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sabato 9 luglio 2016

L'ETA' DEL PRIMO SPINELLO

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Aumenta il numero di consumatori e si abbassa l’età del primo spinello.

Se qualche anno fa ad usare cannabis per la prima volta erano i ventenni, oggi si registrano casi anche tra i 13 e i 14 anni. .

Uno studio recente, realizzato con la collaborazione del Coges (società cooperativa sociale) di Mestre, intitolato “Area Scuola” analizza, tramite un questionario anonimo, l’uso della cannabis tra gli studenti delle scuole superiori. Su 260 studenti il 20% ha dichiarato di aver provato la cannabis. “Il problema – dice un medico – è che chi fuma uno spinello poi è tentato di passare anche all’utilizzo di altre droghe come la cocaina e l’eroina. Come lo ha evidenziato più volte il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, infatti, la cannabis è “una droga ponte”, ovvero fa da apripista nell’utilizzo di altre droghe. E, a differenza di quello che si pensa, non è una droga “leggera”. E’ pericolosa proprio perché viene sottovalutata, anche negli effetti, che sono nocivi soprattutto tra i giovanissimi: chi fuma prima dei 21 anni, infatti, rischia danni irreversibili al cervello. Dobbiamo fare in modo – conclude il medico – ora che anche gli adulti siano consapevoli dei possibili effetti della cannabis sugli adolescenti, così come quelli dell’alcol. Per adulti e genitori è necessario osservare i propri figli, capire il significato di repentini cambi di umore, carattere, cadute nelle prestazioni scolastiche. Molte volte la causa è l’uso di sostanze».

Tutti quanti dicono la stessa cosa. “Mi faccio uno spinello una volta ogni tanto, non fa male”. «In qualche rara occasione – riferisce il capo della Squadra mobile – ci è capitato anche di trovare minorenni in possesso di quantitativi più importanti. Per esempio 45 grammi di marijuana che hanno un “valore” di circa trecento euro. Ecco, in casi del genere, probabilmente il ragazzino vende a sua volta la sostanza, visto che difficilmente con la paghetta settimanale sarebbe in grado di acquistare quel quantitativo». «Fortunatamente – precisa sempre il dirigente della Mobile – quasi sempre si tratta di casi ampiamente recuperabili. Le mamme e i papà hanno diverse reazioni. C’è chi non riesce a trattenersi e dà una sberla e chi rimane bloccato, sconvolto. Altri ancora ammettono che se l’aspettavano. Tutti, comunque, ci chiedono consigli che in tantissimi casi si rivelano risolutivi».

Dal 2012 al 2015, su una casistica di 216 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 24 anni, è stato riscontrato un forte aumento dei soggetti che utilizzano le droghe in età precoce. E’ diminuito l’uso di anfetamina, eroina e cocaina, ma si è registrato un fortissimo incremento di quello della cannabis.



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sabato 7 maggio 2016

IL TERREMOTO DEL FRIULI



Alle 21,06 del 6 maggio 1976 un terremoto di 6,4 gradi Richter (pari al IX-X grado della scala Mercalli) sconvolge le province di Udine e Pordenone. Si contano 965 vittime (più 24 di un’altra scossa in settembre), 3 mila feriti e circa 200 mila senza tetto. Interi paesi come Trasaghis, Bordano, Osoppo, Venzone e Gemona vengono quasi completamente rasi al suolo. Le particolari condizioni del terreno (con il fenomeno della liquefazione delle sabbie) e la posizione dei paesi colpiti, molti in cima ad alture, amplificano gli effetti del sisma. La scossa viene avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale fino a Roma e a Torino, producendo danni anche in Austria meridionale e in Slovenia. L’epicentro viene identificato da alcuni studi nell’area del monte San Simeone, che da allora diventa per tutti i friulani il simbolo dell’Orcolat, l’orco tradizionalmente associato ai terremoti. Per la prima volta in Italia la tv segue da vicino e quasi in diretta l’evento, portando nelle case degli italiani le immagini della distruzione e della disperazione degli abitanti, acuita dal ripetersi delle scosse nei mesi successivi. L’8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia stanzia 10 miliardi di lire per l’assistenza e la ricostruzione, e il governo Andreotti affida a Giuseppe Zamberletti l’incarico di Commissario straordinario dei soccorsi e della gestione dei fondi, che risulterà ancora oggi un esempio ammirevole di risposta e reazione a una drammatica emergenza. Ci vorranno dieci anni per la ricostruzione completa, nel tentativo di riportare ognuno dei luoghi colpiti a com’era prima della tragedia, come ricorda nel 1998 Luigi Offeddu, inviato del Corriere della Sera, passeggiando per le strade di Gemona: «Gruppi di turisti fotografano il Duomo e passeggiano sotto i portici di via Bini. Duomo e portici che sembrano così com’erano prima del 6 maggio 1976, ma che invece l’Orcolat aveva frantumato, e che la gente ha ricostruito pezzo per pezzo secondo il procedimento chiamato anastilosi: raccogliere ogni pietra, numerarla, ricollocarla al suo posto. Ancora oggi, su alcune pietre dei portici si legge un numero. Ma quel numero, insieme a uno spezzone della chiesa della Madonna delle Grazie, è l’unica traccia che ricordi il passaggio dell’orco».

Nonostante una lunga serie di scosse di assestamento, che continuò per diversi mesi, la ricostruzione fu rapida e completa.

L'8 maggio, a due giorni dal sisma, il Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia stanziò con effetto immediato 10 miliardi di lire (40 milioni di euro del 2012).

Il Governo Andreotti III nominò il 15 settembre Giuseppe Zamberletti Commissario straordinario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi. Gli fu concessa carta bianca, salvo approvazione a consuntivo, che regolarmente il Parlamento approvò. In collaborazione con le Amministrazioni locali, i fondi statali destinati alla ricostruzione furono gestiti direttamente da Zamberletti assieme al governo regionale del Friuli Venezia Giulia. Circa 40.000 sfollati passarono l'inverno sulla costa adriatica, per rientrare tutti entro il 31 marzo 1980 in villaggi prefabbricati costruiti nei rispettivi paesi. La ricostruzione totale durò 10 anni.

Finito il mandato di Zamberletti, il governo regionale del Friuli Venezia Giulia, grazie ad un'attenta ed efficiente gestione delle risorse, poté, nell'arco di circa dieci anni ricostruire interi paesi. Ancora oggi il modo in cui venne gestito il dramma post-terremoto, viene ricordato come un alto esempio di efficienza e serietà.

Il conto dei contributi statali per la ricostruzione del Friuli ammontava a 12.905 miliardi di lire a fine 1995 (circa 9 miliardi di euro del 2010); secondo altre fonti, a 29.000 miliardi di lire (una ventina di miliardi di euro). Il motore della ricostruzione fu assicurato da 500 miliardi di lire destinati alla ripresa economica, mentre il resto dei fondi fu affidato in gestione alle amministrazioni locali, che effettuarono controlli efficaci e rigorosi sugli standard di ricostruzione.

L'amministrazione degli Stati Uniti d'America contribui' con una grossa somma di denaro alla ricostruzione del Friuli Venezia Giulia direttamente nelle mani dell' Associazione Nazionale degli Alpini, e non nelle mani del Governo Italiano di cui non si fidava. (fonte Giornali dell'epoca).

Il disastro diede inoltre un importante impulso alla formazione della protezione civile.

A costo di espropriare tutte le case del centro storico per poterlo dichiarare opera pubblica e ricostruirlo pezzo per pezzo, numerando ogni pietra e rimettendola al suo posto. “L’idea condivisa, da subito, fu che il cittadino aprendo la finestra avrebbe dovuto vedere lo stesso scorcio di montagne, lo stesso panorama che vedeva prima”, ricorda Giuseppe Zamberletti. “Nelson Rockefeller, il vicepresidente degli Stati Uniti, venne in visita a metà maggio. Era stupito, mi disse: “Davvero volete ricostruire lì sul cocuzzolo, sulla dorsale della montagna? Perché non portate tutti giù a Palmanova e fate delle belle strade larghe e dritte…?”. Zamberletti, oggi cittadino onorario del Friuli, fu nominato commissario straordinario per il coordinamento dei soccorsi il 7 maggio, “all’ora di colazione”. Il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, di cui era sottosegretario, lo chiamarono a Udine dopo aver visto quel poco che restava tra Gemona, Venzone, Buja e Majano, il quadrilatero in cui si concentrò la maggior parte dei 989 morti. I Comuni colpiti dalla scossa delle 21:06 6 maggio 1976, 6,4 della scala Richter, furono in tutto 137. Circa 80mila gli sfollati. Ma l’Orcolat, l’orco della Carnia che nel folclore friulano scatena i terremoti, non si era ancora riaddormentato.

A settembre il colpo finale. Il 15 settembre a Venzone venne giù anche il campanile. La sera del 6 maggio, quando gran parte del duomo gotico consacrato nel 1338 era andata distrutta, aveva resistito. Ma le repliche di fine estate, forti quasi come quella di primavera, lo ridussero a un cumulo di pietre. In tutto il Friuli nuovi crolli, giù le case ancora agibili e quelle che i proprietari avevano appena riparato dicendosi: “Fasin di bessôi”, facciamo da soli. “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un‘altra cosa”, aveva annotato il poeta e scrittore Gianni Rodari, meravigliato, nel reportage per Paese Sera. “Ma il sisma di settembre completò la distruzione e soprattutto annullò tutto il lavoro di recupero che era stato fatto durante i mesi estivi”, dice Ivano Benvenuti, che allora aveva 32 anni e da meno di uno era sindaco di Gemona, il comune più vicino all’epicentro, dove si contarono 400 morti.
Con i muri, quel settembre, crollarono anche le speranze delle decine di migliaia di persone che da mesi vivevano nelle tende (40mila quelle spedite d’urgenza dagli Stati Uniti nella base aerea di Aviano) e a quel punto vennero sfollate sulla costa. Poteva essere la resa, invece fu allora che si mise in moto davvero il “modello Friuli”. I pilastri: decentramento delle decisioni, reinsediamento della popolazione, ricostruzione “com’era e dov’era”.



Il decentramento fu deciso fin da subito. Moro il 12 maggio concesse un’ampia delega al governatore Dc Antonio Comelli, che creò una Segreteria generale straordinaria. Da lì passarono tutte le decisioni sulle opere di riparazione e ricostruzione, lì si scrissero i “listini prezzi” e i disciplinari unificati per evitare speculazioni e si preparò il rendiconto finale. Fu quindi la Regione a gestire insieme a Zamberletti i 10 miliardi di lire stanziati dal consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia a due giorni dal sisma e i soldi che arrivarono poi dallo Stato sia per la ricostruzione sia per la ripresa economica e culturale: nel 1978, per esempio, quei fondi hanno finanziato la nascita dell’università di Udine. Il conto finale, stando ai dati dell’ufficio studi della Camera, è ammontato a 18,5 miliardi di euro a valori del 2014.

A settembre Zamberletti, che aveva lasciato l’incarico a luglio perché l’emergenza sembrava finita, fu richiamato dal nuovo governo Andreotti. Che gli diede carta bianca: “L’articolo che stabiliva i miei poteri lo scrisse personalmente Cossiga e diceva: “Il commissario agisce in deroga a tutte le leggi ivi comprese quelle sulla contabilità generale dello Stato””. Il commissario, a sua volta, investì di quei poteri i sindaci: “Ero convinto che non dovessero essere solo “sindacalisti” della popolazione. Diventarono funzionari delegati, a capo di un centro di comando unificato con a disposizione reparti delle Forze armate, del Genio civile e dei Vigili del Fuoco e la responsabilità di gestire gli appalti prima per i prefabbricati e poi per la ricostruzione. Il “miracolo” del Friuli, che non si è potuto replicare in Irpinia sia per l’ampiezza del territorio colpito sia perché lì mancava la tradizione asburgica dei Comuni friulani, è nato da qui. Dal fatto che furono gli amministratori più vicini ai cittadini a guidare e finanziare la ripartenza. In più la regione dimostrò capacità esemplari”.

Hanno aiutato anche le migliaia di volontari arrivati da tutta Italia. E il fatto che nel Nord Est ci fosse all’epoca gran parte delle forze armate nazionali: “Più di 20mila uomini, a cui da subito si unirono un battaglione del Genio della Germania federale e gruppi specializzati delle forze armate francesi. In Irpinia non c’erano uomini, non c’erano caserme…ricordo che il capo di Stato maggiore Rambaldi diceva che andare sulle montagne della Basilicata era come andare in Albania”. Fu dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia che si iniziò a parlare della necessità di un coordinamento delle attività di prevenzione e gestione dei disastri. Nel 1982 nacque il ministero per il coordinamento della Protezione civile, guidato per tre volte da Zamberletti, e nel 1992 fu istituito a Palazzo Chigi il dipartimento della Protezione civile.

“Venzone era monumento nazionale”, ricorda Antonio Sacchetto, all’epoca 36enne e primo di cittadino da nemmeno un anno. “Per ricostruirla com’era e dov’era, velocemente e in modo efficiente, non si poteva aspettare che i proprietari dei palazzi si mettessero d’accordo. Ne parlai con Egidio Ariosto, il ministro dei Beni culturali, e lui mi disse: “Possiamo rifarla, a condizione che diventi opera pubblica. Tutto il centro storico, comprese le case, deve diventare del Comune”. Non c’era altro modo, era l’unica strada. Così mi presi quella responsabilità: espropriare la casa a chi magari era andato a lavorare all’estero per costruirsela. Togliere la casa ai friulani…”.

Una volta ricostruito, negli anni Ottanta, si riassegnò. “Ma la legge stabiliva che a ogni nucleo famigliare fosse attribuito un certo numero di metri cubi, a prescindere dal fatto che prima non avesse nulla o possedesse un intero palazzo. C’era solo il diritto di prelazione per chi voleva ricomprare. Certo, non tutti erano d’accordo. Ci sono state proteste, a chi prima aveva tutta una casa non stava bene ricevere un piccolo appartamento. Ho anche ricevuto denunce, perché i decreti di esproprio li firmava il sindaco. Ma abbiamo rimesso in piedi Venzone. Solo le frazioni Carnia e Portis sono state spostate, perché la montagna continuava a franarci sopra”. Quanto al tessuto economico, anche la ripartenza della produzione ha seguito lo stesso fil rouge della ricostruzione dei muri: dov’era, com’era. “La priorità era rimettere in piedi prima le fabbriche, perché la popolazione non dovesse abbandonare i propri paesi per l’assenza di prospettive di occupazione”, spiega Benvenuti.
Il Duomo di Venzone è, insieme a quello di Gemona, il simbolo della ricostruzione per anastilosi, cioè con i pezzi originali rimessi al loro posto uno per uno. “Tra maggio e settembre si fece il rilievo fotogrammetrico. Le pietre, quasi 10mila, furono recuperate e conservate. Nel 1982 iniziò la catalogazione: ogni pietra fu contrassegnata con una lettera che indicava a quale lato della costruzione era appartenuta e un numero progressivo in rosso”, rievoca l’architetto Alessandra Quendolo, che lavorava nell’ufficio tecnico della Fabriceria del Duomo, il cui progetto di ricostruzione nel 1986 fu scelto dalla Soprintendenza. “A quel punto confrontammo le pietre con le foto per capire a quali elementi architettonici appartenevano. Analizzammo anche la lavorazione, le finiture e lo stato di usura, perché per esempio una pietra esposta a nord si rovina di più rispetto a una della parte sud, la cappella del rosario aveva molte pietre lavorate a scalpello… Mano a mano, quando trovavamo la corrispondenza segnavamo sui nostri schizzi il codice della pietra. Nel 1988 partì il cantiere. Nel 1995 il Duomo è stato ufficialmente riconsegnato alla città”.

“Recuperammo e numerammo quasi 10mila pietre per rimetterle al loro posto una per una”
Identico a prima? “No, non è identico. Si è scelto di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata, che è stata deformata dal sisma, e quella ricomposta. I segni del trauma rimangono”. E i segni restano, oltre che sulle persone, anche sulla trama del territorio. Sulla viabilità, rivoluzionata dall’autostrada per l’Austria e da tutte quelle rotatorie che prima non esistevano.

Tra le tende e il ritorno nelle case ricostruite sono passati più di dieci anni: solo nella seconda metà degli Ottanta i friulani hanno lasciato i prefabbricati. Nel settembre 1976, in vista dell’inverno, oltre 30mila persone furono trasferite sulla costa, da Grado a Venezia passando per Lignano, Bibione e Jesolo. Altri andarono a Ravascletto, nell’Alta Carnia. “Requisimmo fino al marzo dell’anno dopo tutte le case di villeggiatura, riconoscendo ai proprietari un affitto deciso dall’ufficio erariale”, spiega Zamberletti. “Negli appartamenti sistemammo le famiglie, distribuendole in dipartimenti in modo da tenere vicini gli abitanti dello stesso Comune e le scolaresche. Gli anziani non autosufficienti furono invece ospitati negli alberghi, che ricevevano una retta a persona”. Ci fu poi chi non chiese aiuto e preferì pagare di tasca sua.

Ma serviva una soluzione anche per gli agricoltori e allevatori, i tecnici e tutte le 15mila persone che per lavoro non potevano spostarsi dalle zone terremotate. “Pensai alle roulotte. Ma il ministro delle Finanze mi aveva chiesto di cercare di ridurre le spese e in fondo sarebbero state usate solo per qualche mese. Allora chiesi ai prefetti di tutta Italia di requisire tutte le roulotte non utilizzate. Ne arrivarono in Friuli più di 5mila, in colonne guidate dai presidenti delle Regioni. Fui sommerso dalle critiche, avevo contro tutti. Ma a marzo, quando le radunammo a Campoformido per restituirle, i proprietari le trovarono in perfette condizioni. E in ognuna i terremotati avevano lasciato un mazzo di fiori“.
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domenica 27 settembre 2015

Alcool E Spese Sociali



Ogni anno le bevande alcoliche uccidono in Europa 115.000 persone e costano alla società 125 miliardi di euro, pari all’1,3% del PIL europeo.
Un rapporto di 400 pagine, che analizza l’impatto sociale, sanitario ed economico dell’alcol in Europa, è stato presentato a Bruxelles dalla Commissione Europea.

Nel rapporto vengono evidenziate le basi sulle quali la Commissione Europea fonderà la sua prima strategia sull’alcol, attesa per la fine di quest’anno.
Dal rapporto diffuso emerge chiaramente che l’Europa risulta il continente dove il consumo di bevande alcoliche è il più alto al mondo e che gli stili ed i livelli di consumo dei vari paesi che la costituiscono sono molto più vicini di quanto sia comunemente creduto.

L’alcol è responsabile per il 7,4% di tutte le malattie e morti premature e rappresenta uno dei maggiori problemi sanitari in Europa: il suo consumo causa circa 60 differenti tipi di patologie e situazioni a rischio, compresi incidenti e ferite, problemi mentali e comportamentali, cancro, malattie cardiache e ictus.
L’alcol è una causa importante di danni a persone terze, inclusi circa 60.000 bambini nati sottopeso, fino a 9 milioni di bambini che vivono in famiglie che sono sconvolte dall’alcol, 10.000 morti innocenti di alcol passivo sulle strade, e oltre 2.000 omicidi ogni anno.



I costi sociali di questo flagello in Europa sono stimati a 125 miliardi di euro ogni anno, equivalenti a 650 euro ogni famiglia, limitandosi a considerare le malattie, gli incidenti, le ferite, i crimini e la perdita di produttività.
Peter Anderson, co-autore del Rapporto, ha dichiarato che quello che rende l’intervento veramente urgente è che noi sappiamo cos’è che può funzionare nel ridurre questo pedaggio: quello di cui c’è bisogno è la volontà di fare finalmente qualcosa.

Derek Rutherford, segretario di Eurocare, ha dichiarato che il consumo di alcol pone un fardello davvero pesante sui cittadini europei: se si trattasse di qualunque altra sostanza, ci sarebbero già pressioni parlamentari e ministeriali per entrare in azione; e pensare che sono i bambini quelli che pagano il prezzo più alto... Si parla tanto di fumo passivo e non si fa nulla sull’alcol passivo: certo che un’azione in questo campo richiede coraggio politico, perchè non si tratta solo di contrastare un piacere, per quanto sentito, ma di sfidare poderosi interessi economici; il prezzo delle bevande alcoliche è il fattore-chiave da aggredire, ma si potrebbe cominciare con il controllo della pubblicità e la proibizione delle sponsorizzazioni, che sono le strategie di marketing più insidiose dell’industria delle bevande alcoliche.

Dall'Italia Ennio Palmesino, presidente dell'Associazione italiana dei club degli alcolisti in trattamento (AICAT), ha dichiarato che questo rapporto aiuterà a fare chiarezza in un paese, come il nostro, dove l’allarme sociale è al minimo, nonostante le morti e le invalidità causate dalle bevande alcoliche, e dove invece si continua ad esaltare la cultura del vino e delle altre bevande alcoliche come se fosse un comportamento adulto, responsabile e persino alla moda; contrariamente a quanto l’industria delle bevande alcoliche ha cercato di far credere finora, le sole campagne di educazione non bastano a ridurre il danno causato dal bere: il rapporto mostra che dobbiamo fare interventi molto più incisivi, se vogliamo veramente ridurre il pedaggio pesantissimo che oggi paghiamo a questa sostanza.

L’ubriacatura, condizione che fa spesso ridere – giovani e meno giovani – e che prende maggiormente le sembianze di un divertimento, di una situazione “da sballo” piuttosto che di uno stato di intossicazione acuta, come in realtà è, di una condizione patologica a cui va incontro l’organismo, con gravi conseguenze. Sarebbe come se facessero ridere, sorridere o permettere di schernire coloro che si ammalano di influenza, di polmonite, di un’infezione o di un’intossicazione per aver mangiato funghi velenosi o cibo avariato. Certo, perché di questo si tratta: l’intossicazione acuta da alcol – la sbornia, la ciucca – altro non è che una patologia acuta che si manifesta nei modi più diversi, andando ad interferire e danneggiando tutti gli organi, i sistemi e gli apparati dell’organismo umano.

L’etanolo, contenuto in tutte le bevande alcoliche (birra, vino, aperitivi, superalcolici) viene assorbito rapidamente dall’organismo, entrando nel circolo sanguigno. Due sono gli organi bersaglio maggiormente interessati dalla sua presenza: il cervello ed il fegato. Gli effetti sul sistema nervoso sono quelli maggiormente visibili, ovvero i sintomi dell’intossicazione acuta. Ciascun individuo risponde diversamente ed in modo spesso ripetibile nel tempo in seguito all’assunzione di alcol. Da qui le note espressioni “aver la ciucca triste”, “aver la ciucca allegra” o ancora “aver la ciucca violenta”.  L’alcol provoca generalmente disinibizione, permettendo l’emergere di comportamenti non manifesti in sua assenza; in altri casi è principalmente induttore del sonno.

Per tale ragione l’alcol, al pari delle droghe, viene spesso utilizzato con significato “autoterapeutico”, vale a dire alla stregua di un farmaco che permette di provare quelle emozioni e veder realizzati i comportamenti “disinibiti” a cui la persona aspira ma che non riesce a manifestare nella quotidianità; stessa ragione per cui molti diventano consumatori problematici o alcolisti. Nella sua interazione con il sistema nervoso centrale, l’alcol agisce bloccando, accelerando o modulando il sistema dei neurotrasmettitori, sostanze prodotte dai neuroni con la funzione di trasmettere i segnali biochimici che permettono il corretto espletamento delle funzioni cerebrali (pensiero logico, capacità di parlare, di ricevere informazioni, di memorizzarle, di rievocare la memoria, stato di allerta di fronte al pericolo, coordinazione dei movimenti, tempi di reazione, emozioni e sentimenti).

Tale squilibrio avviene sì durante l’intossicazione acuta (da cui le espressioni “alluvionato”, “impetroliato” e tutte quelle che evocano l’idea di galleggiamento del cervello in un liquido tossico), ma lo scompenso permane per molto più tempo: segnali di ciò sono i postumi della sbornia del giorno dopo (malessere diffuso, mal di testa, nausea, sensibilità alla luce e ai suoni, dissenteria, perdita dell’appetito, tremore, debolezza, insonnia, ecc.) definiti tecnicamente sintomi di hangover. Lo squilibrio a livello cerebrale continua molto più a lungo di quanto i sintomi – ed il loro cessare – ci permettano di immaginare. Infatti, soprattutto nei giovani, la plasticità neuronale, ovvero la versatilità del cervello e la capacità vicariante dei suoi circuiti, permette di compensare gli effetti visibili prodotti dagli squilibri biochimici.

Ripetute assunzioni di alcol nel tempo, oltre a indurre dipendenza, danneggiano progressivamente questa funzione riparativa, tanto durante i post-sbornia, quanto nella quotidianità, compromettendo permanentemente le funzioni cognitive cerebrali e pertanto la qualità di vita, fino a determinare disturbi psichici (stati di malessere, ansia e depressione), sindromi neurologiche o gravi patologie degenerative (demenza). Ciò avviene per il danno diretto provocato dall’alcol alle cellule nervose che vengono bruciate e che, non potendo riprodursi, vanno incontro alla morte con progressiva riduzione della massa cerebrale.



I danni dell’alcol a livello del fegato sono determinati dall’attivazione dei suoi enzimi necessari per degradare una sostanza tossica – l’alcol, per l’appunto – e i suoi derivati, quali l’acetaldeide libera contenuta in qualsiasi bevanda alcolica e quella prodotta dal metabolismo per trasformazione dell’alcol stesso.

L’acetaldeide è un composto fortemente cancerogeno, degradato solo in parte a livello epatico dall’enzima aldeide deidrogenasi, enzima rapidamente saturabile. La parte di acetaldeide non degradata in acetato (sempre presente quando si assume alcol) essendo tossica per l’organismo, determina danni sia in modo diretto che indiretto, attivando una serie di reazioni a catena su tutti gli organi e gli apparati. Essa, infatti, è in grado di danneggiare i tessuti, le proteine cellulari, il DNA, attraverso la produzione di radicali liberi, notoriamente tossici ed induttori di trasformazioni in senso neoplastico (tumori).

La degradazione dell’alcol attraverso il fegato sottopone quest’organo a un’importante azione tossica che produce danno alle cellule epatiche fino a farle ammalare (steatosi epatica, epatopatie acute o croniche) o addirittura provocandone la morte (cirrosi epatica).

Ulteriori danni dell’assunzione di alcol sono quelli derivanti dallo squilibrio degli elettroliti, aggravato  dalla sudorazione indotta dall’alcol e in caso di vomito, nonché lo stato di ipoglicemia provocato dalle reazioni di ossidazione dell’etanolo e dell’acetaldeide.

Ogni anno in Italia sono tra 20.000 e 30.000 le morti causate dall’alcol, quattro volte più degli incidenti stradali, e l’alcol rappresenta la prima causa di morte tra i giovani fino all’età di 24 anni. In Europa i decessi dovuti all’alcol nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni si attestano intorno al 15-25% ed è responsabile per il 7,4% di tutte le malattie e le morti premature (dagli incidenti stradali e sul lavoro, alle patologie alcol correlate). I costi sociali dovuti ai danni prodotti dall’alcol sono pari al 3,5% del PIL italiano.

Tuttavia, l’allarme sociale è al minimo, nonostante le morti e le invalidità causate dalle bevande contenenti alcol; per quanto impopolare, specialmente in un paese forte produttore di vino e con una lunga tradizione enologica, è necessario – oltre che corretto – che i giovani apprendano queste informazioni per poi poter fare liberamente, ma con consapevolezza dei rischi, le proprie scelte.

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sabato 29 agosto 2015

Bambini Non FUMATE

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Il fumo da tabacco e le sigarette rappresentano oggi "una vera emergenza anche per i minori: si comincia infatti a fumare già ad 11 anni di età ed è per questo che è fondamentale puntare sulla comunicazione in merito ai danni provocati dal fumo". Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in un'intervista all'ANSA, sottolinea l'importanza delle misure previste dal decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue sul tabacco, a partire dalla decisione di pubblicare sui pacchetti di sigarette immagini choc che spingano a smettere di fumare. "Stiamo conducendo una forte battaglia contro il fumo, in Italia e in Europa - spiega il ministro - perché va ricordato che proprio il fumo è la prima causa di morte in Ue ed annienta ogni anno la popolazione di una città grande come Amburgo. Combattere il fumo vuol dire, dunque, innanzitutto salvaguardare ovviamente la salute dei cittadini". Ma fondamentale è anche la motivazione economica: "in gioco - dice Lorenzin - c'è anche la sostenibilità dei servizi sanitari nazionali, poiché il costo sociale legato alle malattie provocate dal fumo di tabacco è enorme".
Da qui la stretta prevista dalla direttiva Ue e recepita con il decreto messo a punto dal ministero della Salute, nel quale emergono, tra le altre, due novità importanti: "vi è innanzitutto - rileva il ministro - il divieto di confezioni di sigarette che tendano ad accattivare e attirare i consumatori, oltre al divieto di vendita di sigarette con aromi che hanno l'effetto di aumentare la dipendenza e di fare passare il messaggio che il fumo possa essere un qualcosa di appetibile". Fondamentale, prosegue, "è poi anche la misura che abbiamo previsto per vietare il fumo in auto in presenza di minori e donne incinte, misura già nel frattempo recepita in altri Paesi". Il concetto, insiste Lorenzin, "è che è necessario far comprendere a tutti i danni che il fumo di sigaretta provoca innanzitutto sui minori; da qui anche la decisione di aumentare le sanzioni nel caso di vendita di questi prodotti agli under 18". Riferendosi quindi all'ipotesi di un eventuale aumento del prezzo finale delle sigarette, Lorenzin sottolinea come l'aumento del costo per i pazienti sia riconosciuto come un deterrente all'abitudine del fumo anche da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ma, precisa, "tale misura non è al momento prevista".
In questo momento, però, "è importante puntare soprattutto alla comunicazione corretta, al fine - dice - di far passare un messaggio chiaro: l'obiettivo, al quale puntano anche le immagini choc che compariranno sui pacchetti, è quello di aumentare la consapevolezza di ciascuno rispetto agli enormi danni del fumo". Dal ministro, quindi, un'apertura rispetto alla posizione espressa dal Codacons, che ha chiesto la classificazione della nicotina tra le sostanze che creano dipendenza: "Bene ha fatto il Codacons - ha osservato Lorenzin - ad osservare tale questione, che merita di essere affrontata e che dovrà maturare in Parlamento". Insomma, ribadisce il ministro, "la battaglia contro il fumo è anche una mia fissazione e va detto che l'Italia ha contribuito a chiudere la direttiva Ue, arrivata a compimento dopo una lunga discussione. C'è stata un'accesa battaglia, ma alla fine - ha concluso Lorenzin - sono state recepite tutte le posizioni sostenute dall'Italia".



Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, ogni sei secondi il tabacco uccide una persona. Una nuova ricerca, condotta dall’associazione I-think, getta una luce ancora più tragica sul fumo e i giovani.Dai dati elaborati risulta che un quindicenne ha una probabilità di morire di cancro tre volte maggiore rispetto a chi inizia dieci anni più tardi e circa l’87% dei fumatori comincia entro i 20 anni. 

La statistica più allarme è che ogni giorno tra gli 80.000 e i 100.000 ragazzi iniziano a fumare. Nonostante la progressiva riduzione nel numero dei fumatori nei Paesi industrializzati resta preoccupante anche in Italia la percentuale di fumatori giovani. Anche l'impennata che negli ultimi anni ha interessato nel nostro Paese la vendita di tabacco sfuso, più economico delle sigarette, secondo i sondaggi testimonia un consumo legato ad abitudini e mode di consumatori più giovani.

La vita di un fumatore abituale è di circa 10 anni inferiore rispetto a quella di un non fumatore e il consumo di sigarette giornaliero medio di un ragazzo non si discosta significativamente da quello di un adulto. I giovani di questo tempo sul tema del fumo sono proiettati nel presente, non vedono la loro salute futura a rischio. Anzi, il rischio diviene valore, il danno cui ci si espone diventa indice di coraggio.

Il fumo che origina dalla combustione incompleta del tabacco e della carta che lo avvolge è costituito da almeno 4.000 sostanze. Tra queste:
sostanze irritanti; catrame; monossido di carbonio; nicotina.
I filtri riducono la quantità di queste sostanze che arriva nelle vie respiratorie, ma NON le eliminano.
Tra le sostanze irritanti presenti nel fumo: acido cianidrico, acroleina, formaldeide, ammoniaca. Causano danni immediati alla mucosa delle vie respiratorie. L'azione irritante provoca inoltre tosse, eccesso di muco, bronchite cronica, enfisema.
Il catrame, facente parte della componente corpuscolata del fumo, comprende diverse sostanze, tra cui le più note sono benzopirene e idrocarburi aromatici è dimostrato che queste sostanze sono cancerogene.
Il catrame, inoltre, irrita le vie respiratorie, ingiallisce i denti, contribuisce all'alito cattivo e alla sensazione di amaro in bocca.
Il monossido di carbonio si lega all'emoglobina, riducendo la sua capacità di trasportare l'ossigeno. Questo comporta un minore nutrimento per i tessuti.
La nicotina è un alcaloide naturale, presente nel tabacco in una percentuale che va dal 2 all'8%. La nicotina contenuta in una sigaretta non è molto tossica ma dà dipendenza!Quando arriva ai polmoni essa passa nel sangue e arriva al cervello in pochi secondi. La nicotina stimola la liberazione di dopamina nel SNC e di adrenalina nel surrene. L'effetto è eccitatorio sia a livello della mente che del corpo. Poco dopo, però, subentra un effetto deprimente che spinge a fumare ancora per provare di nuovo gli effetti positivi. Con ciò si spiega la dipendenza, il cui grado si misura valutando questi parametri:
difficoltà di smetterne l'uso; frequenza delle recidive; percentuale di soggetti dipendenti; "valore" attribuito al fumo, malgrado l'evidenza dei danni.
Oltre alla dipendenza farmacologica da nicotina, nel fumatore si crea anche una dipendenza psicologica.Quando si smette di fumare si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza, caratterizzata da:
irritabilità, collera, ansia; voglia irrefrenabile di fumare; difficoltà di concentrazione; insonnia
La nicotina è considerata una droga a tutti gli effetti. Dall'inizio degli anni 90 il contenuto di nicotina delle sigarette è regolamentato e non può superare un certo numero di mg.



La gravità dei danni dipende da questi parametri:
Età di inizio e numero di anni di fumo; Numero di sigarette giornaliere; Modo di fumare (inalazioni più o meno profonde)
Danni del fumo all'apparato respiratorio:
irritazione, aumento del muco, bronchite acuta, poi cronica, enfisema polmonare
Aumenta inoltre l'incidenza di infezioni delle vie respiratorie ed asma.

Il fumo fa aumentare la pressione arteriosa, accelera l'aterosclerosi, ostacolando la circolazione del sangue nei vasi e aumentando il rischio di infarto e di ictus.
I problemi circolatori causati dal fumo possono determinare:
impotenza nell'uomo; declino mentale; invecchiamento precoce della pelle
Il fumo aumenta il rischio di molti tipi di tumore; a rischio sono prima di tutto le vie respiratorie in quanto direttamente esposte al fumo. Nei fumatori il carcinoma polmonare ha una frequenza 20 volte superiore a quella riscontrata nei non fumatori. Alto è anche il rischio di tumore al rene e alla vescica, in quanto le sostanze cancerogene del tabacco sono eliminate attraverso i reni e ristagnano con l'urina nella vescica. Associato all'alcol, il fumo aumenta il rischio di tumori dell'esofago, del colon e del fegato.

Nelle donne è maggiore il rischio di tumori dell'utero. La menopausa è anticipata ed è più alto il rischio di osteoporosi. Il fumo diminuisce la fecondità ed aumenta il rischio di aborti, parti prematuri, neonati sottopeso e morti premature. La nicotina ha inoltre la capacità di nel latte materno.
Il fumo in gravidanza può causare un ritardo di crescita, di sviluppo mentale e polmonare del bambino.

Il fumo riduce notevolmente le prestazioni atletiche, aumenta lo stress ossidativo, aumenta il rischio di gengiviti ed incrementa l'incidenza di ulcere gastro-duodenali.

Il fumo passivo è quello inalato involontariamente dalle persone che vivono o lavorano a contatto con fumatori.
Il fumo di tabacco è uno dei più pericolosi fattori inquinanti dell'aria in ambienti confinati e costituisce un rischio concreto per la salute dei non fumatori.
Causa riduzione della funzionalità respiratoria e una maggiore incidenza di tumore al polmone.
Nei figli di fumatori si riscontra una più alta incidenza di bronchiti, polmoniti e crisi asmatiche.

E se non ti è ancora passata la voglia di fumare..

Un fumatore su due muore di una malattia attribuibile al tabagismo. La speranza di vita di un fumatore è comunque di 8 anni inferiore a quella dei non fumatori.
Smettendo di fumare si hanno benefici immediati (nell'arco di ore) - come una migliore respirazione, ed una maggiore capacità nella percezione di odori e sapori - e benefici a lungo termine:
aumenta la speranza di vita; si riduce il rischio di tumori; scompaiono tosse e catarro; si riducono le affezioni delle vie respiratorie; si evitano bronchiti croniche ed enfisema; migliora la circolazione e si riduce il rischio di infarto e di ictus; migliora l'efficienza fisica e si previene l'impotenza; migliorano i riflessi; diminuiscono gli incidenti stradali e sul lavoro; si riduce il rischio di osteoporosi; le fratture guariscono prima; migliora la qualità del sonno; aumenta la fecondità e migliora lo stato di salute del nascituro; migliora lo stato della pelle e dei capelli; l'alito e la persona perdono l'odore (sgradevole) di fumo.
In Italia ogni anno, per il fumo, muore un numero di persone che corrisponde al numero di vittime che si avrebbe se ogni giorno cadesse un jumbo-jet pieno di passeggeri. Con un tale rischio nessuno accetterebbe più di volare. Perché allora si accetta di fumare?






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martedì 4 agosto 2015

PER NON DIMENTICARE......HIROSHIMA 70 ANNI DOPO....

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70 anni fa la guerra distrusse Hiroshima e Nagasaki in un solo secondo nemmeno il tempo per un saluto...vite finite e ferite che difficilmente il tempo rimarginerà. Ricordiamo quei momenti drammatici con la speranza che non ci siano più fatti così pesanti. Un mare luminoso di speranze e commemorazione.

Nel 1945 Hiroshima era una città di grande importanza militare e industriale, e nei suoi pressi erano presenti alcune basi militari, come il quartier generale della Quinta Divisione e quello del Maresciallo Shunroku Hata, secondo quartier generale dell'esercito a cui faceva capo l'intero sistema difensivo del Giappone meridionale. Hiroshima era una base minore, dedita al rifornimento e all'appoggio per le forze armate. La città era soprattutto un centro per le comunicazioni, per lo stoccaggio delle merci e un punto di smistamento delle truppe: per questo fu deliberatamente tenuta fuori dalle rotte dei bombardieri, proprio per permettere lo studio degli effetti di una bomba atomica in un ambiente ideale.

La priorità per lo sgancio della bomba fu infine data proprio a Hiroshima dopo la segnalazione che essa era l'unico tra gli obiettivi che non avesse al suo interno e nei dintorni campi per i prigionieri di guerra. Il centro della città ospitava una grande quantità di edifici di cemento armato e alcune strutture più leggere. In periferia l'area era congestionata da una miriade di piccole strutture di legno, usate come locali da lavoro, posizionate tra una casa e l'altra. Alcuni stabilimenti industriali si estendevano non lontano dal limite periferico della città. Le case erano di legno, con soffitti leggeri, e molti edifici industriali avevano a loro volta pareti a incastro di legno.

La città nella sua interezza era potenzialmente ad altissimo rischio d'incendio. La popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di 381 000 unità prima della guerra, ma prima del bombardamento atomico la popolazione era rapidamente diminuita a causa di un'evacuazione generale ordinata dal governo giapponese, tanto che il 6 agosto si contavano circa 255 000 abitanti. Si calcola questa cifra sulla base dei dati mantenuti per l'approvvigionamento della popolazione (che era razionato) e le stime sugli operai e sui soldati presenti in città al momento del bombardamento sono, di fatto, molto poco accurate.

La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell'attacco il tempo era variabile. Per la scelta fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione del tempo sopra le città scelte per lo sgancio. Quando gli altri B-29 stavano già volando ricevettero l'ok per bombardare Hiroshima. Tutti i dettagli, la pianificazione precisa, della tabella di volo, la bomba a gravità, l'armamento della bomba con i suoi 60 kg di 235U (uranio 235), vennero studiati nei minimi particolari e tutto si svolse così come era stato stabilito a tavolino.

Circa un'ora prima del bombardamento, la rete radar giapponese lanciò un allarme immediato, rilevando l'avvicinamento di un gran numero di velivoli americani diretti nella zona meridionale del Giappone. L'allarme venne diffuso anche attraverso trasmissioni radio in moltissime città nipponiche e fra queste anche Hiroshima. Gli aerei si avvicinarono alle coste dell'arcipelago giapponese a un'altezza molto elevata.

Poco prima delle 08:00, la stazione radar di Hiroshima stabilì che il numero di velivoli entrati nello spazio aereo giapponese era basso, probabilmente non più di tre, perciò l'allarme aereo venne ridimensionato (il comando militare giapponese infatti aveva deciso, per risparmiare il carburante, di non far alzare in volo i propri aerei per le formazioni aeree americane di piccole dimensioni). I tre aeroplani americani erano i bombardieri Enola Gay, The Great Artiste e un altro aereo, in seguito chiamato Necessary Evil, cioè "Male necessario" (l'unica funzione di questo aereo fu quello di documentare, attraverso una serie di fotografie, gli effetti dell'impiego dell'arma atomica).

Il normale allarme aereo non venne azionato, dato che veniva normalmente attivato solo all'approssimarsi dei bombardieri. Alle 08:14 e 45 secondi, l'Enola Gay sganciò "Little Boy" sul centro di Hiroshima, il sensore altimetrico era tarato per effettuare lo scoppio alla quota di 600 metri dal suolo, dopo 43 secondi di caduta libera. Immediatamente dopo lo sgancio, l'aereo fece una inversione di 178°, prendendo velocità con una picchiata di circa 500 metri e perdendo quota, allontanandosi alla massima velocità possibile data dai 4 motori a elica. L'esplosione si verificò a 580 m dal suolo, con uno scoppio equivalente a 13 chilotoni, uccidendo sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti e 51 i templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell'esplosione.



Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, che allora si trovava in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città e che portò aiuto ai sopravvissuti. Riguardo al bombardamento atomico egli scrisse:

« Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un'esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c'era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un'enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l'effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l'un l'altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l'unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L'esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell'aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l'uno all'altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore »

L'operatore di controllo di Tokyo della Società Radiotelevisiva Giapponese si rese conto che la stazione di Hiroshima non era più in onda; tentò di ristabilire il programma usando un'altra linea telefonica, ma anche questo tentativo fallì. Circa venti minuti più tardi il centro telegrafico ferroviario di Tokyo si accorse che la linea telegrafica principale aveva smesso di funzionare subito a nord di Hiroshima. Da alcune piccole fermate ferroviarie entro 10 miglia (16 km) dalla città giunsero notizie ufficiose e confuse di una terribile esplosione ad Hiroshima. Tutte queste notizie furono trasmesse ai quartier generali del Comando generale giapponese.

Le basi militari cercarono ripetutamente di mettersi in contatto con la Stazione di Controllo dell'Esercito di Hiroshima. L'assoluto silenzio da quella città sconcertò gli uomini dei quartier generali; sapevano che non c'era stata nessuna potente incursione nemica e che ad Hiroshima al momento non c'era nessun ragguardevole deposito di esplosivi. Un giovane ufficiale del Comando generale giapponese fu incaricato di volare immediatamente ad Hiroshima, atterrare, rilevare i danni e quindi tornare a Tokyo con informazioni attendibili per il comando. Nei quartier generali c'era la sensazione diffusa che non fosse accaduto nulla di serio, che si stesse esagerando la portata di un problema di dimensioni limitate.

L'ufficiale del comando andò all'aeroporto e decollò in direzione sud-ovest. Dopo circa tre ore di volo, quando mancavano ancora circa 100 miglia (160 km) ad Hiroshima, l'ufficiale e il suo copilota videro una grande nuvola di fumo provocata dalla bomba. Nel chiaro pomeriggio stavano bruciando le macerie di Hiroshima. Il loro aereo raggiunse presto la città, attorno alla quale volavano increduli. Una grande cicatrice sul terreno ancora ardente e coperta da una spessa nuvola di fumo era tutto ciò che era rimasto. Atterrarono a sud della città e l'ufficiale del comando, dopo aver comunicato con Tokyo, cominciò immediatamente ad organizzare le operazioni di soccorso.

Nella capitale nipponica, le prime informazioni di ciò che aveva realmente causato il disastro vennero dall'annuncio pubblico della Casa Bianca a Washington, sedici ore dopo l'attacco nucleare ad Hiroshima. L'avvelenamento da radiazione e le necrosi provocarono malattie e morti successive al bombardamento per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all'esplosione iniziale. Alla fine del 1945, ulteriori migliaia di persone morirono per via dell'avvelenamento da radiazioni, portando il totale di persone uccise ad Hiroshima nel 1945 a circa 200 000. Da allora molte migliaia di persone morirono per cause legate alle radiazioni: questa cifra include tutti coloro che si trovavano in città al momento dell'esplosione o che furono successivamente esposti al fallout ed erano morti prima di tale censimento.

Dopo il bombardamento di Hiroshima il Presidente Truman annunciò: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall'alto, come mai se ne sono viste su questa terra». L'8 agosto furono lanciati volantini e furono dati avvertimenti al Giappone da Radio Saipan (la zona di Nagasaki non ricevette volantini di avvertimento fino al 10 agosto, nonostante questa campagna informativa continuasse dall'inizio del mese).

Un minuto dopo la mezzanotte del 9 agosto, ora di Tokyo, l'Armata Rossa lanciò un'offensiva verso la Manciuria con oltre 1 500 000 uomini, 26 137 cannoni, 5 556 mezzi corazzati e 5 000 aeroplani. Quattro ore dopo il governo di Tokyo venne formalmente informato che l'Unione Sovietica aveva rotto il patto di neutralità e dichiarato guerra all'Impero giapponese secondo gli accordi intercorsi con gli alleati per aprire il nuovo fronte entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. Gli ufficiali anziani dell'Esercito Imperiale Giapponese inizialmente sottovalutarono la portata dell'attacco sovietico, ma ben presto decisero di imporre la legge marziale, di concerto con il Ministro della Guerra Anami, per arrestare chiunque avesse tentato di firmare una pace.

Il 7 agosto Yoshio Nishina (che sarebbe poi morto di cancro nel 1951) e altri fisici atomici furono mandati a Hiroshima a constatare i danni ed effettivamente testimoniarono che la città era stata distrutta dal bombardamento nucleare; tuttavia, l'esercito giapponese, tra cui l'ammiraglio Soemu Toyoda, stimò che non più di una o due bombe supplementari potevano essere sganciate, concludendo che dopo "ci sarebbe più distruzione, ma la guerra potrebbe andare avanti". La pianificazione per il secondo attacco venne stabilita dal colonnello Tibbets, in qualità di comandante del 509º Gruppo bombardieri di base a Tinian: inizialmente previsto per l'11 agosto contro Kokura, l'attacco venne anticipato di due giorni per le pessime condizioni meteorologiche previste dopo il 10 agosto.

La città di Nagasaki era uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, di grande importanza bellica a causa delle sue diversificate attività industriali, che spaziavano nella produzione di munizioni, navi, equipaggiamenti militari e altri materiali bellici. Contrariamente alla Nagasaki moderna, all'epoca la gran parte delle abitazioni era costruita con una struttura in legno, o addirittura interamente in legno, e con i tetti in mattonelle.

Molte delle piccole industrie e dei vari stabilimenti ospitavano nelle vicinanze alloggi in legno per gli operai, quindi facilmente infiammabili, e ovviamente non in grado di sostenere l'esplosione di bombe, men che meno nucleari. La città inoltre si era sviluppata senza piano regolatore, come consuetudine del modello urbano nipponico, cosicché le case molto spesso erano adiacenti ai fabbricati industriali.

Fino allo sgancio della bomba atomica Nagasaki non era mai stata sottoposta a bombardamenti su larga scala, anche se il 1º agosto 1945 un certo numero di bombe ad alto potenziale era stato sganciato sulla città - più precisamente sui cantieri navali e sul porto, nella parte meridionale - e sulla "Fabbrica d'Acciaio e d'Armi Mitsubishi", mentre sei bombe caddero sull'"Ospedale e Scuola medica di Nagasaki" e altre tre nelle sue immediate vicinanze. Anche se i danni procurati da questo bombardamento furono assai modesti, suscitò comunque la preoccupazione della popolazione, e molti decisero di abbandonare il paese per rifugiarsi in campagna, riducendo in tal modo il numero di abitanti presenti al momento dell'attacco nucleare.

Per ironia della sorte la città di Nagasaki era una delle più ostili al governo militare e al fascismo giapponese, sia per la tradizione socialista ancor viva malgrado le forti persecuzioni degli anni Trenta, sia perché ospitava la più grande e antica comunità cristiana (soprattutto cattolica) giapponese, tradizionalmente più ben disposta verso gli stranieri in generale e gli occidentali in particolare. A nord di Nagasaki erano inoltre presenti campi per prigionieri di guerra britannici, impegnati a lavorare nelle miniere a cielo aperto di carbone: alcune fonti parlano di otto prigionieri morti a seguito dello sgancio della bomba nucleare a Nagasaki.

La mattina del 9 agosto 1945 l'equipaggio del Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata "Fat Man", alla volta di Kokura, l'obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l'obiettivo, e dopo tre passaggi sopra la città, e ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l'aereo venne dirottato sull'obiettivo secondario, Nagasaki. Intorno alle 07:50 ora di Tokyo il silenzio sulla città giapponese venne squarciato dall'allarme aereo che durò fino alle 08:30. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalarono la presenza di solo due bombardieri, e il comando giapponese, ritenendo che si trattasse solo di aerei da ricognizione, non lanciò l'allarme.

Poco dopo, alle 11:00, l'osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò gli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell'Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all'Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell'immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari ma non furono consegnati al destinatario.

Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver iniziato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo, che era ancora una volta nascosto dalle nubi. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio dovuto alla mancanza di carburante con un'arma atomica a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l'obiettivo anche attraverso le nubi: così "Fat Man", che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 m d'altezza vicino a fabbriche d'armi; a quasi 4 km a nord-ovest da dove previsto: questo "sbaglio" salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella Valle di Urakami.

Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato. Secondo la maggior parte delle valutazioni, circa 40 000 dei 240 000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all'istante, e oltre 55 000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80 000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. Tra le persone presenti a Nagasaki il 9 agosto vi era anche un ristretto numero di sopravvissuti di Hiroshima.



Gli effetti e le conseguenze dell'esplosione non furono tutti subito chiari. Oltre alle macerie causate dalla forza d'urto dell'esplosione e dal fuoco divampato a causa del forte calore furono le radiazioni l'incognita principale.
A differenza delle altre bombe, quelle convenzionali, la bomba atomica emise grandi quantità di radiazioni che portarono gravi danni. Penetrando profondamente nel corpo umano, queste danneggiavano cellule, alterarono il sangue, diminuirono la funzione di generazione del sangue, danneggiarono i polmoni, fegato e altri organi. I danni da radiazioni variavano considerabilmente a seconda della lontananza dall'ipocentro o dalla presenza di alti corpi di riparo. Le radiazioni iniziali emesse entro il primo minuto furono letali fino alla distanza di un chilometro. La maggior parte delle persone in quell'area morirono in pochi giorni. Molti di coloro che sembravano rimasti indenni ebbero conseguenze di vario genere e morirono pochi giorni o mesi dopo.
L'esplosione lascio' radiazione residua nel suolo per un lungo periodo. Di conseguenza, molti di coloro che entrarono in città dopo l'esplosione alla ricerca di parenti o colleghi di lavoro, nonchè coloro che arrivarono per aiutare i superstiti, ebbero sintomi simili a quelli con esposizione diretta alle radiazioni. Molti di questi morirono.
Sintomi da radiazioni, onda d'urto e calore apparivano inesorabilmente subito dopo l'esplosione. Questi comprendevano, oltre alle lesioni esterne, vomito e perdita dell'appetito, insonnia, perdita dei capelli, vomito di sangue, sangue nelle urine, febbre, disordini mestruali, riduzione di leucociti e eritrociti. Non erano completamente nuove ma le lesioni esterne erano complesse e resistenza era debole a causa delle radiazioni e malnutrizione. Anche senza lesioni esterne, i sintomi da radiazioni sembravano essere fatali per molti. Disordini acuti scomparivano verso dicembre del 1945 e si pensava che gli effetti della bomba fossero svaniti. Gli effetti delle radiazioni erano invece ben lontane dall'essere svanite.  

Dopo l'esplosione feroci fiamme e turbolenze apparivano mentre la conflagrazione passava per la città.
Circa 20-30 minuti dopo l'esplosione pioggia comincio' a cadere nella parte nord-ovest della città. Nonostante il periodo estivo, la temperatura si abbasso' notevolmente durante questi momenti. Le grossi gocce di pioggia contenevano fango e polvere tirata su durante l'esplosione nonche' fuliggine provocata dalle fiamme. La "pioggia nera" era inoltre piena di radioattività causando la morte dei pesci nei fiumi. Molti di coloro che ne bevevano l'acqua finirono per avere problemi di diarrea per 3 mesi.
Gli effetti delle radiazioni andavano ben oltre ciò che poteva essere visto a occhio nudo subito dopo l'esplosione della bomba atomica. Conseguenze si susseguirono per decadi a venire e continuano a persistere ancora al giorno d'oggi.
All'inizio del 1946, le cicatrici di alcuni superstiti si innalzarono prendendo la forma di cordoncini chiamati cheloidi. Superstiti che al momento dell'esplosione si trovavano nell'utero nacquero con microlissencefalia con le conseguenti limitazioni mentali e fisiche. Intorno al 1950, il numero di casi legati alla leucemia levitarono sostanzialmente.
A partire dal 1955 tiroide, cancro al seno e ai polmoni incrementarono. Ancora al giorno d'oggi spiegazioni sugli effetti delle radiazioni sono inadeguate.
- Tra le ricerche sugli effetti delle radiazioni da notare lo sforzo compiuto dalla "Atomic Bomb Casualtry Commission" (ABCC). Il tutto nasce dal ricondurre test nucleari da parte degli Stati Uniti a partire da luglio 1946 nel atollo di Bikini. Lo stesso anno, a novembre, il presidente Truman ordina maggiori sforzi di ricerca per determinare effetti a lungo termine delle armi nucleari su esseri umani. Fu nel gennaio del 1947 che il "Concilio di Ricerca Nazionale" sotto contratto del "US Atomic Energy Commission" fondo' la ABCC (Genbaku-Shogai I-inkai) per studiare cancri, durata della vita ridotte, sviluppo anomalo, mutazioni genetiche, sterilita', pigmentazione anomala e altre conseguenze della bomba. Il generale Sams del quartier generale di SCAP (Capo Supremo delle Forze Alleate) era a stretto contatto con le attivita' di ABCC. Sotto la sua direzione, la commissione costrui laboratori di ricerca a Hiroshima (gennaio 1948) e Nagasaki (luglio 1948). Anche la citta' di Kure, vicino a Hiroshima che si era salvata dalla bomba atomica, fu scelta come base di ricerca e sperimentazione. Ricercatori americani di ABCC furono affidati a PH&W (Public Health and Welfare - sezione di assistenza sociale e di sanità pubblica). Sotto insistenza del generale Sams l'istituto di sanita' nazionale (National Institute of Health) formo' una controparte giapponese per collaborare con il gruppo americano e nell'agosto del 1948 NIH creo' il "Atomic Bomb Effects Research Institute" con centri a Hiroshima, Nagasaki e Kure. i direttori di ABCC erano americani ma i loro delegati erano giapponesi e gli appartenenti allo staff giapponese era otto volte superiore a quello americano. Il motivo per cui il generale Sams cercava cooperazione da NIH era di scoraggiare ricerche parallele indipendenti da parte dei giapponesi e di assicurarsi inoltre delle risorse del ministero al benessere, in modo particolare alla collezione di statistiche e analisi.
Gia' dall'inizio pero' gli sforzi bilaterali erano a favore di una parte soltanto. I ritrovamenti di ricerca sugli effetti delle radiazioni furono classificati come "Atomic secrets" e gli scienziati americani ritivavano dati sensibili e altre informazioni non solo dai colleghi giapponesi ma incredibilmente anche dagli americani stessi. Il dottor James Yamazaki che lavoro' per ABCC (laboratorio di Nagasaki) dal 1949 al '51 affermo' piu' tardi che gli furono nascoste le ricerche fatte prima. ABCC sequestrava rapporti sulle autopsie, esemplari di organi e altri dati biologici ricavati dai giapponesi per poi spedirli a Washington per ulteriori analisi. Scienziati giapponesi non potevano pubblicare o discutere pubblicamente i loro ritrovamenti fino quasi alla fine dell'occupazione. SCAP soppresse questo materiale addirittura dopo che questo fu declassificato e distribuito negli Stati Uniti. Le ripercussioni che tutto questo ebbe fu che maggiore conoscenza fu limitata a discapito dello sviluppo medico a beneficio dei hibakusha (termine usato per identificare i superstiti della bomba atomica).
Ironicamente pero', a causa di questa atmosfera di assoluta segretezza da parte di ABCC, i risultati ottenuti durante l'occupazione furono seguentemente ritenuti scientificamente non affidabili.
Nel 1955, la commissione fu ristrutturata ma continuo' nelle ricerche fino al 1975 quando fu riorganizzata come gruppo privato, Fondazione di Ricerca per gli Effetti delle Radiazioni (Radiation Effects Research Foundation).
ABCC non riusci a realizzare le proprie mete in parte a causa della poca fiducia e poca volonta' che le proprie attivita' generavano. I metodi autoritari creavano particolare antipatia. Personale di ABCC giravano in Jeep militari con un'aura di autorita' prelevando genitori e i loro bambini dalle proprie case per trasferirli alle stazioni di ricerca. Quì ai hibakusha fu' chiesto di spogliarsi e di mettersi su tavoli per esaminazione. Da non dimenticare a questo punto che non si trattava di servizi medici o di aiuto per i superstiti. Bruciature, ferite, cicatrici e altri danni furono fotografati, filmati e misurati. I medici di ABCC prelevarono campioni di sangue, sperma e fecero biopsie. Le esaminazioni spesso continuavano per tutto il giorno ma nessuna retribuzione fu riconosciuta. Quando un hibakusha moriva, personale di ABCC, notificato dal governo locale, chiedeva permesso per compiere autopsie. Nella citta' di Kure la gente non affetta da conseguenze della bomba atomica era comunque soggetta agli stessi abusi per verificare scientificamente i risultati ottenuti a Hiroshima.
I ricercatori erano particolarmente interessati all'impatto della bomba atomica sul apparato riproduttivo umano, sterilita' e danni genetici. Giovani bambini e donne, specialmente se in stato interessante, erano i casi a cui si dava maggiore attenzione. Tra il 1948 e il '52, gli scienziati analizzarono a scopo statistico oltre 70.000 donne. Ostetriche ricevevano un pagamento governativo che variava dai 20 ai 50 Yen per ogni caso di gravidanza che riportavano e seguivano. Circa 73.000 individui furono esaminati per danni genetici.
Tokyo ordino' il governo municipale di assistere ABCC e ufficiali locali chiedevano ai hibakusha di cooperare per "il bene della società". In alcuni casi coloro che si rifiutarono furono minacciati di essere portati davanti al tribunale militare. Ne' le autorita' e ne' i soggetti venivano informati sul motivo degli esperimenti. Questo non era solo a causa del "atomic secrets" ma anche perche'  tale rilevazione avrebbe potuto compromettere le ambizioni di carriera dei vari scienziati.
ABCC veniva largamente accusato di non prestare aiuto medico. La sua missione era di condurre esclusivamente ricerche scientifiche per motivi militari e non umanitari. Agli scienziati furono dati ordini espliciti di non dare assistenza medica alla gente che esaminava. Questa era una decisione politica presa a Washington dove si temeva che aiutare le vittime della bomba sarebbe stata un'ammissione implicida di colpevolezza degli Stati Uniti. Di fatto, pero', i medici americani e giapponesi disobbedivano spesso agli ordini e prestavano delle cure. Hibakusha che si presentavano ai centri si ABCC per chiedere aiuto venivano mandati via. La mancanza di assistenza accresceva la sensazione di vittimitizzazione da parte dei superstiti che oltre ai danni subiti dalla bomba atomica si sentivano usati come cavie da esperimento.
Nessun sistema di supporto medico per i sopravissuti di Hiroshima e Nagasaki esisteva durante il periodo di occupazione. All'inizio vi furono due mesi di assistenza gratuita per le vittime garantita da una legge del 1942 che espiro' a ottobre. Un programma di cura medica sovvenzionata per hibakusha fu istituito solo nel 1957 e anche qui le vittime coreane erano escluse in quanto adesso erano considerati stranieri.
Da notare comunque che il governo trovo' Hiroshima e Nagasaki utile in due sensi. il bombardamento permetteva di dipingere il Paese come una vittima nucleare portando l'attenzione pubblica lontana dall' aggressione giapponese in Asia e dirigendola invece verso la propria sofferenza che non aveva precedenti. Allo stesso tempo, la distruzione delle due citta' permetteva a ufficiali governativi di cooperare con gli americani nell'acquisizione di conoscenze vitali su effetti fisici e medici delle armi atomiche.
L'autore di "Hiroshima and Nagasaki" del 1995, Sasamoto Yukuo sostiene che il governo sfrutto' i hibakusha per guadagnare la fiducia dell'unica forza nucleare mondiale. Nel non riuscire a fornire ufficialmente assistenza medica alle vittime e ignorando la difficile situazione delle vittime coreane, il governo giapponese assieme ai giapponesi, hanno contribuito loro stessi all'evolversi della tragedia di Hiroshima e Nagasaki.
Una tragedia nata da un bombardamento su civili, un bombardamento che al giorno d'oggi sarebbe considerato un crimine di guerra. A tal proposito il ricercatore Hitoshi Nagai tende a sollevare l'ipotesi di una tendenza da parte del governo giapponese a non sollevare la questione sull'eventuale crimine di guerra nel lanciare le bombe atomiche in cambio di aver sminuiti i propri crimini. A tal proposito cita un testo scritto ad un reporter della Associated Press dall'allora primo ministro Principe Naruhiko Higashikuni che diceva: "People of America, won’t you forget Pearl Harbor? We Japanese people will forget the picture of devastation wrought by the atomic bomb.” Questo messaggio fu' riportato negli Stati Uniti il 15 settembre 1945 e in Giappone il giorno successivo. L'illegalita' delle bombe atomiche sembrava essere una buona carta per il Giappone e i suoi leader. Grande importanza veniva data alla questione dal governo, specialmente quando si inizio' a parlare di un'eventuale responsabilita' dell'imperatore. Di fatto poi non si e' mai verificato che una fonte ufficiale del governo giapponese asserisse i bombardamenti atomici come violazione delle leggi internazionali.
Inoltre c'era il tribunale di Tokyo per i crimini di guerra che era l'ultimo a voler avere una difesa giapponese incentrata sull'eventuale illegalita' dell'uso di armi atomiche.
- A peggiorare ulteriormente la situazione delle vittime della bomba atomica era l'emarginazione a cui erano sottoposte. Nonostante la tradizione buddhista sul prendersi cura dei piu' deboli, l'umilta' confuciana e le reciproche obbligazioni tra socialmente superiori e inferiori e nonostante le banalita' imperiali secondo cui tutti i giapponesi erano "una famiglia" sotto l'imperatore, il Giappone era un luogo duro e inospitale per ognuno che non rientri nell'adeguata categoria sociale. Non vi erano grosse tradizioni di responsabilita' per sconosciuti o tolleranza verso coloro che soffrivano e hanno avuto sfortuna. Questo e' senza dubbio vero, per certi versi, per tutte le culture e societa', ma era specialmente un fenomeno cospicuo in Giappone alla fine della guerra quando nuove categorie di emarginati sentivano la morsa della stigmatizzazione. Tra questi non si includevano solamente le vittime di Hiroshima e Nagasaki (e le loro radiazioni) ma anche orfani, vedove (specialmente se povere) e senzatetto, ex-soldati o qualunque altra persona abbandonata che vagava in zone pubbliche come ad esempio a Tokyo le zone della stazione di Ueno.
- Tra tutte le vittime di Hiroshima, colei che forse piu' di tutte vengono ricordate e' Sadako Sasaki. Un po' per la giovane eta' al momento dell'esplosione, un po' per la sua forza di sopravvivere e sicuramente perche' racchiude una gran parte dei sentimenti che legano tra di loro tutti i superstiti. Simbolo di fiducia e modello da seguire oggi e' ricordata al parco della pace di Hiroshima con un monumento a suo nome dove ogni anno centinaia di studenti portano i loro omaggi in gru piegate nella carta con la tecnica dell'origami.

Trovandosi a 1,7 km. dall'esplosione e all'eta' di 2 anni rimase illesa. Cresceva diventando una ragazza energica che durante le giornate dedicate allo sport partecipava alle gare di corsa.
Nell'autunno del 1954 si ammalo' e il seguente febbraio fu ricoverata all'ospedale con leucemia.
Conoscendo la leggenda delle 1000 gru che, se piegate con la carta, possono aiutarla per combattere la malattia, incomincio' nel duro lavoro. A nulla e' valso e il 25 ottobre dello stesso anno mori alla tenera eta' di 12 anni.
I compagni di classe si mossero per raccogliere i fondi per un monumento alla pace. Un posto dove la gente possa pregare per i numerosi bambini come Sadako che morirono a causa dell'esplosione atomica.
Donazioni da varie fonti fecero in modo che il monumento fu completato il 5 maggio del 1958.



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