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mercoledì 8 aprile 2015

IL GARDA E LO SPORT : IL KITESURF

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L'uso di aquiloni per trainare oggetti o persone è una pratica che risale al 1200, in Cina. In occidente, tra il 1820 e il 1830, George Pocock, un insegnante inglese con la passione per le invenzioni, usò un aquilone a 4 cavi di sua progettazione per farsi trainare a bordo di una carrozza nelle campagne di Bristol.

Nel 1901 Samuel Franklin Cowdery attraversò lo stretto della Manica a bordo di un oggetto a metà strada tra una mongolfiera e un aquilone.

Bisognerà però aspettare gli anni 70 per poter individuare qualcosa di più simile a quello che oggi intendiamo come kitesurf.

Nel 1978, Ian Day, a bordo del suo catamarano Tornado, toccava già i 40 km/h trainato da un aquilone.

Nel corso degli anni '80 l'aquilonismo da trazione cominciò ad essere applicato agli sci, allo skate, alle canoe, a qualsiasi cosa rotolasse o scivolasse su terra o in acqua. Nuovi sport, come il buggying e il kitesailing, videro la luce negli anni '90 grazie al contributo e alle ricerche di molti, tra cui il neozelandese Peter Lynn. Nel 1982 il francese Rolad Le Bail, modificando il rig di un windsurf, brevettò "BirdSail", che permetteva salti più alti e più lunghi; mentre nei primi anni '90 i fratelli Corey e Bill Roeseler di Seattle brevettarono il Kiteski, un grande aquilone acrobatico a delta a 2 cavi, fornito di barra con avvolgicavo a molla che ne permetteva il recupero e il rilancio dall'acqua.

Nel 1995 Jimmy Lewis, famoso shaper hawaiiano, inizia a sperimentare le prime tavole bidirezionali da Kite surf ,assieme ad uno dei pionieri del Kite, Lou Wainman, consacrandosi nel 1999 come il primo ad aver sviluppato in maniera concreta il primo bidirezionale funzionale.

Ma fu grazie ai fratelli francesi Bruno e Dominique Legaignoux, dopo una lunga ricerca cominciata nei primi anni '80 e culminata con il brevetto del WInd Powered Inflatable Kite Aircraft (WI.P.I.K.A.) che l'aquilonismo da trazione in acqua divenne sul finire degli anni '90 più sicuro, praticabile ed accessibile.

Il kitesurfing è uno sport acquatico, nato nel 1999 come variante del surf; consiste nel farsi trainare da un aquilone, che usa il vento come propulsore e che viene manovrato attraverso una “barra di controllo”, collegata al kite da sottili cavi (quattro o cinque) di dyneema o spectra detti "linee", lunghi tra i 22 e i 27 m.

Il kitesurf si pratica con una tavola ai piedi con la quale si "plana" sull'acqua.

In condizioni di vento debole si usano aquiloni di dimensioni più grandi di quelli usati con vento forte. Con le condizioni ideali è possibile praticare lo sport in maniera sicura, planando semplicemente (freeriding), compiendo svariate evoluzioni o tricks (freestyle). È possibile usare il kite sia sulle onde (wavestyle) che su acqua piatta (wakestyle) a seconda della caratteristiche dello spot, cioè in gergo il luogo ventoso utilizzato.

Le diverse tipologie di stili richiedono corrispondenti tipi di tavola: per cavalcare grandi onde si utilizzano tavole simili a surf, con una punta (monodirezionali) per compiere acrobazie aeree si usano tavole bidirezionali che si prestano ad essere utilizzate con maggiore efficacia se l'acqua è per niente o poco mossa.

Le condizioni di vento ideali per i principianti del kitesurf sono comprese tra i 12 e i 24 nodi.

A differenza del windsurf, il kitesurf si può praticare con venti ritenuti "deboli" permettendo trick, velocità ed accelerazioni.

Il Kitesurf è da ottobre 2008, ufficializzato da ISAF, il mezzo mosso dal vento più veloce del pianeta, con oltre 55kts di velocità media su 500m di percorso; il kitesurf è anche il mezzo più veloce in ogni andatura dal lasco alla bolina.

Si ritiene che ci siano ancora ampi margini di evoluzione in ambito tecnico, con possibile ulteriore aumento delle velocità e limiti raggiungibili.

Rispetto al windsurf, disciplina quest'ultima decisamente più difficile e faticosa, la caratteristica che ha agevolato l'espansione del kitesurf negli ultimi anni in maniera così massiccia, oltre alla praticità dell'attrezzatura, è proprio la facilità e rapidità con cui si può imparare a planare ed, in seguito, a compiere salti ed evoluzioni aeree. Tali caratteristiche hanno fortemente ampliato il numero dei praticanti, in quanto lì dove il windsurf richiede notevoli doti tecniche e atletiche, il kitesurf ha permesso, anche ad una platea di soggetti meno preparati in tal senso, di cimentarsi in condizioni meteomarine impegnative.

Un buon corso di mediamente 12/14 ore fornisce le basi per un inizio della pratica sicura ed autonoma.

Seguire un corso non è obbligatorio ma assolutamente consigliato per non rischiare inutilmente. Il kitesurf infatti è uno sport definito estremo e, benché i moderni materiali abbiano esteso la sicurezza, le insidie sono numerose, anche e soprattutto per gli altri.

Per minimizzare il pericolo è opportuno frequentare un corso che copra almeno questi punti:

(a terra)
teoria del volo, conoscenza dei venti (a terra)
uso di tutti i sistemi di sicurezza (a terra)
cenni di meteorologia
decollo ed atterraggio
(in acqua)
self-rescue
ridecollo dell'ala
bodydrag
bodydrag di bolina
water-start
Occorre notare che la comunità internazionale ha da diversi anni bandito l'uso del leash alla tavola (una sorta di cordone che vincola al kiter la tavola) e che è una delle principali cause di traumi ed incidenti anche indossando il casco; per tale ragione si consiglia di evitare assolutamente ogni tipo di uso. Piuttosto è fondamentale imparare a recuperare la tavola con la tecnica di cui sopra (bodydrag di bolina)

Molti club, circoli e stabilimenti balneari chiedono di esibire un'attestazione delle proprie capacità di conduzione di un kitesurf, in genere una tessera rilasciata al termine di un corso; in Italia i circuiti più diffusi sono: International Kiteboarding Organization (IKO), Federazione Italiana Vela (FIV), oltre alle certificazioni di alcuni EPS (Enti di Promozione Sportiva) come Alleanza Sportiva Italiana (ASI), Centro Sportivo Educativo Nazionale (CSEN), Centro Sportivo Italiano (CSI), Unione Italiana Sport Per tutti (UISP) ed altri.

Per iniziare a praticare questo sport sono necessarie le seguenti attrezzature:
aquilone o ala completo di barra e linee e leash di sicurezza del kite (attenzione non è il leash della tavola);
tavola da kitesurf;
trapezio con coltellino taglialinee;
attrezzatura di sicurezza (giubbotto protettivo e/o galleggiante, casco, muta o lycra a seconda del clima e temperatura).

La scelta dell'attrezzatura dipende da due variabili: dal peso del kiter (chi guida l'aquilone) e dalla situazione ventosa dello spot usato (cioè della zona di pratica). Il concetto base è questo: meno vento c'è più deve essere grande l'ala per sollevare lo stesso peso, questo incide quasi in analoga maniera anche sulle dimensioni della tavola.

Un rider di 90 kg avrà bisogno di un'ala più grande e di una tavola più larga per planare (così si chiama il surfare col kite) nelle stesse condizioni di vento di un rider di 70 kg.

Benché una singola combinazione ala/tavola ci consentirà di uscire nel nostro spot nella maggior parte delle condizioni, bisogna notare che non esiste un'attrezzatura per tutte le situazioni di vento e mare.

Per questo motivo le misure delle ali normalmente sin commercio vanno dai 4mq ai 17mq. Le misure più usate sono le ali da 7 a 12mq.

Alcune differenze di dimensioni ci sono anche tra tavole lightwind (più larghe e lunghe) e le tavole per vento più forte (più strette e corte, simili alle tavole da wakeboard).

Le linee che collegano il kiter all'ala hanno lunghezze comprese tra dai 22 ai 27m, a seconda dell'utilizzo, ma in situazioni di vento particolarmente forte o per imparare si può usare un set di cavi più corti dello standard (da 5m a 15m).

Trattandosi di uno sport relativamente nuovo i prodotti si evolvono continuamente a un ritmo che assomiglia più a quello dei componenti informatici che a quello degli attrezzi sportivi.

Le ali e le tavole vengono differenziate non solo per dimensioni ma anche per anno di produzione, ed a volte bastano pochi mesi di distanza per rendere obsoleto un progetto.

Una sigla utilizzata per identificare alcune caratteristiche tecniche è "ABC DEF d 'yy", dove "ABC" è la casa produttrice, "DEF" è il modello del kite, "d" è la dimensione in metri quadri del kite; "'yy" è l'anno di produzione (es.: "Best Waroo 9m 2009").

Allo stato attuale le ali riportano la metratura reale del kite "disteso e sgonfio" e sul terreno.

La forma (detto anche lo shape) del kite ne determina la effettiva superficie realmente esposta al vento, condizionandone la relativa potenza sviluppata.

Per esempio un kite di 10mq, dalla forma (shape) molto arcuata ("C shape") quando è in volo, avrà una minora superficie esposta al vento quando viene mosso rispetto ad un kite di 10m ma più piatto ("Brigliato/SLE/Flat") a causa della sua maggiore superficie esposta
Gli aquiloni sin dal 2006 si differenziano nelle seguenti categorie:

SLE (di cui una particolare tipologia è anche i Bow-Kite)
Sono kite con la LeadingEdge (LE) supportata da un sistema di briglie che ne mantengono una forma più piatta, massimizzando la superficie esposta.

Sono dei kite (gonfiabili o no) caratterizzati da una LeadingEdge (LE) non piana, cioè in un SLE/BOW non esiste un piano passante per tutta la LE.

Sono Kite che permettono un range di utilizzo molto più ampio dei C-Kite rispetto alla stessa misura.

Per esempio, tipicamente, un C-Kite 12 m2 può essere usato da 15 a 20 nodi, alcuni Bow/SLE possono essere utilizzati da 12 fino a 26-28 nodi.

Offrono una potenza specifica dell'ordine del 30/35% maggiore. Sono in grado di assorbire raffiche sostenute di vento grazie al sistema di brigliatura che ne consente una grande variazione dell'angolo di attacco ed un ingegnoso sistema di carrucole. In pratica sventano di più.

Attualmente quasi tutti questi tipo di kite sono pilotati da un sistema di 4 linee. Gli SLE possono o no presentare sistemi di carrucole per le back lines ciò ne influenza la risposta (il feedback) al rider: in genere più immediata in quelli senza carrucole.

Erano i classici aquiloni gonfiabili fino all'avvento degli SLE. La struttura principale (LeadingEdge e Struts) sono mantenute rigide grazie a delle camera gonfiate a pressione (aria) detti bladders.

Essendo galleggianti ne è facile il rilancio dall'acqua. Sono pilotati da un sistema di 4 o 5 linee/cavi.

Oggi coprono la nicchia dei kiters avanzati (freestyler) in quanto, essendo meno potenti se tenuti fermi e con meno inerzia alla rotazione, risultano più facili per questa disciplina. Di contro potendo raggiungere maggiori velocità di rotazione possono dare una più spinta più esplosiva per alcuni tipi di manovre.

Oramai estinti erano dei mix erano degli ibridi tra C-Kite nei quali vengono innestati i concetti chiave degli SLE.

Comparsi dal 2007 perché i progettisti hanno cercato di coniugare i pregi dei C-kite (risposta veloce ai comandi, ovvero elevata turning speed) con quelli dei Bow-kite (elevato depower).

Oggi, a causa della molteplice offerta di shape negli SLE è difficile tracciare una reale netta distinzione tra SLE ed il vecchio concetto di kite ibridi.

I foil sono aquiloni che non hanno bisogno di essere gonfiati con una pompa, le loro camere si auto-gonfiano volando e mantengono la forma al kite, sono più lenti dei gonfiabili ma molto stabili. Si trovano in versione supportata/brigliata (SLE) o a 4/5 linee dirette. Quelli marini, possono essere usati sia in acqua che sulla neve o sulla terra (Landboarding). Nella versione con brigliatura possiedono prestazioni in vento leggero ottime a prezzo di una lentezza di conduzione. Sono poco diffusi a causa dei costi elevati nella versione brigliata.

Gli SLE in breve sono caratterizzati da una maggiore sicurezza. In pratica consentono di ridurre drasticamente, ma non certo annullare, l'azione di trazione del kite.

Questo ne ha proiettato il successo negli ultimi tempi, soprattutto per l'utilizzatore "freerider" e per gli appassionati di "wave", che possono surfare con la spinta dell'onda annullando quasi totalmente la trazione del kite.

La forma (detto anche lo shape) del kite ne determina la effettiva superficie realmente esposta al vento, condizionandone la relativa potenza sviluppata.

Per esempio un kite di 10mq, dalla forma (shape) molto arcuata ("C shape") quando è in volo, avrà una minora superficie esposta al vento quando viene mosso rispetto ad un kite di 10m ma più piatto ("Brigliato/SLE/Flat") a causa della sua maggiore superficie esposta

Ultimamente per le manovre di freestyle, sono usabili specifici SLE (meno piatti) o ancora i classici C-kite, essenzialmente per due motivi: minore potenza, maggiore costanza della trazione e maggiore velocità di manovra (turning speed).

Ci sono principalmente due scuole di pensiero nel concepire la forma di una tavola per fare kitesurfing. La prima scuola di pensiero deriva direttamente dai kitesurfer che provengono dal wakeboard o dallo snowboard. Queste tipo di tavole da kitesurf sono dette tavole bidirezionali o tavole kitesurf twintip (doppia punta) . Si tratta normalmente di tavole molto sottili, che galleggiano appena sulla superficie del mare e fanno uso di straps o di attacchi veri e propri per i piede del kitesurfer. Queste tavole sono perfette per i salti e per figure esotiche e spettacolari in aria con vento forte. Non si tratta di tavole molto adatte per venti leggeri, diciamo meno di dieci nodi, a meno che non si utilizzi un kite molto grande. Infatti si tratta di tavole che per poterci sostenere fuori dall’acqua hanno bisogno di buone velocità perché da sole galleggiano appena.

Si tratta di tavole lunghe poco più di un metro, circa da 110 cm a 170 cm, e larghe da 33 cm a 45 cm. Chi usa queste tavole non ha bisogno di spostare i piedi, di cambiare i piedi nelle straps della tavola perché semplicemente si inverte direzione passando quindi da un’andatura normale ad una in switch, grazie appunto al fatto che si tratta di tavole simmetriche con un doppio nose una doppia punta che permette di andare in entrambe le direzioni.
Si passa quindi da un’andatura sui talloni ad una sulle punte.

Grazie alla maggior facilità concessa da queste tavole kitesurf il miglior controllo e leggerezza nel jumping, nei salti le tavole bidirezionali hanno quasi dominato il mercato delle tavole da kitesurf e sono quelle che più facilmente vi verranno consigliate e proposte in un negozio di kitesurf quando vi presentate per comprare tutta l’attrezzatura

La seconda scuola di pensiero relativa alla scelta della tavola per fare kitesurfing appartiene dai praticanti di kitesurf che provengono dal surf da onda o dal windsurfing.
Le tavole direzionali per fare kitesurf sono leggermente più sottili di una normale tavola da surf da onda, con i bordi più vivi e con due o tre straps tipo tavola da windsurf.
Le tavole direzionali sono lunghe tra i 140 cm e i 230 cm per una larghezza dai 35 cm ai 50 cm. Si tratta di tavole perfette per la velocità e per fare kitesurfing in condizioni di vento debole.
Mentre non sono male per fare salti e figure di freestyle, in condizioni di vento forte a causa della loro larghezza e peso sono più difficili da controllare rispetto alle twintip.
Con le tavole direzionali i kitesurfer quando cambiano andatura cambiano anche la posizione dei piedi come nelle virate o strambate del windsurf

Non è frequente vedere kitesurfer che usano tavole direzionali, solo pochi dei praticanti di kitesurf moderni utilizzano queste tavole direzionali. Di solito i fautori di queste tavole le usano in condizioni di vento leggero per passare però in caso di vento forte preferiscono usare un tipo di tavola direzionale detta “Mutant”. La tavola Mutant è un tavola direzionale più piccola con solo due straps ed è un tavola che ha la capacità di poter essere surfata a marcia indietro.

Tutte i tipi di tavole da kitesurf possono fare uso di pinnette o essere tavole senza pinnette (finless). Anche se le pinnette possono aiutare molto per le andature di bolina, cioè per risalire il vento, la funzione principale delle pinnette nel kitesurf è quella di far andare la tavola diritta.
In realtà, sopratutto nelle twintip, è il bordo sopravento a funzionare da pinnetta fornendo resistenza allo scarroccio e permettendo di risalire il vento in bolina.

Il trapezio non è altro che una fascia che viene posta all’altezza del bacino e serve per “agganciare” il kiter alla vela tramite il chicken loop della barra.
E’ formato dal fascione, nella parte posteriore (soprattutto il modello per principianti) ha una maniglia che viene utilizzata per assistere il kiter.
Sempre nella parte posteriore troviamo i ganci per attaccare il leash di sicurezza della vela fatti ad anello oppure da una corda o tubetto di plastica che passa da fianco a fianco, in modo che il leash scorra su di esso per agevolarne il passaggio in certe manovre tipo handle-pass o rotazioni.
Quasi tutti i trapezi hanno un coltellino per tagliare le linee in caso di emergenza.
Nella parte anteriore c’è il gancio in acciaio rivolto verso il basso che serve per agganciare la vela al rider tramite il chicken-loop della barra.
Esistono principalmente 2 tipi di trapezi.
Il modello a seggiolino a differenza di quello a fascia, ha dei cosciali, formati da delle bretelle o del tessuto che servono a fasciare anche i glutei del rider di modo che rimanga basso.
E’ il preferito dai principianti in quanto all’inizio si tende a tenere l’aquilone allo zenit, cioè alle ore 0, facendo questo i trapezio solitamente tende a salire e forzare sullo sterno dando fastidio.
Con questo tipo di trapezio invece i cosciali lo tengono basso, nella stessa posizione di partenza.
Quello a fascia è il modello più utilizzato perchè rispetto a quello a seggiolino, perchè  lascia le gambe libere agevolando i movimenti, rendendo così più piacevole l’esecuzione dei vari trick.

I punti del Lago di Garda dove si può praticare il kitesurf sono Campione sulla sponda bresciana nel comune di Tremosine sul Garda e Navene sulla sponda veronese nel comune di Malcesine (mentre nelle provincie del Trentino è vietato fare kitesurf per una ordinanza locale).


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html




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domenica 15 marzo 2015

DOLCE SENTIRE

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Dolce è sentire come nel mio cuore


ora umilmente sta nascendo : AMORE.....


dolce è capire che non son più solo


ma che so parte di un'immensa vita


che generosa risplende intorno a me
dono di Lui, del suo immenso amor



ci ha dato i cieli


e le chiare stelle


fratello sole


e sorella luna


la madre terra


con frutti


prati


e fiori 


il fuoco

il vento


l'aria


e l' acqua pura

fonte di vita per le sue creature.
Dono di Lui, del suo immenso amor
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TEMPO DI MARZO : IL VENTO

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Il vento è un cavallo:
senti come corre
per il mare, per il cielo.

Vuol portarmi via: senti
come percorre il mondo
per portarmi lontano.

Nascondimi tra le tue braccia
per questa notte sola,
mentre la pioggia rompe
contro il mare e la terra
la sua bocca innumerevole.

Senti come il vento
mi chiama galoppando
per portarmi lontano.

Con la tua fronte sulla mia fronte,
con la tua bocca sulla mia bocca,
legati i nostri corpi,
all’amore che che brucia,
lascia che il vento passi
senza che possa portarmi via.

Lascia che il vento corra
coronato di spuma,
che mi chiami e mi cerchi
galoppando nell’ombra,
mentre, sommerso,
sotto i tuoi grandi occhi,
per questa notte sola
riposerò, amor mio.
Pablo Neruda


Il vento è il movimento di una massa d'aria atmosferica da un'area con alta pressione (anticiclonica) ad un'area con bassa pressione (ciclonica).

In genere con tale termine si fa riferimento alle correnti aeree di tipo orizzontale, mentre per quelle verticali si usa generalmente il termine correnti convettive che si originano invece per instabilità atmosferica verticale. Innumerevoli gli autori classici che si sono occupati di questo fenomeno meteorologico. Scrive Lucrezio: "Esistono dunque di certo, s'anche invisibili, i venti: essi flagellano il mare: essi la terra, le nubi essi, che con improvviso turbine squarciano e spazzano via". Per Seneca "Il vento è aria che spira".

In presenza di due punti con differente pressione atmosferica si origina una forza detta forza del gradiente di pressione o forza di gradiente che agisce premendo sulla massa d'aria per tentare di ristabilire l'equilibrio. Il flusso d'aria non corre in maniera diretta da un punto all'altro, cioè con stessa direzione della forza di gradiente, ma subisce una deviazione dovuta alla forza di Coriolis che tende a spostarlo verso destra nell'emisfero settentrionale e verso sinistra nell'emisfero meridionale. A causa di questo effetto il vento soffia parallelamente alle isobare. In questo caso si parla di vento geostrofico. Tuttavia alle basse quote (meno di 600 m) è necessario tenere anche conto dell'azione dell'attrito con la superficie terrestre, che è in grado di modificare la direzione del vento di circa 10° sul mare e 15-30° sulla terra rispetto a quella del vento geostrofico, rendendo il percorso dall'alta pressione alla bassa pressione più diretto. La velocità del vento, o meglio la sua intensità, dipende dal gradiente barico, cioè dalla distanza delle isobare, e si misura con uno strumento chiamato anemometro e può essere espressa in:

m/s
km/h
nodi
L'intensità del vento aumenta in media con la quota per via delle diminuzione dell'attrito con la superficie terrestre e la mancanza di ostacoli fisici quali vegetazione, edifici, colline e montagne. Il complesso dei venti e delle correnti aeree atmosferiche da vita alla circolazione atmosferica.

I venti si classificano in costanti, periodici, locali e ciclonici.

I venti costanti sono quelli che soffiano tutto l'anno sempre nella stessa direzione e nello stesso senso. Tra questi vi sono gli alisei, i venti extratropicali e i venti occidentali. Gli alisei si generano nelle zone anticicloniche tropicali e convergono verso quelle equatoriali. I venti extratropicali spirano nelle fasce equatoriali dove, per effetto del riscaldamento, si formano masse ascendenti di aria calda e umida. I venti occidentali spirano tra i 35° e i 60° e da sud-ovest a nord-est nell'emisfero boreale e da nord-ovest a sud-est in quello australe.

Si dicono venti periodici quelli che invertono periodicamente il loro senso. Il periodo può essere stagionale come nel caso dei monsoni o degli etesi o anche semplicemente diurno come nel caso delle brezze. I monsoni sono caratteristici dell'Oceano Indiano e dei mari della Cina. Nel semestre estivo, tra aprile ed ottobre, spirano dall'Oceano verso terra mentre durante quello invernale tra Novembre ed Aprile soffiano dal continente verso il mare. Gli etesi soffiano durante l'estate dal Mar Egeo verso l'Egitto e sul percorso inverso durante l'inverno. Tra le brezze si riconoscono tre tipologie: brezze di mare e di terra, di lago e di riva e brezze di monte e di valle. Nelle prime due il vento soffia dalla superficie d'acqua verso terra durante il giorno e sul percorso inverso durante la notte. Le brezze di monte e di valle soffiano invece dalla valle alla montagna durante il giorno e dalla montagna alla valle durante la notte.

I venti locali, tipici delle zone temperate dove soffiano irregolarmente quando si vengono a creare zone cicloniche e anticicloniche sono moltissimi e spesso legati alla nomenclatura locale, a seconda delle zone in cui si generano.

Nell'area interessata dal mar Mediterraneo si usa classificare i venti a seconda della direzione da cui provengono sulla base schematica dettata dalla Rosa dei venti, riprendendo l'antica nomenclatura derivante dall'antica Grecia, che presumeva l'osservatore posto al centro del mar Ionio, a nord-ovest delle isole egee, in direzione della Sicilia. Ed è per questo che lo scirocco, il grecale ed il libeccio si chiamano così perché stando in quel punto la Siria è posta a sud-est, la Grecia a nord-est e la Libia a sud-ovest.

Un'altra importante classificazione dei venti provenienti dal largo (foranei), relativa alle condizioni locali di ciascun luogo al quale ci si voglia riferire (singole città o regioni, o macro-aree ancora più estese), è la seguente:

" venti regnanti": presentano un'alta frequenza di apparizione (almeno il 50%).
" venti dominanti": sono caratterizzati da alte velocità (almeno 20 m/s).
I venti che eventualmente presentassero contemporaneamente le due caratteristiche di alta frequenza e velocità, sono detti prevalenti.

La direzione, la durata e la velocità del vento sono in generale rappresentati su diagrammi polari.

Queste considerazioni un tempo erano valutate con grandissima attenzione e tenute in conto non solo per quanto riguarda gli aspetti della navigazione o la protezione di determinate colture agricole, ma persino nella costruzione delle città.

Non sono rari gli esempi di interi centri storici di molte città, soprattutto costiere, che portano nella disposizione planimetrica dei loro edifici il segno indelebile di questi criteri costruttivi.

Tipica è la disposizione urbanistica detta "a lisca di pesce", caratteristica dei centri storici di molte città costiere che si affacciano sull'Adriatico meridionale, da Bisceglie fino a Monopoli, tra i quali quello di Molfetta è il più rappresentativo.

La rosa dei venti più semplice è quella a 4 punte formata dai soli quattro punti cardinali:

Nord (N 0°) anche detto settentrione o mezzanotte e dal quale spira il vento detto tramontana;
Est (E 90°) anche detto oriente o levante e dal quale spira il vento detto levante;
Sud (S 180°) anche detto meridione e dal quale spira il vento detto mezzogiorno oppure ostro;
Ovest (W 270°) anche detto occidente o ponente e dal quale spira il vento detto ponente.
Tra i quattro punti cardinali principali si possono fissare 4 punti intermedi:

Nord-est (NE 45°), dal quale spira il vento di grecale (chiamato anche greco);
Nord-ovest (NW 315°), dal quale spira il vento di maestrale;
Sud-est (SE 135°), dal quale spira il vento di scirocco (garbino umido);
Sud-ovest (SW 225°), dal quale spira il vento di libeccio.


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lunedì 16 febbraio 2015

KAMIKAZE IERI E OGGI

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Tutti  i giorni o quasi telegiornali e giornali ne parlano : conosciamoli meglio.

Kamikaze (神風) è una parola giapponese, di solito tradotta come vento divino (kami significa "divinità" — un termine fondamentale nello shintoismo — e kaze sta per "vento"; ka significa inspirare e ze significa espirare). È il nome dato a un leggendario tifone che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola "kamikaze" viene usata solo per riferirsi a questo tifone. Internazionalmente questa parola viene generalmente riferita agli attacchi suicidi eseguiti dai piloti giapponesi (su aerei carichi di esplosivo) contro le navi alleate verso la fine della campagna del pacifico nella seconda guerra mondiale.

Gli attacchi aerei furono l'aspetto predominante e meglio conosciuto di un uso più ampio di attacchi — o piani — suicidi da parte di personale giapponese, inclusi soldati che indossavano esplosivo ed equipaggi di navi cariche di bombe. In giapponese il termine usato per le unità che eseguivano questi attacchi è tokubetsu kōgeki tai (特別攻撃隊, letteralmente "unità d'attacco speciale"), solitamente abbreviato in tokkōtai (特攻隊). Nella seconda guerra mondiale le squadre suicide provenienti dalla Marina Imperiale Giapponese furono chiamate shinpū tokubetsu kōgeki tai (神風特別攻撃隊), dove shinpū è la lettura-on (cinese) dei kanji che formano la parola "kamikaze".

Dalla fine della seconda guerra mondiale, la parola kamikaze è stata applicata a una varietà più ampia di attacchi suicidi, in altre parti del mondo ed in altre epoche. Esempi di questi includono Selbstopfer nella Germania nazista durante la seconda guerra mondiale ed attentati suicidi di natura terroristica e militare. L'uso internazionale corrente del termine kamikaze per identificare attentati suicidi di natura terroristica - o di qualsiasi altra natura - non viene adottato dalla stampa nipponica, che invece preferisce jibaku tero (自爆テロ), abbreviazione della locuzione anglo-giapponese jibaku terorisuto (自爆テロリスト, "terroristi autoesplodenti").

Con il termine “kamikaze” infatti ci si dovrebbe riferire esclusivamente a quelli che erano i kamikaze giapponesi, combattenti che avevano tutt’altra impostazione e tutt’altra modalità d’agire rispetto ai terroristi odierni. Kamikaze, infatti, nella cultura nipponica significa “vento divino” e i kamikaze giapponesi erano spinti nel loro agire dal senso dell’onore: tale sentimento li portava ad una difesa disperata del loro paese, difesa che nel loro caso aveva un significato religioso e non opportunista. I kamikaze giapponesi erano assimilabili a sacerdoti che si immolavano per il bene della loro patria: quindi i “veri” kamikaze del passato erano diversi da quelli odierni, che invece si chiamare uomini-bomba, perché questi ultimi, a differenza dei loro predecessori giapponesi, non utilizzano uno strumento in cui loro per primi muoiono ma fanno uso invece del loro corpo per ottenere un effetto mortale per i propri nemici. Questi uomini-bomba, tuttavia, sono stati presenti non soltanto fra i musulmani ma anche, per esempio, fra gli indù (l’uccisione di Rajiv Gandhi è stata portata a termine, infatti, con un uomo-bomba) e proprio in quelle aree anche in passato ci sono già stati diversi precedenti. Successivamente questo tipo di comportamento si è diffuso maggiormente, in particolare tra i palestinesi, ed oggi è utilizzato anche in settori arabi molto diversi fra loro anche se tutti comunque facenti capo nella cosiddetta “Jihad”: l’uomo-bomba è dunque divenuto uno strumento abituale della guerra santa che la nazione araba fa nei confronti dei propri nemici, in particolar modo degli “invasori” israeliani, americani ed occidentali in genere, che da loro sono visti come dei crociati che cercano di invadere il sacro suolo dell’Islam. Quello che li porta a questo tipo di comportamento è la disperazione e la frustrazione: da quasi cento anni, infatti, gli arabi non riescono ad essere nazione, a trovare una unità, a superare militarmente i loro nemici e quindi, in sostanza, non riescono a ritrovare un identità che si è ormai offuscata fortemente e che in taluni casi tende ad essere perduta. Questo, in particolari condizioni, spinge dei giovani, e talvolta anche dei giovanissimi, donne, a compiere quest’azione finale che li trasforma in martiri.Il concetto di martire nel modo islamico è infatti molto importante: i martiri sono quelli che vanno direttamente in paradiso dove sono accolti da vergini e da situazioni di grande piacere, ma soprattutto sono coloro che possono portare con loro in paradiso anche dei parenti, degli amici o comunque quelle persone che loro ritengono le più “degne”. In altri termini i martiri sono qualcosa di più di un sacerdote: in una religione monoteistica, che non ha i suoi santi, essi rappresentano in pratica proprio qualcosa di assimilabile ai santi. D’altra parte, anche la nostra religione ha reso santi i martiri della fede: noi abbiamo avuto dei santi che venivano dalle repressioni di epoca romana, epoca in cui si uccidevano tutti quelli che volevano testimoniare la loro nuova confessione. Ci fu invece un tempo, tra il cinquanta ed il sessanta, in cui si diffuse il movimento dei cosiddetti “non allineati”, movimento che raggruppava molti paesi in via di sviluppo, soprattutto arabi e del Sud America, e che costituiva una minima forza politica che si intrometteva tra il nord ed il sud del mondo e tra l’occidente e l’oriente militarizzati e dotati di Bomba atomica: tale movimento e tali paesi, anche arabi, al tempo, avevano una loro influenza sui destini del mondo ed infatti i leader del movimento dei “non allineati” erano, non a caso, Nasser, il leader degli egiziani, e Neru, il leader dell’India, ovvero i capi di paesi molto popolosi. Poi però il mondo è cambiato perché la cortina di ferro si è divisa con la storica separazione tra Cina e Russia, gli Usa hanno cominciato a giocare su più tavoli, ci fu la guerra fredda ed il successivo superamento della guerra fredda, poi lo sgretolamento della cortina di ferro ed il passaggio da un mondo bipolare ad un mondo in cui c’erano molti poli di riferimento, fino ad arrivare al mondo d’oggi, monopolare, in cui c’è il controllo di un solo impero che, perciò, è stato colpito con tanta brutalità da attacchi, questi sì, kamikaze e che ha risposto dichiarando guerra al terrorismo.
La psicologia dell’uomo-bomba è caratterizzata dall’essere pronto al martirio, e quindi al sacrificio della propria vita. Questo però ha spostato la guerra dal campo militare al campo civile, anche se, per altro, già sappiamo che i bombardamenti non guardano in faccia a nessuno: nelle guerre, ad esempio, non vengono bombardate solo le postazioni militari ma anche quelle civili, spesso anche gli ospedali, e frequentemente non si tratta di errori ma di effetti voluti per terrorizzare ulteriormente le popolazioni. Questi ragazzi-bomba sono persone che, naturalmente fanatizzate da una cultura che affida soltanto alla religione il proprio riscatto e la propria identità, generalmente hanno sofferto nella loro vita di un episodio tragico che li ha colpiti molto da vicino (un fratello, un amico che è morto per mano avversaria) e che hanno introiettato un senso di colpa perché loro sono vivi mentre il fratello o l’amico sono morti; contemporaneamente hanno anche bisogno di vedere un riscatto della propria causa a qualunque costo ed hanno formato la coscienza, la consapevolezza, ottenuta attraverso un indottrinamento speciale, di poter con il loro sacrificio costituire un’arma fortissima, forse più forte dei missili costosissimi con cui gli israeliani, gli americani possono rispondere. Tramite l’autoscarificio, quindi, gli uomini-bomba sperimentano il sentirsi per la prima volta capaci di fare un danno serio al nemico, un danno che non può essere ignorato. Se uniamo a queste motivazioni anche la possibilità di migliorare economicamente la situazione della propria famiglia ed il raggiungimento di obbiettivi, nell’altro modo, spirituali e trascendenti, allora otteniamo un profilo psicologico completo dell’uomo-bomba. Di persone che vivono questa disperazione, purtroppo, se ne formano tutti i giorni attraverso gli atti di vendetta che vengono compiuti da parte di stati che, invece, dovrebbero ragionare e capire meglio le conseguenze delle proprie azioni: ogni volta che un carro armato israeliano va a spianare una cittadina della Palestina si formano due, tre, cinque, dieci uomini-bomba che poi saranno pronti ad assalire le linee nemiche dall’interno obbligando il nemico stesso a costruire dei muri: ogni muro che si costruisce però non fa altro che rinforzare un odio ormai insuperabile e costruire quel clima generale da cui poi nascono altri uomini-bomba.
Uno dei grandi misteri della criminologia è capire perché le donne, che nella criminalità non riescono a superare in nessuna delle culture, il dieci percento rispetto agli uomini, nei gruppi terroristici arrivino, invece, al venti, al trenta e, talvolta, anche al trentacinque percento. Questo accade per tutti i gruppi terroristici e in tutti i gruppi rivoluzionari. Abbiamo avuto donne nella rivoluzione francese, abbiamo avuto donne nella resistenza al nazismo in vari paesi, abbiamo avuto donne nei partigiani di tutti i paesi europei, abbiamo avuto donne nei gruppi terroristici rivoluzionari del Sud America, abbiamo avuto donne nelle Brigate Rosse, abbiamo avuto donne nei gruppi rivoluzionari giapponesi, che pure considerano la donna un po’ diversamente da noi, così come le abbiamo avute, sin dall’inizio, nei gruppi terroristici palestinesi. Quindi la presenza dell’elemento femminile in questi gruppi è alquanto importante e continua ad esserlo anche nelle vicende degli uomini-bomba. Quando la guerra diventa una guerra disperata per la salvezza della propria identità anche le donne la sentono come un loro dovere ed escono da quella posizione ancillare all’uomo intervenendo da protagoniste.
Una definizione internazionale di terrorismo non esiste e questo è grave perché questo impedisce di perseguire il fenomeno per come questo dovrebbe essere considerato, ovvero per un delitto contro l’umanità. La cosa strana è che il terrorismo in tempo di guerra è considerato un delitto contro l’umanità mentre in tempo di pace questo non avviene. Si oppongono a questo gli Stati Uniti, la Russia e la maggior parte degli stati del Consiglio di Sicurezza dell’ONU i quali temono che, qualora si costituisse una definizione condivisa ed universale di terrorismo, qualunque essa fosse, questa potrebbe interessarli in prima persona, allo stesso modo in cui di terrorismo sono stati accusati Milosevic, Saddam Hussein e tutti coloro che hanno fatto uso del terrore ed il terrorismo come strumento politico.

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