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martedì 17 marzo 2015

L' OMICIDIO DI BEATRICE DI TENDA

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Beatrice Cane, detta Beatrice di Tenda (Casale Monferrato, 1372 – Binasco, 13 settembre 1418), erroneamente indicata quale figlia del conte di Tenda Pietro Lascaris e di donna Poligena, era in realtà figlia del condottiero Ruggero Cane, lontano parente di Facino Cane.
Seppe anche rivestire il ruolo di pacata consigliera durante la lotta di Cane per la conquista del potere sul ducato di Milano.

Dopo essere rimasta vedova, nel 1412, si risposò con il duca di Milano Filippo Maria Visconti, portando in dote quattromila ducati d'oro e alcuni importanti territori piemontesi.

Il matrimonio era stato imposto da Cane, che, lasciando il proprio patrimonio al Visconti, aveva posto come condizione che questi ne sposasse la vedova.

Nel 1418, probabilmente allo scopo di sottrarle gli ingenti beni, fu accusata dal marito di adulterio con un domestico, tale Michele Orombelli. Dopo aver confessato sotto tortura venne condannata a morte e decapitata nel castello di Binasco, insieme al suo presunto amante, il 13 settembre 1418. Il piano fu ordito, secondo alcuni, con la complicità della nobildonna Agnese del Maino, dama di compagnia di Beatrice e amante del marito Filippo.
Sembra inoltre che il marito non sopportasse Beatrice a causa del carattere forte ed invasivo della donna, che trattava il duca quasi alla stregua di un precettore.

Secondo la tradizione popolare Beatrice non si era resa responsabile di alcun tradimento, ma questo non impedì a Filippo di essere salutato con grande cortesia dal papa Martino V - allora suo alleato nell'interesse reciproco di espandere i propri domini nell'Italia centrosettentrionale - quando il pontefice passò da Milano quell'anno stesso.

Alla sua vita si ispira il melodramma di Vincenzo Bellini del 1833 Beatrice di Tenda, tratto a sua volta dal libro omonimo del 1825 di Carlo Tedaldi Fores.

« Quando suo marito Facino Cane morì, Filippo Maria Visconti, che era 20 anni più giovane di lei, la sposò per impadronirsi delle ricchezze dei Cane. Ben presto però fu pretestuosamente accusata ingiustamente di adulterio e decapitata, assieme al presunto amante. Questa drammatica vicenda venne portata in musica da Vincenzo Bellini »
(Piero Cocconi)
Il 13 giugno 1869 il comune di Binasco ha dedicato questa lapide monumentale in memoria di Beatrice di Tenda nel proprio Castello:

CON TURPE SCONOSCENZA
RICAMBIANDO
LA ILLIBATA FEDE L'ASSECURATO TRONO
FILIPPO MARIA VISCONTI
SPEGNEVA NELLA NOTTE DEL 13 SETTEMBRE 1418
IN QUESTE MURA
L'ONORANDA CONSORTE BEATRICE DI TENDA
L'ORRORE DEL FATTO
FECONDI E RITEMPRI NE' FIGLI D'ITALIA
GLI AFFETTI PIÙ PURI I DOVERI PIÙ SACRI
AUSPICE IL MUNICIPIO
ALCUNI OBLATORI POSERO
IL 13 GIUGNO 1869
Lo Storico del Comune Damiano Muoni

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IL CASTELLO DI BINASCO

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Il Castello di Binasco, imponente struttura al centro del paese, presenta il tipico aspetto dei castelli viscontei di pianura. Ha pianta quadrangolare allungata, con alte mura merlate in laterizi a vista che cingono una ampia corte centrale, ed era protetto da forse quattro alte torri angolari quadrate (oggi ne rimangono solo due, oppure si stima che l'edificio possa essere rimasto incompiuto), nonchè circondato da un ampio fossato, oggi rimepito. L'ingresso principale è collocato in cima ad un piccolo ponte/rivelino. Il cortile presenta un porticato ed una loggia, probabilmente di epoca più tarda.

Il castello di Binasco sorse agli inizi del Trecento per opera dei Visconti di Milano. Citato per la prima volta in un documento del 1329, fu costruito probabilmente sopra ciò che restava di una fortificazione più antica, risalente all’XI secolo, quando i Visconti, impegnati a estendere i loro domini al di fuori di Milano, intesero valorizzare il borgo di Binasco, posto sulla direttrice che conduceva a Pavia, dotandolo di una residenza che avesse anche una funzione difensiva. Progettato secondo lo schema classico del forte con torri angolari e fossato perimetrale, ebbe un utilizzo prevalentemente residenziale, testimoniato anche da interventi che ne migliorarono l’abitabilità a partire dalla prima metà del Quattrocento. A riprova della familiarità degli esponenti dei Visconti con la residenza di Binasco, quando nel 1396 Gian Galeazzo dispose la cessione di tutti i possedimenti di Binasco alla Certosa di Pavia, il castello fu la sola proprietà esclusa dalla donazione. Nel 1418 il castello fu teatro della condanna a morte della seconda moglie di Filippo Maria Visconti, Beatrice di Tenda, accusata di adulterio, la cui vicenda è rappresentata nell’opera omonima di Vincenzo Bellini Beatrice di Tenda (1833). Nei secoli successivi, la struttura del castello fu compromessa in modo significativo dal saccheggio dell’esercito napoleonico che nel 1796 colpì l’intero borgo di Binasco, e da un incendio nel 1869. Restaurato, attualmente il castello ospita la sede del Comune di Binasco e alcuni enti comunali.

Nella prima metà del Trecento il castello possedeva una struttura architettonica molto diversa da come oggi ci si presenta. Era diviso in due parti, ognuna delle quali aveva funzioni con caratteristiche proprie: la zona meridionale era adibita ad abitazione; quella settentrionale, eccetto due porticati, era libera da costruzioni ed in seguito servì per il ricovero di animali e per deposito. La rocca conservò la sua struttura originaria per tutto il XV secolo, fino alla ricostruzione parziale fatta eseguire dal Mendoza, feudatario spagnolo di Binasco.
Nel castello si entrava per due ingressi, uno orientale, corrispondente all'odierno, l'altro disposto sull'opposta fronte in posizione più centrata. Entrambi erano muniti di rivellino, ponte levatoio, portone o grata di ferro. L'entrata occidentale si apriva sulla piazza. Tutte le torri e la parte superiore dei muri dell'edificio erano provvisti di merli. Dietro la corona merlata si stendeva il cammino di ronda, che percorreva tutto il perimetro della costruzione passando per le torri dei quattro angoli attraverso passaggi con arco a pieno centro.
Ogni angolo del castello era munito di una torre. Oltre alle due sporgenti e smussate verso l'interno, tanto da essere di forma pentagonale, che ancora oggi si levano sul lato meridionale, ve ne erano altre due, a base quadrata, poste agli angoli del lato settentrionale. Erano molto più piccole della torre centrale: infatti non superavano in altezza la cortina muraria e misuravano, esclusa la scarpa, sino in cima ai merli, 28 braccia (m. 16,70). La scarpa, cioè la parete inclinata del fossato, posta alla base della fortezza allo scopo di rinforzarla, con le fondamenta, era alta 12 braccia (m. 7,10).
Gli antichi tre piani del castello non corrispondevano agli attuali. Entrando dall'ingresso occidentale si avevano a destra tre locali: due stanze e un salone, che era contiguo ad altre due camere che si sviluppavano tra la torre di sud-est e l'entrata orientale. I locali, compresa la grande sala, erano pavimentati in cotto o in pietra con soffitto piatto, sorretto da robuste travi. La zona abitata continuava su parte del lato occidentale e di quello orientale.
La corte era coronata da due portici con archi e pilastri in cotto: uno a destra dell'attuale ingresso, l'altro compreso fra le due torri settentrionali.
Presso la torre di sud-ovest vi era una piccola scala che immetteva nelle caneve (magazzini di vettovaglie) e nella prigione. Le prime si stendevano tra le torri meridionali; le seconde tra la torre di sud-ovest e l'ingresso. Sotto le prigioni vi era una cella senza luce, umidissima, con il suolo immerso nell’acqua e nel fango. Tutte le piccole finestre delle caneve e della prigione erano sbarrate da inferriate. Le caneve erano raggiungibili anche per mezzo di un corridoio sotterraneo che le collegava alla torre maggiore.
Immutato restò il perimetro del castello, ammontante a 258 braccia (m. 153,50), tutt'intorno circondato dal fossato, profondo 6 braccia (m. 3,50), largo anche 25 braccia (m. 14,90) e chiuso dal muro della controscarpa, lungo 458 braccia (m. 272,50) e alto 6 (m. 3,50).
Nella rocca risiedeva stabilmente un castellano, il “prefetto del castello” con un contingente militare, il quale aveva il compito del mantenimento dell'efficienza difensiva dell'edificio. Ciò avvenne regolarmente sotto i Visconti e continuò con l'avvento degli Sforza, sotto i quali il castello assunse più la dimensione di dimora signorile, pur continuando ad essere luogo di dura pena e munita fortezza. Nel castello fu giustiziata Beatrice di Tenda nel 1418 e nelle sue prigioni morì Ludovico da Tossignano, sacerdote che aveva osato scrivere dei sonetti contro Galeazzo Maria Sforza.
Ludovico Sforza spesso vi veniva per partecipare a battute di caccia nell'esteso territorio che si era riservato per questo divertimento a sud di Binasco. Lo Sforza, prigioniero in Francia, ricordava con grande nostalgia il castello di Binasco e le sue riserve di caccia. A Binasco aveva trascorso giornate serene. Il 21 gennaio 1491 vi pernottò con Beatrice d'Este, che quattro giorni prima aveva sposato a Pavia, e con tutta la comitiva nuziale, prima di rientrare trionfalmente a Milano.
Morto l'ultimo duca nel 1535, lo Stato milanese passò direttamente alla Spagna. Sotto la Spagna il castello di Binasco perse la sua funzione originaria, che era quella militare, e non ebbe più le opere di manutenzione necessarie alla sua conservazione. Cinquant'anni di governo spagnolo e di amministrazione feudale della famiglia Castaldi furono sufficienti a renderlo un edificio “derelitto”, tanto che, come fu scritto alla metà del Cinquecento, «volendolo abitare in modo confortevole, solo un quarto dei muri sarebbe ancora fruibile; il resto è tutto da abbattere: soffitti crollati, pavimenti dissestati o completamente distrutti, strutture pericolanti».
Fu modificato come ora lo vediamo nel XVII secolo quando feudatari di Binasco divennero i Mendoza.


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