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martedì 28 luglio 2015

LE PREALPI BRESCIANE E GARDESANE



Le Prealpi Bresciane e Gardesane interessano principalmente la regione Lombardia e marginalmente il Veneto ed il Trentino-Alto Adige.
Le Prealpi Bresciane e Gardesane sono delimitate a ovest dal lago d'Iseo e dalla val Camonica, a nord dal passo di Crocedomini e dalle valli Giudicarie, a est dal fiume Adige e a sud dalle colline bresciane e veronesi.
A nord confinano con le Alpi Retiche meridionali, ad est con le Prealpi Venete, a sud con la pianura padana e ad ovest con le Alpi e Prealpi Bergamasche.
Le aree protette delle Prealpi Bresciane sono il monumento naturale Altopiano di Cariadeghe, il monumento naturale regionale del Masso di arenaria rossa del Permico e la riserva naturale Piramidi di Zone. Inoltre, il settore più meridionale del Parco dell'Adamello comprende un'area, seppur molto ristretta, che rientra nelle Prealpi Bresciane.

La Catena Bresciana Occidentale costituisce la parte occidentale delle Prealpi Bresciane.
Si trovano a nord di Brescia, tra la Valcamonica ad ovest e la Val Trompia ad est.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo di Crocedomini, alta Valle del Caffaro, Passo del Maniva, Val Trompia, colline bresciane, Lago d'Iseo, Valcamonica, torrente Grigna, Passo di Crocedomini.

La Catena Bresciana Orientale costituisce la parte orientale delle Prealpi Bresciane.
Si trovano a nord di Brescia, tra la Val Trompia ad ovest ed il Lago d'Idro ad est.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo del Maniva, Valle del Caffaro, Lago d'Idro, Valle Sabbia, colline bresciane, Val Trompia, Passo del Maniva.

Le Prealpi Gardesane interessano nella Regione Lombardia la Provincia di Brescia, nella Regione Trentino-Alto Adige la Provincia di Trento e nella Regione Veneto la Provincia di Verona.
Prendono il nome dal Lago di Garda attorno al quale sono disposte.
Le Prealpi Gardesane sono limitate a ovest dalle valli Giudicarie, a nord dal fiume Sarca, a est dal fiume Adige e a sud dalle colline bresciane e veronesi.
Dal punto di vista orografico sono separate dalle Alpi Retiche meridionali dalla Sella di Bondo e dalla Sella di Narano.
Il parco regionale dell'Alto Garda Bresciano copre in gran parte le Prealpi Gardesane Sud-occidentali.
Inoltre le Prealpi Gardesane ospitano i biotopi del lago d'Idro, del lago di Loppio, del lago d'Ampola, della Lomasona, del monte Brione, delle Marocche di Dro e della torbiera di Fiavè; la riserva naturale integrale Lastoni Selva Pezzi, la riserva naturale integrale delle Tre Cime del Monte Bondone e la riserva naturale integrale Gardesana Orientale.

Le Prealpi Giudicarie si trovano in Trentino.
Prendono il nome dalle valli Giudicarie che le delimitano a nord e ad ovest. In alternativa prendono il nome dalle due montagne più significative: il Monte Cadria ed il Monte Tofino. Infine sono dette Prealpi Gardesane Nord-occidentali per distinguerle dalle Prealpi Gardesane Sud-occidentali.
Appartiene alle Prealpi Giudicarie il gruppo delle Pichee.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Giudicarie sono i seguenti: Sella di Bondo, fiume Sarca, Riva del Garda, Valle di Ledro, Sella d'Ampola, Val d'Ampola, Valle del Chiese, Sella di Bondo.

Le Prealpi Gardesane Sud-occidentali prendono il nome dal fatto di trovarsi ad occidente del Lago di Garda; vengono denominate sud-occidentali per distinguerle dalle Prealpi Giudicarie che sono dette anche Prealpi Gardesane Nord-occidentali. In alternativa prendono il nome dalle tre montagne più significative: il Monte Tremalzo, il Monte Caplone ed il Monte Tombea.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Gardesane Sud-occidentali sono i seguenti: Sella d'Ampola, Valle di Ledro, Lago di Garda, Salò, fiume Chiese, Val d'Ampola, Sella d'Ampola.

Le Prealpi Gardesane Orientali prendono il nome dal fatto di trovarsi ad oriente del Lago di Garda. In alternativa prendono il nome dalle tre montagne più significative: il Monte Bondone, il Monte Stivo ed il Monte Baldo.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Gardesane Orientali sono i seguenti: Sella di Narano, Trento, fiume Adige, colline veronesi, Lago di Garda, fiume Sarca, Sella di Narano.

Il monte Cadria è la montagna più alta delle Prealpi Gardesane nelle Prealpi Bresciane e Gardesane. Si trova in Trentino a nord-ovest del lago di Garda e ad ovest di Riva del Garda.
Il monte Baldo è compreso tra le province di Trento e Verona.
Il monte Baldo è caratterizzato da una notevole individualità geografica. È costituito da una dorsale parallela al lago di Garda che si allunga per 40 km, tra il lago ad ovest e la Vallagarina ad est. A sud la dorsale è delimitata dalla piana di Caprino e a nord dalla valle di Loppio. Il monte Baldo raggiunge la sua altezza massima ai 2218 m di cima Valdritta, e la sua altezza minima ai 65 m sul lago di Garda.
La catena maggiore è formata da due parti, il monte Baldo ed il monte Altissimo, che rimane isolato. Le cime, a partire da sud, sono le Creste di Naole (1660 m), il crinale di Costabella (2062 m), il Coal Santo (2072 m), la vetta delle Buse (2154 m), cima Sascaga (2134 m), punta Telegrafo (2200 m), punta Pettorina (2191 m), cima Valdritta (2218 m), cima del Longino (2180 m), cima Pozzette (2128 m), Dos della Colma (1830 m) e l'Altissimo (2078 m).
La notevole presenza di rocce calcaree ha favorito molti fenomeni carsici, sono infatti visibili molti monoliti, conche e soprattutto doline, depressioni che si aprono verso grotte più profonde.
Il monte Baldo viene anche chiamato il giardino d'Europa per via del grande patrimonio floristico. Grazie alle sue caratteristiche morfologiche molto varie presenta varie zone climatiche, in particolare sono presenti la fascia mediterranea (fino ai 700 m), la fascia montana (dai 700 m ai 1500 m), la fascia boreale (dai 1500 m ai 2000 m) e la fascia alpina (dai 2000 m). Ognuna di queste fasce possiede una vegetazione diversificata.
Nella fascia mediterranea più bassa sono presenti soprattutto alberi ad alto fusto come il leccio, il carpino nero, l'orniello e la roverella. È molto diffusa anche la coltivazione dell'olivo, soprattutto sulle rive del lago di Garda, mentre poco più in alto (sempre nella fascia mediterranea) si possono trovare piantagioni di castagno, avena e foraggio. Vivono in questa fascia inoltre molte specie a fusto basso o senza fusto, come l'orchidea, il cappero, il rosmarino, il ligustrello, la lantana, l'ilatro, l'alloro, l'albero di Giuda, la saponaria rossa, la frassinella, la primula, il fior d'angiolo, la valeriana rossa, lo scotano e il bagolaro.
La fascia montana è caratterizzata da foreste di faggio, tiglio, carpino nero e abete bianco. Sono presenti anche boschi di larice e peccio, l'acero di monte ed oltre i 1000 m vi sono molti pascoli e prati, in cui l'erba dominante è la gramigna, ma sono molto presenti anche erbe come i trifogli, l'anemone, il giglio, la dentaria e la scilla silvestre. Sono presenti anche la coralloriza, il caprifoglio, la madreselva.
La fascia boreale è composta soprattutto da pino mugo, ma è presente anche il sorbo alpino, il ginepro alpino, l'erica. La flora di questa fascia è dotata da fioriture molto vistose, in particolare del croco bianco, della genziana, della vulneraria, e, di grande importanza, le endemiche Carice del Baldo (Carex baldensis), l'Anemone del Baldo (Anemone baldensis) e la rara Pianella della Madonna (Cypripedium calceolus).
La fascia alpina è in assoluto la meno estesa, copre dai 2000 m ai 2200 m, ovvero le vette più alte, praticamente la dorsale rocciosa. La vegetazione è di tipo rupestre, e le uniche specie visibili sono la potentilla, il raponzolo e il rododendro. Ci sono anche altre erbe, di cui la più importante il raro caglio del monte Baldo (Galium baldense).
Il massiccio del monte Baldo è caratterizzato da una grande varietà di fauna selvatica, a causa della presenza dell'uomo, però, la grande varietà non è supportata dalla quantità di individui per singola specie.
Vi sono in compenso una grande varietà e quantità di specie animali invertebrate, alcune endemiche come il coleottero pini (cychrus cilindrocollis), il quale si può trovare solo sul monte Baldo e nelle prealpi lombarde. Vi è un lepidotterofauna di ben 2085 specie censite, più del 40% di tutte le specie classificate in Italia.
Gli uccelli sono abbastanza numerosi, e si possono vedere specie come l'aquila reale, il gheppio, la quaglia, il barbagianni, la civetta, il gufo reale, lo sparviero, il corvo imperiale, la rondine comune, il rondone, il codirosso, il balestruccio, l'upupa, l'astore, il picchio, il picchio nero, il gallo cedrone, il fringuello, la cinciallegra, il pettirosso, l'allodola, il sordone, e moltissime altre.
I mammiferi sono presenti con il capriolo, il cervo, il camoscio, la volpe, la martora, la donnola, l'ermellino, la marmotta, la lepre comune, il riccio, il moscardino, il tasso, lo scoiattolo e varie specie di chirotteri.

Il monte Colombine (2.215 m s.l.m.) è la montagna più alta delle Prealpi Bresciane nelle Prealpi Bresciane e Gardesane. Si trova in Lombardia (provincia di Brescia).
La montagna è collocata tra Collio e Bagolino nel comprensorio del Maniva.
Si può salire sulla vetta partendo dal Goletto delle Crocette o proseguendo dal monte Dasdana, partendo dall'omonimo passo.

Il monte Bondone è una montagna del Trentino occidentale, posta immediatamente a ovest di Trento. Secondo Aldo Gorfer il monte Bondone costituisce un vero e proprio gruppo montuoso.
Esso è delimitato a nord dalla forra del torrente Vela, a ovest dalla valle dei Laghi e dal basso Sarca, mentre a est dalla valle dell'Adige. Nella sua parte meridionale il gruppo si dirama verso sud-ovest, dando luogo ad una dorsale senza soluzione di continuità, detta del Bondone-Stivo, che porta alla cima di 2054 m dello Stivo, delimitato verso sud dalla valle di Loppio. Ponendo quest'ultima come delimitazione geografica, anche il monte Stivo rientrerebbe in tale complesso montuoso, che dovrebbe più propriamente essere denominato Gruppo Bondone-Stivo.

Il Monte Tofino (2.151 m s.l.m.) si trova nella provincia di Trento.
Il Tofino è la montagna più alta delle Pichee.

Il monte Altissimo di Nago è la vetta più alta della parte trentina della catena del monte Baldo ed è situato nella parte meridionale della provincia di Trento, si trova sul territorio dei comuni di Nago-Torbole, sul quale è situata la vetta e di Brentonico.

Il Dosso Alto (2.065 m s.l.m.) si trova in provincia di Brescia.
La montagna rappresenta la massima elevazione della Catena Bresciana Orientale. Si colloca subito a sud-sud est del Passo del Maniva e fa parte delle cime appartenenti al comprensorio del Maniva.
È, assieme alla Corna Blacca, la montagna più significativa delle cosiddette Dolomiti bresciane. Infatti nella zona a sud del passo del Maniva affiorano rocce calcaree che rendono la regione simile alle più famose Dolomiti.

Il Monte Stivo  è una montagna alta 2054 m, situata nella parte meridionale del Trentino, fra Arco e Rovereto.

Il monte Caplone è una montagna alta 1976 metri ed è la vetta più alta del Parco Alto Garda Bresciano. Situato nel territorio comunale di Magasa, sovrasta gli abitati della val Vestino, e delimita il confine tra la provincia di Brescia e quella di Trento.
Il toponimo Caplone, secondo alcuni, deriverebbe da un termine sconosciuto risalente alla dominazione dei Galli Cenomani mentre quello di Cima delle Guardie o Guardie riportato nelle carta geografica relativa alla contea di Lodrone del 1700, nell'Atlas Tyrolensis del cartografo Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, o nel catasto tirolese del 1800, ove il monte veniva indicato solamente come monte Guarde, è di chiara etimologia longobarda. Infatti deriverebbe, come il monte Carzen, dalla parola "wurte" che indica un luogo di osservazione o di guardia. La sommità del monte si prestava come luogo strategico per quei soldati che erano intenzionati a controllare movimenti nemici nella val Vestino anche se lo sguardo spazia fino oltre la parte sud del lago di Garda.
Il toponimo Palù è invece un termine assai diffuso nel nord Italia e deriva dal latino "palus" che significa palude o zona umida ma il che non si addice al rilievo brullo e impervio se non per indicare la presenza sui suoi versanti di acqua di sorgente.
Con il vicino Monte Tombea è ritenuto un sito di interesse botanico di grande importanza scientifica. Il 6 luglio 1853 il botanico bavarese Friedrich Leybold vi scoprì una specie fino allora sconosciuta. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Francesco Facchini, pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano, il monte Tombea-Caplone divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi. Decantarono la bellezza di questi luoghi l'alpinista John Ball che vi salì poco prima del 1866, il naturalista austriaco Joseph Gobanz nel 1867, Vinzenz Maria Gredler con i suoi seminaristi nel 1886, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg, botanici svizzeri, viaggiatori per il Club Alpino Svizzero nel 1911 o Friedrich Morton nel 1961.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato dai garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani intenti all'assedio del Forte d'Ampola.
La posizione strategica del Monte costituì, tra il 1897 e il 1914, un punto di osservazione e controllo del confine di stato per le "sezioni di difesa" del III Battaglione, stanziato a Storo, del 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen" dell'esercito imperiale austriaco 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen".
Nel 1915, nella prima guerra mondiale, fu dapprima scalato e occupato dal 7º Reggimento bersaglieri e poi fortificato dall'esercito italiano con la costruzione della carrozzabile Tombea-Val Lorina, trincee e posti di osservazione.

Il Monte Tombea è una montagna alta 1976 m. Fa parte del gruppo montuoso che a sud del lago di Ledro si estende tra il lago d'Idro e il lago di Garda ed è composto da ovest a est dal Cingolo Rosso e monte Cingla, Bocca di Val, Bus del Gat, Cortina, Bocca di Cablone, Dosso delle Saette, Cima Tombea, monte Caplone, Bocche di Lorina, Cima del Fratone, Dosso della Fame, Cima del Levrer, monte Lavino, monte Tremalzo, Cima Tuflungo, monte Nota con passo Nota e monte Carone. Lungo la cresta e compresa la Val Vestino (passata nel 1934 dal Trentino alla Lombardia) corre il confine fra il Trentino e la Lombardia, una volta confine di Stato fra Italia e Austria, superato dai Garibaldini nella campagna del 1866, che si concluse con la battaglia di Bezzecca e il telegramma «Obbedisco». Il confine venne definitivamente passato nel 1915 all'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale.
L'origine del nome è completamente sconosciuta e secondo l'etimologia popolare o l'ipotesi avanzata da alcuni ricercatori prenderebbe il nome dagli accumuli di terreno presenti sulla sua sommità, nella Piana degli Stor, che appaiono alla vista appunto come delle tombe, col significato quindi di monte delle tombe. Per altri invece l'etimologia è fuorviante poiché il toponimo sarebbe comune a quello della Valle delle Tombe nel comune di Vigolo e Tomblone siti ambedue nel bergamasco o a quello più diffuso di Tombolo nel Veneto e deriverebbe dal latino "tumulus" o dal greco "tymba" col doppio significato di sepolcro, avello tomba e quello di terreno sopraelevato, tumulo o collina, quindi Tombea significherebbe monte-altura.
Anticamente, secondo il prof. Bartolomeo Venturini di Magasa, era pure chiamato "Gasa", ma non vi è riscontro in nessuna pubblicazione a carattere geografico.
L'Impero austriaco nella seconda metà dell'Ottocento progettò e finanziò nell'ambito del Geologische Reichanstalt studi e ricerche geologiche nel Tirolo meridionale e nel Trentino parallelamente con i rilievi topografici e le prime carte catastali. Il Beneke negli anni sessanta percorse la Valle di Ledro e i monti ad ovest del lago di Garda descrivendo accuratamente i caratteri paleontologici delle dolomie triassiche della zona. Tra il 1875 e il 1878 Karl Richard Lepsius svolse accurate ricerche stratografiche dedicando alcune pagine del suo libro alla geologia delle Alpi di Ledro e dei monti a sud dell'Ampola con studi di dettaglio della dolomia superiore dell'Alpo di Bondone, della Valle Lorina e del monte Caplone. E infine il responsabile del progetto austriaco Alexander Bittner pubblicò nel 1881 due fondamentali contributi sull'annuario del reale istituto di geologia.
Dopo la prima guerra mondiale il territorio trentino è divenuto territorio italiano. Ci sono gli studi di Cozzaglio degli anni 20 e di Mario Cadrobbi degli anni 50. Quest'ultimo ha continuato ad esplorare la natura delle intense deformazioni degli strati rocciosi. Solo negli anni settanta Alberto Castellarin dell'Università di Bologna e Alfredo Boni e Giuseppe Cassinis dell'Università di Pavia gettano le basi dell'attuale visione geologica del territorio. Distinguono le svariate formazioni rocciose individuando le successioni sedimentarie tipiche, chiariscono la complessa storia deformativa della regione geologica e individuano con precisione le grandi zone di frattura e deformazione della Linea delle Giudicarie, del Dosso del Vento-Val Trompia, e di Tremosine-Tignale, ricostruendone i movimenti nel corso del tempo geologico. Da questi studi è interessate notare come il monte Tombea e la zona circostante costituiscono una frazione particolare ed isolata di formazioni rocciose compresa fra le varie linee di movimento e deformazione.
Durante le glaciazioni le Alpi venivano sommerse dai ghiacciai con spessore anche superiore ai 2000 metri ed emergevano soltanto le vette e le creste più elevate. Con l'ultima glaciazione denominata di Würm da 80.000 a 13.000 anni fa numerosi ghiacciai vallivi si diramavano dalla calotta alpina e si insinuavano nelle valli periferiche con lingue di ghiaccio che arrivavano a lambire la pianura. L'area del monte Tombea si trovava fra due principali vie di scorrimento dei ghiacciai quaternari: a oriente la valle del Sarca ospitava la lingua principale del ghiacciaio atesino che scendeva a formare quello che ora è Il lago di Garda arrivando fino ai luoghi ove ora sorgono Peschiera del Garda e Desenzano. (Una ramificazione del ghiacciaio del Garda occupava la valle di Ledro e formava il lago omonimo.); e a occidente la valle del Chiese ospitava un ghiacciaio che scivolava dalla zona dell'Adamello. «Le aree non raggiunte dai ghiacciai perché troppo elevate nunatak costituivano spesso oasi di rifugio per molte specie vegetali. Alcune di esse diverranno specie endemiche, cioè specie la cui area di distribuzione è circoscritta a una zona ben definita. Il monte Tombea, assieme a molte altre cime del Trentino meridionale, era proprio una di queste zone rifugio e questo spiega la ricchezza di endemismi che lo caratterizzano»
Kaspar Maria von Sternberg, originario di Praga e vissuto a Ratisbona, fu il primo botanico a riconoscere l'interesse floristico della zona del monte Tombea. Egli compì in questa zona un viaggio tra il 6 maggio e il 20 luglio 1804, passando l'8 giugno in Val di Ledro e in Val d'Ampola ove raccolse sotto le rupi due piante prima sconosciute. Una era Saxifraga aracnoidea, da lui descritta nell'opera pubblicata nel 1810 Revisio Saxifragarum iconibus illustrata, l'altra divenne poi nota come Aquilegia thalictrifolia.
Alcuni decenni dopo visitarono più volte il monte Tombea e le zone circostanti altri due botanici, Francesco Facchini e Friedrich Leybold.
Facchini nel 1842 trovò proprio sul monte Tombea una nuova Scabiosa, di cui inviò campioni al botanico tedesco Wilhelm Koch. Quest'ultimo la pubblicò come nuova specie l'anno successivo nella seconda edizione della sua Synopsis florae germanicae et helveticae, chiamandola Scabiosa vestina. Nel 1846 Facchini tornò sul monte Tombea e a Bocca di Valle raccolse una Daphne assolutamente nuova. Dopo molti studi e titubanze decise di chiamarla Daphne rupestris, ma nel 1852 morì prima di pubblicare i risultati del suo lavoro.
Friedrich Leybold, bavarese ma allora residente a Bolzano, visitò due volte il Trentino meridionale, percorrendo anche la catena Tremalzo-Tombea. Qui raccolse la Daphne vista dal Facchini che in una pubblicazione del 1853 chiamò Daphne petrea, divenendo questo il nome valido.
Leybold rinvenne nella zona altre nuove piante tra cui un nuovo ranuncolo, che verrà descritto cinque anni dopo da Antonio Bertoloni come Ranunculus bilobus. Nella zona del monte Tombea rinvenne una Saxifraga che ritenne essere Saxifraga diapensioides, non notando che era una nuova entità. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Facchini pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano il monte Tombea divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi.
Nel 1856 salì sul monte Tombea Pierre Edmond Boissier, raccogliendo quella Saxifraga già rinvenuta tre anni prima da Leybold. Boisser conosceva la vera Saxifraga diapensioides per cui si accorse subito che era differente. Inviò la sua scoperta al massimo specialista di allora del genere Saxifraga, Adolf Engler, che, dopo ulteriori studi, pubblicò la descrizione della nuova specie nel 1869 con il nome di Saxifraga tombeanensis. Proseguirono le esplorazioni botaniche John Ball, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg che descrissero nei loro scritti le bellezze naturali incontrate.
Fra i botanici che si occuparono della flora del monte Tombea vanno ricordati anche Vinzenz Maria Gredler che vi salì nel 1886, Friedrich Morton che descrisse la sua esplorazione effettuata nel maggio-giugno del 1961 in "Osservazioni botaniche in Val Vestino" e i malacologi Joseph Gobanz e Napoleone Pini. Tra i locali si ricordano don Pietro Porta originario della Valvestino, Giuseppe Zeni e Michele Stefani di Magasa, il maestro Silvestro Cimarolli (1854 - 1924) insegnante elementare a Baitoni di Bondone e don Filiberto Luzzani che ha lasciato una pubblicazione sulla flora della bassa Valle del Chiese con interessanti riferimenti alla catena del monte Tombea e un consistente erbario custodito presso il seminario arcivescovile di Trento.
Si dicono endemiche quelle specie che si rinvengono solo su un'area geografica ristretta al di fuori della quale esse mancano completamente. Nelle Alpi, la presenza di specie ad areale particolarmente limitato può essere conseguenza del glacialismo quaternario, del substrato litologico difforme rispetto a catene limitrofe, della particolarità climatica di un'area. Il museo civico di Rovereto ha elaborato un progetto di cartografia floristica dividendo il Trentino in aree di rilevamento standard chiamati quadranti e per ciascuno di essi è stata rilevata la flora. Conteggiando per quadrante il numero di specie endemiche ad areale particolarmente limitato (al massimo un settore di Prealpi), è emerso che queste specie sono diffuse soprattutto nella parte meridionale del Trentino.
L'area di massimo addensamento è costituita però dalla parte Sud-occidentale della provincia, ed in particolare dalla catena del M.Tremalzo-M.Tombea, con picco massimo di 21 entità nella medesima area di rilevamento. Quest'area comprende in particolare la catena Bocca Cablone, attraverso il Monte Tombea, il Monte Caplone, la Bocca di Lorina fino a Cima Avez; sono altresì inclusi Cima Spessa, (o Rocca sull'Alpo), tutta la Val Lorina e la bassa Val d'Ampola fino alle porte di Storo.

Il Monte Tremalzo (1.975 m s.l.m.) si trova tra la Lombardia (Provincia di Brescia) ed il Trentino ad ovest del Lago di Garda.
Nei pressi del monte vi è il Passo del Tremalzo.

Il Gölem (Monte Guglielmo in italiano) è una montagna di 1957 metri che si eleva nelle Prealpi Bresciane e Gardesane.
Il nome originario assegnato alla montagna è quello in lingua lombarda, Gölem, erroneamente italianizzato in Guglielmo almeno dal secolo XVII, quindi, senza alcun riferimento al nome proprio di persona. Il toponimo è infatti il corrispondente lombardo dell'italiano "colma" (dal latino culmen, culmine), ossia una montagna di media altezza con vetta priva di vegetazione e dai versanti poco impervi.
Caso raro in una regione come la Lombardia in cui attualmente non è ammessa una seconda lingua ufficiale oltre all'italiano, la denominazione originale compare a fianco del toponimo italianizzato anche nella cartografia ufficiale dell'Istituto Geografico Militare e sulle carte del Touring Club Italiano.
Il Gölem si trova a cavallo della dorsale che divide il solco della media Val Trompia dal bacino del Lago d’Iseo. La montagna culmina nel Dosso Pedalta (m 1957), massima elevazione della corona di montagne attorno al Sebino, ma la vetta del Gölem propriamente detto si trova poco più a sud, e prende il nome di Cima di Castel Bertino (1948 m), sulla quale all’inizio del XX secolo è stato eretto un imponente monumento al Redentore. Tra le vette minori che compongono la lunga e discontinua dorsale del Guglielmo si ricordano la Corna Tiragna (m 1857) a sud-est, la Punta Caravina (1847 m) a nord-ovest, il Monte Stalletti (1717 m) ad est.
Sia il Dosso Pedalta che Castel Bertino si trovano all'interno del comune di Zone sebbene i confini dei comuni di Tavernole e di Gardone Va Trompia passino a poche decine di metri a est.
La montagna ha aspetto imponente e severo: facilmente identificabile, in assenza di nebbie e foschie, da ogni angolo della Pianura padana centrale, troneggia sui rilievi circostanti le cui vette raggiungono altezze di gran lunga inferiori. Il versante meridionale si presenta spoglio e arido, mentre le pendici occidentali sono ammantate da foreste di abeti sino al limite della vegetazione arborea, collocato intorno ai 1650 metri.
Notevole il panorama che si può ammirare dalle cime: nelle giornate limpide, specialmente d’inverno, si può avere una vista d’insieme dell’intero arco delle Prealpi Lombarde, fino ai grandi massicci alpini come l’Adamello e le Dolomiti di Brenta; una veduta dall’alto di tutta la pianura lombarda, sino agli Appennini che la chiudono a sud.
Il Monte Guglielmo è frequentato in inverno e in primavera da un notevole numero di scialpinisti che trovano nei pendii innevati della montagna un buon campo di allenamento, soprattutto grazie al fatto che la sommità del Guglielmo è normalmente coperta di neve da dicembre ad aprile.
Il Monte Guglielmo è sede di un'importante corsa podistica nazionale, la Proài-Gölem, che da Provaglio d'Iseo giunge in vetta alla montagna dopo circa 30 chilometri di percorso (l'esatta lunghezza e la precisa collocazione del traguardo possono variare a seconda dell'edizione). La gara ha luogo nel mese di giugno. Di notevole rilevanza ha assunto nel tempo anche la corsa in montagna denominata " Gir de le malghe " che partendo dai piani di Caregno 1012 m, ha come massima altezza il monte Guglielmo, per poi ritornare a Caregno toccando appunto tutte le malghe dell'ampio territorio. Altra importante manifestazione è la Rampegada, che dal 1994 ha sostituito il "Discesù": gara di fondo istituita nel 1953. La Rampegada, organizzata dallo Sci Club Pezzoro parte da Pezzoro, o in scarsità di neve dal Rifugio CAI Valtrompia, sale fin al monumento del Redentore e ridiscende.

Il monte Biaena si trova a ovest di Rovereto e ad est della val di Gresta. È ricoperto da una fitta vegetazione, prevalentemente composta da boschi di conifere e ceduo di faggio, sulla cima si trovano una croce ed alcune trincee del fronte austriaco risalenti alla prima guerra mondiale.

Il monte Cingla è situato nel territorio comunale di Valvestino e di Bondone fa parte del Parco Alto Garda Bresciano e l'accesso alla vetta principale è considerato tra i più difficili tra tutte le vette del Parco. È raggiungibile attraverso un sentiero che si snoda da est partendo da Bocca Cocca, sopra Moerna, o all'opposto da Bocca Valle in quel di Persone.
Il toponimo deriverebbe, secondo alcuni, dal latino "cingulum" che significa cintura o cingolo e identificherebbe così una striscia di terra che contorna una rupe o una cengia o ancora un ripiano erboso fra i dirupi. Dello stesso significato sono i monti Zingla situato più a sud e il vicino Cingolo Rosso.
Il monte è costituito da un'aspra cresta rocciosa con due cime della stessa altezza distanti fra loro poche decine di metri. Sulla cima posta a sud occidente è stata collocata una croce mentre su quella a nord est vi è infisso un palo con due assi incrociate. Le pendici del monte furono erborizzate nella metà dell'Ottocento dal botanico Pietro Porta e nel 1941 dal sacerdote Filiberto Luzzani. Difatti in questo luogo è stata rinvenuta nel 1853 la presenza della specie Daphne petraea Leybold, che appunto prende il nome dal botanico altoatesino Friedrich Leybold, suo scopritore. Il monte è ricco di risorse naturali costituite da boschi e prati che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord il Monte Caplone, Monte Tombea, Monte Adamello, Presanella, Carè Alto, Dolomiti di Brenta; a est Cima Rest, Monte Camiolo, Monte Baldo; a sud Monte Pizzocolo, Monte Vesta, Monte Carzen, Monte Manos; a ovest Monte Stino, Monte Guglielmo, le Piccole Dolomiti Bresciane, Cornone di Blumone, i laghi di Garda, d'Idro, di Valvestino e gli Appennini

Il Monte Pizzocolo s’innalza nell’immediato entroterra della sponda bresciana del Lago di Garda tra i comuni di Toscolano Maderno, Gardone Riviera, Gargnano e sovrasta la Valle del Toscolano.
Secondo Natale Bottazzi il toponimo sarebbe un composto della voce germanica "spitz" che significa punta, cima appuntita e della voce di derivazione celtica "hügel" che significa elevazione o collina quindi indicherebbe un monte dalla cima appuntita. Nella cultura locale invece il nome "Pizzocolo" deriverebbe da "pizzo" e "zoccolo" forse per la sua forma a zoccolo, oppure da "pinzocol" che in Val di Ledro e Alto Garda indica "roccia sporgente". Il termine Pizzocolo è pure presente nel comune di Ziano Piacentino. Il monte è pure conosciuto anche con il soprannome di "Naso di Napoleone" per la somiglianza anatomica al naso del famoso imperatore. In passato era pure chiamato anche monte Gu, probabilmente come accorciativo dell’aggettivo francese "aigu" che significa acuto o dal latino "mons acutus".
La cima del monte fu fortificata con casematte e trincee dal Regio esercito italiano nel corso della prima guerra mondiale nell’eventualità di una invasione dell’esercito austriaco proveniente dalla Val Vestino. Sono ancora visibili oltre ai resti delle casematte in località Bivacco e Chiesetta, i resti di trincee a Merle Alte o linee con casematte a Ververs, al Passo Fobiola e più a nord verso Malga Corpaglione. I manufatti, trincee a cielo aperto e cunicoli in grotta, ancora visibili sono ricoperti da folta vegetazione.
La bellezza del Monte colpì anche Giosuè Carducci, commissario statale a Desenzano del Garda presso il Liceo Bagatta verso la fine dell’Ottocento, che lo narrò nella sua ode “Sirmione”.
Dalla cima vi sono ampie viste panoramiche, è possibile vedere a sud gran parte del Lago di Garda e della pianura padana fino a vedere la catena degli Appennini, mentre a nord vi è un panorama della catena delle Alpi, dove si può notare il Monte Baldo, il gruppo dell'Adamello, Monte Tombea e Monte Caplone, l'Ortles e in casi rari, quando la visibilità lo permette, il Monte Cervino.

Il Monte Manos è situato nel territorio comunale di Capovalle fa parte del gruppo del Tombea-Manos.
Il monte è un sito di importanza scientifica e nel 1875 il malacologo milanese Napoleone Pini rinvenne la presenza della Elix Gobanzi Frauenfeld già scoperta in Val Vestino dallo zoologo Joseph Gobanz nel 1867.
Il ritrovamento nel 1950 circa sul monte Manos e a Cima Igodello di reperti paleoarcheologici testimoniano la presenza di stazioni preistoriche di transito attribuibili all'età del bronzo che fungevano da collegamento tra il Lago di Garda e la Valle di Ledro.
Nel novembre 1526 fu scavalcato da 20.000 lanzichenecchi al comando di Georg von Frundsberg provenienti dalla Germania e diretti a Roma. Situato in una posizione strategica nel corso della Grande Guerra fu fortificato, come il monte Stino, con opere difensive costituite da postazioni di artiglieria a quota 1404 con 4 cannoni da 149/23 G; e a quota. 1402 con 4 cannoni da 75/27 Mod. 1906 A. Così pure nel 1944-1945 fu ampiamente militarizzato dall'Organizzazione Todt, con l'impiego di operai locali, per apprestare un valido sbarramento all'avanzata degli Alleati verso il Trentino.

Il monte Carzen fa da spartiacque tra il territorio comunale di Valvestino e quello di Capovalle e sovrasta la parte sud occidentale della val Vestino rappresentata dall'abitato di Bollone. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile sia dall'abitato di Bollone tramite un ripido sentiero di circa 4 km. o da Capovalle.
Nell'"Atlas Tyrolensis" del cartografo tirolese Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, e nelle carte topografiche della Provincia di Brescia del 1826, il Monte veniva indicato come Monte Garda di chiara etimologia longobarda, infatti deriverebbe dalla parola "wurte" che indica un luogo di osservazione o di guardia, mentre nelle carte austriache del 1878 era nominato Cima Carsine. Secondo il geografo Fausto Camerini il toponimo deriverebbe da garza, il cardo selvatico, mentre per altri dalla parola di origine preindoeurpea "car", che significa zona alta e rocciosa.
Nei secoli passati il territorio compreso tra il monte Vesta e il monte Carzen fu luogo di confine prima tra il Principato vescovile di Trento, al quale apparteneva la Val Vestino, e la Repubblica di Venezia poi, fino al 1918, tra l'Impero d'Austria e il Regno d'Italia.
Nel 1753, con il Trattato di Rovereto, sottoscritto dal doge veneziano Francesco Loredan e l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, furono delimitati i confini tra i due stati trovando così un definitivo accordo sulle secolari questioni territoriali esistenti fra le opposte comunità. Così sulla sommità del monte Vesta e poco distante a Vesta di Cima furono posti dalla commissione due cippi confinari di pietra che recano scolpita la data 1753. Verso la fine dell'Ottocento il Regno d'Italia per controllare i traffici commerciali fra i due stati, cinse la zona di confine con la Val Vestino con una serie di casermette della Guardia di Finanza e una di queste fu costruita a Vesta di Cima.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato da una colonna di garibaldini al comando del maggiore Luigi Castellazzo e da un'altra austriaca comandata dal colonnello Hermann Thour von Fernburg.
La posizione strategica del Monte costituì, tra il 1897 e il 1914, un punto di osservazione e controllo del confine di stato per le "sezioni di difesa" del III Battaglione, stanziato a Storo, del 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen" dell'esercito imperiale austriaco.
La zona del monte Vesta-Carzen-Manos fu erborizzata a partire dal 1863 dal botanico don Pietro Porta, allora parroco del villaggio di Bollone e specialista del genere dei Carduus, seguì nel 1867 la spedizione scientifica dello zoologo austriaco Joseph Gobanz e nel 1875 dal malacologo milanese Napoleone Pini.
Poco distante alla malga di Vesta di Cima si trova un ampio stagno, detto localmente "Laghetto di Vesta", usato nei mesi dell'alpeggio come abbeveratoio dal bestiame, che fino a pochi decenni fa si colorava di colore rosso a causa della presenza di minuscoli oligocheti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord la Val Vestino con il Monte Cingla, Monte Tombea, Cima Rest e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali e in lontananza si scorge la vetta del monte Adamello con quello che rimane del suo ghiacciaio perenne, a ovest la Cima della Fobbia, il monte Manos e le montagne della Valle Sabbia; a sud il monte Pizzocolo e la zona morenica meridionale del lago di Garda con la città di Peschiera del Garda. Ad est è invece possibile osservare la Valle del Droanello, il monte Denervo, la zona della Costa e il monte Baldo con la vetta del monte Altissimo di Nago.

Il Monte Vender sovrasta i borghi delle Ville del monte, nel comune di Tenno, ed è parte integrante del gruppo delle Pichee.
Formato da due cime di ugual altezza, il monte Vender è quasi completamente ricoperto di faggi e roverelle. Sulle due vette spaziano due piccoli pascoli su cui sorgono la malga Vender di sotto (1490 m). e la malga Vender di sopra (1495 m).

Il Monte Stino situato nel territorio comunale di Capovalle e Valvestino, sovrasta l'abitato di Moerna. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos.
Secondo alcuni ricercatori il toponimo del monte Stino è da ricercarsi nel nome del popolo degli Stoni, un'antica popolazione preromana che abitava in questi luoghi, difatti deriverebbe da questi lo stesso toponimo di Vestone, ma anche Cablone e Val Vestino.
Per alcuni ricercatori il Monte Stino ha dato il nome alla Val Vestino e nel corso dei secoli, data la sua posizione strategica come frontiera tra l'impero d'Austria e il regno d'Italia, assunse un ruolo importante nel controllo dei passaggi di quelle truppe che scendendo dal Trentino verso la Valle Sabbia o il Lago di Garda erano intenzionate a evitare il presidio della Rocca d'Anfo.
Nel novembre del 1526 fu scalato da circa 20.000 lanzichenecchi al comando di Georg von Frundsberg provenienti dalla Germania e diretti a Roma. Fu occupato nel 1848 dai Corpi Volontari Lombardi e tra questi vi furono il colonnello Ernest Perrot De Thannberg, il sottotenente Emilio Dandolo e il maggiore Luciano Manara dei Bersaglieri lombardi che scrivendo da Capovalle il 1º giugno 1848 a Fanny Bonacina Spini affermava di essere: "Sul monte Stino, il più alto della catena, in mezzo alla neve, e guarda un passo del Tirolo pericolosissimo. Intanto che vi scrivo qui nevica. Immaginatevi che cosa sarà sul monte Stino e "Sono giunto qui. Adesso vado subito sullo Stino a vedere quegli altri poveri diavoli... Il mio palazzo è una stalla di pecore. Ho dovuto durare gran fatica a trovare un angolo asciutto onde potervi scrivere. Il mio tavolo è un secchio, vi scrivo ginocchioni. Qui in questa capannuccia dobbiamo stare io e in quindici ufficiali...".
Nel 1859 e nel 1866 si alternarono austriaci e garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani e la brigata del colonnello Hermann Thour von Fernburg.
Nella prima guerra mondiale, e in parte anche nella seconda, fu fortificato con trincee, camminamenti e strade dall'esercito italiano come seconda linea di difesa. Vi è un museo che raccoglie reperti bellici della Grande Guerra e una chiesetta alpina consacrata al Redentore. Il nome del Monte fu pure menzionato dal poeta Gabriele D'Annunzio nel manifesto lanciato in volo su Trento il 20 settembre del 1915: "...Oggi il tricolore sventola in tutte le città sorelle, in cima a tutte le torri e a tutte le virtù. Più si vede e fiammeggia il rosso, riacceso con la passione e con le vene degli eroi novelli. Branche ignobili, violando le nostre case hanno profanato il segno, l'hanno strappato, arso e nascosto? Ebbene, oggi non vi è frode, né violenze di birro imperiale che possa spegnere la luce del tricolore nel nostro cielo. Esso è invincibile. Questi messaggi, chiusi nel drappo della nostra bandiera e muniti di lunghe fiamme vibranti, sono in memoria di quei ventuno volontari presi a Santa Massenza dalla soldataglia austriaca e fucilati nella fossa del Castello il 16 di aprile 1848. Ne cada uno nel cimitero, sopra il loro sepolcro che siamo alfine per vendicare! Bisogna che i precursori si scuotano e risuscitino, per rendere più luminosa la via ai liberatori. E i morti risuscitano. Erano là, fin dal primo giorno di guerra, a Ponte Caffaro, alla gola di Ampola, a Storo, a Lodrone, a Tiarno, a Ledro, a Condino, a Bezzecca, in tutti i luoghi dove rosseggiarono le camice e le prodezza garibaldine. E i Corpi Franchi in Val di Sole e i Legionari di Monte Stino, tutti i nostri messaggeri disperati aspettavano la gioventù d'Italia risanguinando".
È un sito botanico di importanza scientifica rilevante e la sua flora fu erborizzata dai più noti naturalisti del XIX secolo, tra questi don Pietro Porta che nel 1854 vi raccolse un cirsio glutinoso.

Il Monte Vesta è situato tra il territorio comunale di Valvestino e di Gargnano nella parte sud occidentale della Val Vestino, sovrasta l'abitato di Bollone. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile sia dall'abitato di Bollone tramite un ripido sentiero di circa 4 km. o da Capovalle. Il Monte Vesta dà il nome alla sottostante Valle e alla malghe di Cima, di Mezzo e di Fondo.
Secondo una tradizione secolare il Monte Vesta prenderebbe il nome da un tempietto dedicato al culto pagano di Vesta, una dea della mitologia romana, che si trovava sulla sua sommità. Secondo il geografo trentino Ottone Brentari l'unione fra i monti Vesta e Stino avrebbe dato il nome alla Val Vestino che la chiudono nella parte sud occidentale, invece per Fausto Camerini, giornalista e autore di numerose guide escursionistiche di montagna, da "besta" che significa bestiame-pascolo, in quanto il luogo era destinato fino agli anni novanta del secolo scorso all'alpeggio praticato dagli allevatori di Bollone che pagavano l'affitto al comune di Gargnano proprietario della malga Vesta di Cima. Infine lo storico bresciano Paolo Guerrini ipotizza derivi dalla voce similare valtellinese "Vestàgg" che indica una via, strada o canalone ripido adoperato per far discendere il legname o che abbia lo stesso significato di Vesto frazione di Marone. Il toponimo di Vesta ricorre pure nella zona indicando una località sul lago d'Idro.
Nei secoli passati il territorio compreso tra il monte Vesta e il monte Carzen fu luogo di confine prima tra il Principato vescovile di Trento, al quale apparteneva la Val Vestino, e la Repubblica di Venezia poi, fino al 1918, tra l'Impero d'Austria e il Regno d'Italia.
Nel 1753, con il Trattato di Rovereto, sottoscritto dal doge veneziano Francesco Loredan e l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, furono delimitati i confini tra i due stati trovando così un definitivo accordo sulle secolari questioni territoriali esistenti fra le opposte comunità. Così sulla sommità del monte Vesta e poco distante a Vesta di Cima furono posti dalla commissione due cippi confinari di pietra che recano scolpita la data 1753. Verso la fine dell'Ottocento il Regno d'Italia per controllare i traffici commerciali fra i due stati, cinse la zona di confine con la Val Vestino con una serie di casermette della Guardia di Finanza e una di queste fu costruita a Vesta di Cima.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato da una colonna di garibaldini al comando del maggiore Luigi Castellazzo e da un'altra austriaca comandata dal colonnello Hermann Thour von Fernburg.
La zona del monte Vesta-Carzen-Manos fu erborizzata a partire dal 1863 dal botanico don Pietro Porta, allora parroco del villaggio di Bollone, seguì nel 1867 la spedizione scientifica dello zoologo austriaco Joseph Gobanz, nel 1875 dal malacologo milanese Napoleone Pini e nel 1936 dell'entomologo Gian Maria Ghidini.
A Vesta di Cima si trova un ampio stagno, detto localmente "Laghetto di Vesta", usato nei mesi dell'alpeggio come abbeveratoio dal bestiame, che fino a pochi decenni fa si colorava di colore rosso a causa della presenza di minuscoli oligocheti.
Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi che ricoprono tutti i versanti.

Cima Rest è situato nel territorio comunale di Magasa e fa parte del Parco Alto Garda Bresciano e del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile da Magasa.
Cima Rest, come l'omonimo monte Rest (1060 m.s.l.m.) sito in Friuli Venezia Giulia precisamente nel comune di Tramonti di Sopra, secondo alcuni, potrebbe derivare dal termine latino "arista", con riferimento a piante, erbe, quindi sarebbe uno di tanti riferimenti alla vegetazione locale, difatti il luogo è ancor oggi zona d'alpeggio e coltivazione del foraggio, area dedicata alla produzione del formaggio Tombea.
Il nome di Cima Rest compare la prima volta negli Statuti comunali di Magasa del 1589 quando viene citato in un articolo che prevedeva il divieto a chiunque di falciare il foraggio nelle pertinenze dell'alpeggio comunale, mentre disposizioni comunitarie successive prevedevano che si dovesse effettuare la funzione religiosa delle rogazioni da Magasa a Cadria, con sosta al fienile della Pieve di Cima Rest per la recita del rosario, obbligatoria la partecipazione di tutta la popolazione.
Nei secoli passati l'altipiano di Cima Rest è stato una luogo strategico nei periodi di guerra, da qui difatti si poteva controllare agevolmente ogni movimento nemico lungo la Val Vestino, tra il monte Tombea e Bollone, e l'ampio pianoro consentiva l'accampamento ad una truppa numerosa. Così nel febbraio del 1799, a seguito dell'invasione napoleonica dell'Italia, il Magistrato Consolare di Trento incaricò il capitano Giuseppe de Betta di portarsi con una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a Magasa e via Cima Rest a Cadria a presidio dei confini meridionali del Principato vescovile di Trento minacciati dai francesi.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato dai garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani del colonnello Pietro Spinazzi intenti all'assedio del Forte d'Ampola, mentre nel 1915, nella prima guerra mondiale, fu dapprima scalato e occupato dal 7º Reggimento bersaglieri e poi fortificato dal Regio esercito italiano con la costruzione della carrozzabile Tombea-Val Lorina, trincee e posti di osservazione.
Nel giugno del 1997, a causa del sequestro Soffiantini, tutta la zona di Magasa e in special modo i fienili di Cima Rest, fu ispezionata dal Battaglione Carabinieri di Brescia in quanto fu ritenuta un possibile luogo di costrizione dell'imprenditore manerbiese.
I fienili di Cima Rest sono dei fabbricati rurali situati sull'altipiano ad un'altitudine di circa 1300 m.
Sono collocati al medio alpeggio e strutturati in modo da contenere in un solo edificio le funzioni fondamentali per la vita del malghese: al piano inferiore la stalla per il bestiame, l'abitazione per il contadino, a quello superiore il deposito per il foraggio e all'esterno la legnaia.
Ricerche storiche, iniziate nel secondo dopoguerra, datano questa tipologia di costruzione al VII secolo attribuendola alle tradizioni dei Goti o dei Longobardi.
Questa tipologia costruttiva è ancora riscontrabile oltre in Val Vestino anche in Piemonte nel Parco delle Alpi Marittime, tra la conca delle Gùie e la Valle Gesso, a Sant'Anna di Valdieri, poste al confine con la Francia. Questa zona infatti conserva caratteristiche paesaggistiche rurali arcaiche grazie ad alcune baite costruite con tetti in paglia di segale poste ai piedi di grandi spuntoni di rocce.
Il Museo etnografico della Valvestino è situato a Cima Rest e raccoglie attrezzi agricoli, utensili, arredi legati alla vita contadina.
La zona dell'altipiano di Cima Rest data la sua importanza scientifica fu erborizzata a partire dalla metà dell'Ottocento.
Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord della Val Vestino l'altipiano di Denai, il Monte Tombea e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali, a ovest il monte Manos, il monte Stino, il monte Cingla, le montagne della Valle Sabbia e gli abitati di Magasa, Moerna, Turano; a sud il monte Camiolo con la sua omonima cima, il monte Vesta e il monte Carzen con l'abitato di Bollone e più giù lo sguardo coglie il mone Denervo e il monte Pizzocolo; ad est è invece possibile osservare le montagne della Puria, l'abitato di Cadria e il monte Baldo con il monte Altissimo di Nago.

La Corna Trentapassi è una montagna alta 1.248 m s.l.m., posizionata sulla sponda orientale del lago d'Iseo.
Per la sua posizione, isolata rispetto ai rilievi prealpini circostanti e protesa nel lago, la vetta della montagna è considerata un ottimo punto panoramico nonostante la quota modesta.
Dal punto di vista geologico, è costituita da rocce calcaree che le conferiscono un aspetto aspro e scosceso; scarsa è la copertura vegetazionale, in modo particolare sul brullo versante sud.
Il nome Trentapassi costituisce, in analogia con il vicino monte Guglielmo, uno dei tanti casi di mala italianizzazione dei toponimi locali, infatti il nome bresciano per il Trentapassi è Trè Tapàs, (come riportato da Antonio Foglio in Toponomastica della Lombardia, Mursia, 2009) che significa tre spunzoni, denominazione che trova immediato riscontro nell'aspetto del monte, mentre non vi traccia alcuna dei 30 passi.
Sullo sfondo della Gioconda di Leonardo da Vinci, alla destra di Monna Lisa, è dipinta una montagna aspra e scoscesa che, se vista allo specchio, presenta un profilo simile a quello della Corna Trentapassi. L'ipotesi secondo cui Leonardo trasse ispirazione da paesaggi del Sebino, del fiume Oglio e della Valcalepio sarebbe suffragata anche da altre opere, come il disegno a sanguigna Temporale su una Vallata in cui comparirebbe nuovamente la Corna Trentapassi, e la Madonna dei Fusi.

Il monte Camiolo è situato nel territorio comunale di Magasa e Valvestino fa parte del Parco Alto Garda Bresciano ed è raggiungibile sia da Magasa o da Turano.
L'origine del nome è completamente sconosciuta, anche la similitudine con l'omonimo cognome è ancora da dimostrare, difatti, secondo alcuni, questo deriverebbe dal termine dialettale arcaico "camiolo" che significa vignaiolo. Storicamente la coltivazione della vite sulle pendici del monte non è documentata mentre era praticata con certezza, fino alla fine dell'Ottocento, poco distante, a Turano, in località Ganone e a Ranch, nel comune di Magasa.
Nell'"Atlas Tyrolensis" del cartografo Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, veniva indicato come monte Camiol.
Il nome del monte Camiolo compare la prima volta in una pergamena del 31 ottobre del 1511 quando i rappresentanti delle comunità della Val Vestino procedettero alla sua spartizione terriera sotto l'egida del conte Bartolomeo Lodron. Il monte è pure citato negli statuti comunali di Magasa del 1589 in un articolo che prevedeva il divieto a chiunque di tagliare la legna nelle pertinenze della suddetta montagna.
Nei secoli passati in special modo tra il 1426 e il 1796, data la sua posizione strategica sul limitare del confine di stato tra la Repubblica di Venezia e il Principato vescovile di Trento, la zona del monte Camiolo suscitò nei provveditori veneti di Salò un'assillante attenzione su ogni possibile movimento nemico che attraverso i passi o sentieri che dalla Val Vestino poteva minacciare la Riviera di Salò. Così il nome del monte viene menzionato nella relazione che il provveditore Melchior Zane, datata 3 giugno 1621, inviò segretamente al Consiglio dei Pregadi ove affermava che: " Il secondo passo che entra in comune di Gargnano è quello di Cocca di Pavolon con due strade. Una viene da Cadria, luogo della Val Vestino, passando per la montagna di Risech del comun di Tignale, con cavalli e pedoni e l'altra da Camiolo, luogo di detta Valle, sale sul monte del Pinedo del comun di Gargnano e va nel fiume di Droane, venendo addirittura della Cocca di Pavolon".
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu percorso da una colonna di garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani proveniente da Droane e diretta alla volta di Magasa e lo stesso accadde nel giugno del 1915 con i fanti del Regio esercito italiano.
La zona del monte data la sua importanza scientifica fu erborizzata a partire dalla metà dell'Ottocento e in questi luoghi, nel 1842, il botanico trentino Francesco Facchini raccolse esemplari di Cirsio glutinoso. Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi e prati che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord della Val Vestino l'abitato di Magasa, l'altipiano di Denai, il Monte Tombea e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali; a ovest il monte Manos, il monte Stino, il monte Cingla, le montagne della Valle Sabbia e gli abitati di Moerna, Turano, Armo e Persone; a sud il monte Vesta e il monte Carzen con l'abitato di Bollone e più giù lo sguardo coglie il monte Denervo e il monte Pizzocolo; ad est è invece possibile osservare le montagne della Puria e il monte Baldo con il monte Altissimo di Nago.

Il monte Spina delimita i territori di Bovezzo (a sud), Lumezzane (a nord), Concesio (ad ovest) e Nave (ad est), ed è il punto di unione tra la val Trompia e la dorsale che delimita la valle del Garza.
Sulla vetta è stata edificata una chiesa (privata) dedicata a sant'Onofrio, nella quale possiamo trovare una serie di affreschi raffiguranti il santo, risalenti agli anni tra il 1512 e il 1515 , realizzati dal Romanino e una statua della Madonna attribuita a Vincenzo Foppa. Per via di tale costruzione il monte viene anche chiamato, popolarmente, monte Sant'Onofrio.
Inoltre è presente poco distante un monumento ai caduti della valle del Garza in onore dei partigiani che operarono nella zona, morti durante la seconda guerra mondiale.

Il Monte Maddalena si innalza a ridosso della città di Brescia e più precisamente nella sua parte nord-orientale. Proprio per la vicinanza con la città è detta la montagna dei bresciani.
Alta 874 m s.l.m., la Maddalena costituisce un vero polmone verde per la città e per i comuni di Nave e Botticino che la circondano. In passato era chiamata Monte Denno (dal latino Mons Domini = monte del Signore). La Maddalena fa parte del Parco delle colline bresciane.
L'orogenesi della Maddalena, come del resto quella delle Alpi e Prealpi, è dovuta alla collisione della placca Africana contro quella Europea. Nelle immediate adiacenze (ad Ovest) della Maddalena si trova il colle Cidneo sul quale è ubicato il Castello di Brescia e che da un punto di vista morfologico rappresenta la naturale continuazione della stessa. Fino alla seconda metà del XVI secolo l'odierno Colle Cidneo ed il Monte Maddalena erano un unico rilievo, tuttavia per rendere più sicuro il castello da un eventuale attacco con il quale gli invasori si sarebbero potuti trovare più in alto del Castello, fu scavata una trincea per i dividere i due, dando così origine alla conformazione attuale. Attualmente quella trincea, odierna Via Turati, rappresenta un'importante via di comunicazione tra la parte nord e sud della città.
Nei giorni sereni il panorama consente di scorgere a nord il Guglielmo, a ovest le Prealpi bergamasche con la Presolana; a sud la pianura che si spinge fino agli appennini.
Ad est è invece possibile osservare il sud del Lago di Garda, del quale si possono riconoscere facilmente i golfi di Manerba del Garda e Moniga del Garda, il promontorio di Sirmione, il golfo di Desenzano e la zona morenica a sud del lago.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/06/le-prealpi-lombarde.html


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lunedì 6 aprile 2015

IL REGNO LOMBARDO VENETO

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Il nome di Regno Lombardo-Veneto fu istituito dall'Impero Asburgico il 7 aprile 1815 nelle aree riunite della Lombardia e del Veneto, ricevute grazie alle decisioni del Congresso di Vienna. In precedenza e per secoli, la Lombardia era stata divisa fra lo Stato di Milano e la Repubblica di Venezia (più la Valtellina appartenente ai Grigioni), mentre il Veneto (che comprendeva anche il Friuli) era interamente compreso nei territori della Repubblica di Venezia.

Lombardia e Veneto divennero così le due parti di una nuova entità statale bicefala, in quanto all'interno non mancavano differenti aspetti amministrativi per motivi di eredità storica tra la radicata società veneta di stampo repubblicano e la patriziale Milano di stampo monarchico.

Il nome venne scelto ad esito di un, non breve, dibattito. Gli austriaci (o i loro alleati) non vollero conservare il nome scelto da Napoleone, Regno d'Italia. Vi sono evidenze che si prese in considerazione la dizione Ost und West Italien (Italia orientale ed occidentale), e perfino Österreichische Italien (Italia austriaca). Vennero infine scartate dizioni eccessivamente legate ad una delle due capitali o regioni: d’altra parte, Milano e le Venezie non erano mai state unite sotto un unico governo sin dall'arrivo dei Longobardi. Non esisteva quindi alcun termine per definire unitariamente i due territori. Si preferì quindi pronunciarle entrambe, con l'intento di stimolare un senso di avvicinamento che rendesse possibile un futuro unitario tra le popolazioni lombarde e quelle venete, ed anche per ridurre il senso di appartenenza storica delle stesse. La difficile onomastica segnalava bene, tuttavia, l'artificiosità della nuova creazione amministrativa.

Il 20 agosto 1813 l’Austria dichiarò guerra a Napoleone, reduce dalla disastrosa campagna di Russia ed abbandonato dai Prussiani. Essa costituì un'armata per invadere l'Italia affidata al feldmaresciallo Heinrich Bellegarde, che fu sconfitto dall'esercito del Regno d'Italia del Viceré Eugenio di Beauharnais sul Mincio l’8 febbraio 1814.

Nei due mesi successivi la posizione di Beauharnais peggiorò però sensibilmente, a causa del passaggio del Regno di Napoli di Gioacchino Murat all'alleanza con l'Austria l'11 gennaio, del successo della parallela offensiva austro-prussiana sulla Francia che portò il 31 marzo all'occupazione di Parigi e il 6 aprile all'abdicazione di Napoleone, e di una congiura anti-francese a Milano, sostenuta dalla meglio nobiltà milanese, che sfociò il 20 aprile nel saccheggio del Senato e nel massacro del ministro Giuseppe Prina: fu così che il 23 aprile il Viceré dovette firmare a Mantova la capitolazione. Il 26 aprile il commissario austriaco Annibale Sommariva prendeva possesso della Lombardia a nome del feldmaresciallo Bellegarde, e il 28 aprile Milano veniva occupata da 17.000 soldati austriaci.

Il 25 maggio Bellegarde sciolse la Reggenza del Regno d'Italia, che cessava di esistere, ed assunse i poteri come Commissario plenipotenziario delle province austriache in Italia per il nuovo sovrano, l’Imperatore Francesco I d'Asburgo. Il 12 giugno assunse la carica di Governatore generale in conseguenza dell'annessione della Lombardia già milanese all'Impero, proclamata il giorno stesso.

La caduta di Napoleone avrebbe dovuto, nei piani delle Potenze vincitrici, riportare l'Europa a quella che era prima del 1789, sennonché la profondità dei cambiamenti portati dalla conquista francese, unita ad alcuni vantaggi territoriali che qua e là le antiche dinastie avevano ottenuto negli ultimi cinque lustri, consigliarono l'apertura a Vienna di un Congresso per la risistemazione dell'Europa.

L’Austria poteva riannettere sotto il suo governo diretto territori che le appartenevano da lunga data per dominio diretto, cioè Trento, Trieste e Gorizia, o indiretto, come l'antico Ducato di Milano (Milano, Como, Cremona, Lodi, Pavia) e il connesso Ducato di Mantova - annessione sancita giuridicamente il 12 giugno da un proclama di Bellegarde, ripetitivo di una sanzione imperiale del giorno 7 - ma, differentemente, l'antica Repubblica di Venezia, per la quale l'unico diritto risaliva al disconosciuto Trattato di Campoformio (1797), non poteva avere medesima sorte: lì l'annessione allo stato austriaco era legittimata unicamente dall’accordo delle potenze vincitrici al Congresso di Vienna, che fu ottenuto solo a fronte della rinuncia ai diritti dinastici degli Asburgo sui Paesi Bassi cattolici (l'attuale Belgio). Per comprendere l'utilità per Vienna dello scambio, basti ricordare il classico argomento del Carlo Cattaneo, il quale sempre sostenne che dal Lombardo-Veneto Vienna traeva «un terzo delle gravezze dell'impero, benché facessero solo un ottavo della popolazione». Ben sintetizzò la situazione Giuseppe Martini: «Apertesi le trattative intorno alle cose d'Italia, e volendo quivi, siccome ne faceva pubblica promessa il congresso viennese, incominciare le sue decisioni da un grande atto di giustizia, statuì che l'Austria rientrerebbe in possesso di Milano e di Mantova; acquisterebbe altresì gli Stati veneti di terraferma con la giunta di alcuni territorii che, per antichi accordi fra i potentati italiani, appartennero un tempo agli Stati di Parma e di Ferrara; acquisterebbe ancora, non solo le terre della Valtellina con le contee di Bormio e di Chiavenna, siti molto opportuni a sopravvedere dappresso le cose della Svizzera, ed in caso di bisogno, introdurvi dissensioni, ma più lungi, in fondo alla Dalmazia, quelle che una volta componevano la repubblica di Ragusi».

I territori già veneti sulla costa orientale adriatica furono dunque aggregati direttamente all'Austria, ma Milano e Venezia erano tradizionalmente legittimate, per antica consuetudine, a godere di governi autonomi (anche se, nel caso di Milano, sotto sovrano straniero). Occorreva quindi riorganizzare tali territori in una entità amministrativa apparentemente autonoma, anche se unita all’Austria dalla persona del sovrano. La soluzione scelta fu di creare un unico Regno con una capitale e due governi, cui venne dato il nome di Regno Lombardo-Veneto.

Il 7 aprile 1815 veniva annunciata la costituzione degli Stati austriaci in Italia in un nuovo Regno del Lombardo-Veneto. Esso veniva costituito in base al Trattato di Vienna aggregando i territori dei soppressi Ducato di Milano, Ducato di Mantova, Dogado e Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia, oltre alla Valtellina già parte della Repubblica delle Tre Leghe, e all'Oltrepò ferrarese già pontificio, mentre lo Stato da Màr, già sottoposto alla Serenissima, ne fu invece escluso incorporandolo direttamente ai territori dell'Impero.

Il Regno fu affidato a Francesco I d'Asburgo-Lorena, Imperatore d'Austria e re del Lombardo-Veneto. Il re e imperatore avrebbe governato attraverso un Viceré, con residenza a Milano e a Venezia, nella persona dell’Arciduca Ranieri, nato in Toscana e fratello minore dell'imperatore.

Lombardia e Veneto, separate dal Mincio, ebbero ciascuna un proprio Consiglio di Governo, affidato ad un Governatore, e distinti organismi amministrativi detti Congregazioni Centrali, alle cui dipendenze stavano le amministrazioni locali, tra cui le Congregazioni Provinciali e le Congregazioni Municipali.

Le competenze del Governatore, attraverso il Consiglio di Governo, erano assai ampie e riguardavano: censura, amministrazione generale del censo e delle imposizioni dirette, direzione delle scuole, lavori pubblici, nomine e controllo delle Congregazioni Provinciali. Oltre, naturalmente, al comando dell’esercito imperiale stanziato nel Regno, che, negli anni successivi si sarebbe occupato soprattutto di garantire l’ordine pubblico.

L’amministrazione finanziaria e di polizia, infine, era sottratta al Consiglio di Governo ed attribuita direttamente al governo Imperiale a Vienna, che agiva attraverso un Magistrato camerale (Monte di Lombardia, zecca, lotto, intendenza di finanza, cassa centrale, fabbricazione di tabacchi ed esplosivi, uffici delle tasse e dei bolli, stamperia reale, ispettorato dei boschi e agenzia dei sali), un Ufficio della Contabilità, una Direzione generale della Polizia.

Considerata la eccezionale centralizzazione del potere nelle mani del Governatore, nominato da Vienna, e del governo imperiale, ben si comprende come il ruolo del Viceré fosse assai marginale, ridotto a mera rappresentanza. A tal fine egli manteneva splendidi palazzi, ove teneva corte.

Tutte le alte cariche del Regno erano naturalmente di nomina regia, mai elettive. È questo uno dei motivi per cui esse erano in gran parte affidate ad austro-tedeschi; tutti austro-tedeschi furono i governatori, la grandissima parte degli ufficiali stanziati in Italia (mentre la truppa rispecchiava l’eterogenea composizione delle popolazioni dell’impero) e il Viceré: i forestieri godevano, quindi, del controllo quasi assoluto sulla vita del Regno. Famoso, a tal proposito, un colloquio del 1832 fra il nobile lombardo Paolo de' Capitani e Metternich: "Che necessità c'è di far occupare ogni posto notevole da Tirolesi e da sudditi di altre province?".

Questa situazione si presentava molto diversa dall'epoca di Maria Teresa d'Austria, quando invece si era cercato di far compenetrare molto di più austriaci ed italiani nell'amministrazione dei domini di possesso imperiale, legando simultaneamente la nazione alla corona dell'Imperatrice. Ovviamente questa era la linea che inizialmente si era proposta la commissione del Congresso di Vienna del 1815, anche se le condizioni cambiarono repentinamente già dai moti del 1820-21. Queste rivolte, infatti, avevano portato gli austriaci a ridurre la loro stima nei confronti degli italiani e per questo molte cariche erano state loro precluse per rappresaglia.

Per completare il quadro, il 1º gennaio 1816 entrarono in vigore i codici civile e penale austriaci, cosa che azzerò ogni possibilità di intervento italiano, sia pur attraverso il Consiglio di Governo.

Al patriziato locale italiano non restava quindi che il governo delle Congregazioni Provinciali e Municipali, cioè posizioni assolutamente secondarie. Le Congregazioni Municipali, ad esempio, curavano solamente la manutenzione di edifici comunali, chiese parrocchiali e strade interne, gli stipendi dei propri dipendenti e della polizia locale.

Come ricompensa ulteriore, seguendo il modello caro a Luigi XIV di Francia, il patriziato (in particolare lombardo) viveva di feste ed eventi mondani che si tenevano al Palazzo Reale, ed i rappresentanti dell'aristocrazia venivano sommersi di cariche (anche se di secondo piano) e di onorificenze, per essere legati sempre più all'amministrazione austriaca.

Sempre agli italiani era inoltre riservata la direzione dei teatri più importanti del Regno come quello alla Scala di Milano o La Fenice di Venezia. La sapiente direzione di questi importanti mezzi di comunicazione per l'epoca e la complicità dei direttori, permisero indirettamente e direttamente il passaggio anche dei messaggi che furono fondamento dei moti patriottici per la liberazione d'Italia, che videro impegnato primo tra tutti Giuseppe Verdi che non a caso fece rappresentare alcune delle proprie opere a Milano ed a Venezia. A teatro l'aristocrazia sfogava la propria impossibilità di farsi notare al governo con l'acquisto dei posti più in vista e dei palchi più ricercati in prossimità delle autorità.

Puntando sull'orgoglio degli italiani, va anche detto che il governo austriaco fece di tutto per rivalutare il passato glorioso delle tradizioni dell'area lombardo-veneta e fu così che ad esempio la Corona Ferrea venne mantenuta (seguendo l'esempio già avviato da Napoleone Bonaparte nel suo Regno d'Italia) quale simbolo della regalità nel Regno Lombardo-Veneto e prescelta quale corona ufficiale per le incoronazioni di ogni nuovo sovrano al titolo di Sovrano, incoronazioni che si svolgevano nel Duomo di Milano. Per commemorare l'importanza di queste glorie, venne istituito inoltre il mantenimento dell'Ordine napoleonico della Corona Ferrea, che venne concesso in prevalenza ad italiani per ricompensarli delle loro benemerenze verso l'amministrazione austriaca.

Subito dopo la proclamazione del regno, i sudditi lombardi e veneti si accorsero subito di come l’interezza del potere fosse affidato al governo viennese, sotto predominio austro-tedesco.

I "tedeschi" erano onnipresenti e sottraevano al patriziato e agli intellettuali lombardi e veneti grandi spazi che, in un regno realmente autonomo, sarebbero spettati loro.

Non solo: si trattava di un drastico peggioramento rispetto al Regno d'Italia, il quale era, sì, retto da un re (Napoleone) e da un viceré (Eugenio) francesi, che ne avevano fatto un protettorato di Parigi, ma godeva di un'amministrazione autonoma e quasi totalmente nazionale, come pure di un esercito nazionale, ove numerosi erano gli ufficiali lombardi e veneti.

In definitiva, sembrava ai più che il governo austriaco, ancorché efficiente, non rispettasse i diritti tradizionali della Lombardia e di Venezia e che, quindi, non godesse di alcuna legittimità. Né, com'è evidente, v’era la minima possibilità che tale legittimità venisse recuperata attraverso un processo costituzionale.

Queste considerazioni furono alla base della perenne instabilità politica in cui visse il Regno, almeno sin dal 1820, nonché della grande disponibilità delle élite e delle popolazioni a sostenere le guerre di indipendenza.

Il 22-23 marzo 1848 al termine delle Cinque giornate di Milano, gli Austriaci vennero cacciati da Milano e da Venezia. I due Consigli di Governo furono sostituiti dall'auto-proclamato Governo provvisorio di Milano e dalla restaurata Repubblica di San Marco.

Il 9 agosto 1848 con l'Armistizio di Salasco, seguito alla vittoria austriaca del 24-25 luglio a Custoza sulle truppe piemontesi, terminò la prima fase della prima guerra di indipendenza: Milano venne rioccupata ed il Governo Provvisorio di Lombardia viene sciolto. Il 22-23 marzo 1849 Carlo Alberto venne di nuovo sconfitto a Novara e abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. Il successivo 24 agosto, dopo un lungo assedio, Venezia si arrese agli Austriaci.

Il Regno Lombardo-Veneto sopravvisse formalmente alla perdita della Lombardia (con l'eccezione di Mantova, come stabilito dai termini della Pace di Zurigo) al termine della Seconda guerra di indipendenza nel 1859 che ebbe come conflitto decisivo la Battaglia di Solferino e San Martino, per poi scomparire definitivamente nel 1866, al termine della Terza guerra di indipendenza quando il Veneto venne ceduto al Regno d'Italia dopo la Guerra delle sette settimane, con il trattato di Praga.

L'economia del Regno Lombardo-Veneto dalla sua fondazione è stata sommariamente imperniata attorno all'agricoltura, la quale ha sempre rivestito un ruolo fondamentale soprattutto nella Lombardia dell'Oltrepò. Le coltivazioni essenziali, che consentivano il sostentamento dello Stato e le esportazioni, consistevano in frumento, orzo, segale e soprattutto riso.

Nella stessa città di Milano, inoltre, era molto attivo il commercio legato alle grandi industrie produttive e manifatturiere comprese i calzaturifici e le fonderie di metalli. A Venezia era invece assai diffusa la pesca e le attività di produzione delle navi in quanto la città, assieme a Trieste, rappresentava il porto principale dell'Impero Austriaco e l'unico grande sbocco verso il Mar Mediterraneo.

Dagli studi condotti già all'epoca, apprendiamo che il Regno Lombardo-Veneto si trovava all'avanguardia anche nel campo dei trasporti e delle linee di comunicazione, in particolare se rapportato per l'epoca ad altri stati della Penisola.

Rilevanti erano stati gli sforzi compiuti per la realizzazione delle strade ferrate che tra Lombardia e Veneto coprivano una distanza notevole che poneva il grande stato di dipendenza austriaca secondo solo al Regno di Sardegna ove, grazie all'impulso del primo ministro Cavour tale opera evolutiva era iniziata alcuni anni prima.

La tratta ferroviaria Novara-Milano venne inaugurata nel maggio del 1859 dopo il frutto di lunghe trattative di collaborazione nei costi tra il Regno di Sardegna e la Lombardia, anche se meno di un mese dopo il milanese sarà conquistato da Vittorio Emanuele II con la Battaglia di Magenta che coinvolgerà direttamente questa ferrovia per l'invasione del territorio austriaco da parte dei piemontesi.

Altro mezzo di trasporto abbondantemente utilizzato nel regno Lombardo-Veneto (data anche la presenza di grandi corsi d'acqua) era il trasporto per mezzo di barche. Le corriere operavano regolarmente lungo il Naviglio Grande e gli altri navigli minori in Lombardia, collegando buona parte della periferia con la darsena di Milano, mentre a Venezia i traghetti collegavano le isole della laguna tra loro e con la costa illirica.

Il governo del Regno Lombardo-Veneto era strutturato secondo una precisa situazione gerarchica che comprendeva poche cariche effettive accentratrici del potere e molte cariche quasi puramente onorifiche.

Sovrano dello Stato era l'Imperatore d'Austria, che aveva il titolo di Re di Lombardia e delle Venezie, ma egli risiedendo a Vienna (capitale dell'intero Impero), governava attraverso un proprio sottoposto o Viceré, il quale come abbiamo detto aveva una rappresentanza solo formale in quanto egli risiedeva prevalentemente alla corte viennese. A reggere i rapporti tra governo centrale e Stato dipendente, erano due Governatori, rispettivamente uno per la Lombardia con sede a Milano ed uno per il Veneto con sede a Venezia. A ciascun governatore sottostava un Vicepresidente di governo il quale aveva funzione di operare in assenza del governatore, al quale seguiva un Imperial Regio Consigliere Aulico prescelto dall'Imperatore, col compito di vigilare sull'operato di governatore e vicepresidente di governo.

A queste prime cariche seguivano gli Imperial Regi Consiglieri di Governo che avevano il compito di coadiuvare il Governatore nell'amministrazione fisica dello Stato assegnatogli, ed erano solitamente nel numero di 9 per Lombardia e 9 per il Veneto. A questi facevano seguito gli Imperial Regi Segretari di Governo ed altre cariche minori di cancelleria ed amministrazione spicciola.

Seguivano quindi le Imperial Regie Delegazioni Provinciali che vantavano un delegato ed un vice-delegato per ogni provincia del regno, sia in Lombardia che in Veneto. Tali delegazioni raccoglievano di fatto le questioni dei comuni minori e le portavano a conoscenza del governo.

L'unione fra le due regioni del regno era assai labile, e così l'amministrazione reale del territorio fu affidata a due distinti Consigli di Governo facenti capo ai due Governatori. Le classi agiate erano rappresentate nelle due Congregazioni Centrali, nominate dai Governi su proposta delle stesse, che erano composte da un nobile e un possidente per ogni provincia, un borghese per ogni città, e il governatore quale membro e presidente di diritto.

I due Governi della Lombardia e del Veneto erano suddivisi in diciassette Province. Ciascuna Provincia era retta da una Delegazione Provinciale, istituita per la prima volta il 1º febbraio 1816 e al cui capo era posto un Regio Delegato, che sostituiva il prefetto napoleonico. In ogni Provincia era inoltre presente una Congregazione Provinciale composta per metà da nobili e per metà da possidenti locali, nominati per sei anni dal Governo su proposta delle autorità locali. I deputati provinciali erano proposti al Governo dalla Congregazione Centrale la quale sceglieva sulla base di terne presentatele dalle Città e dalla stesse Congregazioni Provinciali uscenti. Le prime nomine nel 1815 furono fatte direttamente dall'imperatore, mentre in seguito per rinnovi parziali triennali. Le Congregazioni vennero sciolte durante il periodo di governo militare del regno fra il 1848 e il 1857. Le Congregazioni erano composte da quattro o sei o otto deputati provinciali, più un deputato per ogni città, più il Regio Delegato in qualità di componente e presidente di diritto.

Ogni Provincia era suddivisa in Distretti, di cui 127 in Lombardia e 91 nel Veneto. Ogni Distretto era suddiviso in Comuni, cellule di base dell'amministrazione pubblica. A secondo della loro popolazione, i Comuni potevano appartenere a tre classi differenti: i Comuni di I classe, cioè i capoluoghi controllati direttamente dalle Delegazioni Provinciali, avevano un Consiglio Comunale di non più di 60 membri; i Comuni di II classe, dotati di un Consiglio Comunale di almeno 30 membri, erano sottoposti ad un Cancelliere del Censo; i Comuni di III classe, i più piccoli, erano diretti dall'Assemblea dei proprietari che si riuniva una volta l'anno, alla presenza del Cancelliere del Censo, per nominare i funzionari e per approvare il bilancio e i tributi, mentre nella restante parte dell'anno venivano delegati tre proprietari per l'ordinaria amministrazione.

All'interno di tutte le forme di amministrazione del governo Lombardo-Veneto, vennero formalmente mantenute le divisioni tradizionali tra Lombardia e Veneto, a loro volta unitamente dipendenti dall'Impero d'Austria.

È altresì vero, però, che l'Imperatore nominava un suo rappresentante amministrativo e legale nei suoi territori italiani, il quale prendeva il nome di Viceré. È bene premettere che molti dei Viceré del Regno, anche se formalmente accettanti l'incarico, non risiedettero mai entro i confini del Lombardo-Veneto, preferendogli di gran lunga la corte austriaca e l'amministrazione imperiale. Ad ogni modo i Viceré avevano la loro sede formale al Palazzo Reale di Milano, il quale accoglieva gli appartamenti del Viceré che erano utilizzati come residenza ufficiale anche dall'Imperatore quando questi si trovava in visita nel Regno. La residenza di campagna era rappresentata dalla Villa Reale di Monza.

La preferenza di Milano su Venezia per la scelta di una residenza, era dovuta a due fattori fondamentali: innanzitutto essa era una città strategicamente importante per tutta l'area dell'Italia settentrionale e soprattutto l'aristocrazia patriziale milanese era molto più incline a vedere un sovrano che direttamente risiedeva entro i propri confini che non i repubblicani veneziani. Peraltro questa tradizione di residenza milanese, seguiva le orme di quanto aveva fatto già Maria Teresa d'Austria ponendo la sede dell'antico Ducato di Milano a Milano. Tale territorio era stato tradizionalmente austriaco da molto più tempo rispetto a quello veneto, che invece era giunto entro i possessi della real casa d'Austria a partire dal crollo della Repubblica di Venezia nel 1797 e che era andato consolidandosi effettivamente solo a partire dal Congresso di Vienna.

Il senato di giustizia del Regno Lombardo-Veneto dopo che lo stato venne costituito, venne aperto ufficialmente il 7 aprile 1815, con sede a Vienna, rimanendo nella capitale imperiale sino al 28 giugno 1816, ovvero sino a quando il comandante Bellegarde non poté assicurare l'indiscusso potere austriaco sull'area della Pianura Padana. Nelle sessioni di questa prima fase vennero trattati gli affari giudiziari relativi al Veneto ed alla Dalmazia.

A partire dal 30 giugno 1816 apprendiamo che l'Imperial Regio governo diede disposizioni perché a partire dal 1º agosto 1816 venisse attivato il Senato di Giustizia del Regno a favore dell'intero stato da poco costituito e come tale che riprendesse l'attività amministrativa e deliberativa direttamente sul territorio italiano. Esso aveva essenzialmente il compito di controllare che tutte le azioni di governo si svolgessero "secondo la legge stabilita". Tale organo era praticamente un grande tribunale, ovvero aveva il compito di avallare le condanne più gravi che poi dovevano essere sottoscritte dall'Imperatore, giudicando delitti come la lesa maestà, la sommossa generale, fino a comminare il carcere a vita o addirittura la pena di morte nei casi più gravi.

In base alla sovrana risoluzione dell'11 aprile 1829, apprendiamo che il senato era retto da un presidente e da dieci consiglieri aulici, sei austriaci, quattro italiani (solitamente due lombardi e due veneti).

Il Senato sopravvisse di fatti sino al 3 gennaio 1851 quando il Feldmaresciallo Radetzky, con parere favorevole dell'Imperatore, visti i recenti disordini che le rivoluzioni avevano portato soprattutto in Lombardia, ne decise la soppressione e i compiti amministrativi di sua precedente competenza vennero trasferiti al Ministero della Giustizia, quindi a Vienna, altro punto che gettò il Lombardo-Veneto nel malumore, sentendosi gli abitanti di queste regioni privati di un'importante pietra miliare: l'autonomia nella giustizia.

L'amministrazione della giustizia nel regno Lombardo-Veneto era suddivisa in tre gradi: Pretura e Tribunale, Tribunale d'appello e Supremo Tribunale di Giustizia. Ciascun capoluogo provinciale era sede di un tribunale di primo grado, mentre nei due centri regionali di Milano e Venezia erano presenti due corti d'appello. Al vertice del sistema si trovava il Senato, la Corte di Cassazione del Regno, che era stabilita a Verona, presso il Palazzo dei Capitani, a capo del quale venne posto il conte d'Oettingen-Wallerstein.

Circa la giustizia lombardo-veneto sovente gli storici hanno ravvisato incongruenze ed inesattezze tra i vari emendamenti legislativi pubblicati dal 1815 al 1859, il che si ritiene fosse alla base di fraintendimenti, disordini e dei consequenziali inasprimenti delle pene, soprattutto dopo i due periodi rivoluzionari della prima guerra di indipendenza. A differenza di altri domini austriaci in Italia come il Granducato di Toscana, nel Regno Lombardo-Veneto la pena di morte non era stata abolita e continuava ad essere comminata per lesa maestà, ribellione ed altri gravi reati.

In parallelo, altrettanto diffuso, era l'esilio o il carcere duro che la giustizia lombarda e veneta prescrisse in quegli anni in special modo per i cospiratori rivoluzionari ed i carbonari i quali erano presenti in gran numero su tutto il territorio. Vittime illustri di questa giustizia furono Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Confalonieri. Il carcere duro era rappresentato dalla Fortezza dello Spielberg presso Brno, in Repubblica Ceca, allora parte remota e sperduta dell'Impero austriaco.

Anche in questo passo, come si è visto, la giustizia austriaca si accaniva in particolare contro gli italiani, in quanto essa era amministrata dagli austriaci, il che penalizzava i giudizi a sfavore degli insorgenti.

Tutte le milizie armate non austriache, e perciò gestite da italiani soggetti all'amministrazione austriaca (come la guardia civica o polizia municipale), indossavano la caratteristica giubba verde, il che li fece soprannominare non senza un tocco di malizia "remolazz" ovvero "sedani", un termine che nel dialetto lombardo è usato tradizionalmente per indicare un individuo sciocco, uomo da poco, inesperto, ignorante. Evidenti sono gli intenti di odio ed insulto verso coloro che collaboravano con lo "straniero invasore".

L'esercito del Regno Lombardo-Veneto constava di nove reggimenti che rientravano all'interno del più vasto esercito imperiale.
Uno, il 22° (Trieste), apparteneva al Litorale austriaco.
Inoltre il Lombardo-Veneto forniva il personale che costituiva: i battaglioni cacciatori da campo (Feldjäger-Bataillone) N° 6, 11, 18 (lombardi), 8 e 25 (veneti), i reggimenti ulani (unità di cavalleria armate di lancia) N° 9, 11 (lombardi), 6 e 7 (veneti) ed il reggimento dragoni N° 8.

Contingenti lombardi e veneti erano altresì destinati a servire in tutte le altre unità combattenti e di servizio dell'armata imperiale: artiglieria da campagna (reggimenti N° 3, 6, 9 e 10), lanciarazzi (racchettieri) e artiglieria costiera, genio (battaglioni N° 1, 2, 6, 9, 10, 11) e pionieri (battaglioni N° 2, 6). Sudditi del Regno formavano gli equipaggi della flottiglia dei laghi italiani e del Danubio, oltre naturalmente che della marina da guerra: alle province di Treviso e di Venezia (distretti di leva del reggimento di linea N° 16) spettava infatti alimentare il Corpo Marinai, mentre alle province di Padova e di Rovigo per intero e Vicenza in parte (distretti di leva del reggimento N° 13) e a quelle di Udine e di Belluno (reggimento N° 26) spettava inviare i contingenti annui alla fanteria ed all'artiglieria di Marina. Nel territorio del Regno era reclutata anche la gendarmeria locale (Gendarmerie).

Una modifica alla ripartizione territoriale del 1856 venne introdotta tre anni dopo. Già con la chiamata di leva dell'anno di guerra 1859 (seconda guerra di Risorgimento italiano), le reclute prima assegnate ai reggimenti ulani N° 7 (veneto) e 9 (lombardo), che divennero ambedue galiziani, furono avviate ai reggimenti dragoni N° 1 e 3.
(Ordinanza circolare del 17 gennaio 1859)

Il Litorale Adriatico contribuiva, come si addice agli abitanti di una terra affacciata sul mare, ad alimentare la marina da guerra ed il corpo delle flottiglie, oltre a formare il 19º battaglione cacciatori, il reggimento corazzieri N° 5 e quello dragoni N° 4, l'artiglieria costiera, il 6º battaglione genio ecc.

Nel reggimento Cacciatori dell'Imperatore (Kaiserjaeger), reclutato tradizionalmente nelle regioni montane del Voralberg e del Tirolo, di cui faceva parte anche l'attuale Trentino, affluivano invece le reclute italiane che popolavano quella provincia.

Il battaglione era la pedina fondamentale per dosare le forze in funzione del compito da assolvere; in guerra contava 1336 uomini suddivisi in 6 compagnie; la compagnia contava 221 uomini (4 ufficiali, 2 sergenti maggiori "Feldwebel", 4 sergenti "Zugsführer", 8 caporali, 12 sotto-caporali "Gefreite" e 191 soldati semplici inclusi tamburini, trombettieri, zappatori, conducenti e attendenti).

Sul piede di guerra il reggimento era formato da 4 battaglioni operativi (uno di granatieri su 4 compagnie e tre di campagna su 6 compagnie), più il 4º battaglione di campagna, destinato di norma di presidio nelle guarnigioni, e quello di deposito su 4 compagnie, per un totale di 6886 uomini delle 32 compagnie, compreso lo stato maggiore di reggimento, a cui faceva parte la banda musicale che sempre seguiva il reggimento in campagna. Il carreggio, affidato ad un apposito sottufficiale denominato "Wagenmeister", era composto da 32 carri e 76 cavalli, inclusi la fucina da campo ed il carro ambulanza.
(Organisationsstatut für die k.k. Armee, 26 gennaio 1857)

La religione era forse l'argomento che più di ogni altro univa il Regno Lombardo-Veneto al suo interno e con l'Impero Austriaco, in quanto entrambe le nazioni avevano alla loro base una profonda fede cristiana e come tale il cattolicesimo era stato dichiarato religione di Stato.

A Venezia, permaneva un copioso nucleo ebraico con sede nel ghetto di Cannaregio. A Milano il cattolicesimo, ad ogni modo, aveva pesantemente risentito delle riforme apportate da Giuseppe II alla fine del Settecento, il quale aveva soppresso molti conventi e monasteri nel tentativo di incamerare i beni della chiesa nelle casse statali dell'allora Ducato di Milano. La nuova politica austriaca consistette quindi in una parziale e formale riconciliazione con la chiesa milanese, alla quale vennero concessi nuovi onori e privilegi da poter esercitare come ad esempio la presidenza spirituale dell'ordine cavalleresco lombardo-veneto della Corona Ferrea. Non mancarono ad ogni modo le pesanti pressioni d'influenza anche nell'ambito ecclesiastico appena dopo la costituzione del Regno: a Milano, ad esempio, nel 1818 venne eletto arcivescovo l'austriaco Karl Kajetan von Gaisruck che rimase in carica sino al 1846, governando la diocesi per una buona parte della vita del neonato regno lombardo-veneto.

Idioma ufficiale del Regno Lombardo-Veneto era l'italiano, lingua nella quale veniva impartita l'istruzione elementare, che era obbligatoria e gratuita per tutti i bambini del Regno.

La popolazione parlava abitualmente le lingue locali: lombardo, veneto, friulano e ladino. Presenti anche minoranze germanofone (cimbri, sappadioti) nelle province di Vicenza, Belluno, inoltre una minoranza parlava sloveno in provincia di Udine nella Slavia veneta.

Costituita nel 1797 dalla originaria marina veneziana, la "Marina da guerra austro-veneziana" ( österreichische-venezianische Kriegsmarine) usava ufficialmente la lingua veneta, e anche i capitani (austriaci) erano obbligati ad usarla.

Proseguendo nella strada già tracciata sotto il dominio francese, dal 1822 il Lombardo-Veneto conobbe una radicale trasformazione anche in cambio monetario.

Il sistema di conto scelto fu quello milanese, restaurato dopo la parentesi napoleonica e preferito in quanto già armonizzato ai modelli tedeschi, mentre non fu restaurato l'antico retaggio di epoca medievale della complessa monetazione della Repubblica di Venezia. La coniazione austro-milanese consisteva in una monetazione nei classici tre metalli (oro, argento, rame), la quale andò a differenziarsi e perfezionarsi sotto i diversi sovrani che regnarono. All'epoca della sua fondazione nel Regno Lombardo-Veneto circolavano ancora le valute francesi, in quanto i pesanti debiti contratti in guerra non permettevano un'immediata coniazione.

Fu Francesco Giuseppe ad apportare le prime variazioni nel sistema monetario Lombardo-Veneto: egli infatti eliminò il 1/4 di lira austriaca, sostituendolo con una moneta in rame da 15 centesimi, aggiungendone anche una da 10 centesimi. Successivamente alla Seconda guerra d'indipendenza, nel Veneto entrò in vigore come moneta spicciola il soldo e i 5/10.

Il governo austriaco, inoltre, abolì definitivamente tutta una serie di zecche minori che già si trovavano poco attive sul finire del Settecento e sotto l'amministrazione di Maria Teresa e Giuseppe II, mantenendo attive unicamente le zecche di Milano e Venezia.

Parallelamente a questa circolazione di monete, erano usate come monete di libero scambio anche quelle dell'Impero Austriaco (austriaca ed ungherese), che seguivano una tipologia di monetazione differente: il calibro in questi casi era costituito dal peso effettivo del metallo della moneta.

La storia filatelica del Lombardo-Veneto è assai più giovane rispetto a quella numismatica in quanto i primi francobolli stampati ufficialmente (e quindi non a timbro) vennero realizzati a partire dal 1º giugno 1850 sotto l'amministrazione di Francesco Giuseppe che regolamentò anche questi valori tassati con precise normative.

A Milano come a Venezia si diffusero in parallelo anche i valori tassati per i giornali, gli almanacchi e le pubblicazioni ed all'amministrazione austriaca va anche il merito di aver introdotto in queste regioni le marche da bollo ed i valori tassati per la grande quantità di documentazione cartacea che andava producendosi negli uffici governativi.

Secondo le normative postali d'epoca il costo era delle normali lettere era il seguente (1 lega = 7420 metri):

nel circondario di distribuzione dell'ufficio postale di impostazione: cent. 10
per una distanza inclusivamente a 10 leghe: cent. 15
oltre a 20 leghe: cent. 45
Si considerava lettera semplice quel plico che non superasse in peso un "lotto viennese" che corrispondeva a 17,5 grammi.


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