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martedì 20 ottobre 2015

I MONOPOLI DI STATO



Il monopolio di Stato o pubblico è un tipo di mercato in cui il solo produttore (o fornitore) di un determinato bene o servizio è lo Stato. Esso impedisce tramite leggi l'entrata nel mercato da parte di soggetti privati.

Tre sono i motivi principali per cui lo Stato attua questo tipo di mercato:

Lo Stato si fa carico di fornire un determinato bene o un determinato servizio in un settore essenziale per il cittadino nel quale le aziende private non hanno nessuna possibilità di guadagno.
Lo Stato si fa carico di fornire un determinato bene o un determinato servizio in un settore essenziale per il cittadino nel quale le imprese potrebbero creare forti speculazioni.
Lo Stato impone il monopolio su un bene di largo consumo per aumentare il suo gettito fiscale. Per esempio per molti anni in Italia sale e tabacchi.
Il prezzo del bene o del servizio può modificarsi, da cittadino a cittadino, in base a criteri di sussidiarietà per le persone meno abbienti, quindi con prezzi differenti in base al reddito ovvero può costituire un prezzo calmierato uguale per tutti.

Per un gioco come il Gratta & Vinci, con 17 milioni di giocatori che spendono 9 miliardi e 320 milioni di euro all’anno, non dovrebbero esistere dubbi. Il meccanismo deve essere perfetto, cristallino. Invece, se vai grattare, ti imbatti in controlli scarsi, regole non sempre chiare, situazioni a rischio di conflitto di interesse e stranezze nella gestione dei conti correnti. Ma soprattutto, ai giocatori non sono fornite tutte le informazioni essenziali per giocare.

In Italia il gioco d’azzardo è controllato dallo Stato attraverso l’Amministrazione dei Monopoli. Il fiume di soldi delle giocate, per legge, finisce insieme alle tasse, in percentuali che variano da un gioco all’altro. Siamo il paese occidentale dove si punta di più: fra biglietti da grattare, videopoker, lotterie e scommesse, si spende una cifra colossale, circa 70 miliardi di euro, secondo i dato Agicos, paragonabili al prodotto interno lordo di paesi come il Kuwait o il Qatar.

Le “lotterie istantanee”, nome tecnico dei Gratta&Vinci, sono il gioco di maggiore successo. E’ difficile pensare a un business più redditizio, la gestione costa poco e rende cifre strepitose, stampare biglietti è come amministrare una fabbrica di soldi. Un decreto del 1991 specifica addirittura che “i biglietti delle lotterie istantanee costituiscono valori" e che "la stampa è riservata alla Zecca”.

Eppure i Gratta&Vinci, dal 2003, non sono gestiti dallo Stato, ma da un privato, e i Monopoli conservano solo un ruolo di controllo. Per il resto la fabbrica di soldi è affidata in concessione a Lottomatica, controllata dal gruppo De Agostini. Da “Maxi Miliardario” a “Una Barca di Soldi”, tutti i biglietti legali, di qualsiasi prezzo, sono distribuiti da Lottomatica, che incassa le vendite e paga le vincite. Alla fine della fiera la torta è spartita fra concessionario, tabaccai e Stato.

Non è più la Zecca, quindi, a stampare i biglietti, ma neppure Lottomatica. Se ne occupa una società “terza”, che svolge un ruolo di garanzia: Scientific Games, azienda americana con sede ad Atlanta, in Georgia. Perciò i tagliandi, per arrivare in Italia, affrontano lunghi viaggi in nave. Ma il problema è un altro: Scientific Games sforna 9 miliardi di “valori” all’anno per conto dello Stato, ma fuori dalla giurisdizione italiana. Il che rende oggettivamente difficili i controlli per assicurare, ad esempio, che tutti i biglietti vincenti siano effettivamente stampati. La Guardia di Finanza si limita a contrastare le contraffazioni, che è tutt’altra cosa.



Della sicurezza si occupano i Monopoli, perciò abbiamo chiesto di parlare con un responsabile dell'ufficio ispettivo. Non è stato possibile per due buoni motivi: «non c’è alcun responsabile - rispondono dai Monopoli - e non esiste un ufficio ispettivo». Ma allora chi ci va in Georgia? «I nostri dirigenti – è la risposta – sono andati a vedere i processi produttivi. Da allora non è più necessario inviare funzionari». Vale a dire che, stando alle informazioni ufficiali, negli ultimi otto anni, dopo la visita inaugurale, nessuno ha messo piede ad Atlanta. Resta da capire chi fa le ispezioni: «Sono previsti controlli a campione da parte di Lottomatica». La vigilanza su un aspetto fondamentale della concessione, quindi, è affidata allo stesso concessionario. Oltretutto Scientific Games, lo stampatore, ha un difetto: fa parte del Consorzio lotterie nazionali, che è a sua volta controllato da Lottomatica e di cui fanno parte anche i tabaccai con una piccola quota. Perciò in Georgia, secondo i Monopoli, Lottomatica dovrebbe fare «controlli a campione» su se stessa. L’altro fornitore di biglietti è Gtech: anche questo stampa all’estero ed è controllato direttamente da Lottomatica.

Superato l’Oceano, finalmente, i “grattini” vengono messi in vendita dai tabaccai. Quanto si può sperare di vincere? Ecco, questo è un mistero. I giocatori del Gratta&Vinci, per legge, hanno diritto a una quota chiamata “restituzione”: è la percentuale degli incassi destinata ai premi. Di tutto il denaro speso dagli italiani per comprare i tagliandi, una parte deve essere restituita con le vincite. Alcuni giocatori, magari, scoprono i premi più ghiotti, altri beccano pochi spiccioli, ma il rapporto fra incassi e premi non può cambiare. È tutto deciso a tavolino: dalla quantità di biglietti stampati e al numero di biglietti vincenti, quindi la percentuale destinata alla “restituzione” resta invariata.

«La percentuale massima di restituzione, in un anno, in media, è il 75%». Strane espressioni (“circa”, “in media”, “percentuale massima”) per un gioco senza elementi casuali. Fra l’altro, il 75% è solo un limite massimo, un tetto alla “fortuna”. E per la “sfortuna”? Esiste un minimo garantito per i premi? «Ad oggi – dicono i Monopoli - non sono previsti limiti minimi».

Resta difficile credere, in ogni caso, che la prima lotteria al mondo in ordine di incassi, voce fondamentale nel bilancio dello Stato, sia regolata con approssimazione. Qualche punto fermo si trova nei documenti ufficiali, fra i decreti di indizione delle lotterie.

I decreti di indizione, oltretutto, ogni tanto vengono prorogati, ma non tutti insieme e neppure a scadenze regolari. In questo modo, chiaramente, tenere traccia delle entrare e delle uscite diventa complicatissimo, praticamente impossibile. Il resto viene da sé, ed è sconcertante. I miliardi di incassi dei Gratta&Vinci sono raccolti da Lottomatica in un conto privato, presso Banca Intesa: i Monopoli si limitano a ricevere “rendicontazioni periodiche” da parte del concessionario. E gli interessi? La fiumana di soldi che transita per il conto Intesa, sicuramente, frutta cifre notevoli. Ma i Monopoli e Lottomatica preferiscono «non fornire informazioni in proposito. Comunque – garantiscono – gli interessi vengono liquidati regolarmente allo Stato». Più che giusto. Però chi li ha negoziati? “Lottomatica”.

Gli interessi sono concordati fra privati, ma per conto dello Stato. E ancora: i Monopoli conoscono perfettamente la quota di incassi destinata ai tabaccai (l’8%) e a Lottomatica (il 3,9%), ma non sanno specificare il dato più importante, ovvero, quanto tocca allo Stato. Insistono che «è il residuo, la parte restante». Ma di cosa? Difficile dirlo, anche perché, come abbiamo visto, la quota destinata ai giocatori «è impossibile saperla». Quindi è impossibile sapere cosa resta.

Per finire: che fine fanno tutti i biglietti vincenti smarriti o cestinati per errore? Succede con una certa frequenza: i giocatori non si accorgono di avere in mano un tagliando fortunato e lo buttano nell’immondizia. I premi non riscossi restano a Lottomatica? «No, vengono liquidati allo Stato», assicurano dai Monopoli, ma non comunicano le cifre, perché «per conoscerle bisogna aspettare il rendiconto finale, che si fa alla chiusura di ogni lotteria». Ma trenta lotterie su quarantacinque, da otto anni, sono costantemente prorogate, sicché, anche stavolta, nessuna risposta è possibile.

In conclusione i Monopoli, che dovrebbero svolgere un ruolo di controllo, non sono dotati di un apposito ufficio ispettivo, non sono in grado di conoscere esattamente la quota dell’incasso destinata allo Stato, non sanno quanto andrà ai giocatori e ignorano l’ammontare delle vincite non riscosse, perché l’organizzazione del gioco, che dovrebbe essere chiara e lineare, è estremamente tortuosa e ostacola, di fatto, la raccolta di informazioni. Per questo motivo Lottomatica, che dovrebbe essere sottoposta al controllo pubblico, gode di una libertà d’azione impressionante: tiene traccia dei numeri di serie dei biglietti vincenti, gestisce in autonomia il conto corrente, negozia gli interessi per conto dello Stato e scrive i rendiconti, si occupa delle ispezioni sullo stampatore (con cui è consorziata) e “propone” le percentuali di vittoria per ogni lotteria. Ora, senza dubbio Lottomatica merita il massimo della fiducia. Ma è proprio questo il punto. Si può gestire sulla fiducia un business da 9 miliardi e 320 milioni di euro?

Interpellati da una testata giornalistica, dai Monopoli di Stato rispondono che «Le società produttrici di tagliandi e lotterie sono sottoposte agli standard di sicurezza più elevati in tutti i processi che riguardano la pianificazione, la programmazione, la realizzazione e la spedizione». «Lottomatica Group», spiega ancora l’Aams, «è certificata secondo i Security control standard della World Lottery Association per la gestione delle lotterie istantanee». Sulla variabilità dei parametri relativi alla raccolta, alla restituzione e alle probabilità di vittoria dei vari concorsi, invece, i Monopoli osservano che «Ogni lotteria indetta è costituita da: numero di biglietti stampati, prezzo per biglietto, montepremi che genera il cosiddetto payout (espresso come percentuale sull’incasso complessivo derivante dalla vendita dei biglietti stampati), categorie di premio e numero di premi per ciascuna categoria distribuiti all’interno dei biglietti stampati. Tutti questi valori, insieme al regolamento, sono chiaramente riportati nei decreti di indizione di ciascuna lotteria pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana e sul sito istituzionale dell’Aams, e variano da lotteria a lotteria per rispondere alle diverse tipologie di giocatori nonché alle tematiche che di volta in volta ispirano la lotteria stessa».



Dicembre 2012 segna una svolta per i casinò online: le slot machine entrano a far parte dell’offerta delle case da gioco virtuali. E l’azzardo legalizzato sarà a portata di mano anche in versine touch, con le app prontamente realizzate, destinate a tablet e smartphone.
Con quest’ultimo nulla osta, infatti, l’Aams ha autorizzato 53 operatori a offrire slot online sulle proprie piattaforme di casinò games, per un’immissione totale sul mercato di 1409 giochi.

L’introduzione delle slot machine a soldi veri nei casinò online italiani rappresenta un momento lungamente atteso dagli operatori del gaming nazionale: questi giochi sono infatti molto apprezzati e richiesti dai giocatori di tutto il mondo, tanto che in alcuni paesi si calcola che il 60% di quanto raccolto dai casinò virtuali arrivi proprio dalle slot.

E se l’industria dei giochi ha fatto segnare una lieve flessione della febbre da azzardo, con una spesa al netto delle vincite di 11,2 miliardi nei primo otto mesi del 2012 (-4,8% dopo anni di crescita inarrestabile) ed entrate per l’erario di 5,5 miliardi (-9,6%), l’interesse per i giochi online, invece, è aumentato.

Una scommessa vincente per lo Stato, che intende andare a recuperare quei 70 milioni di euro circa, che secondo i calcoli  equivalgono alle imposte sul business delle slot che coinvolge gli italiani su siti offshore: 5,2 miliardi di incassi e 156 milioni di spesa (un dato che si ottiene sottraendo le vincite dagli incassi).
In cambio, l’Aams (recentemente incorporata nella nuova Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), che verifica le transazioni attraverso il cervellone di Sogei, si impegna a prevenire le truffe e a garantire che le vincite siano pagate.
Un tentativo per arginare il proliferare di siti non autorizzati alla raccolta di gioco: l’ultimo aggiornamento della black list dei Monopoli segnala 4.209 domini oscurati, un dato in costante aggiornamento, dal momento che pare siano gli stessi gestori dei siti (spesso all’estero) che informano i giocatori dell’eventuale cambio di dominio.

Il miraggio di una supervincita spinge gli italiani afflitti dalla crisi economica a spendere per tentare la sorte. Al punto da richiamare l’attenzione delle associazioni dei consumatori, allarmate per il rischio della dipendenza da gioco. Soprattutto quelli online destano particolare preoccupazione poiché in questi casi il rischio di ludopatia è più che mai elevato: le slot diventano ancora più pericolose e generano un maggiore senso di isolamento davanti allo schermo di un pc.
E se da una parte la "ludopatia" è stata riconosciuta ufficialmente, entrando nell’elenco delle malattie, il fondo a questa dedicato è saltato. Così come sono saltati i provvedimenti del decreto Balduzzi sulla Sanità, che cercavano di dare una stretta al mercato delle slot.

Nel 2005, il bottino di concessionari e gestori è stato di 4 miliardi e 300 milioni, mentre quello dello Stato di 6 miliardi e 200 milioni. Ne consegue che dal 2005 al 2011 gli incassi dello Stato sono aumentati del 40,3%, mentre quelli di concessionari e gestori addirittura del 125,6%. Basterebbero queste ultime due cifre a spiegare la cuccagna alla quale partecipano le varie Lottomatica, Snai, Sisal e tutte le altre decine di operatori che si spartiscono il ricco mercato del gioco nostrano.

Ferma restando l'incredibile escalation delle entrate registratasi tra il 2005 e il 2011, è particolarmente significativo l'incremento dei denari messi in cascina dalle società concessionarie tra il 2010 e il 2011. Si è passati da 7,6 a 9,7 miliardi di euro (erano 7,4 miliardi nel 2009 e 7,2 nel 2008).

E quanti soldi siano stati persi dai giocatori italiani (tecnicamente si parla della cosiddetta spesa effettiva). Sottraendo dal dato sulla raccolta complessiva quello della restituzione in premi, infatti, viene fuori che gli italiani hanno "buttato via" 10,5 miliardi nel 2005, diventati 18,4 miliardi nel 2011.

Nel frattempo sul tema del contrasto al gioco illegale on line spunta fuori un elenco lungo un chilometro che fa un po' discutere. Al suo interno compaiono i nomi della bellezza di 4.620 siti internet "inibiti" dai Monopoli di Stato. Si tratta, in sostanza, di indirizzi per giocare on line non autorizzati dalla struttura guidata da Magistro. La black list, quindi, dovrebbe servire a contrastare il gioco on line illegale, rimuovendo le offerte fuori norma.

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martedì 7 aprile 2015

LA REPUBBLICA BRESCIANA

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La Repubblica bresciana sorta nel 1797 fu uno stato preunitario, a carattere provvisorio, di epoca napoleonica comprendente il territorio dell'attuale provincia di Brescia.

A seguito della vittoria presso Lodi (10 maggio 1796), alcune colonne dell'Armata d'Italia entrarono nel territorio della Repubblica di Venezia allo scopo di inseguire l'esercito austriaco sconfitto. Il generale francese Jean-Baptiste Dominique Rusca si incontrò il 25 maggio con il Capitano e Vice-Podestà di Brescia Pietro Alvise Mocenigo presso Coccaglio. Mocenigo accordò a Rusca e ai suoi ufficiali l'ingresso in città a patto che l'esercito francese fosse rimasto all'esterno della cinta muraria. La sera stessa i generali francesi furono ospitati nelle case dei nobili locali, mentre l'esercito si accampò a Canton Mombello. Tuttavia molti soldati francesi scalarono le mura, dato che le porte erano state sbarrate, ed entrarono in città. Due giorni dopo Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Brescia intrattenendosi con il rappresentante veneto per circa un'ora.

L'occupazione della fortezza di Peschiera da parte delle forze austriache comandate dal Generale Liptay e l'ospitalità che Verona diede al "nemico della Repubblica francese, il fratello del condannato Re" servirono a pretesto per occupare militarmente la città il 30 maggio. Al fine di limitare i danni, il Collegio dei Savi propose Francesco Battagia nel ruolo di Provveditore straordinario di Terraferma visto il ruolo svolto da questi come commissario presso l'esercito francese e per la fiducia che Bonaparte pareva riconoscergli.

All'inizio del 1797 i Domini di Terraferma della repubblica di Venezia che erano posti oltre il Mincio (Brescia, Bergamo e Crema) erano quindi occupati militarmente dalle forze francesi, mentre l'amministrazione era affidata al Provveditore Straordinario Battagia pur con i limiti dovuti alla presenza dell'esercito straniero.

Al fine di risolvere l'impasse, ufficiali dell'esercito francese si mostrarono propensi ad appoggiare militarmente qualunque dichiarazione di autonomia proveniente dai nobili locali. I proclami e le lettere che Napoleone Bonaparte scrisse al fine di propagandare gli ideali della Rivoluzione francese alimentarono ulteriormente gli animi. Il 12 marzo ci fu la rivolta a Bergamo, comandata da Pietro Pesenti e da alcuni nobili e sostenuta dall'emissario francese Lhermite e dal colonnello delle forze armate transalpine Faivre.

A Brescia l'organizzazione della rivolta fu affidata ad alcuni giovani nobili che si riunirono presso Palazzo Lechi la sera del 17 marzo. Nei giorni precedenti fu mandato un emissario a Milano al fine di ottenere dalla Repubblica Transpadana una forza di combattenti che sostenesse militarmente la rivolta. Questa colonna sarebbe arrivata presso la porta di San Giovanni al mattino del 18 e avrebbe avvisato della sua presenza con un colpo di cannone. Al segnale, i congiurati uscirono dal Palazzo in direzione del Broletto, da secoli sede del Podestà veneto e in quel periodo residenza del Provveditore Straordinario. In testa al drappello, vi furono Giuseppe Lechi, futuro generale di Napoleone Bonaparte, e Francesco Fillos, che reggeva il tricolore verde, bianco e rosso. Battagia accolse i congiurati nella sala delle udienze. Stando al Da Como, il colonnello Miovilovich, a capo delle forze venete in città, aveva predisposto un piano di resistenza, ma il Provveditore, anche per la presenza delle forze francesi che occupavano il Castello e che fino a quel momento non erano intervenute, decise di arrendersi per evitare spargimenti di sangue. Si verificò un solo incidente, presso il quartiere di San Giuseppe, nel quale fu ferito un rappresentante di Bergamo. In conseguenza di questo episodio, Battagia fu arrestato e portato in custodia presso il comandante francese in Castello, per poi essere ricondotto nelle segrete del Broletto e, nei giorni successivi, portato al confine del territorio veronese assieme alle forze rimaste fedeli a Venezia.

Gli insorti istituirono una municipalità provvisoria composta da quaranta individui e presieduta da Pietro Suardi che ebbe il compito di calmare gli animi, organizzare il governo in città ed estendere gli effetti della rivolta su tutto il territorio provinciale. Il 24 marzo, con Decreto n. 72, la Municipalità provvisoria decadde e fu sostituita da un governo provvisorio, composto da quarantadue membri e sempre presieduto dal Suardi. Nello stesso periodo, i quattro quartieri della città furono costituiti in municipalità e il Palazzo del Broletto fu ribattezzato Palazzo Nazionale.

Nei giorni successivi all'insediamento, la municipalità e il governo provvisorio ottennero l'appoggio del Vescovo di Brescia Giovanni Nani. Col decreto 22 marzo 1797, n. 60, si concesse il mantenimento degli incarichi ai soggetti incaricati di amministrare i comuni e i reggimenti presenti sul territorio. Negli stessi giorni si ottenne la fedeltà delle municipalità di Orzinuovi e di Lonato con le relative fortezze.

Nella Valle Sabbia e lungo la Riviera di Salò vi furono le prime resistenze. Giacomo Pederzoli di Gargnano, tentò di eleggere una deputazione che si recasse a Brescia per entrare nel nuovo governo, ma non ottenne appoggi. Nei giorni successivi, i sostenitori di un ritorno alla Serenissima si coagularono a Salò, attorno al nobile Gianbattista Fioravanti, e in val Sabbia, attorno al sacerdote Andrea Filippi. Nei confronti di Salò, il governo provvisorio mandò un'ambasciata, senza ottenere successo. I resistenti costituirono a Nozza di Vestone un esercito con a capo Filippi. Di risposta, il governo provvisorio mandò una colonna di soldati al comando del generale Fantuzzi che però fu sconfitta al primo scontro con le forze valsabbine.

Il primo insuccesso militare del governo provvisorio convinse alcuni abitanti della Val Trompia, le cui municipalità avevano già dichiarato la propria fedeltà alla Repubblica, a ribellarsi: fu istituito un quartier generale a Carcina e fu nominato Pietro Paolo Moretti a capo delle forze armate. Per evitare ulteriori estensioni della rivolta, nell'aprile intervenne l'esercito francese comandato da La Hoz che sconfisse i ribelli valtrumpini nei pressi del loro quartier generale.

Sul finire del mese di aprile, fu la volta di Salò che fu occupata e saccheggiata. Ai primi di maggio l'esercito francese al comando del generale Landrieux salì la Val Sabbia. Odolo e Preseglie furono risparmiate in quanto si presentarono agli ufficiali con bandiera bianca e nastro tricolore, mentre Bagolino ottenne lo stesso risultato offrendo 500 zecchini; il resto degli abitati valsabbini fu devastato e saccheggiato tra il 3 e il 4 maggio. Con il Decreto 7 maggio 1797, n. 364, il Governo provvisorio comunicò la cessazione delle ostilità.

Il 1º maggio 1797 si ridefinì l'assetto della Repubblica riorganizzando il territorio in dieci cantoni, i quali sostituirono i Reggimenti e le quadre d'istituzione veneta, e determinando il nuovo assetto giudiziario. Fu decretato inoltre che i membri del Governo provvisorio fossero nominati a base rappresentativa.

Nei pochi mesi d'attività, il Governo provvisorio si distinse per l'abolizione del Fedecommesso e per aver introdotto il calendario rivoluzionario e la suddivisione della giornata in ventiquattr'ore di uguale durata.

Il 17 ottobre 1797 fu firmato il Trattato di Campoformio tra la Repubblica francese e gli Asburgo d'Austria. In esso si riconosceva il passaggio dei territori della Repubblica di Venezia ad est del Lago di Garda e del fiume Adige alla casa d'Austria, mentre questa riconosceva autonomia alla Repubblica cisalpina, che nel Trattato era considerata comprendente non solo i territori dell'ex Lombardia austriaca, ma anche il Cremasco, il Bergamasco, il Bresciano, il Mantovano e Peschiera.

Solo il 4 novembre il testo del Trattato fu reso noto all'opinione pubblica bresciana attraverso il giornale "Democratico" curato da Giovanni Labus. La conferma arrivò nei giorni seguenti: il Governo provvisorio ricevette una lettera del Ministero degli affari esteri della Cisalpina in cui veniva informato del necessario ingrandimento della nuova repubblica con l'ingresso del Sovrano popolo bresciano. Il passaggio fu accettato dal Governo provvisorio con il Decreto 27 Brumale del VI anno Repubblicano (17 novembre 1797), n. 779. In esso si stabiliva la cessazione delle funzioni governative per l'ultimo del mese di Brumale (20 novembre), mentre dal primo Frimaio (21 novembre) si sarebbero attivate le nuove autorità dipartimentali.

Il territorio della repubblica fu quindi suddiviso nei vari dipartimenti del nuovo stato:
la città, la Bassa, la Valle Trompia, la Val Sabbia, il Sebino e la Franciacorta entrarono nel dipartimento del Mella;
la Riviera Gardesana, Desenzano, Lonato, Montichiari e Asola fecero parte del dipartimento del Benaco;
la Valcamonica fu tripartita:
la parte settentrionale della valle confluì nel Dipartimento dell'Adda e dell'Oglio;
la riva destra dell'Oglio entrò nel Dipartimento del Serio;
la riva sinistra, invece, fu compresa nel dipartimento del Mella.
La perdita dell'autonomia governativa fu compensata dall'assunzione di incarichi nel nuovo stato. Molti rappresentanti del'ex Governo provvisorio divennero seniori e juniori dei nuovi dipartimenti, mentre Gianbattista Savoldi entrò nel Direttorio e Giuseppe Lechi fu nominato Generale di Brigata.

Il 20 novembre, ultimo giorno di attività del Governo provvisorio, le truppe bresciane furono spostate a Rimini, probabilmente a scopo cautelativo, mentre in città furono presenti una colonna di francesi e una di cisalpini, quest'ultima originaria di Cremona. Il passaggio di consegne si verificò senza problemi: i membri della nuova amministrazione e della nuova municipalità lessero i primi proclami e le prime consegne da applicare nei territori della cessata repubblica che entrava dunque a far parte della Cisalpina.

La forma di stato assunta fu quella di tipo liberale. Il Decreto del 19 marzo 1797, n. 14, riconosceva la libertà dell'individuo, chiamato ora cittadino, e degli altri diritti umani, stabilendo che ogni limitazione di questi sarebbe stata definita dalla legge. Lo stesso decreto garantiva l'inviolabilità della religione cattolica e della proprietà.

La forma di governo fu di tipo direttoriale, sulla falsariga della Repubblica francese. Il carattere di provvisorietà che contraddistinse la Repubblica bresciana per tutta la sua breve storia impedì la formazione di un parlamento che assumesse il potere legislativo. Di conseguenza esso fu esercitato dagli organi di governo tramite l'emanazione di decreti. Al fine di garantire una rappresentanza a tutte le forze territoriali, il Decreto 1º maggio 1797, n. 337, stabilì che il governo fosse composto da sessanta membri, sei per ognuno dei dieci cantoni in cui fu diviso il territorio dello stato.

Nel Decreto 1º maggio 1797 si elencarono i vari centri abitati, definiti Luoghi, che il Governo intendeva porre sotto la sua amministrazione. Il territorio corrispondeva a quello dell'attuale provincia di Brescia, ad eccezione degli attuali comuni di Magasa e Valvestino, all'epoca appartenenti al Principato vescovile di Trento, e Sirmione, all'epoca appartenente al territorio veronese, quindi rimasto soggetto alla Repubblica di Venezia; appartenevano alla Repubblica Bresciana anche Asola, Casaloldo, Casalmoro e Casalpoglio (oggi in provincia di Mantova) e Rogno (oggi in provincia di Bergamo).

Il medesimo decreto suddivideva il territorio in dieci cantoni:
cantone dell'Alto Oglio (capoluogo: Chiari)
Adro, Berlingo, Borgonato, Bornato, Calino, Camignone, Capriolo, Castelcovati, Castrezzato, Cazzago, Chiari, Clusane, Coccaglio, Cologne, Colombaro, Erbusco, Iseo, Marocchina, Monterotondo, Nigoline, Paderno, Palazzolo, Paratico, Passirano, Pilzone, Pontoglio, Provaglio, Rovato, Timoline, Torbiato, Urago d'Oglio
cantone del Basso Oglio (capoluogo: Verolanuova)
Alfianello, Bassano, Boldeniga, Breda Libera, Cadignano, Castelletto di Leno, Castelletto di Quinzano, Cignano, Cigole, Faverzano, Ghedi, Leno, Manerbio, Mezzullo, Milzanello, Milzano, Monticelli, Oflaga, Pavone, Pontevico, Porzano, Quinzanello, Quinzano, San Gervasio, Scorzarolo, Seniga, Verolanuova, Verolavecchia
cantone del Benaco (capoluogo: Salò)
Agnosine, Bagolino, Barghe, Benaco (Salò), Bione, Bogliaco, Cacavero, Casa d'Idro, Centenaro, Cisano, Clibbio, Degagna, Fasano, Gaino, Gardone del Benaco, Gargnano, Gavardo, Gazzane, Hano, Idro, Limone, Maderno, Manerba, Muscoline, Odolo, Pieve, Polpenazze, Portese, Prabello, Prandaglio, Preseglie, Provaglio di Sopra, Provaglio di Sotto, Puegnago, Raffa, Sabbio, San Felice, Sopraponte, Soprazzocco, Teglie, Tignale, Toscolano, Tremosine, Treviso, Vallio, Villa, Villanuova, Vobarno, Volciano
cantone del Clisi (capoluogo: Asola)
Acquafredda, Asola, Calvisano, Carpenedolo, Casalmoro, Casaloldo, Casalpoglio, Castelnuovo del Clisi, Corvione, Fiesse, Gambara, Gottolengo, Isorella, Malpaga, Mezzane, Pralboino, Remedello di Sopra, Remedello di Sotto, Visano
cantone dei Colli (capoluogo: Lonato)
Arzago, Bedizzole, Calcinato, Calvagese, Carzago, Castrezzone, Chizzoline, Desenzano, Esenta, Lonato, Maguzzano, Mocasina, Moniga, Montichiari, Padenghe, Pozzolengo, Rivoltella, Soiano, Venzago
cantone di Garza Orientale (capoluogo: rione Torrelunga di Brescia)
"Chiusure a mattina della Garza", ovvero quartieri di Brescia posti ad est del torrente Garza: Aspes, Chiaviche, Conicchio, Folzano, parte delle Fornaci, Mompiano, Pontevica, San Francesco di Paola, San Polo, Verziano
comuni di Bagnolo, Borgosatollo, Botticino sera, Botticino mattina, Castenedolo, Caionvico, Ciliverghe, Goglione di sopra, Goglione di sotto, Mazzano, Montirone, Nuvolento, Nuvolera, Paitone, Rezzato, Serle, San Zeno, Sant'Eufemia, Virle
cantone di Garza Occidentale (capoluogo: rione Pallata di Brescia)
"Chiusure a sera della Garza", ovvero quartieri di Brescia posti ad ovest del torrente Garza: Borgo Pile, Borgo San Giacomo, Borgo San Giovanni, Bottonaga, Casa d'Esimo, Fiumicello, Fontanelle e Serpente, parte delle Fornaci, Mandolossa, Roncadelle e Caselle, San Bartolomeo, parte di Urago, parte del quartiere Violino
comuni di Azzano, Borgo Poncarale, Bovezzo, Caino, Capriano, Casaglio, Castegnato, Castelnuovo di Pallade, Cellatica, Coler, Collebeato, Corticelle, Cortine, Flero, Gussago, Mairano, Nave, Onzato, Ospitaletto, Pievedizio, Poncarale, Pontegatello, Rodengo, Ronco, Saiano, Sale di Gussago, Torbole, Travagliato, Urago di Mella, Valenzano
cantone del Mella (capoluogo: Gardone)
Alone, Anfo e Rocca, Avenone, Bovegno, Brione, Brozzo, Carcina, Carzano e Novale, Casto, Cesovo, Cimmo, Civine, Collio San Colombano e Memmo, Comero, Concesio, Forno d'Ono, Gardone, Inzino, Irma e Magno, Lavenone, Lavino, Levrange, Livemmo, Lodrino, Lumezzane Sant'Apollonio, Lumezzane Pieve, Magno d'Inzino, Malpaga, Marasino, Marcheno, Marmentino, Marone, Monte d'Isola, Monticelli Brusati, Mura, Navono, Nozza, Odeno, Ome, Ono, Peschiera, Pezzaze, Pezzoro, Polaveno, Posico, Prato, Presegno, Provezze e Fantecolo, Sale Marasino, San Vigilio, Sarezzo, Siviano, Sulzano, Tavernole, Vestone e Promo, Vello, Villa e Cailina, Zone
cantone della Montagna (capoluogo: Breno)
Anfurro, Angolo, Artogne, Berzo, Berzo Demo, Bienno, Borno, Braone, Breno, Capo di Ponte, Cemmo, Cerveno, Ceto, Cevo, Cedegolo, Cimbergo, Cividate, Cortenedolo, Corteno, Darfo, Demo, Do e Ono, Edolo, Erbanno, Esine, Gianico, Gorzone, Grevo, Incudine, Losine, Loveno, Lozio, Malegno, Malonno, Mazzunno, Monno, Mù, Nadro, Niardo, Osimo, Paisco, Paspardo, Pezzo, Pisogne, Ponte di Legno, Prestine, Piano, Pontagna, Rogno, Santicolo, Saviore, Sciano, Sellero, Sonico, Temù, Terzano, Vezza, Villa, Vione
cantone delle Pianure (capoluogo: Orzinuovi)
Acqualunga, Barbariga, Barco, Bargnano, Brandico, Breda Maggia, Castelgonelle, Cizzago, Comezzano, Coniolo e Rossa, Corzano, Cosirano, Cremezzano, Dello, Farfengo, Frontignano, Gabbiano, Gerola, Lograto, Longhena, Ludriano, Maclodio, Meano, Mottella, Ognato, Ovanengo, Oriano, Orzinuovi, Orzivecchi, Padernello, Pedergnaga, Pompiano, Pudiano, Roccafranca, Rudiano, Scarpizzolo, Trenzano, Trignano, Villachiara, Villagana, Zurlengo
L'unità amministrativa di base era il Comune, retto da una municipalità. Un singolo luogo poteva istituire una municipalità se aveva almeno duemila abitanti, altrimenti era invitato a unirsi con altri luoghi. Nel comune doveva funzionare un Giudice di Pace con il compito di amministrare la giustizia civile e commerciale in primo grado.

La città di Brescia fu suddivisa in quattro rioni, ognuno dei quali ebbe una propria municipalità.

I comuni erano poi riuniti in un Cantone. Il primo ed il secondo rione della città, posti ad occidente, fecero parte del Cantone della Garza Occidentale, mentre il terzo ed il quarto appartennero al Cantone della Garza Orientale. Nel capoluogo di cantone risiedevano:
il Commissario Nazionale che, nominato dal Governo provvisorio, aveva il compito di corrispondere con le municipalità per conto dello stesso;
il Tribunale Civile d'Appello o Tribunale Civile del Cantone che aveva il compito di amministrare la giustizia civile e commerciale in secondo grado;
il Tribunale Criminale, che amministrava la giustizia penale;
una colonna mobile della Guardia Nazionale.
Presso la sede del Governo provvisorio, stabilita nel Palazzo Nazionale del Broletto, risiedevano anche il Tribunale Nazionale Civile, giudice di terza istanza nelle cause civili e commerciali, e il Tribunale Nazionale Criminale.

La raccolta dei decreti del Governo provvisorio bresciano fu edita dalla Tipografia dipartimentale di Brescia nel 1804.
Voluta da Nicolò Bettoni, risulta la fonte principale delle decisioni assunte dal Governo provvisorio. Sono venuti infatti a mancare i verbali delle adunanze e altri documenti pubblici a causa sia della successiva occupazione della città di Brescia da parte delle forze Austro-Russe (1798-99) sia della decisione dell'amministrazione del Lombardo-Veneto di liberarsi degli atti dell'epoca napoleonica (1849-50).
I decreti furono raccolti in quattro volumi, rispettando l'ordine cronologico di emissione.
La municipalità provvisoria fu istituita nelle ore successive all'assalto del Broletto e all'arresto del Provveditore Straordinario Battagia con apposito Decreto 18 marzo 1797, n. 2. Fu composto da quaranta membri ai quali si aggiunsero il Presidente Pietro Suardi e due municipalisti, affiancanti la Presidenza nel ruolo di segretario. I membri della Municipalità provenivano tutti dal notabilato locale, sebbene avessero tutti rinunciato al titolo nobiliare e si facessero chiamare cittadini. Soltanto alcuni di essi avevano partecipato alla congiura e all'assalto di quella mattinata, il resto provenne da precedenti esperienze nel campo dell'amministrazione locale.

La municipalità si organizzò in sei comitati, ognuno composto da cinque membri: di Vigilanza, Militare, d'Istruzione Pubblica, di Finanza, ai Viveri, di Custodia de' Pubblici Effetti. Il ruolo dei comitati fu quello di emanare e firmare decreti nella fattispecie di competenza. I Decreti e i comunicati presi a nome dell'intera municipalità furono firmati dal Presidente.

La sede fu posta inizialmente presso la Loggia, denominato Palazzo di Città, per poi essere trasferita il 20 in Broletto, a sua volta definito Palazzo Nazionale.

Tra le decisioni prese dalla Municipalità provvisoria vi fu quella di nominare Giuseppe Lechi "Generale in Capo" della forza armata della Repubblica e responsabile della sua organizzazione e quella di distruggere i simboli marmorei della Serenissima. Fu inoltre imposto il canto del Te Deum laudamus allo scopo di "rendere all'Altissimo le dovute grazie per la ricuperata Libertà"; l'evento si tenne nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita il 22.
Il Governo provvisorio si sostituì alla Municipalità il 24 marzo 1797. Fu composto da quarantadue membri ai quali si aggiunsero il Presidente, il Vicepresidente e il Segretario del Governo provvisorio. Il Governo organizzò i suoi componenti in sei comitati: di Vigilanza e Polizia, Militare, d'Istruzione Pubblica, di Finanza, dei Viveri, Custodia de' Pubblici Effetti. Due vicesegretari si affiancavano al Segretario, mentre il comitato di Vigilanza e Polizia fu affiancato da tre commissari. Ogni comitato aveva il proprio segretario, in certi casi anche un vicesegretario, mentre quello dei Pubblici Effetti fu affiancato da un ragioniere.

Con la riorganizzazione del 1º maggio, si stabilì che il numero dei componenti del Governo salisse a sessanta, in maniera da permettere ad ogni cantone in cui fu suddiviso il territorio della repubblica di essere rappresentato da sei membri. Tuttavia, il Governo stesso si limitò a nominare quindici nuovi membri, provenienti dalla provincia, i quali si aggiunsero ai quarantacinque già in essere. Stando a documenti privati presentati dal Da Como (1926), durante la breve vita della repubblica vi furono due dimissioni e cinque destituzioni nel Governo, ma non si verificarono rimpiazzamenti.

L'ufficio di Presidenza fu svolto per i primi due mesi da Pietro Suardi, già Presidente della Municipalità provvisoria. Successivamente, il 19 di ogni mese il Governo procedeva a nominare un nuovo Presidente che rimaneva in carica un mese.

All'indomani dell'insurrezione, la Municipalità provvisoria decretò la sospensione per una settimana di tutte le cause in attesa di giudizio presso il foro. Tre giorni dopo, fu istituita la magistratura del Giudice di Pace con il compito di dirimere le questioni civili e commerciali che sotto la Repubblica di Venezia facevano capo al Pretore. Il giudizio sui delitti furono invece competenza di una Commissione Criminale che avrebbe funzionato a titolo provvisorio fino alla costituzione di un Codice Criminale regolante la materia penale. La Commissione fu istituita con Decreto 25 marzo 1797, n. 76, all'interno del quale fu stabilito anche il divieto della tortura quale strumento per ottenere prove e confessioni.

La riorganizzazione del 1º maggio estese l'istituto del Giudice di Pace su tutto il territorio della Repubblica. Ogni municipalità doveva essere dotata di un magistrato il quale doveva essere eletto dal "Popolo radunato nelle Parrocchia", formula generica che lasciava le modalità di elezione alla libera autonomia delle municipalità stesse. Le sentenze del Giudice si consideravano definitive se la somma in questione era inferiore alle Lire 100, mentre le altre potevano essere appellate al Tribunale Civile d'Appello entro tre giorni dalla sua data di emanazione.

Il Tribunale Civile d'Appello risiedeva presso il Luogo Centrale del Cantone, da cui anche il nome alternativo di Tribunale Civile di Cantone. Era composto da tre magistrati, nominati dal Governo provvisorio, che giudicavano collegialmente le sentenze che venivano loro appellate. Il loro compito era quello di confermare la sentenza del Giudice di Pace oppure di annullarla; in quest'ultimo caso la nuova sentenza d'appello sarebbe stata emessa dal Tribunale Civile Nazionale, sedente a Brescia.

Anche il Tribunale Criminale risiedeva presso il Luogo Centrale cantonale. Esso sostituiva la precedente Commissione Criminale e era composto da tre giudici di cui uno avrebbe svolto il ruolo di Presidente. Quest'ultimo fungeva da Giudice correzionale, emanando sentenze relative a carcerazioni che non si fossero estese oltre dieci giorni: se vi era necessità di emettere una pena detentiva più lunga, il Presidente doveva convocare il Tribunale nella sua forma collegiale. Le sentenze erano definitive, quindi senza possibilità di appello. Sia il Tribunale Criminale sia il Tribunale Civile d'Appello erano dotati di una colonna mobile della Guardia Nazionale, allo scopo di garantirne l'autorità.

Il Tribunale Civile Nazionale doveva giudicare in appello le sentenze annullate dai tribunali cantonali, mentre il Tribunale Nazionale Criminale aveva il compito di sentenziare sui Delitti di lesa nazione. Entrambi avevano la sede a Brescia. La loro composizione era strettamente interdipendente. I due organi collegiali, infatti, dovevano essere composti in totale da dieci magistrati, ognuno proveniente da un diverso Cantone della Repubblica. Sette di questi, a sorte, sarebbero entrati nel tribunale civile, mentre gli altri tre sarebbero diventati membri del tribunale criminale. Per garantire l'esercizio delle loro funzioni, i due tribunali nazionali erano dotati di una colonna della Guardia Nazionale.


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