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lunedì 16 marzo 2015

LA VILLA REALE DI MONZA

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La Villa Reale di Monza è un grande palazzo in stile neoclassico che fu realizzato e usato come residenza privata dai reali Austriaci, successivamente diventato Palazzo Reale con il Regno d'Italia Napoleonico, e mantenuto in tale funzione - seppur via via diminuendo - dalla monarchia Italiana dei Savoia, ultimi Reali ad utilizzarlo.

Attualmente ospita mostre, esposizioni e in un'ala anche l'Istituto Superiore d'Arte e il Liceo artistico di Monza.

Maria Teresa d'Austria decise la costruzione della Villa Arciducale quando stabilì di assegnare al figlio Ferdinando d'Asburgo-Este la carica di Governatore Generale della Lombardia austriaca. La scelta di Monza fu dovuta alla salubrità dell'aria e all'amenità del paese, ma esprimeva anche un forte simbolo di legame tra Vienna e Milano, trovandosi il luogo sulla strada per la capitale imperiale.

L'incarico della costruzione, conferito nel 1777 all'architetto imperiale Giuseppe Piermarini, fu portato a termine in soli tre anni. Successivamente il giovane arciduca Ferdinando fece apportare aggiunte al complesso, sempre ad opera del Piermarini e usò la Villa come propria residenza di campagna fino all'arrivo delle armate napoleoniche nel 1796.

Eugenio di Beauharnais, nel 1805 nominato viceré del nuovo Regno d'Italia, fissò la sua residenza principale nella Villa che quindi in questa occasione assunse il nome di Villa Reale. Tra il 1806 e il 1808 per suo volere al complesso della Villa e dei suoi Giardini fu affiancato il Parco, recintato e vasto 750 ettari, destinato a tenuta agricola e riserva di caccia.

Dopo la caduta di Napoleone (1815) vi fu il ritorno degli austriaci fino alla seconda guerra di indipendenza (1859) quando la Villa Reale diventò patrimonio di Casa Savoia. La Villa fu specialmente cara al Re Umberto I che amava risiedervi e che la volle trasformata in molti ambienti dagli architetti Achille Majnoni d'Intignano e Luigi Tarantola.

Il 29 luglio 1900 Umberto I fu assassinato proprio a Monza da Gaetano Bresci mentre assisteva ad una manifestazione sportiva organizzata dalla società sportiva "Forti e Liberi", tuttora in attività. In seguito al luttuoso evento il nuovo Re Vittorio Emanuele III non volle più utilizzare la Villa Reale, facendola chiudere, lasciandole un senso di mausoleo e trasferendo al Quirinale gran parte degli arredi.

Nel 1934 con Regio decreto Vittorio Emanuele III fece dono di gran parte della Villa ai Comuni di Monza e di Milano, associati. Ma mantenne ancora la porzione sud con sale dell'appartamento del padre, Re Umberto I, sempre costantemente chiusi, in sua memoria. Le vicende dell'immediato dopoguerra della seconda guerra mondiale provocarono occupazioni, ulteriori spoliazioni e decadimento del monumento. Con l'avvento della Repubblica, l'ala sud è diventata patrimonio e amministrata dallo Stato. Il resto della Villa Reale è amministrata congiuntamente dai comuni di Monza e Milano.

Dopo un lungo periodo di degrado dovuto anche al frazionamento delle amministrazioni, a marzo 2012 sono iniziati i lavori di restauro all’interno della villa, che prevedono il recupero e la valorizzazione del corpo centrale, il recupero parziale delle ali nord e sud, la realizzazione dell’area tecnica esterna alla Villa nel lato nord e la messa in sicurezza della corte d’Ingresso. Per quanto riguarda la struttura edilizia, è previsto il consolidamento delle murature del piano terra, il ripristino delle volte e dei solai lignei, la realizzazione di opere di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza della corte e il ripristino della pavimentazione, della cancellata e della facciata sud dell’area nord. Inoltre, il progetto prevede la riqualificazione del belvedere e il restauro delle sale del piano terra. I lavori dureranno circa due anni e termineranno a marzo 2014. Attualmente la Villa è gestita da un Consorzio unico, di cui fanno parte gli enti proprietari della villa.

Piermarini realizza un edificio esemplare della razionalità neoclassica adattata alle esigenze di una realtà suburbana. I tre corpi principali, disposti a U, delimitano un'ampia corte d'onore chiusa all'estremità dai due volumi cubici della Cappella e della Cavallerizza, da cui partono le ali più basse dei fabbricati di servizio: si definisce in tal modo uno spazio razionale, costituito dall'ordinata disposizione dei volumi che si intersecano ortogonalmente e che, progressivamente, si sviluppano in altezza. Come nella reggia di Caserta di Vanvitelli e prima ancora a Versailles, nella Villa reale di Monza si sottolinea un percorso che, attraverso un viale principale, collega la villa al centro del potere.

La decorazione delle facciate, rinunciando a timpani, colonnati e riquadri a rilievo, si presenta estremamente rigorosa, segnando le superfici di sottili gradazioni. L'essenzialità stilistica dell'edificio è dovuta, oltre che a precise scelte di gusto, anche a ragioni politiche: la corte illuminata di Vienna preferiva evitare un'eccessiva ostentazione di ricchezza e potere in un paese occupato. Anche gli interni si accordano al principio di razionalità e semplicità che caratterizza l'intero progetto. In particolare appare curata la loro funzionalità: i corridoi ad esempio sono tagliati in modo da servire indipendentemente varie sale adibite ad usi diversi.

Il complesso della Villa comprende la Cappella Reale, la Cavallerizza, la Rotonda dell'Appiani, il Teatrino di Corte, l'Orangerie. Nel primo piano nobile sono le sale di rappresentanza, gli appartamenti di Umberto I e della Regina Margherita. La fronte della Villa rivolta ad est si apre sui Giardini all'inglese progettati dal Piermarini.

L'edificio destinato alle serre per il servizio dei giardini della Villa, denominato Orangerie nel progetto originale piermariniano e oggi comunemente noto come il Serrone, fu costruito nel 1790.

L'ambiente, imponente per le dimensioni, è esposto e riceve la luce da sud da una lunga serie di finestre. In esso, oltre al ricovero invernale delle piante più delicate ed in generale delle piante esotiche, in età asburgica si soleva tenervi anche spettacoli di vario genere per la Corte.
Nella seconda metà del XX secolo, proprio davanti al Serrone, è stato impiantato un vasto roseto nel quale annualmente nel mese di maggio viene indetto un concorso floreale.
Dopo i restauri intervenuti, l'edificio oggi è destinato a sede di mostre d'arte temporanee.

Nella planimetria con il perimetro del parco tracciata da Luigi Canonica e datata intorno al primo decennio dell'Ottocento, sulla base della mappa catastale, si distingue un "casino della vigna toscana", contemporaneo alla stesura della mappa. Canonica aveva prima pensato, come attestato dai suoi disegni per la sistemazione di un primo ampliamento del Parco tra 1805 e 1808, di mantenere la “vigna” entro un contorno sistemato all’inglese; in seguito, nei disegni riguardanti la sistemazione dell’interno parco nella sua estensione definitiva, aveva previsto l’eliminazione della “vigna” e l’inglobamento della sua area nei giardini reali, dove il sedime della vigna è sistemata a prato, con un viale alberato che ne definisce il confine.

È Giacomo Tazzini, succeduto a Canonica nel ruolo di architetto dei Reali fabbricati, ad arricchire gli ampliati giardini reali di un altro notevole pezzo topico del repertorio del giardino romantico: la torre gotica e la rovina medioevale; ovvero “il finto castello con annessa torre”, come l’architetto stesso definisce l’edificio in una lettera del 1829. Il sito prescelto è poco distante dalla grotta e dal tempietto, là dove il piano piermariniano aveva dato spazio, incuneata tra due scene del giardino inglese, alla “vigna toscana” a filari, bordata da quella “tratta tortuosa di strada a Vedano” che limitava a est i primitivi giardini.

L’idea della torretta però inizia a trovare esecuzione solo nel 1822, quando Giacomo Tazzini progetta di sfruttare il fabbricato rurale del vecchio casino toscano per realizzare un edificio “alla gotica” con torretta. In un primitivo disegno, in pianta e alzato, si distinguono accanto a quelli di nuova costruzione, i muri di una cascina esistente, che verrebbero in parte interrati e in parte riutilizzati per il nuovo fabbricato, composto da un portico, una sala terrena e una superiore, cui è aggiunta ex novo una torre a pianta circolare alta circa venti metri, nella cui canna è collocata una scala a chiocciola, che sale ad un ballatoio superiore ed infine ad una terrazza merlata: dunque una vera e propria torre-belvedere, al margine dei giardini, da cui godere del panorama dei giardini stessi e del parco da un punto di visuale nuovo ed inusuale.

In un disegno datato 28 aprile 1824 e firmato da Tazzini, il progetto risulta in gran parte compiuto. In una legenda scritta dallo stesso architetto si legge che risultano ancora da costruire i “muri fingenti un interno cortile dirocato, decorati con frammenti di marmi antichi e altro”, e i “pilastri e i marmi dirocati da farsi” (in adiacenza al Casino) “per meglio piramidare il fabbricato già eretto”.

Una incisione datata 1826 di Frederic Lose ed intitolata La Tour dans le jarden, riporta la torretta finalmente ultimata ed identica a come la si trova ad oggi. Quindi si può dedurre che la data di ultimazione dei lavori si collochi tra la fine del 1824 e l’inizio del 1826. Questa incisione evidenzia inoltre quella che poteva essere la forte suggestione che un edificio di questo genere potesse creare nell’atmosfera di un parco all’inglese come quello dei Giardini della Villa.


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I GIARDINI REALI DI MONZA

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I Giardini della Villa Reale di Monza sono i giardini che si trovano dietro alla Villa Reale a Monza. Sono separati dal Parco da una recinzione.

I giardini reali furono realizzati da Giuseppe Piermarini.
Il giardino piermariniano prese forma, tra il 1778 e il 1783, dapprima ispirandosi ai principi della moda francese, secondo un grande disegno geometrico e regolare impostato sull'asse prospettico in direzione est-ovest, e successivamente con l'ampliamento proposto nel disegno conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna, che registra la volontà di collegare aulicamente il palazzo a Milano, mediante un viale a doppio filare di alberi, e il desiderio di proporre una percezione unitaria del giardino, impostato nella prospettiva centrale, con le potenzialità del paesaggio circostante. Se nella scelta del giardino formale contribuì la consapevolezza che la palese appropriazione dello spazio avrebbe costituito la soluzione più idonea a esaltare il potere e la magnificenza del principe, la decisione di rendere apparentemente naturale parte del giardino monzese, anche se frutto di una precisa progettazione, dovette invece essere condizionata dall'atteggiamento intellettuale dei circoli letterari milanesi, di cui certamente Piermarini era a conoscenza, dalla disponibilità all'architetto della ricca biblioteca del Ministro Firmian, che contemplava anche alcuni testi di giardinaggio particolarmente inclini alla moda del giardino paesaggistico, e dall'opportunità di aggiornarsi sulla realtà internazionale attraverso il ricordo manoscritto del viaggio intrapreso tra il 1783 e il 1786 da Ferdinando d'Asburgo, in compagnia di Ercole Silva, attraverso Francia, Svizzera, Olanda, Inghilterra e Germania.
Anche se tutto questo non avrebbe avuto alcun esito se il Piermarini non fosse stato personalità di cultura poliedrica, aperta a nuove suggestioni provenienti d'Oltralpe. Sebbene innovativo nella sezione settentrionale, dove la realizzazione del laghetto con grotta, il tempietto d'ispirazione classicista e l'organizzazione libera degli spazi verdi rispecchiavano i caratteri dello stile inglese, i limiti del progetto di Piermarini si colgono nella rottura tra l'impianto geometrico del verde direttamente connesso alla villa (ove erano previsti un giardino botanico, un giardino dei fiori, un frutteto e un orto, con le serre per l'esibizione di specie esotiche) e la naturalità del giardino di piacere.

Il particolare estratto dalle dieci tavole acquerellate conservate a Vienna registra la situazione nel primo decennio del XIX secolo, con la sapiente distribuzione degli elementi architettonici, aderenti al Gothic Revival o d'ispirazione classica, e della componente vegetale, esemplificata dalla realizzazione del cannocchiale ottico ancora oggi percepibile. Il disegno conferma inoltre l'importanza assegnata dall'architetto all'elemento acqua, palese fin dalla prima sistemazione formale. L'intervento progettuale secondo lo stile naturalistico non poteva quindi che confermare tale scelta, espressa attraverso la realizzazione di un ruscello dal percorso tortuoso tra la vegetazione, la presenza di una cascatella ritratta nelle celebri tavole pubblicate a corredo del trattato del Silva e la funzione scenografica del lago all'interno dell'impianto complessivo: tutti elementi fondanti della cultura sottesa al nuovo giardino "all'inglese".

Tra gli elementi promossi dalla nuova cultura ispirata ai paesi anglosassoni è da annoverare anche il gusto per la chinoeserie e per l'esotico, attestata dalla presenza dei padiglioni di gusto orientale per il ricovero delle barche, situati alla foce della roggia sul laghetto, i cui pinnacoli sono un esplicito riferimento stilistico arabeggiante. La pregevolezza dei giardini e il loro immenso valore culturale, motivati dall''intervento di un professionista d'eccezione coadiuvato da giardinieri inviati da Vienna per volere di Maria Teresa d'Austria, e dal significato assegnato da studiosi ed estimatori e dalla cittadinanza, che tuttora li percepisce come motivo d'orgoglio al pari della villa attorno alla quale sono sorti, è attestata dalla loro fortuna iconografica. Le restituzioni di particolari elementi dei giardini, o le vedute d'insieme realizzate da pittori ed incisori fin dall'epoca della loro realizzazione, trovò particolare impulso grazie all'azione sinergica di un compiacimento estetico per tali beni e dalla consapevolezza della loro importanza quale caposaldo italiano di nuovo stile, supportati dalla politica culturale promossa dagli Asburgo e dalla committenza del Beauharnais. Nella resa iconografica dei giardini, un ruolo fondamentale ebbe infatti la restituzione dei caratteri e degli elementi architettonici propri dell'area sistemata "all'inglese". Basti ricordare i celebri dipinti di Martino Knoller, ritraenti la cascata con laghetto e la grotta con ninfeo, o le incisioni tratte dai disegni di Gaetano Ribaldi e pubblicate nel trattato del Silva, la cui attenzione si era focalizzata sulla cascatella, sulla grotta o Antro di Polifemo, sulla pregevolezza del "quadro di paesaggio" offerto da una veduta sul lago con il tempietto classicheggiante sullo sfondo. Non meno affascinanti sono le incisioni di Federico Lose, pubblicate nella Promenade dans le Pare I. R. et les Jardins de Monza a corredo dell'almanacco per l'anno 1827, o le vedute realizzate da Carlo Sanquirico, entrambe in grado di restituire la bellezza di un luogo in cui il tempo ha apparentemente cessato di scorrere.

La caratteristica che l'ha reso più famoso nel mondo nei suoi duecento anni di vita è costituita dalla grande varietà di alberi ultrasecolari: i giganti verdi.

Le due querce sono presenti nell'elenco degli alberi monumentali d'Italia.
Nel prato all'inglese si incontra uno splendido esemplare di ginkgo, tipica essenza giapponese. Si compie un salto al di là dell'oceano e voltandosi si incrocia con lo sguardo la sequoia americana, dal tronco rossiccio. Seguendo il vialetto, che prende l'avvio dallo spigolo sud-est della Villa, si scende in zona ombreggiata e si costeggia per un tratto il muro di cinta passando in prossimità del gigantesco cedro del Libano, impareggiabile campione degli alberi dei Giardini della Villa Reale. Non un tronco ma quattro si dipartono verso il cielo; questa caratteristica fa di questo albero un autentico monumento botanico.

E ancora tra le tante piante alcuni esemplari di faggi, platani, ippocastani, liriodendri, farnie, sofore.

Il roseto venne inaugurato ufficialmente nel 1970 alla presenza di una Madrina d'eccezione: S.A.S. la principessa Grace di Monaco, la quale consegnò personalmente i premi ai rosaisti vincitori.

Il tempietto rappresentava il primo e più importante ingresso nei Giardini Reali dalla città di Monza. La letteratura vuole che alcune parti di esso provengano dal Duomo di Milano, con il cui apparato decorativo presenta puntuali corrispondenze formali. La scelta di adottare lo stile gotico per uno degli ingressi al Parco conferma inoltre la volontà di aderire al gusto ottocentesco dei revival. Il portale monumentale presenta una raffinata decorazione a traforo nella parte sommitale, con delicate realizzazioni in marmo, guglie e pinnacoli. L'arco a sesto acuto è invece impreziosito da capitelli goticheggianti, modanature a torciglioni", finte finestre chiuse da arco flesso con pinnacoli superiori e archi trilobati.

Architettura d'ispirazione classica che, nell'intento progettuale di Giuseppe Piermarini, si qualifica come elemento decorativo dello stile paesaggistico, o all'inglese, caratterizzante quest'area dei Giardini della Villa Reale: precoce realizzazione in terra italiana. Il tempietto piermariniano, oltre a costituire il fulcro del pittoresco "quadro di paesaggio"che si offre a chi giunge dal palazzo, coincide con uno dei punti focali dei Giardini reali e serve da belvedere collegato alla passeggiata che, attraverso sentieri ascendenti e discendenti, conduce al laghetto. Già nella sistemazione originaria, documentata nelle numerose vedute incise e nelle descrizioni ottocentesche, a partire da quella pubblicata nel 1801 nel Trattato dell'arte de' giardini Inglesi di Ercole Silva, la vegetazione lascia intravedere il manufatto che si specchia sul bacino lacustre. Riparato più volte fin dal XIX secolo e attualmente in fase di recupero, il manufatto è stato oggetto d'interesse anche dell'architetto ticinese Luigi Canonica, che ne avrebbe voluto ripristinare La copertura originale in rame.

La torretta è un edificio in stile medioevale, edificato all'interno dei Giardini Reali dall'architetto Luigi Canonica con materiali di recupero, presenta un apparato decorativo assegnabile al gusto delle rovine e alla moda del revival gotico.
Il fabbricato, a pianta rettangolare e sviluppato su due piani, è completato da una torre alta 30 metri con un belvedere superiore. La torretta, che vanta una certa fortuna iconografica nelle stampe e nelle fotografie storiche, presenta gli stemmi dei Visconti e un bassorilievo in cotto con scene di caccia.

La Cascina Fornasetta,così chiamata per la presenza di un antico forno con camino in uno quattro locali principali posti a pianterreno, durante la seconda metà del XIX secolo subisce consistenti modifiche che, pur non alterandone la pianta quadrangolare, interessano la suddivisione degli spazi interni, disposti su due piani, determinando una variazione di pendenza del tetto. La facciata è caratterizzata da un grande portale d'ingresso sormontato da frontone triangolare in pietra grigia, mentre l'ingresso posteriore è impostato su portico a due colonne in pietra fluviale con soffitto a travature lignee. La destinazione d'uso è stata, fin da subito, abitativa e funzionale alla gestione del Parco. Il caseggiato, progettato per ospitare il Direttore dei Reali Giardini con camere da letto, guardaroba, portico e annessi locali di magazzino, deposito sementi e attrezzi, nonché stanza per l'aiutante del capo-giardiniere, mantiene un'analoga distribuzione dei locali e conserva le caratteristiche stilistiche principali, come il portale in pietra della facciata e la successione delle finestre con nicchia semicircolare tamponata.


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