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mercoledì 21 settembre 2016

VITA REALE E VIRTUALE

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L'immersione totale nello schermo e nel computer del soggetto può implicare che la realtà possa scomparire in un generico non-luogo.
Ciò che viene chiamata la realtà virtuale ha senza dubbio un carattere generale e in qualche modo ha assorbito, si è sostituita alla realtà nella misura in cui nella virtualità tutto è il risultato di un intervento, è oggetto di varie operazioni. Insomma tutto si può realizzare di fatto, anche cose che in precedenza si opponevano l'una all'altra: da una parte c'era il mondo reale, e dall'altra l'irrealtà, l'immaginario, il sogno, eccetera. Nella dimensione virtuale tutto questo viene assorbito in egual misura, tutto quanto viene realizzato. A questo punto la realtà in quanto tale viene a perdere ogni fondamento, davvero si può dire che non vi siano più riferimenti al mondo reale. E infine tutto vi si trova in qualche modo programmato o promosso dentro una superformula, che è quella appunto del virtuale, delle tecnologie digitali e di sintesi. Accade effettivamente che a un certo punto il reale ci sta pur sempre di fronte, e noi ci confrontiamo con esso, mentre con il virtuale non ci si confronta. Nel virtuale ci si immerge, ci si tuffa dentro lo schermo. Lo schermo è un luogo di immersione, ed ovviamente di interattività, poiché al suo interno si può fare quel che si vuole; ma in esso ci si immerge, non si ha più la distanza dello sguardo, della contraddizione che è propria della realtà. In fondo tutto ciò che esisteva nel reale si situava all'interno di un universo differenziato, mentre quello virtuale è un universo integrato. Di certo qui le care vecchie contraddizioni fra realtà e immaginazione, vero e falso, e via dicendo, vengono in certo modo sublimate dentro uno spazio di iper-realtà che ingloba tutto, ivi compreso un qualcosa che sembrava essenziale come il rapporto fra soggetto e oggetto. Nella dimensione virtuale non c'è più né soggetto né oggetto, ma entrambi, in via di principio, sono elementi interattivi.

La virtualizzazione della società si fa sentire in molti aspetti della nostra vita quotidiana. Uno degli ambiti in cui è più presente e spesso ha effetti più limitanti è quello della comunicazione fra mezzi d’informazione e pubblico, fra istituzioni e cittadini, fra cittadini e altri cittadini.

Si è sviluppata moltissimo la comunicazione virtuale, on-line o comunque non dal vivo. Essa però ha diversi difetti. Il primo è che tende a limitare l’accessibilità per determinate categorie di utenti, escludendoli molto più di quanto non accada nel caso di incontri fisici e diretti. Questo aspetto è direttamente collegato al fatto che per comunicare oggi bisogna avere la possibilità e la capacità di utilizzare strumenti tecnologici.

Anziani, bambini, indigenti e chiunque non abbia le competenze o le risorse – anche economiche – per accedere ad essi è tagliato fuori dalla comunicazione. Il terzo problema è che le interazioni virtuali non sono complete, poiché difettano di tutta la parte non verbale – quella cosiddetta analogica – e questo rende impossibili un dialogo e un’organizzazione reciproca dei rapporti fra le persone. Quando si comunica si ascolta, se va bene, il contenuto e non si tiene conto del tipo di relazione che c’è fra coloro che stanno dialogando.

C’è anche un quarto aspetto, cioè il fatto che il mondo virtuale rende la comunicazione spesso divisa in canali paralleli, che non si incontrano. Ciascun utente comunica solo con chi vuole e non con tutti quelli che ci sono. Insomma, è fortemente selettivo, proviene da un mondo frammentato e conduce a un mondo ancora più frammentato, sotto il profilo delle percezioni, dei punti di vista e così via. La realtà in cui viviamo è costituita da tanti aspetti, spesso divergenti o addirittura antitetici, ma questo tipo di comunicazione esaspera tali differenze, amplificandole e allontanando le persone le une dalle altre, isolandole.

Il quinto problema è il venir meno dell’interazione fisica con il mondo. Nel momento in cui gli strumenti comunicativi diventano sempre più virtuali, immateriali e astratti, siamo costretti a comunicare attraverso rappresentazioni sempre più semplificate ed evanescenti di ciò che vogliamo dire. Ridurre tutto il nostro mondo a qualcosa di incorporeo, riduce anche il nostro rapporto con ciò che è fisico, limitando la nostra capacità di intervenire sulla realtà e di modificarla. In questo modo si perde da un lato la socialità più conviviale, dall’altro la capacità di decidere e creare la forma del mondo in maniera condivisa.



C’è un sesto e ultimo aspetto negativo, cioè il fatto che gli strumenti di comunicazione virtuale sono quasi sempre gestiti da organismi centralizzati, che sfruttano le nostre informazioni e, a livelli molto alti, organizzano le politiche economiche globali e decidono il destino dei paesi. Inconsapevolmente concorriamo all’eterodirezione delle politiche nazionali e mondiali, ma questo è risaputo. Se la comunicazione virtuale ed eterodiretta risponde più a logiche centralistiche e di concentrazione di potere e di capitale, la comunicazione diretta funziona al contrario e in un certo senso è più vicina a un concetto di libertà individuale e di sovranità popolare.

Nella comunicazione diretta c’è un controllo reciproco da parte delle stesse persone che interagiscono. Questi aspetti non vengono mai evidenziati, ma sappiamo che è così. Tutto questo avviene in maniera silenziosa, ma sulle nostre vite ha un peso enorme. Le politiche nazionali e locali non riescono a emanciparsi da meccanismi più grandi di loro e questo è possibile grazie all’utilizzo di strumenti di cui ci serviamo solo perché sono più comodi nel momento in cui li usiamo.

Internet ha permesso il costituirsi di una vastissima rete sociale. I social network sono uno strumento per favorire lo scambio di informazioni e la conoscenza reciproca tra le persone. E’ tuttavia un tipo di relazione sociale completamente nuovo e lontano dai modi finora vissuti tra le persone.

Manca il rapporto faccia a faccia, cui gli uomini sono abituati per relazionarsi tra loro. E’ assente la gamma di comunicazioni trasmesse dal contatto personale, con lo sguardo, la mimica facciale, i gesti.

Manca la voce, che manifesta l'espressività della persona e le emozioni.

Il rapporto avviene esclusivamente attraverso la parola scritta, che non corrisponde però a quella usata nella corrispondenza tradizionale. E’ la trascrizione di un linguaggio orale contratto, abbreviato, spesso appartenente a gerghi sociali. Ortografia, grammatica, proprietà lessicale, correttezza sintattica non rientrano nelle regole del gioco dei social network e dei blog, quindi le persone impoveriscono la propria lingua madre.

Inoltre è una comunicazione scritta che nasce da impulsi emotivi più che dalla ragione, da una spontaneità analoga a quella che dà vita alla conversazione informale tra conoscenti o amici.

Predomina l'emozione, ma è un'emozione senza volto e senza voce, come vedevamo prima, non c'è l'altro di fronte che può rispondere alle mie emozioni e le può modificare. Quindi l’emozione diventa egocentrica, chiusa in se stessa. “I dialoghi nei social network sono spesso caratterizzati da estremo egocentrismo: le emozioni di ciascuno sono espresse in modo esagerato, e si assiste al classico “dialogo tra sordi”. Sono espresse soprattutto le emozioni di base, come paura, rabbia, disgusto, gioia o tristezza. Vengono invece inevitabilmente a mancare sentimenti più complessi ed emozioni squisitamente sociali, come vergogna, senso di colpa, pudore: nello spazio virtuale, a differenza di quello reale, non si può perdere la faccia, proprio perché non la si mette in gioco come in un incontro vero" (S. Bonino, La folla telematica: le reti sociali in internet, in Psicologia contemporanea, n. 218, p 35).

Infatti l’anonimato è un'altra caratteristica della relazione in rete. Se non rivelo la mia identità, posso affermare quello che voglio, posso giudicare, esprimere pareri assurdi e anche provocare e insultare, senza assumermi alcuna responsabilità. Si eludono così le norme morali e sociali che regolano i rapporti tra le persone nella vita ordinaria.

Per una persona molto giovane, che non ha difese immunitarie di esperienza e di ragionamento come un adulto, gli aspetti descritti costituiscono un pericolo. Le numerose ore trascorse a chattare, presentandosi con uno pseudonimo, e a intessere conoscenze in rete con sconosciuti, fissa il giovane nel mondo virtuale, allontanandolo da quello reale. Di conseguenza si preclude l’apprendimento delle abilità sociali, o se ne limita lo sviluppo, indispensabili nella formazione della persona e nelle relazioni sociali.


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sabato 16 maggio 2015

GIUSEPPE PIERMARINI

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Piermarini Giuseppe nato a Foligno il 18 luglio 1734 da giovine studia matematica, meccanica, anche astronomia; con tanto amore che, dietro le insistenze dell'astronomo gesuita R. Boscovich, viene mandato a Roma per un corso regolare di studi nel 1760. Ma a Roma, più che dalle scienze esatte, si sente attratto dall'architettura, alla quale si dedica interamente avendo per maestri Paolo Posi e Luigi Vanvitelli. Finiti gli studi, torna a Foligno, e vi si indugia a copiare monumenti classici e a disegnare piccoli edifici e chiese di campagna. E forse si sarebbe impigrito nella quiete provinciale della sua terra, se non gli fosse toccata la meritata fortuna d'essere chiamato dal Vanvitelli a Caserta. Là il suo grande maestro lo aveva desiderato collaboratore nei disegni e nella costruzione della Reggia, dal 1765 al 1769. Sono del tempo di questo soggiorno i rilievi dell'Arco di Traiano a Benevento.

Nel 1770, iniziò la risistemazione dell'Università di Pavia e tre anni dopo il palazzo dell'Accademia di Scienze e Belle Lettere, detta anche Virgiliana a Mantova.

Con la decisione del governo austriaco di insediare stabilmente a Milano un arciduca, venne stabilito di realizzare una dimora cittadina appropriata e una casa di campagna. Per l'abitazione cittadina, si adattò il Regio Ducale Palazzo, posto di fianco del Duomo, mentre per la residenza di campagna, si decise di costruirne una ex novo poco fuori di Monza.

Il Piermarini, a cui venne affidata l'impresa, cercò di non far sfigurare il nuovo palazzo, rinnovato in sobrie forme neoclassiche (1773-80), dinnanzi alla magnificenza del Duomo gotico, e per ovviare a questo problema realizzò la cosiddetta Piazzetta Reale, prospiciente il palazzo e allora più ampia di Piazza Duomo, uno spazio delimitato ma non chiuso, che grazie a quel vuoto urbanistico riequilibra il rapporto tra i due edifici. La Piazzetta Reale che osserviamo oggi è stata rimaneggiata nel corso dell'Ottocento e del Novecento perdendo gran parte del suo carattere originale. In particolare, le due "maniche" del palazzo (le ali laterali che si dirigono verso il Duomo) sono state accorciate drasticamente facendogli perdere gran parte della sua bellezza legata in gran parte ai rapporti proporzionali tra i corpi. La ristrutturazione del palazzo fu assai travagliata e Piermarini dovette equilibrare le richieste di stile e soprattutto di economia di Vienna (l'imperatrice Maria Teresa d'Austria e il suo architetto Nicolò Pacassi, che aveva steso un primo progetto di ristrutturazione) con le esigenze e le aspettative dei futuri abitanti: il principe Ferdinando d'Asburgo-Lorena (figlio di Maria Teresa d'Austria) e consorte.

Piermarini decise anche di riorganizzare urbanisticamente il centro cittadino, aprendo Piazza Fontana e via Santa Radegonda, asse di collegamento col Teatro alla Scala e rettificando il Corso di Porta Orientale (l'attuale Corso Venezia), asse di collegamento con Monza e con Vienna.

Intanto, nel 1771, partecipa al concorso per i disegni della sede dell'Accademia (oggi Accademia Virgiliana) di Mantova in gara col Bibbiena. La vittoria, fatta più preziosa dalla celebrità del competitore soccombente, gli viene in seguito amareggiata da artificiose contrarietà alle quali egli tiene testa, dignitosamente. La costruzione fu terminata dall'architetto Paolo Pozzo nel 1775. Verso il 1772 appresta i disegni di riforma e d'ampliamento dell'università di Pavia; ma i lavori della facciata furono condotti con varianti da lui disapprovate.

Nel 1777 inizia la Villa reale di Monza, voluta dall'arciduca Ferdinando e terminata tre anni dopo.

Questa rapidità è di per sé un titolo di merito per l'architetto; che, più maturo d'esperienza, più saldo nei mezzi finanziari, libero nello sviluppo, dà buona prova del suo equilibrato spirito d'arte, architettando un'imponente, comoda e ben disposta reggia di soggiorno e trasfondendo nei giardini, nelle visuali, nella disposizione di verdi e di acque, di viali e di sfondi, la fantasia nutrita a Caserta e il proprio criterio di una commisurata nobiltà d'effetti. Nelle ville Piermarini, in confronto di quelle del sei e del settecento, fu ritenuto moderno assai; ma l'architettura ne è un po' troppo severa: a Desio, presso Milano, la villa Cusani, trasformata poi nella villa Tittoni; a Cassano d'Adda, la grandiosa villa D'Adda ora Borromeo; in Brianza, a Ello, la villa Prinetti ora Amman, e, a Cremnago, la villa Perego di Cremnago (1782).

Parecchi furono i palazzi costruiti a Milano:  Casnedi; Mellerio; Morigia in Via Borgonuovo; la facciata verso il giardino del palazzo Cusani in Via Brera; pure verso il giardino, la fronte del palazzo Litta sul corso Magenta; il portale del palazzo di Brera, del 1780; il palazzo del Monte di Pietà (1782-1783). Ma già nel 1777 aveva eretto per i Belgioioso il loro magnifico palazzo sulla piazza che ne prende il nome: primo fra tutti, anche per il carattere nell'espressione delle nuove tendenze architettoniche.

Al rinnovamento urbanistico di Milano, per impulso dell'arciduca Ferdinando, diede opera il Piermarini con la sistemazione, nel 1780, della piazza dinnanzi all'arcivescovado (del quale fece la facciata) e che fu chiamata dalla bella fontana che vi eresse, con il tracciato e il progetto di edifici per la via di S. Radegonda (1783); con la creazione rapida e felice dei giardini pubblici (la parte verso il corso) fra il 1782 e il 1787.
La sua opera universalmente conosciuta è il Teatro alla Scala, costruito nel 1776-78, un edificio di foggia neoclassica, ma ove si legge il recupero di un linguaggio morfologico rinascimentale. Dell'edificio originario, dopo i molti, successivi interventi (cominciati sin dal 1808-14 ad opera del Canonica) e la distruzione provocata dai bombardamenti del 1943, resta la facciata (salvo il pesante intervento del Botta) e l'impianto generale.

Nel 1776 ottenne la cattedra di architettura alla neonata Accademia di Belle Arti di Brera e l'anno successivo iniziò la Villa Reale di Monza. Inizialmente progettata come luogo di villeggiatura e di delizie, per volontà dell'arciduca venne pensata come un vero e proprio palazzo di corte e di rappresentanza, privilegiando soluzioni sobrie e un'organizzazione degli spazi interni funzionale e attenta alle esigenze abitative. Ancora a Monza costruì il Teatro arciducale, andato a fuoco nel 1802. Nel 1779 venne nominato Imperiale Regio Architetto.
Nel contado venne chiamato dal suo amico ebanista Giuseppe Maggiolini, per la realizzazione della facciata della Chiesa Prepositurale dei Santi Gervasio e Protasio (1780) di Parabiago. Nel 1782 lavorò all'ingrandimento del Teatro Sociale di Crema.

Nel 1798 tornò a Foligno, approntando il progetto per la cappella del Sacramento nella chiesa di San Lorenzo a Spello e realizzando interventi nel Duomo della sua città natale.

È zio per parte di madre dell'abate Feliciano Scarpellini, scienziato rifondatore dell'Accademia dei Lincei.



LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/05/le-citta-della-pianura-padana-monza.html



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lunedì 16 marzo 2015

LA VILLA REALE DI MONZA

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La Villa Reale di Monza è un grande palazzo in stile neoclassico che fu realizzato e usato come residenza privata dai reali Austriaci, successivamente diventato Palazzo Reale con il Regno d'Italia Napoleonico, e mantenuto in tale funzione - seppur via via diminuendo - dalla monarchia Italiana dei Savoia, ultimi Reali ad utilizzarlo.

Attualmente ospita mostre, esposizioni e in un'ala anche l'Istituto Superiore d'Arte e il Liceo artistico di Monza.

Maria Teresa d'Austria decise la costruzione della Villa Arciducale quando stabilì di assegnare al figlio Ferdinando d'Asburgo-Este la carica di Governatore Generale della Lombardia austriaca. La scelta di Monza fu dovuta alla salubrità dell'aria e all'amenità del paese, ma esprimeva anche un forte simbolo di legame tra Vienna e Milano, trovandosi il luogo sulla strada per la capitale imperiale.

L'incarico della costruzione, conferito nel 1777 all'architetto imperiale Giuseppe Piermarini, fu portato a termine in soli tre anni. Successivamente il giovane arciduca Ferdinando fece apportare aggiunte al complesso, sempre ad opera del Piermarini e usò la Villa come propria residenza di campagna fino all'arrivo delle armate napoleoniche nel 1796.

Eugenio di Beauharnais, nel 1805 nominato viceré del nuovo Regno d'Italia, fissò la sua residenza principale nella Villa che quindi in questa occasione assunse il nome di Villa Reale. Tra il 1806 e il 1808 per suo volere al complesso della Villa e dei suoi Giardini fu affiancato il Parco, recintato e vasto 750 ettari, destinato a tenuta agricola e riserva di caccia.

Dopo la caduta di Napoleone (1815) vi fu il ritorno degli austriaci fino alla seconda guerra di indipendenza (1859) quando la Villa Reale diventò patrimonio di Casa Savoia. La Villa fu specialmente cara al Re Umberto I che amava risiedervi e che la volle trasformata in molti ambienti dagli architetti Achille Majnoni d'Intignano e Luigi Tarantola.

Il 29 luglio 1900 Umberto I fu assassinato proprio a Monza da Gaetano Bresci mentre assisteva ad una manifestazione sportiva organizzata dalla società sportiva "Forti e Liberi", tuttora in attività. In seguito al luttuoso evento il nuovo Re Vittorio Emanuele III non volle più utilizzare la Villa Reale, facendola chiudere, lasciandole un senso di mausoleo e trasferendo al Quirinale gran parte degli arredi.

Nel 1934 con Regio decreto Vittorio Emanuele III fece dono di gran parte della Villa ai Comuni di Monza e di Milano, associati. Ma mantenne ancora la porzione sud con sale dell'appartamento del padre, Re Umberto I, sempre costantemente chiusi, in sua memoria. Le vicende dell'immediato dopoguerra della seconda guerra mondiale provocarono occupazioni, ulteriori spoliazioni e decadimento del monumento. Con l'avvento della Repubblica, l'ala sud è diventata patrimonio e amministrata dallo Stato. Il resto della Villa Reale è amministrata congiuntamente dai comuni di Monza e Milano.

Dopo un lungo periodo di degrado dovuto anche al frazionamento delle amministrazioni, a marzo 2012 sono iniziati i lavori di restauro all’interno della villa, che prevedono il recupero e la valorizzazione del corpo centrale, il recupero parziale delle ali nord e sud, la realizzazione dell’area tecnica esterna alla Villa nel lato nord e la messa in sicurezza della corte d’Ingresso. Per quanto riguarda la struttura edilizia, è previsto il consolidamento delle murature del piano terra, il ripristino delle volte e dei solai lignei, la realizzazione di opere di manutenzione straordinaria per la messa in sicurezza della corte e il ripristino della pavimentazione, della cancellata e della facciata sud dell’area nord. Inoltre, il progetto prevede la riqualificazione del belvedere e il restauro delle sale del piano terra. I lavori dureranno circa due anni e termineranno a marzo 2014. Attualmente la Villa è gestita da un Consorzio unico, di cui fanno parte gli enti proprietari della villa.

Piermarini realizza un edificio esemplare della razionalità neoclassica adattata alle esigenze di una realtà suburbana. I tre corpi principali, disposti a U, delimitano un'ampia corte d'onore chiusa all'estremità dai due volumi cubici della Cappella e della Cavallerizza, da cui partono le ali più basse dei fabbricati di servizio: si definisce in tal modo uno spazio razionale, costituito dall'ordinata disposizione dei volumi che si intersecano ortogonalmente e che, progressivamente, si sviluppano in altezza. Come nella reggia di Caserta di Vanvitelli e prima ancora a Versailles, nella Villa reale di Monza si sottolinea un percorso che, attraverso un viale principale, collega la villa al centro del potere.

La decorazione delle facciate, rinunciando a timpani, colonnati e riquadri a rilievo, si presenta estremamente rigorosa, segnando le superfici di sottili gradazioni. L'essenzialità stilistica dell'edificio è dovuta, oltre che a precise scelte di gusto, anche a ragioni politiche: la corte illuminata di Vienna preferiva evitare un'eccessiva ostentazione di ricchezza e potere in un paese occupato. Anche gli interni si accordano al principio di razionalità e semplicità che caratterizza l'intero progetto. In particolare appare curata la loro funzionalità: i corridoi ad esempio sono tagliati in modo da servire indipendentemente varie sale adibite ad usi diversi.

Il complesso della Villa comprende la Cappella Reale, la Cavallerizza, la Rotonda dell'Appiani, il Teatrino di Corte, l'Orangerie. Nel primo piano nobile sono le sale di rappresentanza, gli appartamenti di Umberto I e della Regina Margherita. La fronte della Villa rivolta ad est si apre sui Giardini all'inglese progettati dal Piermarini.

L'edificio destinato alle serre per il servizio dei giardini della Villa, denominato Orangerie nel progetto originale piermariniano e oggi comunemente noto come il Serrone, fu costruito nel 1790.

L'ambiente, imponente per le dimensioni, è esposto e riceve la luce da sud da una lunga serie di finestre. In esso, oltre al ricovero invernale delle piante più delicate ed in generale delle piante esotiche, in età asburgica si soleva tenervi anche spettacoli di vario genere per la Corte.
Nella seconda metà del XX secolo, proprio davanti al Serrone, è stato impiantato un vasto roseto nel quale annualmente nel mese di maggio viene indetto un concorso floreale.
Dopo i restauri intervenuti, l'edificio oggi è destinato a sede di mostre d'arte temporanee.

Nella planimetria con il perimetro del parco tracciata da Luigi Canonica e datata intorno al primo decennio dell'Ottocento, sulla base della mappa catastale, si distingue un "casino della vigna toscana", contemporaneo alla stesura della mappa. Canonica aveva prima pensato, come attestato dai suoi disegni per la sistemazione di un primo ampliamento del Parco tra 1805 e 1808, di mantenere la “vigna” entro un contorno sistemato all’inglese; in seguito, nei disegni riguardanti la sistemazione dell’interno parco nella sua estensione definitiva, aveva previsto l’eliminazione della “vigna” e l’inglobamento della sua area nei giardini reali, dove il sedime della vigna è sistemata a prato, con un viale alberato che ne definisce il confine.

È Giacomo Tazzini, succeduto a Canonica nel ruolo di architetto dei Reali fabbricati, ad arricchire gli ampliati giardini reali di un altro notevole pezzo topico del repertorio del giardino romantico: la torre gotica e la rovina medioevale; ovvero “il finto castello con annessa torre”, come l’architetto stesso definisce l’edificio in una lettera del 1829. Il sito prescelto è poco distante dalla grotta e dal tempietto, là dove il piano piermariniano aveva dato spazio, incuneata tra due scene del giardino inglese, alla “vigna toscana” a filari, bordata da quella “tratta tortuosa di strada a Vedano” che limitava a est i primitivi giardini.

L’idea della torretta però inizia a trovare esecuzione solo nel 1822, quando Giacomo Tazzini progetta di sfruttare il fabbricato rurale del vecchio casino toscano per realizzare un edificio “alla gotica” con torretta. In un primitivo disegno, in pianta e alzato, si distinguono accanto a quelli di nuova costruzione, i muri di una cascina esistente, che verrebbero in parte interrati e in parte riutilizzati per il nuovo fabbricato, composto da un portico, una sala terrena e una superiore, cui è aggiunta ex novo una torre a pianta circolare alta circa venti metri, nella cui canna è collocata una scala a chiocciola, che sale ad un ballatoio superiore ed infine ad una terrazza merlata: dunque una vera e propria torre-belvedere, al margine dei giardini, da cui godere del panorama dei giardini stessi e del parco da un punto di visuale nuovo ed inusuale.

In un disegno datato 28 aprile 1824 e firmato da Tazzini, il progetto risulta in gran parte compiuto. In una legenda scritta dallo stesso architetto si legge che risultano ancora da costruire i “muri fingenti un interno cortile dirocato, decorati con frammenti di marmi antichi e altro”, e i “pilastri e i marmi dirocati da farsi” (in adiacenza al Casino) “per meglio piramidare il fabbricato già eretto”.

Una incisione datata 1826 di Frederic Lose ed intitolata La Tour dans le jarden, riporta la torretta finalmente ultimata ed identica a come la si trova ad oggi. Quindi si può dedurre che la data di ultimazione dei lavori si collochi tra la fine del 1824 e l’inizio del 1826. Questa incisione evidenzia inoltre quella che poteva essere la forte suggestione che un edificio di questo genere potesse creare nell’atmosfera di un parco all’inglese come quello dei Giardini della Villa.


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IL PARCO DI MONZA

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Il Parco di Monza è uno tra i maggiori parchi storici europei, il quarto recintato più grande d'Europa e il maggiore circondato da mura. Ha una superficie di 688 ettari ed è situato a nord della città, tra i comuni di Lesmo, Villasanta, Vedano al Lambro e Biassono. Con i Giardini Reali, il Parco di Monza costituisce un complesso di particolare valore paesaggistico, storico e architettonico, incluso nel più ampio Parco regionale della Valle del Lambro. Dal 1922 ospita al suo interno l'Autodromo Nazionale di Monza, uno dei più importanti e prestigiosi circuiti automobilistici al mondo.

Il parco fu voluto da Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone e viceré del Regno d'Italia, come complemento alla Villa Reale costruita alcuni decenni prima per volontà del governo austriaco. Venne costituito ufficialmente con decreto napoleonico il 14 settembre 1805 in estensione ai già esistenti Giardini Reali. Il progetto fu affidato all'architetto Luigi Canonica; i lavori iniziarono nel 1806 e terminarono nel 1808.

Il parco nacque fondamentalmente come una tenuta modello che conciliava il soggiorno suburbano del sovrano alla possibilità di disporre di una riserva di caccia personale. Sono diverse tuttavia le ipotesi sulla reale esigenza che portò alla sua realizzazione; secondo Francesco Rephisti, la fondazione del parco poteva essere vista come la predisposizione di una grande riserva territoriale a pochi chilometri da Milano, allora capitale del Regno d'Italia, pronta ad accogliere in caso di esigenza grossi contingenti militari. Ad avvalorare quest'ipotesi ci sarebbe stato il corposo allevamento reale di cavalli alla Villa Pelucca, a Sesto San Giovanni. Secondo Cinzia Cremonini, la villa e il parco rientravano invece in un più complesso disegno, volto ad esaltare la grandezza dell'Imperatore, del quale Eugenio di Beauharnais era l'erede.

Dal punto di vista territoriale, il parco si estendeva inizialmente fino alla Santa - al tempo frazione di Monza, oggi parte del comune di Villasanta - e a Vedano, includendo al suo interno le importanti proprietà dei Durini, a cui appartenevano Villa Mirabello e Villa Mirabellino. Già nel 1806 venne acquisita un'ulteriore fascia terrazzata di circa 5 km a nord-ovest di Monza, facente parte dei comuni di Monza, Vedano e Biassono. Il parco raggiungeva così l'estensione di circa 14.000 pertiche (all'incirca 9 km²) e comprendeva edifici preesistenti (ville, mulini e cascine), aree agricole e aree boschive.

A partire da questi anni il Canonica cominciò ad elaborare un ardito e complesso progetto, volto ad armonizzare le architetture presenti all'interno del parco col parco stesso, in un sistema quasi teatrale con cui conferissero bellezza e regalità alla tenuta. L'architetto lavorò personalmente a diversi progetti di realizzazione o trasformazione di vari edifici, compito che sarebbe stato in seguito sviluppato e portato a termine dal suo successore Giacomo Tazzini, qui attivo fra il 1818 e il 1848, in concomitanza con gli anni del soggiorno monzese dell'arciduca Ranieri Giuseppe d'Asburgo-Lorena.

L'arciduca Ranieri, nominato viceré del Regno Lombardo-Veneto nel 1818, entrò subito in possesso della Villa e delle relative pertinenze, cadute in un breve periodo di oblio dopo la fuoriuscita dei francesi nel maggio 1814. Coerentemente con quanto già accadeva a Vienna a quel tempo, aprì per la prima volta al pubblico i Giardini Reali e il Parco, iniziativa particolarmente significativa dal punto di vista simbolico, poiché voleva rappresentare il carattere democratico del nuovo governo austriaco, ben disposto nei confronti degli abitanti di Monza e di Milano. In quegli stessi anni si andavano affermando le idee, diffusesi anche in Italia nei primissimi anni del XIX secolo, dalla manualistica specializzata. Secondo Luigi Mabil le città dovevano sempre disporre - oltre alle piazze - di ulteriori e piacevoli luoghi di ritrovo e passeggio per la popolazione, ricavati - a seconda delle disponibilità - all'interno o all'esterno del perimetro cittadino. Dovevano offrire al cittadino la possibilità di respirare un'aria più salubre nonché immagini e momenti piacevoli, che lo distogliessero dagli affari personali. Coerentemente con tale pensiero, lo stesso Ercole Silva - che già aveva influenzato negli anni precedenti la sistemazione dei giardini - sosteneva l'importanza di questi spazi nella vita quotidiana delle persone, al pari di un vero e proprio bisogno. Queste aree, oltre a sollevare l'individuo dalle afflizioni personali, lo distoglievano dai divertimenti ignobili e pericolosi, educandolo a una maggiore sensibilità e una migliore socialità.

Il Parco e i Giardini Reali sarebbero stati aperti fino al 1º agosto 1857, quando si pensò alla soppressione della colonia agricola ivi insediata, in favore di un ridimensionamento del parco stesso, accompagnato da un maggiore sviluppo delle zone a prato e a bosco. Caduti gli austriaci il progetto non venne mai attuato, e con l'Unità d'Italia nel 1861 venne riaperto al pubblico dai nuovi proprietari, i sovrani della Casa Savoia.

I Savoia, succeduti agli Asburgo, mostrarono in un primo tempo una sostanziale indifferenza alle vicende del parco e della Villa Reale. Fu solo con l'ascesa al trono di Umberto I nel 1878 che si invertì questa tendenza, inaugurando un periodo di importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento, concentrati quasi esclusivamente sulla Villa Reale, nella quale il sovrano amava soggiornare. Nel corso di questo periodo, i principali progetti di interventi inerenti al parco riguardarono le architetture ivi presenti, che sarebbero dovute essere a loro volta ristrutturate e ampliate. Tali progetti rimasero quasi esclusivamente sulla carta, poiché il 29 luglio 1900 Umberto I veniva assassinato nei pressi del parco mentre tornava alla villa, nell'attentato dell'anarchico Gaetano Bresci.

Tale evento condannò il parco e la Villa Reale ad un ventennio di abbandono, terminato in qualche modo con la restituzione delle proprietà al Demanio, avvenuta il 21 agosto 1919, e la successiva donazione delle stesse con Regio Decreto del 3 ottobre 1919 da Vittorio Emanuele III a vari beneficiari. Le aree a nord di viale Cavriga vennero cedute all'Opera Nazionale Combattenti, mentre quelle a sud - con la villa e i giardini - rimasero al Demanio; la Villa Mirabellino fu donata all'Opera Nazionale Orfani Infanti, mentre cinquanta ettari situati al di là del Lambro, insieme con l'attiguo Convento delle Grazie, vennero ceduti alla Scuola Superiore d'Agricoltura di Milano.

L'Opera Nazionale Combattenti, che giudicava la donazione un onere passivo, si attivò ben presto per trovare una nuova destinazione d'uso alle vaste aree che doveva gestire. Molteplici furono le proposte di speculazione emerse fin dall'inizio. Fra queste, una delle più significative fu quella del progetto Giacchi-Viganoni, del 1919, secondo la quale quelle aree si sarebbero trasformate in una moderna città giardino direttamente collegata con Milano (fu prevista anche la costruzione di una stazione ferroviaria all'interno del parco) e dotata di impianti sportivi e di svago all'avanguardia. All'incirca 200 ettari di terreno sarebbero stati destinati alla città giardino principale, circondata da una fascia di verde residua di circa 270 ettari (comprendenti tuttavia anche gli impianti sportivi e di svago) che la separava dal secondo agglomerato abitativo di circa 50 ettari. Un'ottantina di ettari rimanenti sarebbero invece stati occupati dai servizi.

Tramontata l'ipotesi del progetto, nel 1920 l'Opera Nazionale Combattenti strinse un accordo con il Consorzio costituito dai comuni di Monza e di Milano, insieme con la Società Umanitaria. Tale consorzio, che perseguiva logiche volte al massimo sfruttamento del parco da un punto di vista economico, diede a sua volta in concessione alcune aree a soggetti che ne avrebbero sconvolto l'originale configurazione. Nel 1922 venne concessa alla SIAS (Società per l'Incremento dell'Automobilismo e Sport) un'area di 370 ettari nella parte nord-occidentale del parco sulla quale, anche grazie alle spinte ricevute dal senatore Silvio Benigno Crespi, presidente della Banca Commerciale Italiana e dell'Automobile Club d'Italia, fu realizzato nel tempo record di 110 giorni l'Autodromo di Monza, terzo circuito automobilistico permanente al mondo in ordine cronologico. Il progetto, affidato all'architetto Alfredo Rosselli e all'ingegnere Piero Puricelli, prevedeva inizialmente un circuito di 14 km, a doppio anello, che sarebbe arrivato a lambire viale Cavriga, ma fu bocciato dal Ministero della Pubblica Istruzione e dalla Commissione per la Conservazione dei Monumenti di Antichità e di Arte della Provincia di Milano, in quanto giudicato eccessivamente invasivo e lesivo dell'integrità del parco.

Il progetto realizzato, relativamente più contenuto, si fonda sulla compenetrazione di due circuiti separati - una pista stradale da 5.500 metri e l'anello d'alta velocità da 4.500 metri - che condividono il rettilineo d'arrivo. Tale soluzione, per quanto non annullasse l'estremo impatto che ebbe l'opera sul parco, consentì quantomeno di ridurre la superficie occupata ed il numero degli alberi da abbattere, al tempo concentrati quasi esclusivamente nell'area del Bosco Bello, avendo il parco un carattere ancora prettamente agricolo. Il circuito si impose come uno dei più celebri e prestigiosi a livello mondiale, costituendo anche il principale motivo di notorietà della città di Monza nel mondo.

Sempre nel 1922, anche la SIRE (Società per l’Incoraggiamento delle Razze Equine) ottenne una concessione di circa 100 ettari per la costruzione dell'Ippodromo del Mirabello, completato nel 1924. Sorse in un'area più centrale del parco, posta fra la Villa Mirabello - da cui prese il nome - e la Villa Mirabellino. La realizzazione dell'ippodromo fu meno osteggiata di quella dell'autodromo, giudicato già al tempo di eccessivo impatto ambientale e incompatibile con la natura del parco in cui si trovava. Anche le strutture architettoniche dell'ippodromo, progettate insieme alle due piste dal Vietti-Violi, risultavano molto più armoniose e leggere, essendo realizzate - secondo la moda del tempo - in stile liberty e in legno.

Nel 1928 fu realizzato il campo da golf, in un'area di 90 ettari nella zona nord-orientale del parco, a fianco all'autodromo. Il primo progetto, affidato all'architetto inglese Peter Gannon e all'ex maggiore dell'esercito Cecil Blandford - considerati al tempo fra i migliori golf designer - consisteva in un campo di sole nove buche, che fu ben presto trasformato in un campo a diciotto buche. L'architetto Piero Portaluppi realizzò la club house, per la quale adattò la vecchia Fagianaia Reale.

Nel 1934, la Villa Reale, i Giardini e parte del parco vennero ceduti gratuitamente e in via definitiva ai comuni di Milano e di Monza, che nel 1937 acquistarono anche le aree poste a nord di viale Cavriga, formalmente ancora di proprietà dell'Opera Nazionale Combattenti. Verso la metà degli anni trenta, in seguito ai gravi incidenti automobilistici che si verificavano all'autodromo, cominciarono pesanti interventi di adeguamento e messa in sicurezza del tracciato, accompagnati da polemiche riguardanti i massicci diboscamenti che si rendevano indispensabili ad ogni revisione del tracciato.

Nel 1958 si assistette ad un'ulteriore ampliamento dell'impianto golfistico, con la creazione di un campo a ventisette buche e la realizzazione di una nuova club house, ad opera dell'architetto Luigi Vietti. Nel 1976 cadde in disuso l'ippodromo, e nel 1990 un incendio distrusse ciò che rimaneva delle tribune in legno, in seguito demolite insieme alle stalle. Sempre negli anni settanta ripresero le polemiche da parte degli ambientalisti, quando nuove modifiche alla pista dell'autodromo, eseguite per ragioni di sicurezza, richiesero il taglio di nuovi alberi. Vennero inoltre costruiti i nuovi box, in deroga ai vincoli ambientali sul Parco. Gruppi ambientalisti si mobilitarono e tentarono di bloccare i lavori. La situazione si ripeté nel 1994-'95, quando l'ampliamento delle vie di fuga di alcune curve richiedeva il taglio di circa 500 alberi. Si trovò alla fine un compromesso che ridusse il numero a circa 100, con modifiche alle curve interessate per ridurne le velocità di percorrenza.

Anche il campo da golf è oggetto di pesanti critiche da parte degli ambientalisti e del pubblico in generale, che ritengono ingiusto che un'area pari a circa un settimo del Parco sia assegnata in concessione esclusiva ad un circolo privato (il Golf Club Milano) che conta circa solo 900 soci, impedendo ad altri visitatori l'accesso. Tra il 1995 e il 2006 sono state fatte due petizioni per la chiusura dell'impianto.

Il decreto del 14 settembre 1805 consentì l'acquisizione dei terreni prescelti per la formazione del Regio Parco, al tempo appartenenti ai Comuni di Monza, Vedano al Lambro e Biassono. L'originaria dislocazione dei confini seguiva la disposizione degli appezzamenti di terreno e delle relative proprietà, risalenti sostanzialmente al Catasto Teresiano. Dopo la realizzazione del Parco e la risistemazione del verde, coi viali prospettici e il distinguo fra le aree boschive e le aree agricole, si rivelò impossibile individuare i confini originali delle suddivisioni catastali. In virtù di ciò, già dal 1872 si pensò ad una rettifica dei confini, di modo che fossero più facilmente individuabili. I nuovi confini rettificati furono ufficializzati soltanto in data 24 febbraio 1899, alla presenza delle Commissioni censuarie, delle Giunte Municipali dei comuni interessati, oltre che degli ingegneri Luigi Tarantola per la Real Casa e Emilio Rigatti per il Catasto. Dal verbale redatto, si evince come il confine fra Biassono e Vedano al Lambro partendo dalla sponda destra del Lambro proseguisse per il viale della Fagianaia, passando per il viale dei Platani (parallelamente quindi al viale dei Cervi e al viale del Serraglio, andando ad incontrare il viale delle Noci e continuando fino al muro di recinzione del Parco, da cui riprendeva il tracciato storico costeggiando il parco di Villa Litta Bolognini Modigliani.

In quest'occasione la frazione della Santa cercò senza successo di distaccarsi dal Comune di Monza per unirsi a quello di Villa San Fiorano. In risposta, Monza chiese l'annessione della stessa Villa San Fiorano. La situazione rimase invariata, pur continuando ad alimentare un certo dibattito e risentimento tra le popolazioni dei comuni interessati. Nel 1924 La Santa rinnovò le proprie richieste, trovando questa volta una risposta ben più dura da parte di Monza, il cui Commissario Prefettizio in data 1º agosto 1925 chiese non solo l'annessione di Villa San Fiorano, ma anche di Vedano al Lambro e di Biassono. La forte opposizione intentata dapprima solo da Villa San Fiorano e Biassono, in un secondo tempo anche da Vedano al Lambro, parallelamente alla ricostituzione di un'amministrazione comunale anche a Monza, dopo il periodo di commissariamento durante il quale erano maturate le richieste, portarono a un ridimensionamento di queste, che si limitavano ora alla sola acquisizione dei terreni interni al Parco. Anche le nuove richieste monzesi furono contestate sia da Biassono che da Vedano, ma avrebbero trovato attuazione nel successivo Regio Decreto del 29 novembre 1928, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno il 7 gennaio 1929, che sanciva l'incorporazione del Regio Parco al Comune di Monza da cui veniva distaccata la frazione della Santa che veniva assegnata al Comune di Villa San Fiorano nella nuova municipalità di Villasanta. Tale decreto entrò in vigore ufficialmente il 23 gennaio 1929.

Storicamente erano attestate, grazie all'opera di Luigi Villoresi, numerose specie vegetali, sia autoctone, sia esotiche; al tempo erano addirittura attestate 43 specie di Quercus, 30 di Fraxinus, 22 di Prunus e 16 di magnolia. Al giorno d'oggi, pur aver perso gran parte dell'originaria fisionomia, il Parco conserva una buona varietà arborea, particolarmente significativa e importante, se contestualizzata nel panorama quasi interamente urbanizzato di Monza e dei comuni subito a nord di quest'ultima. Particolarmente significativa inoltre la presenza del Bosco Bello, una delle ultime testimonianze delle antiche foreste di pianura presenti in Lombardia, circoscritta tuttavia nell'area nord del Parco, ripetutamente compromessa per via dell'Autodromo e dei relativi continui interventi di diboscamento.

Fra le specie più caratteristiche e maggiormente diffuse nel parco si citano il Carpino bianco (Carpinus betulus), l'Ippocastano (Aesculus hippocastanum), il Liriodendro (Liriodendron tulipifera), varie specie di Platano, il Ciliegio selvatico (Prunus avium) e il Tiglio (Tilia cordata); fra gli arbusti il Biancospino (Crataegus monogyna), il Corniolo (Cornus mas) e l'Evonimo (Euonymus europaeus).

Cessata la funzione di riserva reale di caccia e la successiva di tenuta agricolo modello, il Parco vanta attualmente un discreto numero di specie animali spontanee, ai quali vanno aggiunte le specie allevate, in particolar modo bovine (Mulini San Giorgio) ed equine (Mulini San Giorgio e Cascina Cernuschi). Uno studio condotto da ricercatori dell'Università di Pavia unitamente al Museo di storia naturale di Milano hanno individuato una sorprendente varietà di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci, che contribuiscono ad aumentare sensibilmente l'importanza e il valore di quest'area verde.

La fauna del Parco è costituita per la maggiore dallo scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris), dalla lepre europea (Lepus europaeus), dal ghiro (Glis glis), dalla talpa europea (Talpa europaea), dalla volpe rossa (Vulpes vulpes), dal coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus) e dal riccio comune (Erinaceus europaeus), per quanto riguarda i mammiferi; dal picchio rosso maggiore (Dendrocopus major), dal picchio verde (Picus viridis) e dal picchio muratore (Sitta europea), per quanto riguarda i picchi, dall'anatra mandarina (Aix galericulata), dal germano reale (Anas platyrhyncos), dalla nitticora (Nycticorax nycticorax), dal martin pescatore (Alcedo atthis) e dall'airone cenerino (Ardea cinerea), per quanto riguarda gli uccelli acquatici, dalla poiana (Buteo buteo), dall'allocco (Strix aluco), dal gufo comune (Asio otus), nei mesi invernali dal gabbiano (Laridae), dalla civetta (Athene noctua) e dal gheppio (Falco tinnunculus), per quanto riguarda gli uccelli rapaci; dal ramarro (Lacerta bilineata) e dal colubro d'Esculapio (Elaphe longissima), per quanto riguarda i rettili; dalla rana di Lateste (Rana latastei), dal tritone crestato italiano (Triturus carnifex) e dal rospo smeraldino (Bufo viridis), per quanto riguarda gli anfibi; dalla carpa comune e dal cavedano, per quanto riguarda i pesci.


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