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martedì 21 luglio 2015

STROZZA



Strozza è un comune situato sul versante orientale della Valle Imagna.

I primi segni della presenza umana sul territorio risalgono all’epoca romana, come documentato dal ritrovamento di un acquedotto posto sulle pendici del monte Albenza, situato sulla destra orografica del paese.

Tuttavia risalgono approssimativamente all’anno 1000 le origini del borgo, posto all’imbocco della valle. Qui i monti si avvicinano notevolmente creando una strozzatura, per poi aprirsi in quella che è la valle Imagna. Da questa situazione deriva quindi il toponimo Strozza.

È in epoca medievale che il paese comincia ad assumere una fisionomia ben precisa, anche se nei secoli precedenti vi erano alcuni insediamenti abitativi sparsi.

In quel periodo nella zona imperversarono scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini. Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini. In tutta la zona sorsero castelli e fortificazioni, e Strozza non fu da meno: a tal riguardo esistono alcuni resti di costruzioni, tra le quali spiccano case-torri e nuclei fortificati risalenti ad un periodo compreso tra il XII ed il XIII secolo.

I primi scontri videro prevalere i guelfi, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni.

Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, anche se il rancore guelfo dava spesso seguito a rivolte popolari, spesso soffocate con le armi.

La situazione si rovesciò quando la zona passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, tra cui Strozza, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell’epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
(Effemeridi di Padre Donato Calvi)
I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Citato nell'estimazione generale del 1477, in età veneta fece parte della valle Imagna, retto da un console. A fine Cinquecento contava 123 fuochi e 627 abitanti. Nel 1543 si separò dalla valle, per quanto riguardava il fisco e la manutenzione delle strade, il cui onere gravò sul console. A fine Settecento contava 450 abitanti.

Inserito nel cantone di Almenno nell'aprile 1797, fu collocato nel distretto II di Almenno nel marzo 1798, mentre nel settembre di quello stesso anno fu posto nel distretto V dell'Imagna. Nel maggio 1801 fu inserito nel distretto I di Bergamo per essere poi posto nel distretto VII dell'Imagna nel giugno 1804 e in seguito nel cantone IV di Almenno San Salvatore del distretto I di Bergamo. Nel 1805 contava 462 abitanti. Nel 1809 ne contava 450. Inserito nel cantone IV di Almenno San Salvatore del distretto I di Bergamo, aggregò nel gennaio 1810 Capizzone, Bedulita e Roncola. Nell'aprile 1812 il centro del comune venne spostato a Capizzone.

Con l'attivazione dei comuni della provincia di Bergamo, in base al compartimento territoriale del regno lombardo-veneto, venne collocato, con 471 abitanti, nel distretto IV di Almenno San Salvatore; fu confermato nel medesimo distretto in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde. Nel 1853 fu inserito nel distretto VIII; a quella data era comune, con convocato generale, di 602 abitanti.

In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Strozza con 552 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VI di Almenno San Salvatore, circondario I di Bergamo, provincia di Bergamo. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 607 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale disposta nel 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia. Popolazione residente nel comune: abitanti 633 (Censimento 1871); abitanti 667 (Censimento 1881); abitanti 805 (Censimento 1901); abitanti 833 (Censimento 1911); abitanti 836 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Bergamo della provincia di Bergamo. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà. Popolazione residente nel comune: abitanti 884 (Censimento 1931); abitanti 762 (Censimento 1936). In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1946 il comune di Strozza veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 923 (Censimento 1951); abitanti 824 (Censimento 1961); abitanti 767 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Strozza aveva una superficie di ettari 385.

Primo paese all’imbocco della valle Imagna, posto a “sentinella “ dei tesori naturalistici che la valle racchiude. Il nome deriva dalla particolare morfologia della valle, segnata dal torrente Imagna, che separa i due versanti in questo tratto finale, dove si inforra per circa due chilometri prima di confluire nel fiume Brembo, a Clanezzo. In sinistra idraulica la ripa scoscesa sale tutto d’un fiato fino alla sommità del monte Ubione. Non vi sono insediamenti abitativi, il versante è coperto da un fitto bosco, alla cui base si snoda il “Sentiero naturalistico del Chitò” che, partendo da Clanezzo, percorre un dismesso canale idroelettrico per poi scavalcare l’Imagna in prossimità di Strozza con un ardito ponte canale in pietra. Il sentiero di recente riconfigurazione percorre tratti di particolare interesse naturalistico con sorgenti incrostanti con fenomeni di deposito concrezionale, rari per la bergamasca. Il versante in destra idrografica è più acclive e consente l’insediamento di Strozza con le frazioni di Cà Brozzo, Cà Campo e Amagno. A Nel centro abitato si possono ancora ammirare numerose costruzioni risalenti all’epoca medievale, tra cui alcune case fortificate con tanto di torre, ma anche contrade molto caratteristiche e costruzioni in stile rustico. In ambito religioso riveste grande importanza la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea. Già citata in documenti risalenti al XIV secolo, ma parzialmente ricostruita nel XVIII secolo ed ulteriormente ristrutturata nei secoli successivi. Durante una di queste ristrutturazioni è emersa la muratura della parete meridionale della struttura quattrocentesca, con due monofore ad arco trilobato. All’interno notevoli sono gli intarsi dorati presenti nell’altare maggiore e nel coro, nonché l’organo di produzione della famiglia Serassi.

Cà Campo è formata da un pugno di case strette intorno al piccolo oratorio a San Pantaleone, quasi in sua difesa. Cà Campo non fu mai isolato grazie alla rete di mulattiere, che qui formano un crocevia. Vi si transitava per entrare ed uscire dalla valle. Visitare Cà Campo, passeggiare nei suoi stretti viottoli ripaga del breve tempo ad esso dedicato. La suggestione è forte: angoli medioevali intatti, portali in pietra, balconi in legno e case torri; infine l’oratorio Quattrocentesco di San Pantaleone pregevole opera della fede nel culto della statua di San Momà, il santo protettore delle puerpere senza latte.

Percorrendo la via principale, che fiancheggia la chiesa parrocchiale, dopo alcune centinaia di metri si entra nel borgo medioevale di Amagno. All’imbocco si viene accolti dalla severa facciata della casa della famiglia Gavazzeni de Gaiboni: proseguendo si giunge nella piazzetta del lavatoio dominato dalla facciata Est della Cà del Maestro con il portone di accesso e l’ampia finestrata del nuovo Museo Valdimagnino. Per scoprire la parte più suggestiva di Amagno occorre inoltrarsi su per l’androne, che sottopassa la Cà del Maestro: qui c’è il vero cuore del borgo, una piazzetta lastricata in pietra, sulla quale si affacciano storici edifici quali un’austera ed elegante casa torre medievale e la secentesca Cà del Maestro. Questo palazzetto, ripristinato alle sue architetture originali, offre al piano terra un porticato con due grandi archi, sostenuti da un poderoso pilastro centrale, ed al primo piano una loggetta sorretta, da una serie di eleganti colonnine. Sul fondo della piazzetta, protetta da una ringhiera, c’è la botola della ghiacciaia. Prima che “La Ghiacciaia” venisse aperta al pubblico, pochi conoscevano il segreto, che celava la Cà del Maestro: un condotto sotterraneo dipartiva da uno dei locali, posti sul lato strada, portava ad un vano di forma cilindrica con copertura a volta, adibito a ghiacciaia. È una splendida struttura rimasta intatta, nonostante abbia un paio di secoli o forse più. Sulla volta è visibile l’apertura con la botola, dalla quale nei mesi invernali veniva introdotta la neve. Il Museo Valdimagnino occupa i due locali antistanti il cunicolo, che porta alla ghiacciaia. Dopo un recente restauro ora ospita tanti oggetti del passato valdimagnino. Molto interessante il camino con “nicia”, scoperto dopo la demolizione di una parete, che lo nascondeva. Seduto nella nicchia sta Pierino, il fantasma della ghiacciaia! Nelle visite, compiute dagli alunni di alcune scuole elementari della Valle Imagna al Museo Valdimagnino, i bambini si sono affezionati a questo particolare nonno, che provvede a curare gli oggetti custoditi nel museo.

In località Amagno edifici nobili del paese tra cui palazzi del ‘400/’500, la piazzetta medioevale con la casa del maestro del 1400. Da segnalare inoltre il nucleo rurale di Cà Ligier.
Sempre nel Borgo di Amagno, l’Antica Ghiacciaia di Strozza il cui imbocco è situato nella piazzetta retrostante alla “Cà del Maestro” e le cui origini non sono oggi ben note.
Interessanti escursioni che si possono intraprendere da Strozza verso Roncola S.B. o per salire al Monte Ubione 900 mt.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/la-valle-imagna.html



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SANT'OMOBONO TERME

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Sant'Omobono Terme è un comune situato in Valle Imagna.

È stato istituito ex novo dalla fusione dei preesistenti comuni di Sant'Omobono Terme e Valsecca in base alla legge regionale 2 del 30 gennaio 2014. Quest'ultima è stata promulgata in seguito a un referendum consultivo in cui l'84,3% dei votanti si era espresso favorevolmente alla costituzione del nuovo ente.

È sede della Comunità Montana Valle Imagna.

Il toponimo trova origine dal santo patrono della frazione di Mazzoleni, che compone il comune unitamente a Cepino, Selino Alto e Selino Basso.

Il comune di Sant'Omobono Imagna venne costituito nel 1927 con l'aggregazione dei comuni di Mazzoleni e Falghera, Cepino e Selino. Grazie ad una legge regionale dell'agosto 2004 il nome fu cambiato da Sant'Omobono Imagna a Sant'Omobono Terme.

Le origini del paese dovrebbero risalire all'epoca medievale, quando nella zona, molto più che nel resto della provincia bergamasca, imperversavano scontri cruenti tra Guelfi e Ghibellini. La valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l'attigua valle Brembilla, schierata con i Ghibellini.

I primi scontri videro prevalere i guelfi, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni. Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, anche se il rancore guelfo dava spesso seguito a rivolte popolari, avvenute anche a Sant'Omobono e soffocate con le armi.

La situazione si rovesciò quando la zona passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, tra cui Sant'Omobono, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell'epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
(Effemeridi di Padre Donato Calvi)
I secoli successivi non videro fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

A partire dal termine del XVIII secolo il territorio cominciò a ritagliarsi una certa notorietà grazie alla presenza di acque sulfuree molto pregiate, le cui doti sono enunciate anche negli scritti di Giovanni Maironi da Ponte.

Queste vennero classificate, a metà del XIX secolo, come tra le migliori conosciute sul territorio italiano, facendo nascere di conseguenza un'industria legata al loro sfruttamento, tanto importante da permettere il cambiamento del nome.

Il paese è sempre stato uno dei centri principali della zona e ancor oggi è il centro più popoloso di tutta la valle, nonché sede delle istituzioni amministrative della stessa.

Il comune di Sant'Omobono Terme, dopo aver valutato la proposta di annessione del comune di Valsecca, centro poco popoloso e privo di alcuni servizi, ha sottoposto alla popolazione un referendum a tale proposta che si è tenuto domenica primo dicembre 2013, con esito è stato positivo in entrambi i paesi. Il 21 gennaio 2014 Valsecca viene definitivamente aggregato a Sant'Omobono Terme con votazione unanime del consiglio regionale.

L'aggregazione entra in vigore dal 4 febbraio, con lo scioglimento dei consigli comunale e la nomina da parte della Regione del commissario, nominato anche per il confinante comune di Val Brembilla.

Si è fatta anche strada l'idea della costituzione di un unico comune dell'Alta Valle, ad eccezione del già popoloso comune di Berbenno.

Il territorio è caratterizzato dalla presenza di terme di acque sulfuree che, unite alla tranquillità della zona ed all'aria pulita, rendono il luogo adatto a chi vuole trascorrere momenti di relax rigenerando il corpo.

Molto interessante è la villa delle Ortensie, posta a fianco delle terme. Risalente al XIX secolo, presenta linee molto raffinate ed eleganti, grazie anche ad un recente restauro.

In ambito religioso meritano menzione le chiese dei quattro paesi che compongono il territorio comunale. Quella di Mazzoleni, intitolata a Sant'Omobono, presenta un aspetto maestoso con linee settecentesche. Risalente alla seconda metà del XIX secolo, custodisce opere di buon pregio; la chiesa parrocchiale di Cepino, intitolata a San Bernardino, venne edificata nel XVI - XVII secolo con una struttura ad una navata in luogo di un precedente edificio di culto. Al suo interno si trovano opere di Gaetano Peverada.

L'edificio di maggior richiamo a Valsecca è indubbiamente la chiesa parrocchiale di San Marco evangelista. Edificata nel corso del XV secolo, ma soggetta a successivi ampliamenti (XVIII secolo) e ristrutturazioni (XX secolo), presenta al proprio interno dipinti di buon pregio, ma soprattutto un crocefisso in legno opera di frà Giovanni da Reggio.

A Selino Alto si trova invece la chiesa parrocchiale di San Giacomo che, edificata nel XVIII secolo con uno stile neoclassico, presenta sculture di scuola fantoniana e dipinti di Francesco Quarenghi. In ultimo la chiesa di Santa Maria Immacolata che, posta nella frazione di Selino basso, venne edificata nel XX secolo.

Tuttavia l'edificio di maggior richiamo a livello religioso è indubbiamente il santuario della Cornabusa. Molto frequentato non solo dalla gente di tutta la valle, è una chiesa completamente ricavata nella roccia, elemento che la rende unica nel suo genere. Edificata nel XVI secolo si trova al centro di una leggenda popolare che troverebbe origine nel periodo medievale, quando un'anziana donna si rifugiò in una grotta naturale per rifugiarsi dalle lotte tra guelfi e ghibellini. Una volta terminati gli scontri, questa lasciò sul luogo una statuetta della Madonna, ritrovata qualche tempo più tardi da una giovane sordomuta che, dopo il ritrovamento, si sentì immediatamente guarita.

Sulle qualità e sui pregi delle fonti di S. Omobono ne parla il Dott. Giuseppe Pasta in una sua monografia edita nel 1772 e lo stesso autore ne riparla più estesamente in un secondo volume nel 1794 dopo che ne aveva studiato senza interruzione (dal 1774 al 1794) gli effetti su svariate e numerosissime forme di mali. In seguito e precisamente nel 1803 il Prof. Maironi da Ponte parla di queste Fonti in modo molto lusinghiero e assicura che l’uso di quest’ acqua si è fatto ora notissimo e frequente e se ne hanno mirabili guarigioni. Nel 1820 lo stesso autore ne riparla con rinnovato entusiasmo. Più tardi nel 1840, Padre Ferrario ne fa un’analisi e la illustra in un opuscolo. Giovanni Garelli nel suo volume “Delle acque minerali d’Italia e delle loro applicazioni”, edito nel 1864 la descrive come una delle migliori acque solfuree fino ad allora conosciute, il Dott. G. Barbieri, nel 1883 la illustra diffusamente nel suo volume “ Dell’acqua Minerale Sulfurea di S. Omobono”.

Il paese offre la possibilità di fare piacevoli passeggiate lungo il Percorso Vitae un percorso ciclo-pedonale attrezzato lungo in torrente Imagna, nei presso dei Campi Sportivi a Selino Basso, un’oasi per fare escursioni, per pic-nic, o per godere delle bellezze naturali.


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lunedì 20 luglio 2015

ROTA D'IMAGNA



Rota d'Imagna è un comune situato in Valle Imagna.

I primi insediamenti umani presenti sul territorio comunale sono databili all'età del bronzo, come è stato possibile stabilire grazie al ritrovamento di frammenti scheletrici e di suppellettili inseriti in un corredo funerario. Questi reperti, rinvenuti nella grotta dei Polacchi, sono ora conservati presso il museo archeologico di Bergamo.

Le successive epoche non hanno lasciato resti sul territorio, anche se probabilmente vi furono piccoli nuclei abitativi in epoca romana e longobarda.

Queste tesi paiono essere suffragate dal significato etimologico che, secondo alcuni, deriverebbe dalla voce latina rupta, inteso come una via aperta tra ostacoli. Altre ipotesi vedrebbero risalire il significato etimologico dal lemma longobardo Rothar (persona rossa di pelo), che implicherebbe quindi la presenza di genti di stirpe longobarda. Un'ultima interpretazione vorrebbe invece riferire il nome a ruota, elemento compreso anche nello stemma della famiglia Rota, che da qui ebbe origine.

È comunque in epoca medievale che il paese comincia ad assumere una fisionomia ben precisa, tanto da essere citato in documenti ufficiali per la prima volta nell’anno 1151. Composto principalmente dai nuclei di Rota Dentro e Rota Fuori, nonché da svariate contrade, vide imperversare in epoca medievale scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini.

Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini: in tutta la zona sorsero castelli e fortificazioni, e Rota non fu da meno.

I primi scontri videro prevalere i guelfi, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni.

Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, seguito da ulteriori saccheggi nel 1382, nel 1398 e nel 1404. Una leggenda racconta di un raccapricciante episodio avvenuto al termine di quest'ultima battaglia che vide protagonista tale Andrea, abitante di Rota. Fatto prigioniero, venne barbaramente decapitato dalla famiglia Arrigoni, tanto che gli avversari giocarono con la sua testa, facendola rotolare con ripetuti calci.

La situazione si rovesciò quando la zona passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, tra cui Rota, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell’epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
(Effemeridi di Padre Donato Calvi)
Nel corso degli anni andò acquisendo sempre maggiore prestigio la locale famiglia dei Rota, che si stabilì a Venezia e diede numerose personalità di spicco alle istituzioni lagunari. Altro personaggio di prestigio nato nel paese fu Giacomo Quarenghi, rinomato architetto e pittore vissuto tra il XVIII ed il XIX secolo.

I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

I comuni di Rota Dentro e Rota Fuori rimasero distinti fino al 1927 quando vennero fusi nella nuova entità amministrativa Rota d'Imagna

Il recente rilancio del turismo ha fatto sì che il paese di Rota Imagna diventasse il principale centro turistico della valle. Questo grazie alla gradevole posizione si possono compiere un gran numero di escursioni adatte ad ogni tipo di esigenza: sia semplici passeggiate che percorsi impegnativi, fino alla possibilità di utilizzare proficuamente la mountain bike.

Giacomo Quarenghi (1744 - 1817), nato a Rota Imagna, fu uno dei più grandi architetti neolassici europei.
Fu chiamato in Russia dall'Imperatrice Caterina II e qui realizzò una innumerevole serie di capolavori archttetonici al servizio della corte zarista e per l'aristocrazia russa del tempo. Fu consigliere di Stato e primo architetto dell'Impero e concorse alla creazione di Pietroburgo, la nuova capitale.

La casa natale è del 1600 e conserva ancora le primitive linee architettoniche. É un edificio austero nel cui interno si trova una piccola cappella. Si trova a Cà Piatone ed è visitabile solo esternamente.

La prima chiesa di Rota Fuori era tra le più antiche di tutta la diocesi, collocata in magnifica posizione su aereo poggio proteso dal contorno dei passi e dei transiti delle falde orientali del Resegone sulla vista della Valle Imagna dispiegata fino all’orizzonte dei colli di Bergamo .
La dedicazione a S. Siro, vescovo di Pavia , è da collegarsi all’insediamento, ai tempi dei primi re di Pavia, di arimannie longobarde poste a difesa dei confini e dei passi verso il nord, dopo la sottomissione del duca ribelle di Bergamo da parte del re Agilulfo e della regina Teodolinda nell’anno 593; ed a tale data fanno richiamo le sculture bronzee alle pile dell’entrata.
Trova riferimenti storici anche la data di fondazione 1353, richiamata dalla iscrizione tardiva sopra il portale centrale, in quanto a quegli anni risale l’annessione del ducato di Bergamo al regno di Pavia con la sconfitta di Rotarit ed il prevalere del culto cattolico su quello ariano col vescovo S. Antonino di Bergamo e le predicazioni dei missionari del vescovo Damiano di Pavia. Si sa che una chiesa in luogo fu affrescata attorno al 1470 da Giovanni figlio di Antonio de’ Marinonibus di Desenzano di Albino ed a questo intervento sono riferibili, per datazione e per stile, gli affreschi riscoperti, con il romanico antico portale, nel rifacimento della facciata sotto il portico di entrata nell’anno 1995. La chiesa consacrata il 10 giugno 1511 da Vescovo Giustino Poliano è descritta da S.Carlo Borromeo, visitatore apostolico il 14 ottobre 1575, “sufficientemente ampia decorata ricca di pitture e con cinque altari “: quello maggiore volto verso oriente Sotto un’ampia cappella a volta e dipinta, a destra l’altare di S. Maria con immagine, e quello a volta con immagine di S. Antonio affiancato da un pozzo a cui si attinge acqua; a sinistra l’altare dedicato a S. Giovanni e, vicino all’ingresso in una cappella spaziosa e dipinta con l’immagine, l’altare di S. Siro. Il cimitero non recintato si trova attorno alla chiesa, il campanile risulta distaccato dalla chiesa presso la casa del parroco a circa 150 passi “assai comoda e con giardino”.  La bella chiesa attuale fu iniziata nel 1724 e compiuta nel 1765. Sul portale laterale è incisa la data 1750; il portale in facciata pure settecentesco è in pietra nera molto ben lavorata; l’arioso portico poggiante su quattro colonne in pietra assai eleganti, con l’arco centrale totalmente pensile, lo si vuole del celebre arch. Giacomo Quarenghi nativo e battezzato in questa chiesa come certifica la registrazione dell’archivio parrocchiale nel 1744. La chiesa fu consacrata il 16 luglio 1861 dal vescovo Pier Luigi Speranza che conferma l’antico titolo di S. Siro vescovo. Nel 1906 vi furono condotti importanti lavori di restauro dall’arch. Emesto Pirovano. Nel 1973 la Poliarte di Verona rinnovò tutte le vetrate su raffinati cartoni di Giacomo Marra e nel 1974 il decoratore Antonio Pasinetti riguadagnava particolare splendore alle tinteggiature ed agli ori dell’interno mentre si ristrutturava il presbiterio secondo le nuove norme liturgiche. Di particolare compimento la solenne posterla in legno e vetri policromi, dono alla parrocchiale del vescovo Giovanni Locatelli nell’anno 1989. Opere di più impegnativa consistenza hanno concluso gli ultimi anni con il rifacimento della estesa copertura del tetto in pietra di Carona nell’ anno 1995, a sostituzione delle antiche ”piode” conservate sul timpano di testa, con il restauro delle facciate e con la coperta in rame della corona dell’attuale campanile che, notevolmente distanziato dalla chiesa, sorge forse su strutture di antico castello e reca otto campane, ricollocate, dopo la requisizione nel 1942 delle precedenti del 1898 e consacrate dal vescovo Adriano Bernareggi il 16 agosto 1951. Sono poi seguiti il recupero ed il restauro degli affreschi esterni ed interni negli anni 1999-2001, ed infine la valorizzazione del magnifico sagrato in acciottolato lavorato di sasso locale, di particolare pregio conservativo degno di abbinamento e contiguità all’ originale pavimentazione in piode  a mosaico dell’interno.

La chiesa di san Gottardo in Rota Dentro si vuole costruita nel 1496.  Eretta parrocchiale il 5 maggio 1591, rimase tuttavia unita con la chiesetta matrice di San Siro in Rota Fuori fino al 1614, anno in cui il vescovo Giovanni Emo decretava la sua piena autonomia.

Il 29 settembre 1947 il vescovo Adriano Bernareggi consacrava il nuovo altare maggiore, dedicandolo a San Gottardo e sigillandovi le reliquie dei santi Pietro e Adriano.

E' una costruzione piuttosto singolare, con tetto fortemente angolato e strana facciata con moderni elementi di pietra di Berbenno.  Notevole il portale in granito serizzo con arco mistilineo.

L'interno è particolarmente carico di decorazioni e di dipinti realizzati da Tarcisio Brugnetti e Silvio Zambelli negli anni 1938-39: essi comprendono le finte architetture , i quattro Evangelisti nella volta del presbiterio, e le medaglie sulla volta della navata che rappresentano la consegna delle chiavi a san Pietro, San Gottardo vescovo, San Giovanni Bosco, S Francesco Saverio in terra di missione.

Nella chiesa ci sono molte tele: quella del Crocifisso con S. Maria Maddalena, una Crocifissione con Santi (entrambe restaurate nel 1939 da Arturo Cividini);una Immacolata; e la pala della Vergine dei Carmelo; una tela di San Francesco d’Assisi e una di Sant’Andrea . La pala di san Gottardo al centro dell’abside è un probabile Carlo Ceresa (m. 1679) ed è stata restaurata nel 1999 assieme agli altri due quadri accanto raffiguranti la vita di San Gottardo. Nella sagrestia un buon ritratto di parroco del 1732.

La Via Crucis è di Gaetano Peverada ed è stata reintegrata, dopo un furto, con cinque stazioni di Tarcisio Brugnetti .

Le statue sono di S. Giuseppe, di S. Rocco, di S. Antonio da Padova, di Maria SS. Vergine del Carmine. L’ambone è stato ricavato da un pulpito della chiesa e porta una medaglia raffigurante Gesù tra i dottori.  Un altro pulpito in legno massiccio porta scolpite statuette di Apostoli, nonché intarsi.

L’altare maggiore fu realizzato nel 1943 da Giovanni Arnoldi su disegno dell’arch. Mario Marenghi. L'altare rivolto al popolo è opera di Carlo Locatelli (di Rota Dentro, morto nel 1998) ed è del 1968.

L'altare del Carmine è in marmo nero con specchiature policromate; Il pavimento è in basalto antico con lapidi funerarie dei 1600/1700.

Il piccolo organo  è un Serassi dei 1849 (di questo, dopo la guerra,  rimase solo la tastiera e alcune canne di legno).

Il severo campanile è dei 1588.  Cinque campane vi furono consacrate .dal vescovo Giacomo Maria Radini Tedeschi il 20 marzo 1909.

La grotta dei Polacchi si trova presso la località Cà Guarinone. In questa grotta vennero fatte notevoli scoperte di carattere archeologico a seguito di alcune campagne di scavo che portarono a formulare l'ipotesi che la grotta fosse stata, nell'antica età del bronzo, un frequentato luogo di culto in cui venivano venerate le divinità delle acque. I reperti, tra cui oggetti in metallo e osso, un rasoio quadrangolare di bronzo, un vaso situliforme e abbondanti frammenti ceramici, sono conservati presso il Museo Archeologico di Bergamo.

Meritano inoltre menzione Ca' Piatone, villa signorile del XVII secolo dotata di archi e portici in pietra a vista, dove nacque Giacomo Quarenghi, e Villa Mazzucotelli con un grande giardino.

Molto caratteristici sono infine il borgo di Chignolo, piccolo nucleo di stampo rurale a cui si accede tramite un sentiero su cui si trova il Ponte del Follo, costruito con una struttura ad unica arcata in pietra.



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RONCOLA



Roncola è un comune situato sul versante destro della valle Imagna ed adagiata sul colle dell'Albenza, dista circa 25 chilometri a nord-ovest dal capoluogo orobico.

La storia del paese è ancora avvolta da un velo di incertezza che non permette di datare i primi insediamenti stabili. Si pensa tuttavia che i primi abitanti presenti sul territorio siano stati i Romani, vista la loro presenza in tutto il resto della valle Imagna e della valle Brembana.

L'unico reperto di origine tardo-romana potrebbe essere un'acquasantiera, oggi conservata nella chiesa di San Defendente, tuttavia di difficile collocazione temporale.

È comunque in epoca medievale che il paese comincia ad assumere una fisionomia ben precisa, con le numerose contrade unite in un’unica entità amministrativa. Fu comunque un periodo molto travagliato, visto che nella zona imperversarono scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini.

Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini. In tutta la zona sorsero numerose fortificazioni e Roncola, situata in una posizione dominante e strategica, si dotò di alcune costruzioni a scopo difensivo, delle quali restano tracce in località Cà Baetti.

Tuttavia le cronache non raccontano di particolari scontri avvenuti in territorio della Roncola, che probabilmente ebbe un ruolo secondario nelle suddette vicende belliche. Si sa che la famiglia più in vista era quella dei Rota, come si evince dal ritrovamento di stemmi del casato in alcune costruzioni site nella contrada Mezzola.

I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Un unico sussulto si ebbe nel 1848 quando Federico Alborghetti promosse la guerriglia di Palazzago contro i dominatori austriaci, i cui combattimenti si spinsero sulle pendici dell'Albenza fino ad arrivare alla Roncola, senza coinvolgerne la popolazione. E fu nei paraggi del paese che il patriota si rifugiò al termine del moto rivoluzionario, per poi riparare in Svizzera.

L'economia del paese è sempre stata caratterizzata da una forte impronta rurale, basata su elementi quali l'agricoltura e l'allevamento, sostituiti a partire dal XX secolo dall'industria del turismo. Questa nuova vocazione del paese non ha portato stravolgimenti urbanistici, e si è sviluppata sempre nel rispetto dell'ambiente e della tradizione rurale.

In questo contesto si possono compiere un gran numero di escursioni adatte ad ogni tipo di esigenza: sia semplici passeggiate che percorsi impegnativi, fino alla possibilità di utilizzare proficuamente la mountain bike.

Meritano infine menzione i resti delle fortificazioni medievali, situate in località Cà Baetti.

Il toponimo potrebbe risalire all'epoca, vista la sua derivazione dalla parola latina Roncus (significante poggio), poi traslato in runcula, che indicherebbe appunto un agglomerato urbano posto in prossimità di un poggio.
Di grande importanza è la chiesa parrocchiale di San Bernardo, risalente al XV secolo. Riedificata nel 1811 con una struttura ad una sola navata, presenta dipinti di notevole pregio, tra cui spicca la Vergine in gloria di Gian Paolo Cavagna ed un prezioso polittico di Giovan Battista Moroni raffigurante la Madonna con il Bambin Gesù.

Sulla torre campanaria è ospitato un concerto di cinque campane in Re maggiore datato 1857, ad opera della fonderia Giorgio Pruneri di Grosio (SO). Purtroppo la requisizione bellica della seconda guerra mondiale non risparmiò questo concerto, che vide l'asportazione delle due campane minori. Solo al termine del conflitto, nel 1950, il concerto fu completato con il reintegro dei due bronzi ad opera della fonderia Daciano Colbachini di Padova che si integrano perfettamente con le preesistenti. L'incastellatura delle campane venne installata dalla ditta Fratelli Pagani di Tagliuno di Castelli Calepio (BG), mentre l'elettrificazione avvenne prima dalla ditta De Antoni di Coccaglio (BS) e attualmente dalla ditta Sabbadini di Fontanella (BG), che ha mantenuto quasi completamente la vecchia meccanica tutt'ora perfettamente funzionante.

Tra gli edifici sacri riscuote grande interesse anche la chiesa di San Defendente, anch'essa edificata nel corso del XV secolo. Dotata di una struttura semplice, possiede al proprio interno un'acquasantiera formata da un capitello romanico di incerta origine, nonché affreschi di Angelo Baschenis.

Sempre in ambito campanario, ricordiamo le quattro campane della torre, la più piccola risalente al XV secolo e di nota La4 e crescente di un semitono rispetto alle tre campane maggiori, appunto in Reb4. Del concerto, la grossa venne requisita per scopi bellici e ripristinata sempre da Daciano Colbachini assieme alle due campane della Parrocchia, e quindi datata 1950. Nel 1989 l'allora parroco effettuò un'aggiunta di due ulteriori campane commissionate alla fonderia Roberto Mazzola di Valduggia (VC), in modo da ottenere un concerto di 4 campane in pseudo accordo bolognese, ovvero Reb4 - Mib4 - Fa4 e la piccola La4. Al giorno d'oggi il concerto è completamente manuale con azionamento mediante corde.

Ricordiamo anche le tre campanelle della chiesa di San Carlo in Roncola Alta, ad azionamento manuale.


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PALAZZAGO



Palazzago è un comune situato nell'Almennese ed all'imbocco della Valle San Martino ed è attraversato dal corso del torrente Borgogna.

Il paese si caratterizza per i numerosi nuclei abitati che punteggiano il suo vasto territorio: oltre al capoluogo, si trovano le contrade di Precornelli, Ca' Quarengo, Prato Marone, Acqua, Burligo, Alborghetto, Grumello, Collepedrino, Brocchione, Salvano e Montebello. Più spostate dal capoluogo si trovano le frazioni di Beita, Secchia, San Sosimo, Pelosello, Brughiera, Belvedere e Gromlongo.

La prima vera opera di urbanizzazione fu opera dei Romani, i quali sfruttarono la posizione strategica del paese, posto nei pressi di un’importante strada militare che collegava Bergamo a Como, parte terminale di quella che univa il Friuli con le regioni retiche.

Il territorio era inserito in un’area militarmente turbolenta ed allo stesso tempo di vitale importanza per Roma in quanto crocevia militare e commerciale verso l’Europa.

La presenza militare romana inevitabilmente indusse attorno a sé l’aggregazione di comunità indigene e allogene.

Successivamente fu soggetto alla dominazione dei Longobardi, i quali inserirono la zona nel ducato di Bergamo. Spesso il borgo veniva identificato con il nome di Lemine, toponimo indicante una zona delimitata ad oriente dalla sponda occidentale del Brembo, a settentrione dall’attuale Val Taleggio ad occidente da una linea arretrata della sponda orientale dell’Adda e a meridione dal territorio di Brembate Sopra.

Il toponimo deriva dal vocabolo palatius, traslato successivamente in palatiacus sino alla dominazione basso medievale di palazzagum.

I secoli del periodo medievale furono abbastanza problematici per il borgo, che si trovò al centro di numerose dispute tra guelfi e ghibellini.

A tal riguardo vennero fatti erigere numerosi edifici fortificati utilizzati per scopi difensivi, anche se dopo numerose battaglie il potere finì ai Visconti di Milano che decisero la distruzione di ogni costruzione adibita a funzioni belliche.

Tuttavia perché nel paese ritorni la tranquillità bisogna aspettare l’arrivo della Repubblica di Venezia che, nel corso del XV secolo, pose fine alle ostilità.

Al termine della dominazione veneta il paese venne inserito nel Regno Lombardo-Veneto, gestito dagli austriaci. Ed è contro questi ultimi che gli abitanti del paese si sollevarono, in quella che è ricordata come la guerriglia di Palazzago che, nel 1849, vide protagonisti Carlo Agazzi e Federico Alborghetti. Questi, con pochi mezzi riuscirono a tenere impegnate le forze imperiali per più di due mesi, dopodiché dovettero cedere. Era il preludio dei moti rivoluzionari che avrebbero portato all'unità d'Italia, avvenuta nel 1859.

Palazzago è stato da sempre legato all'agricoltura, con la produzione di uva, vino, miele, castagne e legname. Un tempo erano sviluppate anche alcune attività artigianali tra cui la produzione delle pietre coti e l'industria tessile, con la presenza di due filande.

Molto importante è la chiesa prepositurale di San Giovanni Battista, costruita a partire dal XV secolo e che si caratterizza per la sua imponenza. Tra i dipinti, la splendida pala dell'Assunta, eseguita da Giovan Battista Moroni e altre tele di Abramo Spinelli e Giovanni Scaramuzza. Decisamente da segnalare è la cosiddetta "cappella del diavolo", estremamente suggestiva sul cui soffitto è rappresentato appunto Satana. Il campanile della chiesa, alto quasi cinquanta metri, risale al XIV secolo e fu ricavato da una torre difensiva. Ospita un concerto campanario di 8 campane in tonalità Si bemolle maggiore fuse dal fonditore Giorgio Pruneri di Grosio in Valtellina (SO) nel 1902. Le due campane maggiori, più recenti ma non per questo di minore importanza, sono state reintegrate nel 1954 dalla fonderia G. B. De Poli di Udine a seguito della requisizione bellica del 1943, che comportò l'asportazione delle stesse. Sempre nella chiesa, è presente un organo Serassi di raro pregio, costruito nel 1851 e arrecante numero Opus 608, tuttora funzionante e usato.

Degna di nota è anche la chiesa parrocchiale di Gromlongo (una delle frazioni di Palazzago), dedicata ai Santi Rocco e Sebastiano. Risalente al XVII secolo, si caratterizza per la splendida facciata in pietra arenaria riccamente scolpita e adornata con statue di Antonio Maria Pirovano nel 1731 e per la cupola piramidale che caratterizza il campanile, il quale ospita 5 campane in tonalità Sol bemolle maggiore fuse da Angelo Ottolina di Bergamo nel 1947.

Sempre in ambito religioso merita menzione la chiesa parrocchiale di Burligo che, dedicata a San Carlo Borromeo, custodisce opere di buon pregio, tra cui le pale di Gian Paolo Cavagna e un organo Bossi del 1797, restaurato nel 2004.

Infine è presente anche la villa Belvedere che, posta nell'omonima località, è dotata un grande giardino molto curato.

Le vie di comunicazione più importanti di epoca romana e di epoche successive, che passavano nel territorio di Palazzago, erano: l'arteria che da Bergamo conduceva a Como e a Chiavenna; l'arteria di collegamento viario tra Bergamo, Almenno, Palazzago, Valle San Martino. Quest'ultima era denominata "Strada della Regina", la quale univa la città di Bergamo con i centri nord-occidentali della provincia, passando anche attraverso la Forcella di Burligo, in territorio di Palazzago, per sboccare sulla via in direzione di Lecco.

Al tempo dei Longobardi la storia di Palazzago era legata a quella della corte regia di Almenno.

I documenti scritti più antichi, le pergamene, sui quali appare il nome di Palazzago sono del 1200.

"In un documento del 1264 il territorio di Borligo, viene descritto in tutte le sue parti e ne vengono definiti i confini all'interno della valle di Palazzago".

Nel secolo XIV, quando Bernabò Visconti era signore di Bergamo, troviamo che Palazzago, con la Valle San Martino e la Valle Imagna, parteggia con i guelfi e, dalle sanguinose lotte tra guelfi e ghibellini, ne esce martoriata fra ingenti rovine.

Nel XV secolo, con l'avvento della Repubblica Veneta, inizia il periodo di pace, che apporta alla popolazione di Palazzago tranquillità e prosperità.

Nel XIX secolo Palazzago scrive la sua pagina di storia nel cammino verso l'indipendenza e l'unità d'Italia.

È diventata famosa la "guerriglia di Palazzago" nel 1848, durante i primi moti insurrezionali per l'indipendenza nazionale.

Un drappello di uomini armati di vecchi fucili e poche munizioni, cappeggiati da Federico Alborghetti di Mapello e guidati da Carlo Giovanni Agazzi, detto "Barlinet", di Palazzago, tennero fronte per oltre due mesi al comando militare austriaco.

Il terreno degli scontri fu proprio sopra Burligo: al Monte Spino e alla Malanotte, presso Collepedrino.

Palazzago così veniva descritta nel 1820 da Maironi da Ponte:"Grosso villaggio del distretto di Almenno, al piede del monte detto S. Bernardo dalla chiesa, che vi esiste dedicata ad esso santo, ha il suo territorio, in parte sulle adiacenti colline, e nella contigua pianura; fertili le une e l'altra biade, e in gelsi; ma assai più in vino.Il villaggio considerevole per la sua popolazione, che scende a milletrecentocinquanta persone, è tutto a contrade separate le une dalle altre".

Fra queste contrade appare ora, 1996, Burligo, la più grande frazione circondata dalle altre minori (Acqua, Pratomarone, Collepedrino, ecc), formanti tutte la Parrocchia di Burligo.

Palazzago è uno dei paesi più grandi della Bergamasca per estensione di territorio.

Il capoluogo è al centro di una piccola valle denominata "valle di Palazzago"; questa, a sua volta, fa parte della Valle S. Martino, mentre posteriormente (dietro il Monte Linzone) si estende la Valle Imagna.

La parte più alta del comune di Palazzago è costituita da Burligo con la sua frazione Collepedrino.

Le colline che lo circondano fanno da splendida corona verde, delineando un suggestivo paesaggio.

La vallata principale, che scende dal Monte Linzone, si chiama Valle della Malanotte e da qui nasce il torrente Bregogna, detto anche Borgogna, che attraversa tutto il territorio di Palazzago.

Altre valli minori si chiamano: Valle della Sera, che scende dalla Forcella, Valle della Mais ad ovest, Valle della Gaggia a sud, Valtassera sotto il monte Spino.

La vegetazione a Burligo è molto florida: il verde intenso dei boschi avvolge in un manto tutto il paese e rende il clima assai gradevole in ogni stagione.

Le piante tipiche del luogo sono: castagni, ciliegi, noci, noccioli, roveri (o querce), robinie, betulle, carpini, aceri, faggi, frassini nella zona più alta.

Nella zona più bassa vengono coltivati la vite, un tempo anche frumento e granoturco, diversi ortaggi, frutta di vario tipo.

Anni indietro, fino al 1950 circa, la vita era preminentemente basata sull'agricoltura, e gli animali domestici come mucche, galline e conigli costituivano il principale sostentamento di molte famiglie.

L'unica industria del paese era costituita dall'attività estrattiva delle pietre coti e delle cave di cemento.

A Palazzago esistevano due filande, una vicino a Precornelli ed un'altra a Cà Curti.

La più grande che ha dato lavoro fino a tardi, era quella di Precornelli.

Numerose donne si recavano alla filanda, posta tra Burligo e Palazzago, per la lavorazione della seta.

Si coltivavano, allora, i gelsi per l'allevamento dei bachi da seta onde ottenere i bozzoli.

La filanda, di cui ancora oggi si possono vedere il fabbricato e la ciminiera, fu costruita nei primi anni del 1800, rimodernata e ingrandita all'inizio del 1900; funzionò fino all'anno 1947.

Oggi l'attività agricola è calata; le persone trovano lavoro presso le cave dell'Italcementi sopra Collepedrino e nei paesi vicini posti fra Bergamo e Lecco.

Ogni anno, il giorno 4 dicembre i lavoratori delle cave si uniscono per celebrare la festa in onore di Santa Barbara, loro patrona.

Di Santa Barbara si conserva una magnifica statua in legno nella chiesa parrocchiale di Burligo, ed un'altra ancora si trova nella nicchia di una "tribulina", presso la cava di Collepedrino.

Dapprima si celebrò la festa di S. Barbara a Burligo, presente il vescovo di Bergamo Monsignor Adriano Bernareggi, che benedisse il nuovo simulacro, scolpito a Ortisei in Val Gardena e fatto giungere in paese per la circostanza.

A monte di Burligo, sopra la Valle della Malanotte, si scorgono, anche da lontano, delle chiazze bianche e rossastre tra il verde della montagna: sono le rocce bianche del sasso calcale con cui si produce il cemento, le rocce delle pietre coti, le rocce del quarzo e del diaspro.

Di tutti questi minerali rimane ora attiva solamente la cava di estrazione del materiale per il cemento.

Gli anziani ricordano quando è iniziata l'attività estrattiva dei sassi per cemento.

Questa nuova risorsa di lavoro nella nostra zona risale all'anno 1927.

La prima cava venne aperta in Valtassera, poco distante da Pratomarone.

La società Italcementi, che ha la sua sede a Bergamo, fu la promotrice nella zona di un'industria che produce cemento in grande quantità; basti guardare allo stabilimento di Calusco d'Adda, ove, giunge il materiale da Collepedrino.

Negli anni quaranta si apri' la cava a Collepedrino e, successivamente, il lavoro si portò ancora più in alto, nella Valle della Malanotte, per abbassarsi poi, gradualmente a strati, come avviene attualmente.

Dapprima venne installata la teleferica che da Burlgo portava il materiale a Calusco d'Adda.

Poi si collegò la cava di collepedrino con Burligo (zona Valtassera) con un altro tronco di teleferica.

Verso il 1960 si rinnovò la teleferica con un tracciato nuovo; linea che va da Collepedrino direttamente a Pontida e da qui a Calusco d'Adda.

Attualmente la teleferica non è più in funzione grazie ad un tunnel di nastro trasportatore sotterraneo che mette in comunicazione tutta la linea.

Se l'insediamento della grossa cava ha portato a Burligo occupazione e un certo benessere, per contro bisogna considerarne l'impatto paesaggistico e sull'ecosistema. L'attività estrattiva porta un danno diretto sulla morfologia del territorio e un transito di mezzi pesanti che causano un certo inquinamento.


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LOCATELLO



Locatello è un comune italiano situato in valle Imagna.

Il paese, composto da numerose contrade, vanta una storia millenaria: il primo documento scritto che ne attesta l’esistenza risale infatti all’anno 975, e si tratta di un atto in cui si ribadisce la concessione feudale, effettuata direttamente dagli imperatori del Sacro Romano Impero, a favore del vescovo di Bergamo. Il toponimo, da cui prende il nome il nobile casato dei Locatelli, dovrebbe derivare dalla voce leukos, che in celtico indica un campo circondato da bosco.

L’epoca medievale vide imperversare nella zona scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini. Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini.

In tutta la zona sorsero numerose fortificazioni, e Locatello non fu da meno: nelle cronache viene menzionato un castello fortificato in località Cà Prospero, di cui oggi tuttavia non esistono tracce. Locatello si schierò attivamente con la fazione guelfa che vinse i primi scontri, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi ultimi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni.

Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, anche se il rancore guelfo dava spesso seguito a rivolte popolari, avvenute anche a Locatello tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo e soffocate con le armi.

La situazione si rovesciò quando la zona, nel 1428, passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, in primo luogo Locatello, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell’epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
((Effemeridi di Padre Donato Calvi)
I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Inserito in un contesto montano molto caratteristico, presenta luoghi di particolare fascino in stile rustico: ottimo esempio a tal riguardo sono gli edifici con mura in pietra ed i tetti con le piode (lastre di pietra locale), situati in località Disdiroli, Cà Bustoseta e Cà Prospero. In località Fucine è invece presente un esempio di mulino con tanto di magli, a memoria delle attività di un tempo.

In ambito religioso riveste grande importanza la chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria Assunta. Edificata nel corso del XIV secolo, ma più volte riedificata e ristrutturata, presenta opere scultoree lignee di pregevole fattura risalenti al XV secolo, nonché dipinti di buon pregio.
All'interno sono presenti alcuni dipinti del 1500, tra cui una tela dell'artista locale Andrea Previtali (1523) che raffigura la Vergine e il Bambino con i Santi Giovanni Battista e Girolamo; e una tavola del Caversegno (1536) che rappresenta la Madonna e il Bambino tra le nubi, circondati da quattro santi.



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FUIPIANO VALLE IMAGNA



Fuipiano Valle Imagna è un comune situato alla sinistra della valle Imagna.

Posto nella zona nord occidentale della Valle Imagna e denominato  “tetto della Valle Imagna” per la sua posizione dominante rispetto al territorio vallare sottostante da sempre mantiene le caratteristiche del piccolo borgo montano, la cui storia, tuttavia, non è facilmente ricostruibile, stante l’assenza di precisi riscontri storiografici.

Le attività principali sono sempre state quelle del pastore, dell’allevatore, del boscaiolo e del carbonaio, ovvero colui che trasformava la legna in carbone vegetale.

Il toponimo sembra trovare origine nella parlata locale, il dialetto bergamasco: si pensa infatti possa derivare dal termine foipià, che indica un pianoro con molti faggi, anche se altre correnti di pensiero ritengono derivi da faveanud, inteso come pozza d’acqua, elemento molto presente sul territorio comunale.

Le origini del paese dovrebbero comunque risalire al periodo medievale quando il territorio, fino ad allora scarsamente antropizzato, vide un incremento abitativo dovuto alle lotte tra guelfi e ghibellini.

Queste infatti costringevano alcuni esponenti dell'una o dell'altra fazione (nonostante la valle fosse considerata una sorta di feudo guelfo) ad abbandonare i propri luoghi d'origine e di trasferirsi in posti al riparo dalle persecuzioni avverse, tra cui appunto la zona di Fuipiano. In questo periodo la famiglia di maggior importanza era quella dei Locatelli, la quale gestiva le principali attività anche nei paesi limitrofi, uno dei quali prese il nome dallo stesso casato.

Gli abitanti stessi infatti, cercarono di mantenersi estranei alle dispute di potere, cosa che garantì loro tranquillità al riparo da scontri e ritorsioni sia durante le suddette lotte, sia dopo l’avvento della Repubblica di Venezia, che tuttavia occupò soltanto una parte del territorio comunale, tra cui il rione di Arnosto dove vi pose una dogana, considerandolo una sorta di avamposto verso il Ducato di Milano che aveva il controllo sulla restante porzione di territorio.

I secoli successivi non videro fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto. Tuttavia il paese risentì notevolmente della mancanza di occupazione, fattore che determinò l’emigrazione dei propri abitanti verso città e nazioni che potessero garantire maggior reddito. Soltanto negli ultimi decenni il turismo e la conseguente rivalorizzazione del territorio hanno arginato questo fenomeno, dando nuova linfa al paese.

Nel 1976 si verificò un episodio che sconvolse la tranquilla vita degli abitanti: una rovinosa frana, nella parte bassa del territorio comunale, spazzò via la contrada di Pagafone, cancellandola completamente.

L'edificio di maggior richiamo è indubbiamente la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Posta in posizione dominante, risale al 1561, anche se presenta un sostanziale rifacimento avvenuto quasi due secoli più tardi. All'interno numerose sono le opere presenti, che permettono a questo edificio sacro di fregiarsi del titolo di monumento di maggior richiamo dell'alta valle Imagna: una Madonna delle Grazie di Giacomo Francia, ed altri di Giuseppe Orelli, di Giovanni Chizzoletti e di Francesco Quarenghi.

Nello stabile ove sono gli uffici comunali è presente un museo etnografico con la ricostruzione di ambienti casalinghi e la raccolta di oggetti  e strumenti di lavoro del passato (fine 800 inizi 900).

Di grande interesse storico e architettonico Il borgo di Arnosto è caratteristico per le sue costruzioni in pietra del sec. XVII con i tipici tetti spioventi coperti con le piode, antica sede della dogana veneta fino al 1797.
Il caratteristico raggruppamento di dimore rurali è situato a quota 1033 metri di altitudine, su un antico tracciato viario, lungo un pianoro poco a monte di Fuipiano. Le case disposte a schiera si affacciano sulla mulattiera e sono raggruppate in tre nuclei: agglomerato sud (verso Fuipiano), agglomerato nord e agglomerato nord-ovest (verso Brumano).
Per la sua posizione Arnosto, unitamente alle contigue contrade di Valzanega e Capione, costituì un avamposto di confine della Repubblica Veneta verso il Ducato di Milano dal 1428, fino a tutto il 700.
La definizione dei confini con il contiguo ducato di Milano fu uno dei problemi che Venezia si trovò costretta più volte a definire soprattutto nelle zone montuose dove sconfinamenti e scorrerie erano più frequenti. Tuttavia la linea di confine Arnosto - Capione - Grassello era già operante prima dell'avvento di Venezia. Un atto notarile del 1763 a firma del notaio Giovanni Andrea Urbani trascrive per intero una definizione dei termini stipulata di comune accordo tra i consoli della Valle nel 1406.
Secondo tale documento lungo la linea in questione passavano i confini con Lecco e con la Val Taleggio. Dunque nel 1406 fa la sua comparsa il toponimo di Capione, contrada vicinissima ad Arnosto che con la sua conformazione di agglomerato a schiera richiama in un certo qual modo la tecnica costruttiva di quest'ultimo abitato. Sostanzialmente la linea delimitata dai termini descritti nel 1406 rimarrà nei secoli successivi a definire il confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia Ad Arnosto accenna finalmente la "Relazione" del Capitano Giovanni Da Lezze del 1596. Parlando di "Folpiano" il Da Lezze scrive:

"Questa terra è posta in monte confinante con Brumano e Mortone (Morterone) et Taiecchio (Taleggio) terre sotto leccho Milanese et è al monte sparsa in diverse contradelle chiamate Coegia, Peri, Casa, Arnosto, Praga, Capio; vi sono fogi (fuochi) in tutte queste contrade n. 71, anime 430, homini de fatione n. 58, il resto sono vecchi, donne e putti. Fra questi ve ne sono descritti de soldati delle ordinanze: archibusieri, picchieri, moschettieri et galeotti come nel generale".

Un esempio evidente di quest'incertezza ci viene offerto dalla celebre carta di P. Redolfi "Territorio di Bergamo" stampata a Venezia nel 1718. Su questa carta la linea di confine tra i due stati è chiaramente tracciata. Essa scende da Lavinia (Val Taleggio) ove è segnata una torre o casello, scende alla bocca del Grassello e attraversa la contrada di Arnosto lasciando Capione e Ruder in territorio di Brumano milanese. Il trattato di Mantova (16 agosto 1756) riporterà il confine sulla linea Capione - Grassello - Lavinia. Ed è proprio in seguito al trattato di Mantova che si decise di conficcare nel terreno pilastri abbastanza voluminosi e ravvicinati tra loro che recavano incise da un lato le sigle "S.M." (Stato di Milano) e dall'altro le sigle "S.V." (Stato di Venezia) con l'anno di impianto dei pilastri stessi. Alcuni di questi termini in pietra esistono ancora nei dintorni di Arnosto, a Capione, alla Bocca del Grassello e sui Canti.

È in questo contesto che l'abitato di Arnosto si va costituendo a partire dal XVI secolo e raggiungendo la sua conformazione, quale attualmente si conserva, nel secolo XVII. L'importanza di questa contrada, quale risulta dall'analisi del contesto storico ambientale si può raggruppare intorno ad alcuni aspetti che appaiono preminenti: l'insediamento rurale tipico, il nucleo residenziale sede del potere amministrativo, la presenza del luogo di culto. Sono tre aspetti che conferiscono a questo piccolo villaggio di montagna il valore di un centro storico da riscoprire e tutelare.

Il primo nucleo che si incontra venendo da Fuipiano è l'agglomerato sud. Le abitazioni sono allineate a schiera, lungo il pendio erboso e si affacciano sulla mulattiera che attraversa l'intero abitato proseguendo poi, contornata da muretti, verso la frazione Valzanega. All'imbocco meridionale un oratorio, perfettamente inserito tra le case, si fa notare solamente per il porticato antistante.

Tra le peculiarità più interessanti da notare:
le murature con pietre a vista;
i portali in pietra ad arco e finestre si aprono sulla mulattiera verso la luce della valle;
le finestre rivolte a monte sono più piccole;
la copertura dei tetti è costituita da un manto di lastre di calcare;
la presenza di sedili in pietra all'esterno dei portali;
le tracce di affreschi ormai scomparsi su alcune facciate.

Correndo l'anno 1662 il Parroco di Fuipiano Don Carlo Bisoni inviava una supplica all'Eminentissimo Cardinal Barbarigo, Vescovo di Bergamo, per costruire un Oratorio nella contrada di Arnosto. L'autorizzazione veniva concessa e nel 1664 la chiesina era costruita e dotata di ogni suppellettile. Nel 1665 veniva posta sopra l'altare una pala ad olio raffigurante i Santi Filippo Neri e Francesco da Pola con la Vergine, attribuita a Francesco Quarenghi. Sulla pala era dipinta la seguente scritta: "EX DEVOTIONE CA.R. ET. C.a MAN. UXORE SUA - 1665".

L'agglomerato nord è separato dall'agglomerato sud da un ampio spazio selciato e da una fontana abbeveratoio, quest'agglomerato, pure nella sua linearità architettonica essenziale, si distingue per una composizione più articolata e per alcune peculiarità proprie di un'architettura colta di tipo più marcatamente residenziale.

La disposizione dei fabbricati è sostanzialmente quella a schiera, ma è interessata sul fronte da un sottopasso nel punto dello snodo e termina con il cortile chiuso di una casa. All'estremità meridionale dell'agglomerato è ubicato un edificio indicato tradizionalmente come dogana o avamposto di confine.

I vari aspetti caratterizzanti questo nucleo sono:
una maggiore elevazione dei fabbricati;
un'accurata composizione e un più ricercato disegno delle aperture;
la pregevole fattura dei portali sia per quanto riguarda la lavorazione del legno che quella dei ferri battuti batacchi, catenacci, ecc.);
uno stemma in pietra dei Locatelli con la raffigurazione del "Locc" (allocco);
presenza di affreschi, espressione di religiosità popolare;
un frammento di cornicione in pietra lavorata sul portale d'ingresso al cortile nord;
comignoli dal disegno raffinato;
tracce di decorazione a fresco sul fianco dell'edificio dogana;
decorazione floreale a fresco sulla scalinata che all'interno dell'edificio dogana porta ai piani superiori.

L'agglomerato nord-ovest è scarsamente significativo a causa delle trasformazioni edilizie che ne hanno modificato l'aspetto, conserva tuttora la disposizione delle case a schiera comune agli altri due raggruppamenti. Tuttavia è interessante osservare che ai suo interno sopravvive una piccola porzione di fabbricato dalle caratteristiche cinquecentesche con portale in pietra al piano superiore che si affaccia su un ballatoio di legno collegato al piano terra da una scala pure in legno. Uno studio più approfondito della struttura nel suo insieme, potrebbe giovare a una miglior comprensione del complesso e delle sue origini.

Tra le possibili escursioni si consiglia quella in località Tre Faggi da cui si gode uno splendido panorama.


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COSTA VALLE IMAGNA

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Costa Valle Imagna è un comune della provincia di Bergamo.

Il villaggio sembra sia stato abitato per tutto l'anno soltanto a partire dal 1300. In precedenza era, probabilmente, solo un alpeggio per il bestiame occupato durante i mesi estivi. In effetti il clima invernale di Costa è rigido visto che il paese è orientato verso il lato nord-orientale della Valle, tanto che Costa è detta la nevera della Valle Imagna.

Per ragioni di comunicazione il paese è stato a lungo più legato con la valle San Martino, Almenno San Salvatore e la piana che con il resto della Valle Imagna.

Con l'annessione nel 1428 della Bergamasca alla Repubblica di Venezia, il Paese venne a trovarsi ai confini fra la Serenissima e il Ducato di Milano. A comprova di ciò il forestiero è detto nel dialetto di Costa bir (sbirro), con probabile riferimento ai doganieri inviati da Venezia per pattugliare il confine.

Dell'epoca della controriforma è stato ritrovato un rapporto vescovile, il quale deplorava il cattivo stato in cui si trovava la chiesa parrocchiale a causa della povertà del villaggio. Costa fu oltretutto colpita dalla peste di manzoniana memoria del 1630, come comprovato dal ritrovamento di una sepoltura comune.

Fin dall'inizio del XX secolo Costa Valle Imagna è nota anche quale stazione di villeggiatura. Il paese sorge sull'alto versante destro della Valle Imagna, da Costa è pertanto possibile godere un ampio panorama, in particolare, volgendo lo sguardo a nord l'occhio cade sull'imponente monte Resegone. Raggiungendo la frazione di Forcella e il Passo del Pertüs (m 1186) lo sguardo si estende sull'intera Brianza e, nelle giornate favorevoli, fino a Milano.

Vi è ancora infatti chi ricorda che, durante la II guerra mondiale, dal Pertüs erano visibili, di notte, gli incendi causati dai bombardamenti alleati sulla capitale lombarda.

La festa del paese è il giorno 2 luglio - visitazione di Maria - oltre a questa ricorrenza il paese è "famoso" anche per la festa di San Rocco ("San Ròch"), festeggiato il 16 agosto con la processione, fuochi d'artificio e balli nella piazza del Comune.

Sino al 1864 il comune mantenne la denominazione di Costa e successivamente a tale data assunse la denominazione di Costa Valle Imagna.

La bella e imponente chiesa parrocchiale, dedicata alla Visitazione di Maria Vergine, si rese autonoma sin dal XVII secolo e l'attuale edificio è frutto di alcuni interventi edilizi che tra Ottocento e Novecento ne definirono l'attuale assetto architettonico. All'interno, sulla parte a destra del presbiterio si può ammirare la bella tela della Visitazione attribuita al grande pittore bergamasco Gian Paolo Cavagna, mentre l'affresco della tazza presbiteraiale (1895) è opera del valdimagnino Antonio Sibella.

Numerosi esempi di stile liberty: ex-albergo Mazzoleni, Villa Maria, Villa Teresa e altre ville sparse un po’ ovunque.
Numerose le possibilità di escursione partendo da Costa Imagna verso il Monte Tesoro (1432 mt.), Monte Linzone (1392 mt.) e verso tutto la dorsale che divide la Valle Imagna dalla Valle San Martino. Ancora il sentiero che porta al Santuario della Cornabusa e quello che conduce al Laghetto del Pertus (1193 mt.). Numerose le grotte presenti di notevole importanza come la Nala, la Nala di Cà Bedeschi, le Due Grotte e il Grutù.


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domenica 19 luglio 2015

CAPIZZONE



Capizzone è un comune situato in Valle Imagna.

La storia del paese è ancora avvolta da un velo di incertezza, vista la mancanza di ritrovamenti o di documenti che permettano di datare i primi insediamenti stabili. Si pensa tuttavia che i primi abitanti presenti sul territorio siano stati i Romani, vista la loro presenza in tutto il resto della valle Imagna e della valle Brembana.

È comunque in epoca medievale che il paese comincia ad assumere una fisionomia ben precisa, con le numerose contrade unite in un’unica entità amministrativa. Fu comunque un periodo molto travagliato, visto che nella zona imperversarono scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini.

Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini. In tutta la zona sorsero numerose fortificazioni, e Capizzone si dotò di alcune costruzioni a scopo difensivo.

I primi scontri videro prevalere i guelfi, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni.

Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, anche se il rancore guelfo dava spesso seguito a rivolte popolari, avvenute anche a Capizzone tra il 1363, ed il 1407, e soffocate con le armi.

La situazione si rovesciò quando la zona passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, tra cui Capizzone, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell’epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
(Effemeridi di Padre Donato Calvi)
Le cronache ci raccontano inoltre che la contrapposizione di Capizzone con il vicino borgo di Brembilla non era dovuta soltanto ai sopraccitati motivi, ma anche al predominio su un territorio posto alla sinistra orografica del torrente Imagna.

Anche in questo caso le lotte furono molto cruente, con incursioni di entrambi i contendenti nei territori dell’altra comunità. In una di queste spedizioni, effettuata dai brembillesi in territorio di Capizzone, si verificò addirittura la distruzione della chiesa parrocchiale, della quale resta ancora la torre campanaria, discosta dall’attuale edificio sacro ricostruito successivamente. La disputa ebbe termine nel XVI secolo grazie al diretto intervento di Carlo Borromeo, che restituì a Capizzone il territorio in questione.

Gli abitanti del borgo comunque si contraddistinsero anche nei secoli successivi per la loro animosità, che spesso fu motivo di contrasto tra le numerose contrade che compongono il territorio comunale. Inoltre Capizzone ha avuto un suo illustre cittadino: si tratta di Giacomo Pellegrini, noto poeta dialettale bergamasco.

I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Nel centro storico fa bella mostra di sé la torre campanaria che, risalente al XII secolo, era prima preposta a scopi difensivi e poi inglobata nel complesso della chiesa parrocchiale, poi distrutta al termine dell’epoca medievale.

Nel 1810 divenne chiesa parrocchiale una piccola chiesa posta in località Robadello. Si trattava di una chiesetta dove era avvenuto un fatto miracoloso: vi si conservava una effigie della Madonna ricoperta di monili d'oro. Un ladro, dopo aver preso tutte quelle ricchezze, non riuscì più a scendere dall'altare e vi rimase fino al mattino seguente quando il sacerdote lo liberò con una benedizione. Da quel giorno la Madonna fu detta del Robadello. Di questa chiesetta si conserva solo la parte presbiteriale con affreschi e stucchi.

L'attuale chiesa di San Lorenzo fu costruita nei pressi della precedente e fu consacrata nel 1870; si distingue per la sua facciata di stile neogotico "fiorito" dell'architetto Romolo Squadrelli. All'interno, lungo la navata vi sono i medaglioni attribuiti a Antonio Sibella (con la collaborazione di Luigi Tiraboschi) che rappresentano scene tratte dai Vangeli e dalla vita della Beata Vergine Maria. Di entrambi questi pittori sono gli affreschi raffiguranti San Francesco e San Carlo nella parte absidale. La pala centrale "San Lorenzo che presenta a Valeriano i poveri della chiesa" fu dipinta da Giuseppe Riva nel 1895. All'altare maggiore si trovano due angeli genuflessi in legno dorato, opera dell'artigianato locale del '600; della stessa epoca sono i tre armadi della sagrestia, in noce intagliato.

La chiesa di Santa Elisabetta - detta anche della Mortesina poichè situata nella località omonima - risale al XII secolo, anche se non si hanno notizie certe della sua esistenza sino alla metà del XV secolo. La pianta della chiesa è costituita da un'aula unica, rettangolare, coperta da un soffitto piano e chiusa da un'absidiola (parte più antica) egualmente rettangolare ornata da due strette finestre con arco a tutto sesto. La facciata e il lato settentrionale sono incrociati da un loggiato con copertura in coppi. In occasione della peste del 1630, vi furono sepolte numerose vittime; a questa circostanza si fa risalire l'origine del nome chiesa della "Mortesina".


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