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martedì 2 giugno 2015

PERSONE DI CASTIGLIONE DELLE STIVIERE : HENRY DUNANT

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Jean Henri Dunant, più noto come Henry Dunant (Ginevra, 8 maggio 1828 – Heiden, 30 ottobre 1910), è stato un umanista, imprenditore e filantropo svizzero. Premio Nobel per la pace nel 1901 per aver fondato la Croce Rossa di cui erano già da alcuni decenni membri attivi molti paesi di tutto il mondo, tra cui anche l'Impero ottomano.

Dunant, discendente da una fervente famiglia calvinista con grande influenza nella società ginevrina, nacque a Ginevra l'8 maggio 1828; fu educato ai valori dell'aiuto nel sociale: il padre era attivo nell'aiuto di orfani, mentre la madre lavorò con i malati e i poveri.

Dunant crebbe durante il periodo di risveglio religioso chiamato appunto Risveglio, movimento di ritorno alla pura dottrina della Riforma. Circa vent'anni dopo scrisse un libretto di adulazione su Napoleone III, l'unico che poteva risollevarlo dai suoi problemi finanziari, adulato come colui che aveva ristabilito il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.

La madre, come in tutte le famiglie della nuova Chiesa risvegliata, ebbe una sua cerchia di famiglie in difficoltà, che visitava portando il conforto della parola e modesti contributi finanziari. Nelle sue visite, Nancy portò con sé il figlio Henry, che imparò, dalla pratica della madre, l'amore per il prossimo ed il dono di sé, valori che terrà a mente per tutta la sua vita e nelle sue innumerevoli opere umanitarie.

La sua formazione adolescenziale non fu brillante: iscritto al college a dieci anni, a dodici ripeterà la classe e più tardi non terminerà gli studi. La materia in cui si esprimeva pienamente era la religione, cui lo spingeva la sua formazione familiare e comunitaria. Il suo ulteriore bagaglio culturale si basò su letture personali da autodidatta, che gli consentirono in seguito di entrare in numerose società geografiche. Henry eccelse soprattutto nell'azione: seguendo la tradizione calvinista della sua famiglia, aderì formalmente al movimento evangelico all'età di 18 anni e si dedicò al tema dell'abolizione della schiavitù. Prima dei venti anni fu membro della Societè D'Aumònes, che gestiva opere di carità. In quegli anni faceva visita alle case di infelici caduti in miseria. La domenica pomeriggio si recava dai detenuti della prigione dell'Eveché, presentando loro, nella cappella del carcere, conversazioni scientifiche, racconti d'avventura e viaggi e soprattutto la Bibbia.

Dunant ripose grande fiducia in quei carcerati, da cui venne considerato una persona di buon cuore, distinguendosi per la sua grande capacità di coinvolgere e organizzare coloro con cui veniva a contatto. Nell'estate del 1847 fece una gita di alcuni giorni nelle Alpi in compagnia di due amici, tra escursioni e letture evangeliche; continuarono a vedersi una volta a settimana a casa dell'uno o dell'altro per leggere la Bibbia o pregare. Nella Riunione del Giovedì chiamò altri invitati, troppi per riunirsi nelle case private, così nell'autunno del 1851, nacque un'organizzazione ben strutturata chiamata l'Union Chretienne de Genève, di cui Dunant divenne il segretario. In quegli anni erano nate in Inghilterra le Young Men's Christian Association, poi in Francia le Union Chretienne de Jeunes Gens ed infine in Italia le Associazioni Cristiane dei Giovani. La sezione svizzera fu costituita nel 1852 e Dunant ne fu il segretario sino al 1860.

Nel 1855, dopo aver raggiunto la vetta della sua impresa giovanile, la sua fede risvegliata sembrò avere una flessione. Forse i due viaggi in Algeria dirottarono i suoi interessi e Max Perrot, primo presidente dell'UCJC, scrisse di lui che, sebbene fosse una gran brava persona, stava subendo una pericolosa involuzione, anche se in passato era stato un animatore instancabile.

Per la Compagnie genevoise des colonies suisses, che ha ricevuto dal governo francese un terreno a Sétif in Algeria, Dunant compie viaggi in Algeria, Tunisia e Sicilia. Nel 1858 pubblica il suo primo libro ispirato alle sue esperienze di viaggio, le Notice sur la Régence de Tunis; il libro gli permette l'accesso a numerose società scientifiche.

Nel 1856 fonda una società coloniale che due anni più tardi, dopo aver ottenuto una concessione di terreno in Algeria, diventa la Société financière et industrielle des moulins de Mons-Djémila à Saint-Arnaud (l'attuale El Eulma). In collaborazione con il suo socio Henry Nick ottiene l'autorizzazione a costruire un primo mulino. Dei dieci villaggi da costruire ne viene realizzato solo uno ed i coloni immigrati, vivono in condizione sanitarie insostenibili, tali da esporli a epidemie di colera e di tifo.

D'altra parte si sviluppa una rete di speculazioni all'ombra dell'organizzazione ginevrina e Dunant si mostra molto imprudente:installa il più moderno mulino alla cascata sul torrente Deheb, spende parecchio per la costruzione di una strada di accesso ed aspetta la concessione francese per risanare il suo investimento. La coessione si rivela però di soli sette ettari, insufficiente ad ammortizzare le spese. Dunant si ritrova così più che mai a mal partito, non solo perché non sono in vista nuove concessioni, ma anche perché le perdite sono ormai rilevanti. Tenta di costruire una società per azioni che possa contenere l'impresa originaria assorbendone i debiti e coglie nel 1858 la possibilità di cambiare cittadinanza; Dunant non ha vantaggi immediati di questo suo cambio, ma decide di rivolgersi a Parigi direttamente a Napoleone III per sollecitare le concessioni di cui la sua società ha bisogno per sopravvivere.

L'imperatore, impegnato nella guerra franco-austriaca, è partito per l'Italia, dove Dunant comincerà a inseguirlo tra le battaglie che si svolgono nella Pianura padana.
Il Dunant arriva così a Solferino il 24 giugno del 1859, immediatamente prima di quella che fu una delle battaglie più sanguinose che l’Europa abbia mai vissuto.
Il Dunant rimane sconvolto dalle condizioni in cui versano i feriti, abbandonati a loro stessi e ricorrere alla buona volontà della popolazione per organizzare un servizio di assistenza sanitaria ai feriti.
Dopo la battaglia il Dunant torna a Ginevra, trasferisce tutta la sua amarezza, le emozioni, l’angoscia e l’impotenza provate durante quella strage in un libro, “Souvenir de Solferino”, che pubblica nel 1862, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica per la realizzazione del progetto che ha maturato dopo l’esperienza vissuta a Solferino: creare una Società di soccorso volontario in ogni Stato, con il compito di organizzare ed addestrare squadre per assicurare l’assistenza dei feriti in guerra. Propone inoltre che i feriti ed il personale sanitario vengano ritenuti neutrali dalle Parti belligeranti e che siano identificati e protetti da un segno distintivo comune.
Nel 1862 il Dunant aderisce alla “Società ginevrina di Utilità Pubblica”
Il 26 ottobre 1863, unitamente ai membri del cd. “Comitato dei 5” organizza a Ginevra una Conferenza Internazionale ch porta, il 29 ottobre dello stesso anno, alla firma dell’atto di nascita della Croce Rossa, dieci risoluzioni che contenute definiscono ruolo, funzioni e mezzi delle associazioni volontarie di soccorso.
Successivamnete gli affari del Dunant precipitano ed è ridotto al fallimento e viene escluso dal movimento. Il Dunant si trasferisce a Parigi dove è costretto a vivere in condizioni di estrema povertà, ma le sue condizioni economiche non gli impediscono però di portare avanti gli obiettivi per i quali tanto ha lottato, partecipando a diverse conferenze in Inghilterra.
Nel 1877 il Dunant si ritira a Heiden (piccolo villaggio a sud del lago di Costanza) nel cantone di Appenzell dove nel 1895 un giornalista riconoscerà in lui il fondatore della Croce Rossa. Grazie a questo incontro il Dunant sarà onorato pubblicamente ed ufficialmente tanto che nel 1901 gli verrà riconosciuto il premio Nobel per la Pace.
Il 30 ottobre 1910 il Dunant muore ed ora riposa nel cimitero di Zurigo.





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domenica 5 aprile 2015

LA MISTERIOSA LUNA ROSSA

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Dopo il Sole nero dell’equinozio di primavera, il sabato di Pasqua il cielo ha offerto lo spettacolo della “Luna di sangue”. La Terra scivola in mezzo a Sole e Luna, e proietta un cono d’ombra sul nostro satellite, che si tinge di rosso.

Si tratta dell’eclissi totale di Luna più breve del secolo, poco meno di cinque minuti, all’incirca dalle 13:57 alle 14:02 ora italiana. “Le eclissi totali di Luna sono eventi lenti, eterei – afferma su Scientific American Will Gater, astronomo della Slooh Community Observatory -. Quale miglior modo d’iniziare una giornata che guardando questo meraviglioso fenomeno”. Uno spettacolo che non è riservato a tutti, purtroppo. La Luna rossa è, infatti, visibile in America nord-occidentale, Asia orientale, nel Pacifico, in Australia e Nuova Zelanda.

Il colore del sangue è dovuto alla luce rifratta dall’atmosfera terrestre, che si comporta come un prisma sparpagliando in tutte le direzioni le frequenze blu-violetto, e rimandando, invece, quelle rosse sulla Luna. Per una ragione analoga, il Sole si mostra così affascinante al tramonto. L’eclissi di Pasqua, spiegano gli studiosi della Nasa, è la terza di un ciclo di quattro, separate all’incirca di sei mesi l’una dall’altra. Un fenomeno che gli esperti definiscono “tetrade”.

Il libro di Gioele contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e nell'Antico Testamento della Bibbia cristiana, fa una profezia sulle lune di sangue e la fine del mondo. "Il Sole sarà mutato in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il grande e terribile giorno del Signore".

Il sangue degli animali che veniva versato sotto questa Luna era riverito e rispettato, come ennesimo dono della Natura e della Terra e come sede dell'anima o del nucleo vitale delle creature viventi. Per i celti e nella wicca tutt'ora la Luna rossa ricopre il ruolo di una delle 13 lune degli Esbat per i celti invece questo periodo rappresentava Mabon.

Un aspetto molto ricorrente è l’identificazione delle eclissi con una sorta di calamità per il mondo o un’imminente distruzione.

Partendo dagli antichi i Greci a Colombo che si è servito proprio di un’eclissi per convincere i nativi della Giamaica ad aiutarlo evitando la minaccia di di morire di fame.

Altre superstizioni vogliono che l’eclissi lunare influenzi fortemente la natura umana e porti la gente, a volte, a diventare pazza o a comportarsi in maniera strana. Ed, a detta di costoro, ciò sarebbe avvallato dal fatto che alcuni dicono di sentire potenziate le proprie forze quando vengono colpiti dai raggi della Luna.

Inoltre, l’eclissi lunare è molto più enigmatica di quanto si possa pensare perché non riguarda soltanto la natura umana, ma ha affetti anche sulle maree dell’oceano possente poiché, durante un’eclissi, c’è alta marea.

I Babilonesi credevano che il nascondersi della Luna fosse un presagio di sventura in qualche posto nel mondo. Ed hanno persino studiato la parte della luna eclissata che avrebbe portato maggior disgrazie.

Così, quando ci fosse stata un’eclisse di tale zona lunare, sapevano che gli dei avrebbero infierito in modo particolare e che la gente in quella parte del mondo avrebbe dovuto prestare molta attenzione.

Nell’antica terra di Babilonia, c’erano molti indovini che si peritavano di offrire previsioni basate sulla lettura della Luna servendosene per definire come gli uomini avrebbero dovuto comportarsi e quali scelte avrebbero dovuto compiere.

In cinese antico, il termine per Eclissi è ‘chih’, che significa ‘mangiare’.

Così, i cinesi credevano che un drago stesse mangiando la Luna, pertanto sparavano con i cannoni contro la Luna stessa, nella speranza di spaventare il drago costringendolo a fuggire.

In effetti, la marina militare cinese ha sparato contro la Luna fino a non più tardi del XIX secolo, proprio a dimostrazione di quanto la tradizione culturale sulla luna fosse radicata nella realtà locale.

Molti indiani ancora oggi continuano a rifugiarsi in luoghi riparati durante le eclissi, in quanto ritengono che l’eclissi di Luna consenta a dei raggi malefici di colpire la Terra.

Si nascondono, dunque, in casa e chiudono tutte le finestre e le porte, nella speranza di restare incolumi ai mali generati dai raggi.

Inoltre, per spaventare le forze del male fanno rumore con le pentole o altri oggetti così da liberare la Luna.

La Bibbia dice che quando la Luna diventa rossa, sta per arrivare l’Apocalisse.

La Luna, che durante l’eclisse non è raggiunta dalla luce diretta del Sole, è pertanto illuminata da questa luce rifratta dall’atmosfera terrestre, in prevalenza rossa, e quindi appare rossa.

Tutto ciò spiega (in parte) il fenomeno dell’arrossamento lunare. A complicarlo c’è la colorazione della superficie terrestre sulla quale insistono i raggi che sono riflessi sulla Luna: gli oceani, i deserti, le foreste e così via, si presentano con colorazioni diverse le quali, combinandosi con il rosso possono dare luogo ad altrimenti impreviste tonalità color rame, marrone, ecc. e per di più mutevoli nel trascorrere del tempo.

Tra superstizioni e realtà scientifiche, resta comunque la magia e l’incanto del cielo notturno che, ancora una volta, ci offre un imperdibile, raro e lungo spettacolo con l’eclissi totale di Luna.


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                              http://cipiri.blogspot.it/2015/04/ecologia-eclissi-di-luna-piu-breve-del.html



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giovedì 5 marzo 2015

LA BATTAGLIA DI SOLFERINO

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La Battaglia di Solferino (24 giugno 1859) fu combattuta fra l'esercito austriaco e quello francese durante la seconda guerra di indipendenza italiana nel contesto della Battaglia di Solferino e San Martino, che fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 1813, avendovi partecipato complessivamente più di 230.000 soldati.

Dopo la sconfitta a Magenta, l'esercito austriaco si ritirava verso est, inseguito dall'esercito franco-piemontese. Lo stesso Francesco Giuseppe venne personalmente in Italia per prendere il comando delle truppe, rimuovendo dall'incarico il generale Gyulai, considerato colpevole della sconfitta precedente.

Il mattino del 23 giugno le armate austriache fecero dietro front per contrattaccare lungo il fiume Chiese. Allo stesso tempo Napoleone III ordinò l'avanzata delle sue truppe e così gli eserciti avversari vennero a scontrarsi in luoghi del tutto imprevisti. Mentre a nord, sui colli di San Martino, le truppe piemontesi combattevano con l'ala destra dell'esercito austriaco, l'esercito francese si scontrò a sud, più precisamente a Solferino (a metà strada fra Mantova e Brescia), con il grosso delle truppe nemiche: entrambe le parti non si aspettavano assolutamente di trovarsi di fronte l'intero esercito nemico.

La battaglia si sviluppò caoticamente lungo un fronte di 15 km, finché, nel primo pomeriggio, le truppe francesi sfondarono il centro di quelle austriache. I combattimenti proseguirono ancora nel pomeriggio inoltrato attorno a Solferino, Cavriana e Guidizzolo, sino a quando un violento temporale interruppe la lotta (iniziata alle prime luci del giorno), nei pressi di Cavriana, ma non sui colli di San Martino, ove la battaglia cessò soltanto a sera. Lo scontro fu così feroce e cruento che l'esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto in fuga, il quale riparò oltre il Mincio.

La battaglia di Solferino e San Martino fu la più lunga (dalle 12 alle 14 ore di combattimento) e la più sanguinosa combattuta per l'indipendenza e l'unità d'Italia e superò in proporzione le perdite della pur cruenta battaglia di Waterloo. Gli austriaci persero 14000 uomini e 8000 vennero presi prigionieri, i franco-piemontesi 15000 e 2000 prigionieri; questa carneficina sembra aver indotto Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca, con questo atto concludendo di fatto la seconda guerra d'indipendenza.

L'Austria fu costretta a cedere la Lombardia, eccetto Mantova, alla Francia che, come prevedeva l'armistizio e il successivo trattato di Pace di Zurigo, la cedette a sua volta al Regno di Sardegna. Testimone d'eccezione della battaglia fu Henry Dunant ideatore, promulgatore e primo segretario della Croce Rossa.

Assolutamente contrario all'armistizio era Cavour, che dopo un'acerrima discussione con il Re, si dimise dalla carica di presidente del Consiglio.

Lo svizzero evangelico Henry Dunant giunto il giorno della battaglia, vista la terribile carneficina e l'impotenza di fronte alla disorganizzazione con cui furono portati i soccorsi, rimase fortemente impressionato.
Agì quindi per organizzare un minimo di attività di assistenza, che venne data mediante il trasporto dei feriti presso il Duomo di Castiglione delle Stiviere e lì, con l'aiuto della popolazione, specialmente femminile, vennero prestati soccorsi a tutti, senza riguardo alla divisa indossata, avendo come riferimento il motto "Tutti Fratelli".
In seguito scrisse e pubblicò a sue spese il libro Un souvenir de Solférino e fondò la Croce Rossa Internazionale.
Per la sua attività e le sue idee venne insignito del primo Premio Nobel per la Pace, nell'anno 1901.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html


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lunedì 23 febbraio 2015

STEMMA COMUNE DI MILANO

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Lo stemma della Città di Milano è costituito da uno scudo sannitico di color argento su cui è presente una croce rossa, lo scudo è timbrato da una corona da città.

Lo stemma è stato approvato con Decreto CG del 19 marzo 1934. La descrizione dei simboli della città è così riportata nello statuto comunale:

« 1. Il gonfalone storico, insignito della medaglia d'oro della Resistenza, e raffigurante Sant'Ambrogio, vescovo eletto dal popolo, è il gonfalone di Milano.
2. Lo stemma della Città di Milano è araldicamente così descritto: d'argento (bianco) alla croce di rosso, cimato di corona turrita (un cerchio d'oro aperto da otto pusterle), e circondato ai lati nella parte inferiore da fronde verdi di alloro e di quercia annodate con un nastro tricolore.
3. La bandiera del Comune di Milano è costituita da una croce rossa su sfondo bianco. »
Il gonfalone è decorato dalle seguenti onorificenze:

Medaglia alle Città Benemerite del Risorgimento Nazionale del 13 marzo 1898
Medaglia d'oro al valor militare del 15 marzo 1948.

La leggenda vuole che la croce rossa in campo argento venisse data quale insegna ai milanesi da papa Gelasio I nella persona di Alione Visconti, ipotetico maestro di campo generale dell'esercito cittadino contro Teodorico, re degli Ostrogoti, ma questa ipotesi non regge alla verifica storica. Nel 1038, quando l'arcivescovo Ariberto da Intimiano arma la plebe e le dà il Carroccio, Milano non aveva ancora uno stemma ma secondo il cronista Arnolfo, testimone oculare, dall'antenna del Carroccio pendevano due fasce di tessuto candido e sul Carroccio era bensì presente una croce ma si trattava di una croce latina in legno attaccata più in basso delle fasce e sopra l'altare, usata per la celebrazione dei riti religiosi.

L'adozione del simbolo della croce rossa in campo argento risale sicuramente ad un'epoca successiva alla prima crociata, infatti tutti gli studiosi sono concordi nel non ammettere l'esistenza di simboli araldici prima di allora. La leggenda vuole che la croce venisse adottata dai crociati milanesi nel corso della conquista del Santo Sepolcro.

Inizialmente, alla fondazione del comune medievale (1045), fu usato uno scudo partito di bianco (simbolo del popolo) e di rosso (simbolo dei nobili); l'adozione della croce rossa in campo bianco risale al XII secolo epoca in cui, quale segno di maggiore autonomia dall'Impero, fu adottata da altre città. Giorgio Giulini riporta nelle sue Memorie che lo storico lodigiano Morena vide personalmente nel 1160 il Carroccio sul quale svettava una «un grandissimo vessillo bianco colla croce rossa». All'epoca la croce rossa in campo bianco costituiva solo il Vexillum publicum del comune, esistendo anche il Vexillum civitas (biscione azzurro in campo bianco, divenuto poi stemma dei Visconti e del ducato di Milano) e il Vexillum populus (l'effigie di Sant'Ambrogio).

La prima testimonianza dello stemma nella forma attuale è del XIV secolo e si trovava sull'arca di Azzone Visconti presente nella chiesa di San Gottardo in Corte, ora perduta, dove era raffigurato sant'Ambrogio portante il vessillo bianco con la croce rossa. In seguito, sotto il dominio dei Visconti, lo stemma fu solitamente sostituito dal Biscione, emblema della famiglia Visconti e del ducato di Milano tornando ad essere, forse, usato durante il breve periodo dell'Aurea Repubblica Ambrosiana (1447-1450), due arazzi presenti nel Fahnenbuch (libro delle bandiere) del 1647 ed attribuiti alla Repubblica Ambrosiana vengono ritenuti di valore storico dubbio.

Nei secoli successivi il simbolo fu talvolta arricchito con la testa di Sant'Ambrogio e a partire dal XVI secolo incominciarono ad apparire altri ornamenti quali cartocci, corone, fronde che arrivarono all'eccesso nel secolo successivo.

A partire dal 1805 Milano divenne prima capitale della Repubblica Italiana e poi del Regno d'Italia voluto da Napoleone Bonaparte. Con la rivoluzione francese tutti gli stemmi, considerati simboli di schiavitù, vennero aboliti ma, successivamente, Bonaparte ripristinò la possibilità di avere un blasone e per evitare abusi il 17 gennaio 1812 decretò dalle Tuileries che nessuna città, nessun comune o pubblico stabilimento avesse ad esporre stemma particolare se prima non ne avesse ottenuta la espressa concessione con lettere patenti. Milano ebbe, il 9 gennaio 1813, la concessione di un nuovo stemma la cui blasonatura recitava:

« Porta lo scudo d'argento colla croce piana e centrata di rosso; terminato dal capo di verde colla lettera N d'oro posta nel cuore ed accostata da tre rose a sei foglie del medesimo; Cimato dalla corona murale a sette merli, d'oro, sormontata dall'aquila nascente al naturale, tenente tra gli artigli un caduceo d'oro in fascia. Il tutto accompagnato da due festoni intrecciati d'ulivo e di quercia dell'ultimo, divisi tra i due fianchi, ricongiunti e pendenti dalla punta »
Il capo presente al di sopra dell'antico simbolo era quello delle buone città del regno. Comunque caduto Napoleone nel 1814 anche il relativo stemma fu dismesso.

Il 3 aprile 1816 l'imperatore Francesco I d'Austria con un decreto sostituiva alle frasche vegetali un ornamento in oro con la motivazione che l'oro, il più nobile dei metalli, meglio si addiceva ad una città regia ed importante quale Milano era, al di sopra della corona veniva posta l'aquila bicipite asburgica. I fregi dorati e le frasche vennero in seguito sostituiti da fronde verdi di olivo e di quercia legate da un nastro solitamente di color celeste.

In seguito al passaggio sotto il Regno d'Italia fu dapprima tolta l'aquila bicipite e in seguito furono modificati la forma della croce, dello scudo e degli ornamenti (ottobre 1860). La giunta municipale approvò altre lievi modifiche il 13 maggio 1867 e altre se ne aggiunsero nel 1899.

Nel 1932 il podestà Marco Visconti si attivò perché, secondo le prescrizioni della legge vigente, anche l'arma di Milano avesse un riconoscimento legale. Il 13 maggio scrisse al prefetto dichiarando che essendo necessario sostituire lo stemma su numerosi edifici e per altre attività e abbandonata l'idea di includere nello stesso il fascio littorio, visto il dispendio di tempo necessario, richiedeva la sanzione legale del “nuovo” blasone (che comunque rimaneva essenzialmente uguale all'antico. In data 14 giugno il prefetto trasmise la domanda alla Presidenza del Consiglio dei ministri, allegando gli estremi del precedenti riconoscimento asburgico. In attesa del riconoscimento il podestà nominò, il 16 febbraio 1933, una commissione avente «l'incarico di proporre un progetto di uno stemma della città di Milano che richiamandosi alle tradizioni della città risponda alle esigenze araldiche ed estetiche», la commissione, presieduta dal podestà, era composta da Giovanni Vittani, Romolo Caggese, Lodovico Pogliani, Alessandro Giulini e Giorgio Nicodemi (segretario). Il 19 marzo 1934 fu emanato, dopo vari solleciti, il decreto di riconoscimento. Nello stemma fu inserito il capo del Littorio divenuto obbligatorio con il decreto n. 1440 del 12 ottobre 1933, abrogato nel 1944 da un decreto luogotenenziale.

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