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domenica 14 giugno 2015

PALAZZO DELLA LOGGIA A BRESCIA

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Palazzo della Loggia fu progettato nel 1484 quando le autorità cittadine decisero di donare alla cittadinanza un nuovo palazzo che fosse espressione grandiosa del "buon governo", sostituendo così la loggia originaria ed aumentando la monumentalità di piazza della Loggia, che stava all'epoca sorgendo.

La funzione del palazzo, durante la dominazione veneziana su Brescia, era quella di ospitare le udienze del podestà veneziano, il Consiglio Cittadino e il Collegio dei Notai, a dimostrazione della centralità che questo edificio ha da sempre rivestito nella vita cittadina; sia dal punto di vista geografico, che politico.

Inizia nel 1433 la lunga storia di Piazza della Loggia, la "platea magna" di Brescia;nell'autunno del 1435 la piazza era pressoché compiuta, e già in fase avanzata la costruzione della Loggia, iniziata solo pochi mesi prima e destinata a ospitare le riunioni del governo cittadino. Poco dopo, nel 1437, riprese però la guerra tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano: di nuovo Brescia, città di confine, fu coinvolta nel conflitto, e i lavori per la piazza furono, ovviamente, interrotti. Nel 1454 il trattato di pace di Lodi riconobbe definitivamente alla Repubblica di Venezia il dominio su Brescia: e anche il cantiere della 'platea magna' riprese a funzionare con regolarità (Frati - Gianfranceschi - Robecchi, 1995).
I lavori si susseguono fitti per tutta la seconda metà del secolo: costruita la Loggetta, dove nel 1489 Vincenzo Foppa dipingerà a fresco la Giustizia di Traiano, sistemata la torre dell'orologio, selciata la piazza; ma due, soprattutto, sono gli interventi di grande valore simbolico: la costruzione del cosiddetto 'Lapidarium' o Monte Vecchio di Pietà, sul lato meridionale della piazza, e il nuovo palazzo della Loggia; entrambi con una inedita, fino ad allora, per Brescia, veste architettonica all'antica.
A Tommaso Formenton, nel 1484 l'amministrazione cittadina aveva commissionato il modello per il nuovo Palazzo della Loggia, che doveva sorgere al posto della vecchia Loggia d'inizio secolo ed era destinato a diventare sede del Palazzo di Giustizia.
Non abbiamo alcuna certezza, anche in questo caso, sul vero autore del progetto della Loggia: sappiamo solo che dall'autunno 1493 furono presenti in cantiere, con diversi livelli di responsabilità, due architetti, il bergamasco Bernardino da Martinengo e il milanese Filippo Grassi, già soprintendente di fabbrica per il prospetto meridionale della piazza (Frati - Gianfranceschi - Robecchi, 1995). Ma anche qui, come nel caso del Lapidarium, i due ebbero probabilmente il solo compito di dirigere i lavori, che si svolsero con rapidità: il primo ordine, infatti, risulta già concluso nel 1504; e contemporaneamente, tra il 1493 e il 1501 si lavorava anche alla decorazione scultorea (Lupo, 2002).
L'apparato decorativo fu infatti progettato e realizzato in stretta relazione con le forme architettoniche: per l'esecuzione furono chiamate maestranze di origine diversa, lombarda, ticinese e veneta.

La facciata di marmo bianco di Botticino verticalmente si compone di due sezioni architettoniche distinte. Nella sezione inferiore, ultimata nel 1501, sono presenti una serie di colonne e pilastri che sostengono, intervallate da pennacchi che ospitano l'importante ciclo dei trenta Cesari, ventiquattro dei quali scolpiti da Gasparo Cairano, principale artefice della scultura rinascimentale bresciana, mentre sei dal Tamagnino. Le grandi arcate del loggiato, di pianta quadrata, sono aperte su tre lati dell'edificio. Il secondo livello, corrispondente alla fase tardo cinquecentesca del cantiere, ospita grandi lesene adornate che inquadrano finestroni disposti in serie, in corrispondenza di ogni arco del loggiato sottostante, e che ricoprono tutte e quattro del facciate del palazzo.

La copertura è in legno rivestita da lastre di piombo, a forma di carena, aggiunta nel 1914 al posto del soffitto provvisorio posto nel 1769 ad opera di Luigi Vanvitelli, per rievocare il soffitto originale che conteneva, tra l'altro, tre dipinti di Tiziano, bruciati nell'incendio nel 1575 che aveva portato anche alla distruzione del primo tetto.

Al palazzo è stato inoltre aggiunto, negli anni dal 1503 al 1508, un edificio, posto sul lato settentrionale della costruzione, contenente l'originario scalone per il salone superiore della Loggia. Il portale sulla strada, altra opera di Gasparo Cairano, presenta in sommità una lapide del 1177 che ricorda una condanna per tradimento e spergiuro proveniente dalla basilica di San Pietro de Dom. Oggi questa costruzione, utilizzata solo per particolari esigenze, si affaccia su Largo Formentone, noto come piazza Rovetta.

Il portico al piede del palazzo è coperto da volte a crociera ornate da un ciclo di chiavi di volta eseguito ancora da Gasparo Cairano e aiuti tra il 1497 circa e il 1502. Entrando nell'ingresso si nota chiaramente il portale progettato da Stefano Lamberti nel 1552 affiancato da colonne e da due fontanelle in marmo di Botticino ad opera di Nicolò da Grado, che introduce alla scala rinascimentale progettata da Antonio Tagliaferri nel 1876, che venne poi adornata nei primi del Novecento da pittori come Arturo Castelli che dipinse la "Brescia armata" nel soffitto sopra lo scalone, Cesare Bertolotti che dipinsa "Mercurio e Venere" sulla lunetta sulla parete sinistra dello scalone, e Gaetano Cresseri a cui si deve la "Roma vincitrice" nel soffitto dell'atrio.

Al piano superiore si accede al vasto salone ottagonale progettato da Luigi Vanvitelli, e per questo chiamato "Salone Vanvitelliano", che presenta un soffitto in legno sorretto da otto colonne in mattoni poste ai quattro angoli, poggianti su altrettanti basamenti marmorei. che presenta al suo ingresso una lunetta contenente l'affresco dell'"Officina di Vulcano", opera di Cresseri, così come altri dipinti al primo piano come il "Ritrovamento della Vittoria Alata", nello studio del Segretario Generale), i "Fanciulli danzanti", posto nella segreteria.

Sotto il porticato, dal novembre 2011 è nuovamente esposta la Lodoiga, antica "statua parlante" di Brescia dalla storia singolare e controversa.



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sabato 13 giugno 2015

BRESCIA E CRIMINI : LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA



Purtroppo quando si parla di Brescia viene in mente questa orribile strage che si è consumata 41 anni fa....quasi mia coetanea.

In Piazza della Loggia, a Brescia, dalle dieci del mattino, un mattino, grigio, piovoso, si sono raccolte migliaia di persone. Molti cercano riparo sotto i portici. Molti sono studenti. Molti sono insegnanti. Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl, continua nel suo discorso. Cita Almirante, il segretario del Msi, il repubblichino di Salò, fucilatore di partigiani. Denuncia le disattenzioni o le connivenze dei corpi dello Stato, che dovrebbero vigilare, impedire, reprimere quella violenza, quel terrore neofascisti. Dice: «A Milano…». Forse avrebbe voluto ricordare Piazza Fontana. Ma in piazza si ascolta solo un boato. Si sente ancora Castrezzati: «Compagni, amici, state fermi, state calmi, state all’interno della piazza, il servizio d’ordine faccia cordone attorno alla piazza…».

Sono le dieci e dodici minuti del 28 maggio 1974: a terra sono rimaste decine e decine di persone, sangue sul selciato, la bandiera che copre un cadavere. Pochi istanti dopo ininterrotto si udirà solo il sibilo delle sirene delle ambulanze. Poco più di un’ora dopo i vigili del fuoco avranno l’ordine di ripulire la piazza con gli idranti. Il sangue verrà cancellato e con il sangue verrà cancellata ogni traccia della bomba. Alla fine i morti saranno otto, i feriti un centinaio.

La strage di Brescia è una strage in diretta audio: non si vede, saranno poi le foto a raccontare il luogo, ma si può ascoltare. Riascoltare quarant’anni dopo il sindacalista della Cisl dalla tribuna, il boato, le urla della gente muove un’emozione profonda, l’angoscia e l’orrore, nel ricordo di morti, di strategie eversive, di paure profonde, di una democrazia in bilico, sotto i colpi della «strategia della tensione».

Dopo Brescia, sarà in agosto l’attentato all’Italicus. Un ministro degli interni, democristiano, ex partigiano cattolico, Paolo Emilio Taviani, annotò su suo diario: «Certo il clima è pesante. Assomiglia a quello del Cile prima dell’avvento di Pinochet».

Le cronache raccontano del «golpe bianco» di Edgardo Sogno, del golpe di Junio Valerio Borghese, dell’arresto del generale Vito Miceli, capo del Sid, servizio investigativo, con l’accusa di cospirazione contro lo stato. In agosto, dopo l’Italicus, sotto il titolo Due mesi dopo Brescia, il Corriere della Sera scriverà: «Lo stato esita a punire i servitori infedeli, i capi intriganti, gli organismi malati… Sono note le colpe, le debolezze e gli atti concreti che hanno favorito le organizzazioni del terrorismo nero».

Lo scriverà anche Pier Paolo Pasolini, in uno dei suoi più letti e ricordati articoli: «Cos’è questo golpe? Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe…». In quei mesi, dal Cile in avanti, Berlinguer e il Pci disegneranno la strategia del compromesso storico e dell’alternativa democratica. Seguiranno gli «anni di piombo».

Attorno a Piazza della Loggia si consumarono indagini, istruttorie, processi sentenze.

Quarant’anni per capire quello che subito si era capito, cioè l’origine fascista della strage e la compromissione di organismi dello stato, dei servizi segreti, quarant’anni che non sono stati sufficienti però ad accertare la verità giudiziaria. La prima istruttoria si concluse nel 1979 e condusse alla condanna di alcuni esponenti della destra bresciana. Tra di essi, Ermanno Buzzi, che, in carcere in attesa d’appello, fu strangolato da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. In appello vennero tutti assolti e la Cassazione confermò le assoluzioni. L’ultima istruttoria terminò nel 2008 con il rinvio a giudizio di Delfo Zorzi, dal 1989 cittadino giapponese (grazie al suo matrimonio con una ricca signora di Okinawa), Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte (fascista e insieme agente del Sid, in piazza della Loggia quel giorno), Pino Rauti, Francesco Delfino ex generale dei carabinieri), Giovanni Maifredi (collaboratore del ministero degli interni). L’accusa fu di concorso in strage per tutti gli imputati, ad eccezione di Rauti, per il quale venne chiesta l’assoluzione «per non aver commesso il fatto», malgrado la responsabilità morale e politica. Tutti assolti o prescritti in primo grado, in appello il giudizio venne confermato. Le parti civili vennero invece condannate al rimborso delle spese processuali.

Il 14 aprile 2012 la Corte d'Assise d'Appello conferma l'assoluzione per tutti gli imputati, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali, tuttavia indica la responsabilità di tre ordinovisti ormai defunti, Carlo Digilio, Ermanno Buzzi e Marcello Soffiati.(per forza ...con tuuto il tempo passato).  Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino. Viene così istruito un nuovo processo d'appello contro Tramonti e Maggi.

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più classificati e sono perciò liberamente consultabili da tutti.

Senza parole, il bel silenzio non fu mai scritto.


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LE PIAZZE DI BRESCIA



La stazione ferroviaria, realizzata nel 1852-1854 e a più riprese ampliata, ha, nel complesso, mantenuto l’aspetto originario di stazione castelletto neogotico, e la facciata ancora persiste con le colonnine in ghisa, a testimoniare l’importanza della fermata lungo la linea ferrata “ferdinandea” che collegava le due capitali del Regno asburgico del Lombardo-Veneto: Milano e Venezia.

Il Viale della stazione causò la prima demolizione moderna delle mura di Brescia; quella del rivellino semicircolare che proteggeva la porta-polveriera di  San Nazaro, già distrutta dall’esplosione provocata da un fulmine nel 1769, è all’origine dell’attuale Piazzale  della Repubblica. Su questo, caratterizzato al centro da una grande fontana circolare con corona di zampilli realizzata nel 1957, si affacciano alcuni palazzi di qualche interesse: il Palazzo Togni costruito nel 1931 dall’ingegner Egidio Dabbeni, il palazzo edificato nel 1928-1929 per i sindacati fascisti dagli architetti Ottorino Gorgonio e Gherardo Malaguti, ora sede di Uffici Comunali e, sul lato sud, Palazzo Folonari costruito negli anni Cinquanta.

La piazza della Vittoria fu realizzata nel 1932 attraverso la demolizione dell'antica area medievale del quartiere delle Pescherie, il lembo meridionale del quartiere del Carmine che al tempo si estendeva fin lì, chiuso a est dai portici di Via Dieci Giornate. Il quartiere si sviluppava fra vicoli angusti, larghi anche solo due metri, su cui si affacciavano edifici di edilizia medievale che toccavano i venticinque metri di altezza. Le principali attività commerciali del quartiere, cioè commercio di pesce, formaggio, carne e granaglie ne facevano un luogo importante dal punto di vista commerciale. Sostenuti da una forma politica che non ammetteva contrasti e opposizioni e dal bresciano Augusto Turati, il nuovo segretario nazionale del Partito fascista, gli amministratori bresciani avviarono, nel 1927, un processo di razionalizzazione globale del volto urbano, immediatamente sostenuto dalle alte gerarchie del governo e anche dallo stesso Benito Mussolini: fu indetto un concorso, al quale parteciparono praticamente tutte le personalità nazionali nel mondo dell'architettura, anche di corrente modernista, ma l'accreditato architetto romano Marcello Piacentini finì per dominare il panorama dell'evento. Il suo progetto prevedeva quindi l'apertura di una piazza, in contemporanea con un riassestamento della rete viaria urbana che avrebbe visto Brescia attraversata da due arterie perpendicolari che avrebbero velocizzato il traffico. Lo sventramento ebbe inizio nel 1929 e fu completato in meno di due anni.

Durante i lavori andarono perdute una serie di opere di valore soprattutto storico, ad esempio la stessa urbanistica medievale del quartiere e i suoi edifici caratteristici, fra cui alcuni palazzi dalle facciate affrescate, uno dei quali è stato inglobato nell'edificio delle poste. Opere perdute di maggior rilievo furono invece, ad esempio, il macello quattrocentesco e la romanica chiesetta di Sant'Ambrogio, rifatta nel XVIII secolo, e i resti della romana curia ducis. Dagli scavi emersero inoltre importanti reperti e testimonianze del passato, in particolare sette ritrovamenti degni di nota: le fondamenta della cinta urbana tardo-antica (ora sotto il Palazzo delle Poste) e di una torre (davanti al palazzo), quelle di un palazzo ducale di età longobarda (a sud del nuovo Monte di Pietà), tre resti di ponti o volti sul torrente Garza (due a est del torrione dell'Ina e uno a nord di Piazza del Mercato) e la parete affrescata di una chiesa del XIII secolo a nord dell'angolo fra Corso Zanardelli e Corso Palestro, emersa durante lavori successivi avvenuti nel 1937. Nel 2008, infine, durante gli scavi per la realizzazione della metropolitana di Brescia, sono state trovate nuovamente delle fondamenta di una torre di epoca medievale, ritrovamento che ha rallentano notevolmente i lavori per favorire la salvaguardia del nuovo reperto archeologico.

Questo metodo costruttivo, basato sulla demolizione di un'area comunque storica della città, all'epoca ha portato pareri discordanti, tra chi pensa che la demolizione abbia privato il centro storico di gran parte del suo sapore antico e caratteristico, mentre altri lo interpretano come un atto risanatore di un quartiere ormai decadente.
Il progetto di Piacentini è classicheggiante, ricco di volumi nitidi, squadrati e ricoperti di lucente marmo bianco, con molti richiami alla romanità.

La piazza ha una forma a L, cioè un rettangolo con il lato lungo parallelo all'asse nord-sud e, nell'angolo nord-ovest, la rimanente porzione d'area che costituisce la L. Sull'angolo retto interno c'è l'alto Torrione dell'ex INA, Istituto Nazionale Assicurazioni, che con i suoi 13 piani e 57 m d'altezza è il primo grattacielo costruito in Italia e tra i primissimi in Europa. Sullo sfondo nord sorge invece il grande Palazzo delle Poste, con il suo rivestimento in bicromia bianco-ocra. Completano la piazza la Torre della Rivoluzione, con un orologio e - in passato - un bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo, e altri tre palazzi diversamente risolti e maggiormente richiamanti all'architettura classica, con vasto utilizzo dell'ordine dorico e della serliana.

Prominente sulla scena della piazza era una grande scultura di Arturo Dazzi raffigurante un giovane nudo e leggermente proteso in avanti, opera monumentale collocata circa a metà del fianco ovest all'interno di una fontana esagonale. La statua, ufficialmente intitolata "L'Era Fascista" ma popolarmente nota come il "Bigio", fu rimossa nell'immediato dopoguerra con gli altri simboli fascisti della piazza, ma conservata nei depositi comunali.

Tra le altre opere decorative vi era un altorilievo in cotto raffigurante l'episodio dell'annunciazione realizzato dello scultore Arturo Martini, che fu distrutto durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale che colpirono anche il Palazzo Peregallo, che fa da sfondo sud alla piazza.

Ancora presente, invece, sotto la Torre della Rivoluzione, l'arengario in pietra rossa di Tolmezzo che serviva come palco per gli oratori durante le adunanze cittadine e fu utilizzato anche da Benito Mussolini, che vi tenne un discorso durante la cerimonia di inaugurazione della piazza nel 1932. L'arengario è decorato da un ciclo di nove lastre marmoree lavorate a bassorilievo raffiguranti ognuna, in ordine cronologico, un momento o un personaggio saliente nella storia di Brescia: si hanno quindi, partendo dal retro, la Vittoria alata a ricordo dell'originaria dominazione romana, Re Desiderio, Arnaldo da Brescia, Berardo Maggi, SS. Faustino e Giovita, Romanino e Moretto, le Dieci giornate di Brescia, la Prima guerra mondiale e l'Era Fascista, recante la scritta, scalpellata via nel dopoguerra ma ancora leggibile, "FASCISMO ANNO X" in riferimento al decimo anniversario dalla nascita del fascismo (Piazza Vittoria fu inaugurata nel 1932, dieci anni dopo la Marcia su Roma). Fra il bassorilievo dedicato ai pittori Romanino e Moretto e quello dedicato alle X Giornate, si ha il grande fronte dell'arengario occupante lo spazio di due lastre, decorato al centro dalla leonessa, simbolo della città, contornata dalle scritte "BRIXIA FIDELIS FIDEI ET JVSTITIAE" a destra e "BRESCIA LA FORTE BRESCIA LEONESSA D'ITALIA" a sinistra, a ricordo quindi dei versi del Carducci.

A nord-est della piazza una grande scalinata, contornante il Palazzo delle Poste, colma il dislivello creatosi tra Piazza Vittoria e il piano costituito da Piazza della Loggia e via X Giornat
Ad oggi piazza Vittoria, oltre ad ospitare la sede centrale delle Poste, è sede del mercato dell'antiquariato ogni seconda domenica del mese, ed è sede di una stazione della metropolitana di Brescia, chiamata appunto Vittoria. La realizzazione del grande parcheggio sotterraneo, avvenuta nel 1974, ha obbligato all'apertura di vaste grate di aerazione su buona parte dell'area centrale della piazza. La generale ristrutturazione della piazza, connessa alla creazione della stazione della metropolitana, è stata ultimata sul finire del 2013. L'area è stata resa completamente pedonale, con una nuova pavimentazione e la costruzione di una nuova fontana sul lato ovest, simile a quella presente nella sistemazione originaria, al centro della quale è posto un piedistallo che dovrà sostenere una statua ancora da definirsi (il progetto iniziale prevedeva la ricollocazione del "Bigio", idea però tramontata con la nuova amministrazione comunale guidata da Del Bono).

Come detto in precedenza, l'operazione di riqualificazione del volto urbano di Brescia promossa dal piano regolatore del 1927, in realtà, doveva essere più estesa: Piazza della Vittoria era infatti solamente il nodo centrale di un'idea più ampia, in linea con l'ormai tarda visione urbanistica ottocentesca di dotare ogni città di due ampie strade che la attraversassero a croce, consentendo così un facile scorrimento del traffico. In Brescia, questa croce si sarebbe realizzata tramite ulteriori sventramenti e ampliamenti: il braccio est sarebbe stato la via Tosio che, da piazzale Arnaldo (ricostruito in modo monumentale sul fondo e sul lato opposto al Mercato dei Grani) avrebbe proseguito in direzione del centro, uscendo prima in piazzetta Vescovado, quindi passando dietro il Teatro Grande e infine tagliando i portici per collegarsi direttamente con il lato sud di piazza della Vittoria. Il braccio sud, invece, fu sdoppiato in un braccio sud (via Gramsci, che presentava una strettoia prima di piazza del Mercato) e in un braccio sud-ovest, ovvero corso Martiri della Libertà, anch'esso ampliato a nord dopo corso Palestro (l'attuale via Fratelli Porcellaga, difatti, era anticamente un vicolo). Il braccio ovest avrebbe previsto un secondo, grande sventramento della città con l'apertura della "Traversa della Pallata" che, da circa metà altezza di corsetto Sant'Agata (che si sarebbe dovuto ampliare), arrivava fino alla Torre della Pallata e da lì avrebbe proseguito lungo un rettificato corso Garibaldi. Il braccio nord, infine, si sarebbe ricavato dalla rettificazione di via San Faustino. La mancanza di fondi da parte del comune, impoverito dalla realizzazione di piazza della Vittoria, impedì la realizzazione di tutte queste idee, ad eccezione dell'avvio della creazione dell'ideale braccio est con la demolizione del Palazzo San Paolo all'inizio di via Tosio.

Numerosi, inoltre, furono i progetti di enucleazione di chiese e monumenti, molti di fatto realizzati e forse non troppo a torto, consentendo infatti oggigiorno di godere visuali ottimali di molti edifici che, altrimenti, si sarebbero rivelati terribilmente sacrificati in angusti vicoletti. È il caso, ad esempio, della chiesa di San Francesco d'Assisi, la cui facciata fu liberata a ovest da un gruppo di case medievali, del Duomo vecchio, del quale fu reso visibile il fianco destro demolendo una fila di edifici che si snodava fra esso e l'ottocentesco palazzo del Credito Agrario Bresciano. Degni di nota furono inoltre i lavori al Capitolium, che fu liberato da tutte le abitazioni che lo circondavano e parzialmente ricostruito con un'attenta ristrutturazione stilistica, ancora oggi ammirabile; così come, sempre in piazza del Foro, per la sopravvissuta colonna dell'antico foro romano, all'inizio di Vicolo Lungo, la cui enucleazione e restauro furono operati sempre in quegli anni.

Altri progetti paralleli, ma mai realizzati, furono ad esempio la rivelazione del fianco della chiesa di Santa Maria del Carmine, da ottenersi abbattendo gli edifici su via San Faustino che ne occludevano la vista, così come la liberazione della sua facciata e del suo abside, chiusi negli stretti vicoli in cui si trovano ancora oggi. Stesso trattamento sarebbe stato riservato all'abside della chiesa di San Giovanni Evangelista, per il Duomo vecchio (dove il progetto, realizzato solo in parte, prevedeva anche l'abbattimento di alcuni edifici lungo via Mazzini per liberarne anche il retro) e per il santuario di San Faustino in Riposo, che sarebbe stato enucleato a nord attraverso l'ampliamento di piazza della Loggia, permettendo anche la liberazione della facciata della chiesa di San Giuseppe.

Piazza della Loggia è un gioiello rinascimentale lombardo veneto. Anche se non è la piazza più antica della città, ne è il complesso monumentale più armonico, voluto dal podestà Marco Foscari (1433) perché anche Brescia riflettesse il decoro e la magnificenza della Serenissima, dei possedimenti della quale era importante città di confine. Oggi la piazza, che contiene architetture e memorie della coscienza civica della città ed è stata il centro degli eventi collettivi dei suoi cittadini, ospita due monumenti significativi per la storia di Brescia: sul lato nord c’è quello che commemora i martiri delle Dieci Giornate, detto “Bella Italia”, di Giovanni Battista Lombardi (1864) che ha sostituito l’alta colonna sormontata dal Leone di San Marco abbattuta dai giacobini nel 1797; sul lato est il cippo disegnato da Carlo Scarpa che ricorda le vittime dell’attentato terroristico del 28 maggio 1974. La piazza ha forma rettangolare dominata ad ovest dal palazzo della Loggia oggi Municipio. Il lato sud è occupato dai Monti di Pietà; a est si trovano la Torre dell'Orologio e i Portici, la via di passeggio più frequentata dei bresciani.

Piazza Paolo VI, o Piazza del Duomo, è inserita nella Brescia Antica, era conosciuta come piazza del Duomo, per la presenza dei due duomi cittadini, Duomo vecchio e Duomo nuovo, venne intitolata a papa Paolo VI, dopo la sua morte.
L'origine della piazza è medioevale, così come alcuni palazzi che vi si affacciano, uno tra tutti Palazzo Broletto, che oggi comprende anche la torre civica (o Torre del Pegol) e la "Loggia delle grida", situato sul lato nord-est della piazza e risalente al Duecento, è considerato l'edificio pubblico più antico di Brescia. Oggi il palazzo ospita la Prefettura, l'Amministrazione Provinciale e qualche ufficio comunale.

Sempre sul lato orientale troviamo il Duomo Nuovo, eretto tra il 1604 e il 1825, comprendente vari stili architettonici che vanno dal tardo Barocco al rococò, e il Duomo Vecchio, o Rotonda, costruzione dell'XI secolo esempio di architettura romanica, che all'esterno presenta ancora i segni del vecchio livello di terreno della piazza, che venne poi rifatto in epoca veneziana.

Sul lato meridionale della piazza troviamo il palazzo del Credito Agrario Bresciano (oggi UBI Banca), risalente ai primi del Novecento ed opera dell'architetto bresciano Antonio Tagliaferri, mentre opposto al Duomo Nuovo troviamo un palazzetto in stile neoclassico risalente al 1809, che presenta due grandi colonne joniche centrali, vicino al quale è presente la Casa dei Camerlenghi, chiamata così perché sede dei camerlenghi, amministratori finanziari durante la dominazione veneta, che presenta particolari trifore quattrocentesche.

Al di sotto di questa costruzione è presente un passaggio di origine medioevale, oggi conosciuto come Galleria Duomo, che collega la piazza con i portici di via X Giornate, edificati su progetto di Piero Maria Bagnadore, lungo la vecchia cinta muraria cittadina, mentre all'accasso meridionale e a quello settentrionale, troviamo rispettivamente Via Paganora, caratterizzata da qualche palazzo di tardo Ottocento oltre che dal retro dello storico Teatro Grande, e la quattrocentesca chiesa di Sant'Agostino, ormai annessa a palazzo Broletto.

Piazza del Foro è una delle piazze più antiche, nata sul foro della città romana del I secolo d.C.. Fa parte del quartiere di Brescia Antica, nel cuore del centro storico, attraversata a nord da via dei Musei. È di forma rettangolare e vi si trova la maggior parte dei resti romani della città, divisi tra il Capitolium, la basilica civile e gli scavi archeologici di Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino.

Pur risalente alla prima età del ferro, come dimostrano alcuni studi archeologici sui reperti custoditi in palazzo Martinengo, la piazza ha avuto il suo massimo splendore in epoca romana.

All'antico foro romano è stato attribuito da molti il ruolo di centro della vita civile e religiosa della Brixia romana, come dimostrano le presenze del tempio capitolino, posto nella parte settentrionale della piazza, che comprendeva due file di portici laterali di cui è rimasto qualche segno nella parte centrale della piazza, e della Basilica (o tribunale), di cui si conservano alcuni reperti nei palazzi circostanti.

Un'ulteriore dimostrazione della centralità che questa piazza ricopriva nella vita dell'antica Brixia Romana, è la presenza dell'antico Decumano Massimo, antica strada cittadina che permetteva i collegamenti con gli altri centri abitati della zona sull'asse Bergamo-Verona, quella che attualmente è Via Musei, che divideva la piazza da un altro edificio romano, anche se di epoca successiva, il teatro.

Posta alle pendici del colle Cidneo, la piazza, che presenta una pendenza più che accentuata verso sud, è un esempio dell'unione di varie architetture che Brescia ha subito negli anni. Insieme agli edifici di epoca romana troviamo costruzioni post-rinascimentali e di epoche successive, mentre rimangono poche le testimonianze del periodo medievale, forse per il progressivo abbandono di questi luoghi da parte dei cittadini dell'epoca per prediligere le "nuove" zone delle attuali piazza Paolo VI e piazza della Vittoria.

Infatti nella parte settentrionale, agli angoli opposti formati dall'incrocio con via Musei, troviamo due esempi di architetture post-Seicento come la chiesa di San Zeno al Foro, edificata nel 1745, e il nobile palazzo Martinengo, fatto costruire da Cesare IV Martinengo Cesaresco verso la metà del Seicento sulla base di un precedente edificio, all'interno del quale è visitabile un percorso archeologico che accoglie testimonianze dall'età del ferro al basso Medioevo, passando ovviamente per l'età romana.

Lungo il Decumano, e nelle zone limitrofe alla piazza, sono presenti numerosi palazzi, anch'essi di epoca rinascimentale, quali palazzo Maggi di Gradella, palazzetto Lana, palazzo Uggeri e palazzo Maggi Gambara, realizzati dall'architetto bresciano Lodovico Beretta.
Piazzetta Sant'Alessandro è situata all'incrocio fra via Moretto e corso Cavour, davanti all'omonima chiesa di Sant'Alessandro, della quale costituisce il sagrato. Da sempre fulcro della quadra di Sant'Alessandro, anche grazie alla stessa chiesa che vi si affaccia, è un ambiente molto particolare per il variato cromatismo degli edifici che la contornano e per le diverse epoche di realizzazione degli stessi, spaziando dal Medioevo al barocco, al neoclassicismo fino al razionalismo del dopoguerra. Lo spazio ruota attorno a una bella fontana barocca centrale a tre vasche sovrapposte.

L'ambiente, intimo e riservato a una prima occhiata, è in realtà molto vissuto e frequentato, data soprattutto la vicinanza a corso Magenta e, da lì, al cuore della città, che fanno della piazzetta un importante snodo di passaggio del traffico pedonale e ciclabile. Questo aspetto, oltretutto, era più evidente quando il palazzo Martinengo Colleoni, che qui si affaccia, era sede del tribunale di Brescia, trasferito dal 2009 nel moderno Palagiustizia.

Il sagrato della chiesa di Sant'Alessandro è un ottimo esempio di piazzetta cittadina, con caratteristiche e utilizzi molto differenti da quelli delle grandi piazze. Questi luoghi, infatti, erano percepiti come "dilatazione" del cortile di casa e come tali erano fruiti e gestiti dalla vicinìa, ovvero la popolazione che abitava nelle loro immediate vicinanze.

Di conseguenza, essendo spazi semiprivati, ricevevano anche un’attenzione individuale maggiore di quanto non avvenisse per le grandi piazze pubbliche, la cui gestione era riservata agli alti organi amministrativi. Avveniva quindi, e molto spesso, che gli amministratori delle quadre cittadine, o le famiglie di benestanti, intervenissero con fondi personali per la manutenzione e il miglioramento delle piazzette.

Fra l’altro, tali luoghi furono anche i primi ad avere nominativi stabili, al contrario delle vie e delle contrade, essendo appunto immediatamente riconoscibili e molto più nel cuore della popolazione rispetto a una qualsiasi strada, meritevoli quindi di un’intitolazione. I termini “cantù”, “carobbio” e “sagrato” sono assai antichi, come in molte altre città, anche a Brescia.
Anticamente, lo spazio del sagrato vero e proprio trovava luogo nell'angolo fra la facciata della chiesa e i corpi di fabbrica ad essa adiacenti, posti sul lato nord, caratterizzati da due chiostri lungo i quali scorreva il canale Molin del Brolo.

La piazzetta, grazie alla sua centralità nella quadra di Sant'Alessandro e alla crescente importanza della stessa chiesa, assunse con il passare del tempo tutte le caratteristiche di un piccolo centro amministrativo e sociale. Qui aveva infatti sede la Casa della Quadra: una lapide, che era murata sulla parete che fa angolo fra la piazzetta e corso Cavour, a nord, precisava che quella era la Casa della Quadra e portava la data 1465. La lapide fu in seguito asportata, togliendo un’informazione che purtroppo impoverisce il linguaggio della città: essa si trova ora in un cortile del monastero di Santa Giulia.

La situazione urbanistica del luogo rimase praticamente invariata fino al 1769, quando la chiesa subì gravi danni dovuti all’esplosione della polveriera di San Nazaro, al punto che sul finire del secolo fu oggetto di un importante intervento di ricostruzione progettato dall’architetto Giovanni Donegani.

L'intervento si trasformò in un'occasione per sistemare anche la piazza antistante: nel 1785 fu demolita una casa della contessa Paola Avogadro Fenaroli su sua gentile concessione, ovverosia l'edificio che "sporgeva" all'interno dell'ambiente, dilatando lo spazio centrale e portando la piazzetta alle dimensioni odierne. Il luogo fu anche impreziosito dalla sostituzione della vecchia fontana con una vasca barocca a forma di valva di conchiglia progettata dallo stesso Donegani nel 1787 e realizzata grazie al contributo dei conti Martinengo Colleoni, che avevano la loro residenza di famiglia proprio nella piazza.

La loro generosità fu notevole ma, in ogni caso, l’interesse a rivalutare la piazzetta dipendeva soprattutto dal beneficio estetico che ne avrebbe tratto la loro residenza, eretta nel XV secolo, che vi si affacciava. L'evento, oltretutto, è ricordato in una lapide commemorativa murata sul fianco sud della chiesa, l'unico visibile, affiancata da un'altra più antica, quattrocentesca, riguardante l'erezione a canonica della chiesa.

Il bombardamento aereo che colpì Brescia il 2 marzo 1945 distrusse i chiostri della chiesa e gli edifici medievali posti sul lato nord della piazzetta, che furono sostituiti negli anni sessanta del secolo dal moderno Condominio Sant'Alessandro.

La piazzetta si compone di quattro fronti principali che la inquadrano totalmente, aperti solamente dal passaggio di Corso Cavour a ovest e Via Moretto a sud, in posizione defilata. Nel complesso, l'ambiente appare abbastanza ristretto, intimo, sensazione a cui contribuiscono gli alti volumi degli edifici che vi si affacciano. Il senso di chiusura è invece minore nell'angolo sud-ovest, dove le due vie si incrociano e dove i volumi sono più frammentati, come ben visibile anche nella pianta della piazza. I vari fronti sono piuttosto differenziati per aspetto, colore e epoche di realizzazione, facendo della piazza un vero connubio di stili e cromatismi.

Sul fronte sud si eleva la mole bianca e azzurra del Palazzo Martinengo Colleoni di Malpaga, l'edificio di carattere civico più importante della piazzetta. Risalente al XVI secolo, fu edificato per volere della famiglia Martinengo Colleoni di Malpaga, fra le più antiche ed insigni di Bergamo. Restaurato nel Settecento, divenne uno dei palazzi barocchi più imponenti della città.
Sul fronte est si alza, maestosa, la facciata color ocra della chiesa di Sant'Alessandro, realizzata nei primi anni del Novecento sul progetto originale settecentesco del Donegani, poiché al tempo mai portato a termine. Il motivo unitario a fronte di tempio classico, con quattro colonne a tre quarti di ordine corinzio, di cospicuo diametro, che sorreggono una trabeazione compiuta su cui poggia un timpano triangolare, conferiscono alla facciata della chiesa un vigore assolutamente dominante sulla piazza, alto e continuamente attrattivo per l'occhio. Fra l'altro, essendo questo fronte rivolto pienamente a ovest, è di solito anche l'unico ad essere pienamente illuminato dalla luce del Sole, enfatizzando il suo aspetto predominante.

Il fronte nord è occupato dall'alta mole verde chiaro del condominio Sant'Alessandro, costruito negli anni sessanta del Novecento in sostituzione degli edifici distrutti dal bombardamento della Seconda guerra mondiale. L'aspetto è molto semplice e razionale, liscio e privo di decorazioni, in verità molto discutibile, tanto da essere spesso definito uno dei "mostri" dell'urbanistica del dopoguerra. In effetti, il suo stile si sposa difficilmente con quello generale della piazza, essenzialmente calibrato sul binomio medioevo-barocco, e l'edificio stesso, troppo alto, soffoca l'architettura della chiesa, subito adiacente.
Il fronte ovest è quello "popolare" della piazzetta, composto da tre edifici di carattere residenziale, di colore rosso, giallo e marrone, da sud a nord. Quello marrone, l'ultimo, si affaccia solo parzialmente sulla piazzetta, proseguendo poi lungo Corso Cavour.
Nel centro religioso e amministrativo del quartiere non poteva mancare la fontana, già accennata, elemento aggregativo importantissimo in passato. Sino al XVIII secolo fu presente la vasca quattrocentesca, recante un affresco della Madonna, oggetto di frequentissime liti sul suo utilizzo e sugli eventuali rifacimenti.

Nel 1787, l’amministrazione della Quadra decise di ricostruire totalmente l’antica fontana e i conti Martinengo Colleoni di Malpaga sovvenzionarono l’intera operazione, affidata al progetto di Giovanni Donegani che realizzò l'elegante vasca attuale, a forma di valva di conchiglia. Si compone di tre vasche sovrapposte di capienza decrescente, con un pilastro centrale a volute che sorregge l'intera struttura. L'acqua sgorga dalla vasca in sommità con una raggiera di zampilli e scende man mano verso il basso, fino alla vasca di base, attraverso dei fori nelle due vasche sopraelevate. I fori, quattro per vasca, coincidono all'esterno con bocche di mascheroni.
Via dei Musei è nota principalmente per la moltitudine di monumenti e istituzioni culturali che vi si affacciano sul suo lungo percorso di circa 800 metri, da piazza della Loggia al monastero di Santa Giulia, tra cui chiese, palazzi dell'antica nobiltà cittadina, testimonianze medievali e rovine di epoca romana.

Le origini della via sono da far risalire almeno all'età romana, quando Brescia, nel I secolo a.c., entra definitivamente nei domini di Roma, che ne definisce l'aspetto urbanistico facendo della strada il decumano massimo della città. Data la preminente importanza del tracciato, però, è probabile che questo fosse già presente come tratto della primitiva strada di collegamento tra Milano e Verona, attorno alla quale Brescia si era sviluppata. In quanto decumano massimo, la via attraversava il foro cittadino, passando ai piedi del Capitolium e del teatro.

Caduto il governo romano, durante il dominio dei Longobardi la via mantiene una certa importanza grazie alla fondazione del monastero di Santa Giulia da parte di re Desiderio nell'VIII secolo, che viene insediato lungo l'ultimo tratto a est. Durante il medioevo, con i successivi ampliamenti della città murata verso est, il tracciato della via viene replicato sui nuovi territori urbanizzati, seguendo la preesistente strada che, uscita dalle mura romane, proseguiva verso Milano: questo nuovo tratto assume il nome di via dei Mercanti, grazie alle numerosissime botteghe che vi si affacciavano o trovavano collocazione nei suoi pressi. Pur perdendo il ruolo chiaramente principale di epoca romana, la via, assieme alla sua nuova prosecuzione a est, rimane l'unica in grado di attraversare completamente la città con un percorso diretto. Il tracciato perde progressivamente la sua primitiva conformazione rettilinea e assume un aspetto un poco più sinuoso, soprattutto lungo via dei Mercanti.

La toponomastica del tracciato, originariamente frammentata in una serie di denominazioni, tra l'Ottocento e il Novecento viene revisionata: il tratto tra porta San Giovanni e la torre della Pallata viene intitolato corso Giuseppe Garibaldi, quello tra la Pallata a Porta Bruciata diventa corso Goffredo Mameli, mentre quello da Porta Bruciata fino all'estremità est della via viene denominato via dei Musei, in onore delle numerose istituzioni culturali e dei monumenti nei suoi pressi.

Analizzando il tracciato della via, limitatamente al suo ufficiale percorso odierno tra Porta Bruciata e l'estremità est, si incontra la quasi totalità dei maggiori monumenti della storia cittadina: da piazza della Loggia si costeggia prima piazza del Duomo passando ai piedi del lato nord del Broletto, passando sotto al voltone della Loggia Malatestiana.

Si attraversa quindi via Mazzini e si entra nel cuore della via, passando davanti alla chiesa di Santa Maria della Carità e ad alcuni importanti palazzi dell'antica nobiltà bresciana, fino a raggiungere piazza del Foro con le rovine del e il complesso di palazzo Martinengo Cesaresco Novarino.

Proseguendo ancora si incrocia via Giovanni Piamarta che sale verso il monastero del Santissimo Corpo di Cristo e il castello di Brescia e si raggiunge infine l'estremità est, il cui fianco nord è occupato dal monastero di Santa Giulia. L'estremità, cieca, si apre a sud verso piazza Tebaldo Brusato.




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