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giovedì 24 marzo 2016

IL PASSO DEL MALOJA

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Il passo del Maloja è un importante valico stradale svizzero delle Alpi Retiche occidentali.

Il toponimo "Maloggia" deriverebbe dall'antichissima radice mal, che indicherebbe un luogo posto in alta quota, mentre secondo altri deriva dal termine dialettale maloss, che indica l'ontano, una pianta molto diffusa nella zona.

Il passo della Maloggia fu sicuramente frequentato fin dall'antichità, ma fu con i Romani che acquisì importanza commerciale nei traffici verso le terre germaniche, anche se la vicinanza con l'altrettanto storico passo del Settimo (Pass da Sett) ne condizionò in parte il volume di traffico.

Restato sempre sotto il controllo elvetico, mantenne la propria importanza commerciale fino all'apertura del moderno tracciato, insieme a quello dello passo del Giulia, nel 1826-1828; l'evoluzione dei trasporti e la loro espansione, tuttavia, gli fecero preferire poco dopo vie più agevoli e dirette, sulle quali fosse più semplice tracciare grandi strade e ferrovie. Il passo non conobbe però decadenza, in quanto legò il proprio destino al sempre maggiore sviluppo del turismo, estivo e invernale, che avrebbe fatto dell'Engadina una delle zone privilegiate e più frequentate delle Alpi.

Si trova a 1.815 m di altitudine e mette in comunicazione la Valchiavenna/Val Bregaglia con l'Engadina, unendo le due cittadine di Chiavenna e St. Moritz, distanti 50 km. Si trova nel cantone Grigioni, distretto di Maloggia.

Dal punto di vista orografico separa le Alpi del Bernina (a sud-est) dalle Alpi dell'Albula (a nord-ovest), entrambe sottosezioni delle Alpi Retiche occidentali.

L'ampia insellatura del passo si apre tra le moli rocciose del Piz Lunghin a nord e del Piz da la Margna a sud, e la sua linea spartiacque segna il limite dell'Italia geografica (entro cui è ascritta la val Bregaglia) ed il confine tra il bacino del Mediterraneo, nel quale confluiscono le acque che scendono con il fiume Mera dalla Val Bregaglia, e il bacino del Mar Nero, verso cui dirigono le acque del fiume Inn, attraversando l'Engadina. La morfologia del passo è nettamente asimmetrica: sul lato della val Bregaglia il suo fianco precipita con una parete rocciosa fino al fondovalle e la strada vi si inerpica con numerosi tornanti; sull'altro versante si trova l'ampio piano dell'alta Engadina, con i suoi celebri laghi e la strada che non presenta alcun tornante per raggiungere il passo.

Il passo della Maloggia segna il confine tra l'Italia geografica e i territori transalpini, le cui acque sono tributarie del Mar Nero. Tale confine è anche linguistico, in quanto nella val Bregaglia, situata a sud dello spartiacque alpino, si parla lombardo e italiano, mentre nell'Engadina sono diffusi il romancio e il tedesco.

La vicinanza con le località di villeggiatura dell'Engadina, distanti pochi chilometri e capaci di attirare turisti lungo tutto l'arco dell'anno, segna il carattere turistico del passo. La stessa Maloggia, la località sulla culmine, è una piccola ma attrezzata stazione turistica con negozietti, alberghi, ristoranti e infrastrutture sportive varie, sulla riva del Lej da Segl; nota nella stagione invernale per essere il "capolinea" dei percorsi fondistici che percorrono l'intera Engadina, è anche punto di partenza per escursioni alpinistiche e sciistiche verso il Piz Lunghin, il Piz da la Margna, con le sue vette adiacenti, e le cime soprastanti la valle del Forno, sul lato nordorientale del gruppo del Masino, dove si trova un grande ghiacciaio vallivo. Da Maloja, attraverso la valle e il Passo del Muretto, è inoltre possibile passare in Italia giungendo in alta Valmalenco oppure, sull'altro versante, scendere a Bivio (unico paese oltralpe a parlata italiana) transitando dal passo Lunghin.

La Maloggia è nota anche per essere stata dimora, negli ultimi anni di vita, del pittore Giovanni Segantini, che vi si trasferì nel 1894 e qui venne sepolto nel 1899, dopo la morte che lo colse a pochi chilometri di distanza, sopra Pontresina, mentre stava dipingendo. Sono aperte al pubblico per le visite la casa che il pittore abitò e l'adiacente atelier, nel quale creò alcune delle sue opere più celebri, oggi conservate al Museo Segantini di St. Moritz; è inoltre percorribile una sorta di sentiero tematico, il Segantini Weg, che transita attraverso la piana del passo su percorsi che lo stesso Segantini seguiva durante le proprie passeggiate quotidiane, sul cui tragitto si incontra anche il piccolo cimitero nel quale il pittore italiano venne tumulato.

Valli spettacolari, natura incontaminata e una strada a serpentoni tra le più celebri del mondo, il Passo del Maloja è anche il punto di accesso alla valle Engadina. Il villaggio ai piedi del passo è un'oasi dove soggiornare per godere della natura che fa spettacolo sulle rive Lago di Sils.

E' in questo luogo che si verifica uno straordinario evento metereologico conosciuto come Serpente del Maloja. Un vero e proprio serpente di nebbia che si può osservare nelle prime ore del mattino, nel periodo autunnale.
Una nube si snoda lungo i versanti delle montagne quando sul Maloja sale aria umida dalla Bregaglia che si trasforma in nuvole o nebbia, formando un enorme serpentone bianco e spesso che aleggia per aria.

Le nubi ristagnano a bassa quota fino a scomparire nelle valli quando la temperatura inizia a salire. Questo fenomeno è reso spettacolare dai raggi del sole che illuminano la parte superiore. A seconda del vento, lo spettacolare serpentone può scomparire anche in tempi rapidi.

Il serpente di nebbia del Maloja è stato ripreso nel 1924 dal tedesco Arnold Fanck che gli dedicò il documentario "Das Wolkenphänomen von Maloja". Quindi, già nel secolo scorso è stata filmata questa "apparizione nebbiosa" che oggi è assai nota e visibile nelle prime ore del mattino della stagione autunnale.


LEGGI ANCHE: http://asiamicky.blogspot.it/2016/03/le-alpi-retiche.html






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giovedì 4 febbraio 2016

APRICA

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Aprica è un comune situato a cavallo dell'omonimo passo, il più agevole tra la Val Camonica e la Valtellina, sulle Alpi Orobie, costituito da un'ampia sella piana lunga circa tre chilometri, oggi in buona parte edificata.

Aprica costituiva originariamente una frazione del Comune di Teglio, il cui capoluogo è situato sul versante opposto della Valtellina; dal 1927 è municipalità a sé stante. Fin dal Medioevo, ma con ogni probabilità già dall'epoca romana, l'omonimo passo rappresentava un'importante via di comunicazione tra Valtellina e Valcamonica.

Le fortune del villaggio furono segnate dalla costruzione, a partire dal 1848, su iniziativa del governo austriaco del Regno Lombardo Veneto, di una strada (oggi la Strada statale 39 dell'Aprica) che collegò, appunto tramite il passo dell'Aprica, Edolo e la Val Camonica con Tresenda e la Valtellina. Ciò consentì di evitare i perigliosi Zapéi d'Abriga (Zappelli di Aprica) e gli altri valichi più a monte: il Passo di Piatolta (Pian di Gembro), il Passo di Guspessa, il Passo del Mortirolo e il Passo dello Stelvio, questi ultimi impraticabili per molti mesi l'anno. La strada fu terminata dagli Austriaci proprio alla vigilia della II Guerra d'Indipendenza, che li avrebbe definitivamente cacciati dalla Lombardia.

Subito dopo l'Unità d'Italia, Aprica chiese di divenire Comune autonomo. Tale richiesta fu reiterata nel 1871 e 1879, ma soltanto negli anni venti dello scorso secolo iniziò formalmente e si concluse l'iter amministrativo definitivo, sfociato nel distacco di Aprica da Teglio nel 1927.

Verso la fine del XIX secolo prese avvio in paese l'attività turistica che, dapprima integrandosi con quella agro-pastorale, poi gradualmente soppiantandola, è arrivata ad essere oggi di gran lunga il principale settore economico locale. In realtà Aprica ha sempre avuto, da secoli, una naturale vocazione all'ospitalità, favorita dall'essere punto obbligato di passaggio e dalla splendida geografia. Nella contrada di San Pietro - detta in origine Ospitale - già in epoca medioevale esisteva infatti uno xenodochio, dove sostavano gruppi più o meno numerosi di viandanti, specie soldati dei più svariati eserciti e pellegrini. Il primo albergo degno di tal nome, l'Hotel Aprica cosiddetto dei Negri (ora residenza turistico-alberghiera sotto altro nome), fu edificato già prima del 1870. Vi furono ospiti anche personaggi del mondo aristocratico, alto borghese e scientifico ottocentesco; come la famosa violinista Teresina Tua in Quadrio che soggiornava in estate in una villa vicino alla Chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo e il rettore dell'Università di Pavia - primo premio Nobel italiano - Camillo Golgi, Premio Nobel per la Medicina 1906, originario della vicina Córteno, che vi soggiornò dal 1880 al 1913.

Ad Aprica si celebra ogni anno, a fine febbraio, Sunà da Mars (letteralmente: "suonare di marzo"), una delle più antiche e sentite tradizioni folcloristiche legate alla cosiddetta chiama dell'erba. Falangi di scampanatori in costume locale, provenienti da ciascuna delle sei contrade (Liscedo, Liscidini, Santa Maria, Mavigna, Dosso e San Pietro) s'incontrano e confrontano, scuotendo ritmicamente i loro grandi e fragorosi campanacci, prima in Piazza Mario Negri scultore (davanti al Municipio), indi in Piazza del Palabione. Qui, al termine della lunga e assordante tenzone, tutti s'acquietano e partecipano al rito conviviale del mach, rustica pietanza locale. Sunà da Mars, di antica origine, è una delle più originali manifestazioni nazionali - e in particolare montane - dai significati ancestrali legati al risveglio primaverile della Natura.

Legate ad Aprica sono alcune leggende valtellinesi, di cui un paio fanno riferimento alla figura storica di San Carlo Borromeo.

Aprica, con oltre 50 km di piste da sci alpino e i suoi impianti di risalita, è una delle più importanti stazioni turistiche invernali ed estive della Valtellina. Le skiaree del comprensorio Aprica - Corteno Golgi, ben collegate tra loro e tutte dotate di innevamento artificiale, sono quattro: Palabione, Magnolta, Baradello e Campetti, quest'ultima attigua a case e alberghi. D'inverno vengono anche allestiti uno Snowboard Initial Park, alcuni campi all'aperto per pattinaggio su ghiaccio, oltre a una parete di arrampicata su ghiaccio, situata presso l'area tennis. Sono presenti, a pochi km di strada dal centro, alcuni tracciati per sci di fondo, racchette da neve e sci-escursionismo: Pian di Gembro e Trivigno. In paese, località al Plà, si trova infine un anello di fondo più piccolo, lungo 0,8 km, una specie di campo-scuola ad accesso libero.

Durante il periodo estivo è possibile praticare trekking su più di 50 itinerari escursionistici segnalati dal CAI di Aprica. Per le mountain bike è presente in paese un bike skill center e, ad una quota di circa 1700 metri, un tracciato di cinque chilometri a mezza costa dal comprensorio del Palabione fino a Corteno Golgi. Ad Aprica sono fruibili campi da tennis, una piscina coperta con centro benessere, un campo pratica di golf, un campetto da calcio. È inoltre possibile praticare agevolmente l'arrampicata sportiva, la pesca sportiva e il parapendio.

La località è stata per tre volte sede, dal 1975 al 1981, della Coppa del Mondo di sci alpino e, dopo gli albori degli sport bianchi negli anni '1920, di numerose altre competizioni nazionali ed internazionali di sci alpino (oltre che in passato sci di fondo), tra cui le World Series (vincitore Ingemar Stenmark), prove di Coppa Europa, Campionati nazionali e Campionati italiani e mondiali Maestri (tra i vincitori dell'edizione 1982 Zeno Colò).

Aprica è stata la prima località invernale lombarda ad ospitare la Coppa del Mondo di sci alpino.

Aprica è sede di partenza e arrivo della Granfondo Giordana (ex Granfondo Marco Pantani), la cui decima edizione si è disputata il 22 giugno 2014 e che nel 2015 vedrà nuovamente il cambio di nome in La Campionissimo.

Ad Aprica, all'interno del Palazzetto dello Sport della località, dove i Climber Aprica hanno creato e allestito delle pareti artificiali tra le più tecniche del panorama nazionale, si sono disputate le quattro prove di Coppa del mondo lead di arrampicata.

Aprica è dotata anche dell'Osservatorio Eco-faunistico, struttura che si inserisce nel progetto di sviluppo del Parco delle Orobie Valtellinesi: sono state immesse nella zona sopra l'abitato, svariate specie di animali selvatici.
Da non perdere il museo etnografico e naturalistico e la sorgente Ferruginosa (località Camizzone). Interessanti la Parrocchiale di Santa Maria Assunta, esistente dal XVI secolo ed ampliata nel XVII-XVIII secolo e la Parrocchiale di San Pietro, esistente dal XIII secolo.

Il valico di Aprica svolse un ruolo molto importante sin dall'epoca preistorica. Infatti è attraverso questa naturale via di comunicazione che avvennero le prime relazioni tra le genti delle valli dell'Adda e quelle camune. Nel corso del Medioevo fu poi un'importante via di transito per mercanti, soldati e pellegrini che potevano spingersi sino alla Pianura Padana dopo aver sostato e trovato ristoro nello xenodochio di San Pietro.
Nel 1855 venne ultimata la carrozzabile e il paese, che anticamente dipendeva da Teglio, andò poco a poco aumentando la sua autonomia sino ad assurgere a Comune nel 1927.
Aprica è oggi una nota località turistica dotata di ogni tipo di servizio necessario ai villeggianti.

A causa della sua altitudine non eccessiva ha da sempre rappresentato la via di comunicazione preferenziale per scendere dall'alta Valtellina alla pianura padana; le alternative sono infatti il passo del Gavia ed il passo del Mortirolo che si trovano ad altitudini maggiori e che presentano tracciati più impegnativi.


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venerdì 29 gennaio 2016

IL PASSO DEL GAVIA

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Il Passo del Gavia (2.652 m) mette in comunicazione la valle del Gavia (Valfurva) e l'alta Valle Camonica, ai confini fra le province di Sondrio e Brescia.

È meta turistica frequente di cicloamatori e motociclistici d'estate e con scarso traffico veicolare, soggetto a chiusura invernale.

In prossimità del passo (300 m circa) esiste, unico in Italia, un lembo di Tundra artica, relitto dell'ultima glaciazione (Glaciazione Würm), che copre una estensione di circa quattrocento metri quadrati, disteso su piccoli dossi morenici. Su suoli poligonali esso accoglie specie tipiche come: Polytrichum sexangularis, Salix herbacea, Carex curvula, Loiseleuria procumbens, Ranunculus glacialis, etc. Si tratta quindi di una zona ad alto valore naturalistico, nonché ad altrettanto elevata vulnerabilità, che meriterebbe una considerazione ed una descrizione assai più approfondita.

La salita del Gavia, classificabile come salita alpina lunga, dall'importante dislivello, dall'elevata quota altimetrica raggiunta e con pendenze medio-alte dal versante di Ponte di Legno, è meta frequente di cicloamatori d'estate. Meno duro (più lunga, ma pendenze meno difficili) il versante opposto da Bormio-Santa Caterina Valfurva.

Il Passo di Gavia è stato reso celebre dal Giro d'Italia di ciclismo, in quanto rappresenta una delle salite diventate ormai mitiche, nonostante sia una strada secondaria poco frequentata dal traffico veicolare. È stata Cima Coppi per 7 volte nel 1989, 1996, 1999, 2004, 2006, 2008, 2010.

La prima ascesa risale al 1960, con la celebre impresa del vicentino Imerio Massignan, passato solitario in vetta, ma che dovette cedere al lussemburghese Charly Gaul a causa di ben due forature in discesa, arrivando al traguardo di Bormio con 14 secondi di ritardo e con il tubolare a terra, poiché non aveva potuto sostituirlo in fase finale di gara. Allora la strada era ancora sterrata in molti tratti.

Nell'anno successivo il Giro doveva passare nuovamente dal passo, ma la corsa fu deviata per neve a favore del passo dello Stelvio.

Dopo di allora si tornò a salire il passo Gavia solo nel Giro d'Italia 1988, con una tappa divenuta mitica, corsa sotto un'improvvisa e inaspettata bufera di neve.

Nel 1989 la scalata fu nuovamente annullata per le avverse condizioni meteo mentre nelle edizioni del 1996, del 1999, del 2000, del 2008 e del 2010 si riuscì a transitare regolarmente, nonostante nel 2010 la tappa sia stata in dubbio fino alla mattina stessa della scalata; in quella occasione la salita al passo è stata affrontata, per la prima volta, dal versante di Bormio mentre in precedenza era sempre stata affrontata da quello, ben più difficile, di Ponte di Legno.

La seconda parte della salita al Passo dal versante bresciano di Ponte di Legno è stata asfaltata durante gli anni novanta proprio a causa del passaggio della manifestazione ciclistica.

Oggi, insieme al Passo del Mortirolo che si può percorrere in successione una volta scesi in Valtellina, rappresenta una delle mete più ambite dai cicloamatori.

Il transito sul passo era previsto anche nella 19ª tappa del Giro d'Italia 2013 (Ponte di Legno-Val Martello) assieme al Passo dello Stelvio, ma a causa delle avverse condizioni meteorologiche i due passaggi sono stati annullati e la tappa prima modificata in più punti e poi definitivamente annullata. La medesima tappa è stata riproposta per il Giro d'Italia 2014 e nonostante le condizioni meteo difficili (neve durante il passaggio in vetta), ha visto il transito per primo del colombiano Robinson E. Chalapud Gomez. La salita è stata affrontata dal versante di Ponte di Legno.

Il Passo Gavia, mette in comunicazione nella stagione estiva le province di Sondrio e Brescia, ed è uno dei valichi alpini più alti di tutta Europa.

Il passo è percorribile solo da tarda primavera fino ad autunno inoltrato. Ogni anno appassionati di ciclismo e motociclismo provenienti da tutta Europa scelgono su questa via non solo per le sue caratteristiche morfologiche e naturalistiche ma anche perché il traffico automobilistico è piuttosto scarso.


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martedì 15 dicembre 2015

LA VALLE SPLUGA



La valle Spluga o val San Giacomo è una valle alpina della provincia di Sondrio. Può essere considerata una continuazione della Valchiavenna in quanto inizia proprio a Chiavenna, per poi concludersi, dopo circa 30 km, con il passo dello Spluga.

Si tratta di una valle di origine glaciale ed è attraversata dal torrente Liro, affluente, più a valle, del Mera. Dal punto di vista orografico separa le Alpi Occidentali dalle Alpi Orientali e, più in particolare, le Alpi Lepontine ad ovest e le Alpi Retiche occidentali ad est.

La valle è composta da soli tre comuni: San Giacomo Filippo, Campodolcino e Madesimo.

La Val San Giacomo dall'inizio del Duecento fino al 1815 era un comune unico diviso in tre terzieri:
terziere di dentro di Isola con i quartieri di Isola, Madesimo, Pianazzo e le squadre di Teggiate e Rasdeglia;
terziere di mezzo di Campodolcino, con i quartieri di Campodolcino, Fraciscio, Starleggia, Vhò e Portarezza;
terziere di fuori di San Giacomo, con i quartieri di San Giacomo (con le squadre di San Giacomo, Mescolana, Dalò, La Motta) Monti di San Bernardo, Monti di Olmo e Sommarovina (squadre di Olmo, Sommarovina, Albareda, Costa), Lirone (squadre di Lirone, Cimaganda o Somganda, Gallivaggio o Gallivascio, Avero).
La suddivisione in terzieri viene ripresa nella bandiera della Val San Giacomo divisa in tre fasce orizzontali, ognuna delle quali è a sua volta divisa in quattro strisce di colore nero, verde, rosso e giallo che simboleggiano i quartieri di ogni terziere. Al centro compare uno scudetto rettangolare con l'immagine di San Giacomo, con la scritta “Vallis San Jacobi” (la bandiera originale è conservata presso la chiesa di San Giacomo Filippo).

Il Pizzo Tambò ha termine in corrispondenza del Passo dello Spluga, determinando il confine tra l'Italia e la Svizzera (Canton Grigioni).

Il Piz Timun dal versante italiano si trova al fondo della valle Spluga; dal versante svizzero nell'alta Val Ferrera.

Il Pizzo Stella (3.163 m s.l.m.) si trova sullo spartiacque tra la valle Spluga e la val di Lei, nella provincia di Sondrio (Lombardia), sul confine tra i comuni di Campodolcino, San Giacomo Filippo e Piuro. Dal versante orientale nasce il Reno di Lei.

Il Pizzo dei Piani (3.158 m s.l.m.) è collocato nella Catena Mesolcina tra l'italiana Valle Spluga e la svizzera Val Curciusa poco a sud del Pizzo Ferrè.

Il Pizzo Ferrè (3.103 m s.l.m.) è collocato nella Catena Mesolcina tra l'italiana Valle Spluga (nelle sue vallate laterali Val Loga e Val Schisarolo) e la svizzera Val Curciusa. Si può salire sulla vetta partendo da Montespluga e passando per il Bivacco Cecchini (2.773 m s.l.m.).

Il Pizzo Suretta (3.027 m s.l.m.) è collocato subito ad est del passo dello Spluga.

Il Pizzo Quadro (3.015 m s.l.m.) dal versante svizzero la montagna domina la val Mesolcina; dal versante italiano si affaccia sulla Valchiavenna.

L’Ecomuseo ValleSpluga è stato istituito il 25 marzo 2011 dal Consorzio Corti e Acero, riconosciuto dalla Regione Lombardia nel 2014.  La sede è nel Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo (MUVIS)  di Campodolcino.
Comprende tutta la Valle Spluga sino al Passo omonimo. si occupa dei temi della cultura alpina con  le sue proiezioni storiche e sociali. L’Ecomuseo vuole: conservare le abitudini di vita e di lavoro della popolazione locale, rivisitare le tradizioni culturali, per poi riproporle in chiave  moderna , nel rispetto della cultura del territorio e con il fine di accompagnare uno sviluppo sostenibile e condiviso in valle.

Il passo dello Spluga situato a 2.114 m s.l.m., è uno dei più importanti valichi dell’arco alpino, conosciuto fin dall’antichità per il suo agevole transito. Nelle sue vicinanze si trova il punto d'Italia più lontano dal mare in linea d'aria, circa 240 km.
Posto sul confine italo-svizzero, mette in comunicazione l'alta valle Spluga con la valle del Reno superiore (Rheinwald). La sua importanza non è solo storica e logistica ma anche geologica, in quanto divide la falda Tambò a ovest con la falda Suretta a est. Tradizionalmente divide le Alpi Lepontine dalle Alpi Retiche e, secondo la tradizionale bipartizione delle Alpi in uso negli altri Paesi della catena alpina, ripresa dalla classificazione SOIUSA, divide le Alpi Occidentali dalle Alpi Orientali. Il suo tracciato è caratterizzato da un elevato numero di tornanti: 72 tra Chiavenna e Splügen, le località poste sui due versanti dove inizia e termina la salita.

Il toponimo "Spluga", diffuso in molte parti dell'arco alpino, farebbe riferimento al termine latino "spelunca" ovvero grotta, a segnalare la presenza di caverne probabilmente abitate da fauna selvatica, in particolare orsi.

I ritrovamenti presso il vicino Pian dei Cavalli di insediamenti preistorici dell'età della pietra, potrebbero far supporre un uso del passo ben antecedente a quello che i Romani misero in atto: con essi lo Spluga assunse notevole importanza commerciale e strategica, grazie anche alla costruzione di un tracciato lastricato che ne agevolasse il transito, detto appunto "Via Spluga", che oggi è stato in parte restaurato e reso percorribile, e che in pratica venne utilizzato fino all'apertura della strada carrozzabile ad opera degli Austriaci, nel 1821, ancora oggi seguita nel percorso dal moderno tracciato automobilistico.

L'agevole transito di cui ha sempre potuto godere il valico ne ha sempre determinato l'importanza politica, e la volontà dei diversi dominanti della zona di ottenerne il totale controllo: dopo i vescovi di Coira, di Como e il Ducato di Milano, riuscirono nell'intento i Grigioni, tra il '500 e il '700, periodo nel quale il valico conobbe un aumento del traffico in transito anche grazie al miglioramento dello stesso, con l'apertura di più agevoli varianti al vecchio tracciato e dunque un collegamento veloce tra le due importanti città di Chiavenna e Coira oltreché, come nel passato, tra la pianura padana e l'oltralpe germanico.

Successivamente, fu l'impero napoleonico ad entrare in possesso del passo: di questo periodo (dicembre 1800) è la drammatica traversata del valico delle truppe francesi in discesa verso l'Italia, comandate dal generale Étienne Jacques Joseph Alexandre Macdonald. Con i già citati austriaci il passo dello Spluga raggiunse probabilmente l'apice della propria importanza commerciale ma, paradossalmente, anche la rapida decadenza: crebbero d'importanza il vicino passo del San Bernardino e il passo del San Gottardo, questo soprattutto con l'apertura del traforo ferroviario e il primo, in tempi più recenti, con l'autostrada e il traforo stradale.

Tuttavia oggi il passo (chiuso generalmente dai primi di novembre ai primi di maggio) risulta sempre molto frequentato e trafficato, rappresentando una interessante tappa turistica per chi scende in Italia o ritorna verso il nord-Europa nonché, più praticamente, un'alternativa al passaggio dai sempre affollati valichi doganali tra Como e Chiasso.

Il passo dello Spluga è assai frequentato, nella bella stagione, soprattutto dai turisti vacanzieri che vi transitano provenendo dai cantoni della Svizzera tedesca, dalla Germania e in genere dal Nord Europa per scendere in Italia. Il suo paesaggio d’alta quota, la vicinanza di imponenti vette, la presenza sul versante italiano del pittoresco villaggio di Montespluga e del bel bacino artificiale omonimo fanno della zona del passo una apprezzata tappa lungo il viaggio.

Molto sviluppata è la rete sentieristica verso le vette e le mete alpinistiche attorno al passo, dal quale ha inizio la via normale di salita verso il pizzo Tambò, una delle cime più frequentate delle Alpi Lepontine; da ricordare è la Via Spluga, percorso escursionistico transfrontaliero nato con la collaborazione di diverse entità italiane e svizzere per la riscoperta storica e la valorizzazione turistica dell’antico tracciato del valico. Ugualmente da citare è la notevole frequentazione scialpinistica della zona, con numerosi itinerari di ogni difficoltà, agevolata dalla presenza spesso abbondante di neve e dalla sua permanenza fino a primavera inoltrata. I centri più prossimi al passo e maggiormente sviluppati turisticamente sono Madesimo, sul lato italiano, e Splügen su quello svizzero, entrambe località di villeggiatura estiva e attrezzate stazioni di sport invernali.

Posto quasi esattamente al centro dell'arco alpino, il Passo dello Spluga (2115 m) ha svolto un ruolo centrale nella storia degli spostamenti e dei traffici tra i due versanti delle Alpi, anche perché si trova sulla linea di collegamento più diretta tra la Germania meridionale e l'Italia del Nord.

La presenza umana nella zona del passo è attestata già in epoca preistorica: gli scavi archeologici in corso dal 1986 al Pian dei Cavalli (in Val San Giacomo) hanno dimostrato che già 10.000 anni fa, nella stagione estiva, salivano quassù (oltre i 2000 metri di quota) cacciatori nomadi in cerca delle loro prede: cervi, camosci, marmotte. Si potrebbe ipotizzare che essi si recassero anche a Nord del passo, ma le tracce di questo possibile passaggio non sono state ancora trovate.

Il transito attraverso lo Spluga diviene un fatto storicamente certo in epoca romana. Al tempo dell'imperatore Augusto, tra il 16 e il 7 avanti Cristo, i Romani conquistarono la Rezia, aprendosi la strada per l'invasione della  Germania meridionale. Lo Spluga diventava così (insieme ai vicini passi del San Bernardino e del Settimo) un importante punto di passaggio verso le regioni appena conquistate. Da Como, percorrendo la sponda occidentale del Lario lungo la Strada Regina, si raggiungeva Chiavenna. Lungo la Val San Giacomo saliva una strada carreggiabile che, probabilmente, arrivava fino a dove oggi si trova l'abitato di Campodolcino; da qui le merci dovevano essere trasportate su bestie da soma o su piccoli carri. Per raggiungere il Passo dello Spluga erano forse già allora possibili due itinerari: quello che passava lungo il fondovalle e quello che si teneva più a monte, sulla sinistra idrografica della valle, percorrendo la dorsale degli Andossi. Valicato il passo, il tracciato scendeva a raggiungere la valle del Reno Posteriore che seguiva fino Coira (capitale della Rezia) attraverso il difficile passaggio della Viamala.

Dopo la caduta dell'Impero romano e la fase di crisi che caratterizzò il primo Medioevo, il Passo dello Spluga (come il non lontano San Bernardino) ritrovò la sua importanza con la ripresa dei traffici commerciali e la via che lo attraversava venne costantemente migliorata. Nel 1473 fu sistemato il percorso che attraversava la profonda forra della Viamala e nel 1643 fu realizzata la nuova strada delle Gole del Cardinello (abbandonata solo nel XIX secolo). Il traffico si fece intenso e variegata la tipologia delle merci: cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie).

In questo contesto divenne fondamentale l'organizzazione dei Porti, termine con cui si definiscono le corporazioni di contadini-someggiatori che, a partire dal XIV secolo, detenevano il monopolio dei trasporti e badavano alla manutenzione della strada e dei ponti. Ogni porto aveva il suo tratto di competenza e prendeva le merci in consegna portandole da sosta a sosta (le soste erano  magazzini dove le merci sostavano per la notte). Il sistema era forse un po' complesso (da Coira a Chiavenna le merci venivano trasbordate cinque volte), ma costituiva la principale fonte di reddito per gli abitanti delle vallate percorse dalla strada.

Questo sistema fu messo in crisi solamente nel XIX secolo, quando vennero costruite le moderne carrozzabili del San Bernardino e dello Spluga (1818-1823). La strada del San Bernardino fu realizzata a spese del Cantone dei Grigioni e del Regno di Sardegna; quella dello Spluga fu finanziata anche sul tratto svizzero dal Regno Lombardo-Veneto (che faceva parte dell'Impero asburgico) in quanto gli austriaci temevano che il passo perdesse il suo ruolo nei traffici commerciali. Il progetto dell'ingegner Carlo Donegani (1775-1845) introduceva alcune importanti novità: sul versante svizzero si teneva sulla destra idrografica della valle che scende a Splügen, sul versante italiano abbandonava definitivamente le Gole del Cardinello, scegliendo un percorso più comodo. Dopo Campodolcino la strada si teneva sul fondovalle per poi salire a Pianazzo e raggiungere Montespluga percorrendo il fianco occidentale degli Andossi. Nel 1834 una devastante alluvione distrusse il tratto sul fondovalle costringendo l'ingegner Donegani a rivedere il tracciato della strada, che fu arditamente progettato lungo il ripido sperone roccioso del Sengio, sotto Pianazzo. La nuova strada, ancora oggi percorribile in auto, fu aperta al traffico nel 1838.

La costruzione della carrozzabile diede inizio a un'impetuosa crescita del traffico commerciale attraverso lo Spluga; aumentò via via il numero dei carri e delle carrozze che valicavano il passo trasportando merci e persone. Di questa nuova situazione trassero profitto soprattutto gli spedizionieri di Coira e di Chiavenna, mentre i someggiatori organizzati nei Porti videro inesorabilmente diventare superfluo il loro modo di lavorare e la loro attività, dopo quasi cinquecento anni, finì per scomparire. Ma di lì a qualche decennio anche l'importanza commerciale della strada dello Spluga sarebbe crollata: l'apertura delle ferrovie alpine, con le gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del Gottardo (1882), provocò la quasi totale scomparsa dei traffici sullo Spluga che, dopo la Seconda guerra mondiale, cesserà anche  di essere mantenuto aperto durante la stagione invernale.
 
Lo Spluga non fu importante solo dal punto di vista commerciale; migliaia di persone hanno valicato il passo affascinate dalla bellezza degli ambienti attraversati dal lungo itinerario tra Svizzera e Italia. Tra loro ci sono personaggi famosi: Erasmo da Rotterdam (1509), Johann Wolfgang Goethe (1788), William Turner (1843), Hans Christian Andersen (1852 e 1873), Robert Browning (1878), Friedrich Nietzsche (1872), Michail Bakunin (1874), Jacob Burckhardt (1878), Henry James, Giosuè Carducci (che tra il 1888 e il 1905 trascorse l’estate a Madesimo), Albert Einstein (1901) e molti altri.
   
L’attrazione turistica del passo e della strada che lo valica non è certo terminata con la fine dei traffici commerciali, ma l’idea di creare un itinerario escursionistico-storico-culturale (la Via Spluga, appunto) che seguisse l’antico itinerario di attraversamento del valico è piuttosto recente. E’ nata nel corso degli incontri tra la Regioviamala (CH) e la Comunità Montana della Valchiavenna (IT), iniziati nel 1995 nell’ambito del progetto europeo Interreg II. Questa collaborazione ha portato a elaborare progetti di sviluppo economico e culturale: tra questi c’è anche la Via Spluga che, unendo Thusis e Chiavenna, attraversa le valli del Reno Posteriore (Schams, Avers e Rheinwald) e la Val San Giacomo (o Valle Spluga). La realizzazione del progetto si è avvalsa degli studi dell’IVS (Inventario delle vie di comunicazione storiche della Svizzera), istituito nel 1984 dal governo elvetico per fornire ai cantoni e ai comuni uno strumento di pianificazione territoriale che consentisse di tutelare le vie di comunicazione storiche e gli elementi che le accompagnano (ponti, pietre miliari, cappelle, crocifissi, osterie, ecc.). Dopo alcuni anni di lavoro per sistemare sentieri e stradine e per collocare la segnaletica verticale e orizzontale, la Via Spluga è diventata una realtà nel luglio 2001. Il lavoro sul terreno è stato accompagnato dalla pubblicazione di una guida escursionistica ricca anche di informazioni storiche e culturali e di una bella cartina (1:50.000) che si basa sulle notoriamente precise carte nazionali svizzere.

La Via Spluga ha una lunghezza complessiva di circa 65 km; o meglio, se si vuole essere più precisi, di 62 km se si segue il percorso “classico” e di 65 km se, nel tratto fra Zillis e Thusis, si percorre la variante della Veia Traversina. Il tratto che supera la Gola del Cardinello, pur svolgendosi su un tracciato piuttosto largo, richiede attenzione per via dell’esposizione, specie se il terreno è umido o scivoloso. Un discorso simile vale anche per la variante della Veia (Via) Traversina, lungo la quale si trovano diversi tratti su terreno abbastanza ripido. Per il resto, nella relazione ho evidenziato gli eventuali brevi passaggi che richiedono attenzione (tutti comunque protetti o attrezzati con catena corrimano).



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