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martedì 14 marzo 2017

TECNOLOGIA E BIMBI

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Non sanno ancora andare in bici, ma utilizzano alla perfezione smartphone e tablet.
Il grido d'allarme arriva da alcune mamme su forum specializzati. Sono sempre più i genitori preoccupati perché i propri pargoli – dagli 0 ai 13 anni – passano sempre più tempo con computer, smartphone, tablet e altre diavolerie elettroniche.

Il termine nativi digitali venne coniato dallo statunitense Mark Prensky, sociologo ed esperto di educazione statunitense, per indicare la prima generazione di bambini cresciuta a pane e computer (o altri dispositivi elettronici come console e videogame). I bambini digitali, invece, nascono un decennio dopo circa, con l'arrivo dell'iPad. Il tablet Apple, a differenza degli smartphone, aveva uno schermo sufficientemente grande e luminoso da attirare l'attenzione dei piccoli e permetter loro di giocare senza affaticare troppo la vista. Dall'altro lato era molto più semplice e intuitivo da utilizzare rispetto a un pc o laptop: già a 18 mesi i bambini potevano capire il funzionamento di questi dispositivi e iniziare a utilizzarli con un genitore al loro fianco.

Se i nativi digitali erano quei bambini cresciuti nell'era dell'informatica di massa e della diffusione di computer casalinghi, i bambini digitali appartengono alla cosiddetta terza generazione digitale: quella cresciuta tra smartphone e tablet, ADSL e Internet mobile, touchscreen e app.

Una ricerca commissionata da AVG, celebre software house che realizza antivirus e altri programmi per la sicurezza del computer, oltre il 50% dei bambini tra i 2 e i 5 anni di età sa già come giocare con un gioco per tablet di livello base, mentre appena lo 11% di loro sa come ci si allacciano le scarpe.

Ormai gran parte dei bambini, anche di pochi anni, riesce ad utilizzare con apparente disinvoltura il sistema touchscreen dello smartphone o del tablet quasi si trattasse di un sesto senso innato. Capita spesso di vedere piccoli che muovono a difficoltà i primi passi senza il sostegno dei genitori, ma già capaci di giocare con le loro app preferite o perfettamente in grado di cambiare schermata e lanciare un episodio di Pippi Calzelunghe o Peppa Pig che i genitori sono soliti mostrargli.
Secondo lo psicologo Jerome Bruner è tutto merito della cosiddetta capacità di rappresentazione enattiva. Nei primi anni di vita, quando il linguaggio non ha assunto il ruolo pervasivo che ha a partire dai 5-6 anni di età, i bambini classificano gli oggetti del mondo con parole o simboli, ma con le funzioni per cui vengono utilizzati e i gesti compiuti solitamente nel corso del loro utilizzo. Le loro mani sono il prolungamento dei loro pensieri – le mani sono gli strumenti dell'intelligenza umana, avrebbe detto Maria Montessori – e ciò gli permette di utilizzare con assoluta naturalezza il touchscreen di questi dispositivi.

Vista la crescita costante del fenomeno, sempre più scienziati sociali e psicologi si interessano al fenomeno. E, a dispetto degli allarmismi solitamente generati da notizie del genere, ci tengono a sottolineare che i vantaggi dell'utilizzo di smartphone e altri dispositivi digitali sono superiori rispetto ai rischi. A patto, naturalmente, di non esagerare.

"Cominciano a essere utili – afferma il professor Giuseppe Riva, docente di psicologia dei nuovi media presso l'Università Cattolica di Milano – dai 18 mesi, ma solo sfruttandone l'interattività. Se si usano solo per guardare i cartoni, diventano tv portatili, con tutti i rischi dello stare tante ore immobili davanti a uno schermo". I rischi principali individuati dal docente universitario milanese possono essere raggruppati in tre macroaree. Da un lato il pericolo che il prolungato utilizzo di smartphone e tablet porti ad un affaticamento eccessivo della vista; dall'altro il pericolo che il piccolo si isoli psicologicamente e crei un mondo popolato dagli eroi dei giochi e delle app che utilizza solitamente; infine un problema legato ai costi di alcune app e dei sistemi di acquisto in-app.
Al netto di ciò, però, la precoce capacità di utilizzare dispositivi tecnologicamente avanzati permette ai piccoli di sviluppare capacità cognitive fuori dal comune. “È vero che il multitasking comporta una diminuzione della capacità di attenzione; d'altra parte però stimola lo sviluppo di una maggiore capacità di integrazione cognitiva delle informazioni che si gestiscono contemporaneamente, con una maggiore produttività. Tutto dipende dal compito che si deve svolgere”.



Stringersi a gruppetti per guardare inebetiti uno schermo non è la stessa cosa che giocare a nascondino, rincorrersi, giocare a palla bollata, a guardia e ladri o a bandiera. Non agevola la condivisione, è un intrattenimento passivo.

In mano a bimbi piccolissimi, variante hi-tech del ciuccio, è anche più dannoso. A quell’età scoprono il mondo attraverso il corpo. Le mani riescono a compiere quel che la testa comanda, afferrano con più precisione, si coordinano coi piedi. Impilano costruzioni, incastrano forme, fanno barchette di carta, aeroplanini, scarabocchiano fogli bianchi. A quell’età si superano ostacoli grandi come montagne, e dopo una giornata di esplorazione si arriva a sera sporchi ed esausti.

I bambini sotto ai dodici anni non dovrebbero essere sovraesposti alle nuove tecnologie. Questo il parere dell’American Academy of Pediatrics e della Canadian Society of Pediatrics.
Secondo i ricercatori, i bambini da 0 a 2 anni non dovrebbero essere esposti affatto alla tecnologia, dai 3 ai 5 anni l’esposizione dovrebbe limitarsi a un’ora al giorno, dai 6 ai 18 non dovrebbe superare le due ore al giorno.
Invece, i nostri figli usufruiscono delle nuove tecnologie nella misura di almeno 4/5 volte in più delle ore raccomandato. E le conseguenze possono essere molto serie.

Il cervello dei bambini, tra 0 e 2 anni, triplica le sue dimensioni e si sviluppa rapidamente fino ai 21 anni di età. Lo sviluppo precoce del cervello è determinato da stimoli esterni o dalla mancanza degli stessi. Secondo studi scientifici, se un cervello in sviluppo viene sovraesposto alle nuove tecnologie – cellulari, internet, iPad, TV – , può maturare deficit delle funzioni esecutive e dell’attenzione, ritardi cognitivi, difficoltà di apprendimento, aumento dell’impulsività e dell’aggressività.

L’uso della tecnologia, sotto i 12 anni, è dannoso per lo sviluppo e l’apprendimento del bambino perché limita il movimento.

Il mancato movimento porta conseguenze nefaste come l’obesità infantile, sempre più frequente nel mondo occidentale.

Il 75% dei bambini ha apparecchi tecnologici in camera e li utilizza da soli, senza controllo e spesso di sera. Il 75% dei bambini di 9 e 10 anni non dorme abbastanza, fattore che influisce negativamente sul rendimento scolastico.

L’uso eccessivo della tecnologia alimenta patologie mentali come la depressione infantile, l’ansia, il deficit di attenzione e persino l’autismo, il disturbo bipolare e certe forme di psicosi.

I contenuti violenti dei media – soprattutto di alcuni videogiochi – possono scatenare aggressività nel bambino.

Lo sviluppo del deficit di attenzione e il calo di concentrazione e di memoria possono essere alimentati dai contenuti sempre più veloci dei media; questo avviene perché il cervello elimina le tracce neuronali dalla corteccia frontale.

Gli apparecchi elettronici diventano dei surrogati dei genitori e creano dipendenza.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità, nel 2011, ha classificato i dispositivi mobili come potenzialmente cancerogeni, a causa dell’emissione di radiazioni.



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lunedì 8 agosto 2016

RAZZISMO ITALIANO


Il razzismo in Italia è un fenomeno storico, sicuramente complesso, difficilmente definibile univocamente. In parte potrebbe affondare le sue radici indietro nel tempo, ma non vi sono prove di una sua continuità del o di un collegamento ideologico tra i diversi fenomeni nelle diverse epoche.

In senso stretto razzisti, i primi movimenti legati esplicitamente al mito della razza, ariana, pangermanica o italica, affondano le loro radici nel razzismo "scientifico" del XIX secolo, generatrice di xenofobia e segregazione razziale, base per l'avvento dei fascismi europei del XX secolo prima in Italia con il fascismo e poi con connotazioni razziste più marcate in Germania con il nazismo, parallelamente a fenomeni razzisti nella società statunitense di tutt'altro ordine sociale, come quelli propugnati dal Ku Klux Klan.

Dal punto di vista storico le leggi razziali fasciste, esempio concreto di tale fenomeno, sono state un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi varate in Italia fra gli anni trenta e gli anni quaranta del Novecento, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana.

Un esempio documentabile, ma in una ben precisa ottica storica, ci giunge dall'inizio del XVI secolo, epoca in cui iniziarono ad essere costruiti ghetti dove avveniva una segregazione nei confronti degli ebrei. Ciononostante il razzismo o comunque i sentimenti ostili verso gli ebrei hanno radici ancora più profonde. Ancor oggi l'aggettivo "farisaico" è spesso usato con il significato offensivo di "ipocrita" e denota la permanenza di un sottofondo razzista e antiebreo.

A partire dall'unificazione d'Italia, gran parte del sistema politico e culturale italiano, influenzato dalle teorie internazionali del razzismo scientifico del positivismo e dell'eugenetica si orientò verso posizioni razziste e anti-meridionali (e molti studiosi meridionali sostennero a loro volta l'anti-meridionalismo). Di questo clima politico e culturale furono artefici tra l'altro le pubblicazioni del criminologo Cesare Lombroso (le cui teorie tentavano di dimostrare la possibilità di identificare l'"innata natura criminale" di alcuni individui attraverso le loro caratteristiche fisiche, e i cui studi si incentrarono spesso sui "briganti" meridionali), le teorie di Luigi Pigorini e soprattutto di Giuseppe Sergi (messinese, fondatore della Società Romana di Antropologia) e di Alfredo Niceforo (castiglionese, presidente della Società Italiana di Antropologia e della Società Italiana di Criminologia), che scriveva:«La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco - dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia, ecc.».

Si ricordano inoltre, Enrico Ferri, secondo cui la minore criminalità nell'Italia settentrionale derivava dall'influenza celtica, Guglielmo Ferrero, Arcangelo Ghisleri, nonché moltissimi altri magistrati, medici, psichiatri, uomini politici, che influenzarono grandemente l'opinione pubblica italiana e mondiale.

Non furono posizioni isolate, al contrario era la convinzione «scientifica» della quasi totalità degli uomini di cultura europei, nonché dei ceti dominanti e dell'opinione pubblica dell'epoca. Già nel 1876 la tesi razzista fu pienamente avallata dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulla Sicilia che concluse:
«la Sicilia s'avvicina forse più che qualunque altra parte d'Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia v'è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d'animo rapida e violenta».
Cioè le stesse caratteristiche «psico-genetiche» che, con lo stesso identico linguaggio, i razzisti di tutto il mondo attribuivano alla cosiddetta «razza» nera. E di questo erano accusati i mediterranei: di essere «meticci», discendenti di popolazioni preistoriche di razza africana e semitica.

L'accettazione già a fine ottocento della teoria dell'esistenza di almeno due razze in Italia, la eurasica, giapetica ariana e la eurafricana afro-semitica, contribuì in modo determinante alla nascita di un diffuso razzismo anti-meridionale nel nord Italia e in tutto il mondo. Basandosi sulle dichiarazioni degli scienziati italiani molti Stati degli USA diedero luogo a forme esplicite di discriminazione nei confronti dei meridionali (in particolare gli stati di Alabama, Georgia, Louisiana). Più in generale gli immigrati italiani venivano separati al loro arrivo a Ellis Island (New York) e computati in due diversi registri: razza iberica/mediterranea da una parte e razza alpina dall'altra. Divisione ufficialmente avallata dalla Commissione Dillingham del Senato degli Stati Uniti che nel 1911 ribadì la stretta correlazione degli Italiani del Sud con gli Iberici della Spagna ed i Berberi del Nord Africa. Il "Dictionary of Races and Peoples" precisò inoltre l'appartenenza etnica al Sud Italia dell'intera penisola propriamente detta, compresa la Liguria ("All of the people of the peninsula proper and of the islands of Sicily and Sardinia are South Italian. Even Genoa is South Italian" pg. 81). La "razza Hamitica", di cui gli "Italiani del Sud" avrebbero fatto parte, pur non essendo connessa alla razza nera, avrebbe avuto alcune tracce di sangue negroide in Nord Africa ed in alcune zone della Sicilia e della Sardegna, con rilevanza non solo nell'aspetto fisico, ma anche nel carattere e nelle inclinazioni».

Ai siciliani, infatti, per via della più recente commistione (nel periodo arabo) con mori e saraceni, spettava nel profondo sud americano un trattamento ancora peggiore ed erano sottoposti ad un vero e proprio apartheid economico, politico e sociale. All'epiteto «dago» riferito agli italiani in generale (forse dal nome spagnolo Diego o più probabilmente da dagger = accoltellatore) veniva loro in più anteposto l'aggettivo «black» (nero) per rimarcare la loro presunta «negritudine». In Louisiana prima della seconda guerra mondiale, anche se nati in America non potevano frequentare le scuole per i soli bianchi ed erano perciò obbligati a frequentare le scuole dei neri. In Alabama erano formalmente soggetti alle leggi anti-miscegenation. La loro paga era generalmente inferiore a quella degli stessi neri, inoltre erano spesso minacciati dal Ku Klux Klan e linciati per futili motivi: documenti locali affermano che gli «italiani» furono il gruppo più numeroso di vittime di linciaggio dopo i neri (e secondo quanto riportarono alcune fonti dell'epoca, furono il 90% di tutti i linciati che immigravano dall'Europa).

In epoca contemporanea, nel XX secolo il razzismo e l'antisemitismo vennero istituzionalizzati con le leggi razziali fasciste, differenti ma parallele a posizioni contemporanee già emerse nella Germania nazionalsocialista.

Le posizioni razziste erano condivise e avallate da diverse autorità, anche estranee al partito fascista, come si può evincere dagli scritti di personalità della cultura nazionale e dalle firme apposte in calce al manifesto della razza. Va sottolineata la distanza, in questo ambito, dalla concezione eugenetica del razzismo, spesso osteggiata anche da chi, come il gesuita padre Angelo Brucculeri, e altri cattolici, avallava le posizioni fasciste in ambito razziale. Il fascismo era fortemente permeato da una politica demografica senza se ne ma, e le politiche pronatalistiche del regime spesso non coincidevano con i concetti di disgenia espressi dai più convinti eugenetisti, come Leonardo Bianchi.

Posizioni, al contrario, a favore dell'eugenetica, fin dagli anni venti, si erano manifestate anche in altre aree culturali. Precedentemente, infatti, relativamente alla pubblicazione de Sul problema di Malthus, nel 1928, Brucculeri era già stato criticato, tra i tanti da Pietro Capasso su Il pensiero Sanitario per non appoggiare sufficientemente l'eugenica, ma la politica demografica fascista poggiava appunto su basi differenti e tendenzialmente non eugenetiche, rispetto a quella della Germania. Pietro Capasso, ed altri, firmarono il Manifesto di Benedetto Croce, nel 1925, in opposizione al fascismo, ma si dimostrarono diversamente attenti in termini razzisti a questi aspetti.

I concetti razzisti vennero ripudiati successivamente dall'Italia con la Costituzione repubblicana, come è affermato con chiarezza nell'articolo 3, nel comma 1 per l'uguaglianza formale, e nel comma 2 per l'uguaglianza sostanziale. Dal XIX secolo in poi si è diffuso, soprattutto nel nord, in conseguenza delle ricadute in termini umani e socioeconomici della questione meridionale. La terminologia venne usata per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale lombardo Antonio Billia, il razzismo contro gli abitanti del sud della penisola.

Nonostante il capolinea del razzismo scientifico, rigettato come pseudoscienza subito dopo la seconda guerra mondiale, non fu modificata la mentalità formatasi in quasi un secolo di propaganda, e forme inconsce e semi-clandestine di razzismo antimeridionale hanno persistito fino ad oggi e sono spesso documentate da denunce pervenute a livello mondiale.



Nel XXI secolo si sono aggiunti fenomeni di avversione contro i popoli semiti (gli arabi). In particolare l'Antisemitismo anti-ebraico, che ha origini storiche e religiose più antiche, secondo molte indagini demoscopiche continua ad esistere in tutta Italia, sebbene in forme meno manifeste. Secondo la ricerca promossa nel 2003 dall'Unione delle comunità ebraiche italiane e condotta dal Dipartimento di ricerca sociale e metodologia sociologica Gianni Statera presso la facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma su 2.200 ragazzi tra i 14 e i 18 anni di 110 Comuni italiani, la punta massima del razzismo ad alta intensità si riscontra nel "profondo nord" con il 27.8% degli intervistati e la minima nel "sud urbano" con il 10.6% degli intervistati.

Accanto a queste sono sorti anche numerosi episodi di razzismo e xenofobia ai danni dei Rom e dei Sinti (etnie comunemente identificate con i termini zingari, gitani o semplicemente "nomadi"). Più recentemente atteggiamenti razzisti e soprattutto xenofobi, sono principalmente diretti verso gli stranieri immigrati, comunitari di nuova acquisizione e extracomunitari.

In particolare, azioni e dichiarazioni della Lega Nord sono state definite xenofobe e razziste da svariate fonti estere. Alcune azioni isolate come il tentativo di bruciare extracomunitari senza fissa dimora o come l'assassinio del 20 settembre 2008 di Abdul Salam Guibre, nativo del Burkina Faso sono state contestate come razziste, ma altre visioni considerano il razzismo elemento accessorio dei crimini.

L'Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Città del Vaticano indicò il razzismo come elemento cardine nella rivolta di Rosarno. L'affermazione dell'allora primo ministro Silvio Berlusconi concernente l'elezione del presidente di Stati Uniti Barack Obama, e l'abbronzatura della sua pelle guadagnò titoli sulle pagine dei giornali di area anglosassone. Secondo Eurobarometro, gli italiani avrebbero il più alto livello nella graduatoria in Europa della discriminazione praticata dai nativi verso l'etnia rom, dopo gli austriaci e i cechi, e il terz'ultimo per capacità di adattamento a convivere con persone di etnia rom come vicini di casa. La relazione fra razzismo e sessismo è stata studiata anche in Italia, infatti entrambi i sistemi di dominazione condividono un approccio essenzialista ovvero la naturalizzazione di costrutti sociali.

In Italia  l'Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali)  promuove iniziative nell'ambito della scuola, della cultura e dello sport, per invitare a riflettere sulla tolleranza sancita dall'articolo 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Secondo una ricerca Ipsos Mori, gli italiani credono che il 30% della popolazione sia composta da immigrati, 20% dei quali musulmani.
Una vera e propria «invasione», su cui si sviluppano convinzioni xenofobe del tipo: «ci rubano il lavoro», «stuprano le nostre donne», «rubano», «puzzano».
Un lucido sguardo ai dati prova che non c'è nessuna invasione in corso: secondo l'ultima rilevazione Istat, gli stranieri residenti in Italia si assestano intorno all'8,3%. Tra questi, un buon numero proviene dall'Unione Europea, mentre i cosiddetti “extra-comunitari” sono il 5,7% della popolazione totale; scende al 3,7% la percentuale dei musulmani. È vero, nell'ultimo anno le richieste di asilo sono aumentate, ma vanno considerate relativamente a un paese di 742 milioni di abitanti. Nel primo semestre del 2015 in Italia le richieste sono state 251 per ogni milione di abitanti, vale a dire circa 83 al mese.

Secondo l'Istat, il primato degli stranieri residenti in Europa è detenuto dalla Svizzera con il 23,8%, seguita da Austria (12,4%), Irlanda (11,8%) e Belgio (11,3%).
Sono dati da interpretare: gli Stati che prevedono lo ius soli (nascendo in un dato territorio se ne acquisisce la cittadinanza) tendono ad avere una percentuale di stranieri più bassa, perchè i figli di immigrati non entrano in queste statistiche. Inoltre, la preminenza della Svizzera è dovuta alla forte presenza di immigrati da territori limitrofi (Francia, Germania e Italia).
A ogni modo l'Italia, con l'8,3% di stranieri residenti, si classifica all'ottavo posto. Il saldo migratorio è quindi superiore alla media europea, ma inferiore ai Paesi cui ci si paragona: oltre a quelli citati, contano più stranieri di noi anche Spagna, Norvegia e Germania. Fa eccezione la Francia, al 6,3%: proprio per la questione dello ius soli.
Occorre anche notare che non tutti gli immigrati approdati in Italia vi rimangono: molti proseguono il viaggio verso altre destinazioni europee.

La comunità straniera più numerosa sul suolo italiano è quella romena (22,0%) seguita a distanza da quella albanese (10%) e marocchina (9,2%), cinesi (5,2%) e ucraini (4,5%).
Le cinque regioni con la maggiore incidenza della popolazione straniera sono: Emilia-Romagna (12%), Lombardia (11,5%), Umbria (11%), Lazio (10,8%), Toscana (10,5%).
Ognuna di queste comunità è vittima di luoghi comuni. I romeni, in particolare, sono diventati un capro espiatorio; qualcuno continua a chiamarli “zingari” e pensa vivano di accattonaggio, in campi abusivi ai margini delle città. Eppure, i romeni non sono più nomadi: la maggior parte di loro vive in abitazioni stabili e lavora – di fatto, l'1,2% del Pil italiano è garantito dai “rom”.

Le destre sono in avanzata in Europa e non solo, e l'Italia non fa eccezione: i militanti di CasaPound e Forza Nuova sono cresciuti costantemente negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani delusi dalla politica e depressi dalla crisi. Questi gruppi, talvolta in sintonia con Lega Nord, promuovono una retorica anti-immigrati che arriva ad attacchi volgari e apertamente razzisti.
Complici del razzismo anche siti o pagine web come Informare per Resistere, che ha raggiunto un numero imponente di “like” su Facebook, o Tutti i crimini degli immigrati, che hanno spesso il preciso obiettivo di spargere bufale online, alimentando l'intolleranza.

Una ricerca condotta dal Pew Research Center ha rivelato che l'86 % degli italiani è prevenuto nei confronti dei rom, mentre il 61% è sfavorevole ai musulmani e il 21 % guarda gli ebrei con sospetto. L'atteggiamento nel resto dell'Ue è più rilassato: Germania, Spagna e Gran Bretagna hanno una visione più positiva dei rom – la Francia è più vicina a noi, con il 60% di “antipatia”.
Gli stessi Paesi hanno percentuali invertite rispetto alle nostre per i musulmani: meno del 40% della popolazione ne ha un'opinione ostile.
Nel caso degli ebrei, solo i polacchi sono più intolleranti: 28%.

Il Censis rileva che appena il 17,2 % degli italiani afferma di trovare “comprensione” e di avere un approccio “amichevole” nei confronti degli immigrati; quattro italiani su cinque si dividono invece tra “diffidenza” (60,1%), “indifferenza” (15,8%) e “aperta ostilità” (6,9%), mentre due italiani su tre (65,2%) pensano che gli immigrati in Italia siano semplicemente troppi.
La metà della popolazione (55,3 %) ritiene che nell’attribuzione degli alloggi popolari, a parità di requisiti, gli italiani dovrebbero essere inseriti in graduatoria prima degli immigrati e circa la metà pensa che in scarsità di lavoro sia giusto dare la precedenza agli italiani nelle assunzioni.

Sebbene sia opinione comune dei razzisti che gli stranieri siano tutti – o in gran parte – criminali, secondo i dati dell'associazione Antigone solo il 32% di detenuti è straniero: 17.403 su un totale di 53.889. Spesso si trovano dietro le sbarre per reati minori: il 50% di loro sconta pene inferiori o pari a un anno, mentre il 12% è condannato a oltre 20 anni, contro l'88% dei nostri connazionali. Rispetto alla media europea, quella italiana di stranieri incarcerati è superiore di 11 punti percentuali.
Gli stranieri contribuiscono all'8,6% del Pil.
Secondo il Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione, i 2,3 milioni di occupati stranieri sul suolo italiano producono l'8.6% del Pil: 125 miliardi di euro.
Il rapporto costi/benefici dell'immigrazione è in attivo: 12,6 miliardi contro 16,5. Il guadagno per lo Stato è dunque pari a 3,9 miliardi di euro.
Se dieci anni fa gli stranieri erano 2,2 milioni (il 3,8% dei residenti totali) e oggi sono saliti a oltre 5 milioni (8,3%), nel 2025 si prevede una crescita a 8,2 milioni, il 13,1% degli abitanti.

In Italia le unioni miste sono sempre meno anomale: secondo l’indagine “Il matrimonio in Italia” dell’Istat, nel 2011 si sono celebrati 18 mila matrimoni misti, circa l’8,8% delle nozze totali.
Nel 2011, metà della popolazione (50,1%) considerava la crescita né positiva né negativa, mentre quasi un terzo (28,2%) si esprimeva a favore e poco più di un quinto (21,7%) dichiarava di avere un’opinione negativa.
I dati cambiano quando il diverso ci tocca da vicino: la stessa indagine registra reazioni molto varie da parte di intervistati la cui figlia sposi uno straniero – anche in base alla provenienza dello sposo.

Le violenze razziste non accennano a diminuire nella multietnica Italia. Due studi mettono a confronto la crescita delle discriminazioni nel Bel Paese. Da una parte Vox – Osservatorio italiano sui diritti ha monitorato due milioni di tweet  per creare “la mappa dell’intolleranza”, specchio di un popolo web abituato a insultare donne, omosessuali, immigrati, ebrei e diversamente abili. Con dati più politici, invece, il Terzo Libro bianco sul razzismo in Italia, dove la associazione di ricerca romana Lunaria racconta di un Paese in cui gli atti discriminatori sono passati da 156 nel 2011 a 998 lo scorso anno, per un totale di oltre 2500 episodi registrati lungo i quattro anni dello studio.

Il lavoro di Vox invece, che ha coinvolto le università di Milano, Roma e Bari, ha voluto identificare le aree dove odio razziale, omofobia e intolleranza sono più diffusi. Il risultato finale sono state cinque mappe termografiche capaci di evidenziare la concentrazione del fenomeno.

Più colpite sono le donne, contro  le quali si concentra la maggiore parte dei commenti intolleranti, tanto che in 8 mesi sono stati rilevati 1.102.494 tweet misogini, con picchi in Lombardia,  Friuli, Campania, tra il sud dell’Abruzzo e il nord della Puglia e il Salento.

“La distribuzione dell’intolleranza è polarizzata soprattutto al Nord e al Sud – si legge sul report- poco riscontro invece nelle zone del centro come Toscana, Umbria, Emilia-Romagna”.

Il rapporto di Lunaria, articolato sul sito “Cronache di ordinario razzismo”, inserisce gli ebrei tra i gruppi bersaglio di violenze verbali e fisiche, insieme a rom  e musulmani, rispettivamente vittime di 427 e 162 episodi di discriminazione e violenza tra il 2011 e il 2014.

Inutile dare la colpa al mondo dello sport, nel 2014 reo del 5% degli atti discriminatori (fenomeno in decrescita, che passa dal 17% di quattro anni fa al 9% del 2013). Maglia nera per tutti e quattro gli anni dello studio agli attori istituzionali, dietro il 33% degli episodi nel 2011 fino ad arrivare al 35% nel 2013 e a più della metà lo scorso anno (54%). Cuore dei perpetratori istituzionali, i politici. Secondo il Terzo Libro Bianco sul razzismo in Italia, dal 2011 al 2014 Lega Nord è stata responsabile di oltre 700 violenze (verbali e fisiche), ben distante da Popolo delle libertà (83 episodi) o Partito democratico (17 casi).




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domenica 24 luglio 2016

LE IMMAGINI sui Pacchetti di SIGARETTE

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Immagini crude di persone nel letto di ospedale oppure particolari di corpi malati. E poi gli avvertimenti: il fumo provoca l'ictus, il cancro, riduce la fertilità, ostruisce le arterie. Il nome del produttore ha poco spazio, perché su circa due terzi della superficie del pacchetto ci sono foto e frasi shock per convincere i consumatori a smettere.
Per il 65 per cento sono coperti da foto a colori molto dure e da frasi come "il fumo del tabacco contiene oltre 70 sostanze cancerogene" e "il fumo uccide". Resta lo spesso riquadro nero che è già presente ma che delimita uno spazio più ridotto, del 30-40 per cento della superficie del pacchetto. Inoltre sono indicati anche numero verde anti fumo dell'Istituto superiore di sanità e sito del ministero. Dalle confezioni sono sparite le indicazioni sul contenuto di catrame, nicotina e monossido di carbonio perché ingannano il consumatore.

Decisione che parrebbe davvero funzionare. A dimostrarlo è uno studio pubblicato da JAMA effettuato su oltre 2 mila fumatori. Il risultato lascia poco spazio alle interpretazioni: le immagini shock portano la persona a tentare di smettere con il pericoloso vizio.

Per arrivare al risultato gli scienziati della University of North Carolina hanno coinvolto 2149 fumatori monitorandoli per un mese. Un gruppo di partecipanti ha fumato solo pacchetti con informazioni di testo, gli altri quelli comprensivi di immagini che mostravano i danni da fumo. All’inizio dell’indagine e a ogni visita di controllo settimanale gli individui sottoposti al test dovevano rispondere ad un questionario sulle abitudini al fumo. Dalle analisi è emerso che tra i fumatori con le immagini shock presenti sui pacchetti la percentuale di quelli che provavano a smettere di fumare era più elevata: 40% contro il 34% del gruppo con i testi. A fine studio quasi il 6% dei primi aveva abbandonato le sigarette per almeno una settimana. Il 4% per chi aveva solo le scritte. Risultati modesti che secondo gli autori, sul grosso numero, potrebbero portare comunque a benefici notevoli.

Un risultato peraltro in linea con quanto scoperto dalla Georgetown University Medical Center di Washington. Gli scienziati hanno infatti dimostrato che le immagini sono utili a combattere il vizio del fumo poiché innescano l’attività di aree del cervello coinvolte nelle emozioni e nel processo decisionale. A 19 partecipanti fumatori tra i 18 e i 30 anni sono stati mostrati 64 confezioni di sigarette mentre veniva effettuata una risonanza magnetica funzionale. Alcuni pacchetti avevano immagini molto forti, come una bocca aperta con denti marci e un tumore sul labbro accompagnate dal testo: «Le sigarette causano il cancro». Altri non avevano immagini ed erano destinati a confrontare la risposta. I volontari hanno riferito una motivazione a smettere molto maggiore davanti a immagini grafiche e le scansioni confermavano il risultato.

Di fronte a immagini shock, aree chiave del cervello come l’amigdala e la regione prefrontale mediale, «hanno mostrato risposte degne di nota», spiegano gli autori. Come dimostrano studi precedenti, l’amigdala reagisce agli stimoli emozionalmente potenti, soprattutto paura e disgusto. E le esperienze che hanno un forte impatto emotivo tendono ad avere un impatto sul processo decisionale. Inoltre l’attività della regione prefrontale mediale è associata a processi di autoanalisi, che possono aumentare l’impatto sulle scelte. I pacchetti senza nomi di marca come quelli utilizzati in Australia, invece, non hanno influenzato le risposte.


Una ricerca dell’università La Sapienza di Roma dimostra che sarebbero deterrenti efficaci per i tabagisti: la maggioranza dei fumatori ammette che le scritte minacciose riducono la voglia di fumare e che questa scenderebbe ancora di più, se le parole fossero accompagnate dalle foto.
L’indagine è stata coordinata da Giuseppe la Torre del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive – sezione di Igiene della Sapienza e condotta intervistando fumatori, uomini e donne, per capire quale fosse il loro atteggiamento di fronte alle “avvertenze” di vario tipo sui pacchetti di sigarette, dai testi che informano circa i rischi che si corrono fumando alle foto choc usate all’estero, con un impatto emotivo ancora più immediato. Il sondaggio mostra chiaramente che la maggioranza è colpita dai testi e lo sarebbe ancora di più dalle immagini: il 47 per cento degli intervistati ammette che la combinazione di testi e foto potrebbe dare ancor meglio l’idea dei danni reali del fumo alla salute, il 38 per cento delle donne spiega che ne sarebbe impressionata al punto da cambiare marca di sigarette per non vedersi davanti immagini sconvolgenti (quindi, si suppone, per funzionare da vero deterrente la pubblicazione di foto dovrebbe riguardare tutti i pacchetti indistintamente così da non “dare scampo” ai fumatori).

I ricercatori hanno anche cercato di valutare le conseguenze dell’introduzione delle scritte minacciose sui pacchetti, scoprendo che sono state davvero un freno al consumo: gli intervistati hanno ridotto il numero di sigarette fumate e l’effetto è stato particolarmente evidente in chi ha più di 45 anni, nei più motivati a smettere e in quelli che hanno dichiarato di ritenere importanti e utili tali “avvisi”. Anche i tabagisti più convinti peraltro ammettono di non gradire gli «effetti collaterali» del fumo, in particolar modo l’affanno, l’alito pesante, le rughe, i denti gialli, le macchie sulla pelle e il cattivo odore sui vestiti; le donne temono soprattutto le rughe, gli uomini invece il fiato corto. Secondo Alice Mannocci, primo autore della ricerca, «associare alle scritte le immagini choc sarebbe uno strumento valido per comunicare ai fumatori, e soprattutto alle fumatrici, i rischi delle sigarette. Le foto servirebbero anche a chiarire alcuni luoghi comuni: il 45 per cento dei tabagisti crede ancora che le sigarette light siano meno dannose.



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sabato 9 luglio 2016

L'ETA' DEL PRIMO SPINELLO

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Aumenta il numero di consumatori e si abbassa l’età del primo spinello.

Se qualche anno fa ad usare cannabis per la prima volta erano i ventenni, oggi si registrano casi anche tra i 13 e i 14 anni. .

Uno studio recente, realizzato con la collaborazione del Coges (società cooperativa sociale) di Mestre, intitolato “Area Scuola” analizza, tramite un questionario anonimo, l’uso della cannabis tra gli studenti delle scuole superiori. Su 260 studenti il 20% ha dichiarato di aver provato la cannabis. “Il problema – dice un medico – è che chi fuma uno spinello poi è tentato di passare anche all’utilizzo di altre droghe come la cocaina e l’eroina. Come lo ha evidenziato più volte il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, infatti, la cannabis è “una droga ponte”, ovvero fa da apripista nell’utilizzo di altre droghe. E, a differenza di quello che si pensa, non è una droga “leggera”. E’ pericolosa proprio perché viene sottovalutata, anche negli effetti, che sono nocivi soprattutto tra i giovanissimi: chi fuma prima dei 21 anni, infatti, rischia danni irreversibili al cervello. Dobbiamo fare in modo – conclude il medico – ora che anche gli adulti siano consapevoli dei possibili effetti della cannabis sugli adolescenti, così come quelli dell’alcol. Per adulti e genitori è necessario osservare i propri figli, capire il significato di repentini cambi di umore, carattere, cadute nelle prestazioni scolastiche. Molte volte la causa è l’uso di sostanze».

Tutti quanti dicono la stessa cosa. “Mi faccio uno spinello una volta ogni tanto, non fa male”. «In qualche rara occasione – riferisce il capo della Squadra mobile – ci è capitato anche di trovare minorenni in possesso di quantitativi più importanti. Per esempio 45 grammi di marijuana che hanno un “valore” di circa trecento euro. Ecco, in casi del genere, probabilmente il ragazzino vende a sua volta la sostanza, visto che difficilmente con la paghetta settimanale sarebbe in grado di acquistare quel quantitativo». «Fortunatamente – precisa sempre il dirigente della Mobile – quasi sempre si tratta di casi ampiamente recuperabili. Le mamme e i papà hanno diverse reazioni. C’è chi non riesce a trattenersi e dà una sberla e chi rimane bloccato, sconvolto. Altri ancora ammettono che se l’aspettavano. Tutti, comunque, ci chiedono consigli che in tantissimi casi si rivelano risolutivi».

Dal 2012 al 2015, su una casistica di 216 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 24 anni, è stato riscontrato un forte aumento dei soggetti che utilizzano le droghe in età precoce. E’ diminuito l’uso di anfetamina, eroina e cocaina, ma si è registrato un fortissimo incremento di quello della cannabis.



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domenica 3 luglio 2016

LEGGERE LE SACRE SCRITTURE

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La Bibbia è sconosciuta anche se è il libro più tradotto (2454 lingue diverse) e diffuso al mondo l’86% degli italiani ignora completamente le Sacre Scritture e, in materia di fede, non ha alcuna nozione di base. Appena uno su quattro ha letto nell’ultimo anno un brano biblico (negli Usa, due su tre) e solo una piccola minoranza sa se i Vangeli sono parte della Bibbia, se Gesù ha scritto libri della Bibbia, chi tra Mosé e Paolo era un personaggio dell’Antico Testamento e chi ha scritto un vangelo tra Luca, Giovanni, Paolo e Pietro. Secondo la ricerca-choc commissionata all’Eurisko dalla Commissione biblica cattolica e presentata in Vaticano dai vescovi Paglia e Ravasi e dagli accademici Cacciari e Diotallevi, la Bibbia in casa c’è, peccato che quasi nessuno la apra, la legga, la mediti.
«La colpa della scarsa diffusione è della Chiesa: detiene il monopolio dell’insegnamento della religione e impone l’autorizzazione vescovile agli insegnanti – spiega il filosofo e sindaco di Venezia, Massimo Cacciari -. La Bibbia non è libro di testo per l’insegnamento della religione e la conoscenza tecnica è scarsissima. Mi sono capitati studenti da 30 e lode in filosofia che confondevano San Paolo con Mosé e credevano che Gesù avesse scritto la Genesi». E, criticando «i comici nipotini di Voltaire, tipo Odifreddi», per la loro «stupida ironia sul cristianesimo e la pigrizia di negare cittadinanza e dignità culturale ai cristiani», Cacciari aggiunge che «se un intellettuale laico non si confronta con la Bibbia e non presuppone che quel libro è anche Parola di Dio, allora sbaglia mestiere». Nonostante i quarant’anni successivi al Concilio Vaticano II abbiano registrato in modo progressivo e massiccio l’entrata nelle famiglie delle Sacre Scritture, nell’era di Internet e della comunicazione multimediale per molti la Bibbia è un libro chiuso.
In diverse voci del sondaggio l’Italia è maglia nera su un un campione di 13 mila persone intervistate anche negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Russia. E i numeri scendono soprattutto quando si comincia a considerare la frequenza alla lettura». Gli italiani, che pure si proclamano cattolici all’88%, non si distinguono nemmeno per la partecipazione ai riti religiosi: solo il 32% frequenta assiduamente le chiese, contro un 55% dei polacchi e un 45% degli statunitensi. Tra gli ortodossi russi solo il 6% va a messa ogni domenica. Altissima invece (79%) la percentuale di credenti italiani che ha la sensazione di godere della protezione di Dio (in Francia solo il 47%). Interessanti pure i dati su come vada interpretata la Bibbia: se in modo fondamentalista (cioè presa alla lettera) o critico. Per il 27% negli Stati Uniti, il 23% in Italia, il 34% in Polonia e il 21% in Russia, i testi biblici vanno considerati «parola di Dio» alla lettera. Dunque, pur possedendola nella stragrande maggioranza, gli italiani considerano la Bibbia un oggetto misterioso. Se l’inchiesta statistica fotografa un presente segnato da molta confusione e ignoranza, gli italiani sembrano ben disposti a migliorarsi sul fronte biblico nel futuro: sei italiani su dieci sono favorevoli a far studiare la Bibbia a scuola. Mentre negli Usa i cristiani (cattolici e protestanti) pregano leggendo la Bibbia (43%) o altri testi sacri (37%), in Italia soltanto una minoranza del 24% si basa su letture per le preghiere. La quasi totalità (circa nove su dieci) recita parole a memoria e insieme usa parole sue. Una fede sempre meno attiva: il 54% degli italiani apprezza seguire le prediche e le tele-messe contro il 39% negli Stati Uniti.
L’Italia si è piazzata negli ultimi posti anche come lettura della Bibbia in generale. Se il 75% degli statunitensi afferma di aver letto un brano biblico negli ultimi 12 mesi, solo il 27% degli italiani può dire altrettanto.

Pertanto, se gli italiani dimostrano di essere un po' deficitari rispetto al contenuto - solo il 27% sa elencare i libri di cui il testo sacro è costituito -, non mancano di averlo in casa. In un'indagine è stato coinvolto un campione di 1.500 persone, attraverso interviste telefoniche. È emerso che la Bibbia è il libro più diffuso in assoluto, con 8 famiglie su 10 che ne hanno una. Il 30% dice di averla letta, il 70% di averla ascoltata, a messa, alla radio o alla tv, e qualcuno ce l'ha come App sul  telefonino.

Il primo “granchio” gli italiani lo prendono con il nome. «Per la maggior parte - spiega Ceccarini -, Bibbia significa testimonianza, quando invece significa semplicemente libro. L'altra convinzione è che la Bibbia sia il testo sacro dei cattolici (non dei cristiani), mentre pochi sanno che è anche degli ebrei. Il fatto che il riferimento sia ai cattolici e non ai cristiani, evidenzia che la Bibbia è parte della nostra cultura, della nostra storia, quindi si intreccia con la nostra tradizione cattolica. La sua presenza nelle case è trasversale anche all'orientamento politico. Il voto medio che si è dato agli italiani  rispetto alla loro conoscenza dei contenuti biblici è stato 5,9, sufficiente. Media significa che 1 su 4 prende da zero a 4, ma anche che il 24% prende un voto da 7 a 10. Altro dato interessante è che viene letta anche dai non praticanti, da quanti, cioè, non hanno la religione come prospettiva fondamentale della loro vita. Ognuno parte da sé stesso per trovarvi un senso: il credente vi trova un significato spirituale, chi non lo è, un significato etnico-culturale, un modo per sentirsi parte di una comunità».




Una prima considerazione che emerge è che in Nordamerica e in Europa la Bibbia non è soltanto il libro di un particolare gruppo religioso, ma un testo di riferimento capitale per tutti.

Non in tutte le nazioni, però, la Bibbia è presente e incide allo stesso modo. L'ondata secolarizzante produce effetti molto differenziati da regione a regione. Negli Stati Uniti e in Italia tali effetti appaiono più contenuti che in altri paesi dell'Europa Occidentale, tra i quali la Francia risulta essere la nazione più scristianizzata. E poi c'è l'Europa Orientale, con i casi a loro volta distinti della Polonia e della Russia. Ogni paese, inoltre, ha una sua storia e un suo profilo religiosi.

Per questo, raramente le risposte all'indagine coincidono tra paese e paese.

Ad esempio, tranne che in Francia dove meno della metà hanno in casa una Bibbia, negli altri paesi la grande maggioranza della popolazione ne possiede una copia. In Italia il 75 per cento e negli Stati Uniti addirittura il 93 per cento.

Alla lettura personale della Bibbia, in Germania, in Italia e in Polonia rispondono che preferiscono ascoltare un'omelia. In effetti, la partecipazione alla messa è per molti l'unico momento di contatto con le Sacre Scritture che vi vengono lette.

Anche il pregare utilizzando la Bibbia risulta più frequente negli Stati Uniti, col 37 per cento di risposte positive. E così in Polonia, col 32 per cento. Mentre in Italia si cala al 10 per cento e in Spagna all'8.

In genere, leggono di più la Bibbia coloro che partecipano a riti e gruppi che già praticano tale comportamento, E a sua volta chi legge personalmente la Bibbia è più portato a partecipare a tali riti e gruppi.

Alle domande se la Bibbia è vera o falsa, reale o astratta, interessante o noiosa, le risposte sono per lo più positive. Persino nella scristianizzata Francia il 62 per cento ritiene vero il contenuto delle Sacre Scritture.

Quasi dovunque, però, la Bibbia è anche considerata un libro "difficile". Che quindi richiede di essere accompagnato e spiegato nella lettura.

Ai fini dell'interpretazione della Bibbia, la definizione più condivisa dappertutto – anche in Francia – è che essa è "parola ispirata da Dio, ma non tutto in essa deve essere interpretato alla lettera, parola per parola".

Subito dopo c'è chi dice che la Bibbia è solo "un antico libro di leggende, fatti storici e insegnamenti scritti dall'uomo" . A tale definizione i consensi più bassi sono in Italia e negli Stati Uniti.

Molti meno sono quelli che definiscono la Bibbia "parola diretta di Dio, che deve essere interpretata alla lettera, parola per parola". Tale definizione "fondamentalista" ha un seguito ovunque scarso, tranne che in Polonia, col 34 per cento, e negli Stati Uniti, col 27 per cento.

Circa la conoscenza di nozioni elementari riguardanti la Sacra Scrittura, i record di ignoranza se li aggiudicano la Russia e la Spagna. Mentre i punteggi migliori vanno a Germania, Polonia, Italia e Stati Uniti. Qui più di un terzo della popolazione adulta risponde correttamente che i Vangeli sono una parte della Bibbia, che Gesù non ha scritto alcun libro, che Mosè è un personaggio dell'Antico Testamento e che Paolo e Pietro non sono autori di Vangeli.

Curiosamente, i fondamentalisti mostrano di conoscere la Bibbia meno di quelli che la interpretano con spirito più critico.

Un'altra sorpresa data dall'indagine è il largo e quasi universale consenso all'idea che "nelle scuole si dovrebbe studiare la Bibbia", così come si studiano i grandi classici della letteratura. In Russia, ad esempio, i favorevoli sono il 63 per cento, in Italia il 62, nel Regno Unito il 60, in Germania il 56, mentre i contrari sono rispettivamente il 30 per cento, il 26, il 30 e il 27. L'unico paese in cui le posizioni si rovesciano è la Francia, dove i favorevoli sono il 24 per cento e i contrari il 60.



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lunedì 11 aprile 2016

LA LONGEVITA'

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La massima estensione della vita umana è da sempre oggetto di interesse culturale e scientifico (antropologico, demografico, genetico, gerontologico, statistico), fa da sfondo a racconti mitologici, si circonda di curiosità e non di rado dà luogo a millanterie. Tuttavia, soltanto dopo l'istituzione della registrazione neonatale è stato possibile, in vari paesi, raccogliere dati in dettaglio sull'incidenza della longevità estrema e riconoscere autentici primati di longevità umana.

A tal fine, le associazioni che si dedicano alla ricerca gerontologica come il Gerontology Research Group - fonte delle informazioni riportate dal Guinness dei primati - dichiarano di svolgere rigorosi accertamenti documentali, sulla cui base individuano le persone più longeve di cui si abbia mai avuto notizia.

La marcia in piu’ dei centenari, la “ricetta” ideale per spegnere cento e passa candeline sta in un mix di genetica ma anche di stili di vita. Le ricerche sulla longevita’ esaminate della Societa’ Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) dicono che da una parte i geni ereditati in famiglia aiutano, perche’ nei centenari si sono individuati numerosi meccanismi molecolari che cercano di correggere i danni al patrimonio genetico e quindi vivere piu’ a lungo; ma dall’altra le abitudini e soprattutto l’alimentazione modulano l’attivita’ del genoma, allungando l’aspettativa di vita attraverso l’epigenetica, ovvero tramite la modificazione dell’espressione dei geni implicati nella longevita’.
In tutto questo, un ruolo di primo piano sembra riservato ai batteri dell’intestino, il cosiddetto microbioma: per invecchiare bene e’ importante avere una flora batterica intestinale “efficiente“, da nutrire anch’essa con una dieta adeguata e sana. Tutte conoscenze giudicate in modo molto positivo dagli italiani: stando a un’indagine sulla longevita’ condotta da SIGG, oltre il 90% degli italiani giudica positivi i progressi della scienza in questo settore. “La longevita’ sembra poter derivare da una ‘manutenzione’ particolarmente efficiente dell’attivita’ delle cellule e degli organi, che nel tempo potrebbe contrastare l’inevitabile declino funzionale dell’organismo – spiega Giuseppe Paolisso, past presidente SIGG – Alcuni geni sembrano avere un ruolo in tutto cio’ ma sappiamo che, ad esempio, una singola mutazione genetica “favorevole” puo’ allungare la vita al massimo del 40%. Oggi appare percio’ sempre piu’ evidente che e’ l’attivita’ del genoma nel suo complesso a influenzare la longevita’: l’epigenetica, ovvero la modificazione dell’espressione dei geni nel corso della vita a seconda degli “stimoli” a cui e’ sottoposto l’organismo, sta assumendo un peso sempre piu’ rilevante fra i meccanismi che incidono sull’aspettativa di vita. Un esempio classico e’ la restrizione calorica: una riduzione dell’apporto di nutrienti in assenza di malnutrizione si associa a un aumento della durata della vita, anche nei primati e nell’uomo, perche’ in condizioni di scarse risorse energetiche l’attivita’ dei geni “vira” verso una diminuzione delle attivita’ e un conseguente prolungamento della vita. Tutto questo pero’ significa anche che la longevita’ si puo’ “costruire”: se non si nasce con una familiarita’ che aiuta a diventare centenari si puo’ vivere in modo da favorire una speranza di vita prolungata“.
Un recente studio dell’universita’ di Milano condotto da medici dell’Ospedale Maggiore Policlinico e dell’Istituto Auxologico Italiano, ha dimostrato ad esempio che nei processi della longevita’ sono coinvolti una piu’ lenta crescita e un minor metabolismo cellulare e un miglior controllo nella trasmissione dei segnali cellulari. I geni e la loro espressione possono essere “guidati” verso la longevita’ soprattutto dalla dieta, assieme allo stile di vita in generale. “Gli studi indicano ad esempio che la flora batterica intestinale ha un ruolo nell’invecchiamento: con l’andare degli anni si modifica e la capacita’ di mantenere batteri “buoni” e’ strettamente correlata alla possibilita’ di un invecchiamento di successo – osserva Nicola Ferrara, presidente SIGG – La biodiversita’ dei batteri intestinali si riduce nella terza eta’, favorendo la comparsa di infiammazione e squilibri che possono essere l’anticamera di numerose patologie: favorire attraverso una sana alimentazione il mantenimento della biodiversita’ della flora batterica puo’ aiutare ad aumentare l’aspettativa di vita in buona salute“.

I ricercatori dell’università di Yale hanno svelato il meccanismo d’azione dell’ormone della longevità, capace di allungare la vita del 40% nei topi. Questa molecola presente in tutti i mammiferi, uomo compreso, agisce contrastando l’indebolimento delle difese immunitarie dovuto all’avanzare dell’età. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas).



L’ormone della longevità si chiama Fgf21 ed è una proteina appartenente alla famiglia dei ‘fattori di crescita dei fibroblasti': viene prodotta dal fegato e anche dal timo, una ghiandola molto importante dove nascono le cellule ‘guardiano’ del sistema immunitario, i linfociti T. Con l’avanzare dell’età, il timo tende a diventare ‘grasso’ e perde la capacità di produrre nuovi linfociti T: questo è uno dei motivi per cui aumenta il rischio di sviluppare infezioni e alcuni tipi di tumore. I ricercatori di Yale, guidati dall’immunobiologo Vishwa Deep Dixit, hanno scoperto che la degenerazione della ghiandola timica può essere arrestata nei topi aumentando i livelli di Fgf21, salvaguardando così la produzione dei linfociti T e le difese immunitarie. La carenza di ormone Fgf21, al contrario, accelera il processo di invecchiamento del timo.

Alla luce di questi dati, i ricercatori ipotizzano che aumentare i livelli dell’ormone della longevità negli anziani e nei malati di cancro sottoposti al trapianto di midollo osseo possa essere una nuova strategia per potenziare le loro difese immunitarie compromesse. Dato che l’ormone Fgf21 viene prodotto anche dal fegato in risposta alla mancanza di cibo (per bruciare le calorie di riserva e aumentare la sensibilità all’insulina), è possibile che in futuro si possa stimolare la sua produzione con farmaci che mimano la restrizione calorica, in modo da favorire la perdita di peso e combattere il diabete di tipo 2.

Il Nordest dell'Italia, il nord della Spagna, e la Francia occidentale e meridionale, Andorra: ecco quali sono le regioni in cui si vive di più in Europa grazie anche alla dieta mediterranea e a uno stile di vita più sano. Sono i risultati di uno studio dell'Università di Porto, pubblicato sul britannico Journal of epidemiology and community health. La ricerca ha preso in esame la percentuale di uomini e donne che nel 2001 avevano tra i 75 e gli 84 anni e che, nel 2011, erano ancora vivi, arrivando agli 85 e 94. Le aree più scure nella mappa sono quelle in cui la percentuale di 'sopravvissuti' è via via più alta e, anche a colpo d'occhio, sembra che siano sia le donne che gli uomini dei Paesi della Loira, Ile de France e Provenza quelli con uno stile di vita più sano. Parimenti lo studio evidenzia anche quelle zone in cui la percentuale si abbassa a livelli preoccupanti: sono le aree industriali del Nord Europa, in particolare in Gran Bretagna, Olanda, Danimarca e Svezia ma anche nel Sud della Spagna. In Italia contrapposte al Veneto e alla Romagna che sono le aree in cui si vive di più, la zona attorno a Napoli in Campania e tra Bari e Foggia in Puglia mostrano una percentuale sensibilmente più bassa di anziani sopravvissuti nel periodo preso in esame.



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giovedì 5 novembre 2015

MATRIMONI TRA PARENTI

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Nell’Europa di qualche secolo fa il matrimonio familiare era consueto, ora invece questa tradizione riguarda sopratutto gli immigrati.
Fino al diciannovesimo secolo il matrimonio tra cugini era piuttosto diffuso in Europa. Molti nobili si sposavano tra di loro, si pensi alla famosa coppia formata dall’imperatore Francesco Giuseppe e la principessa Sissi, così come anche noti scienziati come Einstein o Darwin avevano come moglie la loro cugina. Il matrimonio consanguineo, tra parenti, è invece l’eccezione in questo momento, mentre in Asia è piuttosto diffuso. In India spesso uno zio sposa la propria nipote, mentre in Turchia, Iran o gli altri paesi arabi è piuttosto diffuso il matrimonio tra cugini. Simili legami però hanno un problema, ovvero aumentano i rischi di malattie genetiche dei figli di queste coppie.

La consanguineità  é tra gli impedimenti alla valida celebrazione del matrimonio (cf can. 1091), e consiste nel vincolo dovuto al legame di sangue: le persone generate l’una dall’altra sono consanguinei in linea retta, mentre quelle che hanno un capostipite in comune sono consanguinei in linea obliqua o collaterale. A secondo della linea e del grado di consanguineità é possibile chiedere ed eventualmente ottenere dall’Ordinario Diocesano la necessaria “dispensa”.
Prima di entrare nel merito della domanda, é tuttavia opportuno chiarire anzitutto il metodo di computo della consanguineità che avviene per “linee” e per “gradi”:
a) “linee”, ovvero la serie continua delle persone che traggono origine dal medesimo capostipite, che é “retta” quando le persone discendono le une dalle altre (padre, figlio, nipote) e  “collaterale” o “obliqua” quando, pur avendo lo stesso capostipite, non discendono le une dalle altre (fratello e sorella, cugini ...,
b) “gradi”, ovvero la distanza di parentela esistente tra le persone consanguinee e il capostipite, che é la persona dalla quale discendono immediatamente o mediatamente.

Il grado di consanguineità, poi, si computa nel seguente modo:
a) nella linea “retta” tanti sono i gradi quanto sono le generazioni, escluso il capostipite (es. tra padre e figlio: 1° grado, tra nonno e nipote: 2° grado, tra nonno e pronipote: 3° grado);
b) nella linea “collaterale”, tanti sono i gradi quante sono le persone coinvolte in tutte e due le linee insieme, escluso il capostipite (es. fratello e sorella: 2° grado, tra zio e nipote: 3° grado, tra cugini primi: 4° grado, tra cugini secondi: 6° grado).

Quanto alla possibilità di contrarre matrimonio tra persone consanguinee, possiamo distinguere i seguenti casi:

a) La consanguineità in linea retta rende nullo il matrimonio
b) La consanguineità in linea collaterale nel 2° grado (fratello-sorella) rende nullo il matrimonio.
c) La consanguineità in linea collaterale nel 3° grado (zio-nipote) e 4° (cugini primi) é impedimento che rende nullo il matrimonio, ma da tale impedimento può dispensare l’Ordinario del luogo.
d) La consanguineità oltre il 4° grado in linea collaterale non costituisce impedimento alla valida celebrazione del matrimonio.
La consulenza genetica in questi casi non potrà escludere la presenza di mutazioni silenti, ma con lo studio dell’albero genealogico e con l’esecuzione di tests accurati, ridurrà al minimo possibile tale rischio.

Il matrimonio tra consanguinei, che si stima verificarsi in circa 1 unione su 100, è una delle indicazioni principali della consulenza genetica.
Infatti ciascun individuo ha nel proprio genoma alcune dozzine di mutazioni, di cui si è portatori sani senza che questa condizione sia evidenziabile (mutazioni recessive).

Facendo parte della stessa famiglia aumentano le probabilità che i due partner siano portatori di mutazioni comuni e che un figlio possa ereditare quella certa mutazione da entrambi i genitori, diventando così omozigote per la patologia recessiva a cui si riferisce la mutazione, e tale probabilità aumenta con l’aumentare il grado di consanguineità tra i due genitori che hanno ereditato questo assetto genetico da un avo in comune.



Questo è il motivo per il quale il rischio di malformazioni e di ritardo mentale è di due volte superiore nei matrimoni tra consanguinei, rispetto al rischio della popolazione generale. e non è nemmeno possibile escludere che queste omozigosi possano spesso causare aborti precoci, quando si tratti di alleli la cui presenza in doppia copia risulti letale per l’embrione.

I genetisti smontano una delle credenze più antiche e diffuse: quella che i figli nati da matrimoni fra primi cugini abbiano un alto rischio di andare incontro a malattie genetiche. Da sempre, nella maggior parte delle civiltà e delle culture, la consanguineità è vista come sinonimo di maledizione e di tara. In effetti la probabilità di trasmettere malattie genetiche, presenti in un certo gruppo familiare, è maggiore quando ci si sposa fra parenti, soprattutto se di primo grado. Ma, secondo un nuovo studio americano pubblicato sul Journal of Genetic Counseling, non c’ è una valida ragione biologica per scoraggiare il matrimonio fra primi cugini o il loro desiderio di avere figli. I ricercatori hanno analizzato di nuovo le sei ricerche più importanti condotte, fra il 1965 e il 2000, su alcune migliaia di bambini nati da matrimoni fra primi cugini e hanno dimostrato che è vero che il rischio quasi raddoppia, ma rimane entro limiti accettabili: l’ importante è che i genitori lo sappiano, per poter scegliere liberamente. Nella popolazione generale, il rischio che un bambino nasca con difetti come la spina bifida, una malformazione dell’ ultima parte del midollo spinale, o la fibrosi cistica oppure un ritardo mentale è del 3-4 per cento; fra consanguinei questo rischio può arrivare fino al 7 per cento. Secondo l’ autore dello studio, il genetista dell’ Università di Washington Arno Motulski, il rischio è accettabile e comunque va lasciata ai genitori la possibilità di scegliere. I risultati della ricerca sono particolarmente interessanti per la realtà americana, dove, in almeno 24 Stati, molti del Sud, la legge proibisce il matrimonio fra consanguinei e in altri sette ci sono limitazioni quali, per esempio, la richiesta di un consulto genetico prima dell’ autorizzazione al matrimonio. «Un rischio quasi doppio non è cosa da poco - commenta Paolo Vezzoni, genetista del Cnr di Milano - ma probabilmente non giustifica, da un punto di vista biologico, un divieto di legge. Gli americani ne fanno una questione di libertà e di libera scelta per i genitori. Il rischio comunque rimane. Se in un determinato gruppo familiare circola un certo difetto ereditario, aumenta la probabilità che si sposino due persone portatrici del difetto e che il figlio erediti i geni difettosi da entrambi i genitori, ammalandosi». In tutti i Paesi europei, Italia compresa, il matrimonio fra primi cugini è permesso dalla legge civile. «Per il diritto canonico invece - precisa l’ avvocato milanese Cesare Rimini, esperto di diritto di famiglia - esiste un divieto che produce nullità, ma che è dispensabile dal vescovo. In altre parole, i primi cugini che vogliono sposarsi devono ottenere la dispensa perché il matrimonio sia valido». L’ Italia, fino a una ventina di anni fa, era citata nei libri di testo come uno dei Paesi occidentali dove i matrimoni fra consanguinei erano più frequenti. «I motivi - spiega Vezzoni - sono da ricercare nelle condizioni sociali di isolamento di alcune aree geografiche soprattutto al Sud, nelle isole o nelle valli, anche del Nord Italia. Oggi noi genetisti, che riusciamo a studiare meglio la trasmissione di alcuni geni di malattia fra i consanguinei, facciamo fatica a trovarli. Siamo costretti a ricercare queste famiglie nella popolazione di origine turca, dove è ancora radicata questa abitudine. La situazione in Italia è molto cambiata: il numero di matrimoni fra consanguinei si è ridotto perché la gente si muove di più e le condizioni di isolamento geografico sono ormai molto limitate». In altre parti del mondo, come in alcuni Paesi del Medio Oriente, dell’ Africa o dell’ Asia, invece, sposarsi fra cugini è quasi un’ abitudine e dai due ai sei matrimoni su dieci sono di questo tipo.





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domenica 1 novembre 2015

LE FAMIGLIE OMO

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Il tema della genitorialità omosessuale è di solito affidato a ideologie o visceralità di politici il più delle volte impreparati.

I figli di genitori omosessuali, nati da forme alternative di concepimento, sono a lungo desiderati e perseguiti, come è anche per le coppie eterosessuali che si rivolgono alla fecondazione assistita. Insomma ci sono modi diversi di diventare genitori. Se la sessualità non sempre coincide con la procreazione, non sempre il concepimento coincide con la genitorialità.

Qual è il «vero genitore»? Quello che mette a disposizione la propria biologia o quello che cresce il figlio fornendogli cure e sicurezza? A volte infatti le due opzioni non coincidono, vuoi perché molti genitori biologici non sono capaci di fornire cure e sicurezza, vuoi perché genitori non biologici (o coppie di genitori di cui uno solo è biologico) lo sono.

In Italia, secondo una ricerca del 2005 condotta da Arcigay con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha almeno un figlio. Prendendo tutte le fasce d’età, sono genitori un gay o una lesbica su 20 mentre il 49% delle coppie omosessuali vorrebbe poter adottare un bambino.

Indicazioni numeriche si possono trarre da ricerche sociologiche realizzate nel 2001 e nel 2003. Secondo queste ricerche, il 3,4% dei gay è padre e il 5,4% delle lesbiche madre. I figli/e sono stati concepiti per il 76% dei casi in una relazione matrimoniale, nell'11% in una relazione eterosessuale e il rimanente 13% con un rapporto occasionale.

La ricerca «Modi di» realizzata nel 2005 ha rilevato che il 4,7% dei gay intervistati e il 4,5% delle lesbiche ha figli biologicamente propri, e un ulteriore 0,3% dei maschi e 0,4% delle femmine hanno figli non di sangue.



L'omogenitorialità e il rapporto tra la prole e il genitore non consanguineo non sono specificamente regolamentate dalla legislazione, malgrado le rivendicazioni in particolare dall'associazione Famiglie arcobaleno, che nel maggio 2008 ha promosso una proposta di legge sul tema e sula famiglia di fatto.

Ecco cosa risponde l’American Psychoanalytic Association a chi sostiene che avere genitori omosessuali è «contro l’interesse del bambino»: «È nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti, capaci di cure e di responsabilità educative. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale». I soliti americani pragmatici e semplicistici? In Francia, cinquecento psicoanalisti hanno da poco firmato una petizione a favore del «matrimonio per tutti» e della possibilità di adozione per le persone omosessuali.

Posizioni analoghe sono sostenute dalle maggiori associazioni dei professionisti della salute mentale: dall’American Psychiatric Association alla British Psychological Society, dall’Academy of Pediatrics all’Associazione Italiana di Psicologia. Quest’ultima ricorda che «la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare», indipendentemente dal fatto che i genitori siano «conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso».

Parole chiare, soprattutto se pensiamo a come viene esaltata aprioristicamente la genitorialità eterosessuale, dimenticando che può essere teatro di orrori (si pensi all’elevatissimo numero di abusi fisici e sessuali consumati nelle famiglie). Per essere buoni genitori non basta essere eterosessuali, così come essere omosessuali non significa essere cattivi genitori.

A volte si invocano ricerche di carattere generale, come quella sul generico stato di benessere dei minori e ragazzi in Inghilterra, condotta dal Economic and Social Research Council (ESRC) nella quale si evidenzia che i ragazzi che vivono con entrambi i genitori sono maggiormente felici di quelli che vivono in famiglie monogenitoriali, ma ciò, evidentemente, non niente a che vedere con l'omosessualità.

Un altro studio citato come critica all'omogenitorialità è quello pubblicato negli Stati Uniti dall'ente di ricerca Child Trends che ha dimostrato che i ragazzi che hanno vissuto con entrambi i genitori, hanno statisticamente meno problemi, sia a casa che a scuola, di quelli che hanno vissuto in famiglie di altro genere come quelle monoparentali.

Uno studio molto controverso è stato, per esempio, quello del sociologo Mark Regnerus, che fu poi interpretato da diverse associazioni fondamentaliste cristiane attribuendo all'omosessualità dei genitori il disagio psichico dei bambini da essi educati, quando invece ciò era dovuto all'instabilità famigliare tipica di figli di genitori divorziati (il fatto che uno dei genitori fosse omosessuale e che si fosse fidanzato con una persona dello stesso sesso non aveva alcuna rilevanza). Lo stesso Mark Regnerus ha poi ammesso che il suo studio era stato interpretato male.

Un'altra critica nasce dal fatto che in Italia le coppie che richiedono l'adozione sono molto maggiori rispetto al numero dei bambini adottabili e quindi le richieste andrebbero a congestionare un sistema già saturo.

Si critica il desiderio di genitorialità da parte di persone omosessuali contrapponendo l'argomento del "diritto" dei minori ad avere una "mamma" e un "papà" al "diritto alla genitorialità".

Secondo le organizzazioni per i diritti delle coppie omosessuali questo del "diritto" è un argomento viziato in quanto le ricerche accreditate presso la comunità scientifica evidenziano che i minori hanno bisogno di avere come genitori persone che si prendano cura di loro senza riserve ed in modo adeguato al di là del genere o sesso di appartenenza. Secondo le associazioni LGBT le coppie omosessuali non hanno più diritto di quelle eterosessuali di avere dei bambini in adozione, ma rivendicano il diritto di non essere escluse a priori solo in quanto omosessuali.



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mercoledì 23 settembre 2015

I RAVE

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Un ragazzo di 21 anni è morto a Parigi nel pieno della festa di musica techno Technoparade. Il giovane è caduto dalla statua di Place de la Republique. Un volo di diversi metri che non gli ha lasciato scampo. E' morto poco dopo l'arrivo dei soccorsi.

Non sono ancora chiari i motivi che hanno spinto il ragazzo a salire sul monumento. Molti partecipanti alla festa hanno postato su Twitter e Facebook il video del ragazzo che, da solo e nudo, si arrampica fino in cima alla statua. Poi scivola giù fino al piedistallo, precipitando da un'altezza di oltre 10 metri.

La parola rave deriva dal verbo inglese to rave, che significa "entusiasmarsi" ma anche "farneticare", "recriminare". Queste due caratteristiche distinguono la musica rave e i rave party (svolti sempre all'aperto) dal resto del genere elettronico e dalle serate in discoteca, in quanto il rave nasce dallo spirito di protesta e contestazione propri degli anni ottanta.

Rave party  è il termine utilizzato alla fine degli anni ottanta per descrivere le prime feste con musica elettronica (acid house, tekno, jungle, drum & bass, goa, ), caratterizzate dal ritmo incalzante di musica dance e giochi di luce. Negli ultimi anni il termine è usato per indicare tutte le feste in cui non vengono richieste autorizzazioni e assolti gli obblighi quali pagamento diritti d'autore, rispetto di normative igienico-sanitarie nella somministrazione di cibo e bevande ecc...

La nascita dei rave risale alla fine degli anni ottanta, in un clima di generale contestazione politica, in un momento in cui negli Stati Uniti come in Europa si formano controculture tese a denunciare problemi politici, difficoltà economiche e disagi sociali.

Un rave illegale mette in scena vari elementi:

affronto alla proprietà privata attraverso l'occupazione di spazi abbandonati delle grandi città e la loro autogestione temporanea (TAZ, Zone Temporaneamente Autonome);
attacco alle forme di produzione commerciale delle discoteche, al valore del denaro, ai rapporti sociopolitici di dominio nel governo della metropoli;
negazione della "star" come i DJ;
autoproduzione come concetto di massa (dalla produzione stessa della musica alla creazione di una vera e propria microeconomia alternativa);
approccio con empatia e stati alterati di coscienza;
ricerca di una consapevolezza comune, grazie alla condivisione di conoscenze su un uso creativo e sovversivo della tecnologia;
uguaglianza nelle diversità, al di fuori della politica tradizionale.
Una delle influenze più marcate della scena dei rave è stata la controcultura hippy che ha dato vita al movimento dei traveller, come nomadi che organizzavano grandi fiere gratuite, luogo di incontro per tutti i movimenti di controcultura, dai punk alle Crew che organizzavano feste acid house illegali a Londra.



Nacque così il concetto di "festa libera" che si politicizzò in "freedom for the right to party", diventato slogan di resistenza alla legislazione conservatrice messa in atto dal governo conservatore del Regno Unito nel corso degli anni ottanta.

I primi rave trovano vita nelle fabbriche abbandonate delle metropoli statunitensi, e più precisamente nelle fabbriche di Detroit, per poi espandersi in Gran Bretagna e nel resto dell'Europa. Con la momentanea invasione di un'area industriale ormai in disuso (in inglese TAZ, ovvero Temporary Autonomous Zone Zone Temporaneamente Autonome) si vuole stigmatizzare la condizione sociale di migliaia di operai disoccupati e celebrare la liberazione dell'uomo dalla catena del lavoro; per un'intera notte quel luogo riprenderà vita e le macchine fino ad allora produttrici di merci saranno teatro di una nuova, forte espressione musicale che si esprime in un suono senza strumenti né spartiti, ma scandito da suoni elettronici e casse ritmiche. Anche nella scelta dei suoni, che vengono campionati e poi mixati con il computer, si ritrova l'imprescindibile legame che il rave ha con la metropoli, nella quale nasce e si sviluppa; si tratta spesso di suoni provenienti dalla realtà urbana, sirene, antifurti, suoni di macchinari industriali. La musica techno è segnata fin dalla sua nascita dalla marginalità rispetto alla società, sviluppandosi fra le minoranze, nei club di Houston e Chicago frequentati per lo più da omosessuali e afroamericani.

Dagli Stati Uniti il fenomeno dei rave si diffonde in Europa e soprattutto in Gran Bretagna, dove l'influsso della cultura psichedelica figlia degli anni settanta dà vita a un nuovo genere musicale, l'acid house, che segnerà l'inizio dell'associazione tra i rave e il consumo di droghe e soprattutto la nascita del rave illegale. Negli USA infatti, i rave rimangono nei club; è in Gran Bretagna che il consumo di droghe determina la repressione governativa e la chiusura dei club, portando migliaia di persone a proseguire la loro festa fuori dalle città, organizzando feste illegali.

Negli anni novanta la cattiva immagine di questo nuovo genere di musica si trasformò rapidamente in un fenomeno diffuso e condiviso soprattutto tra i giovani. Col passare del tempo i rave persero il loro valore di protesta, diventando manifestazioni legali regolamentate in moltissimi locali come le discoteche.

Nella metà degli anni novanta, in Francia, in particolare sotto l'influenza della Spiral Tribe (i primi ad usare il termine Free sui loro volantini, piuttosto che Rave), iniziarono a diffondersi i Free Party, una innovazione, sia musicale (grazie all'evoluzione dei software musicali) sia ideologica del rave party ormai scomparso e diventato fenomeno di moda.

Nel 1996, in risposta al Criminal Justice Act, si sviluppa un'azione di protesta a livello globale racchiusa nello slogan "Reclaim the streets", che consiste nell'occupazione di spazi metropolitani, azioni di disturbo del traffico urbano attuate in bicicletta (massa critica) e nell'organizzazione di street party, una nuova forma di corteo danzante caratterizzato dalla presenza di migliaia di persone che ballano seguendo i carri sui quali sono montati i sound system. A Londra, lo slogan Reclaim the streets si avvale di diversi connotati sociali, politici ed economici; esso infatti abbraccia la protesta ecologista contro la speculazione stradale, la stigmatizzazione dell'auto come simbolo del vivere urbano, la reazione alla repressione poliziesca nei confronti dei rave. Da queste parate musicali improvvisate discendono le attuali manifestazioni realizzate in tutta Europa, note sotto il nome di Street Rave Parade.



Fra le principali rave parade a livello mondiale, la storica Love Parade di Berlino e la Street Parade di Zurigo. Per l'Italia si ricorda la Street Rave Parade di Bologna. Quest'ultima, a differenza delle parate di Berlino e Zurigo è più impuntata ad essere un'unione tra festa e manifestazione con contenuti politici. Pur essendo eventi autorizzati dalle autorità governative, i rave autorizzati sono oggetti di critiche e polemiche.

Ad esempio, la decima edizione della street parade di Bologna ha contrapposto il sindaco Sergio Cofferati e gli organizzatori della manifestazione, il centro sociale Livello57. Prevista per il 25 giugno 2006, la street parade si è infine svolta il 1º luglio dopo aver sollevato numerose polemiche circa la sua organizzazione. Il sindaco di Bologna, le forze dell'ordine e il comune ne hanno osteggiato il carattere itinerante a causa dei danni riportati dalla città nelle edizioni precedenti e dell'ostentata vendita e consumo di stupefacenti tra i partecipanti. Per questo la sua proposta è stata quella di organizzare la Street all'arena Parco Nord o al centro agroalimentare, nella periferia della città. Dopo questo braccio di ferro si è infine giunti ad un accordo e la manifestazione si è svolta mantenendo il suo carattere itinerante ma è stato limitato il numero di diffusori sonori presenti ed è stato accorciato il percorso autorizzato ad un solo chilometro, contro i 7,5 degli anni passati. Alla fine però i ravers hanno deviato il corso della street parade e hanno percorso una strada più lunga passando per le strade non predisposte, creando disagi agli automobilisti della città.

Il fenomeno dei rave party ha trovato nei social networks lo strumento di comunicazione ad una larga base delle date e dei luoghi degli appuntamenti.

Nel 2001 in Francia è stato varato un decreto legge (legge Mariani) che vieta l'organizzazione di rave senza l'autorizzazione dei prefetti locali, non consente il raduno di oltre 250 persone e prevede in caso contrario il sequestro dell'impianto e conseguenze penali per gli organizzatori. La norma prevede anche il dispiegamento di agenti o, nei casi giudicati pericolosi per la pubblica sicurezza, il divieto di adunarsi. Il decreto Mariani ha avuto la sua prima applicazione nella serata del 9 agosto 2001, quando 120 poliziotti hanno interrotto un rave party nella campagna di Bourg-Saint-Andéol, nell'Ardèche (sud della Francia), sequestrando l'impianto di diffusione sonora e arrestando 700 persone per spaccio di droga.



Andare a un rave, significa non solo andare a manifestazioni il cui accesso è gratuito, (contrariamente alle discoteche tradizionali dove occorrono soldoni per entrarci, altri per consumare un cocktail e fondamentalmente trovare lo stesso schifo che si trova a una “festa”, con la differenza dei lustrini e delle cubiste) ma evadere in tutto. Dimenticare per un attimo la dura realtà: del lavoro, della situazione familiare, di un amore finito, delle piccole e grandi delusioni che ognuno può avere, specie quelle particolarmente dure che non si riesce a comprendere da non adulti.. Certo “artificiale” è il metodo, sintetica come le droghe con cui si accompagna, la non realtà che si “vive” nelle feste illegali. Già illegali ma perché? Prima negli Usa, poi in Gran Bretagna e nel resto d’Europa, la nascita del fenomeno rave legato al consumo di droghe e la conseguente repressione che ne è seguita, ha fatto sì che le “feste” fossero organizzate fuori città, nei boschi, in mezzo alle campagne, o in capannoni industriali dimessi (come per recuperare quello spazio che nessuno si sentirebbe di darti). Illegali perché non autorizzate ufficialmente quindi, non perché diverse da una ordinaria serata sballo nelle discoteche “ufficiali” dove si accalcano ogni week end centinaia di ragazzini con tacito consento di mamma e papà. Gli stessi che a frittata fatta scendono dalle nuvole chiedendosi com’è possibile? “Mio figlio…era un bravo ragazzo che non faceva male ad una mosca”. Beh, cari genitori, insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, politici. Basta vedere le file interminabili che si creano nei bagni di quest’ultime per capirci un po’ di più su cosa accada realmente al loro interno ( a meno che si tratti di un’epidemia viscerale improvvisa che coglie tutti all’improvviso). Chetamina, (anestetico usato dai veterinari per addormentare i cavalli), popper, acidi e mdma, speed, cocaina e chi più ne ha più ne metta girano ovunque, non soltanto tra gli zombi dei rave. E poi al rave,non vanno solo tossici o disagiati mentali: c’è quello di sinistra, di destra, di centro, c’è l’operaio che si spacca la schiena per pochi euro a settimana come il figlio del professionista, del poliziotto; lo studente dell’università pubblica e quello che fa il master da 40mila euro; il ragazzo “ribelle” e la ragazza della porta accanto. Insomma tutti, senza distinzione di alcun genere. Probabilmente gli stessi che vanno alle Street Parade, quelle sì rave istituzionalizzati, autorizzati da questo e quel Comune, perché magari promotori di un messaggio “politico” o molto più semplicemente mezzo di “sensibilizzazione” su un particolare tema del momento. Ma allora, come si può fare a fermare “la rave generation” prima che il problema venga sommerso di nuovo dalla polvere, o fino a quando non ci sarà un'altra madre che piange ripetendo la stessa domanda? Alla politica l’ardua sentenza. Di sicuro parlare di autorizzazioni non ha senso, visto che i rave sono assembramenti clandestini (dove e quando ci sarà la festa si sa anche mezz’ora prima tramite tam tam di sms o con l’infoline, magia di libertà creata da Internet, anch’essa realtà virtuale e incontrollabile per ironia della sorte). Di conseguenza anche intervenire preventivamente sui luoghi prescelti ( a meno che non si possa mobiliate centinaia di pattuglie delle forze dell’ordine spargendole per le campagne, i boschi e i capannoni di mezza Italia) diventa difficile se non improponibile. E poi anche quando Polizia, Carabinieri o Guardia di Finanza dovessero imbattersi in 10mila persone collassate in una “festa” che già dura da giorni che possono fare? Spegnere i muri di casse che sparano la musica a tutto volume? Deportarne tutti e 10mila, completamente strafatti? Del resto non c’è da dimenticare che in Italia c’è il diritto di riunione. E non è vietato l’uso della droga per sé, ma è punito lo spaccio. Nemmeno li si può stringere, come ormai avviene per tutto, nelle ganasce fiscali o dei balzelli che già soffocano altre attività legali, perché dietro ai rave non c’è impresa, non esiste chi si arricchisce e chi si impoverisce. E’ cultura dello sballo allo stato puro. Fuga dalla realtà e dai suoi problemi, a cui,che ci piaccia, prima o poi si torna. Almeno fino a quando il “down” dell’ennesimo acido non ti permette di ritornarci più.



Sovraffollamento, musica techno ad alto volume e condizioni igienico sanitarie scarsissime sono le caratteristiche principali dei rave party. Si tratta di condizioni che, a detta degli studiosi, possono provocare delle disfunzioni neurologiche molto simili a quelle che si provano con l’assunzione dell’ecstasy, anche se non si fa uso di droghe. Questo è il risultato al quale è approdata la ricerca condotta dal Dipartimento di Patologia Molecolare IRCCS Neuromed di Pozzilli, in provincia di Isernia, i cui risultati sono stati pubblicati sull’autorevole rivista Pharmacological Research.

La ricerca ha sottoposto i topi di laboratorio ad un ambiente molto simile a quello che si può vivere durante un rave party e i risultati delle conseguenze sono stati molto simili a quelli registrati dopo l’assunzione dell’ecstasy. Fra i molti, i più intensi hanno interessato l’alterazione della capacità dell’apprendimento e la memoria. Le condizioni ambientali che si vivono durante un rave party andrebbero, infatti, ad interagire con una particolare zona del cervello, l’ippocampo, e a toccare in particolare la proteina Tau, che si rivela essere un componente critico della struttura cellulare dei neuroni.



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