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martedì 5 maggio 2015

ISOLE DEL LAGO D' ISEO : MONTE ISOLA

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Monte Isola è un comune italiano di 1.770 abitanti della provincia di Brescia in Lombardia, che copre l'isola omonima del Lago d'Iseo. Si tratta di un comune sparso: la sede comunale si trova nella frazione di Siviano.

In Europa sono presenti isole lacustri di maggior estensione, come l'isola di Visingso nel lago svedese di Vättern (24 km²) e l'isola artificiale di Sääminginsalo, ma Montisola è la prima come altezza sul livello del mare, raggiungendo un'altitudine di 600 m s.l.m.

L'isola è raggiungibile in traghetto dalla sponda bresciana; i principali approdi sono i porti di Sulzano e Sale Marasino dai quali si raggiungono rispettivamente le frazioni di Peschiera Maraglio e Carzano. L'isola è raggiungibile anche dalla sponda bergamasca partendo da Tavernola Bergamasca con collegamenti giornalieri.

Monte Isola, l’isola più grande dei laghi europei, è una montagna verde al centro del Lago d'Iseo.
L’attuale comune si formò nel 1928 con l’unione degli antichi paesi di Peschiera Maraglio e Siviano, per decisione del governo fascista, con il nome di Comune di Siviano. L’attuale nome è stato deciso negli anni cinquanta. Il Comune di Monte Isola comprende anche le due isolette di San Paolo e di Loreto, la prima a sud, l’altra a nord.
I nuclei abitati del comune di Monte Isola sono 11, alcuni in stretta relazione con il lago, punti di collegamento con la "terraferma" come: Peschiera Maraglio, Sensole, Porto di Siviano e Carzano.
Altri sono situati lungo la fascia pianeggiante di media collina: Siviano e Menzino; alcuni verso la sommità della montagna: Olzano, Masse, Cure e Senzano. Gli abitanti risolvono i loro problemi di spostamento interno con motocicli e con un autobus a 30 posti, che svolge il servizio di trasporto e collegamento tra le frazioni dell’Isola, e verso i due principali punti di attracco dalle cinque del mattino alla mezzanotte.
A Monte Isola sono da sempre abolite le automobili; le uniche autorizzate sono adibite ad alcuni servizi importanti (ambulanza, medico, parroco, vigili, taxi). I motocicli sono un'esclusiva dei residenti; il turista può utilizzare solamente il mezzo pubblico o la bicicletta. Nella stagione turistica (da Marzo a Ottobre) è possibile noleggiare biciclette o tandem presso i due punti di noleggio situati a Peschiera e Carzano. Si può iniziare con un giro in bici, che si compie in un’ora, la conoscenza di Monte Isola. A piedi, oltre al periplo, si possono percorrere le mulattiere ed i sentieri che dal Lago portano alla cima dell' Isola dove si trova il Santuario della Madonna della Ceriola, luogo estremamente interessante, non solo sotto l'aspetto naturalistico e panoramico, ma anche artistico, per le bellezze racchiuse nella sua piccola chiesa, la più antica dell' Isola, che rappresenta un punto di riferimento per tutto il Lago. Nei percorsi verso il Santuario è essenziale fermarsi nelle antiche frazioni più in quota dell' Isola, dove si sono maggiormente conservate le caratteristiche di una millenaria cultura contadina: artistiche chiesette circondate da piccole piazze, grosse case di pietra bianca del luogo, attrezzi agricoli di legno, portici, cortili, panorami stupendi. Un' architettura rude e semplice rende le frazioni di Senzano, Cure, Masse, Olzano, Novale, "autentici centri storici" da visitare non senza un obiettivo fotografico.
A Siviano, la frazione più popolata e capoluogo dell' Isola, trovano sede il Municipio, le scuole, l'ufficio postale, gli ambulatori, la banca e due piccoli supermercati. È un paese con caratteristiche medioevali, esposto al sole dall'alba al tramonto in ogni stagione, che si trova di fronte a Tavernola Bergamasca. Siviano è raggiungibile anche via lago scendendo dal battello in località Porto di Siviano.
Peschiera Maraglio è un interessante paese di pescatori da sempre profondamente legati all'acqua.
Anche Carzano era un paese di pescatori e conserva quasi intatte le sue caratteristiche legate all'acqua, alla pesca e alla conservazione del pesce.

Gran parte dell’isola, dal livello del lago fin quasi alla sommità, è costituita da un’unica formazione geologica: il cosiddetto medolo, una serie fitta e regolare di strati calcarei biancastri. Si tratta di una roccia depositata, per precipitazione chimica, sul fondo marino. I frequenti fossili di ammoniti che essa contiene, permettono di individuare l’età di formazione nella prima parte del periodo giurassico, intorno a 180 milioni di anni fa.
In quel periodo i materiali rocciosi che oggi formano le Alpi ricoprivano il fondo di un mare profondo e caldo, esteso fra l’Africa e l’Europa centro-settentrionale: il mare della Tetide. Il medolo di Monte Isola era dunque una piccola porzione dell’immensa distesa di fanghi calcarei che si andavano depositando sul fondo marino, ed è per questo che oggi lo stesso tipo di roccia si ritrova estesamente in tutte le Prealpi bergamasche e bresciane, a oriente e occidente del lago d’Iseo. Al di sotto del medolo troviamo ovunque una roccia di aspetto più compatto, formata da potenti bancate di calcare dolomitico: nell’area bergamasca e sebina è indicata con nome di dolomia o conchodon (dal nome di un grosso bivalve che si trova fossilizzato), mentre nell’area bresciana è chiamata corna e corrisponde al notissimo marmo di Botticino.
La dolomia, il medolo e tutte le altre formazioni precedenti o successive a queste, emersero dal mare all’inizio dell’era terziaria (intorno a 70 milioni di anni fa): l’Europa centro-settentrionale e l’Africa si avvicinavano e il fondo marino interposto, con tutti i suoi sedimenti, era costretto a corrugarsi, sollevarsi, accavallarsi a grandi scaglie sovrapposte, aumentando di spessore e affiorando dal mare della Tetide con la forma di una lunga catena montuosa.
La piccola porzione di fondo marino, destinata a diventare Monte Isola, fu coinvolta nel corrugamento prodotto dalla pressione che veniva da nord a sud. I suoi strati si incurvarono in forma di sinclinale, cioè di piega concava verso l’alto (come una tegola capovolta), allungata in direzione est-ovest .Tutta la regione fu poi sollevata, ma in misura maggiore dal lato bresciano, e gli strati di Monte Isola rimasero, oltre che incurvati, anche inclinati verso la sponda bergamasca.
Questa asimmetria dell’Isola si riflette sui due versanti: ripido quello bresciano, più dolce quello verso Tavernola.
La forma definitiva di Monte Isola è stata impressa, in gran parte, dall’azione geologicamente “recente” (l’ultimo milione di anni, in piena era quaternaria) delle grandi glaciazioni, che videro quasi tutte le valli alpine (per almeno quattro volte) percorse da imponenti lingue glaciali, fino allo sbocco nella pianura padana.
Anche la Valle Camonica e il Lago d’Iseo sono stati più volte ampliati e approfonditi dal passaggio della lingua glaciale che scendeva dal Tonale e andava a sciogliersi nella Franciacorta. L’enorme spessore del ghiaccio, in lento movimento, premeva sul fondo della valle, scavando fino ad un livello addirittura inferiore a quello del mare. La massima profondità di scavo fu raggiunta nel fondovalle che separa Monte Isola da Tavernola mentre il più stretto “canale” tra l’Isola e la sponda bresciana è di 150 metri meno profondo.
Monte Isola appare quindi come una propaggine dei monti di Sale e Marone, che il ghiacciaio ha isolato. Intorno a 180 mila anni fa, l’ultima lingua glaciale cominciò a ritirarsi dalle più alte cerchie moreniche della Franciacorta e contemporaneamente la sua superficie cominciò ad abbassarsi, Monte Isola iniziò ad affiorare dalla grande fiumana di ghiaccio.

Le origini remote del Santuario della Madonna della Ceriola risalgono circa alla metà del V secolo, quando San Vigilio, Vescovo di Brescia, portò la fede nella zona del Sebino sopprimendo il culto della dea pagana Iside (da cui deriva il nome Iseo). La fede del Cristo Salvatore si divulgò ben presto e San Vigilio portò devozione anche alla  Madonna.
Pensò, infatti, di fare erigere sulla cima dell’ Isola una piccola cappella, dedicandola alla Beata Vergine Maria, come simbolo delle purificazioni dalle superstizioni pagane e simbolo della nuova luce del Cristianesimo. La piccola chiesa fu la prima parrocchia dell'isola, chiamata “Santa Maria de curis” come appare nel catalogo dei beni della diocesi di Brescia, compilato nel 1410. Inoltre fu anche la prima chiesa del lago dedicata alla Madonna. Successivamente divenne Madonna della Ceriola, probabilmente perché l' effige della Madonna (XII sec.) venne scolpita in un ceppo di cerro. E' stata intagliata seduta su di un trono, con un ampio manto, con in braccio il Bambino.
Il 14 marzo del 1580, San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, passando in visita sulle strade bresciane, mandò il suo convisitatore Don Ottavio Abbiati sull'Isola a visitare il Santuario. Di questa visita stende una relazione in cui scrive:" Santuario ampio e decente, altare unico consacrato, come pure la chiesa, pitture avariate, trittico con la statua della vergine". Dopo questa visita il rettore della parrocchia, Francesco Augustinelli, ne ordinò il restauro cambiando quasi completamente la struttura originaria. Nell' ampliamento si costruì un nuovo presbiterio che portò maggior proporzione all' insieme. Venne posta l' artistica cancellata in ferro battuto, dividendo così la zona sacra dalla zona riservata ai fedeli. Il vecchio tetto a capanna fu sostituito dalla volta a botte e vennero aperte le due cappelle laterali dove sarà collocato l' altare di San Fermo e più tardi la pala raffigurante il Transito di San Giuseppe, realizzata dall’artista bresciano Antonio Paglia nel 1763. I lavori finirono all'inizio del Seicento (come attesta la scritta sull'architrave del portale della facciata"Francesco Augustinelli presbiteris Rettoris Ope 1600").
Nel 1750 venne radicalmente mutata la facciata con la costruzione, sulla base dell'antichissimo santuario, del massiccio campanile in granito.
Fortunatamente nel 1815, un fulmine scrostò una parte di muro, all'interno della facciata est, evidenziando un affresco in perfetto stato di conservazione, che raffigurava un Cristo Ecce Homo legato con una fune ad una colonna e coronato di spine. Quest' opera è stata attribuita a Giovanni da Marone.
Nel 1836 in Lombardia si diffuse il colera, gli abitanti di Monte Isola, disperati per le numerose vittime, si rivolsero alla “loro” Madonna salendo in processione verso il Santuario dove fecero voto di consacrare quella domenica se fosse cessato quel castigo. Da quel giorno la malattia si indebolì fino a scomparire. Da allora, ancora oggi, ogni seconda domenica di luglio si festeggia la venerata Madonna del Colera, in nome della malattia sconfitta.
Il Santuario è lungo 23 metri, largo 7,5 e alto 10, composto da un unica navata e caratterizzato da una volta a botte che poggia su di un cornicione in cotto che corre lungo tutto il perimetro della chiesa, sostenuto da lesene con capitelli in stile Barocco, come il resto dei fregi e degli ornamenti che caratterizzano la volta e la cupola del presbiterio. L'altare maggiore è costruito in marmo nero e bianco e su di esso si innalza una soasa in legno del 1400. La cornice è stata aggiunta nel 1620 ed è costituita da due colonne in stile corinzio che sostengono la trabeazione e il timpano. Il trittico è composto dalla Madonna al centro e dalle statue in legno dorato dei Santi Faustino e Giovita (patroni di Siviano). Sia la Vergine che Gesù Bambino indossano una vecchia corona d'oro. La lunetta sovrastante l'altare maggiore ritrae la Nascita di Gesù, nella cupola sopra il presbiterio è raffigurata la Purificazione di Maria Vergine, mentre i tre medaglioni che ornano la navata ritraggono L'Incoronazione della Madonna, L'Assunta e L'Annunciazione. Una targa in stucco, posta sull'arco trionfale, riporta la scritta che rievoca il mistero a cui è dedicato il Santuario: "Suscepimus Deus Misericordiam Tuam In Medio Templi Tui".
Lateralmente all'altare maggiore sono situate due cappelle: a sinistra la cappella di S. Firmo, con altare in legno intagliato, risalente al 1600, mentre a destra, la cappella di San Giuseppe con la pala del Paglia. Entrando sulla sinistra si possono ammirare i resti degli affreschi della chiesa precedente, una Madonna col Bambino molto simile alla statua, ordinata probabilmente da una famiglia di cui solo in parte si possono leggere i nomi, perchè manca il resto della bellissima opera, decurtata quando venne aperta una porta per la visita vescovile. Sempre nella parte interna della facciata, sopra la porta, si trova un affresco del 1924 che rappresenta il vescovo San Vigilio, apostolo che portò fede e devozione nel Sebino. Ai lati del presbiterio vi sono due affreschi dell'artista Locatelli , raffiguranti Santa Bartolomea Capitanio, protettrice di Lovere e Sant'Angela Merici. Tra l'altare maggiore e la navata centrale è posta una cancellata in ferro battuto del 1600.
Dedicate sempre alla Madonna, sono le tavolette votive, quadri recenti ed antichi, appesi sul fondo della parete sinistra, chiamati anche "ex voto". Se ne contavano 82, alcuni datati anche 1620, ma i più numerosi sono del 1800. Simboleggiavano la devozione e la gratitudine del fedele nei confronti della Madonna. Ancora oggi c'è questa usanza, anche se al posto delle tavolette dipinte, vengono appese delle fotografie. Sono presenti anche molte preghiere dedicate alla Madonna, poesie di
Emilia Belli (poetessa del Lago d'Iseo) e canzoni in onore dell'Incoronazione della Madonna, avvenuta il 30 agosto 1924. Durante l'attesa di quel fatidico giorno, i fedeli di Monte Isola, offrirono una parte dei loro averi, fino ad arrivare al peso di un Kg d'oro, permettendo così la fusione di una splendida corona incastonata di pietre preziose per la Madonna ed una per il Bambino.
Oggi il Santuario, giuridicamente nel territorio isolano è il simbolo dell' unità civile di tutti i cittadini dell' unico comune di Monte Isola, che porta nel suo sistema proprio la figura del Santuario della Madonna della Ceriola.

Il castello che si erge sopra il golfo di Sensole, tra Peschiera e Siviano, é uno dei monumenti più caratteristici del posto. Come punto per l'erezione del castello Oldofredi fu scelto, nel XIV secolo, uno sperone roccioso rivolto sulla sponda bergamasca, di fronte a Tavernola, da dove era possibile controllare tutto il lago da nord a sud. Il castello non sorgeva nel punto più alto dell'Isola, già occupato dal Santuario della Ceriola, e non si preoccupava di controllare la sponda bresciana in quanto anche questa era sotto la giurisdizione degli Isei, poi Oldofredi, e da essa non potevano venire offese. Non si sa quando i Martinengo acquistarono la rocca, ma si può supporre che sia stato Antonio Prevosto attorno alla metà del XV secolo.
In quel secolo si può ricordare la grande rovina degli Oldofredi a causa della loro amicizia con i Visconti, con la necessità per essi di vendere, mentre al contrario i Martinengo, per i servizi resi alla Serenissima, appena piantata nel bresciano, potevano avere grandi possibilità economiche. Dopo il 1427 quando il territorio bergamasco passò sotto Venezia, la funzione difensiva della rocca venne meno e fu quindi ridotta alla funzione di palazzo. Cosi fanno supporre le cornici e le montature nelle finestre e nell'ampio portale, scolpiti in pietra di Sarnico, fino allora mai usata sull'Isola. Quest'opera è stata compiuta forse dal valoroso Girolamo o ancora prima da suo padre Antonio II. Ma in seguito, pur essendo stato modificato, l'edificio non dovette essere di grande gradimento per i signori. Questa dimora, in un isola lontana dal mondo, senza terreni adiacenti e lontana anche dai loro diretti interessi, fu così abbandonata. Dalla fine del 500 sarà denunciata nelle loro polizze come "rocchetta mezzo rovina". Oggi il castello è di proprietà privata Si presenta su base quadrata, imperniato attorno ad un'imponente torre a pianta circolare e base scarpata, origine e fulcro del castello, con il lato verso monte adibito a residenza, tutto costruito nel secolo XV. Ogni castello nasce con torre di avvistamento e di segnalazione, che si protegge poi con un muro distanziatore cui in seguito si addossano le costruzioni e quello di Monte Isola ne è un esempio chiaro. La torre cilindrica, a base troncoconica, era impiantata sulla roccia al piano dell'odierno circuito al primo livello, coperto dal cortile in un secondo tempo.
Una leggenda narra che un tempo un perfido castellano colpiva a cannonate le barche dei pescatori se questi, giunti sotto il castello, dinanzi al roccione di Herf (Serf), non ammainavano la vela in segno di sottomissione. Dopo l’affondamento di alcune barche qualcuno pensò di trasformare questo gesto obbligato in un devoto omaggio alla Vergine Maria, ardentemente venerata sull’Isola. A questo punto fu dipinta sullo scoglio di Herf l’immagine della Madonna della Ceriola. La leggenda narra che il castellano morì annegato nel tentativo di cancellare l’immagine della Madonna.

L’abitato di Menzino, situato nella zona a sud-ovest dell’isola, conserva particolare fascino ed interesse storico-architettonico, giustificato dalla presenza di un caratteristico Borgo Medievale, della Rocca Martinengo e di Palazzo Zirotti, noto agli isolani con il soprannome di “casa del dottore”. Il percorso storico-architettonico consente di scoprire e conoscere le peculiari caratteristiche che connotano questi edifici, apprezzandone l’indiscusso fascino e scoprendo le sorprendenti testimonianze di un tempo passato che, oggi più che mai, è importante non dimenticare.

La Chiesa di San Michele, Peschiera Maraglio venne costruita sulle rovine della chiesa precedente nel Seicento; consacrata poi nel 1648. La facciata è a due ordini e timpano triangolare liscio, con una croce in metallo, alla fine di una scalinata in marmo di Sarnico di sette gradini a sezione piramidale. Il portale del XVII sec., in marmo di Sarnico lineare, è decorato da lesene tuscaniche. La porta è in ebano e reca due eleganti cornucopie in altorilievo. L’interno ad una navata con volta a botte, è decorato riccamente con degli stucchi: motivi floreali, cornici mistilinee, semicircolari, ogivali intorno a numerosi affreschi abbelliscono tutta la parrocchia.

Alla Villa Oldofredi, Peschiera Maraglio vi si giunge direttamente a piedi percorrendo il vicolo che dalla piazzetta risale parte del paese fino a giungere alla Chiesa di San Michele, che si trova proprio a ridosso del Castello Oldofredi. L'accesso è vietato dato che il castello è di un proprietario privato. Il Palazzo è stato costruito in pieno stile Rinascimentale con portico ad archi su colonne in pietra di Sarnico.
Dall’esterno si può vedere la facciata più caratteristica dell'antica fortezza, nella quale gli Oldofredi nel 1497 ospitarono la Regina di Cipro Caterina Cornaro, sorella del podestà di Brescia. La torre non esiste più, ma si hanno prove ormai certe della sua esistenza, dato che, già negli scritti a nostra disposizione, Giovanni da Lezze faceva riferimento ad una “Torre alta ed antiqua”. Le mura sono state abbattute oppure inglobate dalle abitazioni di recente costruzione, ma facendo un rapido esame alle case adiacenti possiamo immaginarci la linea delle ipotetiche mura del castello.

La chiesa di San Giovanni Battista fu ricostruita nel Settecento, con la facciata ad est, sulle vestigia della chiesetta già esistente. La facciata a due ordini è tripartita da lesene tuscaniche con quattro nicchie con le statue dei Santi Pietro e Paolo ai lati del finestrone, Giovanni Battista (con il bastone crociato, la fiamma e l’agnello) e Ambrogio. Il portale in marmo di Botticino (XVII), alla sommità di una gradinata, appartiene alla facciata della chiesa precedente ed é chiuso da una cancellata in ferro battuto, ricca di decorazioni floreali. L’interno è ad una navata a pianta poligonale con cupola; due sono gli altari laterali: altare dalla Madonna in legno marmorizzato, acquistato all’inizio del XX sec. in occasione della demolizione del Monastero dell’Isola di San Paolo, e l’antico altare maggiore del Crocifisso “in legno, ma alquanto deperito” . Sulle pareti si notano quattro nicchie con statue di arcangeli. La pala d’altare raffigura la Natività di san Giovanni Battista; ai lati sempre nel presbiterio si possono osservare un’Assunta e una Sacra Famiglia realizzate da Giacomo Colombo (XVIII-XIX sec.). Gli affreschi del soffitto sono settecenteschi: la cupola del presbiterio rappresenta il Battesimo di Cristo mentre sopra il corpo centrale della chiesa sono raffigurate Storie di san Giovanni Battista e vari episodi biblici.

Il borgo medievale, Novale è un gruppo di abitazioni posizionato sopra Carzano con forma a balconata, che si collega al paese tramite un sentiero che poi si prolunga sino ad Olzano. Cresciuto nel Medioevo, nascosto tra piante di ulivo, castagno e boschi cedui, è costituito dalle caratteristiche case dei vecchi abitanti costruite con muri di conci squadrati di medolo, portali ad arco a pieno centro, piccole volte al pianterreno, balconi in legno sotto agli spioventi dei tetti intorno ad una vecchia piazza di piccole dimensioni. Vi è anche una casa signorile che è stata la residenza estiva del vescovo mons. Marco Morosini (1645-1654). Con il tempo il borgo ha subito moltissime modifiche, di medievale oggi rimangono soltanto la struttura, gli archi e i balconi.

La chiesa di Siviano dedicata ai Santi Faustino e Giovita é costruita sulla cima della collina di Siviano, in parte creata sul terrapieno che costituisce il sagrato, sorretto da due grossi muri in pietra. La facciata è ad un ordine, con portichetto neoclassico. L’interno, ad una  navata, pianta centrale con cupola su quattro archi a pieno centro, ha quattro altari laterali; è decorato da stucchi di “sobrio ed elegante stile corinzio, misto a barocco” ed affreschi settecenteschi. L’altare maggiore è in marmo di Ome e marmo rosso di Caprino Veronese. Alle pareti si può notare una pala ad olio su tela, di Giacomo Colombo da Palazzolo sull’Oglio con la Madonna della Ceriola e i santi Faustino e Giovita (XVIIIXIX sec). Si distingue per i visi “paffutelli e tondeggianti con i nasini a punta e il modo saettante ed un poco metallico di condurre i panneggi, il gusto per le tonalità cromatiche accese e contrastanti, un’abitudine nei confronti di composizioni dense di personaggi posti sopra l’altro “.
Inoltre è presente anche un’Ultima cena di Ottavio Amigoni, del 1651.

Sbarcando alla frazione Porto, alla sinistra di un nucleo che risale al XVIII secolo, sulla riva, si può ammirare la Villa Ferrata (o Villa Solitudo), d’impianto cinquecentesco e restaurata all’inizio del Novecento. Un’ala verso il lago termina con una bella loggia trabeata; aderente al corpo della villa èstata eretta una cappella secentesca con cupola prospettica; sul portale vi è scolpito lo stemma Fenaroli: la famiglia cui si deve la costruzione. Dietro la villa si estende un ampio brolo chiuso, con viti ed ulivi. La villa è di proprietà privata, quindi si può osservare solo dall’esterno.

La Chiesa di San Rocco, Masse è sulla strada che sale sino a Senzano s'incontra Masse, una piccola frazione. Poco più in alto proprioattaccato al piccolo paese, vi è il Santuario di S. Rocco posizionato lì per proteggere il luogo. Questa chiesa venne innalzata ed intitolata a due Santi, S. Rocco e S. Pantaleone medico. La chiesa è sorta probabilmente nell'epoca in cui venne introdotta la devozione al Santo per la peste, ossia nel 1400 circa, ma non aveva le attuali dimensioni. Prima era così piccola da sembrare quasi una catacomba.
Eppure erano presenti due piccoli altari, il maggiore ed uno più piccolo sul lato della sacrestia. San Carlo Borromeo, dopo la visita del 1580, ordinò di togliere il più piccolo e chiudere la porta sul fianco facendone costruire una sulla facciata. Però, dopo una decina d'anni, non era ancora stato realizzato nulla, allora il Vescovo di Brescia, tramite un suo cancelliere vietò la celebrazione della Santa Messa, fino a quando non fossero stati eseguiti i lavori ordinati dal Santo. Così gli abitanti comprarono l'attuale altare, allungarono la chiesa, aprirono il portale in facciata e fecero erigere il campanile.
La facciata a capanna è preceduta da un portico che si trova all'inizio di tre gradini, chiuso da un cancello in ferro battuto, con il timpano mistilineo e la volta crociera su di quattro colonne in pietra di Sarnico. Anche questa chiesa è a pianta longitudinale, con affreschi di Domenico Voltolini. Al centro della soasa dell’altare maggiore è presente una statua di San Rocco. Il calice presente in questa chiesa è una creazione di Giuseppe Lugo.

Il Naèt si dice sia nato in un cantiere nautico di Monte Isola molto tempo fa: la forma, lunga e stretta ricorda moltissimo la famosa gondola di Venezia. Per gli isolani era un veicolo di trasporto eccezionale e al tempo stesso indispensabile per raggiungere la terra ferma e dedicarsi alla pesca. Alcuni anziani dell'isola raccontano storie riguardanti una persona di nome Archetti che fuggita dalle carceri Veneziane si rifugiò a Monte Isola e ideò il Naèt. Era una barca molto utile per i pescatori in quanto leggera, agile e veloce. Si potevano percorrere parecchi km a remi e risultava essere molto versatile per i pescatori. Oggi sono solamente due i costruttori di barche che operano a Monte Isola, i proprietari dei cantieri nautici di nome Archetti. Gli strumenti di lavoro erano e sono tutt’ora molto semplici: martello, scalpello, ascia e pialla. Il tipo di legno usato era ed è tutt’ora il castagno per l’intelaiatura ed il larice per il resto della barca. La lunghezza era di 7 metri, rispettata fino al 1958 quando con l’introduzione del motore venne ridimensionata a metri 6,40, la larghezza è di metri 1,40 ed il fondo nel punto centrale è largo 80 cm. Prima dell’introduzione del motore, al naèt si applicava la vela aggiungendo alla barca solo due pali di castagno incrociati, uno alto 3,5,metri ed uno 4 metri.

Fino a non molti anni fa era impossibile entrare in una casa di Monte Isola e non trovarvi una rete da pesca. La sua fabbricazione comporta un lavoro lungo e minuzioso, in quanto ne vanno studiate le misure delle maglie, la lunghezza e la larghezza, tanto che la quantità e la qualità del pesce pescato dipende appunto solo dalla rete stessa.
La tradizione vuole che i primi “retai” siano stati i monaci cluniacensi dell’isola di San Paolo: da loro i pescatori avrebbero appreso ad intrecciare i rami di salice e poi il filo di seta. Fin dai tempi più remoti la rete fu oggetto di molte liti tra i pescatori ricchi e quelli poveri, in quanto le reti dei primi, essendo costruite in materiale più forte e senza risparmio di filo, potevano essere immerse nelle acque più alte, catturando il pesce prima dei pescatori poveri che avevano a disposizione solo reti piccole immerse vicino alla riva. Le liti tra i pescatori continuarono ancora per molti anni, sentendosi i pescatori di Monte Isola in diritto di poter pescare su tutto il lago mentre Pisogne voleva delimitare i tratti. Nacquero degli scontri veri e propri con armi, furti di reti e di barche. Questi furti trascinarono nella miseria molte famiglie isolane, basti pensare che la fabbricazione di una rete vedeva impegnata l’intera famiglia per tutto l’inverno.
Già nel Quattrocento le grandi corti umanistiche compravano sull’isola le reti da caccia. Nel Settecento il reddito derivante dalla lavorazione delle reti superava già quello proveniente dalla pesca. Nel 1857 nacque il primo vero retificio a Monte Isola, il “Retificio Mazzucchelli” che vedeva impegnati 70 operai. Grazie alla forte domanda i retai montisolani si spostarono anche nella città di Brescia, dove in pochi anni aprirono 5 piccole botteghe. L’industrializzazione e la concorrenza dei paesi asiatici ha provocato un brusco calo di questa produzione che però, ultimamente, si sta riprendendo grazie ad alcune imprese artigianali a conduzione familiare che, oltre alle tradizionali reti da caccia e da pesca, fabbricano reti per lo sport che vengono esportate anche a livello mondiale: le reti degli ultimi Mondiali di calcio erano una produzione montisolana.

A Carzano, ogni 5 anni si rinnova un’antica tradizione dove, per 4 giorni, nell’intreccio di sacro e profano, un paese cerca di affermare la propria identità. E’ una festa attesa e ormai famosa in tutto il Sebino e richiama migliaia di turisti: “ol festù del deaol” (il festone del diavolo) la chiamano i dirimpettai di Sale Marasino per sottolineare lo sfarzo ritenuto un tempo eccessivo rispetto alle possibilità dei pescatori; “è l’anno delle feste di Carzano” dicono a Iseo; “le feste della nostra Santa Croce” per gli abitanti di Carzano. La singolarità di questa tradizione è data dalla rigorosa ciclicità rispettata da più di un secolo e mezzo (alcuni sostengono addirittura dal Seicento) e dalla laboriosa preparazione che coinvolge ogni abitante e con lo stesso rigore esclude da tutte le fasi chi non fa strettamente parte della piccola comunità. La festa per gli abitanti delle altre frazioni deve sempre rappresentare una sorpresa:stupire, meravigliare è il fine, anche se i canoni di svolgimento devono rimanere inalterati. “Arcate” di legno ricoperte di rami di pino, fiori di carta, luminarie, spari di cannone, processione, fuochi sono il copione fisso intorno al quale ruotano attese, sentimenti, competizioni, emozioni.
Onori e oneri sono interamente a carico degli abitanti che si autotassano ogni mese ed eleggono un’apposita commissione, che gestisce la parte finanziaria e organizzativa. Questa tassa fu sempre pagata anche dai più poveri. Se ne meravigliava agli inizi del secolo un curato, don Bartolomeo Giudici, mandato nella frazione nel 1922, che annotava nel suo diario: “esiste in contrada la pia associazione di S. Croce a cui tutti indistintamente fanno parte per sostenere le solennità quinquennali, ogni membro di famiglia paga la sua tangente mensile”.L’origine della festa è da riportare alla prima epidemia di colera: “le solennità quinquennali in onore di S. Croce risalgono ai tempi in cui queste plaghe erano travagliate dal cosiddetto colera asiatico. La popolazione ricorse alla protezione della S. Croce ed il morbo cessò come per incanto”. Il colera scoppiato nel 1817 in India, atteso e temuto per anni in tutta Europa, raggiunse l’Italia nel 1835 e Brescia nel 1836. In questa prima epidemia si ebbero le punte più alte di mortalità e sorsero molti culti votivi di ringraziamento dei superstiti. A Monte Isola i più colpiti furono gli abitanti dei paesi sul lago, i pescatori, più esposti al contagio poiché erano continuamente a contatto con le acque sporche e stagnanti e vivevano in stanze umide in presenza delle reti bagnate. Nel luglio 1836 viene riportato ufficialmente nel “registro dei morti” il primo caso di colera a Carzano e i morti si susseguono poi al ritmo di due tre al giorno, circoscritti sempre nella frazione; l’ultimo caso di decesso (il 31°) è registrato il 26 luglio su un totale di circa 200 abitanti; i morti sono tutti in fascia d’età compresa fra i 30 e i 55 anni.
A questo punto il voto: la processione di una reliquia indicata come un pezzo della S. Croce e “il morbo cessò come per incanto”. Solo il miracolo aveva potuto sconfiggere la malattia esotica, che più di ogni altra aveva colpito la fantasia popolare che concepiva le epidemie come sciagure naturali o come “flagello divino” da subire impotenti. Di fronte ad una paura così grande anche il voto, la festa dei superstiti doveva essere grandiosa, coinvolgere tutto il paese.
Gli “archi” furono costruiti prima con il verde dei canneti che allora crescevano sulle rive, poi, man mano che diminuiva questa vegetazione, con rami di pino acquistati sulla “terraferma”, perché quasi inesistenti nella vegetazione locale e quindi più preziosi. Le luminarie erano costruite da gusci di lumache riempite di olio. Ogni famiglia esponeva inoltre alle finestre i ricami più cari di un corredo che conservava gelosamente. Forse la mancanza di fiori freschi di giardino, un lusso insostenibile per gli abitanti, determinò la tradizione della creazione di fiori di carta che diventarono oggetto di una specie di competizione tra famiglie. Oggi sono ancora confezionati in segreto con procedimenti tramandati di madre in figlia; ogni famiglia addobba diversi archi sui quali i fiori vengono esposti solo all’ultimo momento. Sono migliaia, di tutti i tipi, dalle rose, considerate le più semplici, ai grappoli di glicine, alle orchidee, imitati con tale precisione e abilità da essere confondibili con i veri. Le antiche luminarie a olio oggi sono state sostituite da 12.000 lampadine coloratissime che attraversano ogni strada, vicolo, porta, arricchendo l’effetto cromatico con giochi di intermittenza.
Gli archi di legno rivestiti di pino erano lo scorso settembre circa 300, costruiti dagli abitanti, alla sera, dopo il lavoro, in una lunga e movimentatissima preparazione che durava fino a notte inoltrata.
I rami di pino sono stati acquistati in Val di Scalve, trasportati con camion e chiatte fino all’Isola, spostati con carrucole e carretti per le strettissime vie. Poi la festa è cominciata, con gli spari del cannone a intervalli regolari, la banda, la processione di S. Croce seguita dal Vescovo di Brescia, l’esposizione dei ricami, i fuochi d’artificio, i traghetti stracolmi, migliaia di turisti che si spingevano strappando furtivamente un fiore di carta e nelle luci riflesse dall’acqua la confusione della sagra.
La parte più autentica dell’esperienza collettiva è stata vissuta nei mesi di lavoro, nell’agitazione dei preparativi, nelle tensioni della vigilia, nell’attesa di essere, per quattro giorni, i protagonisti di un paese fiabesco.

La vegetazione è caratterizzata da bosco ceduo, cespuglioso, misto di roverella, carpino, frassino, nocciolo, castagno, querce, faggi, aceri, corniolo, sanguinella, agrifoglio. La flora è quella tipica delle zone collinari e lacustri. Nei boschi, lungo i versanti a nord, si possono trovare genziane, bucanevi; numerosi le rose di natale, i ciclamini, gli anemoni. Sui versanti a sud - ovest fioriscono le ginestre. Il clima ha prodotto un ambiente vegetale di tipo submediterraneo, con coltivazioni di ulivi fino a mezzacosta. I fitti boschi di ulivi di Monte Isola sono stati descritti e dipinti innumerevoli volte nel corso dei secoli. Più sviluppata un tempo era anche la coltivazione della vite, soprattutto fra Menzino e Siviano, una zona compresa in una grande mezzadria, dove si produceva un vino pregiato. L’agricoltura, data la conformazione naturale (che rende difficile la lavorazione dei terreni), non ha mai esercitato un ruolo rilevante nell’economia del Comune, anche se oggi molte sono le piccole piantagioni di ulivo, che permettono agli abitanti di produrre olio nostrano, non solo per la consumazione privata, ma anche per la vendita. Per quanto riguarda l’avifauna, oltre gli uccelli di passo, il nibbio bruno è presente assieme al germano reale; non mancano tutto l’anno gabbiani, folaghe, svassi, marzaiole, aumentate anche dalla vicinanza delle torbiere.



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lunedì 27 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE A VARESE

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La Chiesa di San Giuseppe, che prospetta sulla Piazza omonima, è nata come Oratorio della Confraternita della Beata Vergine del Gonfalone. La costruzione, iniziata nel 1504, si protrasse per quasi un secolo. La facciata, originaria del 1593, fu rifatta in stile barocco nel 1725, su disegno dell’architetto varesino Giovanni Antonio Speroni. Il campanile fu completato nel 1609, mentre gli stalli del coro e l’altare furono terminati nel 1617.
La pianta è un’aula rettangolare con abside. É un’aula preziosamente arricchita dal tono caldo, raccolto, in cui risaltano legni magistralmente intagliati nell’iconostasi che separa il coro, sede della Confraternita, dal presbiterio e ori lumeggianti sotto la volta a lacunari entro i quali si muovono graziosi angioletti, (sec. XVII). Autentico scrigno d’arte, la piccola chiesa conserva al suo interno affreschi del varesino Giovanni Battista del Sole nella volta dell’aula e le Storie di Adamo ed Eva di Antonio Rancati (seconda metà del Seicento) nella parete sinistra. Sul lato a sinistra della balaustra è presente un olio intitolato Giuseppe col bambino attribuito alla scuola di Guido Reni. Di scuola lombarda, databili tra il 1650 e il 1653, sono gli affreschi nella volta del presbiterio. Le pareti del coro furono affrescate da Giovan Battista Ronchelli nel Settecento, con le Storie di San Giuseppe. L’Immacolata Concezione nella porzione centrale del coro è attribuita a Giulio Cesare Procaccini. Del Ceranino (1607-1675) è invece la decorazione della volta del coro.



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domenica 12 aprile 2015

IL MUSEO DELL' OLIO A LIMONE SUL GARDA

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L’olivicoltura sul Garda si sviluppò col Medioevo, anche se non mancano testimonianze sporadiche della presenza dell’olivo in epoca più antica.
Noccioli di olive risalenti all’ultimo periodo di Roma repubblicana sono stati infatti rinvenuti nell’area palafitticola del Bor, presso Pacengo; a Malcesine è venuta alla luce, unitamente a molte monete romane dell’epoca dell’imperatore Massenzio (inizi del sec. IV), una pietra da frantoio con scannellature laterali per la raccolta dell’olio.
I documenti più antichi sulla pianta cara a Minerva sono numerosi a partire dal sec. VIII. La produzione fu valorizzata, ancor prima che a scopo alimentare, probabilmente per gli usi liturgici: l’olio veniva usato per somministrare i sacramenti e per mantenere accese le lampade ai tabernacoli delle chiese.
Espliciti riferimenti all’oliveto di Limone sono della metà del Cinquecento, quando Silvan Cattaneo, descrivendo un suo viaggio sul lago compiuto verso il 1550 annotò:
“Passammo innanzi ad una bella terricciuola, che a guisa di semiteatro in un angolo tra la montagna e il lago è situata, chiamata Limone, alla quale per essere in quel seno angusto e ristretto, non se le puol andar, se non per acqua, e da una strada erta, e malagevole verso la montagna predetta; ha vicino, ed intorno a sé, ascendendo sul collicello che la circonda, un vago e fertilissimo bosco di ulivi, li più belli, spessi e fronduti che sian in que’ contorni, e che non mai fallano, ma sempre verdi e morbidi e sempre carichi di uliva si veggiono al dovuto tempo, con una fonte al sommo di questo colle, che tutti gli irriga e bagna e, quantunque il sito sia stretto, pur la natura fedelissima e prodiga donatrice gli ha fatto dono di tre grandissimi privilegi e grazie, il primo dandogli il luogo abbondantissimo di olio, di modo che più ne raccolgono in quel poco di terreno gli abitanti che in tre volte tanto altrove non si fa, e migliore e più saporito...”.
E non è perciò un caso che nel 1595 a Limone si contassero 20 torchi da olio. Per tutto il Seicento l’olio rappresentò per l’Alto Garda il prodotto più pregiato.
Ne fanno fede le molteplici attenzioni dei provveditori di Salò, soprattutto per cercare di riscuotere i dazi per Venezia. La maggior parte dell’olio prendeva la via della Germania, sfuggendo ad ogni controllo fiscale.
Nella sua Relazione presentata al Senato veneto nel dicembre 1659, il provveditore Niccolò Gritti lamentava che, degli 11-12.000 ducati di dazio che si sarebbero dovuti riscuotere, solo 3810 finivano nelle casse statali: i 229 torchi da olio sparsi nei Comuni della Riviera erano evidentemente poco controllabili. Così si finì col far contare gli olivi di ogni paese ed imporre un dazio di due soldi per pianta: pur in mezzo a molti malumori, ci si garantì in questo modo da una evasione massiccia.
Poi venne il grande freddo del 1709: gelarono perfino le acque del lago e anche a Limone morirono migliaia di olivi, con danni irreparabili per i piccoli proprietari e i miseri contadini.
Il freddo si ripresentò più volte nel corso del secolo, alternandosi al “bisól”, la mosca olearia, altro “nemico” contro il quale non c’era rimedio.
Degli olivi di Limone scrisse Pietro Emilio Tiboni nel 1859: “L’oliveto, che dalle sponde del lago poggia verso la parte settentrionale fino presso a’ dirupi, e verso occidente distendesi fino all’inculto vallone di Bine, e quindi sino al ponte di Burdole, vicino di Ustecchio, è il più ferace dei dintorni, e getta moggia di olio, l’uno con l’altro anno, 420, che moltiplicano pesi bresciani 4095.
Quest’olio sì per la postura degli olivi sì per la diligentissima coltivazione torna il più dilicato e migliore della Riviera.
Le bacche raccolte dall’olivo al sopravvenire dell’inverno, e macerate, si spremono al presente in Limone per due macchine mosse dall’acqua, sostituite con gran vantaggio a’ vecchi torchi: dove esse cavano tutta la parte oleosa con meno fatica di mano, e con maggior prontezza e sicurtà”.

Alla fine della prima Guerra mondiale l’olivicoltura limonese fece un salto di qualità.
Il 29 novembre 1919 ventotto piccoli proprietari, guidati dal parroco don Giovanni Morandi, costituirono una Società anonima denominata “Cooperativa tra i possidenti di oliveti” allo scopo di molire le olive presso un unico frantoio sociale.
Il 4 dicembre 1925, la Cooperativa acquistò in via Campaldo - già contrada del Lupo - l’immobile, in precedenza utilizzato come cartiera, per adibirlo ad olieria.
Per la turbina che doveva muovere le molazze fu costruito il canale di derivazione dell’acqua dal torrente San Giovanni, in parte ancora esistente.
Da allora, l’oleificio ha via via migliorato la struttura produttiva, mantenendo tuttavia le caratteristiche tradizionali della lavorazione a freddo con le molazze in pietra.
La produzione, sostenuta da circa 450 piccoli soci, si mantiene oggi su livelli di nicchia; nel corso dell’anno 2006-07 sono stati moliti quintali 1769,65 di olive, con una produzione di quintali 393,46 di olio.

L’olivo richiede particolari cure di coltivazione: bisogna arare e zappare il terreno, concimare e potare ogni due anni, tenere costantemente libero il terreno dalle erbacce, irrigare quando la calura è insistente.
Poi, se l’annata è stata propizia, a metà autunno si possono raccogliere le olive.
Si comincia a “góer” ai primi di novembre, tanto che un antico proverbio limonese ancora dice: “A San Martì s’endrìsa n pé le scalì”.
È infatti tradizione che l’11 novembre, giorno di San Martino, si prepari e si drizzi lo scalino, la tipica scala usata per raggiungere anche le chiome più alte, un’unica asta con una lunga serie di pioli ad una trentina di centimetri uno dall’altro.
Lo scalino, di diversa lunghezza, viene prima conficcato a terra e, poi, fissato con una corda ad un ramo, mentre sul terreno vengono stesi dei teli per le olive sfuggite dalle mani del raccoglitore.
Proprio in considerazione della morfologia del terreno, con stretti e continui ripiani terrazzati, e dell’altezza notevole delle piante, tutto il lavoro viene svolto ancora e soltanto manualmente.
Il contadino, tenendo con una mano il ramo, sfila con l’altra le rupe, tirandole verso di sé e riponendole nel “grumiàl”, un recipiente in genere di pelle animale che si tiene legato alla cintola.
In giornata le olive vengono raccolte in cassette e portate al frantoio.
Da una pianta si possono raccogliere dai 10 agli 80 kg di olive; la resa in olio varia dal 15 al 25 % del peso delle olive.


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LE CITTA' DEL GARDA : LIMONE SUL GARDA

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Limone è senza dubbio una delle roccaforti del turismo sul Lago di Garda. Circa 10.000 turisti passeggiano qui ogni giorno attraverso la piccola città. Ci sono poche cose da vedere qui. Limone si mantiene grazie alla sua bella spiaggia ed alla sua reputazione come eccezionale destinazione turistica. Tuttavia, il luogo guadagnò fama mondiale a causa delle molte serre di limoni ed i suoi abitanti perfezionarono il frutto col passar del tempo. Malgrado ciò, il nome della località di Limone non ha niente a che fare con il frutto. Il nome proviene dalla parola latina "limes" (= confine) ed è dovuto all'antica funzione di Limone come città-confine tra Italia e Austria. Tuttavia, con il nome di Limone si possono tutt´ora guadagnare molti soldi, vendendo ai turisti souvenir che hanno la forma del frutto giallo.

A parte le serre di limoni – alcune delle quali sono di nuovo in funzione – Limone iniziò a guadagnare sempre più importanza solo nel 1950 con l'aumento del turismo. Ecco perché il nucleo del centro storico è relativamente piccolo e insignificante. La vita turistica è focalizzata sugli alberghi, ristoranti, bar e vie dello shopping così come sulla spiaggia. Tuttavia, alcuni edifici religiosi meritano una visita: la chiesa parrocchiale barocca di San Benedetto sopra il centro storico con opere selezionate di Andrea Celesti; la chiesa di San Rocco del XIV secolo al porto e la cappella in pietra di San Pietro con antichi affreschi, situata sulla strada per Tremosine. Anche il missionario africano e vescovo Monsignor Daniele Comboni (1831 - 1881) nacque a Limone. Una piccola cappella con un´esposizione e la sua casa natale ricordano la sua vita ed il suo lavoro.

Se vi piacciono le olive, vi consigliamo di visitare il museo dell'olio d'oliva ed il vecchio frantoio in via Campaldo. Qui potrete imparare tutto ciò che c´è da sapere sul prezioso olio e fare scorta di nuovi prodotti nell´adiacente negozio.

Fino agli anni quaranta il paese era confinato all'isolamento e raggiungibile solo via lago o attraverso le montagne, comunque da sud. La costruzione della strada gardesana (ultimata nel 1932) ha rotto questo isolamento ed ha portato un notevole sviluppo turistico della zona, aprendola anche verso Riva del Garda e il turismo straniero. Oggi Limone è una tra le località turistiche più frequentate della riviera bresciana.

Il comune, il più settentrionale della sponda lombarda del Lago di Garda, si trova al confine tra tre regioni. È infatti contiguo a Riva del Garda, in Trentino-Alto Adige, mentre la superficie del Lago di Garda appartenente al territorio comunale confina con Malcesine, in Veneto.

Limone venne finalmente collegata agli altri paesi rivieraschi nel 1932 quando fu terminata la strada Gardesana Occidentale e finirono così anni di isolamento e di confine. La poverissima economia locale iniziò a trasformarsi nell'immediato dopoguerra, grazie all'afflusso dei primi turisti provenienti dalle regioni del nord Europa.
Gli abitanti di Limone si trasformarono abbastanza rapidamente da poverissimi agricoltori o pescatori in affluenti albergatori, trasformando il piccolo e caratteristico paese di pescatori in un centro turistico fra i più importanti del lago di Garda.

Gli abitanti di Limone sul Garda non vanno fieri solo del prezioso centro storico e delle profumate coltivazioni di agrumi della loro cittadina lacustre, ma anche del loro DNA. Limone infatti salì all'onore delle cronache nel 1979 quando fu scoperta una proteina particolare presente nel sangue degli indigeni che pare avere una positiva influenza sulla loro salute e longevità.
E proprio da questa scoperta potrebbe nascere un farmaco rivoluzionario contro l'aterosclerosi, da poco entrato nella sperimentazione clinica. Per raccontare la vicenda dobbiamo fare un passo indietro nel tempo.
E' il 1975 quando il signor D., un ferroviere originario di Limone, si presenta ad una visita di controllo a Milano.
Ai medici che esaminano le sue analisi del sangue sembra quasi impossibile che il paziente sia ancora vivo e vegeto davanti a loro. Non solo i suoi livelli di trigliceridi sono alle stelle, ma anche i valori di HDL – il colesterolo "spazzino" che elimina l'eccesso di grassi dal sangue - è di tre o quattro volte inferiore alla norma.
Una combinazione infausta che, secondo tutte le casistiche, avrebbe già dovuto riempire di placche le arterie dell'ignaro ferroviere, causandogli seri problemi cardiaci. Ancora più grande è sorpresa dei medici quando arrivano i risultati degli esami clinici: non solo il signor D. possiede un cuore di ferro, ma le sue arterie non mostrano alcun segno di danno, nonostante abbia abbondantemente superato la quarantina.
Dato ancora più interessante, anche il padre e i figli del fortunato paziente presentano lo stesso incredibile fenomeno.
Fra i medici che visitano il signor D. ci sono Cesare Sirtori e il suo collega Guido Franceschini dell'Università di Milano che incuriositi dallo strano fenomeno, decidono di vederci chiaro.
Siamo negli anni '80 e i due, armati di provette e di molta pazienza iniziano ad analizzare il migliaio di abitanti di Limone, trovandone almeno 40 con le stesse paradossali caratteristiche.
Tutti parenti alla lontana del loro primo paziente, dato l'isolamento e l'altissimo grado di consanguineità di quella piccola popolazione, e come lui dotati di cuore e arterie a prova di bomba, nonostante il loro sangue ricco di grassi e povero di HDL.
Sirtori e i suoi colleghi arrivano perfino a scartabellare negli archivi delle parrocchie per risalire agli alberi genealogici delle poche famiglie del villaggio, fino a risalire al capostipite della famiglia un certo Giovanni Pomaroli, nato nel 1780.
E' da lui, ipotizzano i ricercatori, che ha avuto origine la mutazione genetica che protegge dalle insidie del colesterolo.
Una mutazione inutile e perfino controproducente per chi, come il buon Pomaroli, avrà vissuto del sano ma scarso vitto di due secoli fa, ma che si trasformerà in un toccasana per i suoi moderni e ipernutriti discendenti.

E’ bellissimo poter salire sulla costa della montagna, per osservare il panorama del lago, le cittadine dell’altra sponda e scoprire, dopo aver superato anfratti e risalito anguste scale, le piante profumate e cariche d'agrumi, con i pilastri a far da sentinelle e muraglie che proteggono dal vento e raccolgono i raggi del sole.

La visita alle diverse limonaie è un piacere particolare, in alcuni casi possibile anche in orario notturno grazie alla loro illuminazione, trovandosi immersi tra i profumi fragranti degli agrumi e quelli dei fiori portati dal vento che scende dai pascoli sulle montagne.

Tra le tante cose da vedere a Limone sul Garda, oltre ad una salutare passeggiata tra i profumi delle strette viuzze del suo piccolo centro storico e la passeggiata sul lungolago, c’è anche la millenaria Chiesetta di San Pietro, a una sola navata e con all’interno affreschi di grande pregio databili ai secoli XIII-XIV, posta in mezzo ad un oliveto, lungo la strada che porta a Tremosine.

Il turismo ha sostituito il commercio dei limoni in vetta alle risorse economiche del paese, che è particolarmente amato dai tedeschi, uno dei quali, Johann Wolfgang Goethe, a fine ‘700, visitò Limone e restò estasiato alla vista delle grandi serre di agrumi che gli ispirarono i versi iniziali della sua famosa poesia:"Conosci il paese dove fioriscono i limoni?".

La produzione di olio d’oliva è, assieme a quella dei limoni, l’altra importante attività che caratterizza Limone sul Garda; un olio di grandissima qualità esportato in tutto il mondo.

Persone legate a Limone:
Ettore Colombo, imprenditore
San Daniele Comboni, missionario, primo vescovo cattolico in Africa centrale
Giuseppe Leonardi, patriota.


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giovedì 2 aprile 2015

GIOVEDI' SANTO LA CONSACRAZIONE DEL SACRO CRISMA

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In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Lc 4,16-21


Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni.
A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, morte e Resurrezione.

Nella Chiesa cattolica il crisma è l'olio misto a profumo che viene utilizzato nei sacramenti del battesimo, della confermazione e dell'ordine. In modo simile il crisma viene usato nelle Chiese ortodosse e nella Chiesa assira, nella Comunione anglicana e dai luterani.

Il termine crisma deriva dal greco χρῖσμα, poi χρίσμα e significa unguento od unzione. Proprio perché nel sacramento della confermazione viene usato quest'olio il sacramento stesso viene anche chiamato "cresima".

Il crisma viene consacrato in ogni diocesi una volta all'anno il Giovedì santo dal vescovo durante la messa crismale, durante la quale vengono benedetti l'olio dei catecumeni e l'olio degli infermi. Questa messa viene detta crismale proprio perché viene consacrato quest'olio, il quale è ritenuto il più importante tra i tre oli usati nei sacramenti cristiani. Dopo la messa crismale viene distribuito ad ogni parrocchia.

Nella preghiera di consacrazione di questo olio il vescovo chiede che Dio lo benedica e lo consacri e così «infonda in esso la forza dello Spirito Santo con la quale hai unto i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri».

Nel battesimo si unge con il crisma il capo del battezzato per significare la sua incorporazione al sacerdozio di Cristo. Nei riti latini quest'unzione prefigura ma non sostituisce l'unzione della Confermazione, mentre nelle liturgie orientali costituisce il sacramento della Confermazione.
Nella confermazione si traccia una croce sulla fronte del cresimando per significare la donazione dello Spirito Santo come forza per dare testimonianza a Cristo nella vita.
Nell'ordinazione il crisma si usa per ungere le palme delle mani dei presbiteri e le fronti dei vescovi.
Nella dedicazione di una chiesa viene utilizzato per ungere le pareti e gli altari.
In passato era utilizzato per la benedizione del calice e della patena. L'unzione arriva dapprima in forma di croce e poi il crisma veniva spalmato fino a ricoprire gli oggetti da consacrare.

Nelle parrocchie viene comunemente custodito insieme agli altri due oli santi, in un'apposita sede chiamata "tabernacolo degli oli santi".



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sabato 28 marzo 2015

LE GROTTE DI CATULLO

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La denominazione di "Grotte di Catullo" risale al Quattrocento, quando la riscoperta delle liriche di Catullo, fra cui il Carme 31 in cui il poeta descrive il suo ritorno nell'amata casa di Sirmione, suggerì il collegamento con i grandiosi resti ancora visibili benché largamento interrati e coperti da vegetazione tanto da apparire come caverne. Il primo ad attribuire la villa a Gaio Valerio Catullo fu, nel 1483, Marin Sanudo il giovane. Tale ipotesi fu poi ripresa da eruditi e studiosi successivi, nonostante la villa oggi visibile sia stata costruita dopo la morte del poeta veronese. Allo stato attuale non esistono elementi sicuri per localizzare la casa di Catullo. Il termine è comunque rimasto e ancora oggi è utilizzato per identificare il sito archeologico.

Nel XVI secolo la villa fu meta di alcuni celebri viaggiatori fra cui la marchesa Isabella d'Este Gonzaga (1514 e 1535) e Andrea Palladio, che compì la visita per studiare i resti sotto il profilo delle tecniche di costruzione.

La grande villa, al di sotto della quale sono state rinvenute strutture del I secolo a.C., viene edificata agli inizi del I secolo d.C.. La villa doveva essere in stato di abbandono già nel III secolo d.C. quando parte della sua decorazione architettonica viene reimpiegata nell'altra villa romana di Sirmione, quella di Via Antiche Mura. Fra il IV secolo e il V secolo le imponenti strutture superstiti della villa vengono incluse nelle fortificazioni che recingono la penisola di Sirmione e all'interno dei resti dell'edificio romano vengono realizzate delle sepolture.

Nel corso dei secoli diversi cronisti e viaggiatori visitano le rovine, ma i primi studi concreti su di esse vengono effettuati solamente nel 1801 dal generale La Combe St. Michel, comandante d'artiglieria dell'esercito di Napoleone Bonaparte. Successivamente, il conte veronese Giovanni Girolamo Orti Manara esegue scavi e rilievi, ancor oggi fondamentali, che pubblica nel 1856.

Nel 1939 la Soprintendenza per i beni archeologici avvia un ampio programma di scavi e restauri, acquisendo infine nel 1948 l'intera area per permettere un'adeguata la tutela del complesso, immerso nel suo ambiente naturale.

Durante gli anni novanta del Novecento ulteriori studi hanno confermato che la costruzione è stata realizzata attraverso un progetto unitario, che ne ha definito l'orientamento e la distribuzione degli spazi interni secondo un preciso criterio di assialità e di simmetria.

Il complesso archeologico, ancora oggi portato alla luce solo parzialmente, copre un'area di circa due ettari. La villa ha pianta rettangolare, di 167 x 105 metri, con due avancorpi sui lati corti nord e sud. Per superare l'inclinazione del banco roccioso su cui fu impostato l'edificio vennero create grandi opere di sostegno (sostruzioni) nella parte settentrionale e furono effettuati imponenti tagli per modellare il banco roccioso. Questi ultimi sono paricolarmente ben visibili sul lato ovest (Grande Criptoportico) e sul lato orientale dell'avancorpo settentrionale.

Il piano nobile, corrispondente agli ambienti di abitazione del proprietario, risulta il più danneggiato, sia perché era il più esposto sia perché la villa, dopo il suo abbandono, è stata per secoli una cava di materiali. Meglio conservati sono il piano intermedio e quello inferiore.

L'ingresso principale dell'edificio si trovava nell'avancorpo meridionale. La villa era caratterizzata da lunghi porticati e terrazze aperti verso il lago lungo i lati est e ovest, comunicanti a nord con un'ampia terrazza belvedere, munita di velarium.

Lungo il lato occidentale, oggi è visitabile il criptoportico, una lunga passeggiata un tempo coperta. Le parti residenziali dell'edificio erano situate nelle zone nord e sud, mentre la parte centrale, costituita oggi dal Grande Oliveto, era occupata da un esteso giardino. Sul lato meridionale, sotto un pavimento in opus spicatum, si trova una grande cisterna lunga quasi 43 metri, che raccoglieva l'acqua necessaria per gli usi quotidiani. L'ampio settore termale della villa, costituito da diversi vani situati nella zona sud occidentale, tra i quali la cosiddetta piscina, fu ricavato probabilmente all'inizio del II secolo. I vari ambienti della villa possiedono suggestivi nomi convenzionali, derivati da una tradizione locale consolidata oppure da interpretazioni e denominazioni date durante i primi scavi. Fra le rovine, ad esempio, si possono trovare l'Aula a tre pilastri, il Lungo corridoio, la Trifora del Paradiso, il Grande Pilone, la Grotta del Cavallo, il Grande Oliveto prima citato e l'Aula dei Giganti.

L'ingresso dell'edificio si trovava nell'avancorpo meridionale. La villa era caratterizzata da lunghi porticati aperti verso il lago sui lati occidentale  e orientale, direttamente comunicanti sul lato settentrionale con l'ampia terrazza - belvedere situata al centro dell'avancorpo nord. Sul lato occidentale, al di sotto del porticato si trovava il "doppio criptoportico", lunga passeggiata coperta. Le parti residenziali dell'edificio erano situate nella parte settentrionale e meridionale, mentre la parte centrale, costituita oggi dal "grande oliveto", corrispondeva a uno spazio aperto. Questo è limitato sul lato meridionale da un pavimento in mattoni a spina di pesce che copre una grande cisterna, di quasi 43 metri di lunghezza. L'ampio settore termale, costituito da diversi vani, ricavati probabilmente in un momento successivo alla costruzione dell'edificio, all'inizio del II secolo d.C., era situato nella zona meridionale.

La costruzione della villa può essere datata ad età augustea (fine I secolo a.C.-inizio I secolo d.C.). Il crollo delle strutture e il conseguente parziale o totale abbandono dell'edificio sono fissati nel IV secolo d.C., periodo cui sono attribuibili diverse tombe a inumazione collocate in una parte della villa ormai distrutta.

I Romani indicavano con la parola "terme" i bagni sia privati che pubblici, mentre per noi oggi questa parola si riferisce a stabilimenti che sfruttano sorgenti di acqua calda. Nelle "grotte di Catullo" le terme sono state costruite nella parte meridionale  nel Il secolo dopo Cristo, circa un secolo dopo la costruzione della villa.
II settore termale ha un'estensione di quasi 800 mq e comprende vari ambienti. Purtroppo alcune di queste stanze sono state fortemente danneggiate e quindi oggi è difficile ricostruire la loro esatta funzione. L'ambiente meglio conservato è la cosiddetta "piscina". Si tratta di un grande vano rettangolare che ospitava una vasca. Il pavimento di quest'ultima era rialzato, probabilmente sostenuto da pilastrini (= pilae), e si trovava sopra gli archi presenti lungo le pareti. Dietro alla "piscina" c'era un ambiente dove probabilmente veniva acceso il fuoco (=praefurnium). L'aria calda ed il fumo prodotti entravano in un'intercapedine che circonda la piscina e che doveva arrivare fino al soffitto. Attraverso gli archi quest'aria circolava anche nell'area sotto al pavimento  e così l'ambiente veniva riscaldato. I costruttori hanno utilizzato molti mattoni nei muri per fare in modo che il calore non si disperdesse tanto facilmente.

Per le sue caratteristiche è probabile che questo ambiente fosse il tepidarium, ossia la stanza dei bagni con la vasca di acqua tiepida. L'ambiente per l'acqua calda (il calidarium) era di dimensioni inferiori ed anziché avere un'unica grande piscina possedeva piccole vasche poste agli angoli della stanza e destinate non a nuotare, ma ad immergere una parte del corpo. Anche il calidarium si trovava vicino al forno di riscaldamento. Infine l'ambiente per l'acqua fredda (il frigidarium) aveva al centro una vasca poco profonda sui cui bordi, decorati a mosaico, le persone potevano sedere. Nelle terme delle "grotte di Catullo" sono presenti anche altri ambienti, oltre a quelli descritti, la cui funzione non è però chiara. Per la decorazione di alcune pareti sono stati impiegati, stucchi ritrovati durante gli scavi. Nelle vasche non veniva utilizzata l'acqua del lago a causa del notevole dislivello che la separa dall'edificio. Per risolvere il problema dell'approvvigionamento idrico sono state costruite nella zona termale tre cisterne in cui veniva raccolta l'acqua piovana. Due di queste cisterne si trovano alle spalle della "piscina", mentre la terza, un tempo mal interpretata come il "bagno" di Catullo è posta vicino all'ingresso della villa. L'acqua veniva estratta dalla cisterna e convogliata verso le terme attraverso tubi di piombo, le cosiddette fistule, che per i Romani erano le tipiche condutture per l'acqua.
Nelle terme pubbliche, che erano più complesse di quelle private, oltre alle stanze con le vasche vi erano spogliatoi, palestre, spazi aperti (come giardini e cortili), sale per conferenze e letture, latrine e ambienti destinati alla cura del corpo.
I Romani quindi frequentavano le terme alla ricerca non solo di benessere fisico, ma anche di momenti d'incontro.

Nel 1999, all'interno del parco che accoglie i resti della villa, è stato inaugurato il Museo.

Esso ospita numerosi reperti provenienti dagli scavi della villa romana delle "Grotte di Catullo", da altre ville romane situate sul lago di Garda (villa di via Antiche Mura a Sirmione e villa di Toscolano) e da altri siti archeologici della zona. Il Museo è organizzato in più sezioni.

Nel portico d'ingresso sono spiegate la genesi e la morfologia del lago di Garda; inoltre sono illustrate le differenti vie di comunicazione nel territorio in età antica.

All'interno del Museo sono ospitate altre tre sezioni:

la preistoria e la protostoria del lago di Garda, con i ritrovamenti dalle palafitte rinvenute sulle rive del lago;
l'età romana, all'interno della quale sono esposti anche i reperti provenienti dalle "Grotte di Catullo";
l'età medievale, con i corredi funerari della chiesa di S. Pietro in Mavino di Sirmione e altre località adiacenti
Nel Museo sono ospitati un plastico che riproduce la villa romana e un monitor touch-screen con filmati in tre lingue sulle Grotte di Catullo e su altri siti del lago di Garda.

Grazie alla collaborazione dell'UNAPROL e dell'Associazione Interprovinciale Produttori Olivicoli Lombardi (AIPOL) si è concluso di recente, grazie a finanziamenti da parte dell'Unione Europea e dell'Italia, un programma di recupero dell'oliveto storico delle Grotte di Catullo. In tutta l'area archeologica sono presenti attualmente circa 1500 ulivi, alcuni plurisecolari, appartenenti a tre differenti varietà gardesane (casaliva, leccino e gargnà). Dal 2012 è ripresa la raccolta delle olive finalizzata alla produzione dell'olio extra vergine dell'oliveto storico delle "Grotte di Catullo".



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SIRMIONE

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Sirmione è un piccolo gioiello sospeso in mezzo al basso lago di Garda.

Sirmione è posta lungo la penisola omonima che si protende all'interno del lago di Garda per circa quattro chilometri e che divide in due parti la riva lacuale meridionale. Parte del territorio comunale si estende ad est rispetto alla penisola per includere quella di Punta Grò.

L'entroterra si estende in direzione delle colline moreniche che cingono la parte meridionale del lago stesso e comprende una parte della zona di produzione del Lugana.

Il comune confina a sud-est con Peschiera del Garda e a sud-ovest con Desenzano del Garda. La sezione sul lago confina ad est con Lazise e Castelnuovo del Garda e a nord con Padenghe sul Garda.

Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa).

L'origine del nome in base al toponimo, Mazza (1986) riporta due tesi:
dal greco syrma, quindi coda o strascico;
dal gallico sirm, albergo od ospizio, ed one, acquatico.

Sono state rinvenute tracce di antropizzazione risalenti al neolitico e Sirmione fu centro urbano rilevante in epoca romana. La via Gallica seguiva la sponda meridionale del lago tagliando poi per l'istmo della penisola sirmionese. Vi sorse dunque la Sermione Mansio menzionata nell'Itinerarium Antonini.

Secondo un'ipotesi di Elisabetta Roffia, la mansio non solo corrisponderebbe a una trattoria del luogo, documentata come "Osteria" o "Bettola" fin dal XV secolo, ma anche alla Mansio ad Flexum riportata nell'Itinerarium Burdigalense.

Gaio Valerio Catullo menzionò Sirmio fra i luoghi in cui soggiornò. Tradizionalmente, a partire da Marin Sanudo il giovane, i resti della villa romana sirmionese sono a lui attribuiti, ma non c'è alcuna certezza in merito. Le parti più antiche della villa risalgono al I secolo a.C. con estensioni nel secolo seguente.

Nel III secolo, per l'Orti Manara, la Lugana di Sirmione fu teatro di diversi scontri. Nel 249, fra gli eserciti di Decio Traiano e Filippo l'Arabo, mentre nel 268 vi fu la Battaglia del lago Benaco fra l'imperatore Claudio il Gotico e la federazione degli Alamanni. Nel 312, il primo scontro tra le truppe di Costantino I e quelle di Massenzio, preludio della Battaglia di Verona, avvenne nei pressi di Sirmione.

Sempre secondo l'Orti Manara, nel 463 Ritmiro, capitano dell'imperatore Libio Severo, sconfisse gli Alani nei terreni della Lugana

Nella prima metà dell'VIII secolo, Sirmione fu possedimento del longobardo Cunimondo. Nel 762 questi entrò in contrasto con un cortigiano della regina Ansa, moglie di Desiderio, uccidendolo in seguito ad una rissa. Fu di conseguenza privato dei suoi beni e imprigionato. Le proprietà del signore decaduto furono assegnate al Monastero di san Salvatore, fondato in quegli anni dai monarchi longobardi.

La regina Ansa costituì una succursale del monastero, restaurando la mansio romana e costruendo la basilica di san Salvatore in Cortine. Nella stessa epoca sorsero anche la prima chiesa di san Pietro in Mavino e la chiesa di san Martino in castro Sermioni ovvero situata all'interno del castrum romano.

Carlo Magno con un diploma del 16 luglio 774 cedette l'isola, il castrum e il monasteriolo di san Salvatore al monastero francese di san Martino di Tours a favore degli abiti dei monaci (in latino, causa vestimentorum). Tuttavia, dopo pochi anni, le proprietà tornarono al Monastero bresciano insieme con tutte le pertinenze, come il porto, le chiese della penisola e le rendite fondiarie dei dintorni. L'Imperatore Carlo il Grosso diede al Monastero la pescheria.

Nei secoli successivi il dominio del monastero di san Salvatore presso Sirmione andò attenuandosi. Nel 1158 è attestato un dominio, almeno nominale, da parte imperiale: Federico Barbarossa concesse ampia autonomia nell'ambito di una soggezione diretta al potere dell'Imperatore.

Nel 1197, il podestà sirmionese giurò fedeltà al comune di Verona, legando con quest'atto la cittadina gardesana alla città sull'Adige.

Nel XIII secolo sia Federico II, nel 1220, sia Corradino di Svevia, nel 1267, confermarono ed estesero i privilegi fiscali e le concessioni rilasciate al Comune. I medesimi atti furono compiuti dagli Scaligeri dopo che ebbero ottenuto il giuspatronato sul castrum.

La presenza di una comunità di patarini, eretici secondo la Chiesa Cattolica, spinse all'azione gli Scaligeri, che pochi anni prima avevano assunto la signoria veronese. Nel 1276, Mastino della Scala ottenne dal Consiglio di Verona la possibilità di istituire due compagnie di soldati per combattere i patarini sirmionesi. Il controllo delle stesse fu affidato ad un fratello di Mastino, Alberto, che assediò la cittadina gardesana e dopo poco tempo imprigionò diversi eretici. Due anni dopo, coloro che non si erano pentiti furono bruciati sul rogo a Verona.

Secondo Mazza (1986), il Castello Scaligero fu completato durante la signoria di Cangrande I e probabilmente fu costruito sui resti del castrum romano nel punto più stretto della penisola.

Nel 1378, Sirmione fu conquistata da Gian Galeazzo Visconti, che rinnovò i privilegi feudali del Comune sirmionese. Agli inizi del XV secolo fu occupata da Francesco Novello da Carrara, a quel tempo signore di Verona, per poi passare, nel 1405, sotto il controllo della repubblica di Venezia.

Sotto la Serenissima, Sirmione rimase legata al distretto veronese. Durante la riorganizzazione delle fortificazioni del Basso Garda, il fortilizio perse di importanza a vantaggio della vicina Peschiera. Rimase comunque avamposto militare come dimostra la costruzione della chiesetta di Sant'Anna, all'interno del castello, per il servizio religioso della guarnigione.

Nel corso del XV secolo fu edificata la chiesa di santa Maria Maggiore, sopra i resti di quella di san Martino in Castro. Nel XVII secolo, il nobile Francesco Rovizzi edificò una dimora e la chiesetta dedicata a sant'Orsola presso la località in seguito nota come Rovizza.

Nel corso del 1797, Sirmione fu dapprima occupata dalle forze francesi e, in seguito alla caduta della Repubblica di Venezia (16 maggio), fu sottoposta al controllo formale della Municipalità provvisoria veneta.

Il trattato di Campoformio stabilì che tutta la sponda meridionale del Garda passasse alla Repubblica cisalpina. Il 3 novembre fu istituito il dipartimento del Benaco comprendente anche Sirmione. Solo il 1º marzo dell'anno seguente fu creato il distretto, suddivisione amministrativa intermedia fra comuni e dipartimento, della penisola di Catullo all'interno del quale fu inclusa anche la municipalità sirmionese.

Dopo la soppressione del dipartimento benacense (1º settembre 1798), seguirono diverse riorganizzazioni amministrative che coinvolsero il comune di Sirmione: il 26 settembre fu associato al distretto VI di Villafranca del dipartimento del Mincio, mentre il 12 ottobre fu assegnato al distretto delle Vigne del dipartimento del Mella.

Dopo la parentesi dell'occupazione austro-russa (1799), fece seguito la riorganizzazione amministrativa della seconda repubblica cisalpina nella quale Sirmione entrò a far parte del distretto IV di Salò (maggio 1801). L'anno seguente la repubblica cisalpina cambiò denominazione in repubblica italiana.

Nel giugno 1805, con l'istituzione del napoleonico regno d'Italia, si procedette ad un nuovo riassetto amministrativo. Sirmione fu considerato di terza classe ed assegnato al cantone VII di Lonato a sua volta facente parte del distretto I di Brescia del dipartimento del Mella.

Nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna e l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto sotto l'amministrazione degli Asburgo d'Austria, Sirmione fu assegnato al distretto V di Lonato della provincia di Brescia. Nel 1853, con una revisione dell'assetto amministrativo, la cittadina entrò a far parte del distretto VIII, sempre con capoluogo Lonato.

Il 25 giugno 1859, durante la seconda guerra di indipendenza italiana, Sirmione fu occupata dalle truppe franco-piemontesi, vittoriose sull'esercito austriaco dopo la battaglia di Solferino e San Martino. Nello stesso tempo, parte dei feriti fu accolta presso la cascina Todeschini, a Colombare.

L'esito della seconda guerra di indipendenza conseguì il passaggio del comune sirmionese, come buona parte del territorio della Lombardia e della riva destra del Mincio, al regno di Sardegna (dal 1861 Regno d'Italia). Con il Decreto Rattazzi fu assegnato al mandamento X di Lonato appartenente al circondario I di Brescia della nuova provincia di Brescia. Fino al 1866, in cui a seguito della terza guerra di indipendenza italiana il Veneto fu annesso all'Italia, il confine con il territorio sotto il dominio asburgico correva da Rovizza fino a Lugana, nei pressi del quale si trovava la dogana.

Sul finire del XIX secolo si svolsero i lavori di intubazione delle acque termali. La sorgente termale era nota già nel Cinquecento, ma la profondità dalla quale sgorgava, 19 metri sotto il livello del lago, ne aveva impedito un qualsiasi uso fino a quel momento. Grazie alla tubazione fu possibile attivare il primo stabilimento termale e procedere alle prime analisi sulle qualità dell'acqua.

Con regio decreto 20 gennaio 1930, n. 53, il comune assunse la denominazione di Sirmione, dato che in precedenza era noto come Sermione.

A Sirmione nelle sere delle bella stagione ci sono le rondini; il mattino, specie nelle aree contigue a parchi o a giardini, come quelli di alcuni Alberghi, si può sentire il canto di numerosi uccelli (numerosi soprattutto i passeri, ma anche fringuelli, pettirossi, merli). germano reale. Altri abitatori dell'habitat sirmionese sono i gabbiani, come pure varie specie di uccelli acquatici, tra cui i germani reali e i cigni, divenuti ormai una popolosa colonia.

Attualmente la fauna terrestre della regione gardesana è costituita da qualche raro esemplare di mammifero selvatico (caprioli, volpi, lepri) e da alcuni uccelli rapaci provenienti dalle montagne circostanti.

Le acque del Lago di Garda sono inoltre ricche di numerose specie ittiche; fra le più conosciute il pregiato Carpione (Salmo Carpio) trota la cui presenza sulle mense era apprezzata da personaggi storici quali l'imperatore romano Tiberio, Galeazzo Visconti, Federico III, Maria d'Austria e Giuseppe II.

Altri rappresentanti dei salmonidi sono la trota ed il salmerino. Anche il persico reale, l'anguilla, il coregone ed il luccio sono presenti nel lago. Altri pesci presenti nelle acque del bacino sono la tinca, l'alborella, il cavedano, il barbo, la carpa ed il vairone, della famiglia dei ciprinidi.

L'ittiofauna del lago comprende anche l'agone, altro endemismo del Benaco, la bottatrice, molto ricercata per la bontà delle sue carni senza lische, e il lavarello.

Due sono le piante predominanti a Sirmione: l'olivo e il cipresso, piante tipicamente mediterranee, attecchite grazie al clima tradizionalmente mite.

Altro elemento caratteristico sono i canneti, che si ritrovano in buona parte della costa non antropizzata.

La chiesa parrocchiale: S.Maria Maggiore bella e armonicamente sobria costruzione della fine del XV secolo. Contiene opere attribuite al Brusasorci (1516/67), allievo di Paolo Veronese, e ad altri artisti di età barocca, benchè il suo stile complessivo la avvicini alle semplicità di linee del romanico.
Recente il Battistero, a sinistra subito dopo l'entrata.

La chiesa di S.Pietro in Mavino è la più antica chiesa (tra quelle rimaste, almeno) del centro storico di Sirmione.

La chiesa si Sant'Anna è una piccola chiesetta; la sua costruzione è fatta risalire al XIV secolo. È stata recentemente restaurata.

S.Salvatore è ritenuta la chiesa del complesso monastico di S.Salvatore, che fiorì in età altomedioevale; ciò che ora ne resta, come evidenziato da recenti lavori di valorizzazione sono solo tre absidi. La chiesa sembra sia stata fatta costruire dalla regina Ansa nel 765-774, ricostruita poi nel sec.XI.

Il Santuario mariano del Frassino, tenuto dai frati francescani, si trova nell'entroterra di Peschiera, a circa 11 km dal centro di Sirmione.

Le Grotte di Catullo sono una meta turistica decisamente gettonata, e ne vale la pena.

Il comune è zona di produzione sia del Lugana sia dell'olio Garda bresciano DOP.

La principale industria è quella turistica: sia perché in riva al lago di Garda, sia per il sito archeologico delle Grotte di Catullo, sia per la presenza di una sorgente termale. Quest'ultima si tratta di acqua sulfurea salsobromoiodica di origine vulcanica e serve due stabilimenti: "Catullo", in prossimità delle omonime grotte, e "Virgilio", in località Colombare.
L'"Acqua di Sirmione" viene commercializzata in boccette per spray nasale.



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