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domenica 30 agosto 2015

CELLULARI INSANGUINATI

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Il termine "coltan" è usato colloquialmente in Africa per riferirsi ad una columbite-tantalite a relativamente alto tenore di tantalio. La miscela estratta in diversi paesi africani è spesso scambiata con armi e altri beni da organizzazioni paramilitari e guerriglieri africani, in particolare nella regione del fiume Congo.

Columbite e tantalite costituiscono una serie isomorfa a causa della mutua vicarianza fra tantalio e niobio nel reticolo cristallino. I termini della serie non sono equamente diffusi in natura, ma vedono prevalente un tenore medio-elevato di niobio (o ossido di niobio) a causa della maggior rarità del tantalio.

I minerali della serie cristallizzano nel sistema rombico, classe di simmetria bipiramidale. Formano cristalli ad habitus prismatico e tabulare, tozzi, opachi, di colore nero o grigio molto scuro, ma si rinvengono più generalmente in aggregati compatti microcristallini dello stesso colore o in concrezioni con samarskite con cui la columbite-tantalite forma delle associazioni regolari.

La columbo-tantalite pur essendo un minerale duro, è molto fragile e tende facilmente a sfaldarsi e disgregarsi formando una polvere nera-rosso bruna. I minerali della serie cristallizzano in ambiente magmatico ipoabissale per lento raffreddamento da un fuso molto ricco in silice e si ritrovano quindi in pegmatiti granitiche, ma tendono ad accumularsi - essendo minerali ferrosi e a causa della loro durezza - in sedimenti alluvionali (con una granulometria sabbiosa data la facile sfaldabilità) formatisi per degradazione delle rocce che li contengono.

La columbite-tantalite è il minerale di estrazione primario del tantalio di cui fornisce la quasi totalità della produzione mondiale e il minerale di estrazione secondario del niobio (dal 10 al 15% della produzione mondiale).

Il niobio si usa nell'industria metallurgica per la preparazione di leghe metalliche con elevato punto di fusione, per aumentare la resistenza alla corrosione in alcuni tipi di acciai inossidabili e, infine, nella preparazione di superconduttori elettromagnetici.



Il coltan è un minerale molto duro, denso, resistentissimo al calore e alla corrosione, essenziale per la produzione dei condensatori di computer portatili, telefoni cellulari, dispositivi video, dispositivi audio digitali, console giochi e sistemi di localizzazione satellitare. Solo per citare alcune delle sue applicazioni più comuni che coinvolgono l’industria leggera, ma è utilizzato anche nel settore aerospaziale e nella tecnologia militare.

Con l'aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Un'area particolarmente interessata è la regione congolese del Kivu (sul confine centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo) e i due stati confinanti, Ruanda e Uganda; gli intermediari che trattano la vendita del coltan in questi due paesi si approvvigionerebbero, infatti, dai giacimenti minerari congolesi.

I proventi del commercio semilegale di coltan (così come di altre risorse naturali pregiate) attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori. Tuttavia, il fatto che gruppi armati o comunque non rappresentanti società statali e industrie, si impossessino del minerale e lo vendano con grossi introiti ad acquirenti principalmente occidentali od asiatici non costituisce di per sé un reato in nessuno dei tre stati interessati, rendendo più controversa la situazione. All'acquisto di columbo-tantalite congolese si sarebbero interessate, come intermediarie, anche organizzazioni criminali europee ed asiatiche dedite al traffico illegale di armi, che verrebbero scambiate con il minerale.

La questione dello sfruttamento incontrollato delle risorse congolesi ha raggiunto un livello di gravità tale da interessare l'ONU che ha pubblicato, nell'ottobre 2002, un rapporto che accusava le compagnie impegnate nello sfruttamento delle risorse naturali del paese africano - tra cui il coltan - di favorire indirettamente il prosieguo della guerra civile. Nell'inchiesta in merito all'acquisto di columbite-tantalite venne coinvolta anche la H.C Starck, una sussidiaria della Bayer che si occupa della raffinazione di metalli di transizione quali il molibdeno, niobio, tantalio, tungsteno e renio e della produzione per il mercato dell'elettronica, dei semiconduttori e dei superconduttori, di parti di precisione in leghe speciali e componenti ceramici.



L’aspetto più inquietante della questione è insito nel fatto che il coltan si estrae dalle miniere del nord-est della Repubblica democratica del Congo, dove si sono combattute diverse guerre per il controllo delle risorse minerarie, che negli ultimi quindici anni sono costate circa cinque milioni di morti.

Per porre fine a queste stragi, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 29 novembre 2010, ha adottato la risoluzione 1952 che richiama gli Stati membri a mettere in atto misure di diligenza ragionevole per conoscere l’origine dei minerali e assicurarsi che il ricavato di quelli importati non vada a beneficio di uomini armati, compresi i militari dell’esercito congolese.

Secondo quanto riporta un rapporto di Global Witness del luglio 2009, i locali percepiscono appena 200 Franchi congolesi (0,18 euro) per ogni chilogrammo di coltan estratto. Sul mercato il prezzo attuale del coltan varia tra i 400 e i 600 dollari al Kg. In alcuni casi, specialmente in quelli in cui vengono impiegati bambini, la paga è giornaliera e comprende un pasto e 100 franchi congolesi (0,09 euro) al giorno.

Uno dei problemi maggiori dello sfruttamento di questo minerale è che contiene una parte di uranio, quindi è radioattivo e spesso viene estratto a mani nude dai minatori congolesi, tra i quali si sono registrati numerosi casi di tumore e impotenza sessuale.

Senza contare che per nutrire questa massa di improvvisati minatori, i cacciatori stanno sterminando la fauna selvatica dei parchi nazionali della zona. In particolare, secondo una denuncia del Wwf, la fauna del Parco nazionale di Kahuzi-Biega e della riserva naturale di Okapi sarebbe a rischio di estinzione a causa dell’estrazione del coltan.

Blood in the Mobile documenta in maniera drammatica come le vittime più numerose del coltan siano proprio i bambini che, grazie alle loro piccole dimensioni, si calano nelle strettissime buche scavate nel terreno ed estraggono le grosse pietre che una volta frantumate daranno il prezioso minerale.

Spesso vengono rapiti dai gestori delle miniere e trasformati in schiavi, in altri casi vengono venduti dalle loro stesse famiglie per pochi dollari, con il medesimo risultato finale.

E’ dunque evidente che quando si parla di coltan insanguinato non si parla solo dei microconflitti regionali per il controllo delle aree minerarie, si parla anche delle migliaia di morti che costa l’estrazione e il trasporto del minerale dalle miniere alle aree di carico.

Infatti anche i portatori, costretti a fare lunghissimi viaggi a piedi in mezzo alla foresta per portare il minerale fino agli aerei cargo, sono spesso vittime di incidenti o semplicemente della stanchezza. Il tutto per la modica cifra di 250 franchi congolesi (0,22 euro) al chilogrammo.

La protesta internazionale ha spinto i principali produttori di telefonini a rassicurare i consumatori che i loro condensatori non contenevano coltan importato dal Congo.

Tuttavia, il rapporto della ong Global Witness testimonia come le multinazionali dell’elettronica non si facciano scrupoli nel comprare il coltan insanguinato per risparmiare qualche dollaro al chilo. Infatti se il mercato ufficiale del prezioso minerale ha prezzi più o meno definiti, quello che si compra sul mercato nero costa circa il 50% in meno.



Senza un serio programma di certificazione delle dichiarazioni dei produttori non c’è modo per i consumatori di sapere da dove arrivi il coltan dei loro telefonini, soprattutto alla luce del fatto che stime attendibili indicano che nel Congo Kinshasa vi siano l’80% delle riserve mondiali.

L’approvazione di un protocollo di controllo della provenienza del coltan, congeniato sulla falsariga di quello di Kimberley per i diamanti, potrebbe contribuire sensibilmente a interrompere la spirale di violenza nella Repubblica democratica del Congo, legata al controllo delle miniere di coltan. Forse, però, anche a causa dell’ostracismo delle potenti lobby dell’elettronica, l’approvazione della proposta continua a slittare di anno in anno.

Si stima che ogni chilo di Coltan che viene estratto costi la vita di due bambini, molti dei quali muoiono a causa di frane. Altre gravi conseguenze sono migliaia di spostamenti forzati, migliaia di civili fuggiti dalle loro case, milioni di rifugiati, violazione dei diritti fondamentali di anziani, donne e ragazze. I lavoratori del Coltan smettono di coltivare la loro terra, lavorano dall’alba al tramonto, e dormono e mangiano nella zona selvagge di montagna. Non sono solo gli uomini a subire le conseguenze dell’estrazione del Coltan. Per estrarre il Coltan del Congo si sono invasi i parchi nazionali. La popolazione degli elefanti è scesa dell’80%. La popolazione di gorilla è diminuita del 90%.

A questo punto dobbiamo chiederci se abbiamo davvero bisogno di un telefono nuovo ogni anno. Abbiamo davvero bisogno di consumare così tanto? Vale la pena finanziare con i nostri consumi la politica dell’usa e getta? Potremmo condividere i telefoni che non usiamo magari lasciandolo nei punti di riciclaggio, o se non esistono nella nostra comunità, creandoli.





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martedì 4 agosto 2015

COLLIO




Collio  è un comune dell'alta Val Trompia.

Il territorio di Collio è prevalentemente montuoso. Il suo bellissimo paesaggio permette di far delle stupende passeggiate ammirando il favoloso panorama che si presenta. Nel mezzo del paese scorre l'affluente del fiume Mella, il Bavorgo. Collio si trova a 1000 m s.l.m e ha cinque frazioni: San Colombano, Memmo, Ivino, Tizio e Serramando.

Interessante è anche l'aspetto geologico.Il suolo montuoso e costituito da calcari e dolomiti del Muschel Kalk che possono essere usati come calce e offrono grandi varietà di marmi grigi, scuri, variegati e picchiettati. Vi si trovano anche porfidi e serpentini.

Già in epoca romana Collio era molto importante per l'estrazione dei metalli, sono ancora presenti resti di edifici che vennero utilizzati dai minatori. Era usata come prigione dove i romani facevano estrarre i minerali secondo i lavori forzati.

Nell'alto medioevo fu soggetta fin dall'epoca longobarda all'abbazia di San Colombano, che vi fondò una chiesa dedicata al santo monaco irlandese San Colombano nella frazione che ne ha ripreso il nome. Successivamente passò alle dipendenze del Monastero di San Faustino Maggiore di Brescia.

Inserito nel cantone del Mella con la legge del 1 maggio 1797, passò nel distretto delle Miniere per effetto della legge del 2 maggio 1798, venendo incluso nel distretto delle Armi ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno; con la legge del 13 maggio 1801 venne incorporato nel distretto I, di Brescia, per fare poi parte del cantone VI di Bovegno del distretto I di Brescia con la legge dell’8 giugno 1805. Per effetto delle modifiche apportate dalla legge sulla concentrazione dei comuni del 4 novembre 1809, venne incluso nel cantone VIII di Bovegno del distretto I di Brescia.
Nel 1797 è citato come Collio S. Colombano e Memmo, poi sempre Collio. Sul piano istituzionale, in osservanza della legge del 24 luglio 1802 ed in virtù dei 1599 abitanti, venne classificato nella terza classe dalla citata legge 8 giugno 1805.

Venne incluso nel distretto VII di Bovegno per effetto della legge del 12 febbraio 1816 fino al 23 giugno 1853 quando il distretto fu soppresso ed il comune venne unito al distretto di Gardone (Val Trompia).

Il santuario di San Rocco, magnifico esempio di chiesa ‘ a sala’ di tradizione lombarda, venne eretto su una primitiva cappella dedicata ai Santi Sebastiano e Rocco, invocati a protezione degli appestati.
Questo primo edificio, forse fondato per pubblico voto in seguito alla peste del 1474, occupava probabilmente l’attuale presbiterio.
Con ogni probabilità grazie ad un’attiva confraternita vennero intraprese nel 1574 delle opere di ampliamento, incrementate anche in occasione di una nuova pestilenza fra il 1575 e il 1577.
L’impianto architettonico, dalla severa volumetria, mantiene quei caratteri di voluta arcaicità che spesso si ritrovano nelle chiese lombarde tra il ‘300 ed il ‘500: tipica è la cornice di gronda dell’abside con sottili archi in cotto di gusto gotico.
Singolare eccezione nell’architettura valligiana è invece il bellissimo portale a strombo, in stile romanico, in cui compare un’iscrizione voluta dai committenti dei lavori d’ampliamento: il comune di Collio e la Società del Medolo di Valdardo, associazione di minatori attiva durante il XVI secolo.
Dal 1580 (anno in cui venne completato l’edificio) e per tutto il secolo successivo la chiesa si arricchì di affreschi, che compaiono soprattutto nei tre catini absidali.

Di proprietà dell’archivio parrocchiale di Collio è il prezioso codice del 1523, contenente la «maregola dela fraternita et schola deli gloriosi Sancto Antonio et San Faustin e San Jovita» di Memmo, adornato da due preziose miniature dovute ad un artista collegato a Floriano Ferramola.
La “mariegola” è una raccolta di leggi che formano lo statuto di una particolare confraternita religiosa.
La piccola Confraternita di Memmo, fondata il 25 marzo 1523, è una delle poche intitolate, oltre che a S.Antonio Abate, anche ai santi Fustino e Giovita patroni di Brescia.
Documenta puntualmente le due miniature che impreziosiscono il codicetto della “Regola”, di proprietà della Parrocchia, attualmente in prestito al museo Diocesano.
La prima miniatura rappresenta Cristo crocifisso, la Madonna e S. Giovanni Evangelista.
Nel riquadro inferiore, disposto in senso orizzontale si riconoscono i due santi Sebastiano e Rocco, invocati contro epidemie e pestilenze.
La seconda miniatura raffigura al centro S. Antonio abate e ai lati i co-patroni Faustino e Giovita.
Nella scena inferiore è rappresento un episodio delle leggendarie “tentazioni di S. Antonio”:
Le due miniature sono di fattura piacevole e di un certo valore decorativo e possono considerarsi fra gli ultimi prodotti della miniatura in territorio bresciano. Sono attribuibili ad un artista collegato allo stile di Floriano Ferramola.

Il centro del comune è rappresentato dalla piazza sulla quale sia affacciano il Palazzo Municipale che risale al 1600.
La chiesa Parrocchiale di Collio dedicata ai SS. Nazario e Celso, è del 1700 e fu probabilmente riorientata portando l’entrata verso la strada. Appena poco più in alto, a dominare su Collio, c’è Tizio, paesello che domina Collio con il santuario della Madonna.
Da Tizio poi si procede verso Ivino, immerso in una conca di prati. Memmo, un’altra frazione di Collio, è uno dei centri abitati più antichi della Valtrompia ed ospita quello che a fine Ottocento fu l’osservatorio meteorologico. Proseguendo dopo Collio, si giunge alla fonte Busana, un tempo famosa.

Si prosegue verso S. Colombano, anch’esso centro di villeggiatura di crescente richiamo. Costeggiato da un torrente che confluisce nel Mella, si trova in una piccola conca che risale attraverso un susseguirsi di prati. Qui si è conservato un dialetto diverso rispetto a quello di Collio ed ancor di più diverso rispetto a quello della Valle. Anche altre tradizioni sono state conservate, come il falò che viene acceso il giorno dei morti, per consentire ai defunti di riscaldarsi in quella giornata. Da S. Colombano ha inizio la strada che conduce al Passo Maniva.

La Miniera S.Aloisio nasce come aggregazione di vicine concessioni: Valdardo, S.Marco, Prato e Cavallaro.
La società della Galleria S.Aloisio Nuova iniziò i lavori della galleria (ne esisteva una "vecchia" di cui non si ha traccia) nel 1819; essa costituiva "la galleria di ribasso" (cioè di scolo delle acque) per i cunicoli superiori, sopraccitati.
Tale operazione di aggregazione avvenne nel 1870. Fra il 1885 e il 1886 la società degli Altiforni Fonderie ed Acciaierie di Terni acquisì la concessione e la mantenne fino al 1936, anno in cui venne ceduta alla società Tassara che fece conoscere alla miniera il periodo di massimo splendore.
Tutto quello che vediamo oggi venne realizzato a partire da quegli anni. La Miniera S.Aloisio - Tassara costituì la più estesa concessione mineraria di siderite della Valle Trompia.
Essa fu l'ultima miniera di ferro triumplina ad essere fermata nel 1985 e raggiunse uno sviluppo complessivo, organizzato su diversi piani collegati tra loro da fornelli e rimonte, di alcune decine di chilometri
Nel 2003 è stato inaugurato il Percorso Miniera Avventura, il primo e unico percorso in Europa allestito in un luogo legato all'attività mineraria, dove è  importante sapere gestire il proprio corpo concilia così divertimento e cultura.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/07/la-val-trompia.html





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giovedì 16 luglio 2015

SCHILPARIO



Schilpario è un comune della provincia di Bergamo, situato in cima alla Valle di Scalve, fa parte della Comunità Montana di Scalve.

Inserito in un contesto naturalistico di grande livello, il paese sta sempre più sfruttando questa sua posizione per trarne i benefici dati dal turismo. Il tutto senza snaturare le peculiarità ambientali che hanno caratterizzato la sua esistenza. In tal senso si sta addirittura cercando di rivalutare la storia, ed offrirla ai visitatori.

La magnifica valle dei Campelli, con le sue cime rocciose, permette di godere di panorami mozzafiato, grazie alla fitta rete di sentieri adatti ad ogni tipo di escursionista, che conducono sulle vette dei monti; la superba abetaia, all’interno della quale  si estendono i dieci chilometri della Pista di fondo degli Abeti, che da sempre ospita di alto livello agonistico e grazie all’ottima posizione garantisce un buon innevamento da Dicembre ad Aprile; la valle di Epolo, con il suo Pizzo Camino e la Corna Busa oltre che offrire la possibilità di fare delle belle escursioni estive, nei mesi invernali si trasforma in una pista di discesa.

L’origine del borgo, intesa come insediamento stabile, risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco presenti nella zona.

Tuttavia pare che nella zona fossero già presenti piccole tribù di Galli Cenomani, come testimonia un masso, sito in località Pià Sèrsegn, che si pensa fosse utilizzato dai druidi per i riti magici. Non è però dato sapere se vi fossero insediamenti stabili o se la zona venisse utilizzata solo occasionalmente per tali riti.

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell’Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Schilpario mantenne i privilegi conquistati precedentemente, ma venne aggregato nella Comunità grande di Scalve.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale.

Barzesto e Pradella con la circoscrizione territoriale corrispondente alle rispettive parrocchie, le due comunità sono registrate distintamente solo nel Prospetto di divisione del territorio bergamasco del 1797. Nel marzo 1798 vengono aggregate a Vilmaggiore e con la compartimentazione territoriale del 1805 vengono accorpate a Schilpario.

L’economia di Schilpario, fin dai tempi antichi si è basata su due attività: l’estrazione mineraria e lo sfruttamento della terra e del bestiame. Le caratteristiche di questi due ambiti lavorativi sono custodite all’interno del Museo della miniera e del Museo Etnografico, quest’ultimo ricavato nell’edificio del vecchio mulino, che conserva sul fiume , la ruota della macina, ancora funzionante.

La Val di Scalve fu in passato uno dei principali poli minerari per l’estrazione di siderite (carbonato di ferro); l’attività estrattiva si sviluppò per molti secoli segnando la storia, la cultura e l’economia della valle.
La vena del minerale era individuata negli affioramenti che erano posti a oltre 2000 metri di quota, si scavava scendendo nel cuore della montagna attraverso stretti accessi chiamati “bocche”. Da lì i “purtì”, ragazzi dagli 11 ai 15 anni, scendevano sino all’interno della miniera, dove il minerale, scavato e scelto, veniva caricato dentro le caratteristiche gerle.
L’attività di fusione del minerale, prodotta con carbone di legna, avveniva nei forni fusori; questa lavorazione, iniziata molti secoli addietro, si perfezionò nel tempo e durò sino al 1953. negli anni seguenti, l’attività mineraria fu di sola estrazione e nel 1972 anche questa cessò definitivamente, segnando la fine di un’epoca e di una tradizione economico mineraria.

La cooperativa Ski Mine, con lo scopo di trasmettere la memoria di ciò che è stato del passato, ha realizzato un percorso museale all’interno della miniera Berbera, la cui galleria è posta a 1374 metri di quota.
Questo primo percorso, inserito nell’ambito del Parco Minerario A. Bonicelli, è attrezzato con illuminazione elettrica, oggetti e utensili usati nella miniera, ferrovia originale con vagonetti e documentazione fotografica d’epoca.

Il Centro Minerario, ubicato in località Fondi a circa 3 Km da Schilpario, nel cuore dell’Abetaia, consente di visitare alcuni tratti dei 60 Km di gallerie che caratterizzano l’esistenza dell’antico centro minerario.
Visitare questi percorsi messi in sicurezza e accompagnati da guide competenti offre la possibilità di verificare direttamente la cruda realtà che riporta alla fatica e al rischio di questo duro lavoro, nel quale si sono cimentate intere generazioni di scalvini.
Le tematiche sviluppate nell’ambito delle visite guidate sono le seguenti: Geologia, valenza della miniera per l’umanità, vicende storiche e umane dell’economia mineraria della Valle di Scalve, metodi di estrazione, elementi e minerali, lavoro minorile, l’illuminazione del lavoro in miniera, l’arricchimento e la fusione dei minerali, il ferro e l’acciaio nella storia, i colori e le peculiarità della miniera.

Le visite guidate si svolgono sia in sotterraneo che in superficie. Esistono attualmente tre percorsi visitabili in sotterraneo parte a mezzo di trenini minerari, parte a piedi: il gruppo di miniere denominate “Stentada-Bèrbera”, “Spiazzo-Gaffione” e il cantiere “Gaffiona” individuata per laboratorio mineralogico. Queste cave sono percorribili sia a piedi che a bordo di trenini minerari. Il percorso esterno è denominato “Sentiero delle miniere”.
L’escursione al Parco Minerario non si esaurisce con la visita ai sotterranei, ma da’ la possibilità di vedere all’opera il lavoro prodotto da un maglio dell’Ottocento. In un edificio recentemente ristrutturato ed adibitto a museo è possibile osservare la collezione di lampade da miniera risalenti all’epoca romana oltre a quelle di più recente utilizzo.
Per i più atletici c’è anche la possibilità di risalire il sentiero delle miniere che da’ l’opportunità di scoprire alcuni importanti reperti archeologici legati alla politica estrattiva.

Il principale scopo del museo etnografico è di conservare il patrimonio storico e culturale della realtà della Valle di Scalve. Nel contempo esso ha la sua ragion d’essere nella volontà di tramandare alle nuove generazioni la memoria storica relativa agli usi e costumi degli abitanti dello stesso luogo. L’attenzione è quella di non sganciare i reperti  dall’ambiente di riferimento ma di mantenere con questo uno stretto legame, di lanciare ponti e collegamenti tra il museo e le altre realtà presenti sul territorio atte alla trasmissione di ciò che è stato. Lo stesso è stato allestito nel 1986 ma già negli anni ’70 era stata espressa la volontà da parte del Comune di rilevarne la struttura per poi realizzarlo. Le attrezzature, i documenti e gli oggetti custoditi al suo interno sono stati raccolti da volontari e riguardano attività lavorative antecedenti gli anni ’50 e ’60.

Vi sono poi riferimenti all’emigrazione, fenomeno particolarmente acuto in Valle negli anni che  vanno dal 1890 al 1920, e reperti relativi alla vita quotidiana e familiare.

Importante è sottolineare la presenza di un telaio con cui un tempo si tesseva la tela, di un mulino con cui si produceva la farina, di una macina e di un torchio per la produzione dell’olio di lino, utilizzato come combustibile nelle lampade, come alimento e come medicinale.

Sul fianco sud-ovest della parrocchiale di Schilpario è presente la chiesa di S. Rocco, mai consacrata, che ospita il Museo di arte sacra, voluto in tempi recenti da Don Stefano Ravasio. I due ambienti, un tempo, erano in comunicazione e, solo successivamente, la porta che li collegava venne murata, con il restauro voluto da don Antonio Zucchelli di Ardesio nel 1981, affidato al Gervasoni di Zogno.
All’interno si conserva una pregevole statua in legno collocata in una nicchia, opera della bottega Fantoni di Rovetta.  All’esterno vi è una lapide con un’iscrizione dedicata a Simon Pietro Grassi, grande sacerdote di Schilpario, vescovo di Tortona, sepolto a Verdello che è stata collocata lì sempre con il restauro degli anni ’80.

L’allestimento raggruppa numerosi oggetti risalenti agli ultimi quattro secoli e in massima parte ancora utilizzati nella liturgia odierna e permette di cogliere la continuità con i nostri avi grazie al cambiamento delle usanze liturgiche, consentendo al visitatore di cogliere il cammino percorso dalla Chiesa.

Innanzitutto notiamo gli ex-voto (quadretti fatti realizzare come ringraziamento per una grazia ricevuta), poi il catafalco, i paramenti, dei calici e i primi lavori di Tomaso Pizio rappresentanti dei chierichetti.

Tra gli oggetti custoditi, molto importanti, soprattutto dal punto di vista affettivo, sono quelli appartenuti ad alcuni grandi teologi nativi di Schilpario. Il più illustre è il Cardinal Angelo Maj, lo "scopritor famoso", sommo paleografo al quale è stata dedicata una poesia da Giacomo Leopardi ed il cui nome è legato alla piazza centrale del paese.

Il museo dei minerali e dei fossili ha sede presso l’hotel San Marco nella frazione di Pradella a 2 km da Schilpario ed è il frutto della passione del ricercatore. In Questo interessante percorso espositivo, allestito in un unico grande locale, il visitatore ha la possibilità di vedere in ordinate bacheche tutti i minerali e fossili esistenti in Valle e di Ripercorrere la vita della vallata e della montagna nel corso della loro formazione.
La Collezione Pizio non offre solo campioni pregiati trovati in Val di Scalve, ma anche in altre realtà minerarie come la Svizzera, La Valle d’Aosta, la zona del Monte Bianco, L’Isola d’Elba e la Sardegna, e consente di ammirare minerali provenienti da tutto il mondo, acquisitia anche grazie ad un intenso lavoro di scambio effettuato con altri ricercatori.

Particolarmente interessanti per rarità e bellezza sono i cristalli di aragonite di Schilpario, la fluorite di Zogno, la malachite, l’azzurrite, e la cuprite con rame nativo dei Campellie suggestivo è il modo con il quale l’espositore è riuscito a valorizzare, grazie ad effetti ottici, la bellezza di aluni minerali fluorescenti. Tra i fossili raccolti soprattutto in Presolana e nella zona di Schilpario arricchisce la mostra la presenza di un nautiloide, unico del suo genere, di 240 milioni di anni fa.

La parrocchiale di Schilpario dedicata a Sant'Antonio da Padova sorge nello stesso luogo in cui fu costruita, nel 1338, la prima chiesa parrocchiale di Schilpario, anch’essa dedicata a S. Antonio da Padova. L’imponente chiese attuale è il risultato delle varie opere realizzate tra il 1664 e il 1682.
La facciata, rivolta ad ovest, con timpano sopraelevato, è abbellita da una finestra trifora e da un portale in marmo occhialino.
La costruzione del campanile iniziò nel 1664, data incisa sull’architrave della piccola porta d’ingresso al campanile sulla cui sommità, a circa 42 metri di altezza, è stata collocata la statua di S. Antonio da Padova.

All’interno sei cappelle laterali sono impreziosite da dipinti dei pittori clusonesi Carpinoni, Cifrondi e Querela.
L’altare maggiore ha intarsi marmorei raffinati e sculture di scuola fantoniana. Nella navata maggiore è collocato il monumento al celebre cittadino schilapariese Cardinale Angelo May, opera del Benzoni.

Schilpario nel tempo ha dato alla luce diversi personaggi illustri. La conformazione paesaggistica è stata la palestra naturale dei diversi sciatori che hanno portato in alto il nome del paese, ma un ricordo speciale va a Mons. Andrea Spada, famoso e storico direttore dell’Eco di Bergamo, e al Cardinal Angelo Maj, cantato da Giacomo Leopardi e al quale sono stati intitolati edifici e vie.

Famoso per gli sport invernali, primo fra tutti, lo sci nordico, Schilpario offre agli appassionati del fondo il complesso della Pista degli Abeti, una serie di tracciati nel cuore della pineta e che in estate si trasforma in una deliziosa passeggiata attrezzata con un percorso vita.

La pista di sci di fondo si snoda lungo la pineta appena fuori dal paese; l'anello totale di 10 Km è ricco di ponticelli in legno che attraversano il fiume Dezzo e presenta caratteristiche che non temono confronti con altre piste sia per l'aspetto competitivo-agonistico sia per coloro che affronteranno in modo turistico questa emozionante disciplina sportiva.

Nei boschi adiacenti il Comune di Schilpario, si snoda un percorso di ben 34 km con un dislivello di circa 1250 m che potrà essere percorsa da tutti gli appassionati di Mountain Bike.

Questo percorso ricalca per intero il tracciato della ormai nota gara di “Ruote Grasse”  che si svolge a Settembre ormai da alcuni anni.

Un’escursione di grande effetto è quella che vi porterà alla “Corna Busa".

Un agglomerato granitico scavato dalle intemperie e dalla forza della natura situato in cima a un dosso dal quale si può godere di una vista mozzafiato il massiccio del Pizzo Camino e la catena dei Campelli, una parte della Valle di Scalve e  la parte montuosa che guarda nella Valle di Lozio.

Si può giungere alla Corna Busa tramite il sentiero che attraversa la Malga di Epolo, oppure attraverso la strada che porta alla malga di Val di Voglia.

Nella foresta che circonda Schilpario si possono scoprire meraviglie naturalistiche. Una di queste è la Cascata del Vò, a pochi passi dall’abitato. Un tuffo di 25 metri del torrente Vò che si butta nel fiume Dezzo.

Si parte dalla località Vò e si sale lungo il sentiero che porta alla malga di Venano, dopo circa 20 minuti di cammino si giunge alla bellissima cascata.

Se si vuole fare un percorso alternativo, si può partire dalla mulattiera che sale dalla frazione di Ronco, si passa attraverso una radura nella quale è posizionato l’antico altare druidico, e si giunge anche da qui alla cascata.



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mercoledì 15 luglio 2015

COLERE

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Colere è composto da numerose frazioni e situato sulla destra orografica del torrente Dezzo, in Val di Scalve.

L’origine del borgo origine risale al periodo della dominazione romana, quando venivano utilizzate le grandi risorse minerarie di ferro e zinco della zona. Tale tesi è suffragata da ritrovamenti avvenuti nella contrada Carbonera, che attestano l’esistenza di piccoli insediamenti.

Alcune leggende narrano di una cruenta battaglia avvenuta in queste zone, sulle pendici della Presolana, tra i Romani stessi ed il popolo degli Alani per il controllo della zona.

I secoli successivi videro il borgo passare sotto il controllo del Sacro Romano Impero guidato da Carlo Magno, che donò l’intera zona ai monaci di Tours. Questi successivamente la permutarono in favore del Vescovo di Bergamo, il quale diede investitura feudale ai Capitani di Scalve.

Questi ultimi furono di fatto esautorati dalla costituzione dell'Universitas di Scalve, una piccola istituzione feudale molto simile ad una repubblica, che garantiva grandi privilegi agli abitanti ed un’autonomia al limite dell’indipendenza. Questa garantiva l’esenzione del servizio militare, libertà di caccia e pesca, nonché sgravi fiscali e la possibilità di sfruttamento delle miniere presenti in zona.

Con il passaggio alla Repubblica di Venezia, avvenuto nel XV secolo, Colere mantenne i privilegi conquistati precedentemente, ma venne aggregato nella Comunità grande di Scalve.

Soltanto nel 1797, con la fine della Serenissima e l’avvento della Repubblica Cisalpina, acquisì la propria autonomia comunale, inglobando nei propri confini anche la parte della contrada di Dezzo posta alla destra dell’omonimo torrente ed il borgo di Teveno.

Lo status di comune durò poco più di un decennio, dopodiché venne nuovamente accorpato alla Repubblica di Scalve con sede di Vilminore, unitamente al vicino borgo di Azzone.

La fine della dominazione francese ebbe ripercussioni anche sulle piccole comunità scalvine che riaquisirono la propria autonomia, anche con le nuove delimitazioni territoriali: Colere perse Teveno.

Con l'attivazione dei comuni della provincia di Bergamo, in base al compartimento territoriale del regno lombardo-veneto, venne collocato, con 417 abitanti, nel distretto XIV di Clusone; fu confermato nel medesimo distretto in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde. Nel 1853 fu inserito nel distretto XVI; a quella data era comune, con convocato generale, di 588 abitanti.

In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Colere con 584 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri fu incluso nel mandamento I di Clusone, circondario III di Clusone, provincia di Bergamo. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 677 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nel mandamento di Vilminore, circondario di Clusone e provincia di Bergamo. Popolazione residente nel comune: abitanti 711 (Censimento 1871); abitanti 787 (Censimento 1881); abitanti 766 (Censimento 1901); abitanti 964 (Censimento 1911); abitanti 1.008 (Censimento 1921). Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Clusone della provincia di Bergamo. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestà.

Questa situazione durò fino al 1927, anno in cui il regime fascista fece una grande opera di accorpamento tra parecchi comuni del regno d’Italia. Fu il caso anche di Colere, che si trovò nuovamente unito ad Azzone, con la denominazione di Dezzo di Scalve.

Soltanto nell’immediato dopoguerra, precisamente nel 1947, i comuni si separarono definitivamente, con Dezzo nuovamente relegato a ruolo di frazione, diviso a metà tra Colere ed Azzone.

Attualmente Colere fa parte della Comunità Montana di Scalve, composta dai Comuni di Azzone, Colere, Schilpario e Vilminore di Scalve.

Il Comune abbraccia le frazioni di Cantoniera della Presolana, Albarete, Valle Sponda, Castello, Valle Richetti, Carbonera, Valzella, Dezzo di Scalve.

L’origine del nome Colere è avvolto da un alone di mistero.
Diverse sono infatti le ipotesi sulla genesi della sua denominazione:
Correnti di pensiero sostengono che il nome Colere derivi dalla radice Indoeuropea KWEL che significa coltivazione, proprio perchè i primi abitanti basavano la loro sussistenza sulle attività connesse all’agricoltura prettamente montana.
Un’altra interpretazione è strettamente legata all’attività di estrazione mineraria da dove deriverebbe il nome CARBONERA.
La terza è sostenuta dal geografo Nangeroni il quale legherebbe il nome Colere alla denominazione scientifica delle piante di nocciolo ovvero CORYLUSAVELLANA di cui i boschi circostanti son particolarmente ricchi.

Le miniere erano molto importanti perchè rappresentavano l’unico posto di lavoro dal quale i residenti guadagnavano un modesto salario per sfamare le famiglie. Nelle miniere di Schilpario si estraeva la siderite, mentre nelle miniere di Colere si estraeva la flourite. Oggi, quest’ultime non sono più in funzione, ma prossima sarà la loro apertura, grazie alla società che gestisce il parco minerario “A.Bonicelli” di Schilpario.
Possono essere visitate da chi vuol rivivere quella drammatica situazione di lavoro caratterizzata da moltissimi minatori morti di silicosi (malattia che colpisce i polmoni a causa della continua esalazione di polvere).

A Colere ogni angolo, anche nelle frazioni, parla di un profondo amore dei suoi abitanti per la montagna: a Magnone, per esempio, oltre all'antico idolo pagano si può ammirare il panorama incantevole di tutta la Valle di Scalve, immersa nella sua verde conca alpina; l'ambiente è incontaminato e la prorompente bellezza della natura è sempre la caratteristica principale di ogni veduta. La frazione Magnone sembra aver preso il nome dal passaggio in loco di Carlo Magno con le sue truppe. Nella zona del Gromo, dove esiste un piccolo pittoresco borgo storico, si trova anche il Cesulì, antica parrocchiale del paese risalente al 1600 circa, posta su una piccola altura panoramica. Da Colere si può partire per moltissime escursioni trekking: il Rifugio Albani, posto a 1939 mt., oltre ad una vista incantevole, offre un valido punto di arrivo o di partenza per chi ama scoprire le Orobie; per gli appassionati della corda, si possono fare ascensioni in parete di varie difficoltà, sulle numerosissime vie della parete nord della Presolana. Gli impianti sciistici sono rinomati da diversi anni non solo per le kilometriche piste innevate fino a primavera inoltrata, ma anche per l'incomparabile bellezza del paesaggio in quota: cime rocciose e ripidi pendii fanno di Colere uno dei paesi più attraenti di tutto l'arco alpino bergamasco. Sopra il paese, inserita nella cresta della Presolana Orientale, spicca la composizione rocciosa delle quattro Matte a cui è legata un'antichissima leggenda che ancora affascina e sorprende. Una ricca flora montana, impreziosita anche da parecchie specie rare e una notevole varietà di piante e arbusti caratterizzano da sempre la Valle di Scalve, la cui vita economica del passato è stata strettamente legata alla presenza massiccia di aree boschive che ancora oggi conferiscono un aspetto affascinante alla Valle di Scalve. Ogni cosa in questa piccola valle parla esplicitamente dello stretto legame che unisce la  vita della gente scalvina alla montagna,  e che  ancora si manifesta nel rispetto quasi integrale dei ritmi naturali che qui si impongono.

Sul luogo dove si trova il celeberrimo Santuario della Madonnina, a 500 metri dal Dezzo salendo verso Schilpario, pare esistesse fin dal Quattrocento una modesta cappella molto venerata.

Un povero pastore di Borno, Bartolomeo Burat, era giunto faticosamente con il suo gregge in Val di Scalve. Il povero uomo, ammalato di tubercolosi, la mattina del 2 luglio 1654 si era spinto, camminando faticosamente, sino al Dezzo, in località Fontane, dove si trovavano una sorgente e una piccola cappella dedicata alla Madonna.
Mentre le pecore si abbeveravano, il pastore fissò l'immagine della Vergine pregando e cercando la forza per continuare. Fu colpito da un forte attacco tanto che credette di morire. Improvvisamente apparve, avvolta da una forte luce, una maestosa Signora che, immersa la mano nella fontana, toccò la fronte di Bartolomeo e scomparve. Il pastore si sentì subito perfettamente guarito e per la gioia gridò al miracolo. La notizia dell'apparizione prodigiosa si velocemente. I pellegrini vennero alla santella da ogni parte per pregare e chiedere grazie.

Il Cesuli piccolo gioiello quattrocentesco, reca inciso nel portale la data 1585, mentre il campanile sembra risalire al 1619. Presenta nell'abside tracce di affreschi del tardo '400. Il terreno circostante all'antica chiesa parrocchiale posta su una piccola altura, fu destinato, secoli fa, anche a luogo di sepoltura. Abilmente restaurata nel 1980 dal Gruppo Alpini locale, si presenta oggi con tutta la sua straordinaria semplicità, quale unico significativo monumento architettonico locale giunto fino a noi.

La Chiesa di San Michele in Valle Sponda è piuttosto antica: ci sono tracce della sua esistenza già nel 1576. Dedicata al'Arcangelo San Michele, è stata accuratamente restaurata e può essere considerata un piccolo gioiello locale.

La nuova parrocchia di Colere dedicata a San Bartolomeo venne costruita nel 1788, data incisa nell’architrave della porta centrale, dopo circa mezzo secolo di dispute e liti tra gli abitanti delle varie contrade per decidere se ristrutturare la vecchia chiesa o procedere ad una nuova costruzione.

Il Campanile venne completato tra il 1870 e il 1879 grazie alla tenacia del parroco Don Zaverio Cesari che dovette scontrarsi con non poche contraddizioni. Resta a testimonianza di ciò la pietra incastonata nel primo tratto del campanile riportante l’incisione I.M.A.C. “IN MEZZO ALLE CONTRADDIZIONI”

La Parrocchiale sorge praticamente nel centro del Paese ed è una delle più belle chiese di tutta la Valle per linee e temperanza degli stucchi.

La festa patronale in onore di San Bartolomeo è ancora oggi molto sentita. Celebrazioni solenni, la processione con la statua del santo per le vie del paese, i tradizionali botti e la fiera la rendono una giornata “speciale”.

Il nome – via Mala – dice già molto. E ripercorrendo questo antico tracciato (esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatto tra il 1473 e il 1827) che collega la valle di Scalve alla Valcamonica, lungo la valle del Dezzo, la conferma arriva puntuale: i vertiginosi precipizi che terrorizzavano i viaggiatori del passato lasciano tuttora senza fiato, e anche se le auto utilizzano una nuova strada, quasi interamente in galleria, il vecchio itinerario può essere tranquillamente ripercorso. Si può, volendo, affrontare anche dal basso e cioè lungo il sentiero sul fondo della gola. Qui i precipizi si trasformano in pareti alte fino a 500 metri. E lo spettacolo è ugualmente suggestivo con un ponte osservatorio sulla stessa gola che ne è diventato il simbolo.

Tra le arterie panoramiche delle Alpi la Via Mala bergamasca detiene infatti un primato di spettacolarità che la colloca quasi alla pari con un’altra Via Mala molto più celebre. Si tratta della strada che collega Zillis, nel cantone svizzero dei Grigioni, capoluogo della valle dello Schons, e la cittadina di Thusis. Arteria antichissima, esisteva già nell’Alto Medioevo e venne rifatta nel 1473 e nel 1827.

La suggestiva grotta del ghiaccio, è così chiamata per la presenza, in ogni periodo dell’anno, di uno strato di ghiaccio che ne ostruisce l’ingresso.

Tutto il territorio fa parte del parco delle Orobie Bergamasche e vigono rigide normative per la salvaguardia della flora e della fauna.

Rinomato per le piste da sci in inverno e per le innumerevoli escursioni in estate, il borgo è stato recentemente interessato da un boom del turismo che ha di fatto modificato la vita degli abitanti stessi, da sempre dediti alla pastorizia ed all’agricoltura.

Le pendici della Presolana e del Monte Ferrante, esposte a nord, garantiscono un innevamento duraturo, permettendo talvolta la pratica di sport invernali (pattinaggio su ghiaccio, sci alpino e nordico) fino all’inizio della primavera, mentre nei mesi più caldi sono un’ottima palestra per arrampicatori ed appassionati di trekking.

Dal paese si può giungere, attraverso vari sentieri, abbastanza facili, al Rifugio Luigi Albani, inserito nel Sentiero delle Orobie orientali.

Fino agli anni 1970 la principale attività era quella estrattiva, con miniere di blenda e fluorite, risalente ai romani. Si insediarono aziende italiane e francesi, fino all'arrivo della Montedison e poi dell'EGAM (ente minerario dell'Eni).

Negli anni '70 del secolo XX l'Amministrazione Comunale realizzò una piccola area industriale, la prima della Lombardia in area montana, con indediamento di attività artigianali nel settore della meccanica e di collanti. Furono altresì ristrutturate le vecchie laverie del minerale, ricavandone locali per l'insediamento di Cooperative del settore dell'abbigliamento. Nel 2010 fu realizzato anche un Ecomuseo della Presolana, con una raccolta di reperti minerari e della montagna locale.

Tra i principali eventi sportivi che hanno interessato il paese, è d'obbligo segnalare l'arrivo della 19ª tappa del Giro d'Italia 2004,il 29 maggio 2004. L'arrivo, posto al Passo della Presolana, ha visto la vittoria di Stefano Garzelli.

Colere è la principale località sciistica della Val di Scalve. Le piste di sci di Colere, situate sotto la parete nord della Presolana, si affacciano sulla Val di Scalve ed il Pizzo Camino, coprendo un dislivello di ben 1200 metri e godono di un'esposizione che permette alla neve di mantenere un'ottima qualità durante tutta la stagione. L'auspicato collegamento con la val Seriana (stazione sciistica di Lizzola) potrebbe portare alla creazione di un unico polo turistico con evidenti vantaggi sull'economia di entrambe le valli. Le piste hanno ospitato varie edizioni dei Campionati Italiani Assoluti di Sci Alpino.

Colere ha ospitato anche alcune edizioni dei campionati italiani di sci alpinismo.

Inoltre, dal 22 al 25 marzo 2006, si sono svolti i Campionati Italiani di Snow-Board.

Dal 2007 tutti gli anni verso la fine di giugno viene organizzata una gara podistica in salita verso il Rifugio Luigi Albani di circa 5,2 km ma con 900 metri di dislivello.

La parete nord della Presolana è meta ambita e molto conosciuta da chi pratica l'arrampicata.



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giovedì 19 marzo 2015

LE MINIERE DI GORNO VAL DEL RISO

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Gorno e la Val del Riso ed i suoi abitanti sono stati da secoli caratterizzati dalla presenza delle miniere sul proprio territorio. Il suono della sirena e la luce della lampada del minatore (la "centilena").

Per anni e anni i ritmi delle giornate delle famiglie di Gorno sono stati scanditi dalla presenza dell'attività mineraria integrandosi nell'altra attività altrettanto secolare rappresentrata dall'allevamento di animali e di coltivazione della terra per quanto e come il territorio montano e prealpino lo abbia concesso.

L’Ecomuseo delle Miniere di Gorno - il viaggio dello zinco tra alpeggi e miniere - nasce in primo luogo con l’intento di rinsaldare il legame della comunità locale con le proprie radici, la propria storia e le proprie tradizioni. Tale obiettivo si sta attuando attraverso interventi di ricerca, salvaguardia e valorizzazione della cultura e del territorio.
L’attività peculiare della comunità di Gorno , che ha contribuito a conformare il paesaggio stesso, era un tempo, principalmente, quella estrattiva; ma il mondo minerario è sempre stato profondamente legato a quello rurale, agli alpeggi e al governo del bosco:
i minatori fuori dalla galleria accudivano le bestie, producevano formaggio per la famiglia, “andavano” per legna e per erbe, si rivolgevano per ogni necessità spirituale e materiale ai santi della tradizione.
Proprio per indagare e valorizzare questo ricco patrimonio culturale e paesaggistico, si è scelto di intrecciare temi che solo apparentemente sembrano disgiunti ma che sono riferiti a un medesimo ambito, quello dell’interazione fra l’uomo , il lavoro , la montagna e la sua spiritualità.

A partire dal 2009 la Regione Lombardia ha riconosciuto il territorio di Gorno come parte fondamentale per la memoria della storia della vallata conferendo il riconoscimento di sito ecomuseale, dando vita all’Ecomuseo delle Miniere di Gorno.
Con la nascita dell’Ecomuseo si sono ulteriormente approfondite e salvaguardate quelle che sono le tradizioni e i saperi locali puntando alla loro valorizzazione e divulgazione, ponendo un’ulteriore attenzione a quelle che erano le testimonianze industriali disseminate all’interno del territorio costruite durante l’attività estrattiva mineraria e oggi in disuso.

L’Ecomuseo ha una sua sede, in contrada Villassio, in quello che era l’edificio delle ex scuole elementari del paese.
Al suo interno sono conservate numerose e importanti testimonianze dell’estrazione mineraria del paese, tra cui numerosi attrezzi di lavoro come le centilene, i martelli, i picconi, i setacci, i punti, ecc… (esposti nel corridoio principale), tutto l’archivio minerario (sala uno), una selezione di minerali e pietre della vallata e non (sala tre), la fedele ricostruzione dell’ufficio del direttore delle miniere (sala quattro) e del laboratorio chimico minerario (sala cinque). Inoltre una sala è adibita alle videoproiezioni di cortometraggi (sala due) e all'ingresso è stato ricostruito un angolo con attrezzi e costumi originali della miniera con un minatore e una taissina in abiti tradizionali.

Dislocate in diverse zone del territorio comunale vi sono invece le testimonianze di costruzioni che lentamente vengono restaurate per una miglior testimonianza e usufrutto didattico-turistico. Tra quelle meglio conservate, e oggi visitabile, è da menzionare il sito minerario in Costa Jels, a nord del paese tra la contrada di Peroli Alti e Peroli Bassi, dove oltre ad essere esposti strumenti originali utilizzati dai minatori (come i carrelli per il trasporto del materiale), con la supervisione delle guide ecomuseali si possono effettuare percorsi interni alla montagna nelle gallerie scavate durante l'estrazione mineraria e oggi in disuso.

Il complesso della Laveria (chiamato anche Laveria n.2), situato nella parte finale ad ovest della contrada Riso, è un complesso industriale che serviva durante il periodo di estrazione mineraria in Gorno e in tutta la Val del Riso per la lavorazione del minerale attraverso i processi di frantumazione, macinatura e flottatura con acqua e acidi per ottenere la separazione del metallo dalla pietra sterile.
Nello specifico, all'interndo di questo complesso industriale avveniva il trattamento gravimetrico del grezzo calaminare blendoso e in parte la lavorazione del misto ricco calaminare proveniente dalla laveria del comune di Oneta.

La lavorazione del materiale estratto in località Laveria è documentato fin dalla fine del XIX secolo, dove si attestava che l’utilizzo di acidi all’interno della lavorazione del materiale causò un forte inquinamento delle acque del torrente Riso, attestata anche dalla verifica sanitaria nel 1894, successivamente drasticamente abbassata con la costruzione di vasche per la depurazione e l’incanalamento delle acque utilizzate per la lavorazione del minerale. La prima edificazione dell’edificio attuale partì nel 1914 da parte della società The English Crown Spelter (che all'epoca gestiva l'estrazione mineraria della vallata), e nel 1917 era già attiva.
Con il subentro della società Vieille Montagne venne ampliata negli anni 1925/1926, ma la struttura vide opere di ampliamento e modernizzazione durante tutto il periodo del suo funzionamento (nel 1928, 1943, 1948, 1953 e 1962).

All’epoca l’orario lavorativo era di 12 ore giornaliere, dalle 6 alle 18, durante la stagione del lavaggio, che diventava ridotto, dalle 7 alle 17, quando il lavaggio era sospeso, con pause di un’ora, tra le 12 e le 13, un’ora e mezza per donne e fanciulli sotto i quindici anni (da ricordare che solo nel 1935 viene in vigore l’età minima al lavoro di 14 anni, alzata a 15 anni nel 1967).

Per capire l’atmosfera all’interno dell’ampio complesso può essere d’aiuto un articolo pubblicato all’interno della Rivista di Bergamo nel 1927, dove si può leggere

« La laveria è un piccolo mondo infernale. Un fragore digrignante di ferraglie la ampie, altissimo, come se mostri spaventevoli stridolassero, con le loro implacabili mascelle possenti, senza un istante di sosta, frantumi di catene, valanghe di macigni … è un tamburella mento di ciottoli, un grandinare di pietre intermittente … Questa sola laveria di Gorno che è di media capacità può trattare novanta tonnellate di materiale al giorno, costruita come fu per una elaborazione di dieci tonnellate orarie. Lo zinco è proprio qui che sottoscrive il suo atto di nascita. Da queste manciate di sporca sabbietta usciranno un imbuto, un elemento di pila, un cliché… »
Nel 1942 le miniere vengono requisite per passare in gestione a ditte italiane e il complesso della Laveria diventa demanio dello stato.

Salvo alcuni brevi periodi, la Laveria resta attiva fino alla chiusura delle miniere, avvenuta il 12 gennaio del 1982.

Ad oggi in stato di degrado e abbandono, è tra gli edifici di archeologia industriale presenti all’interno del territorio comunale inseriti nel progetto recupero da parte dell’Ecomuseo delle Miniere di Gorno come testimonianza significativa del lavoro e dell’attività estrattiva all’interno della Val del Riso.


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