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lunedì 25 gennaio 2016

ORTLES

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Il nome della montagna, attestato nel 1770 come Ortles spiz der höchste im ganzen Tyrol (Anich), nel 1804 come Orteles, nel 1840 come Ortlesspitze e nel 1900 come Ortler, deriva dai due masi Außerortl e Innerortl a Solda. La montagna fu chiamata des Ortles Berg, la cima del maso Ortl (il cui genitivo è "Ortls"), il cui nome a sua volta è da rincondurre ai patronimici tedeschi "Ortnit" o "Ortwin" di cui è un diminutivo. Ne è comprova la forma dialettale antica per la montagna, che risulta essere proprio Ortl.

L'Ortles è una delle montagne più imponenti delle Alpi Retiche meridionali e rappresenta il punto culminante del massiccio. Con i suoi 3905 metri di quota, risulta essere la più alta vetta della provincia autonoma di Bolzano e della regione Trentino-Alto Adige. In passato, prima che l'Alto Adige/Südtirol venisse accorpato al territorio italiano nel 1919, era anche la più alta vetta dell'Impero Austroungarico (oggi la montagna più alta dell'Austria è il Grossglockner). Per un breve periodo, prima che la sua altezza fosse misurata, fu erroneamente ritenuta la terza montagna delle Alpi.

La montagna si trova completamente in territorio altoatesino (e non al confine con la Lombardia) poiché, a differenza delle altre maggiori vette del massiccio, quali il Gran Zebrù o il Cevedale, essa non si eleva sulla dorsale principale bensì sul crinale che divide le valli di Trafoi e di Solda.

L'Ortles è costituito, come il vicino Monte Zebrù e il Gran Zebrù, da un basamento cristallino (filladi quarzifere) appartenente alle cosiddette falde austroalpine, unità costitutiva dell'ossatura delle Alpi Centrali. Sopra il basamento cristallino si elevano gli edifici sommitali, costituiti da dolomia leggermente metamorfica riconoscibile per il colore chiaro e caratterizzata da una certa resistenza all'erosione (al contrario delle più tenere rocce del basamento che danno luogo a pendii più dolci).

Nel 2011, all'interno del progetto Ortler Ice Core, l'Università di Ohio assieme all'Ufficio Idrografico della Provincia Automoma di Bolzano ha effettuato dei carotaggi sul ghiacciaio dell'Ortles per analizzare la struttura del ghiaccio ed effettuare ricerche climatologiche sul lungo periodo.

La storia dell'alpinismo sull'Ortles inizia nella primavera del 1804. In quel periodo, giunse voce nelle valli ai piedi della montagna (all'epoca quasi isolate, non essendo stata ancora costruita la strada del Passo dello Stelvio) di una lauta ricompensa che sarebbe stata assegnata dall'arciduca Giovanni d'Austria (fratello dell'allora imperatore d'Austria Francesco II) a chi avesse scalato l'Ortles, la vetta più alta del Tirolo e di tutto l'impero.

Il bando fu accettato dal dottor Johannes Nepomuk Gebhard, botanico di Salisburgo, ufficiale delle truppe alpine e topografo al servizio dell'Impero austriaco. Tentò tutta l'estate del 1804, quasi ogni giorno, usufruendo anche dell'aiuto di numerose guide locali, ma mai raggiunse la vetta. Pochi giorni prima del deludente ritorno, il 26 settembre, un cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler (detto Pseirer Josele, Giuseppe della Passiria), si propose di aiutarlo. A Pichler vennero assegnati due compagni di spedizione, che l'ufficiale imperiale incaricato di certificare l'ascensione aveva messo a disposizione in veste di accompagnatori.
Poco dopo la mezzanotte del giorno successivo, la squadra si mosse dalle Tre Fontane Sacre poste a monte di Trafoi, risalì il Bergl e la vedretta inferiore dell'Ortles, ai piedi delle infide pareti delle Hintere Waldn, e guadagnando infine la sommità di queste ultime (passando per il difficile "colatoio rosso") per sbucare sulle distese nevose della vedretta superiore, a pochi passi dalla vetta. La cima fu raggiunta alle 10 del mattino, dopodiché il gruppo iniziò la discesa, per la medesima via di salita, che si concluse alle 8 di sera.

Gebhard dovette aspettare l'anno successivo per raggiungere la vetta, sempre aiutato dal Pichler, che da allora fu la guida ufficiale dell'Ortles. Il 28 agosto 1805 fu issata sulla cima una grande bandiera di lino visibile anche dal fondovalle, e il 13 settembre Gebhard ordinò di portare in vetta un palo di legno ricoperto di paglia e imbevuto di pece, per appiccare in cima un falò allo scopo di convincere la popolazione valligiana, in parte ancora incredula, dell'avvenuta conquista dell'Ortles. L'Ortles fu affrontato varie volte negli anni successivi, anche per vie differenti, attrezzate da Pichler stesso.

La via normale nord fu aperta dal celebre alpinista inglese Francis Fox Tuckett nel 1864 e ripercorsa l'anno successivo da Julius Payer ed Edmund von Mojsicovics, fondatore dell'Oesterreichischer Alpenverein (il club alpino austriaco). Da allora nuove vie furono aperte, su tutti i versanti (tra cui i difficili canaloni ad est e a sud e l'aspra cresta dell'Hochjoch) e con difficoltà sempre crescenti.

La grandiosa parete nord, tra i maggiori itinerari su ghiaccio delle Alpi orientali, fu vinta nel 1931 da Franz Schmid (che assieme al fratello Toni fu il primo a salire la parete nord del Cervino). Nel 1963 Peter Holl ed Helmut Witt aprirono una difficile via sul lato destro della parete nord, superando difficili placche rocciose e vincendo direttamente il seracco del ghiacciaio nel suo punto più vulnerabile, poi Reinhold e Günther Messner ne superarono il seracco centrale nel 1964, mentre nel 1979 K. Jeschke e M. Burtschler la discesero sugli sci.

Aperta da Tuckett e compagni nel 1864, la via normale sul versante nord inizia al Rifugio Payer, raggiungibile da Solda (Sulden in tedesco), unico centro abitato della valle omonima. È ritenuta la più facile tra tutte le vie normali che salgono alla vetta dell'Ortles, ma presenta comunque diverse asperità e richiede buone doti alpinistiche, adeguata attrezzatura e preparazione, nonché esperienza, soprattutto a causa dei pericoli oggettivi comportati dall'attraversamento del ghiacciaio.
Il grado di difficoltà dell'itinerario varia a seconda dei tratti. Vi sono passaggi attrezzati su roccia (EEA), salita su terreno misto di roccia, neve o ghiaccio (AG), passaggi su roccia non attrezzati (III). Globalmente la salita è quotata PD+ e richiede in media 4 ore.

Dal rifugio, posto a quota 3029 m, si risale su terreno misto la cresta nord di Punta Tabaretta (passaggi di facile arrampicata su roccette) prima di affrontare la prima parete vera e propria, attrezzata con scale e catene (una sorta di via ferrata) e alta circa 60 metri, che precede una serie di placche abbastanza esposte, ma comunque attrezzate, prima di approdare sul ghiacciaio a quota 3204 metri. Lo si attraversa verso destra risalendo poi un ripido canale ghiacciato (Eisrinne). Qui il ritiro del ghiacciaio negli ultimi tempi ha lasciato scoperta una parete di roccia di circa 15 metri che è necessario superare in arrampicata libera (III grado) giungendo quindi al Bivacco Lombardi (3316 m). Dal bivacco la pendenza del ghiacciaio è inizialmente non trascurabile (40°) e sulla sua superficie compaiono numerosi crepacci, per divenire poi più dolce e regolare, fino alla vetta.

La via di discesa ripercorre a ritroso il medesimo itinerario.

La via del Coston di Dentro (in tedesco Hintergrat) è una delle vie più frequentate per la salita all'Ortles e anche una delle prime ad essere aperte (Joseph Pichler l'affrontò per la prima volta nel 1805, un anno dopo la prima salita assoluta sulla vetta) ma è più lunga e difficile rispetto alla normale nord. Si sviluppa per circa 1250 m di dislivello dal rifugio Coston (Hintergrathütte secondo la toponomastica locale) situato a 2661 m di quota e raggiungibile da Solda in due ore e mezza di cammino mediante un comodo sentiero.
La via si sviluppa su roccia (II e III grado, con due passaggi di IV grado inferiore) e su neve (pendenza massima 40°), ed è classificabile nel suo complesso come AD- (abbastanza difficile). Le guide stimano un tempo di percorrenza di 5 o 6 ore calcolate a partire dal rifugio.

Esistono altre vie molto remunerative all'Ortles tutte di elevato impegno alpinistico e con elevati pericoli oggettivi tra cui:

La via Holl-Witt è uno dei più ardui itinerari di misto delle Alpi Orientali che s'insinua sulle placche tondeggianti a destra della via Ertl cercandone i punti meno pericolosi; la roccia è friabile e ci sono vari salti verticali di ghiaccio compreso il più arduo che è il seracco sommitale della Vedretta Alta dell'Ortles che viene scalato sulla sinistra nel punto dove è più stretto. La via è stata aperta nel 1963 da Peter Holl ed Helmut Witt, per un totale di 1300 m di cui 600 di via nuova, con passaggi di IV e V in roccia e vari tratti di ghiaccio a 90° compreso il seracco di circa 40 m, ED.

Il grande scivolo nord di ghiaccio dell'Ortles è stato vinto nel 1931 dalla cordata di Hans Ertl e Franz Schmitt e costituisce la più grandiosa ascensione su ghiaccio delle Alpi Orientali, molto ripetuta ma anche temuta per le scariche di sassi e ghiaccio lungo l'impluvio. Le dimensioni della parete sono notevoli, 1300 m (una delle più alte pareti delle Alpi) e la pendenza varia a seconda delle condizioni dei seracchi a 2/3 del tragitto (da 55° a 70°, con qualche tratto più inclinato, TD). Due varianti sono state tracciate nella parte mediana lungo i seracchi, oggi notevolmente ridotti, ma che spesso vengono ripercorse per aggiungere impegno alla via: la variante dei fratelli Messner del 1964 che vince i muri di ghiaccio direttamente con pendenze di 80° e un tratto a 90°, la variante Gilardoni-Zappa del 1968 che invece li aggira a sinistra cn pendenze di 70°-75°.

La prima salita  della parete Nord-Ovest è stata compiuta dalle guide alpine Eraldo Meraldi e Giuseppe 'Popi' Miotti nel febbraio del 1989. La scelta del periodo invernale fu dovuta al tentativo di minimizzare i pericoli di eventuali crolli di ghiaccio dall'immenso seracco che sovrasta gran parte della linea di salita e anche dalla notevole friabilità dei tratti rocciosi. Partiti da Tre Fontane in un unico balzo i due raggiunsero la fine delle difficoltà già verso sera bivaccando in un crepaccio un centinaio di metri sotto la cima. La maggiore difficoltà fu data dal superamento di una lunga cascata ghiacciata che consente l'unica via d'uscita dal grande anfiteatro sottostante il seracco (85°).

La cresta nord-nord-est, salita per la prima volta nel 1904 da Heinrich Rothbock con Franz Pinggera e Friederich Angerer è la cresta più difficile dell'Ortles, si sviluppa per oltre 1300 m, alternando tratti in roccia di IV e pendii di ghiaccio a 50°, attualmente la difficoltà è intorno a D+.

Marltgrat è la via di cresta più grandiosa all'Ortles ma anche più temuta per la friabilità della roccia salita nel 1889 da Otto Fischer, Louis Friedmann, Edmund Matasek, Robert Hans Schmitt e Albert von Krafft. Ha uno sviluppo di 2200 m ed è valutata D.

Il canalone est è un'altra via di ghiaccio grandiosa ma è anche la più pericolosa dell'Ortles, salibile in poche occasioni particolarmente favorevoli della montagna, percorso la prima volta da Otto Schuck, Peter Dangl e Peter Reinstadler nel 1879. È valutato D- con pendii fino a 55° e rocce di III UIAA per un dislivello di 1100 m.

Minnigeroderinne è una bella ascensione su ghiaccio nel cuore della parete sud dell'Ortles aperta da Baptist Minnigerode con Alois e Johann Pinggera nel 1879. Lo stesso Minnigerode aprì nel 1881 una variante diretta per un canale secondario alla cima. Ripetute entrambe. Il canale principale termina sull'Hintergrat ed è alto 600 m con pendii fino a 60°, la via diretta ha 300 m in più e termina dritta in vetta.

Sulla parete ovest dell'Ortles, la più nascosta, selvaggia ed imponente sono stati aperti diversi itinerari, tra cui uno firmato Soldà e Pirovano che non sono mai stati ripetuti, su roccia in parte friabile e sotto la minaccia delle slavine.

Meranerweg è un itinerario di cresta aperto da Oster e Joseph Mazagg nel 1877 che si sviluppa per 1700 m e valutato AD- . Attrezzato già nel 1910, abbandonato per un lungo periodo è ora stato nuovamente restaurato. La via parte dal Rifugio Borletti, sale per cresta al Corno Plaies e da qui sale sul ghiacciaio fino in cima.

Nei tempi passati, quando gli uomini erano ancora agli albori della loro storia, la Val Venosta era popolata dai giganti che abitavano grotte inaccessibili.

Tra questa mitica gente vi era un giovine di nome Ortles che aveva come particolarità quella di crescere ogni giorno di più, tanto da superare ben presto tutti gli altri giganti. La sua statura sembrava non arrestarsi mai, ma con essa cresceva anche la sua superbia e guardava il mondo attorno con disprezzo perché lo vedeva piccino piccino.

Venne un giorno però che uno gnomo molto furbo, per punire l’arroganza del gigante, si arrampicò sulle gambe dell’Ortles, poi sulle braccia, sulle spalle e alla fine sulla testa provocandogli un gran solletico. Poi prese a cantare, tra capriole e danze questa filastrocca:

"Povero gigante Ortles, quanto sei piccolo,
più piccolo del piccino Gnomo,
sei cresciuto per mille lunghi anni
e il tuo naso presuntuoso
raggiunge persino il cielo,
ma a cosa serve, dimmi a cosa serve,
se lo gnomo Nudelhopf
qui sulla tua testa
è più grande di te"

Oh, l’orgoglio si punse di questa audace beffa e tentava di afferrare il piccolo nano, ma le braccia e le gambe gli sembravano di pietra e, mentre si lamentava e piangeva della sua disgrazia, anche il piccolo cervello ed il resto del corpo si trasformavano piano piano in ghiaccio e roccia rimanendo così per l’eternità.

Da quel giorno si può ammirare in Val Martello la magnificenza del Monte Ortles, il più alto di tutto l’Alto Adige.


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sabato 23 gennaio 2016

CEVEDALE

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Compreso nel Parco nazionale dello Stelvio, il Cevedale è la terza vetta più alta del massiccio, dopo l'Ortles e il Gran Zebrù. La montagna si colloca al confine tra due regioni: la Lombardia e il Trentino-Alto Adige. La sommità della montagna è costituita dalla cima principale e da due anticime, poste a nord-est rispetto ad essa e collegate da una cresta affilata. La cima più alta è collocata esattamente sul confine tra le province di Sondrio e Trento: è il punto più alto del Trentino.

L'anticima meridionale ("Cima Cevedale", oppure "Cevedale II", oppure Südliche Zufallspitze in tedesco) è alta 3.769 m e segna il punto in cui si incontrano le province di Sondrio, Trento e Bolzano. Poco più bassa è l'anticima settentrionale (Nördliche Zufallspitze in tedesco), quotata 3.757 m.

Il Cevedale costituisce un nodo orografico importante, in quanto è il punto di convergenza delle dorsali montuose che dividono la Val de la Mare (ramo laterale dell'alta Val di Peio), la Val Cedec (tributaria della Valfurva), l'alta val Martello.

Geologicamente, questa parte del massiccio dell'Ortles-Cevedale fa parte delle cosiddette falde austroalpine, che caratterizzano gran parte dell'edificio alpino a nord della Linea Insubrica. Si tratta di rocce antichissime, che hanno subito grandi sollecitazioni e trasformazioni nel corso dell'orogenesi alpina. Hanno principalmente struttura scistosa e sono facilmente attaccabili dall'erosione, e ciò spiega la morfologia dolce e poco impervia del rilievo. Come per la maggior parte delle vette che si elevano al di sopra della dorsale principale del massiccio, la varietà di roccia più diffusa sono filladi quarzifere.

La salita normale dal versante trentino inizia da "Malga Mare" in Val di Peio, a quota 2.029. Il facile sentiero, passando per il rifugio Larcher porta al Passo della Forcola a quota 3.032 m. Da qui la via di salita procede lungo la facile cresta rocciosa con qualche tratto di neve fino a raggiungere la cima minore del Cevedale a quota 3.757  m (Zufallspitze) sormontata da una croce. Un attraversamento del ghiacciaio, con qualche breve tratto aereo, conduce alla cima principale a quota 3.769 m. Il tempo di salita è di circa 5 ore.

La storia alpinistica indica la prima salita alla cima minore del Cevedale il 13 agosto 1864, da parte di E. Mojsisowicz e S.Janiger dal versante nord, partendo dal "Passo del Cevedale". La salita alla cima principale porta la data del 7 settembre 1865 da parte di J. Payer, J. Pinggerra e J. Reinstadler.

La scalata del Cevedale è facile da tutti i versanti in quanto la montagna presenta pendii di modesta pendenza che richiedono allenamento fisico ed esperienza di ghiacciaio. I più gettonati sono:

Via normale: è l'itinerario più seguito che percorre il ghiacciaio dal rifugio Casati senza difficoltà di rilievo e pendii di modesta inclinazione, ritenuta F+.
cresta nord: è il crinale delle due cime del Cevedale percorso integralmente da Oskar Schuster con Johann Reinstadler e Franz Zischig nel 1889, PD+.
Parete sud-ovest: è l'unica parete del Monte Cevedale salita da Aldo Bonacossa e Carlo Prochownick nel 1914 lungo un canale nevoso di modesta pendenza. È isolata e faticosa e raramente percorsa, AD.
Traversata delle 13 Cime: è uno degli itinerari in cresta più lunghi e spettacolari delle Alpi, compiuto nel 1891 da T. Christommannos, A. von Krafft e R. H. Schmitt. Parte dal Pizzo Tresero ed attraversa tutte le cime del Ghiacciaio dei Forni per una lunghezza complessiva di 17 km e difficoltà complessiva AD.


LEGGI ANCHE :  http://asiamicky.blogspot.it/2015/12/la-valtellina.html






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lunedì 20 luglio 2015

LOCATELLO



Locatello è un comune italiano situato in valle Imagna.

Il paese, composto da numerose contrade, vanta una storia millenaria: il primo documento scritto che ne attesta l’esistenza risale infatti all’anno 975, e si tratta di un atto in cui si ribadisce la concessione feudale, effettuata direttamente dagli imperatori del Sacro Romano Impero, a favore del vescovo di Bergamo. Il toponimo, da cui prende il nome il nobile casato dei Locatelli, dovrebbe derivare dalla voce leukos, che in celtico indica un campo circondato da bosco.

L’epoca medievale vide imperversare nella zona scontri cruenti, molto più che nelle altre zone della provincia bergamasca, tra guelfi e ghibellini. Questo per il fatto che la valle Imagna, prevalentemente guelfa, era in netta contrapposizione con l’attigua valle Brembilla, schierata con i ghibellini.

In tutta la zona sorsero numerose fortificazioni, e Locatello non fu da meno: nelle cronache viene menzionato un castello fortificato in località Cà Prospero, di cui oggi tuttavia non esistono tracce. Locatello si schierò attivamente con la fazione guelfa che vinse i primi scontri, tanto che i ghibellini chiesero aiuto ai Visconti, signori di Milano. Questi ultimi riuscirono a sconfiggere gli avversari e ad estendere il proprio dominio sulle valli della zona. Il modo con cui infierirono sugli avversari portò i guelfi a cercare più volte la vendetta con ulteriori uccisioni.

Dopo continui ribaltamenti di fronte il dominio dei Visconti e dei ghibellini fu definitivo, anche se il rancore guelfo dava spesso seguito a rivolte popolari, avvenute anche a Locatello tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo e soffocate con le armi.

La situazione si rovesciò quando la zona, nel 1428, passò sotto il controllo della repubblica di Venezia che, in contrapposizione con i Visconti, sosteneva lo schieramento guelfo. Seguirono distruzioni nei confronti dei possedimenti ghibellini, mentre i paesi guelfi, in primo luogo Locatello, ebbero un trattamento di favore come citato in documenti dell’epoca:

« I Valdimagnini per la loro integrità della fede e fedeltà alla Repubblica, difendendola contro il Duca di Milano, furono dal Doge con privilegi, grazie e favori arricchiti et onorati »
((Effemeridi di Padre Donato Calvi)
I secoli successivi videro pochi fatti di rilievo coinvolgere la piccola comunità che, forte del proprio isolamento, seguì le vicende del resto della provincia senza parteciparvi in modo diretto.

Inserito in un contesto montano molto caratteristico, presenta luoghi di particolare fascino in stile rustico: ottimo esempio a tal riguardo sono gli edifici con mura in pietra ed i tetti con le piode (lastre di pietra locale), situati in località Disdiroli, Cà Bustoseta e Cà Prospero. In località Fucine è invece presente un esempio di mulino con tanto di magli, a memoria delle attività di un tempo.

In ambito religioso riveste grande importanza la chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria Assunta. Edificata nel corso del XIV secolo, ma più volte riedificata e ristrutturata, presenta opere scultoree lignee di pregevole fattura risalenti al XV secolo, nonché dipinti di buon pregio.
All'interno sono presenti alcuni dipinti del 1500, tra cui una tela dell'artista locale Andrea Previtali (1523) che raffigura la Vergine e il Bambino con i Santi Giovanni Battista e Girolamo; e una tavola del Caversegno (1536) che rappresenta la Madonna e il Bambino tra le nubi, circondati da quattro santi.



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domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : SULZANO

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Sulzano  è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia.

La zona dove ora sorge Sulzano fu abitata già in epoca romana.
Il nucleo principale del paese un tempo era Martignago, mentre Sulzano ne era solo lo scalo lacustre. Nel Medioevo le terre sulzanesi erano di proprietà del monastero bresciano di Santa Giulia; fino al '700 furono di proprietà dei feudatari Oldofredi di Iseo.
Anche qui, fino all'800, come nei paesi limitrofi, si diffuse la lavorazione della lana e delle coperte. Il Lezze ci ha tramandato che nel 1610 Sulzano aveva 200 abitanti, e non aveva né muraglie né castello. C'erano otto calchere per la calce in cui erano impiegate numerose persone mentre nel bosco lavoravano i carbonai.
Dopo l'800 ai lanifici subentrarono i retifici, poichè alcuni artigiani di Montisola preferirono trasferirsi sulla terraferma per facilitare i trasporti.

Dopo la seconda guerra d'indipendenza entrò a far parte del regno di Sardegna (dal 1861, Regno d'Italia all'interno del mandamento IX di Iseo a sua a volta appartenente al Circondario I della provincia di Brescia.

A seguito del RD 18 ottobre 1927, n. 2017, la municipalità fu soppressa e il territorio fu aggregato al vicino comune di Sale Marasino. Nel 1947 essa fu ricostituita con decreto legislativo del capo provvisorio dello stato 610/1947.

Il pittoresco borgo a lago dove l’acqua lambisce le antiche case è caratterizzato da vicoli nascosti e caratteristici approdi per le barche dei pescatori.

Più in alto, in posizione panoramica, nei pressi della cascata di Petoi alta 15 metri, si trova la seicentesca Chiesa dei Santi Fermo e Rustico. La facciata è a capanna con rosone; l’interno a una navata con copertura a capriate.
La Chiesa San Giorgio è ricostruita nel centro storico di Sulzano nel 1758. La facciata presenta lesene, nell’ordine superio si trovano le statue di San Giorgio e San Giuseppe contenute i due nicchie. L’interno a unica navata conserva la statua lignea di S.Antonio da Padova e un bel dipinto del ‘700 raffigurante la “Madonna del Suffraggio con Santi

La Chiesa Visitazione si trova nel borgo a lago di Sulzano. La piccola chiesa in stile barocco presenta una facciata semplice con un bel portale del ‘700. All’interno, a una navata, si trova l’altare ligneo e affreschi di autore ignoto.
La Chiesa Santa Maria del Gioco è raggiungibile a piedi o in macchina percorrendo strada di Nistino, ad un’altezza di circa 1000 metri si trova la quattrocentesca Chiesa di Santa Maria del Giogo al cui interno vi sono numerosi affreschi del ‘400 e del ‘500. Bellissimo il panorama sul lago.

Durante una permanenza a Sulzano non possono mancare la visita alla chiesetta di San Mauro, edificata nel ’400, con un piccolo monastero i cui resti si trovano in contrada della Rovere.

Anche da Sulzano passa l’Antica Via Valeriana che, per millenni, costituì per il territorio bresciano il passaggio obbligato verso nord e verso la Valtrompia. Recuperato e riaperto nel 2002, il sentiero si presenta oggi come armonioso incontro tra paesaggio, arte e storia.

Gli amanti della vela trovano a Sulzano il necessario per praticare al meglio questo sport. Consolidata è infatti la tradizione velica del lago d'Iseo, di cui è portabandiera l'Associazione Nautica Sebina di Sulzano. Sul Sebino, grazie ai venti che non mancano mai, si fa vela ovunque e ci sono rinomate scuole.
Da Sulzano, si può anche scegliere di andare verso la montagna, attraverso rustici e intatti paesaggi e vedute sul lago, oppure prendere il battello e fare il giro del lago d'Iseo.



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sabato 9 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : ISEO

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Iseo  è un comune italiano della provincia di Brescia in Lombardia.

Importante centro turistico sulla sponda sud-orientale del lago d'Iseo, si trova una ventina di chilometri a nord del capoluogo provinciale Brescia. Il suo territorio presenta le caratteristiche di un ambiente a cavallo fra il lago e la collina, fra l'acqua e la terra, particolarmente evidenti nell'habitat della Riserva naturale Torbiere del Sebino. Rientra inoltre nella zona vitivinicola della Franciacorta.

Il territorio comunale è variegato essendo formato da zona montana, collinare, lacustre. Le frazioni sono: Bersaglio, Bosine, Ciochet, Clusane, Covelo, Cremignane, Le Valzelle, Pilzone, Zuccone, Passo dei Tre Termini.

Iseo è tra i paesi rivieraschi del lago quello il cui centro storico ha meglio conservato l’organizzazione urbana medievale che, solo parzialmente modificata nei secoli XV-XVIII, è pervenuta quasi indenne fino all’ultimo scorcio dell’Ottocento. Le origini del Paese si perdono nell’antichità: le sue sponde furono abitate fin dalla preistoria come è stato documentato dal ritrovamento archeologico di strutture dell’età del Bronzo (XIII secolo a.C.) avvenuto negli anni 1999-2000 lungo la via per Rovato, il nome sembra però derivare dal culto della dea Iside che rimanda all’epoca romana; le condizioni naturali, estremamente favorevoli, rendono senz’altro probabile l’esistenza di  un aggregato di case e terreni significativo come è attestato dal rinvenimento di pavimentazioni di una domus o villa, nella parte alta del paese, risalenti al I secolo d.C. La fortuna di Iseo nasce in epoca altomedievale quando la presenza della pieve, del porto-mercato e del castello promuovono l’abitato come centro più importante dell’area sebina. La prima citazione della presenza di un castello in Iseo è contenuta nel Polittico di Santa Giulia datato alla fine del IX inizi X secolo: infatti l’elenco delle proprietà del potente monastero bresciano, fondato da Desiderio re dei Longobardi, riporta la presenza di una corte con una vigna nel castello. E’ però a partire dai primi secoli del basso medioevo che il castello, situato su un’emergenza rocciosa al limite meridionale del centro storico, andò a costruire l’apice e il fulcro delle difese del paese medievale. Iseo fu circondato da diverse cerchie di mura: la più antica cingeva probabilmente solo la collina sulla quale sorgeva il castello e la chiesa di Santo Stefano (oggi Madonna della Neve), successivamente furono realizzati altri due ampliamenti prima di giungere all’inizio del XIV secolo quando fu costruita la cinta muraria più ampia che andava a comprendere anche l’area della pieve, un tempo esterna al centro abitato. Al paese si accedeva attraverso tre porte: le porte del Campo sulla via per Rovato, la porta delle Mirolte, rivolta verso il monte, e la porta del Porciolo sulla via per la riviera sebina e della Valle Camonica. Tra XII e XIV secolo il paese fu coinvolto nelle guerre con il Comune di Brescia e nelle dispute fra impero e papato vivendo momenti drammatici come nel caso dell’assedio e del saccheggio avvenuto il 28 Luglio 1161 da parte dell’esercito di Federico Barbarossa. Iseo conservò comunque un livello di ricchezza elevato tale da consentire la realizzazione di edifici religiosi di grande qualità (pieve di Sant’Andrea e chiesa di San Silvestro) e la diffusione di un’edilizia civile in pietra che ancora oggi si può riscontrare nelle contrade del Sombrico e del Campo. Nel contempo emersero vari esponenti della nobiltà locale tra i quali la famiglia rappresentativa e potente fu quella ghibellina dei Da Iseo/Oldofredi che, alleata con la famiglia Federici della Valle Camonica, mantenne per vari secoli un controllo politico ed economico sia del paese che di larga parte del territorio sebino e franciacortino. Nel 1454 Venezia estese in modo stabile i suoi possedimenti alle provincie bresciana e bergamasca, dominio che manterrà per circa tre secoli e mezzo. Il paese pur mantenendosi dentro le mura trecentesche rinnovò i propri edifici, soprattutto nella parte centrale dell’odierna piazza Giuseppe Garibaldi, e lentamente conquistò terreno edificabile sottraendolo al lago. Gli anni tra il 1820 ed il 1860 furono caratterizzati da una forte espansione economica: filande, opifici e concerie erano localizzati sulla sponda del lago per usufruire dell’acqua necessaria alle lavorazioni manifatturiere e per la facilità di trasporto delle merci attraverso chiatte. Altra fonte di ricchezza per Iseo furono il porto, che venne potenziato, ed il mercato che si svolgeva due volte alla settimana. Nel 1840 vennero demolite le porte medievali e, negli stessi anni, l’architetto Rodolfo Vantini realizzo il nuovo palazzo dei Grani (ora Municipio) e ristrutturò completamente l’interno della pieve di Sant’Andrea. A fine Ottocento fu costruita la linea ferroviaria Brescia-Iseo che venne collegata con il porto (l’attuale viale della Repubblica) attraverso la demolizione delle case medievali della contrada del Campo. Dal secondo dopoguerra Iseo riprese la centralità economica nell’ambito del Basso Sebino soprattutto grazie alla riscoperta della sua vocazione turistica.
 
Clusane, il cui toponimo potrebbe derivare da Clodius o da Chiusa, per la sua favorevole posizione può definirsi uno dei più antichi insediamenti a lago, con tracce di attività palafitticole, con la sicura presenza dei Romani, dei Longobardi e dei monaci di Cluny. L’ambiente naturale, dominato da paludi e canneti, costituiva un ecosistema ricchissimo di vita che permetteva alle comunità primitive, insediate ai bordi del lago fin dal paleolitico, di avere a disposizione una diversificata offerta alimentare (caccia, pesca, piccoli orti), come dimostrano le punte di freccia e i tanti reparti archeologici trovati in questa zona. Particolarmente importante fu il ritrovamento di una lapide con dedica a Giove, ora conservata al museo Maffeiano di Verona. Resti di una villa romana sono ancora visibili sul lungolago dove, sul parametro in pietra, sono riconoscibili una nicchia a pianta  semicircolare affiancata su entrambi i lati da una serie di archetti ciechi. Il vasellame rinvenuto durante scavi archeologici di emergenza hanno consentito di datare l’edificio al I-II secolo d.C.. In età longobarda, in questo tratto di lago, vi erano le riserve di pesca del Monastero di Santa Giulia di Brescia. Nel 1093 alcuni nobili di stirpe longobarda donarono al Monastero Benedettino di Cluny la cappella dedicata ai Santi Gervasio e Protasio esistente nel castello di “Clixano”. I monaci francesi si insediarono nell’antico castrum sul promontorio, dove ora si trova la “chiesa vecchia” e lì fondarono un priorato. Furono probabilmente i monaci a dare impulso alla bonifica dei terreni paludosi di questa zona e a raccogliere contadini e pescatori intorno al piccolo monastero: da quelle comunità si svilupparono poi nei secoli successivi la Vicinia ed il Comune. Il paese dunque si costituì attorno all’antico castrum che racchiudeva, oltre alla chiesa, il primo nucleo di case. Nel XIV secolo, sulla propaggine occidentale del dosso ed all’esterno del borgo fortificato, fu edificato un castello residenziale (detto del Carmagnola) mentre fuori dalle mura, a diretto contatto con il lago, vi era il piccolo porto con affacciate le abitazioni dei pescatori. Il catastico di Giovanni da Lezze (1610), segnala a Clusane il castello circondatoda mura e ponte levatoio, con bellissime case di proprietà dei nobili bresciani, Sala, Maggi, Coradelli, e due mulini in prossimità del lago. A quell’epoca e fino alla fine dell’Ottocento gli abitanti erano quasi tutti pescatori. Nel 1906 venne aperto sulla riva del lago l’opificio della filanda Pirola, che occupava quasi tutte le donne del paese. Il centro di Clusane fu Comune autonomo fino al 1927, mentre oggi è frazione di Iseo. La fisionomia del centro abitato cambiò radicalmente nei primi anni del Novecento  in seguito alla costruzione della strada principale Iseo-Paratico e l’affermarsi di nuove forme economiche che trasformarono i pescatori in ristoratori. Il cambiamento fu dovuto proprio alla capacità di cucinare il pesce di lago, in particolare la tinca. Una forte espansione urbanistica si sviluppò sia lungo la strada provinciale, sia nella parte verso la collina, dove vennero costruiti gran parte dei ristoranti. A lago rimasero evidenti i segni della lunga, importante e particolare storia legata alla pesca fatta soprattutto in acque basse, con antichi strumenti come la fiocina, l’arma più antica con cui si praticava l’attività venatoria sulla terra ferma e qui impiegata, forse per la prima volta nell’acqua: il “furù”. Altri interessanti sistemi di pesca si erano sviluppati in questo tratto di lago, come “i légner”, “le fascine”, “le pescaie”, il “rét”, oggi in disuso. A Clusane si possono ancora vedere utilizzate vari tipi di nasse come i caratteristici berta velli, tamburelli e la “parola”, una delle tre grandi monumentali pentole dove si tingevano con le bucce di castagne le reti. La zona lacustre di fronte al paese è denominata “Foppa di Clusane” e costituisce il regno della tinca, pesce di acque basse. Quando i pescatori cominciarono a cucinare, nelle prime osterie del paese la tinca al forno, ripiena di pane e servita con la polenta, fu subito un successo turistico e Clusane diventò “il paese della tinca al forno”.

Cremignane è situata su una collina distante circa 3 Km in direzione Sud-Ovest. Tale collina è un raro esempio di un antichissimo conglomerato d’origine fluviale solcato e lisciato dal ghiacciaio dell’era quaternaria. Il nome Cremignane deriva forse da Grémegn o Greben, cioè luogo molto umido o terra arida e sterile. Il toponimo lascia intuire come la zona dovesse essere boscosa e acquitrinosa, tanto da essere considerata nel Medioevo una riserva di caccia e di pesca. Nell’alto Medioevo era abitato da una piccola comunità e un documento del 790 ricorda il nome di un monaco ribelle, Ardosino, specificandone la presenza da Cremignane. Nel secolo XI i cluniacensi stabilirono qui un priorato che era sotto le dirette dipendenze del papato. Dal punto di vista ecclesiastico però dipendeva ancora dalla Pieve di Iseo, la quale vi inviava sacerdoti officianti. Con il declino del priorato, nel XII secolo, i beni della chiesa passarono alla Pieve di Iseo e poi inglobati nella proprietà della famiglia Coradelli che edificò accanto alla chiesa un castello, del quale non rimane alcuna traccia. La chiesa è anche detta San Pietro della Lama per la vicinanza delle torbiere e degli acquitrini che lambivano il paese. Inizialmente l’edificio religioso consisteva in una piccola cappella edificata, secondo padre Fulgenzio Rinaldi, autore nel 1685 dei “momenti Historiali dell’antico e nobile castello d’Iseo”, negli stessi anni della costruzione di Sant’Andrea di Iseo (inizi VI secolo). Un edificio di culto di dimensioni probabilmente più consistenti venne edificato   fra il XV e il XVI secolo. Fra il 1584 e il 1627 la chiesa assunse la funzione di cimitero per gli abitanti del borgo. L’attuale chiesa venne riedificata, come ricorda una lapide, nel 1750 su un’area della Pieve di Iseo. L’unico altare conserva una pala, datata 1729 e firmata da Antonio Paglia, raffigurante una “Madonna col bambino e San Pietro”. La chiesa venne adornata nel XIX secolo con stucchi e affreschi di Teosa  (l’”Assunta” della cupola del presbiterio) e Santo Cattaneo (“Santi Andrea Apostolo, Giovanni Battista, Francesco d’Assisi, Giacomo Apostolo” nei peducci della suddetta volta). Fu ampliata agli inizi del XX secolo e la decorazione venne continuata dal bergamasco Pietro Servalli allievo del Loverini con l’affresco “La pesca miracolosa” nella cupola della navata. La decorazione è stata completata nel 1945 da Pietro Muzio Compagnoni e figlio. La consacrazione dell’edificio è avvenuta nel 1963.

Pilzone si trova a Sud-Ovest del torrente Vaglio ed è sovrastato a tramontana dal monte Punta dell’Orto. E’ frazione di Iseo e parrocchia autonoma ma originariamente apparteneva al pago e alla Pieve di Iseo. Già Comune nel 1280, nel XIV secolo venne investito di proprietà vescovili. Forse era una delle corti della famiglia Oldofredi, che a lungo mantenne il proprio potere su Iseo. In seguito Pilzone divenne feudo dei nobili Fenaroli qui possidenti di terreni e di una bella casa del XVII secolo, costruita in stile veneto, con portale in conci a bugnato in pietra di Sarnico e, nell’ala nobile, una torretta con bellissima gronda modanata. Oltre ai Fenaroli si distinsero nel XVII secolo le famiglie Borrelli e Buffoli. Dal punto di vista amministrativo appartenne alla quadra di Iseo e rimase Comune autonomo fino al 1928. Il centro storico è abbastanza compatto con vicoli che salgono lungo il versante; la maggior parte degli edifici è di tipo rurale, ma vi sono anche case che denotano un certo tenore di vita con aperture munite di cornici in pietra di Sarnico. Sul limite settentrionale del paese vi è la chiesa di San Tommaso di fondazione romanica; è documentata a partire dal XV secolo e restaurata più volte dal XVII secolo in poi. Dalla piazzetta di San Tommaso inizia il percorso della via Valeriana che, attraverso la riviera del Sebino e del Passo della Croce di Zone, conduce a Pisogne e alla Valle Camonica. Quando la chiesetta di San Tommaso si rivelò insufficiente a contenere la popolazione, la parrocchia fu spostata in basso lungo la strada del lago dove già esisteva una chiesa intitolata a San Pietro, di probabile fondazione cluniacense. La nuova parrocchiale venne restaurata più volte a partire dal XVI secolo, l’attuale intitolazione è alla Madonna Assunta ed ai Santi Pietro e Paolo. Nella parte più elevata del paese parte anche un sentiero che, attraverso una ripida valletta, conduce ad un pianoro dove sorge all’interno di un complesso rustico la chiesetta di San Fermo (secolo XVII). Caratteristica è la torre campanaria che, isolata dagli edifici e sul ciglio della parte rocciosa, risulta visibile da buona parte del lago. Di fronte al paese verso il lago si erge il Montecolo; un documento del X secolo cita una rocca che sorgeva sul colle, in località Pilzone, venduta dal vescovo di Cremona al figlio del conte Teutaldo, già proprietario del versante settentrionale della collina. Sul pendio su-occidentale della stessa si trovano delle cave per calce di pietra idraulica della “Calce di Palazzolo” intensamente sfruttate dal XIX secolo ma oggi non più in funzione. All’altezza di Covelo, a metà strada fra Iseo e Pilzone, sorge la piccolissima penisola di Montecolino scelta l’’inizio del XX secolo come base per una scuola di idroviazione attiva per tutta la 1ma Guerra Mondiale. Chiusa alla fine del 1918 venne riaperta nel 1930 come base di prova dell’idrovolante Caproni 97; la Caproni vi tenne uno stabilimento per la fabbricazione di idrovolanti fino al 1943 e usò il bacino antistante per le prove di immersione dei “mini-sommergibili” e per l’addestramento degli equipaggi. I piccoli natanti, riconvertiti in mezzi d’assalto, facevano parte di un progetto per attaccare New York e il porto di Freetown in Sierra Leone, sede di un acquartieramento della Flotta Inglese, progetto sfumato con l’Armistizio del 1943. I sommergibili rimasero a Montecolino fino alla fine della guerra e nella fabbrica trovò posto l’Officina Meccanica di Precisione della Decima MAS. Lungo la strada del lago si incontrano anche due edifici significativi: il primo è costituito dall’ex-casa Negrinelli (XIX secolo) dove sventolò nel 1848 la prima bandiera tricolore della rivolta risorgimentale, la seconda è costituita dal complesso in stile Liberty adibito ad albergo “Araba Fenice” che ospitò nel 1944 l’illustre statista inglese Winston Churchill.

Iseo è una piccola cittadina che si sviluppa attorno ad un vecchio borgo medioevale. Il centro del paese è Piazza Garibaldi, la cui statua si erge al centro, appoggiata sulla sommità di una base in tufo ricoperta di muschio.
Si tratta del primo monumento italiano (1883) dedicato all’”eroe dei due mondi” senza cavallo, opera dello scultore P.Bordini di Verona. Sulla piazza si affaccia anche l’austero palazzo comunale con l’orologio, progettato dall’architetto R.Vantini e portato a termine nel 1833.
L’edificio a sud, con un portico ad archi, mostra alcuni affreschi e dettagli che ne ricordano l’origine medievale. Contigua è anche piazza dello Statuto, alla cui destra, poco distante, si scorge l’Arsenale.

Il palazzo detto delle Milizie o dell’Arsenale fu inizialmente magazzino e poi residenza della famiglia degli Oldofredi. Divenuto proprietà comunale nel 1619, fu adibito a carcere mandamentale  da inizio Ottocento fino al 1980, anno in cui vennero restaurati l’antica loggia ed il porticato quattrocentesco.
Al piano terra il palazzo ospita mostre e rassegne culturali  curate dal “Centro Culturale l’Arsenale”.

Ritornando in piazza Garibaldi, a nord si imbocca via Mirolte, alla cui sinistra si trova subito la chiesetta di S.Maria del Mercato (sec. XIV), inizialmente cappella privata degli Oldofredi.
Il restauro avvenuto nel 1979 ha portato alla luce gli affreschi quattrocenteschi, in parte coperti nel 1700 da una Via Crucis del pittore iseano Voltolini.

Proseguendo lungo via Mirolte, sulla destra si scorgere il castello di Iseo. Della struttura originaria, costruita precedentemente al 1161, rimangono le grosse mura in conci di pietra e le quattro torri.
Il castello disponeva di mura di recinzione esterne, ma dopo alterne vicende di proprietà, distruzioni e ricostruzioni, nel 1585 fu adibito a convento dei cappuccini e così rimase fino al 1797.

Ritornando verso la piazza, a sinistra si incontra via Rampa dei Cappuccini, percorrendo la quale si incrocia la lunga salita a gradini che porta all’ingresso del castello, un tempo protetto da un ponte levatoio.
Al centro del cortile è situato un pozzo, mentre affreschi seicenteschi si possono ammirare sulle pareti circostanti. Alcune sale del castello sono oggi adibite a biblioteca comunale.

Da quest’area si raggiunge poi il santuario di S.Maria della Neve, continuando in salita lungo via Rampa dei Cappuccini. La chiesa sorge nel luogo occupato anticamente da una santella, nella quale durante la pestilenza del 1630 gli abitanti del rione veneravano l’affresco della Madonna, recitando il rosario e cantando litanie.
Nella chiesa si possono ammirare tre altari di marmo e parecchie reliquie, oltre ovviamente all’immagine della Madonna custodita in una teca sopra l’altare maggiore.

Ritornando in via Mirolte si giunge fino all’incrocio con via della Pieve, percorrendo la quale si arriva alla Pieve di S.Andrea. La tradizione vuole che a porre la prima pietra della chiesa sia stato il vescovo di Brescia, S.Vigilio (patrono di Iseo), che qui si rifugiò nel VI sec. per sfuggire ai Barbari.

 La Pieve di Sant'Andrea fu fondata nel V secolo ma rifatta in epoche successive. Si dice che venne fondata dal vescovo San Vigilio in persona, sui resti di un antico tempio pagano. La leggenda è avvalorata dal ritrovamento di alcuni resti romani durante alcuni lavori intorno alla chiesa, tra cui una statuetta di pietra raffigurante Ercole. L'aspetto attuale si deve prevalentemente ai rifacimenti del XIII secolo. Ma arcate ed elementi decorativi della facciata tradiscono i continui rifacimenti delle epoche successive. Curiosamente, il campanile è integrato all'interno della facciata. Nella chiesa è custodita anche la tomba in stile gotico di Giacomo Oldofredi. La Pieve riserva anche altre sorprese: un quadro a olio di Francesco Hayez che raffigura San Michele Arcangelo e un "San Pietro" di Giuseppe Diotti. Nella medesima piazza si possono visitare la Chiesa di San Giovanni Battista e l'ex Oratorio dei Disciplini.

Merita una visita anche la Chiesa di San Silvestro, del XIII secolo. Sull'abside è dipinta una "danza macabra", un affresco diviso in otto scene che rappresenta il trionfo della morte sulle vanità umane. Si tratta di un tema iconografico molto comune nel Trecento e nel Quattrocento. Gli affreschi sono stati ritrovati quasi per caso solo nel 1985, durante un restauro.
Iseo, tuttavia, è soprattutto una città da vivere all'aria aperta. Lungo i portici che dalla centrale piazza Garibaldi s'inoltrano per le piccole strade della città, fioriscono negozi di artigianato, gelaterie e locali in cui gustare prodotti tipici del territorio.Il lungolago di Iseo, infine, è lo spunto perfetto per una passeggiata romantica o per trascorrere con gli amici una bella serata estiva.

Al limitare del centro storico sorge l'antico Castello degli Oldofredi, che conserva l'aspetto austero dell'XI secolo, con la pianta quadrata e le massicce torri angolari in pietra. L'edificio fu incendiato da Federico Barbarossa e restaurato da Giacomo Oldofredi nel 1161: di conseguenza, è un simbolo della rinascita dei Comuni lombardi.
Con il dominio della Serenissima, il castello venne destinato ad uso esclusivamente militare e poi, dal 1580, la proprietà passò ai frati cappuccini, che lo trasformarono in convento. Negli ultimi anni è stato però oggetto di un importante restauro che ha permesso di recuperarne gli interni. Ora è sede della biblioteca comunale e di un piccolo ma ben curato Museo delle Guerre, che conserva reperti del primo e secondo conflitto mondiale.

Il campanile romanico risale al sec. XII ed è una vera rarità architettonica: rivela infatti l’origine lombarda delle sue maestranze. Sulla facciata destra della chiesa, ora a tre navate, è collocata l’arca gotica di Giacomo Oldofredi, signore di Iseo e della Franciacorta, che fece erigere le mura di Iseo e morì nel 1325 (l’iscrizione lapidea visibile sulla tomba ne ricorda le gesta).

Di fronte alla pieve si trova la chiesa di S.Giovanni Battista (XVIII sec.). A destra, dietro una casa settecentesca, si trova la chiesa di S.Silvestro dei Disciplini (sec. XIII).

Proseguendo per via Pusterla, fino a prendere la via pedonale che prosegue lungo il torrente Curtelo, si giunge all’ospedale, che racchiude l’antico convento dei francescani.
Da qui, molto vicina è la riva del lago dalla quale ammirare, da sinistra a destra, il corno di Predore tuffarsi in acqua, l’isoletta di S.Paolo e Montisola, infine la penisola del Montecolo.
All’orizzonte si erge il monte Guglielmo, che domina l’estremità nord del lago con i suoi quasi 2000 metri d’altezza.
Proseguendo lungo la riva del lago, in un attimo ci si trova al porto Gabriele Rosa, con il busto dedicato all’illustre storico e patriota iseano autore, nel 1874, di una delle prime guide dedicate al lago d’Iseo.
Lungo la passeggiata pedonale litoranea, si approda infine alla vecchia Filanda, ora corte di bar e negozi, ed al rinnovato polo scolastico iseano.

Il territorio occupato dal lago d’Iseo offre allo stesso tempo, un panorama lacustre, collinare e montano. La regione è caratterizzata da ricordi che hanno dato vita a specialità e piatti tipici di grande importanza nella gastronomia italiana, come i prodotti della pesca, dell’olio d’oliva, del miele, dei formaggi della vicina Valle Camonica, dei salumi di Monteisola e dei vini della confinante Franciacorta. Prodotti del territorio, una cucina semplice e schietta, dove la genuinità delle cose nate dall’acqua e dalla terra ed il rispetto delle tradizioni hanno radici che ci riportano ad un passato dall’economia semplice e sobria, povera con dignità. Oggi raffinata e arricchita da quelle tecniche, ancora sempre artigianali e da un’esaltazione professionale e moderna di cucina contemporanea.

La gente racconta..... la storia di una giovane ragazza di Monteisola, promessa sposa ad un nobile della Franciacorta. Non ne voleva proprio sapere di sposare il signorotto scelto dal padre per ragioni di interesse e, per questo ogni giorno si recava a Sensole, specchiandosi nelle acque del lago piangeva il proprio dolore.  Un giorno ebbe un capogiro e cadde in acqua. Un giovane pescatore di Sarnico, passando in barca in quel momento, la vide precipitare in acqua e corse in suo aiuto salvandola. Si innamorarono, riuscendo ad essere felici fino a quando il padre della ragazza non li scoprì. La rinchiuse nel castello in cui vivevano. Al pescatore toccò una sorte peggiore; fu imprigionato in un’umida grotta profonda e nascosta tra i boschi del monte di Sarnico. Vissero così molti mesi nel dolore per la separazione. Fu organizzato, dal padre della ragazza, il matrimonio della figlia con il nobile signorotto della Franciacorta e, giunto il giorno, per paura che il pescatore potesse ritornare, ordinò ai suoi servi di ucciderlo annegandolo nel lago. Informata da una serva fedele, la ragazza dal dolore, si uccise gettandosi nelle acque del lago per poter così ricongiungersi al suo amato pescatore. Si racconta che quando si scatena la Sarneghera la temuta tempesta, caratterizzata da imponenti temporali, sia dovuta ai due giovani che si stanno cercando nel fondo del lago per incontrarsi e abbracciarsi, e il cielo per vendetta si scaglia da Sarnico su Montisola e sulla Franciacorta.

È della madre di San Pietro la leggenda che narra di una donna malvagia che, durante tutta la sua vita non realizzò mai una buona azione. Dunque, quando morì, finì direttamente all’Inferno.  Con suppliche e preghiere San Pietro riuscì ad ottenere di trasportarla in Paradiso; venne così gettata una lunga corda che dal Paradiso arrivò fino all’Inferno. La madre del Santo tentò di arrampicarsi per raggiungere il figlio. Ma, mentre saliva, si attaccarono alla corda altre anime dannate bramose di uscire dall’Inferno. Se ne accorse, nonostante fosse quasi arrivata in Paradiso, cercò in tutti i modi di scacciarle e, lo fece con tanto furore e forza che scivolò con loro nuovamente all’Inferno. La fune venne ritirata, non le fu più permesso di salire nuovamente. Impazzita dall’odio e dal rancore contro tutto e tutti, esce dall’Inferno tutti i 29 Giugno, festa di suo figlio, scatenando violenti temporali e aggirandosi sul fondo del lago d'Iseo cercando di afferrare le gambe dei bagnanti e tentando di trascinare almeno un’anima all’Inferno per vendicarsi così del figlio che non riuscì a portarla in Paradiso.

Persone legate a Iseo:

Uranio Fontana, compositore iseano
Silvio Bonardi, garibaldino e politico iseano, con lo scoppio della Terza guerra di indipendenza italiana, si arruolò nel 2º Reggimento Volontari Italiani combattendo a Mentana e a Monterotondo.
Carlo Bonardi, garibaldino, partecipò alla Spedizione dei Mille e morì a Calatafimi.
Gabriele Rosa, politico e scrittore iseano, a causa della sua partecipazione ai moti rivoluzionari, fu detenuto allo Spielberg.
Uranio Fontana, compositore italiano nato a Iseo nel 1815.
Chiara Moroni, politica.
Cristina Plevani, personaggio televisivo vincitrice della prima edizione del Grande fratello.
Lucrezia Floriani, personaggio di fantasia, protagonista dell'omonimo romanzo della scrittrice francese George Sand.
Giulio Prigioni, ambasciatore e console d'Italia.
Riccardo Venchiarutti, giornalista RAI e sindaco di Iseo.
Franco Modigliani, Premio Nobel per l'economia nel 1985, fondò nel 1998 a Iseo la scuola estiva di studi economici I.S.E.O.. All'economista è dedicata l'aula magna dell'I.I.S. G. Antonietti.
Giorgio Zuccoli, velista, ottenne numerosi premi a livello internazionale. In ricordo al campione la nuova palestra dell'I.I.S. G. Antonietti è stata a lui dedicata.




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lunedì 20 aprile 2015

VARARO



Vararo è una frazione del comune di Cittiglio, in provincia di Varese, situata a 725 m s.l.m.

Chi vuole vivere la montagna prealpina e scoprirne la bellezza può salire fino alla frazione di Vararo, Adagiato tra sogno e realtà, in una valle che ricorda gnomi, fate e folletti, consegna al turista una molteplicità di umori e fragranze, la possibilità di vivere una dimensione naturale dell'esistenza, lontano dai rumori assordanti del consumismo moderno. La suggestiva frazione di Cittiglio può essere di volta in volta poesia o racconto, studio o ricerca, amabile sintesi di valori usciti dalla bacchetta magica di un genio creativo. Vararo è un'isola felice, un luogo dov'è possibile riconciliarsi con se stessi e con l'ambiente, circondati dai silenzi di una montagna sempre nuova, sempre diversa, una sorta di scrigno che custodisce con cura i suoi tesori. Dai suoi vicoli contigui fino quasi a toccarsi, spiccano corti e portali, cascine, travi, balconi in legno, angoli riservati al silenzio, sentieri che salgono verso il Cuvignone, il Monte Nudo, il Sasso del Ferro, Sant'Antonio, Arcumeggia, zizaganti tra speroni rocciosi che emergono dal verde come la prua di una nave. Vararo è anche luogo scelto di artisti, scultori, amanti di un'antichità lignea che ha caratterizzato la cultura e l'architettura di fine ottocento. E' paradiso di cercatori di funghi, di castagne, di gente che vuole riappropriarsi di un artigianato scomparso, di amanti della natura, di chi è alla ricerca di un modo di vivere più umano. Baite sparse nel verde fanno da cornice alla vocazione narrativa del luogo. Greggi di pecore pascolano sotto l'occhio vigile del pastore, come una volta. Vararo è una bella realtà bucolica che mantiene intatti i suoi caratteri, regalando momenti di quiete e di serenità a chi ama il verde, la montagna, la sua cultura e la sua vita.

Un tempo comune autonomo, venne annesso al comune di Cittiglio nel 1927 (R.D. 12 agosto 1927, n. 2443).

Nel 1977 vi è stato girato il primo episodio del film Tre tigri contro tre tigri, con Renato Pozzetto.

Non é possibile datare i primi insediamenti umani nella zona, o la nascita di un nucleo abitativo perché non esistono i documenti, ma il testo più antico in cui viene nominato Vararo risale all'846, quando il nobile Eremberto concedette i propri terreni a pascolo agli abitanti del paese. Dopo questo documento Vararo rimase dimenticato per secoli, fino al 1558 quando ne vennero elencati i beni nel catasto di Carlo V. Nel 1636, i Lavenesi, spaventati dalla pericolosa e distruttiva avanzata francese, si rifugiarono a Vararo in massa portando con loro numerosi capi di bestiame (dai documenti sembra fossero più di duemila); questo arrivo improvviso, rese insufficienti i viveri ed il foraggio. Oltre a problemi di tipo alimentare si crearono anche problemi igienici, infatti per il gran numero di persone ed animali si scatenò una devastante epidemia di peste che decimò la popolazione. Tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20° si é raggiunto il picco storico di popolazione, con circa 300 abitanti, il cui numero però diminuì con la partenza dei ragazzi per vivere in altri paesi o per la 1° guerra mondiale, ormai alle porte.

Durante il ventennio fascista, nel 1927, Vararo, fino ad allora comune indipendente, venne annesso a quello di Cittiglio, come é tutt'oggi. negli anni della 2° guerra mondiale le montagne ed il paese divennero rifugio per i partigiani e, allo stesso tempo, vennero raggiunte dai nazisti. Infine nel 1986, Vararo é in tutto e per tutto parte di Cittiglio anche nella parrocchia.

La zona di Vararo gode di una biodiversità che spazia tra molte specie di animali e vegetali, al contrario della maggior parte delle zone abitate. Questa situazione è dovuta soprattutto alla presenza delle ampie zone boschive a ridosso dell'abitato, portando molti animali anche lungo le vie del paese.

Sono molto comuni scoiattoli e ghiri, che è facilissimo vedere correre tra i rami degli alberi e sui fili; inoltre è facile vedere, soprattutto nelle ore serali o mattutine, animali quali cervi, caprioli, cinghiali, mufloni e anche volpi o faine, o persino qualche lepre selvatica. oltre ai più comuni merli, passeri, pettirossi e tutte le specie di uccelli tipiche delle zone boschive, è facile notare anche falchi, poiane, civette e i piccoli codarossa. Oltre a questo accenno alla vita animale del posto (perchè la lista è esageratamente lunga), è utile sapere che è possibile incontrare orbettini, le cosiddette "ratere",serpenti non velenosi di media lunghezza di colore scuro, e vipere.

Anche nella flora si può spaziare tra moltissime specie, dai comuni faggi e castagni, fino ai cespugli di more e lamponi, passando per le tante varietà di fiori quali primule ,violette, segnatempo e molti altri.

L'attenzione di molte persone che vengono a visitare questa zona è invece focalizzata sulla gran varietà di funghi quali porcini, chiodini, mazze di tamburo, gambette, amaniti di tutti i tipi.

Il roseto di Vararo è un vecchio cascinale, situato a circa 500 m dal paese, che è stato ristrutturato e trasformato in edificio abitativo. Nel 1996 Martinello Dario, l'attuale proprietario, lo comprò, lo restaurò e si trasferì qui. Il terreno circostante all'edificio venne pulito dai rovi che l'avevano invaso, per coltivare la passione verso le piante (non solo in senso metaforico), fino ad arrivare ai quasi 3000 esemplari, tra rose e moltissime altre piante, che popolano il roseto. Le piante sono curate in maniera particolare dai proprietari  che assicurano loro diverse concimazioni l'anno (il terreno in quella zona è particolarmente roccioso) e molti altri trattamenti per mantenere le piante belle e rigogliose.

Una forte attrattiva per molti turisti è il "rally dei laghi", che annualmente corre sulla Strada Provinciale 8, tra Vararo e Castelveccana. Alla gara partecipano spesso auto di tutti i tipi, anche auto d'epoca, ma generalmente vetture di piccole dimensioni, più facili da controllare sulle strade strette.

La chiesa di San Bernardo è stata edificata nel 1796, dopo le continue suppliche degli abitanti del paese per la ristrutturazione della vecchia, all'ora in uno stato disastroso. E' posizionata in una posizione periferica rispetto all'abitato. La struttura architettonica è molto semplice, sviluppata su un'unica navata con una piccola abside semicircolare. Il campanile è addossato all'edificio e le campane sono ancora quelle della chiesa preesistente. All'esterno del portone principale è stato costruito un portico sorretto da due colonne e decorato da un affresco di san Bernardo. Altre decorazioni ad affresco sono posizionate sul lato esterno e all'interno sulla campata e sull'abside. In posizione retrostante all'altare si trovano le statue di San Bernardo, della Madonna con in braccio Gesù e di San Giuseppe. Ogni anno, nel mese di Agosto, si tiene la festa del santo patrono, alla quale, negli anni passati, partecipavano anche gli abitanti di Laveno, Cittiglio e di altri paesi.

Il parco giochi si trova in un'area sottostante alla chiesa e vi sono poste diverse giostre e anche dei tavoli per pranzare. La zona in cui adesso si trova il parco era ricoperta da rovi e arbusti e, solo grazie al lavoro degli abitanti del paese, è stata ripulita e vi sono state poste le giostre donate dall'associazione di Cittiglio "Amici di Vararo". Il parco è stato inaugurato nel 2005, dedicato a Diego Turuani, ragazzo deceduto negli anni novanta all'età di 19 anni per un incidente stradale.

La Madonnina è una statua rappresentante la Madonna, posizionata su un sasso a forma di torre (Sass de Turesela). Questa statuetta si trova nella località del Rü de Sela, punto d'incontro dei sentieri a nord ovest della Val Buseggia. La Madonna, posta in una zona sopraelevata al paese, ha lo sguardo rivolto verso esso, come a volerne proteggere gli abitanti. Il Rü de Sela è distante dal paese all'incirca 500 metri, quindi anche la Madonnina è facilmente raggiungibile attraverso un sentiero che inizia dalle ultime case del paese.

Il torrente San Giulio nasce dalla Fontana Mora, ultimi resti del Lago Moro, e scorre fino a valle, per confluire nel Boesio, a Cittiglio. Il torrente dà vita alle tre famose cascate di Cittiglio, che scendono a strapionbo lungo la valle scavata dallo stesso fiume. Nelle sue acque, come in quelle dei suoi affluenti, si possono trovare moltissime specie di animali, da insetti (per la maggior parte larve) a pesci (come trote e alborelle) e anfibi (principalmente girini di rane, rospi e salamandre).



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mercoledì 1 aprile 2015

TOSCOLANO MADERNO

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Toscolano-Maderno è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia. Rispetto al capoluogo è in posizione nord-est a una distanza di circa 40 chilometri. È situato sulla sponda bresciana, quindi occidentale, del lago di Garda. Fa parte del parco regionale dell'Alto Garda Bresciano. In questo comune si trova il monte Pizzocolo.

Toscolano e Maderno sono due centri ben distinti, divisi dal torrente Toscolano, che furono comuni autonomi fino al 1928.

Toscolano, in particolare, vanta origini romane, testimoniate dai resti di una grande villa di cui, oggi, si possono vedere parti di pavimento decorato a mosaico e che sarebbe stata di proprietà del console bresciano Marco Nonio Macrino. La chiesa parrocchiale di Toscolano, fondata nel 1571 e dedicata ai santi Pietro e Paolo, fu per lungo tempo sede estiva della diocesi di Brescia. Essa contiene un importante ciclo pittorico dell'artista veneziano Andrea Celesti.

Nella parte finale della valle del fiume Toscolano, a partire dal 1300 si è sviluppata l'industria della carta, tra i primi e più importanti luoghi in Europa. Per questo tale tratto di valle è chiamato "valle delle Cartiere". Come testimonianza esiste un documento datato 17 ottobre 1381 che ha come oggetto la convenzione tra i comuni di Maderno e Toscolano (allora divisi) con la quale si fissano in nove punti le norme per la suddivisione e l'utilizzo delle acque del fiume.

Sul terreno denominato Supina sorge un santuario, appunto il Santuario di Supina eretto alla fine del Quattrocento.

Le coltivazioni storiche sono quella dell'ulivo, degli agrumi (limoni in particolare), della vite. Sono presenti sul territorio comunale alcuni frantoi per la produzione di olio di oliva.

Meno di una decina sono i pescatori rimasti in attività, essi usano le caratteristiche piccole (5 m) imbarcazioni munite di modesti motori fuoribordo. I pesci pescati nel lago sono l'agone, l'alborella, l'anguilla, la bottatrice, il barbo, la carpa, il carpione, il cavedano, il coregone lavarello, il luccio, il persico reale, il persico sole, la tinca, la trota, il vairone.

L'industria più importante, presente dal 1300 fino ad oggi, è quella della produzione della carta. Tutt'oggi è operante la Cartiera di Toscolano, del Gruppo Marchi (che nel 2006 ha assorbito il Gruppo Burgo), la quale occupa un'area di circa 100 ettari e circa 400 dipendenti.

Altra industria importante, storicamente presente a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, è quella del turismo. Attualmente sono circa una cinquantina le strutture ricettive suddivise tra alberghi, agriturismi, campeggi e bed&brekfast.

Il turismo, specialmente a Maderno, è frequente d'estate, grazie ai bellissimi paesaggi che offre il lungolago. Molti lo definiscono lo scorcio migliore del Garda per l'acqua che circonda entrambi i paesi.

Toscolano-Maderno è attraversato dalla Gardesana Occidentale che collega Brescia a Trento e che nel tratto fra Salò e Riva del Garda affianca la costa del lago di Garda.

È inoltre presente un servizio di traghetti ed aliscafi con servizio passeggeri per i vari porti del lago e che permette di traghettare auto e corriere da Maderno per Torri del Benaco sulla sponda veronese.

Il Polo Cartario di Maina Inferiore è un affascinante complesso produttivo trasformato in sede espositiva e museale. Al suo interno si ripercorrono le tappe della storia della produzione cartaria dalle origini al Novecento, attraverso un suggestivo percorso di visita che dal nucleo cinquecentesco della fabbrica, nel quale sono riprodotti macchinari e attrezzature caratteristici della produzione della carta dal XV al XVIII secolo, si snoda nelle ampie sale superiori, dedicate all’evoluzione della produzione nelle prime fasi della Rivoluzione Industriale.

In esposizione anche reperti provenienti dagli scavi archeologici condotti nella Valle delle Cartiere, alcune filigrane prodotte tra XVI e XVIII secolo e una collezione di libri stampati dai Paganini, illustri stampatori con bottega a Toscolano e Venezia nella prima metà del Cinquecento.

La Cartiera di Toscolano nacque per volere delle ditte Andrea Mafizzoli e la F.lli Mafizzoli che, già possessori di stabilimenti nella valle delle Cartiere, volevano costruire una nuova cartiera a lago per la fabbricazione della carta non più con gli stracci ma con la pasta di legno. I lavori iniziarono nel 1906 e la cartiera fu inaugurata nel 1910.

Durante la seconda Guerra Mondiale dall’ottobre 1943 all’aprile 1945, Toscolano Maderno fu sede delle principali istituzioni della Repubblica Sociale Italiana.

Hotel Golfo, ex Villa Bianchi: sede del Partito Fascista Repubblicano e del Comando delle Brigate Nere con Alessandro Pavolini.
Villa Caprera: sede della Guardia Nazionale Repubblicana e luogo di detenzione di numerosi antifascisti.
Ex Villa Cavallero, lungolago di Maderno: abitazione e ufficio personale di Pavolini.
Hotel Bristol, Lungolago Maderno. Questo imponente edificio sorse verso la fine dell’Ottocento, con il nome di Villa Margherita. Nel 1909 fu adibito ad albergo e fu chiamato Strand Hotel Bristol. Dal 1943 al 1945 fu requisito ed adibito ad alloggio per le numerose personalità al seguito del governo Mussolini.
Le scuole elementari erano la sede del Ministero dell’Interno. Qui, oltre agli uffici della Polizia, c’era l’ufficio di Herbert Kappler, Maggiore delle SS.
Villa Gemma: di proprietà della famiglia Triboldi di Brescia, sulla statale per Fasano, ospitò il Ministro dell’Interno Buffarini e il Ministro dell’Educazione Nazionale prof. Carlo Alberto Biggini.
Ex Villa Bassetti, ora condominio posto sul confine con Gardone Riviera: sede dell’ambasciata tedesca. Fu bombardata il 4 dicembre 1944 da aerei alleati.
Villa Mimosa, località Bornico: sede del Comando militare tedesco.
Villa Sirenella, via Aquilani, Maderno: abitazione del Console della Milizia G. Battista Riggio, che fu poi uno dei membri del Tribunale Speciale di Verona che condannò a morte Galeazzo Ciano e altri gerarchia
Casa Bonaspetti: sede del Reparto Autonomo di Polizia Repubblicana composto da agenti ausiliari locali.
Campeggio di Toscolano: contro il muro di cinta, dove ora vi sono i campi da tennis, fu sistemato l’autoreparto.
Terreno agricolo Andreoli: nei pressi del ponte di Toscolano fu accampata la Compagnia Autonoma “Bir el Gobi” comandata dal cap. Giuseppe Ciolfi.

Questo comune ospitò personaggi famosi.
Giuseppina Cobelli, famosa cantante lirica nata a Maderno nel 1898. Nel 1925 iniziò una brillante carriera artistica, che la vide protagonista nei più noti teatri internazionali. Morì prematuramente a causa di un male inguaribile nel 1948.

Di origini Madernesi era Osvaldo Cavandoli (1920-2007), famoso disegnatore. E’ lui l’autore dell’originale personaggio che nasce e vive in un unico tratto bianco che diventò il protagonista de “La Linea” e del famoso spot pubblicitario della Lagostina.

Giuseppe Zanardelli, madernese di adozione, morto nella sua villa a Maderno nel 1903, fu più volte ministro nel Governo De Pretis e Presidente della Camera dei Deputati e del Consiglio. Scrisse il codice penale abolendo la pena di morte.

Andrea Celesti famoso pittore di origine veneziana, si trasferì a Toscolano nel 1688 a causa di problemi con la Repubblica di Venezia. Proprio qui iniziò un’intensa attività artistica che lo portò alla realizzazione di grandi opere per le Chiese di Toscolano, Salò e dintorni. Celesti fu conteso dalla nobiltà bresciana per la sua ricerca sugli effetti luministici che otteneva adattando ambientazioni buie squarciate da luci isolate.

Paganino-Paganini, originario di un piccolo borgo bresciano, si trasferì a Toscolano nel 1519 dopo aver avviato un’attività tipografica editoriale a Venezia. Il figlio Alessandro diventa un rinomato tipografo per le sue qualità di incisore. La sua impresa più bizzarra fu la stampa del Corano in arabo che segnò anche la fine della sua carriera.

Don Giuseppe Avanzini, sacerdote, matematico illustre e specialista nella scienza idraulica nato a Gaino nel 1753, morto a Padova nel 1827. Una lapide lo ricorda all’interno della chiesa parrocchiale di Toscolano.

Già nel 1490 Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga di Mantova, soggiornava a Toscolano. Il duca di Mantova, Vincenzo I Gonzaga nel 1606 decise di costruire a Maderno un palazzo per la villeggiatura (Palazzo Gonzaga). Nel 1659 uno degli ultimi successori acquistò all’asta il Serraglio, una vasta area verde con l’annessa palazzina che fu collegata a palazzo Gonzaga da una galleria sotterranea che permetteva ai duchi e ai loro ospiti di raggiungere il Serraglio e di tenere lì le loro feste private.

Bartolomeo Bortolazzi nato a Toscolano il 3 marzo del 1772, dimostrò fin da giovanetto una forte passione per la musica tanto da diventare in brevissimo tempo un ottimo suonatore di mandolino, stimato e ammirato. Le sue composizioni testimoniano uno stile elegante e scorrevole, in cui è posta in risalto la melodia, mentre l’armonia è semplice e scolastica. Le sue composizioni hanno però un grande significato storico, perché ci informano sul modo di suonare il mandolino nei primi anni del XIX secolo.

Uno splendido lungolago, che circonda tutto il promontorio di Toscolano Maderno, permette una rilassante passeggiata a lago camminando, pattinando o andando in bicicletta. Numerose sono le spiagge: due sono completamente attrezzate, le altre sono libere.
Molteplici sono le escursioni a piedi e in mountain bike che offre il territorio intorno. Piacevoli camminate in mezzo ad olivi centenari, godendo del paesaggio mozzafiato che il lago ogni giorno regala o escursioni più impegnative fino alla cima del Pizzocolo da dove si gode di una vista a 360 gradi o all’interno del Parco dell’Alto Garda Bresciano nella valle delle Camerate per arrivare fino a Campei di Cima.

A Toscolano Maderno montagna e lago formano un tutt’uno e per ogni mese dell’anno, a seconda della stagione, è possibile praticare innumerevoli attività sportive immersi nei variegati colori che la natura crea.
Si può scegliere tra vela, canoa, surf, nuoto, immersioni subacquee, escursioni a piedi e a cavallo, arrampicate su roccia, golf, trekking, mountain bike, tiro con l’arco e molto altro ancora.
Numerose sono le associazioni sportive o gli operatori locali disponibili per corsi e lezioni con possibilità di escursioni guidate e noleggio attrezzature.
Varie le manifestazioni sportive, talvolta anche a carattere internazionale, tra cui: la Gardalonga (maratona remiera), tornei di calcio, bocce, gare di bicicletta, duathlon e per il 2014 la prima edizione di XGardaman, triathlon con la mountainbike, unico in Italia e uno dei pochi al mondo.


LEGGI ANCHE : http://asiamicky.blogspot.it/2015/03/laghi-lombardi-il-lago-di-garda.html




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martedì 27 gennaio 2015

IL MONTAGNA DEI PIRENEI -UNA MONTAGNA DI DOLCEZZA-



Il cane da montagna dei Pirenei, conosciuto anche con il nome tradizionale di patou è una razza canina di origine francese riconosciuta dalla FCI (Standard N. 34, Gruppo 2, Sezione 2, Sottosezione 2).

È la razza canina appartenente al gruppo dei cani da montagna che svolge tradizionalmente il compito di guardiano del gregge sul versante francese dei Pirenei. Sul versante spagnolo della catena montuosa, nella regione di Aragona, da antenati comuni si è sviluppata la razza del mastino dei Pirenei. Il cane da montagna dei Pirenei non è da confondere con il pastore dei Pirenei, il suo "collega" di lavoro, incaricato di condurre il gregge (pastore-conduttore), mentre il compito del cane da montagna dei Pirenei è quello di difenderlo.

La coda è lunga, a pelo lungo, termina a uncino. Nei momenti di "attenzione", viene portata arrotolata sulla schiena, a formare la caratteristica "arrundera". Il colore bianco è sempre predominante, sono accettate macchie di colore sabbia e/o grigio. Il pelo è molto lungo e gli occhi son ben livrettati, a mandorla, con iride ben scura. Le orecchie sono attaccate all'altezza degli occhi, ben inserite e poco visibili. La testa è a tartufo nero, calotta cranica tanto lunga quanto larga. I piedi hanno doppi speroni negli arti posteriori, ricercati quelli negli arti anteriori.

In famiglia è molto dolce e legato al padrone: nei suoi confronti può diventare geloso, ma si affeziona agli altri membri del suo branco umano. Con l'uomo cerca spesso un rapporto paritario, basato sul rispetto e la fiducia reciproca. Non ama la sudditanza, per cui va bandita ogni forma di coercizione violenta. È un cane solo in parte addestrabile all'obbedienza ed è preferibile non spingerlo ad un addestramento svolto all'attacco. Si deve infatti tenere presente che, per via dell'innata indipendenza e della notevole mole, si rischierebbe di avere tra le mani un soggetto non facilmente gestibile. Ha la caratteristica comportamentale di difendere il territorio, tenendo sempre a bada gli estranei. Riesce a comprendere chi sono le persone che non sono gradite al padrone con una intelligenza acutissima. Perlustra il territorio abbaiando profondamente al minimo passaggio di estranei, e tende a essere fortemente dominante con tutti i cani. Inoltre tende ad esplorare gli spazi aperti e a farli diventare il proprio territorio. È pertanto opportuno che abbia a sua disposizione un grande spazio, ma non troppo in modo da stimolare la sua propensione alla guardia. Di notte subisce un mutamento e diventa molto più attento. Osservandolo vedrete che spesso "abbaia ai quattro venti", girando su se stesso e abbaiando nelle varie direzioni, allo scopo di segnalare la sua presenza agli altri cani e agli estranei (tenetene conto per il vicinato).



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