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lunedì 23 marzo 2015

LA SCOGLIERA DEI GROSGALLI

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Scendendo verso Como, Lezzeno è preceduta da Villa Lucertola e dalla scogliera dei Grosgalli, in gran parte disabitata e ancora memore di antiche credenze legate alla stregoneria.

L'ultimo tratto di sponda verso Bellagio è quasi deserto, con pareti a strapiombo, gole e forre impressionanti: sono i Sassi Grosgalli, con il ponte del Diavolo presso una piccola galleria e la grotta dei Carpi o dei Bulberi (dal nome dei pesci che vi si rifugiano), detta oggi pomposamente Grotta Azzurra, attorno alla quale sorse nel secolo scorso una triste leggenda d'amore e di tragedia.
Le scogliere dei Grosgalli possono essere gustate appieno solamente dal lago, con le loro erosioni, i loro meandri e spaccature in cui si addentrano ombre e specchi d'acqua; la grotta dei Carpi è visitabile in barca.
 
La Grotta dei Bulberi o Grotta Azzurra, Si apre a filo dell'acqua nei pressi dei Sassi Grosgalli (nome d'origine celtica), affascinanti scogliere con pareti a strapiombo sul lago collocati sul litorale occidentale del Triangolo Lariano che da Lezzeno porta a Bellagio. La grotta del Bulberi si può raggiungere in barca ed è famosa per gli effetti di colore che vi suscita al suo interno la luce solare. Gli storici lariani ricordano che in questo antro si rifugiavano i più grossi pesci del lago, i leggendari "bulberi" (da cui prende il nome la grotta), di Paolo Giovio, grandi quanto un uomo, impossibili da catturare perché la loro mole spezzava le reti e la loro corazza di squame spezzava le fiocina.

Con un’escursione in barca fra i paesi di Lezzeno e Bellagio è possibile ammirare sia le abitazioni a mezza costa sia le pareti a strapiombo sul lago ricche di fenditure ed erosioni provocate dalle acque, veri e propri fenomeni carsici. Secondo un’antica leggenda in questi luoghi solitari e selvaggi si radunavano, per partecipare ai loro sabba, maghi e streghe. Tra le scogliere, dette Sassi Grosgalli, in prossimità del celebre Ponte del diavolo, si cela la suggestiva Grotta dei Carpi, detta anche dei Bulberi, o Grotta Azzurra. Quest’ultimo appellativo nasce dai giochi di luce delle sue acque che ricordano la celebre grotta di Capri. Nel corso degli anni alcune parti della grotta, ricca di stalattiti e stalagmiti, hanno subito parziali crolli.

Situato sulla costa della S.S. 583 tra Bellagio e Lezzeno il Ponte del Diavolo si staglia sopra una forra sovrastata da balze di calcare dolomitico del Monte Nuvolone. Il Ponte, dall'aspetto cupo e misterioso, è noto, secono leggenda, per essere stato sede di incontri esoterici con riti di stregoneria. Si tratta forse dell'unico manufatto della regia rimasto intatto, senza rimaneggiamenti. Il ponte è il punto di chiusura della strada Regia, riprendendo la provinciale verso Bellagio dopo pochi metri si incontra la fermata del bus che riporta a Como.


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martedì 17 marzo 2015

IL CASTELLO DI MELEGNANO

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Il maniero sorse nel 1243 per affrontare gli attacchi di Federico II, impegnato a conquistare Milano. Nei decenni successivi, i Visconti lo ampliarono, conferendogli la forma a quadrilatero e dotandolo di torri. Risale invece al Cinquecento il "passaggio di proprietà" alla famiglia de' Medici. Oggi la fortificazione si presenta con una pianta a U, a delimitare Piazza della Vittoria. Dei quattro corpi di fabbrica ne sono rimasti tre e solo due delle torri sono giunte a noi.

La facciata è l'unica a essere rimasta intatta, ma i restauri terminati nel 2001 hanno restituito un edificio dal fascino senza tempo.

L’origine di questo castello è da riportarsi alla crescente potenza della famiglia Visconti, signori di Milano: nel 1243 il podestà di Milano, Cattellano Carbone, responsabile della difesa della città e della campagna circostante, ordinò la costruzione di una fortezza in Melegnano. Questa fortezza venne chiamata con il nome di ”receptum”, un vocabolo che identifica un luogo dove si potessero raccogliere cose e persone, sia per difendersi che per attaccare. La fortezza fu chiamata anche con il nome di “motta”, che significa rialzo di terra formato appositamente nella pianura e munito di fosse, bastioni e torrette (Galvano Fiamma “Manipolus florum 1243: ”Isto anno receptum de Melegnano factum fuit”.  La necessità della costruzione di una fortezza a Melegnano era sorta per contrastare le offese che Federico II°, nipote di Barbarossa, portava continuamente contro Milano, attaccando dalla parte del Ticino e da quella dell’Adda. Entro questo territorio Milano dovette sostenere uno sforzo assai grande negli anni 1244-1245, ma alla fine i Milanesi riuscirono vittoriosi così che Federico II° rinunciò alla conquista della Lombardia.

Dopo gli anni della signoria milanese della famiglia dei Torriani che governarono dal 1259 al 1277, ebbe il potere Ottone Visconti nella duplice carica di arcivescovo e di capo del governo. Egli volle accanto a sé un suo nipote, Matteo, come valido collaboratore e finalmente come suo successore nel governo l’anno 1289.  Matteo con un’accorta politica divenne signore anche di Novara, Mortara, Vercelli, Vigevano e strinse patti di amicizia e di alleanza con le città di Brescia, Cremona, Piacenza, Pavia, Tortona, Genova, Alessandria, Asti. Tuttavia il suo dominio non fu senza contrasti procurati da ribelli e da perturbatori dell’equilibrio politico, ma alla fine Matteo potè essere riconosciuto pieno signore di Milano e anche vicario imperiale, cioè rappresentante dell’imperatore per la città di Milano e per tutto il territorio rurale circostante, dove tra l’altro vi era anche Melegnano.  Matteo Visconti morì l’anno 1322. Ebbe cinque figli: Galeazzo, Marco, Lucchino, Giovanni, Stefano. Giovanni Visconti, arcivescovo e capo del governo che morì l’anno 1353, aveva sotto di sé Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Bologna, Cremona, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Alessandria, Vercelli, Alba, Asti, Genova, Savona; i suoi discendenti, dunque, ereditavano una vasta signoria.  Da Stefano Visconti invece nacquero tre figli, e tra questi il terzo era Bernabò, un nome che sarebbe diventato famoso nella storia della Lombardia e dell’Italia.

L’unico corpo fabbrica che ci è giunto intero è quello che guarda la piazza e che rappresenta la facciata.  Il lato di fondo, dunque, è tutto mancante, ma certamente esisteva e fu atterrato nella settimana dal 1° al 6 marzo 1449 da Francesco Sforza, quando colpì con le macchine da guerra e atterrò due torri e le mura che erano tra le due torri.  L’intera costruzione è sviluppata su due piani. La facciata, austera, prospiciente la piazza Vittoria, è interrotta da finestrelle quadrate al piano terreno e da grandi finestroni rettangolari al primo piano. Gli ampi finestroni sono testimonianza del passaggio, dopo il 1532, da fortezza a palazzo signorile.  In alto sotto il tetto sono visibili ancora le merlature di tipo guelfo.  Oggi è ancora visibile parte del fossato che circondava il castello, un fossato molto profondo originariamente e in comunicazione con il fiume Lambro. Oggi la fossa è parzialmente scomparsa per la terra che vi è stata buttata dentro ricavandola dagli scavi per le fondamenta delle case melegnanesi. Nelle diverse mappe la fossa è ricordata come fossa Medici, ed è rimasta la denominazione ad un’osteria collocata nella parte sinistra della facciata, chiamata osteria della fossa.  Nelle raffigurazioni più vecchie del castello appare anche, nella sua integrità, il rivellino, come avamposto offensivo e difensivo.  Oggi è ridotto a due pareti con segni di feritoie e buche per cannoni.  Il ponte, una volta era originariamente levatolo, è stato tolto e le sue tracce sono scomparse.  Attraverso il ponte in muratura - che una volta, come abbiamo detto, era levatoio - si accede al monumentale ingresso costituito da un imponente grosso arco fregiato in cotto.  Il cortile interno è diviso in tre parti ed è circondato su due lati da un porticato sostenuto da archi a tutto sesto e ricoperto da un bugnato. Il portico interno della facciata centrale conserva, sotto le arcate, i segni di abitazioni o di locali di servizio. Il portico dell’ala est, con tredici arcate e l’inizio di un’altra, era usato per le stalle ed i depositi del fieno per le cavalcature.  Il terzo lato interno, oggi nascosto da un muro divisorio, presenta archi ciechi anch’essi decorati con bugnato.  Guardando attentamente le attuali finestre si notano le tracce dei finestroni originari ribassati e aperti in corrispondenza simmetrica nella parte superiore a ogni arcata, per dare luce all’interno delle sale e dei saloni.  Alle sale superiori si arriva mediante due scale. Una è lo scalone che inizia a destra subito dopo il grande arco centrale di accesso: è formato da scaglioni di mattoni disposti a spina di pesce separati da cordoni di sasso, è così disposto per permettere la salita anche con i cavalli, per questo si chiama anche scala cavallara. La seconda scala più piccola si apre da sotto il lungo porticato ed è una scala con le pareti tutte affrescate.  Oggi il castello si presenta come la risultante di molti interventi per adattamenti, riparazioni, aggiunte e per i vari lavori che sono stati compiuti.

Secondo alcune leggende nel castello di Melegnano si nasconde il diavolo, che vi si è insinuato all'epoca della morte di Gian Galeazzo Visconti. Quando alla mezzanotte del 3 settembre 1402 il signore di Milano, rinchiuso da qualche giorno nel castello di Melegnano, morì straziato dalla peste, si dice che il diavolo fosse accanto a lui, accucciato in un angolo per rubargli l'anima, e che non se ne sia più andato.


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venerdì 27 febbraio 2015

LEGGENDE MILANESI

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Tra le numerose leggende meneghine, le più gettonate sono quelle riguardanti i fantasmi. Una di queste riguarda lo spettro più famoso della città, ossia la Dama Nera. Molte testimonianze narrano che nelle sere di nebbia, quando Parco Sempione è ormai deserto capita di sentire odore di violette. Pochi istanti dopo una figura indistinta appare in lontananza e comincia in modo rapido ad avvicinarsi. Una volta vicina si notano il vestito lungo nero che avvolge la figura e un velo oscuro che ne copre il viso, avvicinandosi sempre più con passo elegante, è sempre più chiaro che sotto tali vesti si nasconde una donna bellissima. La donna una volta giunta a pochi centimetri dell'avventore le porge la mano gelida, chi la raccoglie viene trascinato in sentieri nascosti del parco, dentro una nebbia sempre più fitta, fino a raggiungere una grande villa. All'interno di tale villa la Dama si concede all'avventore, solo dopo l'uomo trova il coraggio di alzare il velo, scoprendo così un teschio con le orbite vuote. La scoperta tremenda fa fuggire tutti gli uomini dalla Dama in nero, che mai cerca di trattenerli, sapendo che sarebbero sempre tornati a cercarla. Secondo la famosa leggenda tutti gli uomini vittima della Dama perdono il senno e conoscono un amore così forte da portarli alla follia, trascorrendo la loro vita a cercare di ritrovare la grande villa in cui avevano ballato con la Dama oscura.

Altre leggende narrano la storia di processioni di anime disperate, queste riconosciute come spettri dei catari, bruciati vivi in Corso Monforte perché considerati eretici. Troviamo leggende di donne bruciate vive considerate streghe, antichi uomini malvagi che nel passato si aggiravano tra le vie della città meneghina o infine del fantasma dell'Opera che perseguita presso il teatro della Scala chiunque si rechi ad assistere agli spettacoli senza intendersi di musica lirica.

Appena fuori dalla Basilica di Sant'Ambrogio, sul suo lato sinistro, si trova una colonna di epoca romana. La leggenda vuole che Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano nel IV secolo, fosse alle prese con i molteplici tentativi del Diavolo di farlo cadere in tentazione. Esasperato dai suoi continui fallimenti, Satana provò infine a trafiggere il Santo con le corna, mancando però il bersaglio e finendo per conficcarsi nella colonna. Dopo aver provato per lungo tempo a liberarsi, si trasformò in zolfo e scomparve. Per questa ragione, secondo la tradizione, avvicinandosi ai fori si sentirebbe odore di zolfo, mentre appoggiandoci sopra l’orecchio si può sentire il rumore dello Stige, il fiume dell’Inferno. Non solo: la notte prima della domenica di Pasqua, si può vedere un carro, guidato da Satana in persona e diretto negli Inferi, che conduce le anime dei dannati destinate a passare l’eternità all’Inferno. Nel quarto secolo la zona dove ora sorge la basilica era un cimitero.

Gli Angeli e i Santi, posti a protezione delle mura e delle porte di Milano dagli antichi arcivescovi, hanno dovuto lavorare parecchio non solo nel Medievo, ma anche nei secoli successivi fino alle Cinque Giornate del 1848,  quando i Milanesi sfondarono a Porta Tosa, o fino all’agosto del 1943, quando si trovarono forse impreparati davanti ad una minaccia che veniva dal cielo. Molti furono gli eserciti nemici accampati fuori Milano: qualcuno riuscì ad entrare, altri non vi riuscirono, ma i protettori della città, invocati ogni anno nelle Litanie Triduane, fecero sempre del loro meglio per limitare i danni o almeno per aiutare i superstiti a risollevarsi.

Dove riuscirono meglio nel loro compito, fu nella protezione dalle insidie della Natura - acqua, fuoco, terremoti, belve - dalle quali Milano è stata egregiamente preservata. Il drago di Porta Venezia, è vero, fece morire centinaia di persone con il suo fiato pestilenziale, ma fu subito ucciso dall’ingegnoso funzionario pubblico Uberto Visconti. L’opera dei protettori fu ancora più meritoria se pensiamo a com’era il territorio che circonda la città sino a due secoli fa, infestato da banditi e da un’altra razza dimenticata di predatori: i lupi.

La battaglia contro i lupi fu piuttosto dura e impensierì più volte le autorità laiche e religiose, raramente però nei secoli passati i lupi hanno portato la loro minaccia alle porte di Milano.  Grazie all’attento e minuzioso studio di Maria Comincini pubblicato nel 1991 possiamo conoscere meglio il paesaggio milanese, quando al posto di automobili, TIR ed aerei, sfrecciavano cervi, caprioli, lupi.

In questo ambiente, esterno ed estraneo alla città, i lupi erano numerosi e spadroneggiavano senza infastidire molto l’altro e più forte predatore: l’uomo. Soltanto nei periodi di carestia le due specie venivano allo scontro, ed era in genere il lupo che attaccava. Lo studio sopra menzionato riporta molti dati su questa guerra, relativamente agli ultimi secoli e nelle diverse province lombarde. Ho estratto da quell’elenco gli avvenimenti più rilevanti svoltisi non troppo lontano da Milano per poter inquadrare meglio l’evento più significativo,  ancora oggi ricordato in molte pubblicazioni: quello della Bestia Feroce.

La più antica storia di fantasmi, tra le poche che sono state raccolte, risale alla seconda metà del XIV secolo e riguarda Bernarda, figlia naturale di Bernabò Visconti. Rinchiusa nella Rocchetta di Porta Nuova per adulterio, Bernarda morì dopo pochi mesi per riapparire più volte come fantasma, prima a Bologna e poi nel chiostro di S. Radegonda a Milano. Il padre, da buon milanese, pensò più semplicemente che fosse riuscita a fuggire. Fece riesumare il cadavere e svolse accurate indagini, ma il mistero rimase.

Nel Seicento Carlo Torre racconta una bellissima storia, da lui vissuta in prima persona nella sua chiesa di S. Nazaro in Brolo:

 “Ma non potrei partirmi da questa moderna Fabbrica [la cappella di S. Matroniano], se prima non vi narrassi un’avvenuto prodigio nello smantellare dell’antica Cappella. Eransi qui dinanzi radunate tutte quelle Panche da voi vedute ora disposte in determinati siti, per rendere disimpacciata la Chiesa al lavorio, che si faceva per la nuova Erezione, quando al disfacimento delle vecchie muraglie videsi distesa per ogni dilungata sedia gran massa di polvere, atta à ricevere qualsisia impronta d’appoggiato oggetto: Una mattina all’aprire della Chiesa furono osservate nelle polverose Panche varie forme di disuniti Scheletri d’umane persone, quivi dimorando una Coscia, ivi dilungandosi una gamba, in altro sito veggendosi sdentata una faccia, poco distante riposandosi ravvoltato teschio, più da vicino allargandosi una spalla con il braccio contiguo, per un lato mirandosi un’ossatura di stomaco, tenendosi appresso distesa una schiena, doveche da sagge persone contemplata scena si lugubre, tennesi per prodigioso successo; fecersi coteste figure visitare da periti disegnatori, se mai con grande astuta vi havesse l’arte per ingannar gli occhi trafficata sua mano, fù conchiuso non potere umano ingegno giungere à delineamenti così perfetti: mentre stavasi considerando il fatto, quasiche non desiderasse memorabile la Fama, benche si fosse prodigioso, dispersesi ogni forma apparsa, lasciando per autentico raccordo, che tien poca durevolezza ciocche vien registrato nella polvere. Considerate voi se tal’accidente hebbe ardire di paventare tutti noi Calonaci, e me in particolare; s’impiegassimo subito in pubblici solenni suffragij, giudicando, che gli spiriti di que’ raffreddati Carcami n’havessero duopo; suffragati, che si furono, niuna altra novità mai più si vide.”

Nel Seicento i fantasmi si presentano dunque come scheletri che si divertono a disegnare ogni loro parte (anche l’ossatura di stomaco) sulle panche impolverate della chiesa. Il Torre, da bravo Canonico, sa comunque come evitare altri incontri con gli “spiriti di que’ raffreddati Carcami”: alcune messe solenni di suffragio, e il problema è risolto.

Neanche un milione di messe di suffragio avrebbe potuto far sparire il fantasma di Carlo Sala dai dintorni del suo luogo di sepoltura, che si trovava dalle parti del Foppone di Porta Vercellina, oggi piazza Aquileia. Carlo Sala era stato giustiziato in corso di Porta Tosa (oggi Verziere) il 25 novembre 1775 come ladro sacrilego per aver spogliato 38 chiese nelle campagne del Milanese. Poiché in punto di morte non aveva voluto dar segni di pentimento, venne sepolto in luogo sconsacrato. La ferma resistenza opposta dal condannato alla conversione e all’assunzione dei Sacramenti fece grande scalpore. Tranne alcuni rari miscredenti “volterriani”, tutti pensarono che la sua anima sarebbe stata certamente dannata. Per questo quel luogo per molto tempo fu ritenuto infestato dal suo spettro. L’avanzata di case e strade nella zona ha cancellato anche il ricordo di questa paura.

Nell’Ottocento romantico i fantasmi sono numerosi in letteratura, rari nella vita. La storia della bellissima Antonietta Fagnani Arese che compariva nelle notti di luna al balcone di Palazzo Arese in corso Venezia è così vaga da sembrare essa stessa un fantasma. Forse però questa storia ha i suoi segreti cultori: quando dopo l’ultima guerra Palazzo Arese è stato demolito, qualcuno ha salvato uno dei suoi balconi neoclassici e l’ha ricollocato sulla nuova facciata moderna, forse sperando nel perpetuarsi delle apparizioni.

Ancora più gentile fu lo spirito di Tommaso Marino che offrì tre numeri da giocare al lotto al bisnonno dell’architetto Paolo Mezzanotte. I numeri erano comparsi in sogno sotto la cornice dell’antico ritratto del banchiere che era nella sagrestia di S. Marco. Non essendo certo di averli letti bene, andò due giorni dopo a controllare e, sollevando la cornice, lesse chiaramente: 62-44-56. Purtroppo, dopo averli giocati per due sabati, non riuscì a giocarli per la terza volta quando naturalmente uscirono. Più tardi, per convincere gli amici increduli della sua storia, andò con loro in S. Marco, ma i numeri sotto il ritratto erano scomparsi. Oggi anche il ritratto è scomparso dalla sagrestia. Lo tiene al sicuro il parroco forse per sottrarlo all’eccessiva curiosità dei giocatori.

“Maestorum refugium, Deus, tribulantum consolator, clementiam tuam suppliciter exoramus, ut afflictis oppressione gentium auxilium tuae defensionis impedens eripere nos, et salvare digneris. Tribue, quaesumus, fortitudinem fessis, laborantibus opem, solatium tristibus, adjutorium tribulatis. Circumda civitatem hanc virtutis tuae praesidio, et omnes in ea manentes immensae pietatis tuae defende juvamine. Pone in muris et portis ejus Angelorum custodiam, salutis ancilia, munitionem omnium sanctorum tuorum: ut qui pro peccatis nostris juste affigimur, de sola misericordia tua confidentes, miserationis tuae munere adjuvemur. Quatenus a pressura hac, quae nos circumdedit, erepti liberis tibi mentibus gratia agentes servire possimus. Per Dominum nostrum ...”

Questa drammatica invocazione affinché le mura e le porte della città fossero poste sotto la custodia degli Angeli e di tutti i Santi, veniva recitata dai Milanesi penitenti in ciascun Carrobio che si trovava accanto alle sei porte della città durante le Litanie Triduane.

Le Litanie o Rogazioni Triduane si svolgevano dal V secolo con modalità diverse da città a città. Anche se i Milanesi vantavano la priorità dell’istituzione di questo rito che dicevano fondato dal vescovo Lazzaro nella prima metà del V secolo nell’imminenza dell’arrivo di Attila, in genere si pensa che siano state istituite, o meglio riorganizzate, nella seconda metà del secolo da Mamerto, vescovo di Vienne, quando questa città era “ridotta a condizione infelicissima pei frequenti terremoti, per gl’incendi, e per il guasto, cagionato ai contorni di essa dai cervi e dai lupi, che moltiplicati si erano a dismisura.”

Questo rituale, che doveva rassicurare i cittadini minacciati da pericoli provenienti dall’esterno, si svolgeva nei tre giorni seguenti la domenica successiva alla festa dell’Ascensione, che cade generalmente alla fine di maggio. I fedeli, dopo l’imposizione delle ceneri, si muovevano in processione dalla cattedrale verso le porte della città, che dovevano essere tutte raggiunte nell’arco dei tre giorni. Essendo un rito penitenziale, si doveva osservare il digiuno (solo pane e acqua), vestire abiti semplici e in origine anche andare scalzi. Ogni città aveva un proprio itinerario e preghiere adeguate alle chiese e ai santi che si trovavano sul percorso. La preghiera usata a Milano davanti alle sei porte è quella citata all’inizio, che rinvia ad una forte minaccia esterna e alla grave prostrazione dei cittadini. Oltre alla città, anche i paesi delle campagne lombarde celebravano questo Triduo sostituendo nella preghiera le parole “civitatem istam” con “plebem istam” e “muros nostros” con “fines nostros”.

In seguito le Litanie Triduane, specialmente quelle campestri, si trasformarono in feste molto scomposte tanto da far sorgere lamentele da parte dei monasteri che venivano attraversati da queste folle che percorrevano i campi “con tamburi o qualch’altro grossolano strumento siasi imitato il rombo del tuono, accompagnato poi da urla e schiamazzi, coi quali avrà forse creduto quella buona gente di fugar in tal guisa le aeree infeste podestà.” Anche a Milano le Litanie assunsero un carattere di festa della fertilità: per scongiurare le carestie si ponevano alle finestre vari tipi di pietanze tanto che ben presto furono chiamate le processioni “delle lasagne”.


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