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mercoledì 22 luglio 2015

MORTERONE

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Morterone è un comune di Lecco.
È il secondo più piccolo comune italiano per popolazione dopo Pedesina. Nel paese risiedono soprattutto persone anziane, ma anche alcune coppie giovani.
Il nome Morterone deriva dalla forma circolare della valle che richiama quella di un mortaio dal latino mortarium (mortaio).

Le prime notizie storiche sul paese sono del XV secolo: allora signori del borgo erano gli Invernizzi. Negli ultimi anni il paese ha imboccato una strada che dovrebbe scongiurarne lo spopolamento, così come è avvenuto in altri paesi montani. Da una parte, infatti, si è cercato di sviluppare la villeggiatura estiva, dall'altra si stanno consolidando alcune iniziative culturali che hanno portato nel paese a mille metri d'altezza artisti di fama internazionale con mostre di pittura, scultura e fotografia.

Morterone, piccolo comune sito ai piedi del versante orientale del monte Resegone, è divenuto un centro internazionale di poesia e arte grazie al progetto di Carlo Invernizzi e la sua concezione della poetica della Natura Naturans, che vede nell’operare degli umani un’azione di conoscenza e non un’alterità operativa prevaricante.
L’Associazione Culturale Amici di Morterone ha iniziato a operare a metà degli anni Ottanta del secolo scorso con l’intento di presentare mostre d’arte contemporanea pure creando un Museo all’Aperto, tuttora in progress, con l’installazione di oltre 30 opere di artisti italiani ed europei per abbellire il territorio nel rispetto della sua incontaminatezza e far così rivivere la comunità sulle proprie radici e rendere Morterone una autentica soglia poetica.
Come scrive Francesca Pola, “l’autentico significato di questo progetto è solo in parte assimilabile alla ormai diffusa realtà dei cosiddetti ‘parchi di scultura’, che negli ultimi decenni sono sorti in tutto il mondo: l’esperienza di Morterone si pone in realtà un obiettivo  completamente diverso, perché vuole affermare la possibilità e la volontà di una crescita armonica di uomo e ambiente. Gli interventi che decine di artisti hanno qui realizzato, rappresentativi di una eccellenza creativa italiana e internazionale, si pongono come ipotesi e possibilità concrete di un fare dell’uomo che non sia prevaricatore o estraneo rispetto alla natura, più o meno antropizzata, ma, in un dialogo con essa, sia in grado di fornire inedite e significative direttrici interpretative a tutti coloro che la abitano e percorrono. In questo senso, quello di Morterone può, retrospettivamente come in prospettiva, leggersi realmente come un progetto pilota nella direzione d’integrazione senza stravolgimenti, secondo una fattualità conoscitiva, di arte e natura: l’arte che ci aiuta a comprendere il nostro essere nel mondo. Morterone è in quest’ottica luogo privilegiato, della geografia e della mente, nel quale proprio le condizioni di assoluta incontaminatezza permettono il libero dispiegarsi di una creatività tesa all’affermazione di una fondamentale identità tra uomo e natura, tra fare antropico e divenire dell’universo vivente.”

A Morterone c'è una chiesa, ma mancano le scuole: i bambini si recano a Ballabio o a Lecco con un servizio scuolabus o con le auto private, percorrendo la tortuosa strada (15 km circa fino a Ballabio) che raggiunge il piccolo comune costeggiando le pendici del monte Due Mani e che culmina alla Forcella di Olino prima di ridiscendere.

Il consiglio comunale di Morterone, di cui fanno parte più di un terzo degli abitanti, si riunisce preferibilmente a Ballabio.

La Chiesa della Beata Vergine Assunta era una semplice cappella nel 1566, fu eretta parrocchia solo nel corso del XVII secolo. Dal XVII al XVIII secolo la parrocchia di Morterone, a cui era preposto il vicario di Lecco, è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi e dai delegati arcivescovili di Milano nella pieve di Lecco. All’interno si trova l'Altare Fiore, opera dell'austriaco Rudi Wach.

Morterone è situata ai piedi del Resegone, in un territorio di boschi in cui si possono percorrere magnifici sentieri. In posizione molto isolata, tanto che la valle ai suoi piedi si chiama Remota, questa piccola valle confluisce con la val Bordesigli nella val Taleggio e forma il Brembilla che sfocia nel Brembo a Ubiale Clanezzo a solo 16 km da Bergamo. Confina a nord con i comuni di Ballabio, Cremeno, Cassina Valsassina, Moggio e Vedeseta, confina a sud con i comuni di Lecco e Brumano, a est con i comuni di Vedeseta e Brumano e a ovest con i comuni di Ballabio e Lecco.

Collocato sul versante del Resegone affacciato sul territorio bergamasco, ma legato storicamente a Lecco, Morterone non fu ricompreso, a differenza delle vicine Brumano e Vedeseta, dalle modifiche amministrative che, nel periodo napoleonico, rettificarono il confine occidentale della provincia di Bergamo portandolo generalmente sullo spartiacque. Morterone rimane dunque l'unico paese collocato in una valle tributaria della val Taleggio a non far parte della provincia di Bergamo.

Il paese di Morterone conta una dozzina di case poste in Morterone Centro, numerose sono comunque le frazioni che compongono l'abitato che in passato era esteso in tutto il territorio con frazioni di maggiore e minore importanza; Olino, Medalunga, Frasnida e Zuccaro erano le frazioni principali che insieme al centro erano punto di riferimento per i Morteronesi fino alla prima metà del secolo scorso (a Olino esisteva una macelleria, in Centro e a Medalunga l'osteria e a Frasnida si faceva il mercato).

Le altre frazioni che comprendevano il paese erano quelle di: Bosco, Bruga Alta, Bruga Bassa, Bruga di Mezzo, Brughetta, Campetti, Cantello, Cappelletta, Carigone, Cascina Nuova, Castegna, Centro, Cornelli, Costa, Costa Bonetta, Costa dei Muli, Curolt, Due Orti, Foppa, Forbesett, Forcelletta, Fornaci, Fraccia, Fraccio, Gas, Lungo, Monte Cucco, Morsura, Muschiada, Poncione, Paser, Passo del Pallio, Piana, Piano di Costa, Piazzoli, Pizzo, Pradelli, Pradello, Pra Giacomo, Preacone, Selvano, Turegia, Val Boazzo. Numerose delle quali tutt'oggi restano disabitate o solo in parte frequentate.

Le attività economiche di un tempo erano essenzialmente agricole: prati e pascoli per l'allevamento del bestiame con produzione di latte trasformato in stracchini; boschi di faggio con produzione di legna e carbone vegetale, oggi Morterone vede nei mesi estivi crescere i suoi abitanti, con il ritorno delle famiglie del posto e di molti turisti.



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VEDESETA



Vedeseta è un comune che si adagia sul versante settentrionale della Val Taleggio, caratterizzata da vasti prati, boschi e alberi da frutto. Numerosi torrenti e ruscelli - il Chignolo e il Bordesigli i principali - attraversano il comune prima di immettersi nel torrente Enna, principale corso d'acqua della valle.

Il nome Vedeseta potrebbe trarre origine da ''Viticeta'', cioè zona caratterizzata da macchie di Vitex, arbusto conosciuto anche come Agnocasto oppure dal verbo ''videre'' che, riferito a luoghi, assume il significato di ''essere bene esposto''

Per avere le prime notizie sicure occorre attendere l'epoca Carolingia, quando, tra la fine del VIII ed i primi anni del IX secolo, l'imperatore Carlo Magno concesse in fondo al Vescovo di Milano l'intera valle del fiume Enna. Al periodo del Sacro Romano Impero è pertanto riconducibile l'inizio dei rapporti politico-economici che legarono per secoli la comunità di Vedeseta alla metropoli lombarda. Nei primi decenni del XII secolo la Valle Taleggio è popolata da comunità relativamente numerose ed amministrativamente organizzate; il governo locale è demandato ad un giusdicente, eletto dagli abitanti, il quali giudicava tutto, eccettuati i casi d'omicidio o di grave importanza. Da ciò si può desumere che la Comunità di Vedeseta godeva di una relativa larga autonomia, in seguito confermata dagli altri governi succeduti. Nel 1237 la Valle Taleggio (insieme con la Valle Averara), in seguito alla sconfitta dei Milanesi ad opera di Federico II, diventa Signoria e affidata a Pagano della Torre della Valsassina. In seguito alle contese civili che insanguinarono lo stato milanese per il possesso della Signoria, la Valle Taleggio si spacca in due, con Vedeseta che abbraccia la causa Ghibellina, mentre Taleggio si allea con il partito Guelfo. In questo periodo sul territorio vengono edificati torri e castelli di cui purtroppo non c'è rimasta testimonianza sul territorio. La faida tra le due popolazioni continuò a lungo, anche quando lo scontro ideologico e politico si era ormai svuotato d'ogni contenuto; ma se non era più questione di Papa o Imperatore, era pur sempre questione di pascoli, di confini e di malghe. E non era che in Valle Taleggio mancavano le leggi; tanto che il 17 dicembre 1368 viene steso il primo statuto della Valle Taleggio e d'Averara, composta di ben 112 capitoli che regolavano il quieto vivere delle popolazioni. Si giunge così con un relativa tranquillità al 1428, quando, a seguito dell'avvento della Repubblica di Venezia si riaccendono i vecchi rancori: i taleggini si schierano con i veneziani mentre i vedesetesi restano fedeli al biscione visconteo. Gli scontri durano sino al 1433 quando, con la pace di Ferrara, Taleggio e Averara vengono definitivamente assegnate a Venezia mentre Vedeseta e Valtorta vanno a Milano. In questo modo la Valle Taleggio diviene terra di confini, come testimoniato tutt'oggi da alcuni ''termini'' in pietra ancora visibili. Questa situazione dura per tre secoli e mezzo, sino alla caduta della Repubblica di Venezia, ma il fatto di essere luogo di un importante corridoio politico e strategico tra i due maggiori stati della Penisola recò innegabili vantaggi alle popolazioni, con un incremento del commercio e dei transiti delle merci, la manodopera può trovare lavoro nei centri urbani dei due stati, il porto di Venezia è gestito da maestranze bergamasche. Mentre Taleggio rimane ininterrottamente sotto il controllo veneto, Vedeseta segue le sorti dello Stato Milanese, passando sotto il dominio francese prima, spagnolo poi e dal 1706 passa sotto il controllo di Vienna. Nel 1797 poi, in seguito alla campagna Napoleonica in Italia, Vedeseta entra a far parte della Repubblica Cisalpina assieme a Taleggio, ritrovando così l'antica unità e successivamente con la Restaurazione passano entrambi sotto il controllo dell'Impero Austro Ungarico. Inizia così la decadenza politica ed economica della Valle, che passa da importante regione di confine ad oscura località sperduta e dimenticata. Nel 1859 infine, con la II Guerra d'Indipendenza, Vedeseta entra a far parte del Regno d'Italia e ritrova, grazie ai suoi cittadini, un nuovo assetto economico e sociale.

Gli antichi villaggi davano avvio alle attività divenute in seguito tradizionale: l'agricoltura, l'utilizzazione dei boschi e, sopratutto, sfruttando gli ottimi pascoli delle fasce montane piu' alte, l'allevamento del bestiame, la pastorizia e la lavorazione del latte. Non e' da escludersi l'esistenza d'una certa forma primitiva di commercio, basata su scambi in natura, specie con la confinante Valsassina, ove presumibilmente si producevano artigianalmente attrezzi agricoli e ferri da taglio. Probabilmente la moneta corrente in Vedeseta era a quell'epoca rappresentata principalmente dallo stracchino (Taleggio), gia' a quei tempi giustamente rinomato. Tale uso doveva essere piu' che mai vivo anche mille anni dopo, se, nel 1378, le valli di Taleggio e di Averara, come narrano gli storici, versarono al loro Principe Bernabo' Visconti, Signore di Milano, quale tributo, 200 pesi di formaggio bene stagionato.

Vedeseta  è con quello limitrofo di Taleggio, uno dei due Comuni della valle omonima, il cui principale torrente, l'Enna e' affluente del Brembo.

La solubrità dell'aria, l'altitudine ed il suggestivo paesaggio alpestre hanno fatto del paese una nota frequentata stazione climatica. Vedeseta e' posta infatti su di un declidio a prati e a boschi nel quale addolcisce le sue prime propaggini il contrafforte montuoso che serra a ponente la Valle Taleggio, separandola dalla Valsassina. Il turismo costituisce comunque l'unica valida risorsa, in grado non solo di sostituire proficuamente quelle originarie ormai insufficienti e procacciare cespiti per una esistenza piu' decorosa, ma anche - e conseguentemente - di frenare l'increscioso fenomeno dello spopolamento da tempo in atto. Assai utile sarebbe a tale scopo valorizzare le alpi comunali di Artavaggio. Tutto cio', naturalmente presuppone una aperta e coerente mentalità che certo non fa difetto alla popolazione.

Reggeto è una caratteristica frazione posta sopra Vedeseta, raggiungibile comodamente da quest'ultima ma anche dal Santuario di S. Bartolomeo di Olda.
La posizione è soleggiata ed il panorama godibile.
Troviamo una chiesa (edificata nel 1635) ed una bella fontana-abbeveratoio dalle ragguardevoli dimensioni.
Da visitare, poco sopra il paese, la Torre degli Alpini.
Da Reggetto è possibile intraprendere varie escursioni, per esempio passando da Cantoldo verso i Piani d'Artavaggio, oppure ascendere al vicino Corno Zuccone.
Nei dintorni sono presenti molti cippi confinari, i Termenù.

Avolasio è il primo paese che si incontra giungendo in valle dalla Valsassina, lungo la bella strada che dalla Culmine di San Pietro porta a Vedeseta.
Ebbe la sua chiesina nel 1615; per il resto non vi sono attrattive artistiche particolari.
La posizione è panoramica, più isolata rispetto agli altri centri abitati.

L'Anello di Avolasio è un tragitto circolare, percorribile in poco più di un paio d'ore di cammino, con partenza e arrivo nel centro abitato di Avolasio. Dalla piazzetta si imbocca l'agevole carreggiata che porta ai 1381m della Sella. Seguendo il sentiero si entra in un fitto bosco per arrivare nello spiazzo di Prato Giugno. Lungo il cammino è possibile vedere vecchie abitazioni alpestri ricoperte da tetti con le famose "piode". Arrivati alla Sella, comincia una ripida discesa che tra le coste, dirupi e boschi raggiunge il centro di Vedeseta.

Il piccolo borgo di Lavina, si trova poco sotto Vedeseta, lungo la strada che da Olda porta a Peghera.
Vi sono unicamente un gruppo di case e una chiesetta, risalente al 1428 e dedicata all'Annunciazione di Maria Vergine, cui venne successivamente unito, nel 1630, come Santo titolare, San Vincenzo Levita e Martire. S. Vincenzo (essendo la chiesa di vecchia data, la Lavina già a quell'epoca doveva essere considerata un centro importante). All'interno è presente una tela settecentesca dove, per errore del pittore, è stato rappresentato San Vincenzo Ferreri. Questa chiesa aveva fino a tutto il '700 un suo sacerdote pur essendo chiesa secondaria di Vedeseta. In questi ultimi anni, pur solennizzando le feste sia dell'Annunciazione il 25 marzo, sia di San Vicenzo il 17 gennaio, la festa vera e propria della frazione si celebra il 14 agosto, vigilia dell'Assunta.

All'ingresso del paese vi è poi una strana fontana dal duplice prospetto, con due vasche con le relative maschere da cui sgorga freschissima acqua.
Sullo spigolo di una casa del piccolo centro, sopra l'intonaco ormai sbrecciato su cui si leggeva "Lavina frazione di Vedeseta", si nota la data 1569 incisa in una bella pietra.

Tra Lavina e Olda vi è la contrada Cornale, da cui si può incamminarsi a meridione, giù in valle, per raggiungere il Ponte dei Senesi sul torrente Enna e risalire fino al Peghera, lungo l'antica via utilizzata da chi voleva raggiungere la val Taleggio provenendo dalla val Brembilla.



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TALEGGIO

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Taleggio è un comune situato al termine dell’omonima valle.

Il territorio comunale è caratterizzato da una forte connotazione alpina, nonché dall’attraversamento del torrente Enna, che scorre in profonde gole scavate dall’azione erosiva dell’acqua, e si getta nel fiume Brembo a valle del comune.

Il comune raggruppa le località di Sottochiesa, Pizzino, Olda e Peghera. La soleggiata esposizione dei borghi lungo i declivi, conferisce al paesaggio note d'inconfondibile dolcezza alpina, tali da giustificare l'appellativo di "piccola Svizzera". Sono tipici gli edifici con i tetti a forte pendenza, ricoperti da pietre sovrapposte a gradini.

Il toponimo deriva dal latino Tilietulum ed indica un piccolo albero di tiglio, molto presente nel contesto valligiano. Successive traslazioni hanno portato a Tiletlum, poi diventato Tilleggio. Piccolo borgo incastonato tra i monti, che deve l’origine del proprio toponimo alla conformazione tortuosa (valle tortuosa) che questa valletta possiede, non annovera episodi di spessore nella sua storia.

Si pensa che i primi insediamenti stabili in questa zona siano riconducibili all’epoca delle invasioni barbariche, quando le popolazioni soggette alle scorrerie si rifugiarono in luoghi remoti, al riparo dall’impeto delle orde conquistatrici. In particolar modo si presume che siano stati gli abitanti della vicina Valsassina ad arrivare per primi (presumibilmente attorno al VI secolo), come testimoniano alcuni toponimi uguali tra le due zone, svolgendo attività legate all’agricoltura, all’allevamento ed alla caccia.

In tal senso fu a lungo legata alla pieve di Primaluna, situata nella suddetta valle, con la quale il paese è collegato tramite una strada che reca verso Vedeseta ed il culmine di San Pietro, che segna la divisione con la provincia di Lecco.

I primi documenti indicano che il territorio comunale, una volta inserito nel Sacro Romano Impero, venne dato in feudo alla diocesi di Milano. Era l’epoca dei vescovi-conte, e qualche tempo dopo il reggente milanese Roberto Visconti affidò gran parte di questa zona a membri della propria famiglia, i Visconti di Milano.

Nel corso del XIV secolo i borghi di Taleggio vennero interessati dalle lotte tra guelfi e ghibellini, tanto da dotarsi di numerose fortificazioni e torri, di cui ora non restano che pochissime tracce.

Schierato con la fazione guelfa, vide tra i maggiori esponenti le famiglie Salvioni, Offredi e Bellaviti, che posero il loro quartier generale a Pizzino, dove era presente un piccolo castello. Questi si scontrarono ripetutamente con gli abitanti del vicino borgo di Vedeseta, che appoggiava i ghibellini.

Dopo una breve tregua verificatasi nel 1358 grazie all’intervento diretto di Bernabò Visconti, i combattimenti ripresero con intensità maggiore, raggiungendo livelli di recrudescenza mai visti. Nel 1393 gli abitanti di Taleggio attaccarono e bruciarono il borgo di Vedeseta, le cui famiglie fecero scattare la rappresaglia su Peghera.

All’inizio del XV secolo l’intervento della Repubblica di Venezia pose fine alle diatribe, inglobando il territorio di Taleggio e ponendo i propri confini territoriali proprio a Vedeseta, che rimase dominio milanese.

La Serenissima elargì inoltre numerose esenzioni da tasse e dazi al paese di Taleggio, come ringraziamento della fedeltà accordata dagli abitanti in occasione delle dispute con i milanesi.

Nel frattempo gli abitanti si resero sempre più famosi per la produzione di un particolare tipo di formaggio, uno stracchino che assunse il nome del paese stesso, rendendo celebre l’intera valle. La diffusione dell’industria casearia fu inoltre favorita dai lunghi viaggi che gli allevatori locali compivano durante i mesi della transumanza nelle zone della pianura lombarda, dove il formaggio Taleggio venne sempre più apprezzato.

Il termine della Repubblica di Venezia avvenne nel 1797, quando irruppe la napoleonica Repubblica Cisalpina. Questa revocò i privilegi per l’intera zona, ed accorpò in un’unica entità amministrativa l’intera valle. Tuttavia questa esperienza politica ebbe vita breve, dal momento che nel 1815 Taleggio ottenne nuovamente l’autonomia amministrativa grazie all’avvento della dominazione austriaca, che istituì il Regno Lombardo-Veneto.

Da quel momento non si verificarono più episodi rilevanti nel paese, che seguì le sorti politiche del resto della provincia.

A partire dal XX secolo il territorio comunale è stato interessato da una crescente emigrazione, che ha portato allo spopolamento intere contrade, con conseguente perdita di parte delle tradizioni che hanno contraddistinto la popolazione nel corso dei secoli.

Resistono i segni della storia e di una cultura contadina che ha plasmato in modo originale il territorio. Il reticolo delle mulattiere, i terrazzamenti con i muretti a secco, le tribuline o santelle affrescate ai crocicchi o lungo gli antichi percorsi, i cippi confinari, le finestrelle in pietra, i comignoli solitari, le abbeverate in terrabattuta, i lavatoi di sasso, le torri dei roccoli, le piazzette in acciottolato: tutto questo, almeno in parte, resiste e merita di essere veduto.
Meritano tutte una piccola visita le chiese anche se rifatte piu' volte causa i cambiati bisogni o per ragioni di statica (S. Lorenzo del Fraggio la piu' antica e intatta, S. Giacomo di Peghera quella con il gioiello piu' prezioso, un polittico di Palma il Vecchio) , meritano un passaggio non distratto tutti i paesi.

Gli imponenti tetti in pietra, pesanti tonnellate, sono la caratteristica di stalle e baite della parte piu'alta della valle Taleggio e di diversi edifici dei nuclei abitati. Esempio tipico di questo singolare modo di costruire e' la bellissima acropoli del Fraggio, oggi del tutto disabitata, dove appaiono evidenti malgrado i danni irreparabili subiti in questi ultimi anni, i segni di quella che dovette essere una specie di fortezza di confine, raggruppata attorno alla chiesetta di Sant' Antonio interamente costruita, al pari del resto del borgo, con pietre reperite in qualche cava vicina. Altra nota tipica dell' Architettura locale ravvisabile sopratutto negli abitati piu' grossi, e' una certa signorilita' degli edifici, generalmente a forma di torre con grandi ballatoi in legno sporgenti su piu' facciate, appena al di sotto del tetto.

Il torrente Enna, che raccoglie le acque di tutto il bacino, scende tortuosamente a valle aprendosi il varco tra i ripidi precipizi, a margine dei quali scorre la strada di collegamento con San Giovanni Bianco, detta appunto dell'orrido di Taleggio.

Olda, la sua chiesa fu eretta dal 1477 al 1487. Ricostruita nel 1770, venne consacrata il 15 Agosto del 1897 dal Vescovo Gaetano Camillo Guidani che la confermo' l'antico titolo dei santi Pietro e Paolo e incluse nella mensa dell'altar maggiore le reliquie dei Santi Alessandro, Prospero e Valentino.

Caratteristica di Sottochiesa e' la Torre Campanaria dalle belle bifore romaniche. Essa si innalza accanto alla Parrocchiale che conserva, nel suo interno, diverse opere d'arte fra le quali una splendida pala a firma di Andrea Vicentino (1581), raffigurante la Vergine e i Santi Francesco, Rocco e Cecilia. L'antica chiesa sorge nel quattrocento su un nucleo precedente risalente al Duecento. Nella piazza del paese (capoluogo del Comune di Taleggio) una colonna del 1609 ricorda la fedelta' alla repubblica Veneta.

Peghera conserva ancor oggi i suoi favolosi rustici nelle contrade Asturi e Costa. La sua chiesa, già esistente nel 1378, si rese autonoma e venne consacrata il 18 Luglio 1495.
La sua chiesa (S. Giacomo, figlio di Zebedeo), già esistente nel 1378 (viene citata persino in un elenco della seconda metà del '200) si rese autonoma staccandosi da Pizzino nel 1474 e venne consacrata il 18 luglio 1495. Solo nel 1868 venne posta la prima pietra per la ricostruzione totale, e il nuovo tempio venne ri-consacrato nel 1906. La parrocchiale conserva nell'abside dietro l'Altar Maggiore l'opera pittorica più importante della valle, appartenente a Palma il Vecchio di Serina: è un polittico a sette scomparti che raffigura S. Giacomo Maggiore con ai lati S. Rocco e S. Sebastiano, i taumaturgi delle pestilenze; al secondo ordine appare il Cristo deposto retto da un angelo e i Santi Ambrogio e Antonio Abate; in alto l'Eterno.
E' considerato uno dei più notevoli saggi della tipica visione del Palma ed è tra i pochissimi suoi dipinti rimasti in provincia.
Sono evidenti le influenze della scuola veneta e del Bellini in particolare, non disgiunte dalla conoscenza delle Pale del Lotto, soprattutto nella bellissima figura di S. Rocco, dove emerge in tutta la sua forza l'abilità di questo grande maestro.
La Pala, per i suoi alti contenuti artistici, nonchè per la rarità di opere di questo autore nella sua terra d'origine, meriterebbe da sola una visita in Val taleggio.

Sul costone dove confluiscono l'impluvio della valle principale con quello della laterale Val Bona (quella che scende dalla Forcella di Bura) partendo dalla Forcellina scende una striscia di prati che nella parte alta sono occupati solo da stalle e fienili (Piazz) e nella parte bassa da due contrade, la Costa, più grande, e il Fronte, lontana e terminale. La Costa (800mt) era la contrada degli Offredi Senesi, poi suddivisi con l'andar del tempo nei Felìs, Felisècc, Batistù, negli Angelene, Gnèc, Brodeghe. I Senesi diedero il nome al ponte su cui la strada cavalcatoria superava l'Enna sul fondovalle e su cui essi impiantarono le diverse attività economiche ( follo, mulino, torchio per l'olio, taverna con privativa). Il soprannome sembra indicare che essi siano provenuti dalla Toscana, ma finora il nome è rimasto l'unico indizio pervenuto. Appena sotto la strada provinciale si può vedere un piccolo antico casello per la stagionatura dei formaggi con tetto in piode.

Il primo manufatto che s'incontra appena si prende la strada della contrada è un lavatorio a due vasche dell'inizio del secolo scorso, poste a livello diverso: quella più alta serviva per l'abbeverata delle bestie, quella più in bassa, dotata di copertura ad unico spiovente era per uso della popolazione.

Agli Asturi si trova ancora un esempio molto bello d'architettura contadina. Una casa del Trecento, di una tipologia rara e difficilmente riscontrabile in altri luoghi, caratterizzata da scale e balconate di legno molto interessanti, che richiederebbero un'attenta ristrutturazione. Anche solo per quel poco che resta, vale però la pena di visitare la contrada.

La chiesetta di Asturi fu costruita verso la fine del Settecento grazie al lascito di un benefattore e con il contributo anche degli abitanti della contrada stessa e di quelle vicine di Costa e Fronte. E' dedicata alla Madonna dall'Annunciazione, la cui festa ricorre il 25 marzo, ma in questi ultimi anni si è preferito abbinarla alla festa dell'Assunta, il 15 agosto, perchè in quel giorno maggiore è il concorso di popolo grazie alla presenza dei villeggianti e al ritorno in paese degli emigranti. Un tempo c'era una bella tela dell'Annunciazione. Vi si conserva una statua dell'Immacolata che si porta in processione per l'Assunta. Il portichetto davanti alla chiesa è del 1906, mentre la scalinata d'accesso fu realizzata nel 1970. Recentemente eseguiti lavori di manutenzione.

La strada cavalcatoria che per secoli ha collegato la Val Taleggio con Bergamo, raggiunta Peghera dopo essere passata per Brembilla e Gerosa, Forcella di Bura e Forcellina, qui, sotto la chiesa parrocchiale di San Giacomo, si lancia per l'ultimo tratto, il tratto meglio conservato di questa strada millenaria, che dopo aver costeggiato tra ampi ripiani prativi (Foppa, Mussino, Mazzòla) separati da ripide fasce boschive, scende fino al Ponte dei Senesi. Qui, superato l'Enna sull'antico ponte di pietra ad arco, la strada si biforcava: il ramo diretto saliva verso Olda e le altre contrade di Taleggio, il ramo a sinistra saliva alla lavina e da lì a Vedeseta. Nei secoli passati due volte la settimana (lunedì e giovedì) una carovana di muli partiva da Taleggio e percorreva questa cavalcatoria verso Bergamo per portarvi i propri prodotti, soprattutto carbone di legna e latticini, lane e altro e procurare alla valle i necessari approvvigionamenti. Alla fine della primavera la strada era percorsa dai "bergamini" e dalle loro mandrie che salivano dalla pianura lombarda sui monti di Taleggio per l'alpeggio, per poi prendere la strada in senso opposto a fine estate.

Qui alla forcella di Bura un arco in pietra ha segnato per tutta l'antichità l'inizio della valle, il cambio di giurisdizione, l'inizio di un territorio che aveva particolari esenzioni e privilegi. Peghera è stata per secoli la porta di Taleggio, il primo paese che incontravano quanti salivano dalla città ed è l'unico dell'intera valle situato sulla destra orografica del fiume Enna. E' composta di diverse contrade che sono nell'ordine: Costa (sede degli Offredi Senesi) e Fronte, Asturi, Piazze, Pianfrino, Peghera, Prato e Cantello (sede degli Arnoldi). Nel Quattrocento era abitata dalle famiglie Codazzi e Salvioni. In seguito dai Codazzi uscirono gli Arnoldi (tra di loro anche diversi prelati e un vicario della Val Taleggio) e si aggiunsero la famiglia Offredi (qualcuno dice provenisse dalla Toscana) e la famiglia Arrigoni (proveniente dalla Lavina). Questi ultimi tre sono anche oggi i cognomi più diffusi. Con l'arrivo della Serenissima (1428) e la suddivisione della valle tra due stati diversi (Ducato di Milano e repubblica di Venezia) il Cantello divenne presidio di frontiera e molti che avevano problemi con la giustizia cercavano di passare il confine proprio qui. La fascia di territorio tra la Valle di Sfrino e il confine dei "termenù" era come una terra di nessuno (né di Venezia né di Milano), ma nello spirituale apparteneva alla parrocchia di Peghera. Qui, nella contrada di Bolgareda, si stabilirono inizialmente le famiglie Traina e Pesenti. Dopo aver superato gli 800 abitanti all'inizio del '900, oggi Peghera, pur essendosi ridotta a meno di 200 abitanti causa massiccia emigrazione dei primi sessant'anni del secolo scorso, rimane la frazione più popolosa del comune di Taleggio e quella economicamente più attiva, grazie agli stabilimenti di stagionatura e commercializzazione del formaggio Taleggio e Strachitunt.

Nell'abitato di Pizzino attorno al santuario ci sono boschi e pascoli, incantevoli panorami  e dolci colori. La tradizione vuole che tutti gli abitanti di Taleggio vi salgono la seconda festa di Pasqua: prima la messa, poi la colazione sul prato con uova e radicchio. Dell'antico castello di Pizzino non e' rimasta traccia: sorgeva su un alto picco dove si trova ora un gruppo di case assai caratteristiche. Un reperto archeologico, custodito presso la parrocchiale, reca scolpita a caratteri romanici la data MX. E' una pietra con croce, forse una chiave di volta, che si assicura appartenesse alla primitiva chiesa di S. Ambrogio, sorta intorno al Mille, la più antica della Valle Taleggio.
Nella primavera del 2013 sono stati ritrovati reperti risalenti all'età del bronzo. È una frazione molto carina. Verso la metà di Maggio da ormai 10 anni si svolge la sagra dello strachìtunt formaggio tipico della Valle Taleggio, e si mangia un'ottima Salamella prodotta in zona dal grande Davide.


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SAN GIOVANNI BIANCO



San Giovanni Bianco è un comune della provincia di Bergamo.
San Giovanni Bianco è uno dei paesi più ricchi di storia e di cultura di tutta la Valle Brembana. La fisionomia architettonica del suo centro storico conserva le testimonianze di un passato che lo vide sempre protagonista delle vicende della Valle. Collocato in posizione strategica, alla confluenza tra il Brembo e l'Enna, il paese si distingue per la fisionomia caratteristica e inconfondibile che gli conferiscono le strette strade, il lunghi porticati, gli antichi ponti e le vecchie case allineate in fregio ai corsi d'acqua e dominate dall'alto dalla maestosa mole neoclassica della chiesa parrocchiale, innalzata nell'Ottocento sul precedente edificio di epoca medioevale. Il paese è diviso in una ventina di frazioni, più o meno consistenti, che fanno corona al capoluogo e sono distribuite in un'ampia conca dominata a nord-ovest dal massiccio del Cancervo (1.750 m) e a sud-ovest dal Ronco (Molinasco 1.100 m) e dal Sornadello (1.550 m), montagne che sono meta abituale di escursionisti non troppe impegnative e piacevoli per la varietà del paesaggio. L'aspetto preminente e' la buona conservazione dell'ambiente, ricco di estesi boschi e prati ben coltivati, dove l'espansione urbana ha interessato solo il capoluogo e le frazioni limitrofe, mentre per il resto del territorio predominano gli edifici tradizionali, spesso ristrutturati senza scapito della fisionomia originaria.
Da sempre il paese è considerato uno dei centri principali dell'intera valle Brembana, e probabilmente vide i primi insediamenti stabili sul territorio già in epoca romana.

Si sa che i Romani si stanziarono nella valle già nel II secolo a.C. ed inclusero il paese, unitamente ai borghi limitrofi, in un pagus denominato pagus brembanus.

Qui sfruttarono le risorse minerarie (principalmente ferro) presenti nei monti circostanti, e crearono numerose vie di collegamento con il vicino pagus Saturnius (posto in Val Seriana), anch’esso con una florida attività estrattiva.

Anche il nome del paese deriva dalla ricchezza mineraria del sottosuolo: infatti se San Giovanni è il patrono del paese, con l'aggettivo bianco si vuole sottolineare la grande presenza di formazioni calcaree di quel colore.

L'attività estrattiva fece la fortuna del borgo che prosperò anche durante il medioevo, quando la zona venne interessata da un crescente sviluppo demografico dovuto alle migliorate condizioni di vita, ma anche all’immigrazione di numerosi nuclei in fuga dalle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini.

In queste zone, soggette alla dominazione della famiglia dei Visconti, era notevole l'influenza ghibellina, che tuttavia non provocò alcun tipo di scontro. I commerci vennero favoriti inoltre dalla presenza della via Mercatorum, che collegava il capoluogo con l'alta valle, nonché dalla vicinanza con la val Taleggio, che confluisce proprio all'estremità nord dell'abitato e che offriva la possibilità di raggiungere la Valsassina e la città di Lecco.

Con l’avvento della dominazione veneta i commerci ebbero un ulteriore incremento, anche grazie alla costruzione di un'altra strada, la Via Priula, che collegava Bergamo con il Canton Grigioni e che passava proprio dal centro del paese.

Le principali famiglie del paese allacciarono importanti rapporti con la Serenissima, tanto da rivestire ruoli di primo piano sia nella città lagunare che nel capoluogo orobico. Questa situazione permise anche lo sviluppo di un grande interscambio di manodopera, provocando parecchia emigrazione verso Venezia, dove la manovalanza delle genti brembane era molto apprezzata. La capacità di queste persone di lavorare indefessamente anche a fronte di scarsi guadagni fece nascere l'immagine di Arlecchino famosa maschera, le cui origini sono contese tra Venezia e Bergamo, in grado di soddisfare contemporaneamente due diversi padroni.

In questo periodo il borgo assunse una conformazione ben definita, tanto che ancor'oggi evidenzia la sua struttura originaria, risalente ad un periodo compreso tra il XV ed il XVII secolo.

Gli eventi ed i successivi regimi politici non interessarono più di tanto il paese, almeno fino alla costruzione della ferrovia della Valle Brembana, avvenuta all'inizio del XX secolo, che portò ulteriore sviluppo nella zona.

Questo paese, insieme a Camerata Cornello, fu teatro il 13 luglio 1914 della furia omicida di Simone Pianetti.

Nel 1928, durante la ristrutturazione amministrativa operata dal regime fascista, il comune di San Giovanni Bianco accorpò entro i suoi confini anche i vicini comuni di San Pietro d'Orzio, San Gallo e Fuipiano al Brembo, assumendo così l'attuale fisionomia amministrativa.

Successivamente, con la soppressione della linea ferroviaria, avvenuta nel 1967, la zona conobbe una fase di pesante difficoltà, amplificata da infrastrutture non adeguate all'utenza.

Inserito in un contesto naturalistico di grande spessore, nel bel mezzo della valle Brembana ed adagiato in una conca su cui svettano imponenti cime, tra cui il gruppo del Cancervo, offre ottimi colpi d’occhio e numerose possibilità di escursioni sui monti circostanti, adatte ad ogni esigenza: dal principiante all’utente più esperto ed esigente.

A partire dal 2007 è stata inoltre inaugurata la ciclovia della valle Brembana, che costeggia il corso del fiume Brembo, offrendo lo spunto per passeggiate o gite in bicicletta.

Il borgo conserva inoltre gran parte della sua struttura medievale: a tal riguardo si possono ancora ammirare ponti in stile romanico che attraversano i numerosi corsi d'acqua presenti sul territorio comunale, nonché il percorso della via Priula, recentemente al centro di opere di recupero volte a valorizzarne il percorso.

Nel centro abitato rivestono particolare importanza sia la Piazza Zignoni, dotata di una statua dedicata all'illustre concittadino Vistallo Zignoni, un soldato mercenario vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo al quale si deve la presenza della reliquia della Sacra Spina nella chiesa parrocchiale di San Giovanni. Questa reliquia sarebbe una spina appartenuta alla corona di Cristo, tuttora orgoglio del paese e motivo di profonda devozione popolare.

Nel centro storico è inoltre presente il palazzo Boselli, attualmente adibito a residenza parrocchiale. Edificato nel corso del XV secolo come residenza dell'omonima famiglia, presenta saloni finemente affrescati ed una notevole pinacoteca.

Il territorio è costellato da numerose località, alcune delle quali molto caratteristiche.
In posizione favorevole, al centro di un esteso pianoro si trova Fuipiano al Brembo, che nella varietà delle architetture, ora nobili, ora rustiche, arricchite da logge e balconi, rivela l’origine illustre delle famiglie dei Busi Cariani e dei Cavagnis. Notevole è la piazzetta centrale abbellita da una fontana con bassorilievo bronzeo, dono dello scultore Giacomo Manzù, in memoria della madre, nativa della contrada.
Da segnalare ancora la presenza, nella parrocchiale, di opere di pregio ed in particolare di tre tele del Ceresa. Poco distante, Alino, nella cui chiesa, ai piedi del Ronco, si custodiscono tele di autori diversi, tra cui è apprezzato il Cifrondi, e affreschi dei Baschenis.

Seguendo il tratto iniziale della provinciale per la Valle Taleggio, poco prima dell’imbocco dell’orrido, si raggiunge Roncaglia, contrada caratterizzata dal recente sviluppo produttivo e dal connesso ampliamento del tessuto urbano.Non mancano tuttavia richiami ad architetture tradizionali, soprattutto nei piccoli nuclei che circondano l’abitato principale, quali il Sole, Ronco Polacco, Ronco Matelli, toponimi che ne denotano la caratteristica di luoghi favorevolmente esposti e adatti alle attività agricole.Nella chiesetta in stile neogotico, dedicata a San Francesco e a Maria Ausiliatrice, si conservano alcune tele e sculture di un certo interesse.

Una serie di recenti costruzioni, aggiuntesi al nucleo originario caratterizzano Cornalita, protetta dai crinali del Sornadello ed in posizione ben esposta, attenta a significare l’antica fondazione tuttora ravvisabile nei vecchi rustici e soprattutto nella caratteristica struttura architettonica della chiesa del Corpus Domini, ritenuta la più antica del comune, che conserva all’interno, e soprattutto sui pilastri e sull’abside del portico, un pregevole ciclo di affreschi di epoca quattrocentesca.

Le moderne strade carrozzabili consentono di raggiungere agevolmente la miriade di nuclei abitati, più o meno consistenti, disseminati sul vasto territorio che si estende alla base del Cancervo. E’ tuttavia gratificante seguire le antiche mulattiere, ancora in buone condizioni, teatro per secoli dell’operoso andirivieni di generazioni di contadini e dei loro armenti. Superata l’erta della Corna Albana, lo sperone roccioso che incombe sull’abitato di San Giovanni Bianco, e lasciato sulla destra il borgo di Oneta, si incontrano i Ronchi, il cui nome testimonia della millenaria fatica per dissodare il terreno esposto in pieno sole, terrazzarlo e renderlo coltivabile. Poco più avanti, il Cassino, e poi Capatiglio, contrada viva e operosa, adagiata su un verde pianoro, con le sue case addossate l’una all’altra, le caratteristiche lobbie in legno, i portali in pietra e tutt’intorno un fiorire di moderne villette.
Sulla destra, Sentino e la solitaria chiesa di San Marco, che conserva pregevoli opere d’arte, prima fra tutte la celebre Pietà, capolavoro del Ceresa. Da qui in avanti l’itinerario assume connotazioni diverse: i prati lasciano il posto a fitti boschi di latifoglie, per lo più castagneti, separati da fresche vallette e da dossi terrazzati su cui sorgono i minuscoli nuclei di Costa Lupi, Pradavalle, Foppo, località un tempo piene di vita, ora quasi del tutto spopolate, che conservano nelle strutture cadenti solo l’eco degli abitanti che se ne sono andati da tempo, verso il fondovalle, in cerca di nuove opportunità di lavoro. Più su, seminascosta dalle morbide forme di una collinetta, la Pianca, con le case raccolte in ordine, sotto le rocce nude del Cancervo, quasi in preghiera davanti alla bella chiesa dove la devozione dei fedeli venera la Madonna della Pietà ed invoca la protezione di Sant’Antonio, plasticamente effigiato in una rara scultura lignea policroma.

Appena sopra l’abitato di San Giovanni Bianco, la vecchia mulattiera conduce ad Oneta, dove la tradizione individua la casa natale di Arlecchino. Un pugno di case antiche, alcune delle quali restaurate nel rispetto della struttura originaria, contribuiscono a dare alla contrada un’atmosfera d’altri tempi che si respira pienamente percorrendo le anguste vie porticate, sui cui si affacciano rustici portali in pietra, ballatoi in legno intagliato, strette finestre protette da inferriate. Interessante anche la chiesetta del Carmine, che custodisce alcune tele del Ceresa e vari affreschi: una deliziosa Madonna con Bambino collocata in sagrestia e altri soggetti effigiati sulle pareti dell’austero porticato, tra cui un San Giovanni Battista e un grande San Cristoforo, posto a protezione dei viandanti lungo la via Mercatorum.

La borgata di San Gallo, suddivisa in una miriade di nuclei sparsi a mezza costa.
La parrocchiale dell’Assunta vanta lo splendido polittico quattrocentesco a sei scomparti di Leonardo Boldrini da Murano, raffigurante l’Annunciazione e l’Incoronazione di Maria.
Più avanti si incontra la chiesetta della Trinità, posta sul colle omonimo, tra la quiete e il profumo dei pini, in prossimità di Dossena.

Salendo lungo la mulattiera che ricalca la via Mercatorum, si incontra prima il nucleo antico e ben conservato di Grabbia, patria del Ceresa.
Quindi si raggiunge San Pietro d’Orzio, nella la cui chiesa parrocchiale si possono ammirare, accanto a tre belle tele del Ceresa, una preziosa tavola della fine del ‘400 o di inizio ‘500, raffigurante la Pietà, opera attribuita ad Adolfo Venturi o Andrea Previtali.

La Portiera è una frazione di San Giovanni Bianco, ma si accede da Camerata Cornello (Camerata Bassa), con una carrozzabile che sale per 1 km dalla statale della valle Brembana, posta ad un altitudine di 550 metri s.l.m..

A Costa San Gallo c'è il Santuario della Madonna della Costa dalle eleganti linee barocche, eretto a seguito di prodigiosi e reiterati fenomeni che videro protagonista un’immagine della Madonna.

La Via Mercatorum era una strada medievale che collegava la città di Bergamo con l'alta val Brembana, passando per la bassa val Seriana.

Il tracciato della via Mercatorum partiva a nord della città di Bergamo, lungo la dorsale che saliva verso la bassa val Seriana, toccando i paesi di Alzano con la sua frazione Nese, e Nembro.

Da qui la strada saliva da Lonno a Salmezza, fino a raggiungere il valico di Selvino, proseguendo in quota nel territorio compreso tra Serina (dove ancora oggi una frazione di Costa Serina porta il toponimo di Trafficanti) e Dossena, per poi scendere sul fondovalle brembano a San Giovanni Bianco, fino ad arrivare a Cornello dei Tasso, per un totale di circa 70 km.
Questo tracciato evitava la bassa val Brembana a causa del fatto che tra Villa d'Almè e Sedrina, in località Botta, esisteva una zona a strapiombo sul fiume Brembo che impediva il passaggio a chiunque.

La strada si manteneva per gran parte del percorso ad un'altezza superiore ai 1000-1200 metri s.l.m., anche per evitare spiacevoli incontri con i briganti che infestavano il fondovalle brembano.

Esistevano anche piccole varianti a questo che era considerato il percorso principale: tutte modificavano il punto di inizio della salita, per ricollegarsi tra loro nel fondovalle brembano.

In tal senso in documenti risalenti al XVI secolo si attesta l'esistenza di tratti che da Alzano risalivano a Nese fino alle frazioni Burro, Brumano e Monte di Nese; oppure di una via che raggiungeva l'altopiano di Selvino mediante la valle dell'Albina, in territorio di Albino.

I primi reperti che attestano l'esistenza di questa strada risalgono al 1248 quando, nel documento Statuta Civitatis Bergomi, si fa menzione di un tracciato, utilizzato anche per fini commerciali, che toccava i comuni di Alzano Superiore ed Inferiore e Nembro, risalendo verso l'altopiano di Selvino (per viam antiquam de Selvino).

Ma il documento di maggiore importanza è indubbiamente quello, rinvenuto ad Algua, riguardante un atto notarile del 1392. In questo si attesta, per la prima volta, l'esistenza di una "via dei mercanti" (viam mercadanti), nome utilizzato per indicare questa strada dai principali storici a partire dal XIX secolo.

Un successivo atto notarile (il Calcato di Nembro) del 1445, indica le strade presenti sul territorio di Nembro, indicandone due dirette a Serina, di cui una passante per la frazione Lonno.

La manutenzione della via era garantita da tasse nei confronti dei comuni attraversati dal percorso, come attestato da un documento del 1582.

Il declino cominciò al termine del XVI secolo quando la Repubblica di Venezia costruì la via Priula per migliorare i propri commerci con la Valtellina.
La via Mercatorum però non fu mai totalmente abbandonata, tanto che ancora oggi sono percorribili lunghi tratti di questa strada, a volte addirittura inglobati nella viabilità ordinaria.

Recentemente le amministrazioni locali hanno attuato una nuova politica, volta alla rivalorizzazione dell'antica via dei mercanti.

Sia in val Seriana che in val Brembana infatti, nonostante la parziale sovrapposizione con la viabilità moderna, il tracciato è ben conservato tanto da mantenere le proprie caratteristiche e da essere spesso utilizzato per il transito pedonale. L'intero percorso presenta notevoli itinerari naturalistici, ma permette anche di visitare borghi storici di grande interesse tra cui quello medievale di Camerata Cornello, dove ebbe origine la famiglia dei Tasso, progenitori del moderno sistema postale, e che vide tra le proprie fila esponenti di notevole calibro, tra cui Torquato Tasso.

Già dai primi anni della sua presenza a San Giovanni Bianco la Sacra Spina divenne oggetto di intensa devozione da parte dei fedeli.
La devozione era alimentata anche da periodici fenomeni prodigiosi che riguardavano la reliquia.
La tradizione ricorda infatti il singolare fervore religioso con cui veniva atteso il miracolo della “fioritura” che si verificava ogni volta che il Venerdì Santo coincideva con la data del 25 marzo, festa dell’Annunciazione.
La pietà popolare non si attenuò nemmeno quando nel 1598 la reliquia fu profanata da un ladro, Bernardo Archaini, il quale, penetrato nottetempo in chiesa, sottrasse, assieme ad altri arredi, la preziosa teca nella quale era conservata la Sacra Spina, abbandonando la reliquia sul posto. Catturato e riconosciuto colpevole, il sacrilego fu processato e giustiziato secondo le terribili leggi del tempo.
Superate le conseguenze del tentato furto, il culto della Sacra Spina fu più volte riconosciuto e incoraggiato dall’autorità ecclesiastica. Nel 1648 la reliquia venne collocata nella cappella della Madonna del Rosario e nello stesso tempo venne definito il rituale della sua festa annuale, fissata nella domenica di Passione.
Di pari passo si accentuavano le pratiche di devozione, che coinvolgevano fedeli di tutta la Valle Brembana: le relazioni del tempo concordano nel segnalare lo straordinario concorso di folla che si verificava ogni anno il giorno della festa.
Le cronache rendono inoltre testimonianza di periodiche esposizioni solenni della reliquia, volute dai fedeli in occasione di gravi calamità e attestano un gran numero di grazie ricevute.
Altre date importanti costellano la storia della reliquia: nel 1770 il vecchio reliquiario fu sostituito da quello attuale, più prezioso e di grande valore artistico; nel 1883 il papa Leone XIII autorizzò la Parrocchia a celebrare la messa solenne della Sacra Corona di Spine di Cristo; nel 1885 si registrò il rinnovarsi del fenomeno della “fioritura” di cui si era perduta la memoria dopo il tentato furto del 1598.
Un concorso di popolo senza precedenti si verificò tra il 30 marzo e il 1° aprile 1895, in occasione della celebrazione del IV centenario della traslazione della Sacra Spina a San Giovanni Bianco.
La presenza dell’arcivescovo di Milano, cardinal Andrea Ferrari, dei Vescovi di quasi tutte le diocesi lombarde e di trecento sacerdoti, si accompagnò a quella di oltre 25 mila pellegrini, la maggior parte dei quali era venuta a piedi.
Per l’occasione si provvide anche alla definitiva sistemazione della reliquia nella cappella attuale e all’erezione del monumento a Vistallo Zignoni nell’omonima piazza antistante la parrocchiale.



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martedì 21 luglio 2015

LA VAL TALEGGIO



La Val Taleggio è una diramazione occidentale della Val Brembana che inizia nel comune di San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo. La valle è percorsa dal torrente Enna che nel corso dei secoli, tra Taleggio e San Giovanni Bianco, ha formato una spettacolare forra della lunghezza di circa 3 chilometri, chiamata l'Orrido della Val Taleggio.

L'Enna nasce da una piccola grotta situata nella parte inferiore della Costa del Palio, nei pressi di Morterone in Provincia di Lecco, dove subito riceve da sinistra il suo primo affluente, il Remola e con esso, proprio all'altezza della sorgente, forma il pozzo chiamato Fiume Latte (in dialetto locale Füm Lacc), una splendida marmitta dei giganti. Entra in Provincia di Bergamo all'altezza del suo secondo affluente da destra, il Bordesigli e percorre tutta la Val Taleggio, dividendo letteralmente la valle in due. Esiste infatti un unico ponte carrozzabile che unisce i due versanti della Val Taleggio, il Ponte della Lavina, che collega il comune di Vedeseta con Peghera, frazione di Taleggio.

Superato il comune di Taleggio, l'Enna percorre una spettacolare forra lunga circa 3 chilometri, chiamata l'Orrido della Val Taleggio per poi confluire da destra nel fiume Brembo a San Giovanni Bianco.

Amministrativamente è suddivisa in tre comuni:

Taleggio, con le frazioni
Sottochiesa (sede del Municipio);
Peghera;
Olda;
Pizzino;
Vedeseta, con le frazioni:
Avolasio;
Lavina;
Reggetto.
Morterone, in provincia di Lecco

La Val Taleggio ha una precisa identità storica e un passato di fiera indipendenza. Fino all'inzio di questo secolo l'accesso alla valle era possibile solo attraverso i valichi poco battuti della Forcella di Bura, per chi veniva da Bergamo attraverso la Valle Brembilla, del Culmine di San Pietro per chi proveniva dalla Valsassina e del Passo di Baciamorti per i collegamenti con l'alta Val Brembana attraverso la Val Stabina. Ora la strada provinciale consente di accedere direttamente dal fondovalle superando il suggestivo e spettacolare orrido scavato dal Torrente Enna tra il Monte Cancervo e il Monte Sornadello.

I versanti della valle presentano caratteristiche molto differenti: le pendici esposte a meridione hanno una morfologia dolce disegnata dai coltivi e dalle numerose contrade rurali; sulla sponda opposta, con l'eccezione della conca di Peghera, dominano versanti ripidi e scoscesi che ospitano vasti ed ininterrotti boschi di latifoglie. Le originarie architetture civili della Val Taleggio sottolineano la singolare identità di questa vallata e costituiscono, insieme a quelle della limitrofa Valle Imagna, una tipologia assolutamente unica, che non trova riscontro sul resto del territorio alpino. Gli edifici sono sempre in pietra calcarea locale, molto regolari, a pianta rettangolare, singoli o aggregati, con volumi estremamente semplici e lineari, sottolineati dai precisi spigoli, realizzati con pietre d'angolo accuratamente lavorate e dagli spettacolari tetti spioventi di lastre calcaree. Queste coperture sono senz'altro il particolare architettonico che rende caratteristiche ed uniche le costruzioni della valle.

La presenza in loco di cave di pietra calcarea affiorante in regolari depositi stratificati e l'impossibilità di affrontare gli alti oneri di trasporto necessari per reperire altrove un differente materiale di copertura, hanno determinato lo sviluppo di questa particolare tecnica costruttiva. Le pietre impiegate (pióde) arrivano anche a spessori di 7/8 cm e, a causa dell'elevato peso, non possono essere appoggiate parallelamente all'orditura del tetto, come avviene con le ardesie di Branzi e Valleve, ma devono necessariamente essere appoggiate orizzontali una sopra l'altra a scalare, in modo che il grande peso della copertura (fino a 150 Kg/mq.) si scarichi parzialmente sui massicci muri perimetrali. Purtroppo queste coperture risentono in modo particolare dell'usura del tempo. Mentre gli edifici minori e i fabbricati rurali in discrete condizioni si possono ancora incontrare con relativa frequenza, le costruzioni di una certa rilevanza sono restate poche. Tra queste si segnalano la casa signorile dei Borghi” nel centro di Sottochiesa, che si distingue per la composizione a più falde del tetto, la bella abitazione sulla corna di Pizzino e il caratteristico nucleo di Ca' Corviglio. La Valle Taleggio merita di essere percorsa e visitata nella sua interezza e pertanto non si può prescindere dall'uso dell'automobile. Le sensazioni più penetranti però restano quelle che si assaporano percorrendo a piedi le antiche mulattiere, cogliendo tutti i particolari di un ambiente che mantiene ancora una dimensione genuina e semplice.

I Guelfi della Val Taleggio resistettero ai numerosi assalti e impedirono ai milanesi l'accesso al Passo di Baciamorti e quindi all'alta Valle Brembana. Con questa impresa la Val Taleggio si meritò la benemerenza da parte dei Dogi di Venezia e il riconoscimento dei propri statuti.  La Corna di Pizzino costituisce inoltre uno spettacolare balcone panoramico affacciato su tutta la Val Taleggio.


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