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giovedì 23 aprile 2015

PERSONE DI LUINO : DON PIERO FOLLI

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Piero Folli (Premeno, 18 settembre 1881 – Voldomino, 8 marzo 1948) è stato un presbitero italiano, antifascista.

Don Folli, figlio di operai, “personalità complessa, austera, aperta, decisa, ribelle per amore”, sensibile sin dagli anni del Seminario alle problematiche politiche e sociali “chiaramente affermando la sua solidarietà con le prime battaglie operaie del 1898”, si fece trovare puntuale al proprio posto.

In reazione aperta contro ogni sopruso e ingiustizia, antifascista dichiarato, fin dal 1923 subisce angherie di ogni tipo, compresa la punizione fascista dell’olio di ricino.

Nel 1923 arriva a Voldomino, dove denuncia spesso nelle prediche domenicali i soprusi e i torti della dittatura fascista.

La sua parrocchia, a un passo da piazza Piave, era diventata dopo l’8 settembre l’approdo sicuro, prima del passaggio, l’ultimo, il più delicato, il più popolato da legittime paure, verso la Svizzera. Ci arrivavano “i prigionieri di Mussolini”, statunitensi, inglesi, neozelandesi, francesi, polacchi, greci, sudafricani, fuggiti all’armistizio dai campi dove il fascismo li aveva ristretti, e poi i giovani italiani che non avevano risposto ai bandi d’arruolamento della RSI e poi ancora gli antifascisti di ogni idea politica (dal cattolico Guido Miglioli, a Piero Malvestiti, al comunista Mauro Scoccimarro alla presunta spia dell’OVRA Dino Segre, più noto come Pitigrilli) e, più numerosi, gli ebrei provenienti da tutto il Nord del Paese, intere famiglie, genitori, nonni, figli, nipoti. Un esodo biblico segnato dal terrore.

Ospitò in casa, in sacrestia, nell’oratorio, nel vecchio asilo di Santa Liberata, decine e decine di fuggiaschi, diede loro riparo, cibo, vestiti, documenti, quel poco denaro di cui poteva disporre, aiutato dai suoi parrocchiani sempre schierati al suo fianco. Il sacerdote era collegato a due “reti” di soccorso, una laica ed una religiosa.

La prima era quella diretta dalla Centrale del CLNAI, con sede in una villa di Caldè, sulla sponda lombarda del lago Maggiore, dall’ingegner Giuseppe Bacciagaluppi (Joe), uomo di fiducia di Ferruccio Parri, che aveva il compito di traghettare militari e civili oltre confine; l’altra era la Delasem, un’organizzazione ebraica con sede a Berna, che aveva a Genova nella persona del cardinale Boetto il punto di riferimento. La Curia ligure inviava gruppi di ebrei in Lombardia per poi dirottarli nel Luinese, zona adatta alla fuga (montagne basse e la Tresa quasi sempre in secca) seppure i confini fossero sotto il serrato controllo della Milizia Confinaria del comandante della V Legione “Monte Bianco” Marcello Mereu (storico il suo ferale slogan rivolto ai semiti, “Maledetti figli di Giuda vi prenderemo!”) e del V Grenzwache della Guardia Doganale di Frontiera di Varese. Così faceva il CLNAI da Caldè in parte via lago e in parte per le vie montagnose affidando i fuggiaschi alle “guide”, spalloni e contrabbandieri. Voldomino era una tappa di quel tragitto di speranza.

Folli di quel congegno era un ingranaggio determinante. Non aveva mai paura, si esponeva in prima persona, si muoveva sul territorio come pochi, con quel tratto “modernista”, accusa non troppo velata, mossagli sin dagli anni ’20 da ambienti ecclesiastici tradizionalisti, seppur difeso a spada tratta dal suo Vescovo, il cardinale Ferrari. Era stato quello il tempo in cui don Folli venne bastonato, picchiato a sangue, costretto al rito odioso dell’olio di ricino, gettato in cella. Non si era mai piegato fin che, dopo un peregrinare in provincia, era stato destinato ai limiti estremi della Diocesi, dove, forse, secondo alcuni avrebbe trovato pace. Andò esattamente al contrario.

Il 13 novembre 1943 don Folli era venuto a sapere che, poco lontano, sul Monte San Martino in piena Valcuvia, i nazifascisti avrebbero attaccato il colonnello Carlo Croce e la sua formazione badogliana. Non fece in tempo a trasmettere la notizia ma si impegnò la notte del 16 novembre, a battaglia conclusa, a far passare dal valico di Ponte Tresa il gruppetto di una quarantina di superstiti, Croce in testa, ospitando poi nella sua abitazione don Mario Limonta del Pontificio Istituto Missioni Estere, cappellano della banda partigiana.

I segnali a quel punto per il nemico c’erano tutti. Don Folli doveva essere catturato. Messo fuori gioco al più presto.

È il 3 dicembre quando militi della GNR e della XVI Brigata Nera con tedeschi della Guardia di Frontiera irrompono in Canonica, arrestano il parroco, lo legano all’inferriata dell’asilo di Santa Liberata e gli infliggono una durissima punizione. Sputato, oltraggiato, percosso a sangue. La casa saccheggiata. I fascisti vogliono che confessi i nomi dei “corrieri” e dei collaboratori dei passaggi in Svizzera.
Don Piero, legato alla inferriata, nonostante le torture subite per farlo parlare, ha ancora la forza di reagire duramente quando vede donne e bambini ebrei percossi e caricati sul camion. Per farlo tacere gli rovesciano la testa all’indietro, contro l’inferriata, afferrandolo per i capelli e strappandogliene una ciocca. Si salva solo una ragazza di nome Myriam Pirani, che riesce a nascondersi e a tornare a Genova per dare l’allarme a Massimo Teglio della DELASEM, che organizzava la fuga degli ebrei in Svizzera. Non si sa che fine abbia fatto la ragazza.

Don Folli riesce a tacere e non rivela i nomi di coloro che lo aiutavano nella sua opera, viene pestato e torturato ma tace. Un giorno, durante l’ora di aria, scorge una schiera di detenuti che sta per essere deportata in Germania. Non potendo far arrivare la sua parola di conforto, non esita a benedirli. La guardia fascista che lo osserva lo colpisce duramente col calcio del fucile e lo butta a terra.

Prima di spirare l’8 marzo 1948, benedisse i presenti al letto di morte, col segno della Croce del Cristo partigiano-combattente, ebbe la forza ancora di alzare lo sguardo verso i suoi amati parrocchiani e, con un sorriso ironico, un tratto della sua spiccata personalità, pronunciò una frase che è rimasta scolpita nella memoria di Voldomino, il paesino di millesettecento anime, sulle collina di Luino, di cui era parroco dal 1923: “Che volete di più, avete anche la benedizione di un vecchio avanzo di galera!”.
Don Piero Folli, sessantasette anni, un gigante della Chiesa, quella povera, senza anelli preziosi, crocefissi d’oro e paramenti scintillanti, nel fondo delle galere c’era stato per davvero, cacciato dai fascisti e dai tedeschi lungo l’arco della sua coraggiosa esistenza. 

Don Folli, come confiderà nel dopoguerra al senatore luinese, il democristiano Pio Alessandrini, fra i suoi più cari amici, non aprì bocca. Non c’era bisogno che lo rivelasse. Tutti ne erano certi. Per lui non “cadde” nessuno.

Don Folli vivrà ancora tre anni, piegato nel fisico ma non nell’animo.

Il funerale fu un estremo partecipato tributo. Fiori e canti. Bandiere. Centinaia di persone giunte da ogni vallata. Una lapide a Voldomino (che nell’autunno del ’44 visse l’eccidio della banda Lazzarini) ne ricorda la figura e la missione compiuta senza paura e con impresso nel cuore il giuramento di libertà e di fede fatto nel 1904 alla prima Messa, padrini i futuri esponenti del Partito Popolare, il conte Stefano Jacini e l’avvocato Miglioli.

Il CLNAI alla sua scomparsa affermò: “Ricordiamo don Folli come persona di grande lealtà e coraggio. Ci aiutò senza risparmio di sé stesso”. L’equivalente di una medaglia al Valor Partigiano.







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lunedì 20 aprile 2015

25 APRILE....PACE PER SEMPRE





Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio,
tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano,
i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte
che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più cosi ‘ immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno
qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria,
notte e dì, capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici
Dino Buzzati

L'Anniversario della liberazione d'Italia viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno.

È un giorno fondamentale per la storia d'Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall'8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista.

Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui, alle 8 del mattino via radio, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia - il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) - proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari per la Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti (tra cui Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo).

«Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi.

Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna (il 21 aprile), Genova (il 23 aprile) e Venezia (il 28 aprile). La Liberazione mise così fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione per la quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.

Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945: tali date segnano anche la fine del ventennio fascista.

Ricordiamo i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia furono invece circa 3.000.

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila, mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare.

I civili deportati dai tedeschi furono circa 40.000, tra cui 7.000 ebrei; i sopravvissuti furono circa il 10%; dei 2.000 deportati ebrei dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 tornarono vivi solo in quindici. Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre si trovarono a combattere, privi di direttive precise, contro la Wehrmacht sul territorio nazionale o nelle regioni occupate morirono in circa 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000): 20.000 nei combattimenti subito dopo l'armistizio, 10.000 nei Balcani, 13.400 nei trasporti via mare.

Secondo alcuni studi, furono invece circa 40.000 i militari italiani che morirono nei lager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato in Germania e Polonia dopo l'8 settembre e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione.

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia la Wehrmacht che le SS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400 stragi (uccisioni con un minimo di otto vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la Resistenza, ebrei e cittadini comuni; i civili non combattenti uccisi dalle forze nazifasciste in operazioni di repressione, rastrellamento e rappresaglia furono circa 10.000.



LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2015/04/blog-di-cipiri-25-aprile-1945-litalia-e.html


                              http://asiamicky.blogspot.it/2015/02/piazzale-loreto.html




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giovedì 2 aprile 2015

LA X FLOTTIGLIA MAS

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La Xª Flottiglia MAS è stato un corpo militare indipendente, ufficialmente parte della Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana, attivo dal 1943 al 1945. La Xª Flottiglia MAS al nord, al comando del capitano di fregata Junio Valerio Borghese in seguito all'armistizio di Cassibile strinse accordi di alleanza con il capitano di vascello Berninghaus della Marina da guerra germanica.

Durante i due anni che seguirono operò in coordinazione coi reparti tedeschi, sia per contrastare l'avanzata alleata dopo il cosiddetto sbarco di Anzio e sulla Linea Verde e nel Polesine, sia in operazioni contro la resistenza italiana, attività durante la quale l'unità impiegò metodi di repressione violenti e terroristici e si macchiò di crimini di guerra, e infine nel tentativo di difendere i confini nordorientali dalla controffensiva iugoslava, cercando anche di affermare l'italianità di quelle regioni di fronte alle politiche annessionistiche dell'occupante tedesco sostenuto da elementi collaborazionisti serbi, croati e sloveni. Peraltro questi tentativi velleitari non ottennero risultati ed i reparti inviati in Friuli furono presto fatti trasferire oltre il Piave, a Thiene, dal Gauleiter Rainer, deciso a mantenere il controllo totale della regione.

La Xª Divisione MAS si arrese il 26 aprile 1945 ai rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nella caserma di piazzale Fiume a Milano dopo la cerimonia dell'ammaina bandiera.

Nella confusione e nello sbandamento delle forze armate causato dalle circostanze dell'armistizio dell'8 settembre, la Xª Flottiglia MAS a differenza di quasi tutti i reparti delle Regie forze armate non si sbandò. La Xª rimasta a sud, costituì una unità denominata Mariassalto che partecipò nel 1944 e nel 1945 ad un paio di azioni, al fianco di omologhe unità britanniche, per mantenere aperto il Porto della Spezia, contro il tentativo dei tedeschi di affondare delle navi alla sua entrata. Alla prima di queste azioni prese parte Luigi Durand de la Penne una volta rimpatriato dalla prigionia.

Al nord, immediatamente dopo l'armistizio dell'8 settembre, molti marò della Xª Flottiglia Mas tornarono a casa o si rifugiano sulle colline in attesa degli eventi, mentre il comando di stanza nella caserma di La Spezia non si sbandò e messo in allarme attese ordini disciplinatamente evitando però di distruggere i piccoli mezzi navali all'ancora fuori della caserma di cui parte poi cadde momentaneamente in mani tedesche. La serata stessa Junio Valerio Borghese raggiunse l'ammiraglio Aimone d'Aosta e inutilmente cercarono insieme di contattare Roma per avere conferma dell'armistizio e ricevere ordini. La Xª MAS, continuando a rimanere priva di ordini, mantenne l'attività nella caserma immutata e per tutto il tempo la bandiera italiana rimase sul pennone. Borghese inoltre dispose di aprire il fuoco contro chiunque avesse tentato di attaccare la caserma riuscendo a respingere alcuni tentativi tedeschi di disarmare i marò. Il 9 settembre gli ufficiali si riunirono per decidere la strada da intraprendere e Borghese ribadì la sua intenzione di continuare la guerra contro gli angloamericani, scegliendo l'alleanza con la Germania. L'11 settembre radunò i marinai di stanza a La Spezia spiegando la situazione e dando il permesso di congedarsi a coloro che non se la fossero sentita di continuare la guerra. La maggioranza si congedò.

Egli avrebbe poi spiegato tale azione dicendo di avere fatto questo «per riscattare l'onore militare dell'Italia, riconquistare la stima della Germania e ricondurre le due nazioni sul piano dell'alleanza» (secondo le sue stesse parole tratte da una intervista concessa nel dopoguerra al giornalista e storico Ruggero Zangrandi). La Decima assunse, almeno ufficialmente, atteggiamento del tutto apolitico ed apartitico, tanto che per essere inquadrati nei marò della Xª MAS occorreva non essere iscritti ad alcun partito politico.

Borghese strinse dunque il 12 settembre direttamente con il Capitano di vascello Berninghaus della Marina da guerra germanica, la Kriegsmarine, una singolare alleanza che permetteva la continuazione dell'attività della Xª MAS con il Terzo Reich, conservando bandiera (a cui era stato tolto l'emblema dei Savoia) e divisa italiane, seppur sotto il controllo operativo tedesco.

Accordo Borghese-Berlinghaus:
La Spezia, 14-9-1943
1) La Xª Flottiglia M.A.S. è un'unità complessa appartenente alla Marina militare italiana, con completa autonomia nel campo logistico, "organico", della giustizia e disciplinare, amministrativo;
2) È alleata delle Forze Armate germaniche con parità di diritti e doveri;
3) Batte bandiera da guerra italiana;
4) È riconosciuto a chi ne fà parte il diritto all'uso di ogni arma;
5) È autorizzata a ricuperare e armare, con bandiera ed equipaggi italiani, le unità italiane trovantisi nei porti italiani; il loro impiego operativo dipende dal comando della Marina germanica;
6) Il Comandante Borghese ne è il capo riconosciuto, con i diritti e i doveri inerenti a tale incarico.
Berninghaus
Capitano di Vascello
J. V. Borghese
Comandante
Al progetto di Borghese alla metà di settembre aderirono circa metà dei duecento ufficiali presenti alla sede della Spezia. Gli altri chiesero regolare licenza, concessa dal comandante. Ben presto si unirono a quello che avrebbe formato il nucleo della futura formazione autonoma della Decima Mas nella Repubblica Sociale i trecentocinquanta marò al comando del capitano di corvetta Umberto Bardelli.

Fin dai primissimi giorni dopo l'armistizio iniziarono a giungere giovani volontari, spesso minorenni, attratti dalla leggenda delle gesta eroiche dei "maiali" e dalla fama del comandante Borghese, celebrati dai manifesti di propaganda che tappezzarono le città italiane. I ruolini della Decima giunsero quindi a contare complessivamente 20.000 uomini, l'entità di una divisione di fanteria.

Altri elementi che diedero presso i giovani della Repubblica Sociale popolarità notevole al corpo furono il cameratismo che esisteva tra gli ufficiali e i marinai (istituzione del rancio unico per marinai e ufficiali e dell'uniforme di panno uguale) e il suo non conformismo (saluto meno formale rispetto ai canoni tradizionali della marina) e la promozione guadagnata sul campo e non con l'anzianità o i concorsi. Il regolamento della Decima - rivoluzionario per le Forze Armate italiane dell'epoca - era una derivazione del volontarismo garibaldino e del particolare tipo di cameratismo dei sommergibilisti, dalle cui fila provenivano Borghese, Bardelli ed altri capi del corpo.

L'ideologia fondante del corpo era basata sul nazionalismo e sul combattentismo, in cerca della "bella morte" in battaglia e dell'eroismo «per riscattare l'onore della nazione italiana» (agli occhi dei volontari che si arruolavano, tradito dall'armistizio dell'otto settembre, conclusosi con il crollo dell'Esercito, la consegna delle navi della Marina e la fuga del sovrano e di Badoglio al sud, lasciando il paese nel caos). Ciò trovava espressione nel motto del corpo «Per l'onore e la bandiera d'Italia» e nello scudetto in cui era disegnata una X sormontata da un teschio con una rosa in bocca e nell'Inno della Decima, scritto dalla moglie di Borghese sulle note di una canzone d'operetta. L'immagine del teschio con la rosa in bocca veniva dal capitano di corvetta Salvatore Todaro: poco prima di morire aveva espresso il desiderio di un distintivo per la Xª che rendesse l'idea che la morte in combattimento era una cosa dolce, come il profumo di un fiore.

Nonostante la premessa di voler partecipare solo alla guerra per la "liberazione dell'Italia invasa" ben presto i reparti della Decima furono coinvolti dai tedeschi nelle operazioni di controguerriglia, ma gli ufficiali furono lasciati liberi di congedarsi senza conseguenze qualora avessero rifiutato di sollevare le armi contro altri italiani. L'esasperazione e la ferocia cui giunse la guerra civile condussero alcuni elementi della Decima a macchiarsi di crimini di guerra, come la fucilazione di prigionieri, la cattura di ostaggi fra i civili, la tortura di partigiani (o civili presunti tali) catturati. Venne comunque applicata la convenzione dell'Aja che non permetteva la fucilazione di prigionieri, la cattura di ostaggi fra i civili per diritto di rappresaglia. D'altro canto, vi furono anche diversi episodi di accordi fra i reparti partigiani e quelli della Decima in funzione anti-tedesca e anti-iugoslava, soprattutto (ma non solo) al confine orientale. In molti casi si giunse a regolari scambi di prigionieri, e in un caso un ufficiale traditore della Decima - passato ai partigiani con la cassa del reparto - fu fucilato da un plotone d'esecuzione misto di resistenti e marò.

La Xª MAS di Borghese aumentò rapidamente i suoi numeri, sia con arruolamenti regolari sia accettando nelle proprie file disertori di altri reparti (e perfino ex-partigiani), attratti dalla paga migliore, dal regolamento peculiare della Decima e soprattutto dalla prospettiva di poter colà combattere contro gli angloamericani. Per contro, la Decima fu una delle unità della RSI che soffrì meno per le diserzioni (invece epidemiche nelle altre unità, soprattutto nell'Esercito Nazionale Repubblicano). Borghese aveva sancito la pena di morte per la diserzione e la codardia in faccia al nemico ben prima che tale pena fosse estesa alle altre Armi e Forze Armate della RSI.

Numerosi furono i problemi organizzativi che si erano materializzati per il nuovo corpo, sia per le oggettive condizioni economiche e militari dell'Italia settentrionale, sia a causa delle difficoltà sollevate dalle autorità tedesche e repubblicane.

Borghese negoziò direttamente con la Germania nazista i termini della sua collaborazione con l'Asse. Questo dal punto di vista della legittimità del corpo e del suo successivo inserimento nell'organico della RSI pose non pochi problemi, e caratterizzò i rapporti fra Borghese e RSI, tanto che alcuni autori stentano a considerare la Xª MAS di Borghese un corpo della Repubblica Sociale Italiana, bensì un vero e proprio corpo franco o compagnia di ventura inserita nell'ambito delle forze dell'Asse: in realtà, la Xª e la RSI mantenevano rapporti difficili, perché le autorità politiche della RSI cercavano faticosamente di ricondurre tutte le varie forze armate e di polizia sotto il suo controllo centralizzato (in quanto solo allo Stato è concesso il monopolio dell'uso della forza, secondo il diritto). D'altro canto, Borghese aveva ottenuto legittimazione dai tedeschi, attraverso il capitano di vascello Berlinghaus della Kriegsmarine, con il riconoscimento a combattere sotto bandiera italiana, ottenendo ampia autonomia. Pur rispondendo, in pratica, al comando tedesco e amministrativamente dal Ministero della Difesa repubblicano, la Xª MAS era formalmente equiparata alla Wehrmacht, e in pratica era una corpo franco, ai cui appartenenti tra l'altro era vietata l'iscrizione al Partito Fascista Repubblicano.

Il comportamento apertamente autonomistico contro le autorità repubblicane (fino alla strafottenza) - alle quali formalmente la Decima avrebbe dovuto appartenere e da cui amministrativamente dipendeva, avendo i suoi uomini giurato secondo la formula prevista dal governo repubblicano - causò molti attriti con altri organismi della Repubblica Sociale e perfino la ventilata possibilità che Borghese tentasse un colpo di Stato contro Mussolini. In seguito alle voci circolanti su questa eventualità, Borghese, convocato a Gargnano, fu posto agli arresti il 14 gennaio 1944. La voce dell'arresto di Borghese, attraverso circostanze fortuite, arrivò al comando della Decima, che valutò addirittura l'ipotesi di marciare su Salò. Probabilmente l'incidente fu risolto anche con la mediazione dei tedeschi, che non volevano una lotta intestina tra i loro alleati. Tutto venne risolto in tempi brevi con il rilascio di Borghese e il seguente licenziamento del sottosegretario alla Marina, Ferruccio Ferrini, da parte di Mussolini, che lo sostituì con il contrammiraglio Giuseppe Sparzani. Borghese divenne sottocapo di Stato Maggiore ed ebbe ai suoi ordini tutte le attività operative di Marina.

All'origine di questi rapporti tesi stavano anche leggere divergenze ideologiche rispetto al fascismo mussoliniano: infatti Borghese non si iscrisse mai al Partito Fascista Repubblicano, e fra i requisiti essenziali per l'arruolamento alla Decima vi era la rinuncia all'appartenenza a qualsiasi partito, ivi compreso quello Fascista Repubblicano. Borghese, d'altronde, aveva sempre ostentato disprezzo nei confronti dei partiti e aveva la propensione per un modello di società organicista e militarista secondo il modello che realizzò con la Decima. Nella Xª MAS di Borghese non venne mai fatto il "saluto al Duce", ma solo il saluto "Decima marinai! Decima Comandante!" (di questo lo stesso Borghese venne accusato da parte di chi lo voleva esautorare dal comando della Decima).

Dopo l'alleanza coi tedeschi, il nuovo corpo si dedico all'organizzazione militare al fine di poter recarsi al fronte a combattere gli anglo-americani. La sera del 3 marzo 1944 il battaglione "Barbarigo" (il primo reparto di fanteria della marina, guidato da Bardelli) entrò in linea nell'odierna Nettuno, dove venne impiegato contro gli Alleati sul fronte di Nettunia (Anzio e Nettuno odierne), alle dipendenze della 175ª divisione tedesca.

Dopo la rotta seguita allo sfondamento di Cassino, i reparti della Decima furono impiegati in maniera disorganica anche in operazioni di polizia e di controguerriglia in Italia settentrionale contro i partigiani, mentre sul fronte della Linea Verde venivano inviati nel 1945 il "Lupo", il "Nuotatori Paracadutisti" o "NP" (Polesine), e il gruppo d'artiglieria "Colleoni" (sul fiume Senio). Questi reparti ebbero pesanti perdite in combattimento durante l'ultima offensiva nemica, e ricevettero numerose decorazioni dai tedeschi; il "Lupo" e l'"NP", dopo il crollo della linea Verde, riuscirono a ripiegare su Venezia, dove rimasero fino all'arrivo degli alleati, a cui si arresero con l'onore delle armi.

Nel 1945 Borghese riorganizzò la Divisione Decima nel Veneto su due Gruppi di Combattimento (di cui uno a ranghi incompleti, perché, come abbiamo visto, due battaglioni e un gruppo d'artiglieria erano aggregati alle divisioni tedesche sulla Linea Verde). L'obbiettivo era quello di costituire una grossa massa di manovra da spostare a Trieste e Fiume per evitare alle città la prevedibile occupazione titina, mentre si intensificavano i contatti con i servizi segreti regi, americani ed inglesi per favorire uno sbarco italo-inglese in Istria. Tuttavia il precipitare degli eventi e il completo controllo del cielo da parte alleato impedì alla Divisione Decima di raggiungere le posizioni previste (né d'altro canto vi fu il promesso sbarco italo-inglese). I reparti così rimasti immobilizzati si arresero alle truppe alleate con l'onore delle armi fra il 29 aprile ed il 2 maggio 1945.

Reparti di naviglio sottile della Decima furono impiegati contro le forze di sbarco e di rifornimento angloamericane. Impiegati quasi esclusivamente MAS e motoscafi veloci modificati in siluranti, gli MTM. I reparti navali erano di stanza a Genova (Comando Tirreno) insieme agli "uomini Gamma" (sommozzatori), mentre la 1ª e 2ª squadriglia MAS erano di stanza a La Spezia.

È accreditato l'affondamento di un incrociatore, un trasporto, una cannoniera e numeroso naviglio, soprattutto nella zona di Nettunia.

Il "Comando Tirreno" alla fine della guerra prese contatti con il locale CLN, prendendo efficaci contromisure a contrasto dell'opera dei guastatori tedeschi che intendevano far saltare in aria le installazioni portuali. I sommozzatori del reparto disarmarono le 80 cariche di demolizione predisposte dai germanici e autoaffondarono le loro unità MAS e VAS e si consegnarono ai partigiani.

Subito prima della costituzione della Repubblica Sociale, i tedeschi avviarono una politica di annessione delle Tre Venezie, riunendo le province di Bolzano, Trento, Belluno, al Gau dell'Alto Tirolo, dietro il pretesto della costituzione di una zona d'operazioni nota con il nome di Alpenvorland, e quelle di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana (già aggregata come Provincia Autonoma alla Venezia Giulia) al Gau della Carinzia nell'ambito della zona d'operazioni chiamata Adriatisches Küstenland (rimase Zara, pur sotto occupazione militare tedesca, sotto il controllo delle autorità della RSI).

Soprattutto le terre orientali, già minacciate di annessione dagli ustascia croati alleati dei nazisti, furono teatro di aspri scontri coi partigiani di Tito, che - organizzati in formazioni di notevoli dimensioni e potenziale bellico - cercavano di sconfinare nella Venezia Giulia per poter reclamare, giusta il principio dell'uti possidetis, l'annessione di questa alla Jugoslavia.

Perciò la Decima Mas ebbe un notevole impiego sul fronte dell'Istria e del Carso e nelle retrovie dell'esercito tedesco soprattutto nel 1944, collaborando con i tedeschi nello scontro contro i partigiani titini (insieme agli altri cinque reggimenti italiani inquadrati nelle Forze Armate germaniche come Milizia Difesa Territoriale e ai reparti e batterie di difesa costiera). Gli scontri con i titini assumevano spesso l'aspetto tipico della guerriglia, con azioni crudeli ed atrocità alle quali seguivano altrettanto crudeli rastrellamenti da parte nazifascista, mentre solitamente le truppe titine rifiutavano la battaglia in campo aperto, dove ancora non potevano avere ragione dei tedeschi e dei loro alleati.

Sulla frontiera orientale i battaglioni Sagittario, Barbarigo, Lupo, appoggiati dai gruppi d'artiglieria San Giorgio ed Alberto da Giussano e da parte dei battaglioni Nuotatori Paracadutisti, guastatori Valanga e genio Freccia furono coinvolti nell'Operazione Aquila (Adler Aktion) per la distruzione delle forze del IX Korpus iugoslavo, e quindi il Fulmine fu impiegato per arginare i tentativi di invasione iugoslava della Venezia Giulia, rimanendo coinvolto in un aspro scontro con gli slavi nella Battaglia di Tarnova, dove fu quasi distrutto, riuscendo tuttavia a sbarrare il passo alle forze nemiche.

In seguito le autorità tedesche pretesero da Mussolini che i reparti della Decima fossero ritirati dalla Venezia Giulia, dove si erano verificati scontri anche sanguinosi con i collaborazionisti slavi e con lo stesso gauleiter Rainer. Rimasero solo alcune unità minori che presidiavano le isole del Quarnaro e Trieste.

In Istria perciò rimasero solo alcune centinaia di uomini della Decima dislocati in vari presidi a fianco dei reparti tedeschi, perlopiù catturati dai titini durante l'occupazione della Venezia Giulia insieme ai tedeschi e altri soldati della RSI e massacrati nelle tristemente note foibe, o deportati nei campi di prigionia iugoslavi.

Gli altri morirono a fianco degli ultimi nuclei di resistenza tedeschi nei combattimenti che divampavano contemporaneamente all'avanzata dei titini verso il Friuli e la Venezia Giulia. Essi, insieme a questi resti dell'esercito tedesco, dovevano resistere per coprire la ritirata del grosso delle truppe tedesche acquartierate nell'Istria e nella Slovenia verso l'Austria. Il caos che sconvolse le truppe tedesche prive di ordini univoci e divise nel tentare di resistere oppure ritirarsi trascinò anche i reparti repubblicani, e fra questi ovviamente quelli della Decima.

Gli ultimi focolai di resistenza che proseguirono fino agli inizi di maggio vennero tutti schiacciati dai titini, combattendo oppure - più spesso - promettendo salva la vita in caso di resa. Tra questi ultimi combattimenti, degno di nota quello che si svolse a Pola. Qui, dopo la firma della resa delle ultime truppe tedesche affiancate da alcuni reparti della Decima decimati dalla battaglia alle forze iugoslave l'8 maggio 1945, l’ammiraglio tedesco che aveva firmato la capitolazione venne subito dopo fucilato insieme ad un gruppo di suoi ufficiali, insieme a una decina di ufficiali italiani della Decima Mas.

Poco prima dell'occupazione dell'Istria da parte iugoslava, Borghese cercò un'improbabile alleanza con gli Alleati per fronteggiare l'esercito iugoslavo di Tito, che stava rapidamente avanzando: in quei tempi, era viva in molti gerarchi nazisti e fascisti la speranza di arrivare a un armistizio con gli alleati occidentali per poter continuare la guerra contro l'Unione Sovietica e il bolscevismo in generale.

Analogamente, fra il settembre ed il dicembre del 1944 furono presi approfonditi contatti con la brigata partigiana Osoppo, al fine di costituire un corpo misto che potesse organizzare una difesa comune di quel fronte, ma il comando inglese a cui faceva riferimento la Osoppo, seppur con qualche tentennamento, rifiutò l'offerta. Poco tempo dopo a Porzûs tutti i principali esponenti della brigata partigiana furono uccisi in quanto accusati di tradimento e per aver dato ospitalità ad una giovane, Elda Turchetti, denunciata come spia da Radio Londra su segnalazione di agenti inglesi, e il tentativo di collaborazione non ebbe séguito.

Negli ultimi mesi del conflitto, al fine di difendere l'italianità dell'Istria, Borghese avviò contatti con la Regia Marina al sud (ammiraglio De Courten) per favorire uno sbarco italo-alleato in Istria e salvare le terre orientali dall'avanzata delle forze iugoslave. Lo sbarco studiato dalla marina italiana del Sud si sarebbe avvalso dell'appoggio delle formazioni fasciste e della Decima, con o senza l'intervento Alleato. L'opposizione inglese fece fallire questo piano, non volendosi inimicare Stalin dopo l'accordo di Yalta e favorendo così l'avanzata degli iugoslavi, che ebbero peraltro anche l'attivo sostegno della Royal Navy britannica.

Le truppe coinvolte nelle operazioni di "grande polizia" o controguerriglia contro le forze partigiane italiane sono state oggetto di numerose critiche. La Xª MAS fu attiva in operazioni di grande polizia nel Monferrato, nelle Langhe, nel Canavese, in Carnia, in Val di Susa e in Val d'Ossola. Gli uomini della Decima si macchiarono di crimini di guerra, come torture, rappresaglie, fucilazioni sommarie.

Le operazioni di rastrellamento contro i civili causarono malcontento tra alcuni soldati che si erano arruolati per combattere gli Alleati e si registrarono numerose diserzioni e perfino ammutinamenti tra i marò dei reparti impiegati contro i partigiani, anziché contro gli Alleati.

Alcuni appartenenti alla Decima Mas si distinsero anche in azioni di saccheggio e furto a danno della popolazione civile, perseverando nell'abuso della loro autorità tanto da far preoccupare le autorità legittime e non militari:

« Continuano con costante preoccupazione le azioni illegali commesse dagli appartenenti alla Xª Mas. Furti, rapine, provocazioni gravi, fermi, perquisizioni, contegni scorretti in pubblico, rappresentano quasi la caratteristica speciale di questi militari. Anche il 12 novembre 1944, tra l'altro, verso le ore 20 quattro di essi si sono presentati in un magazzino di stoffe: dopo aver immobilizzato il custode ne hanno asportato quattro colli per un ingente valore. La cittadinanza, oltre ad essere allarmata per queste continue vessazioni, si domanda come costoro, che dovrebbero essere sottoposti ad una rigida disciplina militare, possano agire impunemente e senza alcuna possibilità di punizione. Sarebbe consigliabile pertanto, che tutto il reparto, comando compreso, sia fatto allontanare da Milano. »
(Appunto per il Duce di Mario Bassi, prefetto di Milano)
Nella sentenza di rinvio a giudizio del processo contro Junio Valerio Borghese, le accuse erano di aver effettuato, tra le altre cose:

« continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito si concludevano con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni »
(Dalla sentenza di rinvio a giudizio del processo contro Borghese, articolo del sito dell'ANPI)
Sergio Nesi, ex ufficiale della Xª, sostiene che Borghese e la Decima tennero un comportamento coraggioso ed intrepido di fronte al nemico (ne parla al riguardo delle battaglie sul fronte di Nettunia, sulla Linea Verde, durante l'Operazione Aquila e nella Battaglia di Tarnova) e asserisce che nel complesso le diserzioni della Decima sarebbero state sensibilmente inferiori a quelle registrate in altre forze armate e reparti della RSI. Molte azioni di furto e saccheggio attribuite a reparti della RSI o tedeschi sarebbero, secondo lui, invece da attribuirsi alle numerose bande di criminali comuni che infestavano il territorio, i quali mascherati dietro uniformi della Decima che sarebbero riusciti ad ottenere durante lo sbandamento dell'8 settembre 1943, taglieggiavano la popolazione civile con relativa impunità. Sempre secondo quanto riportato da Nesi, operazioni dello stesso genere - a scopo di propaganda antifascista - sarebbero state condotte, sempre con uniformi della Decima in qualche modo trafugate, da nuclei partigiani (secondo Nesi, nella zona della Liguria e del Cuneense).

Nesi sostiene poi che taluni rapporti di polizia proverrebbero da uffici e comandi repubblicani ostili alla Decima, i quali avrebbero perseguito non lo scopo di riparare i numerosi torti subiti dai civili, ma quello di metterla in cattiva luce presso gli alti comandi nonché lo stesso Mussolini nell'ambito delle feroci lotte per il potere che caratterizzarono la Repubblica Sociale. Questi rapporti sarebbero stati comunque ingigantiti ed esagerati. Infatti, per finanziare la guerra contro gli angloamericani, fu anche impiegato il mercato nero, acquistando armi in Svizzera tramite contrabbando di beni calmierati. Lo stesso prefetto di Milano espresse preoccupazione per le numerose azioni illegali commesse dai marò.

Sempre secondo l'ex ufficiale, nei confronti dei tedeschi la Decima non è stata, come sostenuto da altri, servile e collaborazionista, ma avrebbe invece seguito sempre un atteggiamento di furbesco doppiogioco, cercando di sottrarre all'alleato ogni tipo di rifornimento e materiale con ogni mezzo (compresa la corruzione, il furto, l'ubriacatura e l'inganno). Secondo l'ex ufficiale è da inquadrare in quest'ottica anche il pestaggio l'arresto del gauleiter Reiner, episodio che portò all'espulsione quasi totale delle forze di Borghese dalla Venezia Giulia, sottoposte a "zona d'operazione".

La Decima, nata per proseguire la guerra contro gli angloamericani, fu inizialmente risparmiata dalle azioni partigiane e gappiste, fino al 23 gennaio 1944, quando un attacco dinamitardo fece saltare alla Spezia il tram che collegava il centro cittadino colla sede della Decima nella Caserma San Bartolomeo, provocando la morte di tre marò e due cittadini.

In seguito a questo episodio, la Decima inviò dei reparti in supporto ai tedeschi per un rastrellamento nelle montagne prospicienti La Spezia, durante il quale non si ebbero scontri a fuoco, ma solo sequestri d'armi.

La prima rappresaglia compiuta dalla Decima risale invece al marzo 1944, quando il treno Parma-La Spezia fu bloccato dai partigiani e tutti i suoi occupanti militari (fra cui tre marò della Decima) furono passati per le armi sebbene disarmati. La Decima ordinò un rastrellamento, durante il quale 13 partigiani furono sorpresi: quattro morirono nello scontro a fuoco e altri nove furono portati alla Spezia. Di questi, un minorenne fu rilasciato, e gli altri otto furono fucilati.

Spostate le unità in Piemonte alla Decima fu sempre più spesso richiesta la partecipazione alle operazioni di grande polizia, richieste alle quali la formazione aderì sempre con riluttanza e mettendo a disposizioni nuclei di entità inferiore alla compagnia.

Per fronteggiare le sempre più frequenti azioni dei partigiani, viene costituita una speciale "Compagnia O" (operativa), composta da 120 uomini al comando del tenente Umberto Bertozzi. Non è chiaro invece il suo rapporto con Borghese e coi comandi della Decima: pare piuttosto plausibile che detta compagnia "O" sia stata maltollerata quanto necessario per venire incontro alle urgenze della primavera-estate 1944, e appena possibile sciolta e i suoi elementi inviati nel Distaccamento "Milano".

Tuttavia, il 4 luglio 1944 l'episodio dell'uccisione del comandante Umberto Bardelli spinse Borghese a tornare sulla sua decisione di non impiegare i suoi uomini nella controguerriglia. Così dall'autunno 1944 anche la Decima fu massicciamente coinvolta nella guerra civile contro i partigiani italiani, dispiegando una forza ed una violenza impressionante.

« Mentre le altre formazioni operavano in funzione antipartigiana, la Decima attese che i partigiani attaccassero per poi procedere, con riluttanza, alla guerra antipartigiana. La differenza è tuttavia assai sottile, vista la guerra civile. In ogni caso, almeno nei vertici e nelle intenzioni, la Decima non voleva combattere contro altri italiani, bensì portare a termine l’impegno d’onore verso la nazione concludendo la guerra anche con una sconfitta. Ciò determinò, in qualche caso, momenti di cavalleria e di rispetto fra le due parti in lotta e persino qualche momentaneo accordo politico »
(Prefazione di Giuseppe Parlato al volume di Sergio Nesi, "Junio Valerio Borghese".)
L'8 luglio 1944 Bardelli si recò personalmente alla ricerca del guardiamarina Gaetano Oneto, disertore del "Sagittario" che, unitamente ad altri marò, era fuggito con la cassa del battaglione. Giunto nel borgo di Ozegna con una scorta, si trovò faccia a faccia coi guerriglieri della formazione "Matteotti" al comando del partigiano Piero Urati, detto Piero Piero. Per evitare uno scontro fratricida, Bardelli depose le armi e ordinò ai suoi di fare lo stesso. Iniziarono così a parlamentare coi partigiani per ottenere la consegna del disertore, in un clima di crescente tensione. Dopo aver concordato lo scambio del disertore Oneto con dei prigionieri partigiani, Bardelli lasciò il convegno con Piero Piero, ma si trovò circondato da uomini della "Matteotti". Piero Piero intimò la resa al comandante repubblicano, il quale rifiutò urlando«Barbarigo non si arrende! Fuoco!». Nel rapido scontro a fuoco che ne seguì Bardelli e 10 marò furono uccisi. Le salme furono ricomposte nell'attuale oratorio del paese e i feriti curati da alcune religiose del posto. I marò prigionieri, invece, furono catturati dai partigiani e portati "in montagna", dove sarebbero stati sottoposti a varie pressioni (fra cui la "falsa fucilazione") per indurli a disertare e passare con la "Matteotti". Furono poi rilasciati una settimana dopo, a seguito di uno scambio con prigionieri partigiani.

Caddero anche sette partigiani ed un civile.Secondo l'ufficio propaganda della Decima il corpo di Bardelli fu rinvenuto privo di due denti d'oro, mentre due caduti furono rinvenuti dai paesani ammassati contro un muro e imbrattati di sterco e con della paglia in bocca (secondo alcuni a causa del trasporto con un carretto sporco, ma tale versione risulta respinta da altra storiografia).

In seguito a questo evento Borghese radunò lo stato maggiore della Decima comunicando la sua decisione e ribadendo il carattere volontario della Decima. Chiunque non avesse voluto rimanere nella Decima, che era nata per combattere al fronte gli anglo-americani, e che da quel momento si trovava coinvolta nella guerra civile, avrebbe ottenuto il congedo illimitato: quindici ufficiali su duecento chiesero ed ottennero d'essere messi in congedo per non dover partecipare alla guerra civile.

Dopo altri due mesi di imboscate e rastrellamenti si giunse ad un nuovo abboccamento fra i reparti della Decima e della formazione di Piero Piero che portò alla costituzione, caso più unico che raro, di un plotone d'esecuzione misto per l'esecuzione del disertore Oneto. Oneto dopo essere stato degradato viene fucilato nei pressi di Configlietto Val Soana da un picchetto comandato dal tenente di vascello Montanari formato da sei marò del battaglione Barbarigo e sei partigiani della Brigata De Franchi il 4 settembre 1944. All'esecuzione assistette un picchetto di venti marò della Decima e di venti partigiani.

Nonostante questo episodio (che ebbe come strascico l'arresto di Piero Piero per ordine di altri capi partigiani, anche in seguito alle esazioni compiute dal gruppo in Valchiusella. Il malcontento della popolazione sfociò in un'inchiesta da parte dei partigiani dell'area che fecero cessare le requisizioni e i furti di cibo e bestiame.), la Decima si trovò coinvolta sempre più profondamente nella guerra civile. Subendo - in quanto forza militare alleata dei tedeschi e al pari delle forze militari di questi - attacchi, catture ed imboscate in numero crescente, i suoi uomini reagirono sempre più violentemente, fino a perpetrare veri e propri crimini di guerra contro le popolazioni civili.

Fra gli episodi più significativi si inquadra l'esecuzione sommaria del partigiano garibaldino Ferruccio Nazionale, detto "Carmela", il cui corpo, immortalato in una macabra foto, è divenuto uno dei simboli della ferocia cui si giunse durante la guerra civile. Ad Ivrea il partigiano Nazionale decise di attentare alla vita del cappellano militare della Decima, don Augusto Bianco. Bloccato con una bomba a mano in pugno, proprio un istante prima che potesse scagliarla, fu sommariamente giustiziato il 29 luglio tramite impiccagione nella piazza del municipio. Il corpo, lasciato appeso con cartello al collo divenuto tristemente famoso per una foto scattata da un marò, sarebbe dovuto rimanere appeso quale monito per la popolazione, che venne raggruppata e fatta sfilare davanti al suo cadavere. Secondo le testimonianze di alcuni partigiani (raccolte però successivamente ai fatti), al momento dell'impiccagione Nazionale era praticamente già morto a causa delle torture subìte da parte dei marò della compagnia "O", generalmente ritenuta la più violenta della Decima, e, sempre secondo queste testimonianze, nell'ambito delle torture gli sarebbe anche stata mozzata la lingua. Tuttavia, dopo poche ore, un ufficiale del battaglione "Fulmine", non ritenendo compatibile un simile spettacolo di ferocia con l'onore del proprio reparto, ordinò che il corpo fosse deposto, e cristianamente sepolto nel cimitero cittadino, alla presenza di un picchetto di marò.

La particolare crudezza che caratterizzò le azioni della Decima durante le operazioni antipartigiane è stata spiegata così dallo storico Renzo De Felice:

« Tipici in questo senso sono i tre stadi che spesso sono riscontrabili nel loro atteggiamento primo, la Decima combatte per l’onore della patria; la sua guerra è contro il nemico invasore dell’Italia e non ideologica e di partito, che divide gli italiani invece di unirli nel nome della patria, e, dunque, la Decima non combatte contro i partigiani; secondo, se però i partigiani si accaniscono contro di essa, vendichi i suoi morti; terzo, ogni forma di clemenza verso i partigiani dettata dal governo o dal PFR da considerazioni di ordine politico non può essere accettata e non riguarda la Decima, i nemici attivi della patria, coloro che uccidono chi ne difende l’onore e il territorio non possono trovare clemenza. »
(Renzo de Felice, Mussolini l'alleato, Einaudi)
I crimini di guerra e contro l'umanità della Xª MAS si svolsero essenzialmente in paesi e frazioni, dove era concentrata l'attività partigiana. Sono stati citati i seguenti episodi a carico della Decima durante il processo al suo comandante nel dopoguerra:

Valmozzola (PR): 17 marzo 1944 fucilazione di otto partigiani presi prigionieri dopo l'uccisione di due ufficiali del battaglione Lupo della Xª Flottiglia MAS Carlotti e Pieropan.
Forno (frazione di Massa), 13 giugno 1944: 68 persone (tra le quali il maresciallo dei carabinieri Ciro Siciliano, che cercò di impedire il rastrellamento), per lo più civili e qualche partigiano, vennero uccise da un reparto di SS e da uomini della Compagnia "O" della Decima al comando di Umberto Bertozzi (che secondo alcune fonti fu colui che selezionò chi tra i prigionieri sarebbe stato fucilato) in quella che vine ricordata come la Strage di Forno.
Borgo Ticino (NO), 13 agosto 1944: in collaborazione con le SS, fucilazione di 12 civili, saccheggio e incendio del paese. Per la prima volta viene applicato il bando Kesselring di rappresaglia per il ferimento di quattro soldati tedeschi (al paese venne chiesto un risarcimento di 300.000 lire a compensazione del fatto e per evitare l'esecuzione, ma dopo aver riscosso la cifra, come ammesso anche al processo dal Capitano Krumhar che guidava il gruppo delle SS, la fucilazione e le successive violenze avvennero ugualmente).
Guadine (fraz. di Massa), 24 agosto 1944: rappresaglia sulla popolazione civile, ritenuta fiancheggiatrice dei partigiani, con alcune decine di civili uccisi. Il paese e le sue frazioni furono quasi completamente bruciati e distrutti. L'operazione probabilmente aveva anche lo scopo di bloccare eventuali fuggitivi dalla contemporanea azione della 16. SS-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, agli ordini del maggiore Walter Reder e degli uomini della Brigata Nera di Massa, che si stava svolgendo a Vinca (comune di Fivizzano).
Castelletto sopra Ticino (NO), 2 novembre 1944, dopo l'uccisione da parte dei partigiani del sottotenente di vascello Leonardi, pubblica esecuzione esemplare: un ufficiale della Xª MAS fa fucilare in pubblico cinque partigiani "garibaldini" detenuti ad Arona, dopo aver raccolto una folla obbligata ad assistere.
Crocetta del Montello (TV): tortura su partigiani catturati tramite fustigazione e ustioni con stracci imbevuti di benzina e accesi, nonché sei esecuzioni sommarie.
Nel processo che Borghese subì dopo la guerra, una testimonianza suggerì anche che in alcune delle rappresaglie di cui furono protagonisti, gli uomini della Decima indossassero uniformi tedesche, probabilmente per farle attribuire esclusivamente all'esercito nazista. Tuttavia nel dispositivo della sentenza, Borghese fu condannato a 12 anni di carcere ed esclusione dai pubblici uffici solo per "collaborazione militare" coi tedeschi, escludendo il suo coinvolgimento nei crimini di guerra come la sua partecipazione ai reati di omicidio e saccheggio.

Durante gli anni sessanta seicentonovantacinque fascicoli riguardanti le stragi nazifasciste in Italia vennero "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare, principalmente per ragioni di convenienza politica, e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Successivamente, nel 1994, durante la ricerca di prove a carico di Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della Vergogna): tra di questi ve ne erano diversi riferiti a fatti compiuti da personale della Decima Mas di Borghese.

Verso la fine della guerra, la Xª MAS di Borghese spostò il suo quartier generale in Piemonte. Il 26 aprile, primo dei tre giorni di insurrezione che portarono alla Liberazione, Borghese sciolse la Decima presso la caserma di piazzale Fiume (odierna piazza della Repubblica) a Milano.

I vari reparti della Decima seguirono invece diversi destini, a seconda del luogo e del nemico a cui si arresero.

I battaglioni "Barbarigo", "Lupo", "NP" e "Freccia" e il gruppo artiglieria "Colleoni", impiegati a difesa della Linea Verde dopo aver subito perdite esiziali nella battaglia contro le forze inglesi e del Commonwealth si ritirarono in piccoli nuclei oltre l'Adige verso Padova ad Albignasego ("Lupo" e "Barbarigo") dove si arresero quando furono raggiunte dal nemico, ottenendo da questo l'onore delle armi. Il "Freccia" e il "Colleoni" furono totalmente distrutti nella battaglia, e cessarono di agire come unità organiche già dagli ultimi giorni di aprile 1945, ripiegando disordinatamente.
I reparti indivisionati nella Divisione Decima in territorio vicentino ("Sagittario", "Fulmine", "Valanga", "Castagnacci", "san Giorgio", "Alberto da Giussano", "Pegaso", "Vega") attesero l'arrivo del nemico arma-al-piede, dopo un iniziale tentativo di raggiungere la Venezia Giulia per arginare l'invasione iugoslava, frustrato dal totale controllo dell'aria da parte delle aviazioni alleate. Anche questi reparti si arresero con l'onore delle armi. I reparti concentrati a Bassano del Grappa invece si confrontarono coi partigiani, a volte combattendo a volte arrendendosi: in quest'ultimo caso gli uomini che si consegnarono furono spesso oggetto di feroci vendette.
I reparti di Fanteria di Marina a Venezia (btg. "Serenissima" e Nuotatori Paracadutisti -NP- ed altri) si arresero con l'onore delle armi agli Alleati il 30 aprile 1945, presso l'ex collegio navale della GIL a Sant'Elena.
I reparti territoriali a Torino e Milano seguirono la sorte delle altre unità repubblicane ivi presenti. Quelli di Torino non riuscirono a ripiegare verso la "zona franca" di Ivrea per arrendersi agli americani il 5 maggio successivo, e seguitarono a combattere nella caserma assediata dai partigiani. Dopo aver finito le munizioni si arresero, e oltre 60 dei superstiti furono fucilati sommariamente. Quelli di Milano subirono l'urto dell'insurrezione partigiana il 26 aprile.
I reparti nel novarese (btg. "Scirè") furono coinvolti in scontri a fuoco coi partigiani. Quelli che si arresero dietro promessa d'aver salva la vita furono in gran parte passati per le armi.
I reparti in Istria, a Fiume e sulle isole del Carnaro furono sistematicamente annientati dagli iugoslavi. Il battaglione "San Giusto" di Trieste invece riuscì a raggiungere via mare Venezia dove si arrese agli Alleati il 30 aprile.
I reparti di marina a Sanremo uscirono il 26 aprile per un'ultima missione contro i franco-americani, dopodiché affondarono i propri mezzi e dispersero gli uomini. Quelli che furono catturati dai partigiani furono sommariamente uccisi.
I caduti accertati in operazioni belliche e di controguerriglia della Decima assommano a oltre 600. A questi vanno aggiunti gli uomini uccisi sommariamente al termine delle ostilità dopo aver ceduto le armi, in numero non precisato (si ricorda, ad esempio, l'eccidio di Valdobbiadene dei Nuotatori Paracadutisti della Decima, NP, nel maggio del 1945, ove furono trucidati 50 prigionieri di guerra).



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sabato 21 marzo 2015

DONGO

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Dongo è il luogo della cattura di Benito Mussolini e dei gerarchi della repubblica Sociale Italiana, che vennero portati nella sede comunale, Palazzo Manzi, per ufficializzare l’arresto. Il paese di Dongo sorge alla foce del torrente Albano, lungo il tracciato dell'Antica Via Regina; Dongo si trova anche sull'antico percorso che, attraverso il Passo San Jorio, collega il lago di Como alla Val Mesolcina.

Un documento del 1465 è il primo a segnalare la presenza nella zona di importanti miniere di ferro. Queste miniere e gli impianti per il trattamento del ferro nel 1771 divennero di proprietà di Pietro Rubini, che nel 1789 costruì' il primo altoforno a carbone di legna per la produzione della ghisa, nel 1839 la società diventerà Rubini Scalini Falck, da cui nascerà' l'industria siderurgica Falck.


All'altezza della Piazzetta Rubini venne catturato dai partigiani Benito Mussolini il 27 aprile 1945 in fuga da Milano verso la Valtellina; fu ucciso nella frazione di Giulino nel comune di Tremezzina (oggi Mezzegra), il giorno seguente.

Nel tentativo di sfuggire alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana e sperando ancora in un sussulto dei suoi con la possibilità di trattare un accordo di resa a condizione, Mussolini abbandona il 18 aprile 1945 l'isolata sede di Palazzo Feltrinelli a Gargnano, sulla sponda occidentale del lago di Garda, e si trasferisce a Milano, dove arriva in serata prendendo alloggio nella prefettura; il giorno precedente aveva discusso nell'ultimo consiglio dei ministri sulla possibile resistenza nel Ridotto della Valtellina.

Nella notte, insieme a Pavolini, giunge a Menaggio un convoglio militare tedesco in ritirata composto da trentotto autocarri e da circa duecento soldati della FlaK, la contraerea tedesca, al comando del tenente Willy Flamminger diretto a Merano attraverso il passo dello Stelvio. Mussolini con i gerarchi fascisti e le rispettive famiglie al seguito, decide di aggregarvisi. La colonna, lunga circa un chilometro, alle cinque del mattino parte da Menaggio, ma alle sette, appena fuori dall'abitato di Musso, viene fermata ad un posto di blocco delle Brigate Garibaldi; dopo una breve sparatoria, e in seguito a lunghe trattative, i tedeschi ottengono il permesso di poter proseguire a condizione che venga effettuata un'ispezione, e che siano consegnati tutti gli italiani presenti nel convoglio, nel sospetto che vi fosse il Duce con qualche gerarca in fuga. Mussolini, su consiglio del capo della sua scorta SS, il sottotenente Fritz Birzer, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, si finge ubriaco e sale sul camion numero 34 della Flak, occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare. A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di seguire nascostamente Mussolini nel convoglio.

Intanto, durante l'attesa in cui si svolgevano le trattative, Ruggero Romano con il figlio Costantino, Ferdinando Mezzasoma, Paolo Zerbino, Augusto Liverani, Nicola Bombacci, Luigi Gatti, Ernesto Daquanno, Goffredo Coppola e Mario Nudi si consegnano al parroco don Enea Mainetti, nella canonica di Musso, che li affiderà ai partigiani. Il sacerdote venne a conoscenza della presenza di Mussolini nella colonna e ne diede comunicazione a "Pedro".

Verso le ore 16 del 27 aprile, durante l'ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, Mussolini viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri sotto una panca del camion n. 34. Viene perciò prontamente disarmato del mitra e di una pistola Glisenti, arrestato e preso in consegna dal vicecommissario di brigata Urbano Lazzaro "Bill" che lo accompagna nella sede comunale, dove gli viene sequestrata la borsa di cui era in possesso.

Tutti gli altri componenti italiani al seguito vengono arrestati: si tratta di più di cinquanta persone, più le mogli e i figli al seguito. Tra di essi la maggior parte dei membri del governo repubblicano, più alcune personalità politiche, militari e sociali accompagnati dai loro familiari. Qualcuno si consegna spontaneamente, altri tentano di comprarsi una possibilità di fuga offrendo ingenti somme e valori alla popolazione locale. Gli occupanti di un autoblindo cercano di resistere ingaggiando una sparatoria, Pietro Corradori e Alessandro Pavolini fuggono buttandosi nel lago ma vengono ripresi e Pavolini rimane ferito. Il giorno seguente sedici di essi, tra gli esponenti più in vista del regime, saranno sommariamente fucilati sul lungolago di Dongo; tra gli altri, che rimangono agli arresti a Dongo e saranno trasferiti a Como, un'ulteriore decina di essi, in due notti successive, viene prelevata ed uccisa.

Il fermo della colonna motorizzata tedesca e il susseguente arresto di Mussolini e del suo seguito era stato effettuato dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, nome di battaglia “Pedro”. Il suo commissario politico era Michele Moretti “Pietro Gatti”, vice commissario politico Urbano Lazzaro “Bill” e il capo di stato maggiore Luigi Canali “Capitano Neri”. Tra i gerarchi al seguito del dittatore, furono arrestati anche Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alessandro Pavolini, Ministro segretario del PFR, Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare, Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni, Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici, Paolo Zerbino, Ministro dell'Interno. Fu arrestato anche Marcello Petacci, fratello di Claretta, che a bordo di un'Alfa Romeo 1500 recante bandiera spagnola, seguiva il convoglio con la convivente Zita Ritossa, i figli Benvenuto e Ferdinando e la sorella. Esibendo un falso passaporto diplomatico spagnolo si dichiarava estraneo al convoglio, spacciandosi per diplomatico spagnolo. Anche Clara era in possesso di un passaporto spagnolo intestato a Donna Carmen Sans Balsells. Tra i fermati c'è anche la presunta figlia naturale del Duce, Elena Curti.

Nello stesso tempo, i prigionieri rimasti a Dongo, vengono interrogati e schedati dal "capitano Neri" e separati in tre gruppi distinti: Bombacci, Barracu, Utimpergher, Pavolini e Casalinuovo vengono anch'essi trasferiti a Germasino, i ministri rimangono rinchiusi nei locali del municipio e gli altri, autisti, impiegati, militari tra cui l'agente dei servizi segreti Rosario Boccadifuoco, distribuiti nell'ex caserma dei Carabinieri ed in case private. I Petacci, di cui non si era ancora scoperto la vera identità, vengono alloggiati all'albergo Dongo. La partigiana "Gianna", in collaborazione con l'impiegata comunale Bianca Bosisio, esegue l'inventario di tutti gli ingenti valori ed i beni sequestrati.

Per "oro di Dongo" si intendono comunemente tutti i beni sequestrati dalla 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", tra quelli in possesso di Mussolini e i gerarchi al momento della cattura. Tali beni sono stati parzialmente inventariati il 28 aprile 1945 nel Municipio di Dongo, dalla partigiana Giuseppina Tuissi "Gianna" e dall'impiegata comunale Bianca Bosisio. Nel tardo pomeriggio del medesimo giorno, il capo di stato maggiore della brigata, Luigi Canali, nome di battaglia “Capitano Neri”, firma un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati dalla Tuissi, alla federazione comunista di Como, di cui Gorreri è responsabile. L'utilizzazione fatta di tali valori, è tuttora oggetto di congetture.

Il 7 maggio 1945, il “Capitano Neri” scompare misteriosamente e il suo corpo non sarà più ritrovato. Il 22 giugno successivo, la "Gianna", dopo essere stata diffidata dall'intraprendere ricerche sulla fine dell'ex-comandante, nonché minacciata da Dante Gorreri e da Pietro Vergani, comandante delle formazioni garibaldine della Lombardia, è uccisa e gettata nel Lago di Como nei pressi di Cernobbio. Anche il suo corpo non sarà più ritrovato. Il 5 luglio riemerge invece dal lago il corpo di Anna Maria Bianchi, amica e confidente della Tuissi, annegata dopo essere stata torturata e ferita con due colpi di rivoltella.

Nel 1946 Gorreri è eletto all'Assemblea Costituente, sui cui banchi siederà sino al 1948.

Il 12 dicembre 1949 Dante Gorreri è rinviato a giudizio in qualità di mandante dell'omicidio del “Capitano Neri” e con l'accusa di peculato per aver preso in consegna il cosiddetto “oro di Dongo” e averlo successivamente fatto sparire; insieme a lui sono incriminati: Pietro Vergani, per aver organizzato l'uccisione del Canali, e in qualità di mandante degli omicidi della Tuissi e della Bianchi; Domenico Gambaruto quale esecutore materiale dell'uccisione del “Capitano Neri”; Maurizio Bernasconi "Mirko", per l'uccisione della "Gianna"; Natale Negri ed Ennio Pasquali per quello della Bianchi. Gorreri è arrestato e resta in carcere quattro anni; nel 1953 è eletto deputato nelle liste del PCI e, avvalendosi dell'immunità parlamentare viene liberato.

Il 29 aprile 1957, presso la Corte d'Assise di Padova si apre il processo per la sparizione dell'"oro di Dongo" e i collegati delitti sopra riportati. In tale sede è ascoltato Enrico Mattei, responsabile amministrativo di tutte le formazioni partigiane durante la Resistenza, il quale testimonia che "il bottino delle azioni di guerra apparteneva alle formazioni che lo catturavano, e poteva essere messo a disposizione dei comandi". È sentito anche Luigi Longo, vicesegretario del PCI e, all'epoca, vicecomandante del Corpo volontari della libertà. L'esponente comunista afferma di non ritenere "esatto che al partito comunista siano arrivati dei valori; essi giunsero invece a un comando garibaldino autorizzato a disporre per i suoi reparti delle prede belliche". Il documento di consegna alla federazione del partito, firmato da Canali e controfirmato anche dai partigiani Michele Moretti e Urbano Lazzaro, tuttavia, recita diversamente.

Il 24 luglio successivo, uno dei giurati è ricoverato in ospedale e il processo è rinviato al 5 agosto. Tra le due date, il giurato ricoverato si suicida in ospedale e il processo è rinviato a nuovo ruolo. Non verrà più ripreso. Nel frattempo scatterà il meccanismo della prescrizione, assicurando a Gorreri l'impunità.

Il 4 maggio 1945 era pervenuto sul tavolo di Gorreri tutto il materiale cartaceo contenuto in due borse in possesso di Mussolini e requisito dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi al momento della sua cattura, a cui erano stati uniti altri documenti di Mussolini provenienti da una terza borsa sequestrata a Marcello Petacci, temporaneamente trattenuti da Aldo Lampredi.

Al comando comasco, il materiale è esaminato da una commissione formata, oltre che da Gorreri, anche dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli, che verificano trattarsi di un carteggio comprendente 62 lettere, di cui 31 a firma del Primo ministro britannico Winston Churchill e 31 a firma Mussolini.

Dopo la visione degli stessi, si decide di commissionare la fotoriproduzione di tutti i documenti alla Fototecnica Ballarate di Como. Ne sono effettuate alcune copie, di cui l’originale rimane in possesso di Dante Gorreri, e una copia viene consegnata a Bertinelli, che la nasconderà all’interno di un "cavallo con maniglie" di una palestra di Como; un’altra copia è riposta da Gorreri nella cassaforte della federazione.

Il 2 settembre 1945, a nemmeno due mesi dalla conclusione della guerra in Europa, dopo aver perso le elezioni politiche e non più Primo ministro, Winston Churchill si reca sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza dietro il falso nome di colonnello Waltham e fa contattare Dante Gorreri dal capitano dei servizi segreti britannici Malcolm Smith.

Il 15 settembre 1945, nella trattoria “La pergola” di Como, Dante Gorreri consegna gli originali delle 62 lettere del carteggio Churchill-Mussolini al capitano Smith, in cambio della somma di due milioni e mezzo di lire in contanti. Le copie del carteggio in possesso del prefetto Virginio Bertinelli erano già state recuperate dal capitano inglese, il precedente 22 maggio.

La copia del carteggio riposta da Gorreri nella cassaforte della federazione comunista sarà trafugata nel 1946 da Luigi Carissimi Priori, ex capo dell’ufficio politico della questura di Como. In un’intervista rilasciata nel 1998 al giornalista Roberto Festorazzi, Carissimi Priori dichiarerà di aver consegnato il plico contenente le 62 lettere al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, resistendo ad un'offerta di 100.000 sterline di alcuni agenti segreti inglesi.






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martedì 3 marzo 2015

QUARTIERI MILANESI : PONTE LAMBRO

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Ponte Lambro è un quartiere di Milano situato nella periferia sud-est della città. È compreso nella zona 4 del decentramento amministrativo e il suo territorio è delimitato a ovest dalla Tangenziale Est che lo divide dal quartiere di Morsenchio, del quale faceva invece precedentemente parte, a est dal fiume Lambro e a sud confina con il comune di San Donato Milanese.

L’area su cui è sorto l’attuale abitato di Ponte Lambro era un tempo un territorio esclusivamente agricolo, caratterizzato da una particolare ricchezza di acque superficiali. Il naturale sistema dei fontanili e delle rogge, era stato canalizzato e sfruttato a fini agricoli fin dal XIII secolo attraverso le marcite, da parte dei monaci dell’ordine degli Umiliati insediati nella vicina abbazia di Monluè. I confini erano definiti a nord dall’antica strada Paullese, a est dal fiume Lambro e a ovest e sud, rispettivamente, dalla roggia Spazzola e da quella delle Quattro Ave Marie. Sin dall’epoca imperiale romana, un ponte di legno permetteva alla strada Paullese di superare il fiume Lambro.

Alla fine dell’Ottocento, l’area coincide con il terreno dei due grandi poderi detti Canova e Zerbone, sui quali sorgevano antiche cascine e mulini: la "Cascina Zerbone" (XIV secolo), poco distante il "Mulino della Spazzola" (XIII secolo) situato sulla roggia omonima, e la "Cascina Canova, o Casanova" (XVII secolo). Originariamente sottoposti alla giurisdizione civile ed ecclesiastica della Pieve di San Donato, i due poderi erano amministrati da sempre dal Comune di Morsenchio, prima di essere annessi col Risorgimento dal Comune di Mezzate, che nel 1916 divenne Linate al Lambro, vista la continua crescita del numero dei suoi abitanti: la gran parte, infatti, si concentrava in quella fetta di territorio che prese il nome di Ponte Lambro.

Nel 1922, a seguito di alcuni espropri per la realizzazione del Porto di mare e del canale navigabile Milano-Cremona-Po, mutarono i confini territoriali del Comune di Linate al Lambro: le frazioni di Ponte Lambro e Morsenchio furono aggregate al Comune di Milano, e i confini vennero ridefiniti spostando più a sud il limite del territorio milanese, sottraendo anche una piccola porzione del Comune di San Donato in fondo all’abitato di Ponte Lambro. Il tutto, però, rimase sulla carta, e soltanto il 1º gennaio 1925 divenne definitiva l’aggregazione di Ponte Lambro e Morsenchio a Milano, mentre il progetto del porto non ebbe seguito e il canale non venne mai realizzato. Il Comune di Linate al Lambro perse, oltre ad una buona fetta del suo territorio, la metà della popolazione, passando da 3931 a 1914 abitanti.

Il "podere della Canova", su cui è sorto l’abitato di Ponte Lambro, apparteneva un tempo all'ordine degli Umiliati di Brera, che a Monluè avevano la propria grangia, insieme con altre case e conventi a Morsenchio e Linate. Venne poi acquistato dal “Luogo Pio Elemosiniere delle Quattro Ave Marie”, un'antica confraternita deputata ad opere caritatevoli. Su questo fondo sorgeva "l’Osteria delle Quattro Marie”, che apparteneva al medesimo Luogo Pio. Era situata in corrispondenza del quarto miliare della strada consolare romana che congiungeva Milano a Cremona, e ancora oggi è conosciuta come Osteria del Bagutto: risale al 1284 il primo documento che ne attesta l’esistenza. La Roggia Certosa e una strada, l'odierna via Camaldoli, separava il podere della Canova dal fiume Lambro, e la lunga fascia di terra che stava fra i due corsi d’acqua, insieme col molino detto di Gavazzo, apparteneva al Monastero delle Madri di Santo Spirito. La proprietà dei terreni fu per lungo tempo in mano agli ordini monastici. Il cambio di proprietà avvenne tra il Settecento e l'Ottocento, quando i poderi e gli stabili che vi sorgevano vennero venduti a privati. Poco prima del fiume Lambro esisteva una vecchia cappelletta, con l’affresco che raffigurava la “Fuga in Egitto”. Venne restaurata nel 1912 dal signor Giovanni Sala, oste del Butteghin.

Sorto in prossimità di un ponte sul fiume Lambro, da cui il suo nome, il borgo di Ponte Lambro iniziò ad acquisire una sua fisionomia nei primi anni del Novecento, con l'insediamento di una trentina di "artigiani lavandai". Espulsi dalla città in continua crescita, trovarono proprio qui le acque limpide delle rogge ( Roggia Certosa, Roggia delle Quattro Ave Marie e Roggia Spazzola) e i prati erbosi per la stesa dei panni. Lungo la via Camaldoli sorsero le prime lavanderie, seguite da quelle di via S. Antonio (rinominata via Umiliati nel 1925, quando Ponte Lambro divenne un quartiere di Milano), le più numerose, e via via tutte le altre.

La popolazione aumentò progressivamente a causa del processo migratorio verso la città e i comuni limitrofi degli ex lavoratori agricoli, espulsi dalla meccanizzazione dell'agricoltura e attratti da un lavoro sicuro nelle fabbriche. Lo scoppio della prima guerra mondiale e la destinazione industriale di una parte del territorio compreso tra Linate al Lambro e Taliedo, favorì l’insediamento di nuovi stabilimenti per la produzione bellica: a Morsenchio le industrie chimiche SIPE-Società Italiana Prodotti Esplodenti e la Società Derivati Cellulosa; sul limitare dell'aeroporto di Taliedo le ditte aeronautiche SSAI-Società per lo Sviluppo dell'Aviazione in Italia (nel 1917 venne rilevata da Gianni Caproni e divenne Società Italiana Caproni e poi Aeroplani Caproni nel 1929).

Qualche anno più tardi a Morsenchio si insediò un'importante industria chimica, l’Appula (rilevata dalla Montecatini nel 1941), mentre nel 1929 anche la ditta Piero Magni Aviazione trasferì la sua attività a Morsenchio in via Bonfadini, dove trovarono lavoro diversi abitanti di Ponte Lambro.

Furono edificate nuove case, aprirono nuovi negozi e attività artigianali, modificando e arricchendo il tessuto sociale del quartiere, che aveva ormai raggiunto i 1.500 abitanti nei primi anni Venti. Nei primi decenni del Novecento la popolazione era connotata da un tessuto sociale piuttosto omogeneo, di estrazione nettamente proletaria e strutturato intorno ad alcune grandi famiglie. Accanto a quello dei lavandai si andava formando un nutrito nucleo operaio, richiamato in quest’area dalla presenza di alcune industrie che traevano particolari vantaggi da questa parte della provincia per la ricca presenza di acque, della ferrovia e, soprattutto, della inesauribile manodopera a buon mercato.

Nel 1919 sorsero le prime organizzazioni proletarie: venne inaugurata la Sezione del Partito Socialista, venne fondato il Circolo Famigliare dove trovarono sede le prime leghe contadine e operaie. Nel 1922 venne fondata la Cooperativa di Consumo e la Cooperativa Edificatrice, che costruirono la propria sede in via Bonfadini. Erano luoghi di emancipazione sociale e di istruzione e al tempo stesso di difesa al potere di acquisto dei lavoratori, minacciati dal continuo rincaro dei generi di prima necessità, e dalla mancanza di alloggi a prezzo popolare. Il nuovo assetto sociale assunse particolare vigore nel 1920, in occasione delle elezioni amministrative: per la prima volta la vittoria socialista portò alla nomina del nuovo sindaco Attilio Ardemagni a Linate al Lambro, rompendo il predominio delle classi benestanti. Le precedenti amministrazioni, infatti, erano composte dagli esponenti della borghesia locale: osti, mugnai, fittabili, commercianti e proprietari terrieri. Nella primavera del 1922 venne inaugurata la sezione del Partito Comunista d'Italia. Nel 1921 il movimento fascista trovò sostenitori e finanziatori tra i proprietari terrieri, fittavoli e artigiani di Linate al Lambro, che fondarono la sezione del Fascio di Combattimento. Divenne in seguito Sezione del Partito Nazionale Fascista, con sede nella palazzina dietro il palazzo municipale. I consiglieri comunali socialisti e comunisti furono minacciati e costretti a dare le dimissioni, causando lo scioglimento della giunta di Ardemagni prima, e poi quella del sindaco Emilio Lorini. In seguito i fascisti presero possesso della Cooperativa Edificatrice e della Cooperativa di Consumo, imponendo propri rappresentanti nei consigli di amministrazione.

L’insediamento residenziale si intensificò negli anni tra il 1912 e il 1915 quando, dallo smembramento del fondo agricolo della Canova, si sviluppò una rete di strade che gravitava sull’attuale via Umiliati. Indipendentemente da qualunque previsione e disegno urbanistico (i piani regolatori di Milano del 1889 e del 1912 non si estendono infatti ad aree così esterne) lo sviluppo edilizio del quartiere continuò per tutto il decennio successivo, caratterizzandosi per la prevalenza di edilizia residenziale (villette) lungo le attuali vie Camaldoli, Montecassino, Monteoliveto e Parea e per l’attestarsi invece delle attività commerciali e artigianali lungo la centrale via Umiliati e la via Bonfadini (ex strada Paullese). Le previsioni contenute nel Piano Regolatore Generale del 1933 non vennero mai attuate, lasciando alla spontaneità lo sviluppo edilizio del quartiere mantenendo inalterata la viabilità. Alla fine degli anni ’30 il quartiere era ormai ben delineato nel suo sviluppo in direzione nord-sud (lungo gli assi delle vie Camaldoli e Umiliati paralleli alle rogge Certosa e delle Quattro Ave Marie) ed era caratterizzato dalla prevalenza di edilizia residenziale a bassa densità mista ad attività commerciali e artigianali.

Nel dicembre 1939 iniziò l'attività il "cinema Adua", situato in via Monteoliveto: agli spettacoli accorrevano numerosi gli abitanti dei quartieri limitrofi e dai paesi più vicini. Il cinema, chiuse i battenti nella seconda metà degli anni '80.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Ponte Lambro divenne la base operativa di cellule della Resistenza, mentre la Sede del Partito Nazionale Fascista, in via Monte Oliveto, rimase sempre pressoché deserta. Molti operai antifascisti costituirono cellule di strada e squadre di officina, compiendo azioni di sabotaggio negli stabilimenti della Caproni, Montecatini e Piero Magni, facendo saltare i pali della luce e del telefono lungo la strada Paullese. Militavano in diverse formazioni partigiane: nella 124ª e 196ª Brigata Garibaldi SAP, nelle formazioni di Giustizia e Libertà e nella 38ª Brigata Matteotti, in contatto con altre formazioni della Zona Vittoria-Romana, in particolare del rione di Calvairate. Nove furono i pontelambresi arrestati e deportati nei campi di concentramento tedeschi, tra giovani renitenti alla leva e chi aveva partecipato agli scioperi del marzo 1944: solo quattro tornarono a casa. Nei giorni che seguirono la Liberazione, il CLN di Ponte Lambro, composto da esponenti del PCI, PdA e PSI, svolse un ruolo importante per l'approvvigionamento di viveri e medicinali da distribuire alla popolazione, e per il controllo dell'ordine pubblico. Il Consiglio di Amministrazione della Cooperativa di Consumo tornò nelle mani di chi l'aveva fondata nel 1922, socialisti e comunisti, chiudendo il nefasto periodo di controllo da parte del Partito Fascista, durante il quale era stata venduta la proprietà dell'edificio per pagare i debiti accumulati.

La crisi economica del dopoguerra determinò la chiusura di molte fabbriche e il licenziamento di migliaia di lavoratori (5.000 alla Caproni). Molte famiglie del quartiere riuscirono a superare le difficoltà grazie all'aiuto di molti esercenti, che fecero credito sulla lista della spesa. Il processo migratorio, interrotto dalla guerra, riprese negli anni '50 con l'arrivo di nuove famiglie provenienti dalle regioni del meridione, dalla Toscana e dal Veneto. I nuovi arrivati si integrarono socializzando con i “vecchi” abitanti. Nuovi edifici presero il posto delle lavanderie artigiane, che man mano chiudevano la loro attività con l'arrivo delle prime lavatrici. La coesione sociale ancora esistente negli anni del dopoguerra era notevole, e il quartiere vantava una forte e diffusa attività associazionistica: sezioni di partito (PCI, PSIUP) il circolo ACLI, la Cooperativa di Consumo, l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia e l'Associazione Combattenti e Reduci. Non mancavano le attività sportive ed in particolare le squadre di calcio (Valentia) e di ciclismo; otto erano i campi per il gioco delle bocce, uno in ogni osteria: Bar Liporati, Bar dei Combattenti, Trattoria Butteghin e l'Osteria del Ponte, Bar Tabacchi, Cooperativa, Bar del Trani e al Bagutto. Due erano le sale da ballo: il "Valentia", presso la Cooperativa, e la "Grotta Azzurra" al Bar Tabacchi.

Nel 1954 venne costruita una chiesa provvisoria, un capannone prefabbricato che la Curia milanese adottò per il piano generale di costruzione delle nuove chiese. Con decreto del 14 luglio 1954, Don Marco Scandroglio fu autorizzato dall’arcivescovo a celebrarvi la S. Messa. Nel 1955 venne fondata la Parrocchia e il 7 agosto Don Aldo Gessaga iniziò a dir messa nella chiesa intitolata al Sacro Cuore di Gesù. Il 27 gennaio 1963 si tenne la Benedizione della prima pietra della nuova chiesa (i lavori di costruzione terminarono nel 1965), che verrà consacrata ufficialmente il 18 aprile 1968.

Il primo intervento pubblico rilevante avvenne nel 1955, quando vennero costruiti una trentina di alloggi comunali in via Umiliati 58 e il nuovo edificio scolastico, che ospitava la scuola materna ed elementare. Per l’occasione venne asfaltata la via Umiliati. In precedenza la scuola più vicina era in via Sordello, a Morsenchio. Tuttavia il quartiere mancava ancora di servizi primari come le fognature, i servizi igienici, l'illuminazione stradale e la corrente elettrica in molte case. In quegli anni Ponte Lambro arrivò a contare circa 5.000 abitanti, pur mantenendo una struttura di vero e proprio “paese” ai margini della città.

Alcune realtà industriali si insediarono lungo la via Umiliati, offrendo occasioni di lavoro anche per i residenti. La prima, nel 1950, è stata la ditta Taliedina Costruzioni Meccaniche, specializzata nella costruzione di collettori di scarico e silenziatori (marmitte) per le moto Parilla. Con gli anni "60" e il boom economico giunse la Admiral, importante società americana specializzata nella costruzione di televisori, che costruì un nuovo edificio per tecnici e impiegati. Verso la fine degli anni "60" la Admiral trasferì la propria attività e al suo posto si insediò la Olivetti che fino alla metà degli anni "80" mantenne a Ponte Lambro un importante distaccamento di impiegati e addetti alla riparazione e manutenzione di macchine da scrivere e calcolatrici.

L’ampliamento dell’aeroporto di Linate (1960), con l’interruzione della strada Paullese, e la realizzazione della Tangenziale Est (nei primi anni ’70) contribuirono ad accentuare l'isolamento del quartiere, rendendolo corpo a parte rispetto alla città. L’isolamento contribuì al fenomeno del degrado urbano del quartiere, carente di servizi sociali e con molte case fatiscenti ancora prive dei servizi elementari.

Nella primavera del 1961 venne demolita la Cascina Canova, per far posto alla Casa di cura delle "Quattro Marie". Nel 1981 la clinica divenne il Centro cardiologico Monzino, un importante ospedale specializzato in cardiologia che è pure una sede della Facoltà di Medicina dell'Università degli Studi di Milano.

I successivi interventi di edilizia pubblica, residenziale e non, introdussero nuove tipologie edilizie che modificarono il volto del quartiere. Vennero create nuove strade di servizio (via Guido Ucelli di Nemi, via Giacinto Menotti Serrati e via Rainer Maria Rilke). La costruzione delle case popolari dello IACP nel 1975 -circa 350 appartamenti- e l’insediamento di famiglie numerose provenienti da via Cà Granda, viale Fulvio Testi e via Famagosta, accompagnato dal fenomeno delle occupazioni abusive, segnò negativamente il quartiere. Mancavano adeguati servizi per far fronte ai nuovi arrivati: non c’erano negozi sufficienti e le aule scolastiche non bastavano. La concentrazione di ceti a bassa e bassissima estrazione favorì lo sviluppo della criminalità e di una cultura mafiosa (specialmente di matrice camorristica) che alimentò fenomeni di violenza legati allo spaccio della droga, controllato da alcune famiglie mafiose del quartiere, il cui mercato assunse dimensioni inter-regionali. Le forze dell’ordine riuscirono ad averne ragione soltanto dopo due decenni.

La collaborazione tra le diverse componenti della comunità, in quella occasione, divenne un antidoto efficace e una risorsa per le positive trasformazioni avvenute poi. Le rivendicazioni dei cittadini, organizzati nel Comitato di Quartiere e sostenute dal Consiglio di Zona 13, riuscirono ad ottenere dal Comune importanti servizi: una nuova scuola elementare, un asilo nido e una scuola materna, un mercato comunale e un centro sociale per aggregare i giovani (oltre 600 minori di 18 anni), la copertura della Roggia Certosa lungo la via Camaldoli, divenuta da anni lo scarico delle lavorazioni chimiche della Montecatini, fonte di inquinamento e di malattie.

Risale al 1984 il primo tentativo di porre mano al degrado del vecchio quartiere con interventi su larga scala: attraverso accordi stipulati con il Comune, il Consiglio di zona 13 e l’associazione dei piccoli proprietari di case artigiani e commercianti (CO.P.P.AR.CO.), fu predisposto un Piano di recupero e ristrutturazione delle vecchie case del borgo storico, allora abitate da 800 persone, prevedendo inoltre la realizzazione di parcheggi, zone verdi, nuova viabilità, ma gli interventi realizzati furono pochissimi. Furono realizzati soltanto gli interventi da parte del Comune, attraverso l'esproprio e l'abbattimento delle vecchie case fatiscenti del quadrilatero di via Monte Cassino-Monte Oliveto e Bonfadini nel novembre 1983. Un nuovo edificio di edilizia residenziale ha preso il posto delle vecchie case, dove sono state ricollocate le 110 famiglie in precedenza trasferite provvisoriamente nella "casa-parcheggio" di via Rilke.

Con l'inizio del nuovo secolo, Ponte Lambro conosce un'altra profonda ristrutturazione attraverso un intervento sul patrimonio pubblico previsto dal "Contratto di Quartiere" che ha operato sui caseggiati ALER di via Guido Ucelli di Nemi e Serrati, il rifacimento delle vie centrali del quartiere, la ristrutturazione del Centro Territoriale Sociale, del Centro Giovani, dell'edificio parrocchiale, del Mercato Comunale, dell'ufficio postale e di alcune palazzine in "Via Rilke" appartenenti al Comune di Milano. Il progetto di riqualificazione di alcuni caseggiati ALER, al quale ha partecipato anche l'architetto Renzo Piano presentato nel maggio 2000, è in fase di attuazione a partire dal 2012. All’attuazione del Contratto di Quartiere ha contribuito il Laboratorio di Quartiere, attraverso la partecipazione e coinvolgimento delle realtà locali alle attività di informazione, animazione e condivisione degli obiettivi prefissati. La responsabilità delle attività del Laboratorio di Quartiere è affidata all'IRS, una società di consulenti esterni, incaricata dal Comune di Milano per gestire il "Piano di accompagnamento sociale".

Nel 2008, in via Camaldoli al confine con San Donato Milanese, è stato inaugurato l'Istituto Scientifico di Riabilitazione della Fondazione Maugeri.

Nel giugno 2012 sono iniziati i lavori per l'abbattimento dell'ecomostro (ex albergo "mondiali 90" di calcio) che da oltre vent'anni deturpava il paesaggio.

Il 28 settembre 2013 si è svolta la cerimonia per intitolare la Scuola Elementare a "Guido Ucelli di Nemi"; hanno partecipato la figlia e i nipoti del professore che ha fondato il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.

Il giorno 11 dicembre 2013 è stato inaugurato il nuovo parco giochi di via Vittorini, sorto grazie all'accordo del Comune di Milano con la proprietà dell'area (Beni Stabili) a seguito dell'abbattimento dell'ex albergo "Mondiali 90".

Il nuovo monumento ai caduti di tutte le guerresi trova in via Parea, davanti al centro civico. È stato eretto nel settembre 2012 per volere del comune di Milano, del consiglio di zona 4 e delle sezioni ANPI della zona 4, e ufficialmente inaugurato il 20 ottobre successivo.
Il momunento dei caduti in precedenza era situato in fondo alla via Vittorini, poco prima di giungere al ponte sul fiume. Venne eretto nei primi anni Settanta dall’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci – Sezione di Ponte Lambro e Morsenchio, per ricordare i concittadini morti nel corso dei due conflitti mondiali. Proprio lì dietro sorgeva un tempo l’edificio del casello daziario, adibito alla riscossione di talune imposte comunali. Nel novembre 1962, cessata l’attività esattoriale, divenne sede dell’associazione combattentistica, almeno fino al settembre del 1984, quando un violento incendio distrusse il caseggiato in legno. Le condizioni di degrado del monumento suggerivano ormai la sua completa sostituzione e la posa in un luogo più consono alla sua funzione, per ricordare ai noi tutti gli orrori della guerra e chi era morto per la nostra Libertà. Le tre lapidi recano i nomi dei caduti in ordine alfabetico: 52 del primo e 65 del secondo conflitto mondiale. L’elenco comprende alcuni nomi di cittadini residenti a Linate, poiché gli attuali quartieri di Ponte Lambro e Morsenchio erano ai tempi frazioni del Comune di Linate al Lambro, almeno fino al 31 dicembre del 1924, poiché col nuovo anno vennero ufficialmente aggregati al Comune di Milano. Tra i nomi della Prima Guerra Mondiale, caduti combattendo sul Carso, sul Piave o morti in prigionia, vi sono tre "Ragazzi del '99", giovani di 17 anni arruolati nell'ottobre 1917 dopo la disfatta di Caporetto, in un momento di grave crisi per il Paese. Rinsaldarono le fila sul Piave, Monte Grappa e Montello permettendo all'Italia la riscossa del 1918 con la battaglia di Vittorio Veneto. I loro nomi sono: Carlo Bertolesi, Giuseppe Uberti e Luigi Vignati. Va reso merito all’Associazione dei Combattenti e Reduci, che volle aggiungere all’elenco dei militari caduti sui fronti di guerra anche i nomi di tre deportati, un paio di civili e altrettanti partigiani morti tra il settembre del ‘43 e l’aprile del ’45. Tra i deportati possiamo leggere il nome di Luigi Moroni, nato l’8 ottobre del 1928 a Milano, abitava in Via Bonfadini 264 (ora via Vittorini), operaio. Domenico Lino Negri, nato l’8 gennaio del 1926 a Castiglione d’Adda (Lo), abitava in Via Monte Oliveto 4, operaio. Furono arrestati insieme ad altri due operai, Mario Rossi e Giuseppe Merli, il 5 settembre del 1944, durante un rastrellamento compiuto a Ponte Lambro da una pattuglia di SS e da alcuni militi della G.N.R. Condotti al carcere di San Vittore, furono rinchiusi al quinto raggio riservato ai detenuti politici. Il 20 settembre i due più anziani furono rilasciati, mentre i due ragazzi subirono la deportazione al campo di concentramento di Bolzano. Il 5 ottobre furono trasferiti a Dachau, dove il 6 marzo del 1945 morì Luigi Moroni. La stessa sorte toccò a Domenico Lino Negri, che morì a Muhldorf, sottocampo di Dachau. Attilio Ferla, nato il 26 settembre 1905 a Mediglia (Mi), abitava in Via Umiliati 15, di professione fabbro. Venne arrestato il 3 marzo del 1944, per diffusione di volantini e stampa comunista, e rinchiuso al quinto braccio del carcere di San Vittore. Il 17 marzo 1944 venne deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Morì a Gusen il 19 gennaio 1945. Tra i civili possiamo leggere il nome del diciottenne Antonio Gariboldi, nato il 17 giugno 1925 a Seveso San Pietro (Mi), di professione fornaio, residente a Linate. Il 13 settembre 1943 reparti della Wehrmacht e delle SS imperversavano nella città di Milano da poco conquistata. Al sopraggiungere di una pattuglia che aveva appena superato il ponte sul Lambro in direzione Linate, il giovane Gariboldi, preso dal panico, si mise a correre tra i campi, ma venne colpito da una raffica di proiettili e morì in seguito alle gravi ferite riportate. Emilio Garlaschè, agricoltore di anni 21, nato il 28 settembre 1923 a Peschiera Borromeo (Mi), dove abitava. Venne ucciso da una raffica di mitraglia tedesca il 26 aprile 1945, sul Viale dell’Aviazione a Milano, all’altezza di Monluè. Viaggiava con altri due amici a bordo di una Fiat Topolino sventolando il tricolore, mentre si dirigevano alla sede milanese del Partito Liberale. Una pattuglia di tedeschi appostata sul viale Forlanini, all’altezza del ponte sul fiume Lambro, aprì il fuoco contro l'auto che sopraggiungeva, uccidendo Emilio Garlaschè e Gianfranco Guzzeloni, mentre il conducente della vettura, Luigi Chiappa, rimase illeso e si salvò gettandosi nella scarpata del fiume. Compaiono anche i nomi di due partigiani, anch’essi morti tragicamente il 26 aprile del 1945: Angelo Garotta, nato il 17 aprile 1922 a Mediglia (Mi), abitava in Via Monte Oliveto 3. Operaio della Montecatini, apparteneva alla “38ª Brigata Matteotti”. Morì a causa di un tragico incidente capitatogli mentre si accingeva a salire su un autocarro, diretto alla sede della “124ª Brigata Garibaldi”: nel trambusto partì un colpo dal fucile che lo ferì mortalmente. Ernesto Cerri, nato a Chiaravalle Milanese il 10 gennaio 1917, abitava in Via degli Umiliati 13. Di professione meccanico, apparteneva alla “38ª Brigata Matteotti”. Morì al campo volo di Taliedo per l’esplosione di una mina: le truppe della Wehrmacht, prima di abbandonare la città, avevano minato l’aeroporto di Taliedo e il Forlanini di Linate per renderli inservibili. L’opera di sminamento venne compiuta dai partigiani della 124ª Brigata Garibaldi nei giorni seguenti la Liberazione, ricevendo per questo un encomio solenne dalle forze armate alleate.

La popolazione attuale è di circa 4.000 abitanti, di cui poco meno del 30% risiede negli alloggi di edilizia pubblica con una crescita significativa della componente giovanile (il 52% degli abitanti ha meno di 40 anni). La presenza di stranieri è cresciuta ed è oggi pari a oltre il 33% del totale. Il 16,5% vive negli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma la rimanente quota abita in alloggi privati, spesso in avanzato stato di degrado edilizio e generalmente in condizioni di sovraffollamento.

L'Antica Trattoria Bagutto è uno dei due più antichi ristoranti del mondo tuttora esistenti di cui si abbia notizia. Il toponimo che indica il luogo dove sorge il Bagutto compare in un atto notarile del 1284, conservato presso l'Archivio di Stato di Milano, nel quale Corrado Menclozio, membro di un'autorevole stirpe milanese di ascendenze longobarde, scambia con i Frati Umiliati dell'Abbazia di Santa Maria di Brera dei beni immobili nel territorio di Morsenchio “detti al berlochum o sia alla Spazzòla”, la roggia che scorreva dietro l'osteria. Il termine “berlochum”, di origine longobarda, significa “luogo dove si mangia” e conferma l'esistenza di una taverna dove oggi sorge il Bagutto, situata esattamente nell'allora Comune di Morsenchio e sulle rive della Spazzòla, altrimenti detta roggia Molinara, perché azionava le ruote di molti mulini, compreso quello che stava a poche decine di metri a sud dell'osteria, il Mulino della Spazzola tuttora esistente. Il nome del locale deriva dall'antico termine lombardo “begutto”, ossia bagordo o ingordo. Le origini dell'Antica Trattoria sarebbero però ancora più remote. Il Bagutto, ubicato in via Vittorini 4 (già Bonfadini 210, come ancora indicato dalla targa del vecchio civico), è situato in corrispondenza del quarto miliare dell'antica Strada Paullese, arteria costruita dai Romani due millenni or sono per congiungere Milano a Cremona, e pare che in origine fosse una "taberna" romana. Sul sito dei miliari (pilastrelli di marmo o granito con inciso il numero progressivo indicante la distanza in miglia dal capoluogo), era infatti consuetudine che sorgessero dei punti di sosta e ristoro per i viandanti. In epoca medioevale l'hosteria del Bagutto risultava proprietà del Luogo Pio delle Quattro Marie, ente caritatevole che aveva sede a Milano, nella Contrada dei Pattari. Coi proventi che gli assicuravano le possessioni in campagna, oltre all'affitto di case ed esercizi pubblici, l'Istituto poteva distribuire ai poveri generi alimentari, vesti ed elemosine, e doti alle ragazze da marito indigenti. Col passare dei secoli mutò anche il nome. Nel 1400 era “Hostaria dei gamberi”, pescati nella vicina roggia Spazzòla; nel 1580 era “Hostaria de Quattro Marie alla Canova”, gestita da Messer Bello de Panzan, osto, e Madonna Maria sua moglie.; Canova era il nome del podere vicino al Bagutto, sempre di proprietà dell'Ente benefico delle Quattro Marie. I documenti ufficiali attestano che il Luogo Pio delle Quattro Marie tenne l'osteria del Bagutto fino agli inizi del Settecento, dopodiché la cedette ai conti Durini; da loro passò alla metà del secolo alla famiglia Raineri, e nel 1780 ad Alessandro Merlini e suoi discendenti; dal 1871 nuovi padroni furono i Conti sino al 1894, allorché l'edificio venne acquistato da Mosé Mandelli, capostipite di una dinastia giunta ai giorni nostri.

Personaggi importanti vissuti a Ponte Lambro.
Giuseppe Gerosa Brichetto (Linate 1910 – Milano 1996), medico e insigne studioso, autore di numerosi libri, articoli e pubblicazioni sulla storia del territorio Milanese, in particolare sulle terre in riva al Lambro. Capostipite di quel filone letterario chiamato “Storia Locale”. Nel 1960 fu promotore e fondatore della Casa di Cura "Quattro Marie" di cui divenne direttore sanitario per alcuni anni. In ricordo della sua attività, al suo nome sono intitolate la Residenza Socio Assistenziale di via Mecenate e la Biblioteca Civica di Peschiera Borromeo.

Ernesto Pellegrini, nato a Milano nel 1940, discende da una famiglia di orticultori: i suoi genitori erano affittuari della Cascina Canova e coltivavano i terreni di quel podere fino al 1961, quando venne demolita per far posto alla Clinica delle “Quattro Marie”. Iniziò la sua carriera come impiegato contabile alla ditta Bianchi, passando poi alla gestione del servizio mensa dell’azienda. Grazie al suo intuito imprenditoriale, capì che proprio in quegli anni di sviluppo economico e di evoluzione delle abitudini alimentari degli italiani, la ristorazione sul posto di lavoro avrebbe conosciuto una fase di grande sviluppo. Fu così che nel 1965 fondò l'Organizzazione Mense Pellegrini che, oltre alla ristorazione collettiva, si occupò successivamente anche di buoni pasto, pulizie, servizi integrati e distribuzione automatica. Nel 1984 acquistò l’Inter da Fraizzoli e rimase presidente della società calcistica fino al 1994, quando lasciò la presidenza a Massimo Moratti.

Giampiero Prina (Milano, 1957 – 2002), dopo aver studiato percussioni presso la Civica Scuola di Musica di Milano, clarinetto presso la Civica Scuola di Musica e il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, l'enfant prodige della batteria italiana iniziò a collaborare con molti tra i più importanti musicisti italiani ed internazionali. Batterista titolare di gruppi storici del jazz italiano, poteva vantare anche un lungo curriculum in contesti classico-sinfonici (Orchestra Sinfonica della RAI, Orchestra Sinfonica del Teatro alla Scala, Orchestra dei Pomeriggi Musicali,) e di musica leggera (Enzo Jannacci, Anyway Blues e Orchestra della RAI di Milano).


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