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martedì 4 agosto 2015

PER NON DIMENTICARE......HIROSHIMA 70 ANNI DOPO....

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70 anni fa la guerra distrusse Hiroshima e Nagasaki in un solo secondo nemmeno il tempo per un saluto...vite finite e ferite che difficilmente il tempo rimarginerà. Ricordiamo quei momenti drammatici con la speranza che non ci siano più fatti così pesanti. Un mare luminoso di speranze e commemorazione.

Nel 1945 Hiroshima era una città di grande importanza militare e industriale, e nei suoi pressi erano presenti alcune basi militari, come il quartier generale della Quinta Divisione e quello del Maresciallo Shunroku Hata, secondo quartier generale dell'esercito a cui faceva capo l'intero sistema difensivo del Giappone meridionale. Hiroshima era una base minore, dedita al rifornimento e all'appoggio per le forze armate. La città era soprattutto un centro per le comunicazioni, per lo stoccaggio delle merci e un punto di smistamento delle truppe: per questo fu deliberatamente tenuta fuori dalle rotte dei bombardieri, proprio per permettere lo studio degli effetti di una bomba atomica in un ambiente ideale.

La priorità per lo sgancio della bomba fu infine data proprio a Hiroshima dopo la segnalazione che essa era l'unico tra gli obiettivi che non avesse al suo interno e nei dintorni campi per i prigionieri di guerra. Il centro della città ospitava una grande quantità di edifici di cemento armato e alcune strutture più leggere. In periferia l'area era congestionata da una miriade di piccole strutture di legno, usate come locali da lavoro, posizionate tra una casa e l'altra. Alcuni stabilimenti industriali si estendevano non lontano dal limite periferico della città. Le case erano di legno, con soffitti leggeri, e molti edifici industriali avevano a loro volta pareti a incastro di legno.

La città nella sua interezza era potenzialmente ad altissimo rischio d'incendio. La popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di 381 000 unità prima della guerra, ma prima del bombardamento atomico la popolazione era rapidamente diminuita a causa di un'evacuazione generale ordinata dal governo giapponese, tanto che il 6 agosto si contavano circa 255 000 abitanti. Si calcola questa cifra sulla base dei dati mantenuti per l'approvvigionamento della popolazione (che era razionato) e le stime sugli operai e sui soldati presenti in città al momento del bombardamento sono, di fatto, molto poco accurate.

La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell'attacco il tempo era variabile. Per la scelta fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione del tempo sopra le città scelte per lo sgancio. Quando gli altri B-29 stavano già volando ricevettero l'ok per bombardare Hiroshima. Tutti i dettagli, la pianificazione precisa, della tabella di volo, la bomba a gravità, l'armamento della bomba con i suoi 60 kg di 235U (uranio 235), vennero studiati nei minimi particolari e tutto si svolse così come era stato stabilito a tavolino.

Circa un'ora prima del bombardamento, la rete radar giapponese lanciò un allarme immediato, rilevando l'avvicinamento di un gran numero di velivoli americani diretti nella zona meridionale del Giappone. L'allarme venne diffuso anche attraverso trasmissioni radio in moltissime città nipponiche e fra queste anche Hiroshima. Gli aerei si avvicinarono alle coste dell'arcipelago giapponese a un'altezza molto elevata.

Poco prima delle 08:00, la stazione radar di Hiroshima stabilì che il numero di velivoli entrati nello spazio aereo giapponese era basso, probabilmente non più di tre, perciò l'allarme aereo venne ridimensionato (il comando militare giapponese infatti aveva deciso, per risparmiare il carburante, di non far alzare in volo i propri aerei per le formazioni aeree americane di piccole dimensioni). I tre aeroplani americani erano i bombardieri Enola Gay, The Great Artiste e un altro aereo, in seguito chiamato Necessary Evil, cioè "Male necessario" (l'unica funzione di questo aereo fu quello di documentare, attraverso una serie di fotografie, gli effetti dell'impiego dell'arma atomica).

Il normale allarme aereo non venne azionato, dato che veniva normalmente attivato solo all'approssimarsi dei bombardieri. Alle 08:14 e 45 secondi, l'Enola Gay sganciò "Little Boy" sul centro di Hiroshima, il sensore altimetrico era tarato per effettuare lo scoppio alla quota di 600 metri dal suolo, dopo 43 secondi di caduta libera. Immediatamente dopo lo sgancio, l'aereo fece una inversione di 178°, prendendo velocità con una picchiata di circa 500 metri e perdendo quota, allontanandosi alla massima velocità possibile data dai 4 motori a elica. L'esplosione si verificò a 580 m dal suolo, con uno scoppio equivalente a 13 chilotoni, uccidendo sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti e 51 i templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell'esplosione.



Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, che allora si trovava in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città e che portò aiuto ai sopravvissuti. Riguardo al bombardamento atomico egli scrisse:

« Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un'esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c'era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un'enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l'effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l'un l'altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l'unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L'esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell'aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l'uno all'altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore »

L'operatore di controllo di Tokyo della Società Radiotelevisiva Giapponese si rese conto che la stazione di Hiroshima non era più in onda; tentò di ristabilire il programma usando un'altra linea telefonica, ma anche questo tentativo fallì. Circa venti minuti più tardi il centro telegrafico ferroviario di Tokyo si accorse che la linea telegrafica principale aveva smesso di funzionare subito a nord di Hiroshima. Da alcune piccole fermate ferroviarie entro 10 miglia (16 km) dalla città giunsero notizie ufficiose e confuse di una terribile esplosione ad Hiroshima. Tutte queste notizie furono trasmesse ai quartier generali del Comando generale giapponese.

Le basi militari cercarono ripetutamente di mettersi in contatto con la Stazione di Controllo dell'Esercito di Hiroshima. L'assoluto silenzio da quella città sconcertò gli uomini dei quartier generali; sapevano che non c'era stata nessuna potente incursione nemica e che ad Hiroshima al momento non c'era nessun ragguardevole deposito di esplosivi. Un giovane ufficiale del Comando generale giapponese fu incaricato di volare immediatamente ad Hiroshima, atterrare, rilevare i danni e quindi tornare a Tokyo con informazioni attendibili per il comando. Nei quartier generali c'era la sensazione diffusa che non fosse accaduto nulla di serio, che si stesse esagerando la portata di un problema di dimensioni limitate.

L'ufficiale del comando andò all'aeroporto e decollò in direzione sud-ovest. Dopo circa tre ore di volo, quando mancavano ancora circa 100 miglia (160 km) ad Hiroshima, l'ufficiale e il suo copilota videro una grande nuvola di fumo provocata dalla bomba. Nel chiaro pomeriggio stavano bruciando le macerie di Hiroshima. Il loro aereo raggiunse presto la città, attorno alla quale volavano increduli. Una grande cicatrice sul terreno ancora ardente e coperta da una spessa nuvola di fumo era tutto ciò che era rimasto. Atterrarono a sud della città e l'ufficiale del comando, dopo aver comunicato con Tokyo, cominciò immediatamente ad organizzare le operazioni di soccorso.

Nella capitale nipponica, le prime informazioni di ciò che aveva realmente causato il disastro vennero dall'annuncio pubblico della Casa Bianca a Washington, sedici ore dopo l'attacco nucleare ad Hiroshima. L'avvelenamento da radiazione e le necrosi provocarono malattie e morti successive al bombardamento per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all'esplosione iniziale. Alla fine del 1945, ulteriori migliaia di persone morirono per via dell'avvelenamento da radiazioni, portando il totale di persone uccise ad Hiroshima nel 1945 a circa 200 000. Da allora molte migliaia di persone morirono per cause legate alle radiazioni: questa cifra include tutti coloro che si trovavano in città al momento dell'esplosione o che furono successivamente esposti al fallout ed erano morti prima di tale censimento.

Dopo il bombardamento di Hiroshima il Presidente Truman annunciò: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall'alto, come mai se ne sono viste su questa terra». L'8 agosto furono lanciati volantini e furono dati avvertimenti al Giappone da Radio Saipan (la zona di Nagasaki non ricevette volantini di avvertimento fino al 10 agosto, nonostante questa campagna informativa continuasse dall'inizio del mese).

Un minuto dopo la mezzanotte del 9 agosto, ora di Tokyo, l'Armata Rossa lanciò un'offensiva verso la Manciuria con oltre 1 500 000 uomini, 26 137 cannoni, 5 556 mezzi corazzati e 5 000 aeroplani. Quattro ore dopo il governo di Tokyo venne formalmente informato che l'Unione Sovietica aveva rotto il patto di neutralità e dichiarato guerra all'Impero giapponese secondo gli accordi intercorsi con gli alleati per aprire il nuovo fronte entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. Gli ufficiali anziani dell'Esercito Imperiale Giapponese inizialmente sottovalutarono la portata dell'attacco sovietico, ma ben presto decisero di imporre la legge marziale, di concerto con il Ministro della Guerra Anami, per arrestare chiunque avesse tentato di firmare una pace.

Il 7 agosto Yoshio Nishina (che sarebbe poi morto di cancro nel 1951) e altri fisici atomici furono mandati a Hiroshima a constatare i danni ed effettivamente testimoniarono che la città era stata distrutta dal bombardamento nucleare; tuttavia, l'esercito giapponese, tra cui l'ammiraglio Soemu Toyoda, stimò che non più di una o due bombe supplementari potevano essere sganciate, concludendo che dopo "ci sarebbe più distruzione, ma la guerra potrebbe andare avanti". La pianificazione per il secondo attacco venne stabilita dal colonnello Tibbets, in qualità di comandante del 509º Gruppo bombardieri di base a Tinian: inizialmente previsto per l'11 agosto contro Kokura, l'attacco venne anticipato di due giorni per le pessime condizioni meteorologiche previste dopo il 10 agosto.

La città di Nagasaki era uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, di grande importanza bellica a causa delle sue diversificate attività industriali, che spaziavano nella produzione di munizioni, navi, equipaggiamenti militari e altri materiali bellici. Contrariamente alla Nagasaki moderna, all'epoca la gran parte delle abitazioni era costruita con una struttura in legno, o addirittura interamente in legno, e con i tetti in mattonelle.

Molte delle piccole industrie e dei vari stabilimenti ospitavano nelle vicinanze alloggi in legno per gli operai, quindi facilmente infiammabili, e ovviamente non in grado di sostenere l'esplosione di bombe, men che meno nucleari. La città inoltre si era sviluppata senza piano regolatore, come consuetudine del modello urbano nipponico, cosicché le case molto spesso erano adiacenti ai fabbricati industriali.

Fino allo sgancio della bomba atomica Nagasaki non era mai stata sottoposta a bombardamenti su larga scala, anche se il 1º agosto 1945 un certo numero di bombe ad alto potenziale era stato sganciato sulla città - più precisamente sui cantieri navali e sul porto, nella parte meridionale - e sulla "Fabbrica d'Acciaio e d'Armi Mitsubishi", mentre sei bombe caddero sull'"Ospedale e Scuola medica di Nagasaki" e altre tre nelle sue immediate vicinanze. Anche se i danni procurati da questo bombardamento furono assai modesti, suscitò comunque la preoccupazione della popolazione, e molti decisero di abbandonare il paese per rifugiarsi in campagna, riducendo in tal modo il numero di abitanti presenti al momento dell'attacco nucleare.

Per ironia della sorte la città di Nagasaki era una delle più ostili al governo militare e al fascismo giapponese, sia per la tradizione socialista ancor viva malgrado le forti persecuzioni degli anni Trenta, sia perché ospitava la più grande e antica comunità cristiana (soprattutto cattolica) giapponese, tradizionalmente più ben disposta verso gli stranieri in generale e gli occidentali in particolare. A nord di Nagasaki erano inoltre presenti campi per prigionieri di guerra britannici, impegnati a lavorare nelle miniere a cielo aperto di carbone: alcune fonti parlano di otto prigionieri morti a seguito dello sgancio della bomba nucleare a Nagasaki.

La mattina del 9 agosto 1945 l'equipaggio del Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata "Fat Man", alla volta di Kokura, l'obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l'obiettivo, e dopo tre passaggi sopra la città, e ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l'aereo venne dirottato sull'obiettivo secondario, Nagasaki. Intorno alle 07:50 ora di Tokyo il silenzio sulla città giapponese venne squarciato dall'allarme aereo che durò fino alle 08:30. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalarono la presenza di solo due bombardieri, e il comando giapponese, ritenendo che si trattasse solo di aerei da ricognizione, non lanciò l'allarme.

Poco dopo, alle 11:00, l'osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò gli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell'Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all'Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell'immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari ma non furono consegnati al destinatario.

Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver iniziato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo, che era ancora una volta nascosto dalle nubi. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio dovuto alla mancanza di carburante con un'arma atomica a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l'obiettivo anche attraverso le nubi: così "Fat Man", che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 m d'altezza vicino a fabbriche d'armi; a quasi 4 km a nord-ovest da dove previsto: questo "sbaglio" salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella Valle di Urakami.

Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato. Secondo la maggior parte delle valutazioni, circa 40 000 dei 240 000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all'istante, e oltre 55 000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80 000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. Tra le persone presenti a Nagasaki il 9 agosto vi era anche un ristretto numero di sopravvissuti di Hiroshima.



Gli effetti e le conseguenze dell'esplosione non furono tutti subito chiari. Oltre alle macerie causate dalla forza d'urto dell'esplosione e dal fuoco divampato a causa del forte calore furono le radiazioni l'incognita principale.
A differenza delle altre bombe, quelle convenzionali, la bomba atomica emise grandi quantità di radiazioni che portarono gravi danni. Penetrando profondamente nel corpo umano, queste danneggiavano cellule, alterarono il sangue, diminuirono la funzione di generazione del sangue, danneggiarono i polmoni, fegato e altri organi. I danni da radiazioni variavano considerabilmente a seconda della lontananza dall'ipocentro o dalla presenza di alti corpi di riparo. Le radiazioni iniziali emesse entro il primo minuto furono letali fino alla distanza di un chilometro. La maggior parte delle persone in quell'area morirono in pochi giorni. Molti di coloro che sembravano rimasti indenni ebbero conseguenze di vario genere e morirono pochi giorni o mesi dopo.
L'esplosione lascio' radiazione residua nel suolo per un lungo periodo. Di conseguenza, molti di coloro che entrarono in città dopo l'esplosione alla ricerca di parenti o colleghi di lavoro, nonchè coloro che arrivarono per aiutare i superstiti, ebbero sintomi simili a quelli con esposizione diretta alle radiazioni. Molti di questi morirono.
Sintomi da radiazioni, onda d'urto e calore apparivano inesorabilmente subito dopo l'esplosione. Questi comprendevano, oltre alle lesioni esterne, vomito e perdita dell'appetito, insonnia, perdita dei capelli, vomito di sangue, sangue nelle urine, febbre, disordini mestruali, riduzione di leucociti e eritrociti. Non erano completamente nuove ma le lesioni esterne erano complesse e resistenza era debole a causa delle radiazioni e malnutrizione. Anche senza lesioni esterne, i sintomi da radiazioni sembravano essere fatali per molti. Disordini acuti scomparivano verso dicembre del 1945 e si pensava che gli effetti della bomba fossero svaniti. Gli effetti delle radiazioni erano invece ben lontane dall'essere svanite.  

Dopo l'esplosione feroci fiamme e turbolenze apparivano mentre la conflagrazione passava per la città.
Circa 20-30 minuti dopo l'esplosione pioggia comincio' a cadere nella parte nord-ovest della città. Nonostante il periodo estivo, la temperatura si abbasso' notevolmente durante questi momenti. Le grossi gocce di pioggia contenevano fango e polvere tirata su durante l'esplosione nonche' fuliggine provocata dalle fiamme. La "pioggia nera" era inoltre piena di radioattività causando la morte dei pesci nei fiumi. Molti di coloro che ne bevevano l'acqua finirono per avere problemi di diarrea per 3 mesi.
Gli effetti delle radiazioni andavano ben oltre ciò che poteva essere visto a occhio nudo subito dopo l'esplosione della bomba atomica. Conseguenze si susseguirono per decadi a venire e continuano a persistere ancora al giorno d'oggi.
All'inizio del 1946, le cicatrici di alcuni superstiti si innalzarono prendendo la forma di cordoncini chiamati cheloidi. Superstiti che al momento dell'esplosione si trovavano nell'utero nacquero con microlissencefalia con le conseguenti limitazioni mentali e fisiche. Intorno al 1950, il numero di casi legati alla leucemia levitarono sostanzialmente.
A partire dal 1955 tiroide, cancro al seno e ai polmoni incrementarono. Ancora al giorno d'oggi spiegazioni sugli effetti delle radiazioni sono inadeguate.
- Tra le ricerche sugli effetti delle radiazioni da notare lo sforzo compiuto dalla "Atomic Bomb Casualtry Commission" (ABCC). Il tutto nasce dal ricondurre test nucleari da parte degli Stati Uniti a partire da luglio 1946 nel atollo di Bikini. Lo stesso anno, a novembre, il presidente Truman ordina maggiori sforzi di ricerca per determinare effetti a lungo termine delle armi nucleari su esseri umani. Fu nel gennaio del 1947 che il "Concilio di Ricerca Nazionale" sotto contratto del "US Atomic Energy Commission" fondo' la ABCC (Genbaku-Shogai I-inkai) per studiare cancri, durata della vita ridotte, sviluppo anomalo, mutazioni genetiche, sterilita', pigmentazione anomala e altre conseguenze della bomba. Il generale Sams del quartier generale di SCAP (Capo Supremo delle Forze Alleate) era a stretto contatto con le attivita' di ABCC. Sotto la sua direzione, la commissione costrui laboratori di ricerca a Hiroshima (gennaio 1948) e Nagasaki (luglio 1948). Anche la citta' di Kure, vicino a Hiroshima che si era salvata dalla bomba atomica, fu scelta come base di ricerca e sperimentazione. Ricercatori americani di ABCC furono affidati a PH&W (Public Health and Welfare - sezione di assistenza sociale e di sanità pubblica). Sotto insistenza del generale Sams l'istituto di sanita' nazionale (National Institute of Health) formo' una controparte giapponese per collaborare con il gruppo americano e nell'agosto del 1948 NIH creo' il "Atomic Bomb Effects Research Institute" con centri a Hiroshima, Nagasaki e Kure. i direttori di ABCC erano americani ma i loro delegati erano giapponesi e gli appartenenti allo staff giapponese era otto volte superiore a quello americano. Il motivo per cui il generale Sams cercava cooperazione da NIH era di scoraggiare ricerche parallele indipendenti da parte dei giapponesi e di assicurarsi inoltre delle risorse del ministero al benessere, in modo particolare alla collezione di statistiche e analisi.
Gia' dall'inizio pero' gli sforzi bilaterali erano a favore di una parte soltanto. I ritrovamenti di ricerca sugli effetti delle radiazioni furono classificati come "Atomic secrets" e gli scienziati americani ritivavano dati sensibili e altre informazioni non solo dai colleghi giapponesi ma incredibilmente anche dagli americani stessi. Il dottor James Yamazaki che lavoro' per ABCC (laboratorio di Nagasaki) dal 1949 al '51 affermo' piu' tardi che gli furono nascoste le ricerche fatte prima. ABCC sequestrava rapporti sulle autopsie, esemplari di organi e altri dati biologici ricavati dai giapponesi per poi spedirli a Washington per ulteriori analisi. Scienziati giapponesi non potevano pubblicare o discutere pubblicamente i loro ritrovamenti fino quasi alla fine dell'occupazione. SCAP soppresse questo materiale addirittura dopo che questo fu declassificato e distribuito negli Stati Uniti. Le ripercussioni che tutto questo ebbe fu che maggiore conoscenza fu limitata a discapito dello sviluppo medico a beneficio dei hibakusha (termine usato per identificare i superstiti della bomba atomica).
Ironicamente pero', a causa di questa atmosfera di assoluta segretezza da parte di ABCC, i risultati ottenuti durante l'occupazione furono seguentemente ritenuti scientificamente non affidabili.
Nel 1955, la commissione fu ristrutturata ma continuo' nelle ricerche fino al 1975 quando fu riorganizzata come gruppo privato, Fondazione di Ricerca per gli Effetti delle Radiazioni (Radiation Effects Research Foundation).
ABCC non riusci a realizzare le proprie mete in parte a causa della poca fiducia e poca volonta' che le proprie attivita' generavano. I metodi autoritari creavano particolare antipatia. Personale di ABCC giravano in Jeep militari con un'aura di autorita' prelevando genitori e i loro bambini dalle proprie case per trasferirli alle stazioni di ricerca. Quì ai hibakusha fu' chiesto di spogliarsi e di mettersi su tavoli per esaminazione. Da non dimenticare a questo punto che non si trattava di servizi medici o di aiuto per i superstiti. Bruciature, ferite, cicatrici e altri danni furono fotografati, filmati e misurati. I medici di ABCC prelevarono campioni di sangue, sperma e fecero biopsie. Le esaminazioni spesso continuavano per tutto il giorno ma nessuna retribuzione fu riconosciuta. Quando un hibakusha moriva, personale di ABCC, notificato dal governo locale, chiedeva permesso per compiere autopsie. Nella citta' di Kure la gente non affetta da conseguenze della bomba atomica era comunque soggetta agli stessi abusi per verificare scientificamente i risultati ottenuti a Hiroshima.
I ricercatori erano particolarmente interessati all'impatto della bomba atomica sul apparato riproduttivo umano, sterilita' e danni genetici. Giovani bambini e donne, specialmente se in stato interessante, erano i casi a cui si dava maggiore attenzione. Tra il 1948 e il '52, gli scienziati analizzarono a scopo statistico oltre 70.000 donne. Ostetriche ricevevano un pagamento governativo che variava dai 20 ai 50 Yen per ogni caso di gravidanza che riportavano e seguivano. Circa 73.000 individui furono esaminati per danni genetici.
Tokyo ordino' il governo municipale di assistere ABCC e ufficiali locali chiedevano ai hibakusha di cooperare per "il bene della società". In alcuni casi coloro che si rifiutarono furono minacciati di essere portati davanti al tribunale militare. Ne' le autorita' e ne' i soggetti venivano informati sul motivo degli esperimenti. Questo non era solo a causa del "atomic secrets" ma anche perche'  tale rilevazione avrebbe potuto compromettere le ambizioni di carriera dei vari scienziati.
ABCC veniva largamente accusato di non prestare aiuto medico. La sua missione era di condurre esclusivamente ricerche scientifiche per motivi militari e non umanitari. Agli scienziati furono dati ordini espliciti di non dare assistenza medica alla gente che esaminava. Questa era una decisione politica presa a Washington dove si temeva che aiutare le vittime della bomba sarebbe stata un'ammissione implicida di colpevolezza degli Stati Uniti. Di fatto, pero', i medici americani e giapponesi disobbedivano spesso agli ordini e prestavano delle cure. Hibakusha che si presentavano ai centri si ABCC per chiedere aiuto venivano mandati via. La mancanza di assistenza accresceva la sensazione di vittimitizzazione da parte dei superstiti che oltre ai danni subiti dalla bomba atomica si sentivano usati come cavie da esperimento.
Nessun sistema di supporto medico per i sopravissuti di Hiroshima e Nagasaki esisteva durante il periodo di occupazione. All'inizio vi furono due mesi di assistenza gratuita per le vittime garantita da una legge del 1942 che espiro' a ottobre. Un programma di cura medica sovvenzionata per hibakusha fu istituito solo nel 1957 e anche qui le vittime coreane erano escluse in quanto adesso erano considerati stranieri.
Da notare comunque che il governo trovo' Hiroshima e Nagasaki utile in due sensi. il bombardamento permetteva di dipingere il Paese come una vittima nucleare portando l'attenzione pubblica lontana dall' aggressione giapponese in Asia e dirigendola invece verso la propria sofferenza che non aveva precedenti. Allo stesso tempo, la distruzione delle due citta' permetteva a ufficiali governativi di cooperare con gli americani nell'acquisizione di conoscenze vitali su effetti fisici e medici delle armi atomiche.
L'autore di "Hiroshima and Nagasaki" del 1995, Sasamoto Yukuo sostiene che il governo sfrutto' i hibakusha per guadagnare la fiducia dell'unica forza nucleare mondiale. Nel non riuscire a fornire ufficialmente assistenza medica alle vittime e ignorando la difficile situazione delle vittime coreane, il governo giapponese assieme ai giapponesi, hanno contribuito loro stessi all'evolversi della tragedia di Hiroshima e Nagasaki.
Una tragedia nata da un bombardamento su civili, un bombardamento che al giorno d'oggi sarebbe considerato un crimine di guerra. A tal proposito il ricercatore Hitoshi Nagai tende a sollevare l'ipotesi di una tendenza da parte del governo giapponese a non sollevare la questione sull'eventuale crimine di guerra nel lanciare le bombe atomiche in cambio di aver sminuiti i propri crimini. A tal proposito cita un testo scritto ad un reporter della Associated Press dall'allora primo ministro Principe Naruhiko Higashikuni che diceva: "People of America, won’t you forget Pearl Harbor? We Japanese people will forget the picture of devastation wrought by the atomic bomb.” Questo messaggio fu' riportato negli Stati Uniti il 15 settembre 1945 e in Giappone il giorno successivo. L'illegalita' delle bombe atomiche sembrava essere una buona carta per il Giappone e i suoi leader. Grande importanza veniva data alla questione dal governo, specialmente quando si inizio' a parlare di un'eventuale responsabilita' dell'imperatore. Di fatto poi non si e' mai verificato che una fonte ufficiale del governo giapponese asserisse i bombardamenti atomici come violazione delle leggi internazionali.
Inoltre c'era il tribunale di Tokyo per i crimini di guerra che era l'ultimo a voler avere una difesa giapponese incentrata sull'eventuale illegalita' dell'uso di armi atomiche.
- A peggiorare ulteriormente la situazione delle vittime della bomba atomica era l'emarginazione a cui erano sottoposte. Nonostante la tradizione buddhista sul prendersi cura dei piu' deboli, l'umilta' confuciana e le reciproche obbligazioni tra socialmente superiori e inferiori e nonostante le banalita' imperiali secondo cui tutti i giapponesi erano "una famiglia" sotto l'imperatore, il Giappone era un luogo duro e inospitale per ognuno che non rientri nell'adeguata categoria sociale. Non vi erano grosse tradizioni di responsabilita' per sconosciuti o tolleranza verso coloro che soffrivano e hanno avuto sfortuna. Questo e' senza dubbio vero, per certi versi, per tutte le culture e societa', ma era specialmente un fenomeno cospicuo in Giappone alla fine della guerra quando nuove categorie di emarginati sentivano la morsa della stigmatizzazione. Tra questi non si includevano solamente le vittime di Hiroshima e Nagasaki (e le loro radiazioni) ma anche orfani, vedove (specialmente se povere) e senzatetto, ex-soldati o qualunque altra persona abbandonata che vagava in zone pubbliche come ad esempio a Tokyo le zone della stazione di Ueno.
- Tra tutte le vittime di Hiroshima, colei che forse piu' di tutte vengono ricordate e' Sadako Sasaki. Un po' per la giovane eta' al momento dell'esplosione, un po' per la sua forza di sopravvivere e sicuramente perche' racchiude una gran parte dei sentimenti che legano tra di loro tutti i superstiti. Simbolo di fiducia e modello da seguire oggi e' ricordata al parco della pace di Hiroshima con un monumento a suo nome dove ogni anno centinaia di studenti portano i loro omaggi in gru piegate nella carta con la tecnica dell'origami.

Trovandosi a 1,7 km. dall'esplosione e all'eta' di 2 anni rimase illesa. Cresceva diventando una ragazza energica che durante le giornate dedicate allo sport partecipava alle gare di corsa.
Nell'autunno del 1954 si ammalo' e il seguente febbraio fu ricoverata all'ospedale con leucemia.
Conoscendo la leggenda delle 1000 gru che, se piegate con la carta, possono aiutarla per combattere la malattia, incomincio' nel duro lavoro. A nulla e' valso e il 25 ottobre dello stesso anno mori alla tenera eta' di 12 anni.
I compagni di classe si mossero per raccogliere i fondi per un monumento alla pace. Un posto dove la gente possa pregare per i numerosi bambini come Sadako che morirono a causa dell'esplosione atomica.
Donazioni da varie fonti fecero in modo che il monumento fu completato il 5 maggio del 1958.



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giovedì 2 aprile 2015

IL MUSEO NASTRO AZZURRO DI SALO'

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Il museo ha sede presso palazzo Fantoni. Appartiene all'associazione nazionale del Nastro Azzurro ed è nato nel 1934 per onorare i decorati al valor militare della prima guerra mondiale. Si è poi arricchito di armi, cimeli e stampe del periodo napoleonico e documenti relativi alla seconda guerra mondiale.

Tra i vari cimeli conserva, decorazioni e oggetti dell’ammiraglio Millo, del generale Papa, del generale Piazzoni e del Colonnello Bettoni e di molti decorati al valor militare, come la medaglia d’oro di Brescia, tenente Gnutti.
Il Museo del Nastro Azzurro è di proprietà della Federazione della Provincia di Brescia del Nastro Azzurro che lo gestisce. L’Istituto del Nastro Azzurro fra i decorati al Valor Militare raggruppa attorno a sé tutti i decorati di medaglia d’oro, d’argento e di bronzo, al valor militare.

L'Istituto del Nastro Azzurro ha un  Museo Storico, realizzato nel 1943 dal Cav. Luigi Ebranati, di Salò, Decorato al valor militare. La prima esposizione museale denominata Museo Sacrario di Guerra “Adolfo Battisti”, in quanto dedicato ad un decorato salodiano, aveva sede presso il Palazzo Municipale. Il 18 dicembre 1976, sempre per impulso di Ebranati, Presidente della Sezione di Salò dell’Istituto del Nastro Azzurro, venne istituita la Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro con atto notarile.
Lo scopo di questa istituzione era di far confluire in essa tutti i cimeli e la documentazione presenti nel museo Battisti e di far conoscere alla generazioni più giovani i sacrifici e le gesta dei Decorati al valor militare di tutte le guerre attraverso manifestazioni culturali e raccolta di documentazione. Nel 1980, rendendosi necessaria la disponibilità di tutti i locali della sede municipale, l’Amministrazione Comunale nella persona della Dott.ssa Annamaria Salvo De Paoli Ambrosi, Vice Sindaco della città ed in seguito per molti anni Direttrice del Museo, non volendo privare la cittadinanza di una realizzazione così importante che negli anni si era ulteriormente arricchita, riuscì a reperire una sede prestigiosa nel Palazzo Fantoni, vera e propria Casa della Cultura cittadina, in quanto ospita anche l’Ateneo di Salò, dotato di oltre 25 mila volumi con manoscritti duecenteschi, codici e incunaboli, nonché la biblioteca Civica e la Civica Raccolta del Disegno.

Il Museo, di proprietà della Sezione del Nastro Azzurro di Salò, fu da questa donato alla Federazione Provinciale di Brescia dell’Istituto e con Decreto del Presidente della Repubblica venne riconosciuto come Fondazione.
Unico del suo genere in Italia, raccoglie e documenta 200 anni di storia gloriosa del Soldato italiano, da quando cioè fu istituto da Vittorio Amedeo III di Sardegna, il “distintivo d’onore” per militari che avessero compiuto “azioni di segnalato valore in guerra”. Mediante Bandiere, Labari, Uniformi, Decorazioni, armi e documenti il Museo testimonia gli ideali, gli eroismi, i sacrifici e l’alto senso del dovere verso la Patria del Combattente italiano.
È articolato su quattro sale alle quale si accede attraverso un corridoio dove, in quattro grandi bacheche, sono custoditi i gonfaloni di Province e Comuni decorati al Valor Militare.
La prima sala abbraccia il periodo storico che inizia con l’epopea napoleonica e termina alla vigilia del primo conflitto mondiale. Tra i documenti più significativi vi è un manoscritto di Emilio Dandolo ed un libretto – diario del volontario garibaldino Giorgio Pirlo. Di particolare valore due uniforme garibaldine complete ed una teca contenente la prima bandiera innalzata ad Homs nel 1912 dal salodiano Giulio Fantoni. Sempre in quella teca, si trova il cappello, la sciarpa azzurro e il copri sciabola dell’Ammiraglio Enrico Millo, medaglia d’oro al valor militare. Al centro della sala, a ricordo delle prime guerre coloniali, sono esposte antiche armi abissine ed una casacca da parata.
Nella seconda sala, dedicata alla Prima Guerra Mondiale, le pareti sono ornate di numerose armi bianche e da fuoco italiane ed austriache, altre armi bianche (baionette – pugnali – mazze ferrate) sono conservate nelle bacheche. Manoscritti, stampe, decorazioni, copricapi, accessori di uniformi sono presenti nelle numerose vetrine e ricordano sia gli eroi più noti  a livello nazionaleCesare Battisti quali, Nazario Sauro, Enrico Toti, Gabriele D’Annunzio, sia altri particolarmente cari ai Bresciani: Giuditta Franzoni, Enea Guarnieri, Silvio Scaroni. Un’intera vetrina è dedicata al Generale Achille Papa, Medaglia d’Oro al Valor Militare caduto sul campo nel fronte isontino nel 1917. Una menzione particolare va riservata ad alcuni braccialetti realizzati dai fanti italiani nelle trincee del Carso utilizzando le corone dei proiettili delle artiglierie austriache raccolte sul campo. La terza sala comprende gli anni fra le due guerre mondiali e quindi il fascismo, la guerra d’Etiopia e quella civile spagnola. Di particolare rilievo sciarpe e cartoline dei battaglioni coloniali, un antico vangelo di religione copta in lingua araba, un antico corano in lingua tigrina manoscritto su pergamena. Nella parte riservata alla guerra civile spagnola da ricordare due drappelle in tessuto policromo appartenute al Generale Sandro Piazzoni, pluridecorato al Valor Militare nonché Presidente della Federazione Bresciana.
La quarta sala, dedicata alla Seconda Guerra Mondiale ed alla Guerra di Liberazione, è sicuramente la più ricca. Uniformi di Decorati al Valor Militare quali Serafino Gnutti, Marco Cicognini, Eugenio Bravi, accessori di uniformi, numerose decorazioni ed onorificenze conferite al già citato Generale Piazzoni. In una grande vetrina sono esposte le uniformi del Generale Ugo Montemurro, un suo ricordo, una forcella di bicicletta da bersagliere, con una piccola targa “L’ottavo Bersaglieri al suo colonnello, 1974”. Numerosi copricapi, un ricordo della carica del Savoia Cavalleria a Jsbuscensky guidata dal Colonnello Alessandro Bettoni, bresciano e Medaglia d’Argento al Valor Militare, la terra di El Alamein. Alle pareti sono appese sciabole, armi da fuoco, manifesti della Repubblica Sociale Italiana, del Comando Tedesco e del “Fronte Clandestino di Liberazione”. La bacheca riservata al periodo 1943 – 45, riporta copricapi, pubblicazioni, accessori di uniformi e giornali delle due parti.


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sabato 7 febbraio 2015

INFIBULAZIONE - Stop alle barbarie -





LA GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI.




Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono oltre 100 milioni nel mondo le donne e le ragazze che hanno subito la pratica delle mutilazioni dei genitali e circa 3 milioni ogni anno quelle a rischio.

L'infibulazione (dal latino fibula, spilla) è una mutilazione genitale femminile. Consiste nell'asportazione del clitoride (escissione del clitoride), delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
Ha origine esclusivamente culturale, e oggi è adottata e praticata soprattutto in molte società in Africa, nella penisola araba e nel sud-est asiatico.
Le origini delle mutilazioni femminili sono legate a tradizioni dell’antico Egitto (da qui il nome di infibulazione faraonica). Si calcola che in Egitto, nonostante la pratica sia vietata, ancora oggi tra l'85% e il 95% delle donne abbia subito l'infibulazione. La Somalia, dove la pratica è diffusa al 98%, è stata definita dall'antropologo de Villeneuve le pays des femmes cousues, il paese delle donne cucite.

L'infibulazione e l'escissione del clitoride non sono menzionate dal Corano: non è dunque richiesta dall'Islam alcuna forma di manipolazione dei genitali (tra cui l'infibulazione) che rechi danno fisico alla donna. Secondo diversi studiosi non è neppure considerato accettabile nell'Islam che sia limitato il piacere sessuale della donna. L'Islam ortodosso accetta la pratica meno invasiva della sola circoncisione del clitoride seguendo l'unica presunta prescrizione lasciata da Maometto e riportata nel libro degli Hadit.

Di qui il fatto che la giurisprudenza coranica ammette, fra le cause di divorzio, difetti fisici della sposa, come ad esempio una circoncisione mal riuscita.
Al contrario, il cosiddetto "padre" del Kenya moderno, Jomo Kenyatta, difese l'infibulazione come una pratica culturale importante.

Sebbene non sia in nessuna sua parte richiesta dal Corano, l'infibulazione è però una pratica che si può riscontrare in alcuni paesi, in tutto o in parte islamici (essenzialmente la parte meridionale dell'Egitto, Sudan, Somalia, Eritrea, Nigeria, Senegal, Guinea), dove viene consigliata come sistema ritenuto utile a mantenere intatta l'illibatezza della donna.

In Somalia, una donna non infibulata viene considerata impura; pertanto, non riesce a trovare marito e rischia l'allontanamento dalla società.

La scrittrice Ayaan Hirsi Ali, somala naturalizzata olandese, è una delle principali attiviste contro le mutilazioni femminili, nonché testimone di come questa pratica sia tipica della società somala: ella stessa fu infibulata all'età di cinque anni, assieme alla sorella di quattro.

Nel Cristianesimo, le mutilazioni, anche quelle autoinflitte, sono considerate un peccato contro la santità del corpo e sono quindi proibite. Ma - come per l'Islam - essendo l'infibulazione legata a culture antropologiche tribali precedenti la cristianizzazione, tale pratica si è conservata, soprattutto tra i copti (ortodossi e cattolici) del Corno d'Africa, in Eritrea e in Etiopia (qui ad eccezione della provincia nord-occidentale del Gojjam, dove tali pratiche non sono diffuse).

I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Le puerpere, le vedove e le donne divorziate sono sottoposte a reinfibulazione con lo scopo di ripristinare la situazione prematrimoniale di purezza. I rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. L'asportazione totale o parziale degli organi genitali femminili esterni è praticata con lo scopo di impedire alla donna di conoscere il piacere durante il rapporto sessuale e come forma di controllo del desiderio sessuale femminile.

Ulteriori danni si hanno al momento del parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatriziale e reso poco elastico a causa delle mutilazioni; in quel momento il feto non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei paesi in cui è praticata l'infibulazione, inoltre, è frequente la rottura dell'utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino.

Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7, il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne. Al codice penale è aggiunto l'articolo 583-bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre all'infibulazione, anche la clitoridectomia, l'escissione del clitoride o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

Allo stesso modo, chi, in assenza di esigenze terapeutiche, al fine di menomare le funzioni sessuali, provoca lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate al primo comma, da cui derivi una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre a sette anni.

Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all'estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia.

L'articolo 583-ter precisa inoltre che l'esercente la professione sanitaria resosi colpevole del fatto sottostà altresì alla pena accessoria dell'interdizione dall'esercizio della professione da tre a dieci anni, con comunicazione della sentenza di condanna all'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri.

Liliana Ocmin, Vicepresidente del comitato per le Pari Opportunità, ha affermato: «In Italia sono circa 40.000 le donne che hanno subito l'infibulazione». Secondo uno studio di Aldo Morrone e di Alessandra Sannella, in Italia le donne infibulate sarebbero invece circa 30-35 000 (ovvero il dato più alto presente in Europa) e ci sarebbero ogni anno circa 2.000 o 3.000 bambine immigrate a rischio. Tali infibulazioni verrebbero per lo più fatte a pagamento (senza anestesia) presso medici o anziani appartenenti alla propria comunità.

Una campagna per l'abbandono delle mutilazioni genitali femminili è stata lanciata negli anni novanta dalla leader politica Emma Bonino, che, a fianco dell'organizzazione Non C'è Pace Senza Giustizia (NPWJ), ha organizzato eventi, iniziative, conferenza e meeting su questo argomento con politici europei e africani.

Proprio per questo motivo, nel dicembre 2008, Non C'è Pace Senza Giustizia ha organizzato al Cairo una conferenza internazionale per l'abbandono delle mutilazioni genitali femminili, alla quale ha partecipato un centinaio di donne e uomini politici africani ed europei.

Nel 2010 è stata rilanciata da Emma Bonino, Radicali Italiani e Non c'è pace senza giustizia, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili. In tutto il mondo, grazie alla loro iniziativa, sono state raccolte firme per un appello di messa al bando di questa pratica da presentare all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il 20 dicembre 2012 l'assemblea generale dell'Onu ha adottato la risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili, depositata dal gruppo dei Paesi africani e in seguito sponsorizzata dai due terzi degli stati membri delle Nazioni Unite..

venerdì 6 febbraio 2015

LE FOIBE - Per non dimenticare -




Il giorno del ricordo.
Con la Legge 92 del 30 marzo 2004 in Italia è stato istituito nella giornata del 10 febbraio di ogni anno il "Giorno del ricordo", in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata.


Con l'espressione massacri delle foibe, o spesso solo foibe, si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati molti dei corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, "foibe".

Per estensione i termini "foibe" e il neologismo "infoibare" sono diventati sinonimi di uccisioni che in realtà furono in massima parte perpetrate in modo diverso: la maggioranza delle vittime morì nei campi di prigionia jugoslavi o durante la deportazione verso di essi.

Il fenomeno dei massacri delle foibe è da inquadrare storicamente nell'ambito della secolare disputa fra italiani e popoli slavi per il possesso delle terre dell'Adriatico orientale, nelle lotte intestine fra i diversi popoli che vivevano in quell'area e nelle grandi ondate epurative jugoslave del dopoguerra, che colpirono centinaia di migliaia di persone in un paese nel quale, con il crollo della dittatura fascista, andava imponendosi quella di stampo filo-sovietico, con mire sui territori di diversi paesi confinanti.
Gli eccidi delle foibe ed il successivo esodo costituiscono l'epilogo di una secolare lotta per il predominio sull'Adriatico orientale, che fu conteso da popolazioni slave (prevalentemente croate e slovene, ma anche serbe) e italiane. Tale lotta si inserisce all'interno di un fenomeno più ampio e che fu legato all'affermarsi degli stati nazionali in territori etnicamente misti.

Nonostante la ricerca scientifica abbia, fin dagli anni novanta del XX secolo, sufficientemente chiarito gli avvenimenti, la conoscenza dei fatti nella pubblica opinione permane distorta ed oggetto di confuse polemiche politiche, che ingigantiscono o sminuiscono i fatti a seconda della convenienza ideologica.

L'8 settembre 1943 con l'armistizio tra Italia e Alleati, si verifica il collasso del Regio Esercito. Fin dal 9 settembre le truppe tedesche assunsero il controllo di Trieste e successivamente di Pola e di Fiume, lasciando momentaneamente sguarnito il resto della Venezia Giulia. I partigiani occuparono quindi buona parte della regione, mantenendo le proprie posizioni per circa un mese. Il 13 settembre 1943, a Pisino venne proclamata unilateralmente l'annessione dell'Istria alla Croazia, da parte del Consiglio di liberazione popolare per l'Istria. Il 29 settembre 1943 venne istituito il Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell'Istria. Improvvisati tribunali, che rispondevano ai partigiani dei Comitati popolari di liberazione, emisero centinaia di condanne a morte. Le vittime furono non solo rappresentanti del regime fascista e dello Stato italiano, oppositori politici, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana e potenziali nemici del futuro Stato comunista jugoslavo che s'intendeva creare. A Rovigno il Comitato rivoluzionario compilò una lista contenente i nomi dei fascisti, nella quale tuttavia apparivano anche persone estranee al partito e che non ricoprivano cariche nello stato italiano. Vennero tutti arrestati e condotti a Pisino. In tale località furono condannati e giustiziati assieme ad altre persone di etnia italiana e croata. La maggioranza dei condannati fu scaraventata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni mentre erano ancora in vita. Secondo le stime più attendibili, le vittime del periodo settembre-ottobre 1943 nella Venezia Giulia, si aggirano sulle 400-600 persone. Alcune delle uccisioni sono rimaste impresse nella memoria comune dei cittadini per la loro efferatezza: tra queste sono Norma Cossetto, don Angelo Tarticchio, le tre sorelle Radecchi. Norma Cossetto ha ricevuto il riconoscimento della medaglia d'oro al valor civile.
Le prime ispezioni delle foibe istriane, che furono disposte immediatamente dopo il ripiegamento dei partigiani conseguente alla successiva invasione nazista, consentirono il rinvenimento di centinaia di corpi.

Il compito di ispezionare le foibe fu affidato al maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich di Pola, che condusse le indagini da ottobre a dicembre del 1943 in Istria.

La propaganda fascista diede ampio risalto a questi ritrovamenti, che suscitarono una forte impressione. Fu allora che il termine "foibe" cominciò ad essere associato agli eccidi, fino a diventarne sinonimo (anche quando compiuti in maniera diversa). Paradossalmente, l'enfasi data ai ritrovamenti da parte della Repubblica di Salò alimentò da un lato il clima di terrore che favorì il successivo esodo, dall'altro lato la reazione negazionista con cui le sinistre respinsero per molto tempo la fondatezza di un crimine denunciato per la prima volta dal nemico fascista.

Il 10 settembre, mentre Zara veniva presidiata dai tedeschi, a Spalato ed in altri centri dalmati entravano i partigiani jugoslavi. Vi rimasero sino al 26 settembre, sostenendo una battaglia difensiva per impedire la presa della città da parte dei tedeschi. Mentre si svolgevano quei 16 giorni di lotta, fra Spalato e Traù i partigiani soppressero 134 italiani, compresi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie carcerarie ed alcuni civili.

La Dalmazia fu occupata militarmente dai tedeschi, dalla 7. SS-Gebirgsdivision "Prinz Eugen". La 77ª divisione fanteria italiana Bergamo, di stanza a Spalato e precedentemente impegnata per anni proprio nella lotta antipartigiana, in quel frangente appoggiò in massima parte i partigiani e combatté in condizioni psicologiche e materiali difficilissime contro le truppe germaniche, fra le quali la sopra citata divisione Prinz Eugen, nonostante l'atteggiamento aggressivo e poco collaborativo dei partigiani titini. Dopo la capitolazione ordinata dal comandante, generale Becuzzi, molti ufficiali italiani furono passati per le armi ad opera di elementi delle truppe germaniche, in quello che è noto come il massacro di Treglia. La Dalmazia fu annessa allo Stato Indipendente di Croazia. Tuttavia Zara, restò - seppur sotto il controllo tedesco - sotto la sovranità della RSI, fino alla occupazione jugoslava dell'ottobre 1944

A seguito dell'armistizio di Cassibile i tedeschi lanciarono l'Operazione Nubifragio, con l'obbiettivo di assumere il controllo della Venezia Giulia, della provincia di Lubiana e dell'Istria.

L'offensiva ebbe inizio nella notte del 2 ottobre 1943 e portò all'annientamento della resistenza opposta da parte di nuclei partigiani, che furono decimati, catturati, costretti alla fuga o dispersi. I partigiani cercarono di ostacolare i tedeschi con imboscate, colpi di mano e agguati: questi reagirono colpendo la popolazione civile, anche di etnia italiana, con fucilazioni indiscriminate, violenze, incendi di villaggi e saccheggi.

Uno dei momenti più significativi sul territorio italiano fu la battaglia di Gorizia combattuta fra i giorni 11 e 26 settembre 1943 tra l'esercito tedesco e la Brigata Proletaria, un raggruppamento partigiano forte di circa 1500 uomini, costituito in massima parte da operai dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Monfalcone rafforzato da un consistente gruppo di partigiani sloveni.

L'Operazione Nubifragio si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno.

Gli occupatori germanici costituirono nell'area occupata la Zona d'operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland). Questa, pur essendo ufficialmente parte della R.S.I. era sottoposta all'amministrazione militare tedesca e di fatto, annessa al Terzo Reich.
Ludwig Kübler era il comandante militare della regione (il suo quartier generale si trovava a Spessa, presso Cormons), che si avvalse della collaborazione di reparti quali la Milizia Difesa Territoriale (il nuovo nome per la Guardia Nazionale Repubblicana nell'OZAK), la polizia di Pubblica Sicurezza (di cui fece parte la Banda Collotti), la Guardia Civica, due reparti regolari dell'esercito della RSI (Battaglione bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), la Xª Flottiglia MAS (dal novembre '44 al febbraio '45), le Brigate nere, i battaglioni italiani volontari di polizia, la polizia tedesca e vari reparti sloveni, croati, serbi e cosacco caucasici.

Dal settembre 1943 all'aprile 1945 si susseguirono le repressioni nazifasciste che portarono la provincia di Gorizia ad essere la prima in Italia per numero di morti nei campi di sterminio nazisti.
Terribile fu la sorte di Zara, ridotta in rovine dai bombardamenti aerei anglo-americani, che causarono la morte di alcune migliaia di civili (da 2 a 4.000) e contribuirono alla fuga di quasi il 75% dei suoi abitanti. Alla fine di ottobre 1944 anche l'esercito tedesco e la maggior parte dell'amministrazione civile italiana abbandonarono la città.

La città fu occupata dagli Jugoslavi il 1º novembre 1944: si stima che il totale delle persone soppresse dai partigiani in pochi mesi sia di circa 180. Fra gli altri furono uccisi i fratelli Nicolò e Pietro Luxardo (industriali, produttori del celebre liquore maraschino): secondo alcune testimonianze Nicolò fu annegato in mare. Quella dell'annegamento in mare legati a macigni è una pratica di cui sono state date varie testimonianze, tanto da divenire nell'immaginario popolare la "tipica" modalità di esecuzione delle vittime zaratine, similmente alle foibe in Venezia Giulia.

Nella primavera del 1945 gli jugoslavi crearono una nuova Armata – la IV, al comando del giovane generale Petar Drapšin – col compito di puntare verso Fiume, l'Istria e Trieste. L'ordine era di occupare la Venezia Giulia nel più breve tempo possibile, anticipando quindi gli alleati anglosassoni in quella che venne in seguito chiamata corsa per Trieste. Tale obiettivo divenne primario per l'Armata popolare di liberazione della Jugoslavia: il 20 aprile 1945 la IV armata jugoslava entrò nella Venezia Giulia e assieme alle unità del IX Korpus sloveno, ivi già operanti dal dicembre 1943, tra il 30 aprile ed il 1º maggio dilagò nel Carso e nell'Istria, occupando Trieste e Gorizia (1º maggio), Fiume (3 maggio) e Pola (5 maggio), all'incirca una settimana prima della stessa liberazione di Lubiana e Zagabria. Ciò corrispondeva alla volontà di Tito di creare il "fatto compiuto" sul terreno, determinante ai fini delle future trattative sulla delimitazione dei confini fra Italia e Jugoslavia, invadendo l'Italia nord-orientale fino al fiume Tagliamento, mentre la sovranità sulle capitali di Slovenia e Croazia non era in discussione. Allo stesso modo, gli jugoslavi entrarono in forze nella Carinzia austriaca, già oggetto di rivendicazioni al termine della Prima guerra mondiale.

Il nuovo regime si mosse nella Venezia Giulia in due direzioni. Le autorità militari avevano il mandato di ristabilire la legittimità della nuova situazione creatasi con operazioni militari di occupazione. L'OZNA, la polizia segreta jugoslava, invece, operava nella più totale autonomia. Il compito della stessa era quello di arrestare i componenti del CLN e delle altre organizzazioni antifasciste italiane nonché tutti coloro che avrebbero potuto opporsi alla futura annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, rivendicando l'appartenenza della stessa all'Italia.

Dopo la liberazione dall'occupazione tedesca, a partire dal maggio del 1945, nelle province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume il potere venne assunto dalle forze partigiane jugoslave; tale periodo fu funestato da arresti, sparizioni e uccisioni di centinaia di persone, alcune delle quali gettate nelle foibe ancora vive. A Gorizia, Trieste e Pola le violenze cessarono solamente dopo la sostituzione della amministrazione jugoslava con quella degli alleati, che avvenne il 12 giugno 1945 a Gorizia e Trieste, ed il 20 giugno a Pola; invece a Fiume, semplicemente, gli alleati non giunsero mai, e le persecuzioni continuarono imperterrite.
I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di Tito.

Di nuovo si verificarono uccisioni efferate, come quella dei democristiani Carlo Dell'Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e quindi assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato); ritenuto martire in odium fidei dalla Chiesa, è stato beatificato nel 2008.

Tra altri politici di riferimento del CLN, si segnalano i casi di Augusto Bergera e Luigi Podestà - che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo - e quelli del socialista Carlo Schiffrer e dell'azionista Michele Miani, che miracolosamente riescono ad aver salva la vita.

Gli scritti dell'allora sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe, non includendo dunque il resto della Giulia, dell'Istria (dove si è registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di queste informazioni il Governo De Gasperi nel maggio 1945 chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi nella Venezia Giulia. Tito confermò l'esistenza delle foibe come occultamento di cadaveri e i governi jugoslavi successivi mai smentirono.

Un controverso studio svolto dalla giornalista Claudia Cernigoi, stima 517 vittime triestine, di cui 412 apparterrebbero a formazioni militari, paramilitari o di polizia, poste al servizio delle autorità germaniche dell'OZAK (tra cui la Milizia Difesa Territoriale, l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, formazioni della X^ MAS, Brigate Nere, formazioni squadriste), e che una consistente parte di esse (almeno 79), non erano state infoibate ma decedute a Borovnica o in altri campi di prigionia militari jugoslavi
Con l'arrivo dell'Armata Popolare Jugoslava anche a Gorizia iniziarono le repressioni che toccarono l'apice fra il 2 e il 20 maggio. Migliaia furono gli arresti e gli scomparsi non solo tra gli italiani, ma anche tra gli sloveni che si opponevano al regime comunista di Tito.

Fra le vittime si ricordano alcuni esponenti politici locali di riferimento del CLN: Licurgo Olivi del Partito Socialista Italiano e Augusto Sverzutti del Partito d'Azione, che non si sa ancora quando fu ucciso e se il suo cadavere fu infoibato.

Le autorità slovene a marzo del 2006 hanno consegnato al sindaco di Gorizia un elenco di 1.048 deportati dalla provincia di Gorizia, dei quali circa 900 non hanno fatto più ritorno; di questi circa 470 appartenevano a forze di ordine pubblico e formazioni militari italiane postesi al servizio degli occupatori tedeschi, circa 250 erano civili giuliani, 70 civili originari di altre province italiane e circa 110 sloveni collaborazionisti o presunti tali. Secondo il presidente dell'Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, questa lista sarebbe ancora grandemente incompleta.

Fiume fu occupata il 3 maggio dagli jugoslavi che avviarono immediatamente un'intensa campagna di epurazione, formalmente giustificata con la scusante retorica della "persecuzione degli occupatori nazifascisti e dei loro sostenitori": tuttavia nel calderone degli "occupatori nazifascisti" oltre ai militari tedeschi e ai militari e funzionari italiani della RSI, vennero inseriti anche i reali o potenziali oppositori all'annessionismo jugoslavo e al costituendo regime comunista.

Gli agenti dell'OZNA deportarono 65 guardie di pubblica sicurezza e agenti della questura, 34 guardie di finanza e una decina di carabinieri; alcuni esponenti compromessi con il regime fascista furono invece uccisi sul posto. Tra gli esponenti più in vista del PNF furono uccisi i senatori fiumani Icilio Bacci e Riccardo Gigante (podestà di Fiume dal 1930 al 1934), che non si erano macchiati di crimini. Nell'ambito della caccia agli esponenti politici italiani vennero uccisi - fra gli altri - gli ex podestà Carlo Colussi (in carica dal 1934 al 1938, venne eliminato con la moglie Nerina Copetti) e Gino Sirola (podestà dal 1943 al 1945). In anni recenti vicino alla località di Castua è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante, ma risulta difficile il loro recupero.

Particolarmente violenta fu anche la caccia ai superstiti del Partito Autonomista Fiumano, particolarmente forte in città, che era visto come un potenziale ostacolo all'annessione della città alla Jugoslavia. Il quotidiano comunista La Voce del Popolo scatenò una violentissima campagna di denuncia contro gli autonomisti, che vennero equiparati ai fascisti. I partigiani uccisero nelle prime ore di occupazione della città i vecchi capi del partito, dei quali una buona parte era schiettamente antifascista. Fra questi Mario Blasich (infermo da anni, venne strangolato nel suo letto), Giuseppe Sincich (prelevato dalla sua casa e abbattuto a raffiche di mitra), Mario Skull (ucciso a colpi di pistola), Giovanni Baucer, Mario De Hajnal e Giovanni Rubinich che fu fondatore del Movimento Autonomista Liburnico. Toccante fu la storia dell'ebreo Angelo Adam. Già deportato a Dachau e miracolosamente salvatosi, al ritorno in città venne eletto nei comitati sindacali aziendali, che fra i mesi di luglio e dicembre 1945 videro impegnate le intere maestranze cittadine, su impulso del Partito Comunista Croato. Inaspettatamente, queste elezioni videro il trionfo delle componenti autonomiste, che ottennero oltre il 70% dei seggi. In procinto di partire per Milano per incontrare i componenti del CLNAI, Angelo Adam venne arrestato, così come in immediata successione la moglie Ernesta Stefancich e il giorno dopo la figlia minorenne Zulema Adam, recatasi presso le autorità per chiedere informazioni sulla sorte dei genitori. Di nessuno dei tre si ebbero più notizie.

La persecuzione colpì anche gli esponenti dei CLN, secondo una linea ampiamente usata anche a Trieste e Gorizia. Numerosi furono nelle tre città gli arresti e le deportazioni di antifascisti, dei quali solo alcuni faranno ritorno dai campi di concentramento dopo lunghi periodi di detenzione. Ancora nel 1946 - assai dopo le esplosioni di "jacquerie" - risulteranno comminate condanne capitali contro reclusi accusati di aver fatto parte dei CLN.

Il numero di italiani sicuramente uccisi dall'entrata nella città di Fiume delle truppe jugoslave (3 maggio 1945) fino al 31 dicembre 1947 è di 652, a cui va aggiunto un altro numero di vittime non esattamente identificabile per mancanza di riscontri certi.

Contemporaneamente agli omicidi, le autorità comuniste jugoslave misero in campo una serie di provvedimenti per la soppressione di tutti gli enti pubblici ed assistenziali italiani, nonché circa duemila ordinanze di sequestro e confisca di beni privati. Il tutto abbinato ad una serie di violente azioni antireligiose, quali la soppressione delle festività scolastiche in occasione del Natale: l'astensione volontaria di massa dalle lezioni che ebbe luogo il 25 dicembre 1945 venne considerata quindi "attività sovversiva e antipopolare" e sottoposta a dura repressione.

Assieme a queste misure, fin dai primi mesi di occupazione jugoslava vennero contestualmente disattese le promesse di mantenimento del bilinguismo italiano-croato, essendo pure tradizionalmente considerata la componente italiana fiumana in massima parte come "croati di lingua italiana", e quindi da indirizzare forzatamente verso la propria originaria lingua nazionale.

Cause
« ....già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica". »
(Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del "Giorno del ricordo". Roma, 10 febbraio 2007)
La qualificazione delle concause e dei fattori che possono essere alla base dei massacri delle foibe è un'operazione senza dubbio complessa. Dall'esame dei fatti storici emergono una serie di elementi antecedenti non trascurabili, quali:

la contrapposizione nazionale ed etnica fra sloveni e croati da una parte e italiani dall'altra, causata dall'imporsi del concetto di nazionalità e stato nazionale nell'area;
gli opposti irredentismi, per cui i territori mistilingui della Dalmazia, della Venezia Giulia e del Quarnaro dovevano appartenere, in esclusiva, all'uno o all'altro ambito nazionale, e quindi all'uno o all'altro stato;
le conseguenze della prima guerra mondiale, con un'intensa battaglia diplomatica per la definizione dei confini fra il Regno d'Italia e il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni con conseguenti tensioni etniche, che portarono a disordini locali e compressioni delle rispettive minoranze fin dal primo dopoguerra;
il tentativo di assimilazione forzata delle minoranze slave della Venezia Giulia durante il ventennio fascista;
l'occupazione militare italiana, durante la seconda guerra mondiale, di diverse zone della Jugoslavia durante le quali si verificarono anche crimini di guerra contro la popolazione civile;
la guerra nel teatro jugoslavo-balcanico, che fu uno dei fronti più complessi e violenti (ad esempio l'operato degli ustascia croati);
la convinzione dei partigiani jugoslavi che erano legittimati ad annettere al futuro stato jugoslavo quella parte della Venezia Giulia e del Friuli (Litorale sloveno ed Istria), abitata prevalentemente o quasi esclusivamente da croati e sloveni;
la convinzione, diffusa fra i partigiani jugoslavi, che la guerra di liberazione jugoslava non avesse solo un carattere "nazionale", ma anche "sociale", con la popolazione italiana percepita anche come "classe dominante" contro cui lottare;
la natura totalitaria e repressiva del costituendo regime comunista jugoslavo
La spirale di violenza si innescò immediatamente dopo la caduta del regime nazifascista, favorita dalle tensioni politiche e sociali presenti sul territorio, che contribuirono al compimento di azioni di natura giustizialista nei confronti dei sostenitori del precedente regime e che furono successivamente indirizzate da alcuni nuclei di potere, formatisi in seno al movimento di resistenza, all'eliminazione di potenziali avversari politici, additati come nemici del popolo. In questa analisi non vanno trascurate anche le azioni criminali di semplici delinquenti, che approfittarono della confusione e della temporanea assenza di forze di polizia, preposte al mantenimento dell'ordine pubblico, per compiere azioni criminali e azioni di violenza gratuita.

« Una delle argomentazioni più diffuse al riguardo (chiaramente giustificazionista, va notato subito, ma non certo infondata) è che le foibe sarebbero - a parte errori ed eccessi - ritorsione ai crimini di guerra commessi da militari e fascisti italiani nel corso della loro occupazione. Ad essi vengono connessi i crimini della politica fascista e nazionalista. La tesi è stata sostenuta fino ad anni recenti, e oggi viene ancora menzionata, anche se è sempre più pacifica la constatazione del movente politico dei fatti. Ciò però vale soprattutto per i fatti del 1945 e poco per quelli del 1943, tuttora spesso oscuri e non documentati, specie in Croazia. I fatti del maggio 1945 sono certo caratterizzati da 'furor popolare' come più volte si è detto. Ma esso è lo scenario, e il dramma che vi si svolse aveva sostanza politica. La presenza di volontà organizzata non è dubbia. Eliminazione fisica dell'oppositore e nemico (di forze armate giudicate collaborazioniste) e, insieme, intimidazione e, col giustizialismo sommario, coinvolgimento nella formazione violenta di un nuovo potere.
Ciò premesso, il fenomeno delle foibe può essere considerato come un evento derivante da un disegno politico annessionista, il cui duplice obiettivo era::

l'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia: si volevano pertanto neutralizzare quelli (essenzialmente italiani) che si opponevano all'annessione di queste terre alla Jugoslavia.
l'avvento di un governo comunista jugoslavo in quelle terre: si volevano pertanto neutralizzare reali o potenziali oppositori del costituendo regime comunista.
Pertanto gli eccidi "si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto" di una "violenza di stato", attuata con la repressione politica e l'intimidazione, in vista dell'annessione alla Jugoslavia di tutta la Venezia Giulia (incluse Trieste e Gorizia) e per eliminare gli oppositori (reali o presunti) del costituendo regime comunista. In vista di questi due obiettivi era infatti necessario reprimere le classi dirigenti italiane (compresi antifascisti e resistenti), per eliminare ogni forma di resistenza organizzata. Questo aspetto era particolarmente importante a Gorizia e Trieste, della cui annessione gli Jugoslavi non erano (a ragione) certi. Tito, pertanto, fece il possibile per occupare le due città prima di ogni altra forza alleata, per assicurarsi una posizione di forza nelle trattative. Durante l'occupazione di Gorizia e di Trieste diverse migliaia di italiani furono arrestati, uccisi o deportati nei lager jugoslavi (soprattutto nel campo di lavoro e detenzione di Borovnica e nel carcere dell'OZNA di Lubiana). Neutralizzando i vertici dirigenziali, ed eliminando o intimorendo i cittadini italiani tentò di far credere che gli jugoslavi fossero la maggioranza assoluta della popolazione: la composizione etnica sarebbe stata, infatti, un fattore decisivo nelle conferenze del dopoguerra e per questo motivo la riduzione della popolazione italiana risultava essenziale.

Lo sfruttamento del clima giustizialista per eliminare, oltre ai sostenitori del regime fascista, anche potenziali oppositori politici, accomuna, secondo lo storico Boris Gombač, i massacri delle foibe alle violenze perpetrate nello stesso periodo da gruppi radicali comunisti nel così detto triangolo della morte in Emilia, dove tra le migliaia di vittime della violenza insurrezionale vi furono anche circa 400 tra proprietari terrieri, industriali, professionisti, preti ed altri appartenenti alla borghesia, solo perché dichiaratisi anticomunisti.

Su questo dibattuto problema, gli storici italiani e sloveni hanno raggiunto conclusioni concordi, espresse nella Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena:

« Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista, e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani. »
(Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena, Relazioni italo-slovene 1880-1956, "Periodo 1941-1945", Paragrafo 11, Capodistria, 2000)
Le autorità italiane, pur avendo sostenuto l'operato della commissione, non hanno adottato la relazione, ritenendo inopportuno conferire ad essa uno status di ufficialità che non è compatibile con il principio della libera ricerca. Il Governo italiano nel 2007, rispondendo ad una interrogazione parlamentare del deputato Cardano, ha precisato che, godendo già la Relazione della Commissione bilaterale dello status di ufficialità ed essendo passati ormai ben 7 anni dalla sua prima pubblicazione sulla stampa e dal riconoscimento ufficiale del governo sloveno, non riteneva necessario pubblicarla in quanto essa godeva già dello status di ufficialità, e confermando la sua veridicità ne ha auspicato la diffusione nel mondo della cultura e della scuola.

Per quanto riguarda il supposto aspetto "vendicativo", essendo i fascisti e i loro fiancheggiatori in gran parte italiani (sia pure non in numero superiore rispetto ad altre regioni italiane), ed opponendosi essenzialmente gli italiani all'annessione alla Jugoslavia, soprattutto a livello locale fu frequentemente utilizzata l'equazione italiano = fascista. Questo aspetto provocò, localmente, episodi di "jacquerie" (insurrezioni spontanee dei ceti popolari), in cui molti colsero anche l'opportunità di portare avanti vendette personali o compiere rapine eliminando i testimoni. Gli episodi di jacquerie si verificarono prevalentemente nel corso degli eccidi del settembre-ottobre del 1943, avvenuti in un contesto in cui vennero a mancare i poteri costituiti. Tale jacquerie si rivolse non solo verso i rappresentanti del regime fascista, ma anche verso gli italiani in quanto tali.
Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito nazionale fascista, ma anche ufficiali, funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati bancari, sacerdoti, parte dell'alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o anti-fasciste, autonomisti fiumani seguaci di Riccardo Zanella, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.
In paralleli eccidi furono coinvolti anche cittadini italiani o ex italiani di nazionalità slovena e croata. Tali uccisioni ebbero una matrice esclusivamente politica, rimanendo esclusa quella etnica, intendendo il costituendo regime comunista «, oltre a fare i conti con il fascismo, eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali... » Questi eccidi, quindi, nel dibattito italiano non sono di solito considerati parte degli eccidi delle foibe, termine che si riferisce alle sole vittime di nazionalità italiana.

Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile a causa di una generale mancanza di documenti. Il governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha inoltre mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi. Negli ultimi anni ha invece dimostrato la sua buona volontà, di far luce sulla vicenda, il Governo della Repubblica di Slovenia, consegnando nel 2005 al sindaco di Gorizia l'elenco dei goriziani arrestati da parte delle autorità jugoslave, redatto in base alle informazioni in suo possesso. Alcuni commentatori ritengono inoltre che una parte della documentazione sia tuttora secretata negli archivi, in particolare dell'ex Partito comunista italiano. Gli studi effettuati recentemente valutano il numero totale delle vittime (comprensive quindi di quelle morte durante la prigionia o la deportazione) come compreso tra poco meno di 5.000 e 11.000.
Nel dopoguerra e nei decenni immediatamente successivi le vittime venivano usualmente indicate in 15.000, anche se all'epoca tali valutazioni non erano basate su stime scientifiche, (e talvolta aumentate fino a 20.000[91] o 30.000. Calcoli volumetrici eseguiti tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage della Foiba di Basovizza hanno ipotizzato la presenza di oltre duemila vittime in quella sola foiba.
Studi rigorosi sono stati effettuati solo a partire dagli anni novanta. Le salme effettivamente rinvenute di "infoibati" veri e propri finora sono circa un migliaio. Nell'uso comune, comunque, anche gli uccisi in altre circostanze legate all'avanzata delle forze jugoslave lungo il confine orientale italiano vengono considerati vittime "delle foibe".

Nelle foibe sono stati gettati cadaveri sia di militari che di civili. In alcuni casi, com'è stato possibile documentare, furono infoibate persone non colpite o solo ferite.

Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.

In realtà la maggior parte delle vittime, considerate come "infoibate", vennero uccise o morirono di stenti o malattia nei campi di concentramento jugoslavi.

Furono poche le persone che riuscirono a salvarsi risalendo dalle foibe, tra questi Graziano Udovisi, Giovanni Radeticchio e Vittorio Corsi hanno raccontato la loro tragica esperienza a storici e/o emittenti televisive.

« Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell'alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri "facciamo presto, perché si parte subito". Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 k. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole "un'altra volta li butteremo di qua, è più comodo", pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott'acqua schiacciandomi con la pressione dell'aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo. »
(dichiarazione di Radeticchio)
Questa testimonianza della primavera del 1945 fu pubblicata il 26 gennaio 1946 sul periodico della Democrazia Cristiana triestina La Prora, e poi riportata integralmente e anonimamente nell'opuscolo Foibe, la tragedia dell'Istria, edito dal CLN dell'Istria. A partire dall'inserimento della testimonianza in un libro di Giuseppe Bedeschi nel 1987, questa è stata poi varie volte ripresa dalla pubblicistica.

Anche le testimonianze degli scampati dalle foibe hanno causato delle polemiche politico-storiografiche: Pol Vice (pseudonimo di Paolo Consolaro) - un saggista di ispirazione marxista ed esponente di Rifondazione Comunista - ha sottoposto i testi ad una serrata critica, giungendo ad affermare che siamo in presenza di falsi testimoni. Il libro di Pol Vice è stato presentato dall'editore - Alessandra Kersevan - come parte di un progetto più ampio comprendente anche dei similari testi di forte critica di Claudia Cernigoi, e Daniela Antoni. La Kersevan - varie volte presentata dalla stampa come "negazionista" - ritiene che sulle foibe stia «funzionando una propaganda forsennata che ha come scopo preciso quello della rivalutazione del fascismo»: «un vero e proprio progetto mediatico di falsificazione della storia costruito ed imposto all'opinione pubblica  dall'immediato dopoguerra ad oggi da forze politiche sociali ed economiche tuttora dominanti nel nostro Paese», anche grazie a «storici compiacenti» come Pupo e Spazzali, con la Democrazia Cristiana in testa nell'appoggio politico ai «neo irredentisti ex fascisti».

Elenco di foibe.
In questo elenco sono segnalate foibe e cave nelle quali son stati trovati resti umani o che secondo le testimonianze conterrebbero dei resti umani, dei quali solo una minima parte è stata recuperata.

Foiba di Basovizza (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)
Foiba di Monrupino (Trieste) monumento nazionale (testimonianze di centinaia di infoibamenti)

Mappa delle principali foibe
Foiba di Barbana
Foiba di Beca
Foiba Bertarelli (Pinguente)
Foiba di Brestovizza
Foiba di Campagna (Trieste) (assieme alle foibe di Opicina e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
Foibe di Capodistria (una commissione slovena fece ispezionare le ottantuno cavità con entrata verticale che circondano la città: in diciannove di esse sono stati trovati resti umani. Recuperati cinquantacinque corpi, secondo le testimonianze nella zona furono eliminati centoventi italiani e sloveni di San Dorligo della Valle)
Foiba di Casserova (vicino a Fiume: tedeschi, sloveni e italiani gettati dentro. Estremamente difficile il recupero)
Foibe di Castelnuovo d'Istria
Foiba di Cernizza (due salme recuperate nel 1943)
Foiba di Cernovizza (Pisino) (testimonianze di circa cento uccisioni)
Foiba di Cocevie
Foiba di Corgnale (assieme alle foibe di Campagna e Opicina, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
Foiba di Cregli (otto corpi recuperati nel 1943)
Foiba di Drenchia (presenza di cadaveri della divisione partigiana Osoppo, secondo Diego De Castro)
Cava di bauxite di Gallignana (ventitré corpi recuperati nel mese di ottobre del 1943)
Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) (circa ottanta morti, secondo le testimonianze)
Foiba di Gimino
Foiba di Gropada (trentaquattro persone eliminate con colpo alla nuca il 12 maggio 1945. Corpi non recuperati)
Foiba di Iadruichi
Foiba di Jurani
Cava di bauxite di Lindaro
Foiba di Obrovo (Fiume)
Foiba di Odolina
Foiba di Opicina (assieme alle foibe di Campagna e Corgnale, circa duecento infoibati, i cui corpi non sono stati recuperati)
Foiba di Orle (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
Foiba di Podubbo (cinque corpi individuati e non recuperati)
Foiba di Pucicchi (undici corpi recuperati nel 1943)
Foiba di Raspo
Foiba di Rozzo
Foiba di San Lorenzo di Basovizza
Foiba di San Salvaro
Foiba di Scadaicina
Abisso di Semez (individuati i resti di ottanta/cento persone. Corpi non recuperati)
Foiba di Semi (Istria)
Abisso di Semich (un centinaio di corpi individuati ma non recuperati)
Foiba di Sepec (Rozzo)
Foiba di Sesana (un numero imprecisato di corpi recuperati nel 1946)
Foiba di Terli (ventisei corpi recuperati nel 1943)
Foiba di Treghelizza (due corpi recuperati nel 1943)
Foiba di Vescovado (sei corpi recuperati)
Foiba di Vifia Orizi (testimonianze di circa duecento persone eliminate)
Foiba di Villa Surani (ventisei corpi recuperati nel 1943)
Foiba di Vines (cinquantaquattro corpi recuperati nel mese di ottobre 1943)
Foiba di Zavni (Selva di Tarnova) (secondo le testimonianze, vi sono stati gettati i corpi dei Carabinieri di Gorizia, oltre che di centinaia di sloveni oppositori di Tito)

Con la fine della guerra fredda nei primi anni '90, il tema delle foibe tornò a riscuotere anche l'interesse dei mass media. Anche su iniziativa degli ex comunisti, si è posta l'attenzione su questi episodi, che hanno cominciato ad essere ufficialmente ricordati.

Dal 2005 la giornata del 10 febbraio è dedicata alla commemorazione delle stragi e del successivo esodo. La data ricorda il trattato di Parigi siglato nel 1947, che assegnò alla Jugoslavia la grande maggioranza della Venezia Giulia e la città di Zara.

Al di là dei differenti punti di vista che ancora animano l'analisi storica degli avvenimenti, resta la realtà di fondo che negli ultimi anni la storiografia e tutta la classe politica italiana hanno finalmente preso coscienza ed ammesso la drammaticità e l'estensione degli avvenimenti che marcarono la fine della presenza italiana in Istria e Dalmazia..


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