita ammirando il panorama colorato da campi di mais, soia ed orzo ed interrotto nelle valli, da piccoli laghetti ove l’acqua ristagna trattenuta dai più profondi strati argillosi.

Il Museo Storico allestito nel 1931 dalla Società Solferino e San Martino e situato ai margini del parco dell’Ossario, è custode non solo di numerosi cimeli, armamenti e ricordi degli eserciti francese ed austriaco che qui combatterono nel 1859, ma anche di parte della storia italiana dal 1796 al 1870.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.

Immersa nel verde del parco, alla sommità di Solferino (m.206 s.l.m.), si erge la poderosa torre quadrata detta, durante il Risorgimento, Spia d’Italia per la sua posizione strategica rivolta al confine del veneto, allora austriaco.
La costruzione, eretta nel 1022, alta 23 metri, contiene al piano terra i busti dei generali francesi Auger e Dieu, caduti nella battaglia; nelle vetrine laterali e centrali, oltre a cimeli ed armi, sono esposti documenti relativi alla storia della Rocca ed alla Zecca dei Gonzaga di Solferino.
Una comoda rampa in legno porta alla Sala dei Sovrani (ritratti di Napoleone III e V.Emanuele II) e più in alto, alla terrazza panoramica dove grazie a tavole di orientamento, si possono riconoscere, quando la visibilità lo consente, i campanili e le torri di luoghi situati a parecchie decine di chilometri.

Attraverso un viale di cipressi, detto di San Luigi Gonzaga, si arriva al Memoriale della Croce Rossa, eretto nel 1959, in ricordo del premio Nobel per la pace Jean Henry Dunant (1828-1910), che dal pietoso spettacolo seguito alla battaglia di Solferino, trasse l’idea della Croce Rossa.
Sul lato destro, il monumento è composto dai marmi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

Piazza castello sicuramente una delle più belle piazze del mantovano, è l’area su cui sorgeva l’antico castello, eretto nel sec. XI e sostanzialmente modificato dal principe Orazio Gonzaga nel XVI secolo, che lo trasformò nella propria residenza.
Vi si accede passando sotto un arco (un tempo sormontato da una torre con ponte levatoio); di forma rettangolare, cinta ancora in parte da mura merlate, la piazza è chiusa a destra da una cortina di case, mentre a sinistra, una bassa muraglia permette di godere dell’ampio panorama che arriva, nebbia permettendo, sino oltre il lago di Garda.
Del vecchio castello sono rimaste, sopravvissute al tempo. ma soprattutto alle battaglie del 1796 e 1859, la Torre di Guardia, con la caratteristica cupola ogivale di gusto orientaleggiante, sede di numerose esposizioni durante il periodo estivo, e la Chiesa di San Nicola, al centro, che ha subito negli anni radicali trasformazioni.
E’ in questa piazza che tutti gli anni, durante le manifestazioni commemorative della battaglia, si svolge il tradizionale concerto all’aperto.


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sabato 28 marzo 2015

SIRMIONE

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Sirmione è un piccolo gioiello sospeso in mezzo al basso lago di Garda.

Sirmione è posta lungo la penisola omonima che si protende all'interno del lago di Garda per circa quattro chilometri e che divide in due parti la riva lacuale meridionale. Parte del territorio comunale si estende ad est rispetto alla penisola per includere quella di Punta Grò.

L'entroterra si estende in direzione delle colline moreniche che cingono la parte meridionale del lago stesso e comprende una parte della zona di produzione del Lugana.

Il comune confina a sud-est con Peschiera del Garda e a sud-ovest con Desenzano del Garda. La sezione sul lago confina ad est con Lazise e Castelnuovo del Garda e a nord con Padenghe sul Garda.

Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa).

L'origine del nome in base al toponimo, Mazza (1986) riporta due tesi:
dal greco syrma, quindi coda o strascico;
dal gallico sirm, albergo od ospizio, ed one, acquatico.

Sono state rinvenute tracce di antropizzazione risalenti al neolitico e Sirmione fu centro urbano rilevante in epoca romana. La via Gallica seguiva la sponda meridionale del lago tagliando poi per l'istmo della penisola sirmionese. Vi sorse dunque la Sermione Mansio menzionata nell'Itinerarium Antonini.

Secondo un'ipotesi di Elisabetta Roffia, la mansio non solo corrisponderebbe a una trattoria del luogo, documentata come "Osteria" o "Bettola" fin dal XV secolo, ma anche alla Mansio ad Flexum riportata nell'Itinerarium Burdigalense.

Gaio Valerio Catullo menzionò Sirmio fra i luoghi in cui soggiornò. Tradizionalmente, a partire da Marin Sanudo il giovane, i resti della villa romana sirmionese sono a lui attribuiti, ma non c'è alcuna certezza in merito. Le parti più antiche della villa risalgono al I secolo a.C. con estensioni nel secolo seguente.

Nel III secolo, per l'Orti Manara, la Lugana di Sirmione fu teatro di diversi scontri. Nel 249, fra gli eserciti di Decio Traiano e Filippo l'Arabo, mentre nel 268 vi fu la Battaglia del lago Benaco fra l'imperatore Claudio il Gotico e la federazione degli Alamanni. Nel 312, il primo scontro tra le truppe di Costantino I e quelle di Massenzio, preludio della Battaglia di Verona, avvenne nei pressi di Sirmione.

Sempre secondo l'Orti Manara, nel 463 Ritmiro, capitano dell'imperatore Libio Severo, sconfisse gli Alani nei terreni della Lugana

Nella prima metà dell'VIII secolo, Sirmione fu possedimento del longobardo Cunimondo. Nel 762 questi entrò in contrasto con un cortigiano della regina Ansa, moglie di Desiderio, uccidendolo in seguito ad una rissa. Fu di conseguenza privato dei suoi beni e imprigionato. Le proprietà del signore decaduto furono assegnate al Monastero di san Salvatore, fondato in quegli anni dai monarchi longobardi.

La regina Ansa costituì una succursale del monastero, restaurando la mansio romana e costruendo la basilica di san Salvatore in Cortine. Nella stessa epoca sorsero anche la prima chiesa di san Pietro in Mavino e la chiesa di san Martino in castro Sermioni ovvero situata all'interno del castrum romano.

Carlo Magno con un diploma del 16 luglio 774 cedette l'isola, il castrum e il monasteriolo di san Salvatore al monastero francese di san Martino di Tours a favore degli abiti dei monaci (in latino, causa vestimentorum). Tuttavia, dopo pochi anni, le proprietà tornarono al Monastero bresciano insieme con tutte le pertinenze, come il porto, le chiese della penisola e le rendite fondiarie dei dintorni. L'Imperatore Carlo il Grosso diede al Monastero la pescheria.

Nei secoli successivi il dominio del monastero di san Salvatore presso Sirmione andò attenuandosi. Nel 1158 è attestato un dominio, almeno nominale, da parte imperiale: Federico Barbarossa concesse ampia autonomia nell'ambito di una soggezione diretta al potere dell'Imperatore.

Nel 1197, il podestà sirmionese giurò fedeltà al comune di Verona, legando con quest'atto la cittadina gardesana alla città sull'Adige.

Nel XIII secolo sia Federico II, nel 1220, sia Corradino di Svevia, nel 1267, confermarono ed estesero i privilegi fiscali e le concessioni rilasciate al Comune. I medesimi atti furono compiuti dagli Scaligeri dopo che ebbero ottenuto il giuspatronato sul castrum.

La presenza di una comunità di patarini, eretici secondo la Chiesa Cattolica, spinse all'azione gli Scaligeri, che pochi anni prima avevano assunto la signoria veronese. Nel 1276, Mastino della Scala ottenne dal Consiglio di Verona la possibilità di istituire due compagnie di soldati per combattere i patarini sirmionesi. Il controllo delle stesse fu affidato ad un fratello di Mastino, Alberto, che assediò la cittadina gardesana e dopo poco tempo imprigionò diversi eretici. Due anni dopo, coloro che non si erano pentiti furono bruciati sul rogo a Verona.

Secondo Mazza (1986), il Castello Scaligero fu completato durante la signoria di Cangrande I e probabilmente fu costruito sui resti del castrum romano nel punto più stretto della penisola.

Nel 1378, Sirmione fu conquistata da Gian Galeazzo Visconti, che rinnovò i privilegi feudali del Comune sirmionese. Agli inizi del XV secolo fu occupata da Francesco Novello da Carrara, a quel tempo signore di Verona, per poi passare, nel 1405, sotto il controllo della repubblica di Venezia.

Sotto la Serenissima, Sirmione rimase legata al distretto veronese. Durante la riorganizzazione delle fortificazioni del Basso Garda, il fortilizio perse di importanza a vantaggio della vicina Peschiera. Rimase comunque avamposto militare come dimostra la costruzione della chiesetta di Sant'Anna, all'interno del castello, per il servizio religioso della guarnigione.

Nel corso del XV secolo fu edificata la chiesa di santa Maria Maggiore, sopra i resti di quella di san Martino in Castro. Nel XVII secolo, il nobile Francesco Rovizzi edificò una dimora e la chiesetta dedicata a sant'Orsola presso la località in seguito nota come Rovizza.

Nel corso del 1797, Sirmione fu dapprima occupata dalle forze francesi e, in seguito alla caduta della Repubblica di Venezia (16 maggio), fu sottoposta al controllo formale della Municipalità provvisoria veneta.

Il trattato di Campoformio stabilì che tutta la sponda meridionale del Garda passasse alla Repubblica cisalpina. Il 3 novembre fu istituito il dipartimento del Benaco comprendente anche Sirmione. Solo il 1º marzo dell'anno seguente fu creato il distretto, suddivisione amministrativa intermedia fra comuni e dipartimento, della penisola di Catullo all'interno del quale fu inclusa anche la municipalità sirmionese.

Dopo la soppressione del dipartimento benacense (1º settembre 1798), seguirono diverse riorganizzazioni amministrative che coinvolsero il comune di Sirmione: il 26 settembre fu associato al distretto VI di Villafranca del dipartimento del Mincio, mentre il 12 ottobre fu assegnato al distretto delle Vigne del dipartimento del Mella.

Dopo la parentesi dell'occupazione austro-russa (1799), fece seguito la riorganizzazione amministrativa della seconda repubblica cisalpina nella quale Sirmione entrò a far parte del distretto IV di Salò (maggio 1801). L'anno seguente la repubblica cisalpina cambiò denominazione in repubblica italiana.

Nel giugno 1805, con l'istituzione del napoleonico regno d'Italia, si procedette ad un nuovo riassetto amministrativo. Sirmione fu considerato di terza classe ed assegnato al cantone VII di Lonato a sua volta facente parte del distretto I di Brescia del dipartimento del Mella.

Nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna e l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto sotto l'amministrazione degli Asburgo d'Austria, Sirmione fu assegnato al distretto V di Lonato della provincia di Brescia. Nel 1853, con una revisione dell'assetto amministrativo, la cittadina entrò a far parte del distretto VIII, sempre con capoluogo Lonato.

Il 25 giugno 1859, durante la seconda guerra di indipendenza italiana, Sirmione fu occupata dalle truppe franco-piemontesi, vittoriose sull'esercito austriaco dopo la battaglia di Solferino e San Martino. Nello stesso tempo, parte dei feriti fu accolta presso la cascina Todeschini, a Colombare.

L'esito della seconda guerra di indipendenza conseguì il passaggio del comune sirmionese, come buona parte del territorio della Lombardia e della riva destra del Mincio, al regno di Sardegna (dal 1861 Regno d'Italia). Con il Decreto Rattazzi fu assegnato al mandamento X di Lonato appartenente al circondario I di Brescia della nuova provincia di Brescia. Fino al 1866, in cui a seguito della terza guerra di indipendenza italiana il Veneto fu annesso all'Italia, il confine con il territorio sotto il dominio asburgico correva da Rovizza fino a Lugana, nei pressi del quale si trovava la dogana.

Sul finire del XIX secolo si svolsero i lavori di intubazione delle acque termali. La sorgente termale era nota già nel Cinquecento, ma la profondità dalla quale sgorgava, 19 metri sotto il livello del lago, ne aveva impedito un qualsiasi uso fino a quel momento. Grazie alla tubazione fu possibile attivare il primo stabilimento termale e procedere alle prime analisi sulle qualità dell'acqua.

Con regio decreto 20 gennaio 1930, n. 53, il comune assunse la denominazione di Sirmione, dato che in precedenza era noto come Sermione.

A Sirmione nelle sere delle bella stagione ci sono le rondini; il mattino, specie nelle aree contigue a parchi o a giardini, come quelli di alcuni Alberghi, si può sentire il canto di numerosi uccelli (numerosi soprattutto i passeri, ma anche fringuelli, pettirossi, merli). germano reale. Altri abitatori dell'habitat sirmionese sono i gabbiani, come pure varie specie di uccelli acquatici, tra cui i germani reali e i cigni, divenuti ormai una popolosa colonia.

Attualmente la fauna terrestre della regione gardesana è costituita da qualche raro esemplare di mammifero selvatico (caprioli, volpi, lepri) e da alcuni uccelli rapaci provenienti dalle montagne circostanti.

Le acque del Lago di Garda sono inoltre ricche di numerose specie ittiche; fra le più conosciute il pregiato Carpione (Salmo Carpio) trota la cui presenza sulle mense era apprezzata da personaggi storici quali l'imperatore romano Tiberio, Galeazzo Visconti, Federico III, Maria d'Austria e Giuseppe II.

Altri rappresentanti dei salmonidi sono la trota ed il salmerino. Anche il persico reale, l'anguilla, il coregone ed il luccio sono presenti nel lago. Altri pesci presenti nelle acque del bacino sono la tinca, l'alborella, il cavedano, il barbo, la carpa ed il vairone, della famiglia dei ciprinidi.

L'ittiofauna del lago comprende anche l'agone, altro endemismo del Benaco, la bottatrice, molto ricercata per la bontà delle sue carni senza lische, e il lavarello.

Due sono le piante predominanti a Sirmione: l'olivo e il cipresso, piante tipicamente mediterranee, attecchite grazie al clima tradizionalmente mite.

Altro elemento caratteristico sono i canneti, che si ritrovano in buona parte della costa non antropizzata.

La chiesa parrocchiale: S.Maria Maggiore bella e armonicamente sobria costruzione della fine del XV secolo. Contiene opere attribuite al Brusasorci (1516/67), allievo di Paolo Veronese, e ad altri artisti di età barocca, benchè il suo stile complessivo la avvicini alle semplicità di linee del romanico.
Recente il Battistero, a sinistra subito dopo l'entrata.

La chiesa di S.Pietro in Mavino è la più antica chiesa (tra quelle rimaste, almeno) del centro storico di Sirmione.

La chiesa si Sant'Anna è una piccola chiesetta; la sua costruzione è fatta risalire al XIV secolo. È stata recentemente restaurata.

S.Salvatore è ritenuta la chiesa del complesso monastico di S.Salvatore, che fiorì in età altomedioevale; ciò che ora ne resta, come evidenziato da recenti lavori di valorizzazione sono solo tre absidi. La chiesa sembra sia stata fatta costruire dalla regina Ansa nel 765-774, ricostruita poi nel sec.XI.

Il Santuario mariano del Frassino, tenuto dai frati francescani, si trova nell'entroterra di Peschiera, a circa 11 km dal centro di Sirmione.

Le Grotte di Catullo sono una meta turistica decisamente gettonata, e ne vale la pena.

Il comune è zona di produzione sia del Lugana sia dell'olio Garda bresciano DOP.

La principale industria è quella turistica: sia perché in riva al lago di Garda, sia per il sito archeologico delle Grotte di Catullo, sia per la presenza di una sorgente termale. Quest'ultima si tratta di acqua sulfurea salsobromoiodica di origine vulcanica e serve due stabilimenti: "Catullo", in prossimità delle omonime grotte, e "Virgilio", in località Colombare.
L'"Acqua di Sirmione" viene commercializzata in boccette per spray nasale.



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giovedì 5 marzo 2015

LA BATTAGLIA DI SOLFERINO

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La Battaglia di Solferino (24 giugno 1859) fu combattuta fra l'esercito austriaco e quello francese durante la seconda guerra di indipendenza italiana nel contesto della Battaglia di Solferino e San Martino, che fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 1813, avendovi partecipato complessivamente più di 230.000 soldati.

Dopo la sconfitta a Magenta, l'esercito austriaco si ritirava verso est, inseguito dall'esercito franco-piemontese. Lo stesso Francesco Giuseppe venne personalmente in Italia per prendere il comando delle truppe, rimuovendo dall'incarico il generale Gyulai, considerato colpevole della sconfitta precedente.

Il mattino del 23 giugno le armate austriache fecero dietro front per contrattaccare lungo il fiume Chiese. Allo stesso tempo Napoleone III ordinò l'avanzata delle sue truppe e così gli eserciti avversari vennero a scontrarsi in luoghi del tutto imprevisti. Mentre a nord, sui colli di San Martino, le truppe piemontesi combattevano con l'ala destra dell'esercito austriaco, l'esercito francese si scontrò a sud, più precisamente a Solferino (a metà strada fra Mantova e Brescia), con il grosso delle truppe nemiche: entrambe le parti non si aspettavano assolutamente di trovarsi di fronte l'intero esercito nemico.

La battaglia si sviluppò caoticamente lungo un fronte di 15 km, finché, nel primo pomeriggio, le truppe francesi sfondarono il centro di quelle austriache. I combattimenti proseguirono ancora nel pomeriggio inoltrato attorno a Solferino, Cavriana e Guidizzolo, sino a quando un violento temporale interruppe la lotta (iniziata alle prime luci del giorno), nei pressi di Cavriana, ma non sui colli di San Martino, ove la battaglia cessò soltanto a sera. Lo scontro fu così feroce e cruento che l'esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto in fuga, il quale riparò oltre il Mincio.

La battaglia di Solferino e San Martino fu la più lunga (dalle 12 alle 14 ore di combattimento) e la più sanguinosa combattuta per l'indipendenza e l'unità d'Italia e superò in proporzione le perdite della pur cruenta battaglia di Waterloo. Gli austriaci persero 14000 uomini e 8000 vennero presi prigionieri, i franco-piemontesi 15000 e 2000 prigionieri; questa carneficina sembra aver indotto Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca, con questo atto concludendo di fatto la seconda guerra d'indipendenza.

L'Austria fu costretta a cedere la Lombardia, eccetto Mantova, alla Francia che, come prevedeva l'armistizio e il successivo trattato di Pace di Zurigo, la cedette a sua volta al Regno di Sardegna. Testimone d'eccezione della battaglia fu Henry Dunant ideatore, promulgatore e primo segretario della Croce Rossa.

Assolutamente contrario all'armistizio era Cavour, che dopo un'acerrima discussione con il Re, si dimise dalla carica di presidente del Consiglio.

Lo svizzero evangelico Henry Dunant giunto il giorno della battaglia, vista la terribile carneficina e l'impotenza di fronte alla disorganizzazione con cui furono portati i soccorsi, rimase fortemente impressionato.
Agì quindi per organizzare un minimo di attività di assistenza, che venne data mediante il trasporto dei feriti presso il Duomo di Castiglione delle Stiviere e lì, con l'aiuto della popolazione, specialmente femminile, vennero prestati soccorsi a tutti, senza riguardo alla divisa indossata, avendo come riferimento il motto "Tutti Fratelli".
In seguito scrisse e pubblicò a sue spese il libro Un souvenir de Solférino e fondò la Croce Rossa Internazionale.
Per la sua attività e le sue idee venne insignito del primo Premio Nobel per la Pace, nell'anno 1901.


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