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martedì 30 giugno 2015

IL MUSEO ETNOGRAFICO A VALTORTA



“L’Ecomuseo di Valtorta recupera e preserva il patrimonio materiale e immateriale come strumento per progettare l’avvenire a partire dalle aspettative della sua gente”.

Un paese museo dove si respira ancora l’aria della tradizione: il museo etnografico insieme a mulini, maglio e segheria idraulica vi accompagnano nella scoperta della cultura e dei saperi di Valtorta.
Il museo etnografico ha sede in un antico edificio denominato “Casa della Pretura” in quanto un tempo ospitava il vicario che, oltre a governare la comunità aveva importanti compiti in materia civile e penale. Al suo interno si trovano gli strumenti e le attrezzature che un tempo facevano parte della quotidianità delle genti dell’Alta Valle Brembana, testimoni della povertà e della semplicità degli abitanti di Valtorta ma anche di ritmi e stili di vita totalmente differenti.
Mulini, maglio e segheria si ritrovano sparsi qua e là tra gli angoli del paese. Si tratta di strutture funzionanti grazie alla forza dell’acqua che, attivando gli antichi meccanismi, ancora oggi permette di vedere all’opera le storiche strutture.

L’ingresso del borgo di Valtorta è caratterizzato dalla torre dell’orologio, il cui funzionamento può essere seguito attraverso le pareti in vetro della struttura che contiene l’antico meccanismo con corredo di piccole campane. Appena sopra l’abitato sulla destra idrografica, un piccolo torrente alimenta le ruote idrauliche di un mulino, ricostruito utilizzando le attrezzature donate dai proprietari del cessato mulino Canfer di Ubiale. Appena sopra il mulino si trova la segheria idraulica, recentemente recuperata e resa funzionante utilizzando i resti di una segheria proveniente dall’Alta Valle Brembana. L’edificio della segheria è a due livelli. Al piano terra ci sono la ruota idraulica di grandi dimensioni e gli organi di trasmissione in ferro. Questa ultima caratteristica consente di collocare la data di costruzione della segheria originaria nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Gli organi di trasmissione sono di tipo a doppio stadio, ovvero con il primo stadio costituito da una ruota moltiplicatrice e un pignone, il secondo da un sistema a cinghia. Al primo piano c’è il banco di sega in legno sul quale venivano posti i tronchi da tagliare. Un sistema di regolazione posto sul banco stesso consentiva di regolare lo spessore dei pezzi da tagliare (assi, travi, ecc.). Il telaio mobile sul quale è montata la sega è posto a metà tra il primo e secondo piano.

L'esposizione museale, che ricostruisce idealmente gli ambienti più comuni del passato, documenta come l'uomo brembano abbia saputo, nel corso dei secoli, modificare, abbellendoli e rendendoli più funzionali, gli stessi attrezzi del lavoro quotidiano utilizzati da secoli, dando così prova di intelligenza creativa e di capacità di far fronte, con strumenti sempre più efficaci, alle nuove esigenze imposte dal mutare dei tempi e dalle contingenze.

La sistemazione del materiale nelle sale del museo obbedisce al principio di fornire al visitatore l'opportunità di comprendere la funzione e l'uso dei vari oggetti e di immaginare allo stesso tempo particolari momenti della vita umana legati a tale uso. Di conseguenza vi sono meticolosamente ricostruiti vari ambienti tipici, luoghi di lavoro, di svago ed interni delle abitazioni.

Si possono così ammirare, assieme agli arredi propri della vita domestica, ambienti e strumenti tipici dell'artigianato: l'officina del fabbro, il desco del ciabattino e del fabbricante di zoccoli, il banco del falegname, la casera con i grandi caldari e le ramine, il filatoio della lana, il telaio, il tornio per il legno, il carretto dell'arrotino, ed una miriade di altri arnesi propri di attività un tempo importanti e di cui oggi resta solo il ricordo.L'interno delle abitazioni è riproposto dettagliatamente con la ricostruzione completa dei vari ambienti: una camera da letto con il pagliericcio, l'armadio, la culla, gli abiti da lavoro e quelli della festa; la cucina con le cassepanche, le credenze, la madia ed il focolare collocato al centro del locale; i giochi dei bambini e gli strumenti che accompagnavano la loro crescita, tanto semplici e poveri e pure così vicini nella funzionalità a quelli moderni.
Numerosi sono gli attrezzi della lavorazione dei campi e dell'allevamento del bestiame, occupazioni che nei secoli sono state di gran lunga preponderanti nella zona e che ancora oggi mantengono una loro vitalità: arnesi della fienagione, dell'aratura, del boscaiolo, dell'apicoltore e del cacciatore.
Anche i vari aspetti della vita religiosa trovano nel museo spazi adeguati: ex voto, affreschi, paramenti sacri, oggetti propri delle liturgie tradizionali, testimonianze di una fede semplice, ma dalle radici profonde che si esprimeva in svariate forme di devozione.
Non mancano infine documenti delle rare pause concesse allo svago e ai divertimenti: la ricostruzione di strumenti musicali, maschere, burattini, rudimentali giochi di società.
è tra queste testimonianze d'altri tempi che si può recuperare una dimensione più umana del vivere quotidiano e si può recuperare una coscienza più completa del passato.

Il Museo Etnografico Alta Valle Brembana di Valtorta è nato e si è sviluppato con questo preciso intento: riscoprire e conservare il passato, valorizzare e trasmettere alle nuove generazioni le testimonianze di una civiltà e di una cultura.
Una civiltà fatta di segni materiali (i luoghi, le case, i mobili, gli arredi, gli affreschi, gli strumenti di lavoro) ma anche e soprattutto di valori: quelli della fatica quotidiana, di una laboriosità pregna di ingegno e pazienza, di una fede genuina, di una semplicità e di una sobrietà di vita oggi del tutto inimmaginabili. Un Museo insomma attraverso cui esprimere l'essenza profonda della storia umana e sociale dell'Alta Valle Brembana.
Ed è sicuramente in risposta a questa ispirazione che l'idea del Museo, coltivata a metà degli anni settanta dal sindaco di Valtorta Pietro Busi e dall'allora parroco don Angelo Longaretti, ha trovato una piena e convinta adesione da parte degli abitanti del paese e dell'intera Alta Valle che non hanno esitato a rovistare centinaia di soffitte e scantinati per fornire una prima dotazione di centinaia e centinaia di oggetti e testimonianze delle più svariate epoche. Né poteva essere individuata sede migliore di quella Casa della Pretura che il Comune provvide ad acquistare e restaurare, rendendo i vari ambienti idonei alla funzione museale.
Da allora l'Eco-Museo etnografico è diventato una creatura viva, non solo come ricostruzione completa e accurata; della casa, degli ambienti, degli oggetti del passato, ma anche come perno di un vero e proprio sistema museale che si allarga a tutti i luoghi storici del territorio: la Chiesa della Torre con preziosi affreschi che decorano le pareti, i dipinti murali che adornano le 43 tribuline poste ai crocicchi di antiche mulattiere, gli affreschi esterni, il mulino, il maglio mulino, le miniere, le fucine e la segheria, un tempo cardini dell'economia locale e la torre dell'orologio.

L' itinerario museale prosegue con la visita agli edifici dei mulini, del maglio, della segheria, ai resti di una fucina, inseriti nel contesto della documentazione etnografica della vallata.La presenza di fucine, mulini e segherie azionate da ruote ad acqua che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità.

Al mulino, ricostruito ai bordi della Val Marcia, il torrente che lambisce il paese, si è da qualche anno aggiunto il complesso del maglio per la lavorazione del ferro ed il mulino con le macine per il grano ed i pestoni per l'orzo, situati in riva al torrente Stabina, alla confluenza tra la valle di Caravino, proveniente dal Camisolo e la Val Grobbia, che scende dal Pizzo dei Tre Signori, lungo l'antica mulattiera verso le contrade Costa e Scasletto. In quel punto la strada scavalca il torrente su un bel ponticello romanico in pietra, detto del Bolgià, ben conservato e armonicamente inserito nell'ambiente. Dalle numerose fucine presenti sul territorio uscirono una gran quantità di chiodi, prodotti dai famosi "Ciodaroi".
Nei presso del torrente Caravino in località Frer, è possibile visitare i resti delle miniere dalle quali veniva estratto il ferro per il funzionamento delle fucine. (nella foto a fianco, la polveriera )Ed infine, la "calchera ", fornace nella quale veniva prodotta la calce facendo cuocere materiale lapideo, che si trova nei pressi della nuova centrale elettrica prima della frazione Fornonuovo.

La presenza di fucine, mulini e segherie che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità. Col tempo queste strutture andarono lentamente perdendo la loro funzione, fino ad essere del tutto abbandonate; il recupero di alcune di esse consente ora di aprire una finestra su un aspetto importante della storia della valle. Il ponticelIo e i due edifici del mulino e del maglio costituiscono un complesso di grande interesse storico ed antropologico e sono ormai diventati parte integrante dell’itinerario museale. Consolidate staticamente le strutture murarie, sono stati sistemati e riattivati il bacino di raccolta e la condotta dell’acqua del torrente fino alle due ruote a pale che mettono in moto gli ingranaggi interni a cui sono collegati gli impianti del mulino e del maglio. Animate da questo motore ad acqua, possono così funzionare, da una parte le macine del mulino e i pestoni per l’orzo e dall’altra il martello del maglio, la forgia, le mole e tutti gli altri meccanismi che consentivano ai ciodaröi di Valtorta di lavorare il metallo con l’abilità ovunque riconosciuta. Nei locali sono disposti tutti gli attrezzi propri dell’attività di macinazione (pale, setacci, stadere) e di metallurgia (mazze battenti con stampi per bullonie puntoni, incudini, pinze, martelli), organizzati come se dovessero riprendere a funzionare dopo decenni di quiete. Una scoperta recente è poi quella dei resti di tre fucine che sorgevano ai bordi del torrente-cascata le cui acque azionano il maglio-mulino. Queste tre fucine, situate su tre minuscoli pianori paralleli in un contesto selvaggio di rara suggestione, furono distrutte e sommerse da un’alluvione nel 1890.
Dagli scavi di quella più a valle sono emersi cinque banchi di lavoro in pietra (si tramanda che ciascuno fosse assegnato di diritto ad una famiglia) ed una manciata di chiodi, a testimonianza di quella che era la classica “chiodarola”. La struttura è stata ora recuperata e consolidata e completa quindi la visita al mulino-maglio. E passiamo ad altri recuperi recenti. In primo luogo l’antica miniera che siapre in località Frér, lungo la strada per la Falghera, a monte dei paese, una delle tante che nei secoli hanno costituito la base della vita economica locale. Attualmente è possibile visitare un tratto della galleria e la piccola costruzione che era adibita a polveriera e deposito degli attrezzi da lavoro.



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giovedì 4 giugno 2015

IL MUSEO EX BREDA A SESTO SAN GIOVANNI



Gli stabilimenti della Breda si svilupparono all’inizio del ‘900 su un vasto territorio tra Sesto San Giovanni e Milano. Locomotive ed elettromeccanica, industria ferroviaria, fucine, siderurgia e aeronautica furono i settori di produzione. In quest’area, oggetto di trasformazione e riqualificazione, ci sono importanti testimonianze industriali e di residenza operaia. Il Museo dell’Industria e del Lavoro, il Carroponte, la Locomotiva Breda 830 e il Parco Torretta sono parte del Parco Archeologico Industriale ex Breda. Dove sorge la Torre dei modelli si trovava alle origini l'entrata principale della Breda. Qui tra il 1906 e il 1909 fu costruito uno stabilimento con tetto a shed e mattoni a vista, dove iniziò la produzione.

Viene fondata nel 1886 e apre i suoi stabilimenti sestesi nel 1903. Dall’iniziale produzione di locomotive a vapore (di cui si può vedere un esemplare del 1906 esposto all’interno del Parco archeologico industriale ex Breda) l’attività si estende in seguito alla fabbricazione di treni elettrici, materiale bellico, aerei e componenti per l’industria nucleare. Tra i prodotti più famosi i tram gialli che ancora circolano per Milano, il treno Settebello e i proni convogli della metropolitana milanese. Azienda­chiave nello sforzo bellico italiano, gli stabilimenti della Breda sono tra quelli maggiormente coinvolti nell’ondata di scioperi che precedono e seguono la caduta del governo Mussolini nel 1943. Al crollo del fascismo si introduce l’occupazione nazista, ostacolata dai Gap (Gruppi di azione patriottica) che si formano e riuniscono nelle fabbriche. Si susseguono arresti, deportazioni, fucilazioni e atti di sabotaggio e guerriglia. Il 28 aprile 1945 gli alleati entrano a Sesto San Giovanni.
La città viene insignita il 18 giugno 1971 della Medaglia d’Oro al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana.
Negli anni ’80 la Breda, che era arrivata a contare 20.000 addetti, si smembra ed in gran parte scompare. Sopravvivono ancora la Breda Energia che produce valvole per gasdotti e pozzi petroliferi oltre alla Ansaldo Camozzi ex Breda Nucleare.

A seguito della riqualificazione, l’area comprende adesso il Parco Archeologico Industriale ex Breda nonché diverse realtà e imprese tutt’ora operative, come la Vetrobalsamo, il Laboratorio Innovazione Breda e due distretti di piccole e medie aziende.
Il Parco Archeologico ex Breda, l’area all’interno della quale è collocato il Carroponte è uno dei brani della recente storia di Sesto San Giovanni che l’Amministrazione Comunale ha deciso di salvaguardare (al pari di altri elementi), e che si inserisce nell’ipotesi del museo diffuso sul territorio o dell’ecomuseo che prevede la tutela, il restauro e la valorizzazione di quegli elementi di carattere culturale, sociale, naturalistico e storico­artistico di particolare rilievo presenti in città. Un progetto che si svilupperà nei prossimi anni soprattutto grazie all’acquisizione degli enormi e stupendi edifici, oggetto di tutela presenti all’interno delle aree ex Falck.
Il parco ex Breda, un’area ex industriale trasformata in polo culturale occupa una superficie di circa 52.000 mq. Al suo interno vi è la Porta Breda, lo Spazio Mil, il Carroponte, la locomotiva Breda e il nuovo allestimento composto dal carro lingottiera Falck con le lingottiere e la nuova struttura in acciaio corten riportante i grandi numeri delle aziende sestesi ed in grado di fornire al visitatore numerosi contributi sonori. Lo Spazio Mil, costruito sulla tipologia del magazzino ricambi della Breda Siderurgica preesistente ospita al suo interno l’archivio Giovanni Sacchi, il ristorante il Maglio e lo spazio teatrale, in un uno spazio dominato da un imponente maglio Breda da 15 tonnellate, il Museo dell’Industria e del Lavoro.

Il parco è attraversato da una pista ciclabile dedicata a Luigi Malabrocca, storica maglia nera del Giro d'Italia e, verso la Villa Torretta, è presente la scultura Porta Breda (sempre in Corten) dell'artista Michele Festa.

Il carroponte presente nel parco venne costruito dalla Breda negli anni trenta del XX secolo. È lungo circa 200 metri, largo circa 60 metri e alto circa 20 metri ed è costituito da due file di colonne e di travi che un tempo sorreggevano sette gru a ponte della portata di tre, dieci e quaranta tonnellate. I rottami arrivavano nell'area su vagoni ferroviari provenienti dalla rete ferroviaria nazionale, che entravano negli stabilimenti Breda (e Falck) attraverso una rete di binari che attraversava buona parte della città di Sesto San Giovanni. Le gru, scorrendo sui binari posti in cima al carroponte, movimentavano i rottami ferrosi depositati nell’area: li scaricavano dai vagoni e li dividevano per tipologia e infine li avviavano alla fonderia. I diversi movimenti del carroponte, dal sollevamento e abbassamento del carico tramite l'argano, al movimento longitudinale e trasversale, venivano manovrati da un operaio addetto nella cabina posta sul ponte stesso. In seguito alla chiusura dell’acciaieria il carroponte cessò la sua attività, venendo definitivamente dismesso con la chiusura degli stabilimenti siderurgici Breda negli anni novanta.

A partire dagli anni duemila il carroponte è stato oggetto di una ristrutturazione e grazie alla costruzione di un palco coperto e ad una suggestiva illuminazione è sede di eventi, concerti, spettacoli e attività culturali.

All'interno del parco e in prossimità del carroponte è esposta una Locomotiva FS 830 (unità 017) di produzione Breda. Costruita nel 1906, faceva parte della seconda serie di 830, numerate da 15 a 44, che si differenziava dalla prima serie per il telaio più lungo nella parte posteriore, la maggiore capacità della carboniera e la cabina di pilotaggio dal taglio più moderno. La locomotiva Breda 830/017 era un modello ancora più particolareggiato, data l'assenza del compressore e dell'impianto di frenatura ad aria compressa. Per trent'anni, fino al 1936, questa locomotiva ha viaggiato sulla rete delle Ferrovie dello Stato Italiane. In seguito venne ceduta alla Cokitalia, dove rimase in servizio fino al 1986, subendo diversi ammodernamenti. Nel 1988 venne acquistata dalla Finanziaria Ernesto Breda e nel 1995 venne ceduta al comune di Sesto San Giovanni.

Nel 2005 ha subito un restauro presso l' Ansaldo-Camozzi e nel 2006, centenario della sua costruzione, è stata collocata all'interno del parco archeologico industriale ex-Breda e protetta da una copertura in plexiglass.

In prossimità della locomotiva è collocato un carro utilizzato per il trasporto delle lingottiere. Questo carro ferroviario veniva utilizzato per movimentare e pesare le lingottiere. Consentiva di ottenere un valore predefinito della tara delle lingottiere e agevolava il controllo della quantità del metallo che veniva colato al loro interno; insieme alla locomotiva è una testimonianza dell'importanza del sistema ferroviario all'interno del contesto industriale urbano, soprattutto per il servizio di collegamento fra i diversi siti cittadini di lavorazione.

Lo Spazio MIL (dove MIL è l'acronimo di Museo dell'Industria e del Lavoro) è un grande edificio in mattoni rossi a vista della prima metà degli anni trenta, un tempo adibito a magazzino ricambi della Breda Siderurgica. È stato ricostruito ed ampliato con una nuova porzione in ferro e cemento. Il complesso si articola su tre navate per uno spazio totale di circa tremila metri quadrati. Ospita spettacoli, mostre ed eventi.

All'interno dello Spazio MIL è ospitato l'archivio Giovanni Sacchi che raccoglie una grande quantità di documenti e modelli del noto designer e progettista sestese. I diversi materiali in archivio sono organizzati in aree predisposte per la loro conservazione e sono impiegati per allestire mostre tematiche temporanee. Nell’archivio è presente anche un'esposizione permanente dedicata all'iter progettuale di alcuni oggetti di design progettati e prodotti nella bottega di Giovanni Sacchi, operativa sino al 1997. È inoltre stato allestito un laboratorio con un'area attrezzata per lo svolgimento di laboratori di modellistica.

L'archivio è curato dalla Fondazione ISEC.

Il grande maglio a vapore è ospitato all'interno dello Spazio MIL. Venne costruito dalla Breda tra il 1910 e il 1920 ed è stato utilizzato fino alla fine degli anni ottanta. Completamente d’acciaio, il maglio veniva impiegato alla Breda Fucine nei lavori di fucinatura a caldo di pezzi di dimensioni ridotte. La grande mazza battente di acciaio poteva sviluppare una forza di millecinquecento chilogrammi per metro quadrato e per il suo funzionamento era necessario l'intervento di due o tre operai. Uno stantuffo a vapore, la cui valvola di alimentazione era manovrata da un operaio, sollevava la grande mazza battente, che veniva in seguito rilasciata e andava ad abbattersi sul pezzo in lavorazione. Il pezzo, di metallo riscaldato, veniva posizionato e tenuto sull’incudine da un altro operaio munito di pinze e riceveva i colpi necessari ad assumere la forma indicata dal disegno. Il peso dell’imponente maglio è di circa quindici tonnellate, per un’altezza di circa 5 metri. È stato donato dalla Metalcam al comune di Sesto San Giovanni.



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