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domenica 17 maggio 2015

LA CHIESA DI SANTA MARIA A CANTU'

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La chiesa di Santa Maria nell'antico monastero delle Benedettine fu sconsacrata nel 1798 per essere nuovamente restituita al culto nel 1839. Fino al 1700 la chiesa si affacciava sulla attuale via Manzoni in posizione di predominanza sull'agglomerato urbano adiacente, poiché libera su tre lati: il monastero era infatti collegato ad essa solo nella sua parte posteriore. Per tradizione storica attribuita a Pellegrino Tibaldi, Stefano Della Torre ne ricostruisce le reali vicende nel libro Cantù Nobilissima, dove è trascritto il brano che cita per esteso il nome dell'architetto chiamato a Cantù, Gerolamo Quadrio (una delle personalità di maggior rilievo a Milano, architetto capo della Fabbrica del Duomo).

Nel 1093 il Benedettino Adalberto da Cluny, che aveva già fondato a Pontida un monastero di monaci della sua riforma, volle istituirne un altro di monache a Cantù, da dedicare alla Beata Vergine.
A capo del Monastero pose come Priora Agnese di Borgogna alla quale, così come alle suore che continuano il suo insegnamento, la tradizione della lavorazione del prezioso merletto canturino.
Il Monastero fu riedificato nel 1690 e, nello stesso anno, fu annesso alla Chiesa di Santa Maria edificata al suo fianco (1665-1680) per cura degli ingegneri Gerolamo e Giovan Battista Quadrio.
L’imponente chiesa, a pianta centrale con otto colonne corinzie raggruppate in coppie, dove ancora riposano le reliquie della prima Priora Agnese, e il vicino Monastero subirono deplorevoli devastazioni durante la Repubblica Cisalpina (nel 1798 la stessa Repubblica soppresse anche l’Ordine delle Benedettine e la fabbrica fu trasformata in caserma); successivamente la chiesa fu comperata all’asta da Giacinto Galimberti e, dopo il ritorno degli Austriaci, fu restaurata e consacrata a cura del Prevosto Carlo Annoni.
Il convento invece divenne proprietà del demanio; acquistato dal Comune di Cantù all’inizio del sec. XX, è stato adibito ad uso uffici pubblici e aule scolastiche che si allineano ai lati del chiostro grande e di quello minore, splendido e intatto (pur bisognoso di urgenti restauri), di Santa Chiara.

Attribuita dalla tradizione a Pellegrino Tibaldi, è in realtà di costruzione seicentesca, su progetto di Gerolamo Quadrio (1625-1679), di cui costituisce una delle opere più importanti e meglio documentate. Il monastero di Santa Maria nei secoli XVII e XVIII possedeva estesi beni fondiari e godeva della protezione di famiglie della nobiltà milanese e comasca, da cui provenivano le monache che formavano una comunità numericamente consistente (nel 1665 le professe erano circa 51, nel 1721 erano 56). Questa favorevole congiuntura spiega la decisione di erigere una nuova chiesa, in sostituzione di quella più antica già riformata durante l'episcopato di Carlo Borromeo. Al 18 settembre del 1665 risale il capitolato fra le benedettine di Santa Maria di Cantù e il capomastro Giampietro Fontana per la costruzione della nuova chiesa, "conforme la misura e modelli dati dall'ingegniero Quadrio", incaricato altresì della supervisione del cantiere e dei periodici collaudi. Alla morte di Gerolamo Quadrio nel 1679 la fabbrica era ben avanzata, come risulta dalla data MDCLXXX apposta sulla parete anteriore del tamburo; al figlio di Gerolamo, Giovan Battista, subentrato al padre, spetta il disegno del portale di linea sobria, sormontato da una grande conchiglia da cui si dipartono due ghirlande, mentre la facciata rimase incompiuta; nell'ultima stima dei lavori, redatta da Giovan Battista il 23 maggio del 1683, la chiesa è definita "perfecionata".



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IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEI MIRACOLI A CANTU'

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Il Santuario della Madonna dei Miracoli o Madonna Bella di Cantù è il simbolo principale della fede Canturina.

Secondo la tradizione, nel 1543, fuori la porta di Campo Rotondo (ora piazza degli Alpini), era presente un pilastro su cui era impressa la sacra effige della Madonna Bella (da cui il nome), che le anime devote erano solite adorare; proprio qui nel 1550 ca., Maria apparve ad una fanciulla, Angiolina della Cassina Novello, intenta a pregare per la fine della carestia, presso l’immagine. Maria le disse di andare in paese e avvisare che era tempo di mietere; con grande stupore e felicità tutti andarono a raccogliere le messi miracolose e la miseria terminò.

Presto la notizia si diffuse in tutta la zona dando inizio al culto di Santa Maria Bella, i tanti miracoli che si raccontano la fecero diventare la Madonna dei Miracoli.
L’immagine è ora conservata sopra l’altare e risale al 1300, forse un tempo posta in un altro edificio sacro e rappresenta Maria, tra due angeli musicanti davanti ad un trono in legno tricuspidato, con un raffinato stile gotico.
All’esterno della chiesa  la bella facciata in stile barocco, ma con un gusto che risente anche del neoclassico; fu terminata nel 1900 per opera dell’architetto Zanolini ed è ricca di elementi decorativi: nella parte inferiore, presenta delle lesene che la dividono in tre scomparti; nella parte superiore, si trova la statua della Madonna Immacolata, custodita dentro una nicchia raggiata.
All’interno presenta una struttura a tre navate, sormontate da volte a cupola in corrispondenza del transetto; la volta centrale era in origine più alta dell’attuale di due metri circa, come evidenzia l’affresco sulla parete.
Nel 1637-38, la Cappella grande fu meravigliosamente dipinta da Giovanni Mauro della Rovere, detto il Fiamminghino, su consiglio di San Carlo Borromeo, che visitò il santuario nel 1570 e notò la mancanza di opere pittoriche.
Il Fiamminghino si occupò magistralmente anche della cupola al cui centro la Vergine Assunta è circondata da putti festanti, sopra un porticato di otto scomparti, in cui sono rappresentati assisi sul trono i profeti Ezechiele, Geremia, Isaia, Mosè, il Re Davide e il Re Salomone.
Sulle pareti del presbiterio verso la chiesa, sempre ad opera del Fiamminghino, troviamo due bellissime raffigurazioni: La visita dei Re Magi (a sinistra) e Le nozze di Cana (a destra).
Le vistose differenze all’interno del santuario sono dovute al crollo che nel 1837 interessò la struttura e costrinse ad una lunga e dispendiosa ristrutturazione.
Nella seconda metà del ‘800 un altro crollo, portò alla ricostruzione dell’esterno del presbiterio, che fu però abbellito con degli stucchi, dei bassorilievi, degli ornamenti e opere pittoriche dall’architetto Giacomo Moraglia e, sempre in questa occasione, l’immagine della Madonna Bella fu spostata sull’altare maggiore, in marmo bianco, opera del Calvi, perfetta cornice per la sacra effige.
Gli affreschi del coro sono molto interessanti, opera di un autore ignoto, risalgono al 1724.
Tra il 1846 e il 1909 furono rifatti l’organo, l’altare maggiore e il pulpito in stile cinquecentesco, ma non sempre la nuova struttura si integra bene con la struttura antica, diversa la spazialità definita da luci, colori e materiali diversi; nelle navate i toni dominanti del bianco e dell’ocra, si distinguono dallo spazio attorno all’altare che presenta invece colori vivaci e decisi.
Nel 1923, sulla parete destra della Chiesa, fu eretto un nuovo altare, ideato dall’architetto Orombelli, in onore ai caduti della prima guerra mondiale.
Sulla navata di sinistra è visibile L’incoronazione della Vergine opera di Camillo Procaccini, risalente al 1610 e, sull’altare minore, L’apparizione di Cristo a S. Teresa opera di Grandon del 1714.




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LA VILLA CALVI A CANTU'

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Villa Calvi è una tipica villa urbana, posta in pieno centro storico del quale trae tutte le comodità unite a quelle del parco antistante.
Fu originariamente residenza della famiglia Sola; i Calvi, milanesi, vi soggiornarono periodicamente nel corso dell’Ottocento fino al 1886 quando il conte Carlo Calvi vendette la proprietà.
Il giardino fu acquistato con la sottoscrizione di circa 120 cittadini e aperto all’uso pubblico. La villa fu invece comperata, pare, dagli Orombelli e donata successivamente al Comune.
La villa è costituita da un corpo lineare piuttosto allungato, in gran parte attribuibile ai primi anni dell’Ottocento, in forme sobrie individuabili nell’aspetto originale nella sola facciata ovest sul giardino, essendo stata alterata quella sulla strada dalla giustapposizione di un corpo ancora assialmente strutturato analogamente alla soluzione originale ma in pretenziose forme fasciste, cosicché il loggiato architravato che vi si apriva costituisce ora solo una parte del grande atrio interno del municipio.
L’architettura originaria della villa appare molto semplice, con qualche richiamo agli elementi formali neoclassici, ma è assolutamente priva degli stilemi magniloquenti del neoclassico aulico. Il rapporto tra le sali centrali e il giardino è risolto, come in molte ville minori di campagna, semplicemente di porte-finestre, corrispondenti ad un impercettibile aggetto della fascia di gronda della porzione mediana, marcate anche da una modesta pedana; a lato di quest’ultima spiccano due statue di leoni, di notevole evidenza figurale, non connessi alla struttura della villa, ma in un certo senso funzionali alla focalizzazione assiale e prospettica della lunga facciata.
Nella testata sud è ricavata la serra, direttamente inglobata nello stesso volume della villa, distaccandosi quindi dai consueti schemi tipologici neoclassici che prevedono in genere la serra risolta in forme autonome e spesso addirittura distaccata fisicamente dal corpo della villa: la sua presenza, evidenziata da una serie di archi a pieno sesto, è di fatto abbastanza mimetizzata, tanto più che al piano superiore le si sovrappone una delle sale originali, una delle poche anzi che conserva in parte la struttura ottocentesca.
Lo schema interno è stato infatti stravolto dalla destinazione a municipio con la creazione di un grande scalone di stile fascista a fianco dell’atrio (ma esterno al vecchio loggiato) e con una galleria superiore che distribuisce ai vari uffici.



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LA CHIESA DI SAN PAOLO A CANTU'

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La chiesa di San Paolo risale alla fine dell' XI secolo ed è caratterizzata da schema a tre navate, con abside rivolta ad est e copertura con volte a botte, che, nella seconda metà del 1600, hanno sostituito l’originaria struttura a capriate lignee.


Dal sagrato è possibile accedere alla coeva cappella della Madonnina, piccolo edificio a pianta quadrata e facciata a capanna che svela all'interno la più antica raffigurazione del borgo di Cantù, risalente ai secoli XIII e XIV.

Edificio di forma basilicale, a tre navate, subisce nel tempo non pochi rimaneggiamenti: all’origine si presentava contornato da un portico, a colonne binate, che si estendeva dalla Sacrestia all’ingresso principale, in seguito il primo tratto del portico fu sostituito con un pronao, mentre l’altro fu abbattuto per la costruzione della Cappella del Crocefisso; la navata centrale poi, a cassettoni in legno, venne sostituita con volte a botte. Elevata da Pio XII a Basilica Romana Minore, nel 1950, per intervento del Cardinale Ildefonso Schuster, la parte attuale è stata restaurata nel 1965 a cura dell’arch. Alfonso Orombelli.
Si conserva nella Sacrestia una bella tela di Camillo Procaccini (1551-1629): Apparizione del Dio biblico all’esercito (Conversione di San Paolo).
Di particolare interesse il campanile: originariamente torre in pietra del castello Pietrasanta, edificato a difesa del colle più alto del borgo di Canturio, venne completato con una cella campanaria in mattoni, a due piani, sormontata da un’alta cuspide sempre in cotto, su disegno del celebre architetto Pellegrino Tibaldi (1527-1596).

Sulle mura antiche nelle adiacenze di San Paolo, la Cappella della Madonnina, grazie al restauro che l’ha recuperata al culto nel 1961 a cura di Ottemi Della Rotta, per intervento di Mons. Giuseppe Bratti, ha rivelato all’interno reperti archeologici dei primi secoli del Cristianesimo e affreschi di Ambrogio da Vigevano e di Cristoforo Motti eseguiti nel 1514.
Sono rappresentati, nell’abside, l’immagine della Madonna circondata da angeli con i monumenti principali del Borgo di Canturio e, ai lati, episodi della vita di Cristo: nascita, circoncisione e adorazione dei Magi.
Alla sinistra della Cappella, si può ancora ammirare la Porta degli Archinzi, detta Ferraia, costruita dalla famiglia Grassi nel 1324 contemporaneamente alla grosse mura che si estendevano per circa un miglio, e alle 35 Torri erette a fortificazione del Borgo feudale, in seguito alla proclamazione dell’indipendenza dal dominio visconteo di Milano.



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ARIBERTO DA INTIMIANO



Ariberto nacque intorno al 970-980 da Gariardo (figlio di Wipaldo) e da Berlinda; la famiglia possedeva, oltre a beni nel territorio bergamasco, anche numerose corti in Brianza, tra cui quella di Antimiano (o Intimiano o Antegnano) presso Cantù, dalla quale originava, la corte di Calco, il castello di Giovanico (Vighizzolo di Cantù), la Curia Picta (Corbetta), un castello nella corte di Merate (sul quale nel Settecento venne costruito palazzo Prinetti) e numerose altre terre.
Nel 998 Ariberto era suddiacono della Chiesa milanese; il 2 luglio 1007 riconsacrava la basilica di S. Vincenzo a Galliano (Cantù), della quale era custode, con le reliquie di  S. Adeodato, supposto figlio di S. Agostino (in realtà un sacerdote morto nel 525 e scambiato per il santo in seguito a un'errata interpretazione della lapide sepolcrale).  La basilica venne rifatta per rialzare il presbiterio onde ricavare una cripta nella quale deporre i corpi dei santi; ne conseguì l'adattamento dell'abside, che fu decorata con affreschi, tra i quali figura lo stesso Ariberto che dona il modello della Chiesa. Dopo il 1018 Ariberto farà costruire accanto alla basilica un battistero a due piani, un unicum architettonico.

L'arcivescovo di Milano non ha mai avuto un titolo comitale come legittimazione del suo potere, eppure in un diploma di Enrico III il Nero si afferma che Ariberto disponeva a un suo cenno di tutto ciò che avveniva nel Regno d'Italia. Nel 1019 partecipò alla dieta di Strasburgo e chiese formalmente all'imperatore Enrico II il Santo di scendere in Italia. Per comprendere quale fosse l'autorità anche civile di cui godeva l'arcivescovo Ariberto in quel periodo, si pensi che il marchese Ugo, conte del distretto di Milano, quindi quello che oggi definiremmo il "funzionario pubblico", teneva i suoi giudizi nel palazzo arcivescovile, per concessione e in presenza dell'arcivescovo stesso.

Ariberto partecipò al sinodo di Pavia del 1022, convocato dall'imperatore Enrico II e da papa Benedetto VIII per affrontare la questione della riforma del clero. In questa sede si affrontò anche la questione del clero ammogliato, che a Milano costituiva ancora la norma, ma da un punto di vista esplicitamente economico (il problema dei servi delle chiese, poi ordinati preti, che si sposavano con donne libere, generando quindi dei figli liberi che poi reclamavano una eredità dai possedimenti delle chiese stesse: come reazione il sinodo proibì il matrimonio di tutti i chierici, disposizione ampiamente disattesa nei decenni seguenti).

Nel 1026, a Milano, fu Ariberto a incoronare re d'Italia Corrado II il Salico.

Nel 1028 Ariberto era impegnato nella visita della diocesi suffraganea di Torino: interrogando il capo di un gruppo religioso sospettato di eresia, l'arcivescovo venne a sapere che gli abitanti di Monforte d'Alba (oggi in provincia di Cuneo) interpretavano in modo allegorico il dogma trinitario, negavano la necessità dei sacramenti e quindi del clero: molto probabilmente questa popolazione aveva abbracciato il catarismo. In quello stesso anno, forze militari alle dipendenze di Ariberto espugnarono il castello di Monforte: l'intera popolazione della zona venne deportata a Milano e invitata ad abiurare la propria fede. La maggior parte di loro rifiutò e venne arsa sul rogo. La zona di Milano in cui gli eretici di Monforte vennero imprigionati, da allora porta il nome del paese di provenienza delle vittime: Corso Monforte.

Ariberto incarna lo spirito espansionistico di Milano nell'XI secolo, un espansionismo che si inquadra in un momento di fermento dell'intera società milanese dell'epoca e che si concretizzò in una estensione del potere temporale della Chiesa ambrosiana su altri territori dell'Italia settentrionale.

Nel 1025 alla dieta di Costanza, Ariberto ottenne il diritto di potere investire anche temporalmente il vescovo di Lodi come capo della città, e difatti alla prima occasione (1027) mise sulla cattedra di Lodi un canonico milanese, Ambrogio II di Arluno, suscitando l'ira della città lombarda.

Ariberto aiutò inoltre l'imperatore Corrado II a vendicarsi contro Pavia per la distruzione del palazzo regio attuata dalla città nel 1024. Si confermava così la secolare opposizione tra Milano e Pavia.

Al confine ovest della diocesi, Ariberto stabilì un saldo controllo sul monastero di Arona. Il possesso del monastero e il controllo del castrum permisero ad Ariberto di annettere alla diocesi di Milano altri territori che fino ad allora appartenevano alla diocesi di Novara.

Oltre che con Lodi, Pavia e Novara, Ariberto ebbe modo di scontrarsi anche con Cremona: Ariberto mandò suo nipote Gariardo ad invadere una pieve cremonese, la corte e l'intera pieve di Arzago d'Adda. Quando nel 1030, alla morte del vescovo di Cremona Landolfo, venne eletto dai Cremonesi il vescovo Ubaldo, Ariberto pose come condizione per l'ordinazione di Ubaldo stesso l'accettazione dell'occupazione fatta da Gariardo. L'imperatore Corrado II impose ad Ariberto di restituire a Cremona quei territori, ma quando Corrado rientrò in Germania, Ariberto tornò ad invadere la pieve di Arzago, cominciando anzi a esigere anche le rendite di altre due pievi cremonesi, Misano e Fornovo. L'obiettivo di Ariberto era quello di ampliare l'area della giurisdizione milanese anche alla zona allora abbastanza confusa dell'Isola Fulcheria, per arrivare poi al Po e controllare così i traffici dei beni preziosi che passavano dal fiume.

Nel 1034 Ariberto guidò una spedizione militare in aiuto all'imperatore Corrado II il Salico per la conquista della Borgogna.

Nel 1035 scoppiò a Milano una vera e propria rivoluzione (Wipone, biografo di Corrado II, la definisce magna confusio): avvenne uno scontro tra arcivescovo e vassalli maggiori (i capitanei) da una parte, e vassalli minori (i valvassori) dall'altra. I feudatari minori si sentivano minacciati dal potere sempre crescente di Ariberto e si ribellarono a lui. Inizialmente essi dovettero soccombere e uscire dalla città; ma a questo punto strinsero alleanza con loro tutti i nemici che Ariberto si era creato, in particolare gli abitanti del Seprio, della Martesana, e Pavia, Cremona e Lodi.

Si giunse così alla battaglia di Campomalo: fu uno scontro dai risultati incerti, ma l'uccisione di un potente alleato di Ariberto, il vescovo di Asti Alrico, segnò certamente un punto a svantaggio di Ariberto.

I feudatari minori, riuniti nella Motta, fecero appello all'imperatore Corrado contro Ariberto e i maiores (una sollevazione analoga era avvenuta a Cremona contro il vescovo Ubaldo). Corrado II, convinto che ormai Ariberto costituisse un pericolo per il sovrano, in quanto aveva accentrato nelle proprie mani troppo potere, scese in Italia (ma forse fu lo stesso Ariberto a chiamare Corrado, che in effetti dapprima si schierò dalla parte dell'arcivescovo). Dopo essere giunto in Italia e avere avuto colloqui con i rappresentanti della Motta, Corrado fece incarcerare Ariberto in una fortezza vicino a Piacenza. Dopo circa un mese, Ariberto riuscì a fuggire, fece ritorno a Milano dove venne accolto da trionfatore. Il gesto di Corrado venne visto come un insulto a Milano, e la solidarietà cittadina ebbe la meglio: tutte le parti, compresi i valvassori, si riaccostarono all'arcivescovo, che armò la popolazione e fortificò le mura della città.

Corrado II cinse d'assedio Milano. In quest'occasione fece la sua prima comparsa il Carroccio, divenuto poi simbolo della libertà comunale. Proprio durante questo assedio, Corrado emise una disposizione cui proprio i minores, i valvassori, aspiravano: con la Constitutio de feudis (8 maggio 1037) i valvassori ottenevano l'ereditarietà e l'inalienabilità delle loro terre e dei loro titoli. La Constitutio ebbe però l'effetto di compattare la classe dei milites (i nobili sia maiores sia minores) che si strinsero ancora di più intorno all'arcivescovo, vero garante degli interessi milanesi. A poco valse la scomunica dichiarata da papa Benedetto IX contro Ariberto. Corrado II dovette cedere (morì poi nel 1039). Nel 1040 Ariberto si riappacificò con Enrico III, figlio e successore di Corrado II, e ottenne la revoca della scomunica.

Nel 1042 si creò a Milano una nuova spaccatura , questa volta tra i nobili (maiores e minores uniti) e la plebs (certamente non gli strati più bassi della popolazione, ma piuttosto mercanti, proprietari terrieri non nobili, giudici e notai) guidata da Lanzone della Corte. Questa parte della popolazione, il cui potere era cresciuto anche grazie alla politica espansionistica di Ariberto, voleva partecipare al governo della città.

Questa volta Ariberto non riuscì a controllare la situazione, essendo ormai malato (dai documenti dell'epoca si nota che spesso non aveva neanche la forza sufficiente per firmare). I cives (la plebe) obbligarono tutti i milites (i nobili) ad uscire dalla città. Anche Ariberto dovette seguirli, e si trasferì a Monza (i suoi ultimi due testamenti, del 1044, sono stati redatti a Monza). Per intervento di Enrico III, che inviò i suoi missi, si giunse a una riappacificazione tra le parti.

Ariberto chiese di essere trasportato a Milano, dove morì il 16 gennaio 1045. La sua tomba si trova nel duomo di Milano: dopo di lui, non si ebbe mai più a Milano un vescovo così forte, capace di gestire interamente il potere della città.

Trascorse a Monza il periodo tra il 1042 e il 1045, anno della sua morte, e fu sepolto nel monastero di S. Dionisio, da lui fondato a Milano.Ariberto è annoverato fra le grandi figure di vescovi italiani del sec. 11°; quale committente di opere d'arte è paragonabile ai vescovi Varmondo d'Ivrea e Leone di Vercelli. Si devono a lui il battistero e la chiesa di S. Vincenzo a Galliano in Brianza e i relativi affreschi, la coperta (Milano, Tesoro del Duomo) di un evangeliario ormai perduto e quella di un evangeliario già nel tesoro del duomo di Monza, un Crocifisso proveniente dalla chiesa di S. Dionigi (Milano, Mus. del Duomo), un sacramentario (Milano, Bibl. Capitolare Metropolitana); ad A. è inoltre attribuita l'idea di costruire nel 1038 il carroccio.Gli affreschi di S. Vincenzo a Galliano, dove Ariberto è rappresentato in qualità di donatore, testimoniano il livello dell'arte milanese agli inizi del sec. 11°; il battistero di Galliano inoltre rivela modelli milanesi (S. Satiro e S. Aquilino). La coperta di evangeliario, adorna di smalti, conservata nel Tesoro del Duomo di Milano, richiama più spiccatamente le opere d'arte milanesi dell'epoca tardocarolingia e ottoniana, mentre il Crocifisso nel Museo del Duomo dev'essere posto in relazione con i crocifissi monumentali tedeschi (per es. il Crocifisso di Gerone nel duomo di Colonia); in entrambe le opere Ariberto è raffigurato come donatore. I confronti decisivi per le coperte degli evangeliari di Ariberto si trovano soprattutto su suolo tedesco; le fonti primarie delle opere promosse da Ariberto sono dunque l'arte dell'Italia settentrionale e milanese e quella ottoniana tedesca.

Una riproduzione della "Croce di Ariberto" è anche il simbolo della vittoria nel Palio di Legnano, corsa ippica che si svolge ogni anno nella città lombarda. La contrada vincitrice potrà esporre questa croce per un anno intero nella chiesa rionale, fino alla successiva edizione del palio.




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LA BASILICA DI GALLIANO A CANTU'



Il complesso monumentale di Galliano comprende la basilica di San Vincenzo e il battistero di San Giovanni Battista situati in cima ad un colle presente nell'area urbana di Cantù.

Si tratta di uno dei più noti monumenti dell'arte romanica lombarda anche se appartiene al periodo altomedioevale. L'edificio, datato 1007, si pone come una delle prime testimonianze organiche del formarsi del nuovo stile romanico.

Il toponimo Galliano deriva dalla popolazione vicana dei Gallianates, come risulta dall'ara romana dedicata Matronis Braecorium Gallianatium'.
Gli scavi archeologici condotti in questi luoghi hanno portato alla luce diverse testimonianze romane divenute frequenti dopo il 196 a.C., anno in cui Marco Claudio Marcello conquistò Como. A partire dalla metà del V secolo alle are ed alle iscrizioni che documentavano il culto di Giove, di Minerva, della Triade Capitolina e di alcune divinità locali, si sostituirono le prime epigrafi di cristiani.

Il borgo venne investito dal grande sforzo di evangelizzazione della Lombardia, voluto da Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397. Il momento di svolta per l'evangelizzazione delle regioni prealpine avvenne nel 386, quando Ambrogio inviò nel municipium di Como Felice, consacrandolo primo vescovo della diocesi di Como. A seguito di tali iniziative, nacque una comunità anche a Galliano, che edificò, a partire dal V secolo, una prima basilica paleocristiana ad aula unica, che serviva da pieve di Cantù.

Tra il V e il VI secolo esisteva, quindi, un edificio sacro dedicato a san Vincenzo di Saragozza con annesso forse un battistero. Da queste costruzioni proviene anche il pavimento a piastrelle geometriche di marmo bianco e nero, riutilizzato nel presbiterio sopraelevato della Basilica e nel Battistero, ancora esistente sotto il pavimento in cotto.

Nel X secolo si iniziò a ricostruire la Chiesa: a questo periodo risalgono le navate su cui Ariberto da Intimiano, intorno al 1000, fece innestare l'abside e la cripta. La Basilica fu riconsacrata da Ariberto, allora suddiacono e "custode" del sacro edificio (probabilmente ne era il proprietario per tradizione familiare). Una riprova sarebbero le epigrafi graffite sotto gli affreschi dell'abside che ricordano la morte del padre, del fratello e del nipote. Divenuta chiesa pievana e sede del Capitolo dei Canonici, per alcuni secoli la Basilica di S. Vincenzo godette particolare affetto tra i Canturini che donarono terreni ed altre proprietà: il lascito più antico risale al 1284.

Nel 1584 il Capitolo ed il Prevosto si trasferirono presso la chiesa di San Paolo, dopo che San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, trovò la Basilica e le case canonicali in condizioni di semiabbandono. In seguito il cardinale Federico Borromeo, durante la visita pastorale del 1616, prescrisse alcuni restauri per preservare la chiesa dalla rovina, ma le sue richieste non furono esaudite. Dalla metà del Settecento la basilica abbandonata divenne un magazzino agricolo e, a causa di un incendio, perse la navatella di destra. Dopo la vendita della proprietà al milanese signor Manara, riacquistò l'aspetto di chiesa. All'interno si possono ammirare, nell'abside e sull'altare, gli affreschi che raccontano il martirio di San Vincenzo. Nel 1801, durante la dominazione francese, il complesso architettonico fu venduto a privati dopo che la commissione artistica, formata dal pittore Andrea Appiani, dall'architetto e decoratore G. Albertolli e dallo storico L. Bossi, giudicò la Basilica di "niun riguardo". Trasformata in casa colonica la chiesa subì la perdita della navatella meridionale, della torre campanaria e, parzialmente, degli affreschi distrutti o deturpati dalla calce.

Soltanto Don Carlo Annoni, vicario foraneo a Cantù dal 1830, si interessò all'antica costruzione descrivendola minutamente e facendone riprodurre tutte le pitture nello studio Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua pieve. Finalmente nel 1909 la Basilica fu riacquistata dal Comune di Cantù. I primi restauri, condotti dall'architetto Ambrogio Annoni nel 1933-1934, permisero di riaprire la chiesa al culto. Nuovi restauri agli affreschi della navata, eseguiti a più riprese negli anni 1955, 1956, 1967, 1981, hanno portato al distacco di alcuni dipinti che, trasferiti su pannelli di masonite, sono stati collocati sulle pareti originali.

Il 2 luglio 2007 le poste italiane hanno emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica 'Il patrimonio artistico e culturale italiano' dedicato alla Basilica di San Vincenzo in Galliano, Cantù (CO), nel valore di € 2,80. Il francobollo autoadesivo è stampato su foglio di legno, impiallacciato di betulla nello spessore di mm 0,3. Il formato è di 48X40 mm, monocromatico, stampato per un milione e cinquecentomila esemplari. La vignetta raffigura, disegnata a tratto, la facciata della Basilica.
Il 2 luglio 2007 è stata celebrata la ricorrenza dei mille anni dalla fondazione della Basilica di San Vincenzo in Galliano. Il comune di Cantù ha organizzato una serie di eventi artistico-culturali per richiamare l'attenzione della cittadinanza verso l'arte romanica e le tradizioni locali del periodo. Le celebrazioni si sono aperte un anno prima con la messa solenne e con una esecuzione bandistica di musica sacra a cura del Corpo Musicale "La Cattolica". Due mostre sono state realizzate in Villa Calvi: 'Figure della cultura artistica del Novecento a Cantù. Artisti e artigiani rappresentativi di una realtà locale' e 'Le nuove industrie femminili italiane 1906-2006. Cent'anni tra Ieri, Oggi e Domani'. Il culmine delle celebrazioni è stato raggiunto nel mese di luglio: nel giorno della ricorrenza del millenario è stata celebrata la messa di Dedicazione in Basilica ed è stato emesso in mattinata il francobollo celebrativo dedicato al complesso monumentale di Galliano, appartenente alla serie tematica "Il patrimonio artistico e culturale italiano". L'8 luglio è stato realizzato dall'orchestra Sinfonica Classica Viva un concerto all'aperto nella cornice di Piazza Garibaldi. Numerose le opere famose eseguite, tra cui l'Ave Verum Corpus di Mozart, la Carmen di Bizet e il Bolero di Ravel.

La facciata si presenta molto semplice, priva di elementi decorativi, con la muratura in grossi ciottoli a vista. Al centro si apre uno stretto portale architravato con una lunetta a sesto acuto, mentre nella fronte della navata settentrionale vi sono tracce di un portale più piccolo. Poche le finestre, poste senza simmetria nella zona centrale; più in alto vi è un'apertura a croce e sotto e a sinistra due monofore. La muratura dei fianchi è in ciottoli e pietre grezze, con abbondante malta. Sul lato settentrionale della navata centrale ci sono otto finestre, quattro delle quali alternativamente otturate. Fra i vani delle finestre compare un motivo, costituito da un rombo incavato, contornato da mattoni nei suoi spioventi superiori. Le finestre hanno una forma priva di strombo, con spalle rette ed arco a tutto sesto. Sul lato meridionale le finestre sono solo quattro e strombate verso l'interno ma la prima e la terza furono murate. Il motivo di questi riempimenti è da ricercare nell'esigenza di maggiori spazi per ospitare il complesso ciclo di affreschi che copre le pareti interne.

Gli affreschi della basilica di Galliano sono considerati il più vasto e importante ciclo di affreschi murari dell’epoca ottoniana nell’Italia settentrionale. Essi sono opera di un ignoto maestro che, incaricato da Ariberto di affrescare la basilica, unì nella sua opera la cultura orientale di Bisanzio e lo stile occidentale tardo antico.
La parte della basilica più preziosamente affrescata è senza dubbio il catino absidale. Al centro del grande affresco superiore è raffigurata l’immagine di Cristo racchiusa in una mandorla. Attorno a lui sono dipinte le figure degli angeli e dei profeti.
Gli affreschi dell’emiciclo inferiore dell’abside sono invece dedicati alla narrazione del martirio di San Vincenzo di Saragozza, martire a cui è dedicata la basilica.
A destra delle scene del martirio di S. Vincenzo, nell’ultimo riquadro, vi è la nicchia per la custodia dell’Eucarestia. A sinistra di essa è raffigurato un personaggio che rivolge lo sguardo e il braccio teso verso il Redentore e che alcuni hanno identificato come S. Adeodato. A destra invece è affrescata la figura di Ariberto nell’atto di donare la basilica da lui ricostruita e consacrata nel 1007.
Di grande pregio sono poi tutti gli elementi decorativi inseriti nel grande affresco. La cornice che scorre sotto le scene del martirio di S. Vincenzo è arricchita con cornucopie, spirali d’acanto, uccellini e frutti. Altra fascia decorativa da ammirare è quella dipinta lungo l’arco trionfale che delimita l’affresco dell’abside anch’essa popolata da uccelli. Infine la bocca dell’abside è ornata da un fregio con animali acquatici.
Passando ad osservare gli affreschi della navata centrale, si nota come entrambe le pareti sono suddivise in tre grandi fasce a loro volta composte da più quadri rappresentativi.
Gli affreschi della parete destra sono interamente dedicati all’illustrazione della vita di Sansone, così com’è descritta dalla Bibbia, e alla storia di S. Cristoforo.
Gli affreschi della parete sinistra invece rappresentano in parte scene dell’Antico Testamento, in parte raffigurano la storia di Santa Margherita.
Un altro importante affresco è quello posizionato a destra dell’altare e raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi.
Anche la parete della controfacciata presenta alcuni affreschi. Entrambe le immagini presenti a destra e sinistra dell’ingresso principale riportano figure di santi.
Infine meritano attenzione gli affreschi presenti nella cripta.

Al centro del grande affresco del catino absidale si staglia la figura del Redentore racchiusa in una mandorla e con il capo circondato da un’aureola, la mano destra tesa e aperta e un libro aperto nella mano sinistra in cui si leggevano le parole “Pastor ovim bonus” (buon pastore di pecore). Il volto di Gesù è andato distrutto ma si possono ancora ammirare i particolari delle vesti e dei calzari. Ai suoi piedi si prostrano i due profeti Geremia ed Ezechiele anch’essi con i calzari ai piedi e le braccia tese. Alle loro spalle erano raffigurati, gli arcangeli Michele e Gabriele recanti in mano rispettivamente le parole “Petice” e “Postulatio”. Oggi è ancora visibile solo l’immagine di Michele in un atteggiamento maestoso e con le ali aperte. Accanto a lui sono presenti altre due figure di santi, entrambe con l’aureola e una corona preziosa in mano, che alcuni hanno riconosciuto come l’imperatore tedesco e sua moglie, considerando i legami di Ariberto con l’impero tedesco.
 
Il ciclo murale presente nell’emiciclo inferiore del catino e dedicato al martirio di S. Vincenzo di Saragozza è il più antico dedicato a questo santo.
Nell’affresco del primo riquadro a sinistra, oggi in parte andato distrutto, è rappresentata la scena della fustigazione: S. Vincenzo è legato con le braccia alzate davanti all’imperatore Daciano di Saragozza e una folla spaventata assiste al supplizio. Nel secondo riquadro S. Vincenzo è sdraiato su una graticola ardente e i suoi carcerieri gli versano sopra piombo fuso. Il terzo riquadro che conclude la narrazione raffigura due episodi: l’approdo del corpo di s. Vincenzo su una spiaggia, come vuole la leggenda, e la sepoltura.
Nella prima fascia della parte destra è illustrata la vita di Sansone. Nei primi due riquadri sono raffigurate le apparizioni dell’angelo che annuncia alla madre di Sansone la nascita prossima del figlio. Segue la nascita di Sansone nel terzo riquadro e scene di alcuni episodi della sua vita ormai rovinate.
Nelle due fasce sottostanti è narrata la storia di S. Cristoforo che è raffigurato grande e solenne al centro della parete con la mano destra aperta e la sinistra che regge una lunga asta. Nella seconda fascia sono rappresentati diversi episodi in cui S. Cristoforo compie miracoli e converte i soldati e le meretrici inviati a lui dall’imperatore. Sia nella seconda che nella terza fascia S. Cristoforo appare davanti all’imperatore che è raffigurato sotto un arro sostenuto da due colonne e con un copricapo a tre punte. Gli altri riquadri della terza fascia narrano il supplizio del santo posto su un rogo, colpito dalle frecce e infine decapitato. Gli ultimi riquadri concludono la narrazione con  i funerali del santo e, nell’ultimo affresco andato perso, presumibilmente, la sepoltura.

La prima fascia della parete sinistra illustra la narrazione biblica di Adamo ed Eva. La particolarità di questa fascia è che, a differenza di tutte le altre, la narrazione va letta da destra a sinistra. Nei primi riquadri a destra sono quindi rappresentati la creazione di Adamo, la creazione di Eva dalla costola di Adamo, l’episodio del frutto proibito e la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Gli ultimi due episodi a sinistra sono di difficile interpretazione perché non raffigurano episodi narrati nella Bibbia ma ritraggono il primo un albero e un uomo, il secondo figure nell’atto di lavorare la terra.
La seconda fascia rappresenta probabilmente altri fatti biblici dell’Antico Testamento ma non è stata identificata una narrazione precisa. Il riquadro maggiormente conservato raffigura un gruppo di guerrieri a cavallo. In quello subito accanto si vedono alcune figure in piedi tra cui una donna con le vesti lunghe e la mano alzata.
Gli affreschi dell’ultima fascia sono dedicati alla vita di Santa Margherita d’Antiochia di Pisidia e rappresentano una delle prime testimonianze del culto di questa santa in occidente. Il primo riquadro narra l’episodio in cui Margherita conquista con la sua bellezza il prefetto Olibrio. Nel secondo riquadro appare Margherita con la nutrice mentre le successive scene narrano gli incontri della santa con il demonio prima sotto forma di drago poi con sembianze umane. Dovevano seguire altre scene importanti come il vano tentativo di bruciare la santa con torce accese e infine la decapitazione.

Al di sopra dell’ingresso destro della cripta si trova l’alto parapetto in muratura con un unico grande affresco che ritrae la Madonna con Gesù bambino tra i Santi. Al centro la Madonna è seduta su un trono basso adornato di gemme e sostiene con il braccio il bambino che la accarezza e la guarda dolcemente. Accanto alla Madonna è raffigurato San Pietro il cui nome “Petrus” è ancora leggibile sulla fascia sopra il suo capo. È scalzo e porta nella mano coperta dal manto le chiavi del paradiso. Accanto a lui seguiva la figura dell’Arcangelo Michele, ora solo parzialmente visibile.  Dall’altra parte il santo con la pergamena in mano è S. Paolo. Segue S. Vincenzo vestito di un prezioso abito. Le ultime due figure rappresentano un vescovo e un sacerdote che alcuni hanno identificato rispettivamente come S. Ambrogio e S. Adeodato.

Nella riproduzione dell’affresco della controfacciata sinistra elaborata da Don Carlo Annoni sono presenti sette figure ma oggi ne sono visibili solo quattro. La prima con le braccia incrociate sul petto è Maria Maddalena. La seconda è facilmente identificabile con la Veronica che mostra il volto di Cristo impresso sul panno. La terza donna porta in mano una corona e ha una freccia conficcata nel petto. Queste simboli potrebbero identificare Sant’Orsola che la leggenda vuole morta trafitta da una freccia degli Unni. Infine l’ultima figura oggi visibile è San Primo.
Sulla controfacciata sinistra invece è oggi presente un affresco che prima era posizionato nella cripta dove è rappresentato un vescovo benedicente affiancato da un diacono e un suddiacono. Secondo Don Carlo Annoni l’affresco orginario di questa parte della controfacciata raffigurava Cristo morto, in piedi e con le mani incrociate sul petto.
 
L’edificio della basilica di S. Vincenzo presenta tutte le caratteristiche fondamentali dell’architettura romanica che si diffuse nell’XI secolo in tutta Europa lungo le vie che portavano ai principali luoghi di culto e lungo le vie commerciali. L’arte romanica si sviluppò in modo unitario sotto il profilo tecnico e stilistico, ma con molteplici varietà espressive da luogo a luogo, a seconda delle tradizioni locali.
Di chiara origine romanica è l’impianto della basilica di Galliano, costituito da tre navate absidate, di cui una andata persa. Analizzando le basilica esternamente si nota la tipica facciata a spioventi che segue l’inclinazione del tetto e ha una forma a salienti. La parete della facciata è molto sobria, presenta un piccolo occhio circolare, un occhio superiore a forma di croce e una sola finestra monofora posta in basso a sinistra. Anche le pareti laterali sono molto sobrie; solo la parete esterna dell’abside è decorata da archi ciechi a tutto sesto.
Internamente la basilica è illuminata da piccole finestre monofore presenti per lo più nella parte superiore della navata centrale e nella parete dell’abside. Lo spazio interno è diviso in tre navate da solidi pilastri che sorreggono arcate a tutto sesto diseguali tra loro. Le arcate presentano un altezza piuttosto limitata e, di conseguenza, la superficie della parete muraria sovrastante è notevolmente ampia. La prevalenza delle masse murarie sugli spazi vuoti è una caratteristica tipica dell’architettura romanica e qui ha permesso la realizzazione dei preziosi cicli di affreschi.
Elemento particolare di questa basilica è il presbiterio notevolmente rialzato rispetto al piano della basilica - oltre le proporzioni comuni di altre chiese romaniche - al quale si accede percorrendo una larga scalinata centrale. L’arcata di ingresso del grande catino absidale riprende l’elemento stilistico tipico dell’arte classica romana dell’arco trionfale.  Ai lati del presbiterio ci sono poi gli ingressi della cripta con due vani coperti da volta a crociera. La posizione tanto sopraelevata del battistero è determinata proprio dalla presenza della cripta sottostante.

La zona presbiteriale è quella che, da un punto di vista architettonico, presenta maggiori particolarità sia per l’elevazione, sia per il parapetto affrescato, e in origine, per gli amboni che erano posizionati sopra gli ingressi della cripta e di cui oggi rimane uno splendido elemento scultoreo raffigurante un’aquila.
Nel complesso però la struttura interna ed esterna della basilica è certamente caratterizzata da semplicità e sobrietà. Tali caratteristiche sono date altresì dall’assenza di alcuni elementi, presenti invece in numerose chiese romaniche, che solitamente aumentano la complessità spaziale: mancano infatti i matronei sopra le navate laterali, il transetto e, conseguentemente, la cupola con tiburio che veniva costruita sopra l’incrocio tra navata centrale e transetto.

La cripta fu fatta costruire da Ariberto di Intimiano nel XI secolo quando egli commissionò i lavori di ricostruzione e decorazione dell’edificio. Essa fu realizzata, come previsto dalla tradizione ambrosiana, per contenere le spoglie di santi locali. La cripta fu costruita con una pianta ad oratorio come si vede dalla riproduzione qui accanto.
Le quattro esili colonnine al centro sono sovrastate da capitelli carolingi e definiscono lo spazio in campate irregolari coperte da volte a crociera. Alle pareti, in alternanza con le piccole finestrelle monofore, sono addossati i pilastri che sorreggono le arcate.
Le pareti e le volte sono decorate da stelle a otto punte. L’affresco più caro alla tradizione popolare è quello della Madonna del latte dipinto sopra un’antica sorgente. Altri tre affreschi sono sui pilastri addossati alla parete e raffigurano rispettivamente un vescovo benedicente, un santo con un libro chiuso tra le mani e una santa vestita di una tunica a strisce bianche e rosse. Nessuna indicazione aiuta però a comprendere l’identità precisa dei soggetti rappresentati.

Accanto alla basilica di S. Vincenzo, si erge il battistero di S. Giovanni, edificio altrettanto interessante per le sue caratteristiche architettoniche particolari, se non uniche.
Esternamente il battistero appare maggiormente decorato ed elaborato rispetto alla basilica. Il perimetro segue una linea sinuosa, nascondendo in parte il ritmo delle nicchie interne. Le parti concave si alternano alle convessità di alcune nicchie esterne. Anche il tetto di ardesia tende a coprire uniformemente il piano superiore non evidenziando il complesso gioco di curve dell’edificio. In questo modo spicca ancor di più il tiburio ottagonale con la cupola. Come per la basilica, la parete orientale è decorata esternamente da esili archi ciechi e le pareti sono intervallate da piccole finestre monofore.
Attraversando il pronao di ingresso, si accede all’interno del battistero. Prima del vano principale si attraversa un vano più piccolo rettangolare, una sorta di “anticamera” che non si trova facilmente in altri battisteri. Il vano interno è quadrato e al centro di esso, parzialmente immersa nel pavimento, è posizionata la grande vasca monolitica del fonte battesimale. Quattro colonne angolari sostengono ampie arcate e da queste arcate si aprono quattro rispettive nicchie semicircolari. Si delinea così uno schema cruciforme. Nella nicchia di fronte all’ingresso vi è un altare contenente una lastra di marmo con l’incisione del Chrismon, il monogramma di Cristo.  Elemento del tutto particolare è poi la presenza dei matronei al piano superiore che si affacciano sul vano centrale e ai quali si accede da due scale curvilinee ricavate nello spessore delle mura esterne. Al piano superiore sono presenti altri due altari: uno nella stessa nicchia che ospita quello del piano sottostante, l’altro sopra l’ingresso del battistero. Qui sono stati anche ritrovati due rosoni di pietra nel pavimento, suddivisi in spicchi, che sembra venissero utilizzati come orologio grazie ad un fascio di luce che penetrava da un foro illuminando i diversi settori. Accanto a questi è stata sistemata la campana che un tempo stava nella torre campanaria della basilica.
Le decorazioni murali oggi visibili sono le decorazioni della cupola con stelle a otto punte (come quelle della cripta in basilica) e alcuni resti di affreschi al piano superiore, in particolare nella nicchia sopra l’ingresso. Qui si distingue ancora una figura inginocchiata con una candela in mano.
Secondo Alfonso Garovaglio, illustre archeologo del XIX secolo, solo questa nicchia era affrescata. Negli scritti di Carlo Annoni si legge invece di come “le pareti erano tutte istoriate da cima a fondo”.

Proprio gli stessi studiosi hanno elaborato teorie diverse sulla la storia di questo battistero che rimane ancora, almeno in parte, controversa.

Secondo diversi studiosi, tra cui Carlo Annoni, il battistero risalirebbe all’XI secolo e in particolare agli stessi anni in cui Ariberto fece ampliare la basilicali S. Vincenzo. Questa datazione sarebbe supportata dalla presenza di analogie nelle tecniche di costruzione e negli aspetti stilistici di basilica e battistero.
Un’altra ipotesi invece considera il battistero anteriore alla basilica. Alfonso Garovaglio, ha infatti individuato in alcune incisioni e negli altari, alcune testimonianze di tradizioni cristiane antecedenti l’anno 1000 che collocherebbero quindi la costruzione del battistero tra il V e il IX secolo.
Ciò che invece è certo è che, coma la basilica, anche il battistero conobbe periodi di abbandono e trascuratezza.
Quando, nel 1801, la basilica fu acquistata da privati, il battistero fu ceduto alla parrocchia di S. Paolo. Questo evitò che anche il battistero subisse pesanti interventi strutturali e che fosse trasformato in casa colonica ma non furono comunque avviati interventi per la conservazione dell’edificio. Sempre il Garovaglio, in una sua relazione del 1882, spiega come le condizioni precarie del battistero erano dovute, oltre che “all’opera devastatrice del tempo”, anche  alla continua spogliazione dell’edificio da parte di coloro che si appropriavano del materiale di costruzione. Proprio a seguito della visita della commissione archeologica del 1882, furono stanziati i primi fondi – per una somma di 800 lire –  per i lavori di recupero. Iniziò così, anche per il battistero, una lunga fase di restauri.





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I PAESI DELLA BRIANZA : CANTU'

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Cantù è una città situata al margine Nord della Brianza Occidentale, a 369 metri sul livello del mare.

Il Comune si estende su una superficie di 23,18 kmq. ed è formato da diversi agglomerati urbani: al centro cittadino fanno da corona, infatti, numerose frazioni e località: Asnago, Cascina Amata, Fecchio, Mirabello, Vighizzolo.

La “magnifica posizione” di Cantù è dovuta alla peculiare esposizione alla luce che le deriva per essere posta ai piedi delle Prealpi, adagiata su una cerchia di colline moreniche, delle quali quella centrale risale all’ultimo periodo della glaciazione quaternaria (Würm). Si dirà che l’oleografia ci consegna immagini sbiadite, curiosi saliscendi, solitarie e mattutine sgambate, “passeggiate” lungo sentieri sterrati e di campagna.

Se solo di sfuggita si scorresse una carta geografica del 1950 di potrebbe facilmente constatare un fatto: la densità della zona residenziale ed urbana è praticamente raddoppiata: prima occupava un terzo, ora assomma a due terzi del territorio municipale: “il borgo s’incammina a diventar città”.

L'origine del nome di Cantù risalirebbe a Canturium, che può derivare dalla popolazione insubrica dei Canturigi o da Cantores, indicante una Cantoria presso qualche edificio religioso. La sua storia inizia nel V secolo a.C. con la fondazione di Galliano, primo nucleo abitato, da parte dei Galli Insubri. Nel I secolo a.C., il villaggio gallico viene conquistato dalle legioni romane.

Nel V secolo d.C., Galliano grazie ad un discreto sviluppo culturale e religioso diventa una pieve e nel 483, con un decreto di papa Gelasio I all'arcivescovo di Milano Teodoro dei Medici, viene dichiarata Corte Reale con altre terre. Nel 605 circa, il territorio canturino si separa da quello comasco, dato che quest'ultimo diventa diocesi suffraganea del Patriarcato di Aquileia.

Verso la fine del X secolo, a Intimiano si costituisce una curtis, che comprende anche Galliano. Da Gariardo, nobile e signore della curtis, nasce Ariberto, futuro arcivescovo di Milano. Nel 1004 - 1005 Ariberto da Intimiano ristruttura, o forse riedifica, la basilica di Galliano (esistente dal V secolo) e, il 2 luglio del 1007, la consacra a San Vincenzo. Cantù (che si chiama fino al XV secolo Canturio) fa parte del Contado della Martesana e dal 1118, a fianco di Milano, partecipa alla decennale lotta contro Como, subendo una grave sconfitta nel 1124. In seguito, unito alla Lega Lombarda, affronta l'Imperatore Federico I Barbarossa e, con l'aiuto di Como, riesce a respingerlo nel 1160. Dopo la caduta di Milano, ospita l'arcivescovo Enrico Sertala e i nobili milanesi scacciati dal popolo e, a fianco dei Visconti, partecipa alle guerre contro i Torriani, nel XIII secolo.

Cantù fu anche teatro delle contese tra Guelfi e Ghibellini e nel XIV secolo si dichiara indipendente da Milano. Nel 1324 diventa signoria di Gaspare Grassi che la fortifica con numerose torri. Tornata sotto l'influenza viscontea, venne travagliata dalle lotte tra i vari pretendenti.

Nel 1449 Francesco Sforza inviò il capitano di ventura Antonio Centelles a Cantù. Alla fine dell'anno e nel gennaio del 1450 venne sconfitto in due scontri con i Veneziani condotti da Jacopo Piccinino. In seguito al sospetto che volesse cambiare bandiera venne fatto imprigionare da Francesco Sforza prima a Lodi e poi nel castello di Pavia.

Cantù venne donata da Francesco Sforza a Polidoro Sforza Visconti. Nel 1475 viene affidata in feudo ai conti Pietrasanta che vi erigono un castello in cima al colle centrale, poi distrutto nel 1527 da Gian Giacomo Medici.

Dal 1500, Cantù perde il suo aspetto strategico e diventa una cittadina operosa nel centro di un vasto comprensorio. Infatti si hanno notizie della produzione artigianale dei chiodi e del pizzo a tombolo e nella prima metà dell'Ottocento, infine, inizia la produzione artistica del mobile. Ma la fioritura dell'artigianato canturino, in un periodo di intenso sviluppo industriale, è data dall'istituzione di una Scuola d'Arte per l'arredamento nel 1882, la prima del genere sorta in Italia.

Una caratteristica di Cantù è sempre stata quella di essere circondata da notevoli aree boschive e da brughiere, popolate fino all’epoca moderna da lupi e belve feroci.
Queste aree hanno di fatto garantito a Cantù una situazione di salubrità e di purezza dell’aria fino all’avvento dell’odierna economia artigianale ed industriale.

Secolare retaggio di un ambiente che ha favorito storicamente la creazione di oasi di pace e di “buon ritiro” nelle così dette “ville di delizia”, spesso antichi luoghi di caccia per la nobiltà (Villa Somigliana a Lissaga, Villa Orombelli a Fecchio).

Fu sicuramente vicus romano, come testimoniano numerosi reperti archeologici, ma si affaccia alla storia solo nel sec. XI con Ariberto da Intimiano, arcivescovo di Milano, a cui si deve, nel 1007, la riedificazione e la consacrazione della Basilica di Galliano.

La struttura urbana del centro storico si è consolidata nel tempo attraverso l’edificazione di palazzi , ville nobiliari e dimore signorili, in molti casi di significativo valore architettonico.
I nomi ricorrenti adombrano anche molti dei più illustri personaggi del borgo, o di famiglie che avevano avuto in passato, perfino in Milano e in Roma, fama e lustro. (Mazzucchelli, Corbetta, Galimberti).
Due nomi possono essere ricordati come ideale connessione tra un notabilato in via di scomparsa e il nuovo ceto politico dell’avvento della nuova Italia: un politico radicale, come il Garibaldino Luigi Mazzucchelli; un autorevole esponente della Destra Storica, studioso eminente di scienza delle finanze quale Eugenio Corbetta, stroncato da infarto dopo un intervento a Montecitorio (1881).
Molte cascine sono antichissimi luoghi di culto, come San Giuliano di Fecchio, degli Umiliati. In genere le cascine sono di due tipi, con il loggiato esterno o con gli arconi.
Nel primo caso denotano un’origine solitamente più arcaica, come modello s’intende. Nel secondo caso, infatti, venivano spesso utilizzate per l’esposizione al sole dei tabulati con le foglie del gelso utilizzati per la sericoltura.

La città e il territorio circostante hanno subito marcate modificazioni che hanno accompagnato il passaggio da una società prevalentemente agricola, ad una industriale e ad un’altra, infine, terziaria. E’ scontato, pertanto, che anche le offerte “turistiche” del territorio siano cambiate in ragione dell’evoluzione economica, sociale e culturale della zona e al contesto più generale.

Dal punto di vista turistico, da luogo di villeggiatura di nobili, intellettuali e borghesi facoltosi, Cantù è progressivamente diventata meta privilegiata per la trattazione di affari, favoriti dalle fiorenti attività artigianali e dai pittoreschi paesaggi offerti dai laghi, dalle colline e dalle montagne limitrofe. Il turismo d’affari si è, quindi, conquistato una posto preminente che tuttora mantiene anche per il naturale retroterra che Cantù occupa, sia rispetto al sistema metropolitano milanese e sia rispetto a quello comasco. La produzione del mobile di qualità, con le miriade di attività connesse (scuole, botteghe, esposizioni, ecc.) e del merletto ripropongono immutato nel tempo il fascino di capacità progettuali ed esecutive impareggiabili, anche se – soprattutto per quanto riguarda la lavorazione del legno – le realtà economiche attuali si affidano sempre più a percorsi ideativi e produttivi fondati sull’elettronica e l’informatica.

Il progressivo inurbamento dell’area ha sollecitato salutari processi finalizzati alla conservazione e all’utilizzazione del patrimonio “naturalistico” e storico esistente che si offrono come obiettive risorse turistiche culturali ed ecologiche. Il costituendo parco della brughiera è una evidente testimonianza di questa nuova sensibilità , così come gli sforzi, privati e pubblici, per risanare e recuperare le numerose testimonianze monumentali che giungono dal passato.

La riproposizione di manifestazioni popolari tradizionali come la Giubiana e il Carnevale o come le feste religiose (da quella del patrono Sant’Apollonia, a quelle della Madonna, del Crocefisso e di altre ancora) si offrono, con il piacevole corollario della buona cucina tipica, povera ma sostanziosa, come compendi turistici che Alberghi e Ristoranti cittadini sanno ben confezionare.

Lo sviluppo economico della città ha consentito l’affermazione anche di numerose attività sportive (di particolare rilievo è la pratica del basket), e la nascita di associazioni culturali e ricreative che, a loro volta, hanno prodotto manifestazioni di rilievo internazionale, come il Concorso Internazionale di Pianoforte ed Orchestra “Città di Cantù”, organizzato annualmente dalla Nuova Scuola di Musica, la Biennale del Merletto, promossa dal Comitato per la promozione del merletto. Di grande impegno culturale sono anche Cantù Arte, realizzata dall’Associazione amici dei musei, e le mostre promosse dal CLAC e da Qualità Cantù.

Recenti insediamenti di grandi strutture commerciali hanno, infine, incentivato flussi di acquirenti dai comuni circostanti e ulteriormente arricchito una già fiorente e capillare rete di vendita diversificando ulteriormente le offerte tradizionalmente legate al mobile (esposizioni) e al merletto.

Distesa ormai a comprendere i nuclei storici dei colli di San Paolo e di Galliano, Cantù, nonostante la crescente urbanizzazione del secondo dopoguerra, mostra ancora la struttura di borgo un tempo cinto da mura medioevali.

La parte di più antica fondazione, risalente ai secoli X e XI, si sviluppa attorno all’attuale Piazza Garibaldi e comprende edifici religiosi e civili affiancati a resti della cerchia muraria, posti su un’altura dominante l’antica direttrice Como-Milano.

Si possono qui visitare le chiese di San Paolo (fine XI secolo) con la coeva Cappella della Madonnina, di San Teodoro (1200) e della vicina chiesetta di Sant’Antonio, la cappella di San Francesco (affrescata nel 1400), tracce delle fortificazioni del castello dei Pietrasanta, la Porta Ferraia (1324), le chiese a pianta centrale di Santa Maria (XVI secolo) e di Sant’Ambrogio (1570) legate, rispettivamente, ai monasteri delle Benedettine e delle Agostiniane, la Villa Calvi (inizio 1800) e, più decentrato, il Santuario della Madonna dei Miracoli (1554).

Il monumento di maggior rilievo artistico è, comunque, il complesso romanico della basilica e del battistero di Galliano , uno delle più importanti realizzazioni protoronaniche presenti in Lombardia.





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