Visualizzazione post con etichetta storico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storico. Mostra tutti i post

sabato 18 aprile 2015

PERSONE DI ANGERA : PIETRO MARTIRE D' ANGHIERA



Pietro Martire d'Anghiera è stato uno storico spagnolo di origine italiana.

Nacque ad Arona sul lago Maggiore il 2 febbraio 1457, da famiglia di cognome ignoto, probabilmente cospicua, verosimilmente originaria di Anghiera, ma proprietaria di beni ad Arona. Ebbe almeno due fratelli minori, Giorgio, che fu governatore di Monza, e Giambattista, per il quale ottenne, per raccomandazione dei sovrani di Spagna, l'accesso nell'esercito della Repubblica veneta. Passò alcuni anni alla corte ducale di Milano e fu nutrito di buoni studi umanistici, ma in proposito non si hanno particolari. Dopo l'uccisione di Gian Galeazzo si trasferì a Roma (ve lo troviamo almeno dal 1478), munito di efficaci raccomandazioni, specie di Ascanio Sforza, onde vi ebbe favorevoli accoglienze e fu in rapporti con l'Accademia di Pomponio Leto e del Platina, pure mantenendo intatti i suoi principi cattolici: fu ospite di Bartolomeo Scandiano nella sua villa di Rieti, poi, durante il pontificato di Innocenzo VIII, segretario del governatore di Roma F. Negri, con il quale visitò Perugia e altri luoghi dello Stato pontificio. Nel 1486 Iñigo Lopez de Mendoza, conte di Tendilla, venuto come ambasciatore dei sovrani spagnoli a Roma, dove si trattenne quasi un anno, fu colpito dall'ingegno vivace e dalla vasta cultura del giovane non ancora ventenne e lo indusse a seguirlo in Spagna. L'Anghiera aderì, nonostante il parere contrario del Leto, del cardinale Arcimboldi arcivescovo di Milano e, soprattutto, dello Sforza (creato cardinale nel 1484), che tentò di tutto per distoglierlo; non riuscendo nell'intento, si fece almeno promettere che avrebbe mandato frequenti rapporti su tutto ciò che accadeva alla corte spagnola; promessa che fu mantenuta, poiché abbiamo numerose lettere allo Sforza (e ad altri) ricche di preziose informazioni. In Spagna, dove si fece subito un posto di primo piano a corte,  doveva rimanere ormai per tutto il resto della sua vita, salvo brevi assenze per missioni. Dal 1488  ora a seguito del Tendilla, ora dello stesso Ferdinando prese parte attiva alle ultime campagne di guerra contro gli Arabi, militare e storico al tempo stesso. Fu nel 1489 all'assedio di Baza, espugnata solo nel dicembre, e poi all'assedio di Granata, ultima fortezza tenuta dai Mori. Di questi fatti d'arme, decisivi per la storia di Spagna, egli fu, in molte sue lettere, relatore preciso ed efficace; ad esse ricorsero, come a fonte sicura, molti storici posteriori. A Granata conobbe probabilmente Cristoforo Colombo, intermediario forse il confessore della regina Isabella, Talavera, amico e protettore di ambedue gli italiani. Affascinato dallo splendore della città, vi rimase a fianco del Tendilla, che ne fu primo govematore, e del Talavera, primo vescovo. E durante il soggiorno a Granata, che dovette rappresentare per lui un periodo di riposo, egli maturò il proposito di mutare l'abito militare per quello ecclesiastico: abbracciò gli ordini minori ed ebbe uno stallo di canonico nella cattedrale. Ma solo parecchi anni più tardi divenne prete, e fu anzi protonotario apostolico.
Il rientro a corte avvenne sul finire del 1492, allorché la regina Isabella lo nominò "contino de su casa", ossia gentiluomo di camera, e da allora egli divenne un valido aiuto della regina nel nobile proposito diredimere il popolo spagnolo dalla ignoranza in cui versava. Egli stesso fu maestro e precettore di molti giovani nobili seguendo la corte nei suoi spostamenti di città in città; invitato dalla università di Salamanca, rifiutò la cattedra, ma consentì a tenere una lettura ed ebbe un uditorio di quattromila tra professori e studenti; un vero trionfo, che egli stesso esaltò in una lettera celebre.

A corte ebbe la ventura di seguire da vicino la grande impresa di Colombo e di assistere al suo trionfale ritorno dalla prima navigazione transoceanica. Ne dette notizia subito in lettere, specie allo Sforza, al conte Giovanni Borromeo, poi ad altri conoscenti, anche spagnoli, e le informazioni in esse contenute sono tra i documenti contemporanei più importanti e più significativi della eccezionale impresa. Notevole è che Colombo vi è sempre additato come figure.

Anche negli anni seguenti  dovette seguire con perspicace attenzione,tutti i fatti e gli avvenimenti connessi con la scoperta del Nuovo Mondo e in genere con le navigazioni oceaniche: fu in rapporto con Sébasúano Caboto, con Vasco da Gama, con Amerigo Vespucci, con Fernando Cortés, con Fernando Magellano. Nel 1497 fu designato per una missione diplomatica in Boemia, che peraltro non ebbe poi più luogo. Quattro anni più tardi gli venne invece affidata dal sovrano una-missione molto delicata e, di gran fiducia presso il sultano d'Egitto, che, inasprito dalle persecuzioni contro i Mori in Spagna, minacciava rappresaglie contro i cristiani e specialmente contro i francescani della Custodia di Terrasanta.

Raggiunta per terra Venezia, dove fece un breve ma delizioso soggiomo, si imbarcò per Rosetta, vide Alessandria, della quale descrisse a vivi colori, lo squallore, raggiunse il Cairo, visitò, con grande curiosità, la multiforme città e i suoi dintorni; ricevuto benevolmente dal sultano e compiuta con successo la sua missione, si rimbarcò per Venezia, che stava allora per schierarsi coi Francesi contro la Spagna. Qualche passo fatto per comporre la vertenza, senza essere a ciò autorizzato, lo mise in difficoltà. Trasferitosi da Venezia in Lombardia, rivide con grande emozione Arona, suo paese natale, e poté tornare in Spagna per via di terra, con un salvacondotto ottenuto per mezzo del card. d'Amboise.

Dei viaggio in Egitto scrisse una breve, ma diligentissima relazione (Legatio Babylonica), che, ricca di osservazioni de visu, fu assai apprezzata dai contemporanei e contribuì a dissipare molte idee errate che ancora a quel tempo circolavano sull'Egitto.

In questo periodo  ricevette gli ordini religiosi maggiori e fu nominato priore del capitolo di Granata, ma continuò ad occuparsi in modo particolare delle relazioni coi diplomatici che frequentavano la corte. Morta la sua grande protettrice, la regina Isabella (26 nov. 1504), trascorse alcuni mesi appartato a Granata, ma poi raggiunse il re Ferdinando e lo assisté con consigli nel burrascoso periodo che seguì la morte della regina; e di tutti gli avvenimenti, così di quelli familiari, come dei politici, tenne sempre diligente nota. Dopo la morte di Ferdinando, nel 1516, i fatti che accompagnarono gli inizi del regno di colui che doveva divenire poi uno dei più grandi sovrani del mondo, hanno un'eco nella sua corrispondenza.

Da qualche anno si era accinto alla stesura della grande opera cui deve soprattutto la sua,fama, le Decades de Orbe novo, delle quali la prima fu pubblicata, insieme con altri suoi scritti, a Siviglia già nel 1511, e a sua insaputa, come egli stesso ha occasione di farci sapere con vivo e ripetuto rammarico; le prime tre erano tutte composte nel 1515 e l'autore ne mandava copia a Leone X, che gradì moltissimo il dono e nell'anno seguente ne autorizzò la stampa. L'opera dovette essere molto apprezzata, perché nel 1520 fu nominato storiografo ufficiale, con lauto stipendio, e già due anni prima era stato addetto al Consiglio delle Indie, e qualche tempo dopo ebbe addirittura l'alto ufficio di consigliere dell'importante istituzione, allora riordinata. Nell'esercizio di questa sua funzione, in anni ricchi di tante vicende per le terre nuovamente scoperte, impegnò tutta l'autorità che gli veniva dalla lunga pratica di affari diplomatici e dalla larga conoscenza che egli aveva di uomini, di paesi, di avvenimenti recenti.

Le ambizioni  non furono mai eccessive: nel 1518 declinò, allegando la sua età avanzata, la designazione ad ambasciatore presso il sultano di Costantinopoli; invece nel 1521, forse per un ritorno di nostalgia, rinnovò il tentativo già fatto dieci anni prima di ottenere l'abbazia di San Graziano in Arona, sua città natale, e rimase deluso di non aver potuto soddisfare questo desiderio. Nel 1524 il re lo fece nominare da Clemente VII abate mitrato di Santiago nell'isola di Giamaica; non poté prendere possesso di persona di questo uffìcio, ma ne devolvé le rendite per costruire la chiesa di Sevilla del Oro in quell'isola.

Sofferente di fegato da più anni, era malato nel giugno 1526 allorché la corte fissò la residenza a Granata; la città dove l'A. aveva iniziato la sua carriera doveva vederne la fine. Il 23 settembre fece testamento, lasciando la maggior parte dei suoi beni ai parenti in Lombardia e morì pochi giorni dopo. Il suo corpo venne sepolto nel duomo di Granata.

Può definirsi, per cultura e per spirito, un umanista, anche se la sua conoscenza del latino letterario non fu perfetta; dell'umanista ebbe l'interesse per tutte le cose nuove anche nel campo scientifico, onde la continua penetrante attenzione portata a tutti gli avvenimenti connessi con la scoperta del Nuovo Mondo; dell'umanista ebbe l'ingegno vivace, l'abito mentale. Fu scrittore e descrittore diligente, ed abilmente sfruttò informazioni attinte a conoscenze personali o a documenti e materiali che ebbe sotto mano per ragioni di ufficio. Come fonte storica è giudicato molto autorevole, anche se da usarsi con qualche cautela, per tutto il periodo (34 anni) che le Decadi abbracciano; fonte di prim'ordine per Colombo, della cui scoperta fu il primo ad intuire l'importanza, e anche per Vespucci, Caboto, Vasco da Gama, Balboa, ecc.

Come si è già accennato, quando si decise a lasciare l'Italia, lo Sforza si fece da lui promettere una continuata corrispondenza su tutto ciò che di notevole fosse man mano da segnalare in Spagna. E la promessa fu largamente mantenuta: l'Opus epistolarum, dedicato proprio allo Sforza, contiene 813 lettere che vanno dal 1488, poco dopo la sua partenza da Roma, al 1525. Esse naturalmente non sono tutte dirette allo Sforza, ma a molti altri personaggi, sia spagnoli come in prima linea il conte di Tendilla, sia italiani, come Giovanni Borromeo, Pomponio Leto, Bartolomeo Scandiano, Pietro Ranzano e altri.

In alcune lettere sono state rilevate contraddizioni, incertezze, elementi di sospetto valore; ma si deve tener presente che la edizione che ne possediamo è assai imperfetta e forse in alquante lettere furono introdotte interpolazìoni. E può darsi anche che talune lettere possano essere dirette a destinatari fittizi, come esercitazioni letterarie, secondo un uso non infrequente nel secolo XVI; ma a nessuna lettera potrebbe negarsi autenticità di contenuto. Celeberrime sono le tre lettere del 1493 dirette rispettivamente a Giovanni Borromeo (14 maggio), al conte di Tendilla (13 settembre) e ad Ascanio Sforza (stessa data), nelle quali si accenna al felice ritorno di Colombo dalla prima traversata atlantica; ma dei viaggi colombiani successivi si parla in numerose altre lettere, dalle quali si possono anche seguire tutte le vicende delle successive spedizioni spagnole e portoghesi e rilevare le conseguenze delle inattese scoperte, delle quali  fu testimone, alla corte di Spagna, per tutto il periodo che può dirsi eroico, chiuso dalla circumnavigazione di Magellano. In conclusione le lettere  hanno il valore di fonte storica di prim'ordine.

Di quello stesso periodo le Decades de Orbe novo costituiscono in sostanza una narrazione continuativa. Le iniziò nel 1493 e ancora una volta sotto forma di lettere (dieci) dedicate ad Ascanio Sforza, al card. Ludovico d'Aragona ed (una) al conte di Tendilla. Esse furono, come sappiamo dallo stesso autore, raccolte in opuscolo e pubblicate senza il suo consenso a Siviglia nel 1511. Più tardi, continuando la sua esposizione, dette ad essa la forma di Decadi, forse ad immagine di Tito Livio.

L'opuscolo su menzionato, ampliato e riveduto, costituì la prima Deca, pubblicata con la seconda e la terza ad Alcalá (Compluti) nel 1516. Queste tre decadi sono dedicate a papa Leone X; la quarta, che reca la data 1519, è pure dedicata allo stesso pontefice; della quinta i primi capitoli sono dedicati ad Adriano VI in data 30 ott. 1520, i successivi a Clemente VII senza data (ma non prima dei settembre 1522 perché vi si parla del ritorno della nave superstite di Magellano). La sesta decade, presentata a Giovanni Ruffo arcivescovo di Cosenza, è del 1522 o 1523, la settima, dedicata a Francesco Maria Sforza duca di Milano, è del 1525, l'ottava dedicata a Clemente VII, è della fine dello stesso anno. La prima edizione completa fu pubblicata, come si è già detto, nel 1530.

Per giudicare a pieno il valore delle Decades come fonte storica bisogna anche qui distinguere anzitutto fra le notizie che l'autore ci dà in base a rapporti personali con viaggiatori, navigatori, conquistatori che conobbe, interrogò, o dai quali ebbe narrazioni e relazioni di prima mano, e le informazioni che arrivarono a lui per via indiretta e che non sempre poté controllare. Inoltre in quanto egli scrive si intravede talvolta l'influenza dell'ambiente di corte e degli alti personaggi coi quali fu in relazione. Ma un giudizio definitivo non può darsi, mancando un'edizione critica delle Decades e, in base ad essa, un esame critico e comparativo con altre fonti contemporanee. Certo l'opera fu presto e largamente utilizzata dagli storici, a cominciare dall'Oviedo il cui Sumario de las Indias occidentales (1526) è scritto sulla falsariga, anzi può considerarsi addirittura come un riassunto delle Decades.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/04/le-citta-del-lago-maggiore-angera.html


.

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



mercoledì 8 aprile 2015

LE CITTA' DEL GARDA : SOLFERINO

.


Solferino è un comune italiano di 2.579 abitanti della provincia di Mantova in Lombardia.

È situato nella pianura padana, sui colli morenici del Lago di Garda, nell'Alto Mantovano al confine con la provincia di Brescia.

È particolarmente conosciuto per la battaglia (24 giugno 1859) che ne prese il nome, combattuta fra l'esercito austriaco e quello franco-sardo come atto finale e conclusivo della seconda guerra d'indipendenza. La battaglia si concluse a Solferino con la presa della Rocca, più conosciuta come la "Spia d'Italia" per la sua posizione dominante.

E’ questo l’anfiteatro morenico del Garda, originato nel Quaternario, dal ghiacciaio Retico che nelle sue fasi di ritiro lasciò lungo i suoi bordi i detriti che nel corso dei millenni aveva asportato alle Alpi.

In questo verde scenario di dolci colline, coltivate a vite, qua e là interrotto dalle macchie azzurre delle torbiere, si erge la medievale rocca di Solferino, simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana.

I primi insediamenti umani nella zone di Solferino si fanno risalire al III millennio A.C.; lo testimonia il tipo di reperti portati alla luce, in località Barche di Solferino, ove fu ritrovata una palafitta ed interessante materiale in pietra, legno, osso. Dopo queste testimonianze, si può solo supporre un’eventuale occupazione etrusca, seguita nel V secolo A.C. dall’invasione di popolazioni celtiche (Galli Cenomani) e provata dal rinvenimento nei comuni limitrofi di necropoli e tombe. A loro volta, ai Galli, seguirono i Romani, che lasciarono a testimonianza alcuni resti di una strada in località Pozzo Catena. Dopo di ché, come buona parte della penisola, Solferino subì i saccheggi delle popolazioni barbariche.
Passato il periodo medievale e dei Comuni senza particolare storia, fu la volta del dominio dei Gonzaga, che sotto la guida di Orazio (1547-1587), riedificarono il castello e successivamente, con Cristierno (1580-1630), restaurarono la rocca.

Caduti i Gonzaga, Solferino fu direttamente interessata dalla battaglia di Castiglione (1796) che vide contrapporsi gli stessi due eserciti che sessantatré anni più tardi diedero luogo alla battaglia di Solferino, episodio decisivo, con quello di San Martino, della II guerra d’Indipendenza.

Visitare i luoghi compresi nell’ anfiteatro morenico del Garda è bello; farlo camminando, in bicicletta o a cavallo è ancora meglio.
Ci si immerge in un territorio unico nel suo genere, caratterizzato da dolci colline segnate a tramontana da strette strisce di boschi di roverella, di cerro, di carpino nero, a volte sormontate da un gruppo di cipressi, introdotti in epoca romana

Ci si riposa dopo una salita ammirando il panorama colorato da campi di mais, soia ed orzo ed interrotto nelle valli, da piccoli laghetti ove l’acqua ristagna trattenuta dai più profondi strati argillosi.

Il Museo Storico allestito nel 1931 dalla Società Solferino e San Martino e situato ai margini del parco dell’Ossario, è custode non solo di numerosi cimeli, armamenti e ricordi degli eserciti francese ed austriaco che qui combatterono nel 1859, ma anche di parte della storia italiana dal 1796 al 1870.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.
Accanto al materiale iconografico e documentario vi è una ricca esposizione di armi, uniformi, disegni, stampe ed oggetti personali appartenuti ai combattenti; il tutto è ordinato cronologicamente in tre sale ed accompagnato da didascalie esplicative in modo di fornire al visitatore un valido strumento culturale-didattico.
Menzione particolare va, ovviamente, alla sala centrale, interamente dedicata alla battaglia del 24 giugno 1859.

Immersa nel verde del parco, alla sommità di Solferino (m.206 s.l.m.), si erge la poderosa torre quadrata detta, durante il Risorgimento, Spia d’Italia per la sua posizione strategica rivolta al confine del veneto, allora austriaco.
La costruzione, eretta nel 1022, alta 23 metri, contiene al piano terra i busti dei generali francesi Auger e Dieu, caduti nella battaglia; nelle vetrine laterali e centrali, oltre a cimeli ed armi, sono esposti documenti relativi alla storia della Rocca ed alla Zecca dei Gonzaga di Solferino.
Una comoda rampa in legno porta alla Sala dei Sovrani (ritratti di Napoleone III e V.Emanuele II) e più in alto, alla terrazza panoramica dove grazie a tavole di orientamento, si possono riconoscere, quando la visibilità lo consente, i campanili e le torri di luoghi situati a parecchie decine di chilometri.

Attraverso un viale di cipressi, detto di San Luigi Gonzaga, si arriva al Memoriale della Croce Rossa, eretto nel 1959, in ricordo del premio Nobel per la pace Jean Henry Dunant (1828-1910), che dal pietoso spettacolo seguito alla battaglia di Solferino, trasse l’idea della Croce Rossa.
Sul lato destro, il monumento è composto dai marmi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

Piazza castello sicuramente una delle più belle piazze del mantovano, è l’area su cui sorgeva l’antico castello, eretto nel sec. XI e sostanzialmente modificato dal principe Orazio Gonzaga nel XVI secolo, che lo trasformò nella propria residenza.
Vi si accede passando sotto un arco (un tempo sormontato da una torre con ponte levatoio); di forma rettangolare, cinta ancora in parte da mura merlate, la piazza è chiusa a destra da una cortina di case, mentre a sinistra, una bassa muraglia permette di godere dell’ampio panorama che arriva, nebbia permettendo, sino oltre il lago di Garda.
Del vecchio castello sono rimaste, sopravvissute al tempo. ma soprattutto alle battaglie del 1796 e 1859, la Torre di Guardia, con la caratteristica cupola ogivale di gusto orientaleggiante, sede di numerose esposizioni durante il periodo estivo, e la Chiesa di San Nicola, al centro, che ha subito negli anni radicali trasformazioni.
E’ in questa piazza che tutti gli anni, durante le manifestazioni commemorative della battaglia, si svolge il tradizionale concerto all’aperto.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html

                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/la-battaglia-di-solferino.html




FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE


LA NOSTRA APP



http://mundimago.org/le_imago.html



giovedì 5 marzo 2015

PONTI SUL TICINO : IL PONTE COPERTO DI PAVIA

.


Il Ponte Coperto (detto anche Ponte Vecchio) è un ponte sul fiume Ticino a Pavia, che collega il centro storico cittadino e il resto della città (situato sulla riva sinistra del Ticino), con il pittoresco quartiere, originariamente fuori dalle mura periferiche della città, di Borgo Ticino. Il ponte è molto caratteristico, ha cinque arcate ed è completamente coperto con due portali alle estremità e una piccola cappella religiosa al centro. Sebbene il ponte attuale sia stato costruito nel 1949, esso ripropone le forme dell'antico Ponte Coperto, risalente al XIV secolo.

Già in epoca romana, nell'antica città di Ticinum era presente un primo ponte che collegava le due rive del fiume all'altezza del moderno Ponte Coperto. Di questo ponte rimane, facilmente visibile nei periodi di magra, la base di un pilone centrale, in trachite dei colli Euganei. La direzione del pilone (WNW), leggermente disassata rispetto a quella dei ponti medievale e moderno, indica che in epoca romana la direzione della corrente del fiume era diversa. Un altro pilone del ponte romano si poteva vedere fino a pochi anni fa presso la sponda sinistra, ma è stato coperto di terra per ampliare la riva. La costruzione del ponte romano si fa risalire all'epoca di Augusto.

Nel 1351 fu costruito sui ruderi del ponte romano un nuovo ponte, su progetto di Giovanni da Ferrera e di Jacopo da Cozzo. Il ponte, completato nel 1354, era coperto e dotato di dieci arcate irregolari e di due torri alle estremità, che servivano per la difesa; l'aspetto di questo ponte, anche se con sole sei arcate, è visibile negli affreschi di Bernardino Lanzani (1524 circa) all'interno della chiesa di San Teodoro. Durante la costruzione delle mura spagnole, nel XVII secolo, la prima arcata e mezza verso la città e la prima arcata dal lato del borgo furono comprese nei bastioni e, quindi, chiuse. Successivamente furono aggiunti un portale d'ingresso dalla parte del Borgo Ticino (1599), una cappella al centro del ponte in onore di San Giovanni Nepomuceno (XVIII secolo) e infine anche un portale di ingresso dalla parte del centro storico, eretto dall'Amati (1822).

Nel Palazzo Mezzabarba, la sede del Comune di Pavia, salone ufficio anagrafe, è presente un modello in legno del ponte trecentesco, realizzato nel 1938.

I bombardamenti delle forze alleate nel settembre 1944, durante la seconda guerra mondiale, danneggiarono l'antico ponte trecentesco e ne fecero crollare un'arcata. Alla fine della guerra si svolse un aspro dibattito sull'opportunità di ripristinare il vecchio ponte o di demolirlo. Per timore di crolli che avrebbero potuto far straripare il Ticino e per lo scarso rispetto dell'epoca verso i monumenti storici, nel febbraio 1948, il Ministero dei Lavori Pubblici fece demolire con la dinamite l'antico manufatto.

Alcuni resti dei piloni del vecchio ponte sono visibili nelle acque del fiume; è rimasta anche la base del portale parzialmente interrato sulla riva sinistra.

Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte, che fu inaugurato nel 1951. Sul portale d'ingresso dalla parte della città un'epigrafe cita: "Sull'antico varco del ceruleo Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la Repubblica Italiana riedificò".

Il ponte attuale è stato costruito circa 30 metri più a valle rispetto al precedente, ed è più largo e più alto rispetto a quello antico. Le arcate sono più larghe, quindi inferiori in numero: cinque anziché sette. Il ponte è ora anche più corto in quanto è posizionato in maniera esattamente perpendicolare alla corrente del fiume, mentre quello antico seguiva completamente la linea che congiunge Strada Nuova (dalla parte del centro) con Piazzale Ghinaglia (dalla parte del Borgo Ticino). Le modifiche attuate al progetto avevano lo scopo di migliorare la viabilità sul ponte (aumento di dimensioni in larghezza e altezza) e facilitare al contempo lo scorrimento delle acque (spostamento del percorso e allargamento delle arcate).

La qualità della realizzazione è però decisamente inferiore al ponte trecentesco, tant'è che il cemento delle arcate è già crepato a soli 64 anni dalla realizzazione, e dev'essere periodicamente monitorato per scongiurare il pericolo di crollo. Per ridurre le vibrazioni, la viabilità del ponte è stata ristretta, a eccezione dei mezzi pubblici e delle moto, a un unico senso di marcia (dalla città verso il Borgo), e per entrare in città è necessario usufruire del Ponte della Libertà (detto anche Ponte dell'Impero).

Nel 2005, in occasione del 50º anniversario della morte di Albert Einstein, nella parte centrale del ponte è stata posta una targa con queste parole: "Die schöne Brücke in Pavia habe ich oft gedacht" ("Ho spesso pensato a quel bel ponte di Pavia"), iscrizione che riporta una frase scritta dal grande scienziato in una lettera del 1947 indirizzata a un'amica italiana e che si riferiva al periodo da lui trascorso, quindicenne, a Pavia. La famiglia Einstein si era trasferita nel 1894 dalla Germania dapprima a Milano (in via Bigli, 21) e poi a Pavia (in via Ugo Foscolo, 11 - Casa Cornazzani) dove aveva trascorso circa un anno.

Il quartiere di Pavia al di là dal Ponte Coperto, sulla riva destra del Ticino, è chiamato Borgo Ticino. La parte più caratteristica del quartiere è quella situata sull'argine basso del fiume; la si raggiunge, dopo aver attraversato il ponte provenendo dal centro storico, girando subito a sinistra in via Milazzo. Subito dopo il ponte si trova un monumento in bronzo: una statua che ritrae una lavandaia, una delle donne che nei secoli scorsi lavavano i panni dei cittadini nel Ticino. Più avanti si trovano le case basse caratteristiche del Borgo Basso (Burg-à-bass in dialetto pavese), soggette a sporadici allagamenti in corrispondenza delle esondazioni del fiume, in piena mediamente ogni decina d'anni.


LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/03/lombardia-la-regione-che-ospita-expo.html

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

lunedì 2 marzo 2015

BIBLIOTECHE MILANESI : LA NAZIONALE BRAIDENSE

.


La Biblioteca nazionale braidense è una delle più grandi biblioteche italiane. Ha sede a Milano in via Brera 28.

La Biblioteca nazionale braidense venne costituita nel 1770 dall’imperatrice Maria Teresa d'Austria che decise di destinare ad uso pubblico la biblioteca del conte Carlo Pertusati, in quanto riteneva insufficiente al riguardo la Biblioteca ambrosiana, ricca di manoscritti ma non di libri a stampa.

La biblioteca aprì al pubblico nel 1786 nel palazzo del Collegio gesuitico di Brera, acquisito dallo stato in seguito allo scioglimento della Compagnia di Gesù avvenuto nel 1773.

Oltre al fondo Pertusati, costituirono il nucleo iniziale della Biblioteca anche i fondi « librari del collegio Braidense e delle case gesuitiche di San Fedele e San Girolamo ».

In seguito vennero acquisite diverse raccolte private e di altre congregazioni soppresse, oltre ai duplicati della Biblioteca Imperiale di Vienna.

Dal 1788 incrementarono le raccolte anche gli stampati ricevuti grazie alle disposizioni sul deposito legale che fecero pervenire alla biblioteca le opere pubblicate nello Stato di Milano. Anche adesso la Braidense funge da archivio regionale di deposito legale lombardo.

Alla Braidense fu conferita nel 1880 la qualifica di “biblioteca nazionale”.

La Biblioteca ha sede nel palazzo di Brera, un edificio imponente costruito dai gesuiti nel XVII secolo. Oltre alla Biblioteca, il palazzo è sede anche della Pinacoteca di Brera, dell'osservatorio astronomico di Brera, dell'orto botanico, dell'Istituto lombardo di scienze e lettere e dell'Accademia di belle arti. Dal 2003 la Biblioteca ospita al suo interno l'Archivio Storico Ricordi.

La Braidense si configura sin dall'inizio come una biblioteca di carattere generale. Nelle sue raccolte si trovavano corali miniati, metodi di musica strumentale, opere storiche e letterarie, teologiche, giuridiche insieme alle grandi opere di consultazione generale.

Nel corso del XIX e del XX secolo molti altri fondi vennero ad arricchire ulteriormente il suo patrimonio, come ad esempio il Fondo Albrecht von Haller, « acquistato nel 1778 ed appartenuto all'insigne botanico, medico, bibliofilo svizzero, fondatore della fisiologia moderna », o « nel 1795 l'importante legato del cardinale Angelo Maria Durini, ricco di quasi 3.000 opere, tra cui pregevoli edizioni del sec. XVI di testi latini e greci », od ancora il fondo manzoniano donato nel 1885.

La Braidense ha da sempre un duplice ruolo di biblioteca di conservazione, da una parte d'indirizzo storico e letterario, a cui si affianca l'ampia raccolta della produzione libraria milanese.

Nel 2009 possiedeva 898.377 volumi a stampa, 2.119 manoscritti e 2.368 incunaboli.

Nell'ambito di una concezione avveniristica in cui al testo multimediale viene attribuita una dignità pari al testo stampato, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha dotato la Biblioteca di Brera di una Mediateca che è una biblioteca multimediale interattiva. Per tali fini è stato attrezzato l'edificio della chiesa di Santa Teresa, da tempo sconsacrata. È così possibile accedere alle risorse digitali che stanno assumendo un ruolo fondamentale per chi lavora nella società dell'informazione.


LEGGI ANCHE : asiamicky.blogspot.it/2015/02/milano-citta-dell-expo-conosciamola.html

http://www.mundimago.org/

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
http://www.mundimago.org/
.
 GUARDA ANCHE
LA NOSTRA APP


http://mundimago.org/le_imago.html



.

sabato 21 febbraio 2015

PARCO FORLANINI



 .


Il parco Forlanini è un parco milanese situato a ridosso del viale Forlanini, di fronte all'aeroporto di Linate dedicato al pioniere dell'aviazione Enrico Forlanini.

Il parco venne inaugurato nel 1970 dopo tre anni di lavori che valorizzarono la struttura, secolare, del contado agricolo lombardo così come era stato organizzato secondo il Catasto Teresiano (1760). Il parco, solcato dal Lambro nella parte occidentale, è attraversato da una fitta rete di vialetti alberati, e a nord-est si trova il Laghetto Salesina, alimentato sia da acque di falda che piovane. L'abbondante vegetazione che contorna lo specchio d'acqua ne fa un buon habitat per uccelli e pesci. Il parco è molto frequentato dai podisti, alcuni dei quali utilizzano anche la contigua struttura del Centro Sportivo Saini.

La creazione del parco preservò l'intera area dalla speculazione edilizia degli anni sessanta e settanta, garantendo così la sopravvivenza di alcune strutture di interesse storico e paesaggistico: il mulino Codovero e alcune antiche cascine trovano posto nel tessuto verde del parco, tra cui il nucleo della Cascina Cavriano (a nord del parco), di cui si parla in alcuni documenti già nei primissimi anni dell'XI secolo.

Proprio la Cascina Cavriano contiene alcuni elementi di spiccato interesse storico e artistico: un portico del XVII secolo a tre arcate, che conserva ancora l'emblema di una colomba col ramoscello d'ulivo (simbolo dell'Ospedale Maggiore, cui la cascina è appartenuta per secoli, fino alla prima metà degli anni settanta).

Un'altra struttura, la Cascina Sant'Ambrogio, poco più a sud, nella stessa via Cavriano, mantiene visibili le strutture dell'abside di una piccola chiesa romanica del XIV secolo.

Nel 2002 è stato inaugurato il bosco dei faggi per ricordare le centodiciotto vittime del disastro aereo di Linate dell'8 ottobre 2001.

Dopo anni di attese, è stato finalmente approvato il piano che vuole riportare le dimensioni del parco a quanto stabilito nel progetto originale, tre volte e mezzo più di quanto si estende oggi: il progetto sarà completato adibendo a verde pubblico le rimanenze di un impianto industriale abbandonato dal 1992, oltre a una serie di zone agricole improduttive delimitate dalle vie Corelli, Mecenate e Forlanini, e costeggiate dalla Tangenziale Est (un esempio indicativo è l'area, attualmente del tutto deserta, che circonda le Torri Ligresti per il terziario).

Vincitore del concorso internazionale per lo sviluppo del parco è stato l'architetto portoghese Gonçalo Byrne e il parco, a lavori ultimati, raggiungerà una superficie superiore ai tre milioni di metri quadrati. Già ora la descrizione della flora è complessa dovendosi distinguere tra gli ambiti "costruiti" e quelli "naturali" e, come si è detto, siamo in presenza, nell'insieme, di una rappresentazione del tipico paesaggio della pianura lombarda. Il catalogo delle specie vegetali, arboree e non, diventa praticamente esaustivo di quanto offre il territorio, sia per le specie originarie sia per quelle inseritevi, volutamente o casualmente, dall'uomo.

In un ambiente tanto vasto e diversificato, anche la fauna diventa rappresentativa di una realtà non più misurabile esclusivamente sui parametri di un semplice parco cittadino.

Nel luglio 2008, nel lato del parco verso il viale Forlanini, è stata aperta una struttura comunale per l'accoglienza di cani e gatti randagi e per ospitare la sezione veterinaria del vecchio canile municipale di via Lombroso.


Post più popolari

Elenco blog AMICI