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mercoledì 17 febbraio 2016

LA FESTA DEL GATTO

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La Festa Nazionale del Gatto ricorre il 17 febbraio ed è nata nel 1990. La giornalista gattofila Claudia Angeletti propose un referendum tra i lettori della rivista "Tuttogatto" per stabilire il giorno da dedicare a questi animali. La proposta vincitrice fu quella della signora Oriella Del Col che così motivò la sua idea nel proporre questa data che racchiude molteplici significati:

febbraio è il mese del segno zodiacale dell'Acquario, ossia degli spiriti liberi ed anticonformisti come quelli dei gatti che non amano sentirsi oppressi da troppe regole.
tra i detti popolari febbraio veniva definito “il mese dei gatti e delle streghe” collegando in tal modo gatti e magia
il numero 17, nella nostra tradizione è sempre stato ritenuto un numero portatore di sventura, stessa fama che, in tempi passati, è stata riservata al gatto
la sinistra fama del 17 è determinata dall'anagramma del numero romano che da XVII si trasforma in “VIXI” ovvero “sono vissuto”, di conseguenza “sono morto”. Non così per il gatto che, per leggenda, può affermare di essere vissuto vantando la possibilità di altre vite.
il 17 diventa quindi “1 vita per 7 volte”!
In varie città d'Italia si festeggia questa giornata con iniziative artistiche o di solidarietà a favore di questi animali.



Per i nostri felini spendiamo (e parecchio, considerato che per il cibo dei gatti, fra secco, umido e snacks, se ne vanno circa 992,2 milioni di euro l’anno, secondo i dati diffusi dalla società di ricerche di mercato Iri) ma se in cambio riceviamo, come riferisce la ricerca Gfk-Eurisko per il Rapporto Assalco-Zoomark 2015, “serenità e gioia” (43% delle risposte) e “allegria e divertimento” (36%), ne vale davvero la pena.

Film e libri ad argomento felino sono un ottimo modo per festeggiare: dalle storie di gatti in edicola con Oggi all’albo a fumetti Kill the Granny 2.0. Finché morte non li separi, di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora, la storia di un gatto castrato che, per riavere indietro i suoi attributi maschili, ha firmato un patto con Satana, al quale ha ceduto una delle sue vite. Ancora una volta, l’aura magica e un po’ diabolica del gatto è al suo posto.

Secondo le stime dell'osservatorio europeo Euromonitor, del giugno 2014, i gatti in Italia sono circa 7,5 milioni, ovvero il 12% dei pet, gli animali da compagnia (che sono in tutto circa 60 milioni). Lo studio “Animali in città”, condotto da Legambiente nel 2015, ha permesso di rilevare che le città più 'gattare' d’Italia sono: Roma (4.415 colonie 'feline' censite e 55.725 gatti), Torino (1.424 colonie e 26mila gatti), Napoli (1.242 colonie e 12.008 gatti). Milano è quarta con 700 colonie e 7mila mici.

Esistono uffici specifici dentro le amministrazioni locali che si occupano, in collaborazione con le aziende sanitarie, di tutti gli animali da compagnia: provvedono a fornire informazioni e a monitorare le presenze sul territorio. Si chiamano Uda, Ufficio diritti degli animali. In alcune città, come Roma, è lo stesso sportello a fornire anche la “Cat Card”, un 'patentino' che autorizza le gattare, cioè le volontarie (sono soprattutto donne) che hanno un feeling così speciale con i felini da impegnarsi a curare e rifocillare regolarmente intere colonie. La card attesta che la loro attività si svolge in base alle normative in vigore sulla tutela dei diritti degli animali. Insomma, non ci si improvvisa.

Il giro d'affari mosso da questi 'nostri amici' è molto sostanzioso. In Italia il solo mercato dei prodotti per l’alimentazione degli animali da compagnia ha chiuso il 2014 con un giro d’affari di 1.830 milioni di euro. Solo per il cibo dei gatti, fra secco, umido e snacks, parliamo di 992,2 milioni di euro, secondo i dati diffusi dalla società di ricerche di mercato Iri. Per converso, tutti i pet incidono in senso positivo nella vita dell'uomo. In particolare cani e gatti portano serenità e gioia (43% delle risposte) e allegria e divertimento (36%), riferisce la ricerca Gfk-Eurisko per il Rapporto Assalco-Zoomark 
2015.





                           http://pulitiss.blogspot.it/2015/02/il-gatto-e-il-bimbo.html






                          http://popovina.blogspot.it/2015/09/il-gatto-nero.html
                          


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mercoledì 30 settembre 2015

LA FESTA DEI NONNI



La Festa dei nonni è una ricorrenza civile introdotta in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l'importanza del ruolo svolto dai nonni all'interno delle famiglie e della società in generale.

Viene festeggiata il 2 ottobre, data in cui la chiesa cattolica celebra gli Angeli custodi.

Il compito di promuovere iniziative di valorizzazione del ruolo dei nonni, in occasione di tale data, spetta per legge a Regioni, Province e Comuni.

La Festa dei Nonni è stata introdotta negli Stati Uniti nel 1978 durante la presidenza di Jimmy Carter su proposta di Marian McQuade, una casalinga del West Virginia, madre di quindici figli e nonna di quaranta nipoti. La McQuade iniziò a promuovere l’idea di una giornata nazionale dedicata ai nonni nel 1970, lavorando con gli anziani già dal 1956. Riteneva, infatti, obiettivo fondamentale per l’educazione delle giovani generazioni la relazione con i loro nonni, portatori di conoscenza ed esperienza.

Negli Stati Uniti la festa nazionale dei nonni viene celebrata ogni anno la prima domenica di settembre dopo il Labor Day.

Nel Regno Unito, introdotta nel 1990, dal 2008 viene celebrata la prima domenica di ottobre.

In Canada viene celebrata dal 1995 il 25 ottobre.

In Francia, i nonni e le nonne sono festeggiati ogni anno separatamente. La Festa della Nonna già dal 1987, la prima domenica di marzo. Dal 2008 è stata introdotta la Festa del Nonno la prima domenica di ottobre.

In Italia nasce per volontà di Franco Locatelli (Presidente dell'Unione Nazionale Florovivaisti - Unaflor), Arturo Croci, Wim Van Meeuwen e Walter Pironi del comitato ufficiale della Festa dei Nonni 1997.

Il fiore ufficiale della Festa dei Nonni è il Non-ti-scordar-di-me.

Secondo la tradizione, la denominazione di "non-ti-scordar-di-me" sarebbe legata a una leggenda germanica, secondo la quale Dio stava dando il nome alle piante quando una piantina, ancora senza nome, gridò: "Non ti scordar di me, Dio!" e Dio replicò: "Quello sarà il tuo nome!".

Secondo una più recente leggenda, il nome sarebbe invece legato a un avvenimento occorso lungo il Danubio, in Austria: due giovani stavano scambiandosi le promesse attraverso il simbolo di questo fiore, ma lui cadde nel fiume e le gridò tale frase come promessa di eterno amore.

La canzone della Festa dei Nonni "Tu sarai" è stata scritta e realizzata nel 2005 dal cantautore Walter Bassani nell'ambito del progetto di comunicazione sociale della FAI (Federazione Autotrasportatori Italiani). La sua prima versione venne interpretata da Peter Barcella. Il brano è diventato la colonna sonora del concorso scolastico nazionale di "OKAY" "Fiori e poesie per i Nonni" e successivamente la colonna sonora del corto cinematografico "Tu sarai" dell'Istituto comprensivo di Montefalcone (BN). Questo corto realizzato dai bambini sul tema della canzone ha vinto il primo premio ai concorsi internazionali " Festa del Cinema di Roma 2007 Sez."Corti Scuola K12", Festival del Cinema di Chianciano Terme 2008 Sez."Corti Scuola e Festival del Cinema di Telesia 2008 Sez."Corti Scuola", per il messaggio che unisce le generazioni. "Tu podràs" (la versione in lingua spagnola di "Tu sarai") è la sigla ufficiale della "Fiesta de los abuelos" in Spagna nell'ambito del progetto "Crecemos juntos". La versione in lingua tedesca di "Tu sarai" porta il titolo di "Tag für tag" ed è la canzone ufficiale della "Festa dei Nonni" del Sud Tirolo con l'omonimo videoclip girato nella Val Sarentino con i Nonni e i bambini del luogo. La versione inglese di "Tu sarai" porta il titolo di "Day by day", il brano è stato presentato negli "U.S.A. ad Orlando in occasione della Fiera mondiale delle piante e dei fiori e del giorno mondiale dell'ONU dedicato ai Nonni. Il messaggio della canzone "Tu sarai" è stato premiato con il "Garofano d'argento 2011". Il premio è stato assegnato all'autore della canzone della "Festa dei Nonni" Walter Bassani per il forte messaggio che unisce le generazioni. Suor Miriam Castelli ha presentato il messaggio di "Tu sarai" in tutto il mondo nella sua trasmissione "Cristianità" in onda su Rai International (ottobre 2011).

Il brano dal titolo "Ninna Nonna", scritto da Igor Nogarotto e Gregorio Michienzi, due autori astigiani (in arte I 2 Così), dal 2006 è stato riconosciuto in via informale come "Canzone Italiana dei Nonni"



Figure insostituibili capaci di risolvere mille problemi pratici ai genitori di oggi: i nonni non sono più soltanto quelle figure parentali affettuose che amano incondizionatamente i nostri bambini e tramandano storie e saggezza del passato. I nonni vanno a prendere i bimbi a scuola, li accudiscono se sono malati, li accompagnano a nuoto... svolgono quel lavoro che la carenza di strutture e la poca flessibilità lavorativa impedisce ai genitori di svolgere in prima persona.

La tradizione italiana di affidare i figli alle cure dei nonni è diventata una necessità per molte famiglie. Secondo una recente ricerca sono ben il 37% le famiglie con figli fino a 14 anni che si affidano giornalmente alle cure dei nonni, mentre in Europa il dato è molto più basso: il 15% in Germania e il 2% in Svezia. Ci sono poi quei genitori (il 45%) che fanno ricorso alla cura dei nonni-sitter una volta alla settimana (30% in Francia e 20% in Svezia).
Coltivare il rapporto nonni-nipoti è molto importante per i bambini, li fa sentire parte di una "famiglia allargata". Molto precocemente i piccoli apprendono le loro radici e sono affascinati dai racconti sull'infanzia dei genitori... esperienze che solo un nonno può tramandare. Il maggior tempo libero dei nonni già in pensione fa sì che i bambini possano fare esperienze uniche come coltivare un orto o fare la pasta fatta in casa.
Quello che lascia l'amaro in bocca è che questo rapporto non si instauri solo per il piacere di stare insieme, ma che i nonni debbano sopperire alla carenza di asili nido, ai costi di una baby sitter e alla mancanza di politiche adeguate a sostegno della flessibilità negli orari di lavoro.

Solo il 14% dei bambini tra zero e 2 anni è iscritto a un asilo nido pubblico. Un dato ancora troppo basso e che non può garantire alle mamme un rientro al lavoro sereno dopo la maternità. Infatti le donne che non lavorano più a distanza di due anni dal parto sono sempre più numerose: il 22,3% nel 2012 (contro il 18,4% nel 2005, dati Istat). Un incremento preoccupante, che vede ancor più fondamentale il ruolo dei nonni che si prendono cura dei bambini.
E anche in quelle famiglie dove si sceglie o si può far frequentare un asilo nido al proprio bambino, il ruolo dei nonni è fondamentale. Ad esempio durante le malattie stagionali, che sono quasi all'ordine del giorno nei primi anni di comunità e che comporterebbero continue assenze lavorative da parte dei genitori.

I nonni sono importanti anche per la cura della casa: una ricerca della Camera di Commercio di Milano ha quantificato in cinquanta miliardi di euro il risparmio delle famiglie che si affidano ai nonni anziché far ricorso a colf e baby sitter. Ancor prima di avere dei bambini, queste figure parentali sono fondamentali per le giovani coppie, con veri e propri aiuti economici.

Ma se oggi una gran parte delle mamme può affidarsi all'aiuto dei nonni, questo "welfare familiare" è destinato ad esaurirsi nel giro di poche generazioni, a causa dell'aumento dell'età pensionabile e l'età sempre più avanzata delle neomamme. Se oggi una mamma di 40 anni può contare sui propri genitori per la cura dei figli e della casa, lo stesso non potranno fare quei bambini arrivati all'età adulta. Perché le nonne delle prossime generazioni saranno sempre più anziane. Ma si spera che fino ad allora le politiche sociali per l'aiuto all'infanzia facciano grandi passi in avanti.




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lunedì 1 giugno 2015

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI VILLAVETERE A SONCINO

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Questo Santuario ha origini molto antiche, infatti risale all'epoca del Cristianesimo, e fu costruito per sostituire il culto pagano diffuso in questa zona. La facciata di quest'edificio presenta uno stile neoclassico, tinteggiata di bianco con cornici laterali a sbalzo e frontone triangolare. All'interno la chiesa è ad unica navata con annessa Sacrestia. In questo Santuario viene venerata anche la statua di Maria Bambina, trafugata nel 2002 e poi riacquistata.

La Madonna di Villavetere a Gallignano è un Santuario Campestre distante circa due chilometri da Gallignano, solo in mezzo ai campi, dopo il borgo di San Gabriele, verso la cascina Bosco.

La tradizione vuole che il Santuario sia molto antico, risalente addirittura ai primi secoli del Cristianesimo, per sostituire il culto pagano di questa zona; tale idea si sviluppò sul finire del XVIII secolo, quando fu ritrovata un’ara votiva dedicata a Giove.
Il Santuario fu visitato dai Vescovi di Cremona Niccolò Sfondrati (1576), Francesco Maria Visconti (1646), Agostino Isimbardi (1680), Ludovico Settala (1688), Alessandro Litta (1722). Il Vescovo Visconti, nel 1646, lo descrive come luogo antichissimo. Del Santuario si parla diffusamente anche nel Libro Mastro Antico della Parrocchia di Gallignano. Il Santuario venne danneggiato dal terremoto del 1802, che lo fece crollare quasi tutto; rimase miracolosamente in piedi solo la cappella della B.V.Addolorata, che, ampliata nella seconda metà dell’ 800, costituisce l’attuale Santuario.

La facciata, di impronta neoclassica, è tinteggiata di bianco, con cornici laterali a sbalzo e frontone triangolare. Sopra l’entrata c’è una finestra semicircolare. Sul tetto si trovano una croce e il campanile in ferro battuto. Un tempo, sotto la fascia del timpano, vi era questa scritta:
"oh voi che passate, fermatevi e vedete se vi è dolore simile al mio."

La chiesa è a navata unica con sacrestia annessa. Sulla controfacciata sono murate due eleganti acquasantiere in marmo a forma di conchiglia. Sulle due pareti laterali del presbiterio si trovavano gli affreschi raffiguranti i santi Fermo e Rustico, che, strappati dalla parete, sono conservati in Chiesa parrocchiale. L’altare è molto semplice e lineare, in esso prevale l’uso del marmo grigio-nero. Al di sopra dell’altare si trova l’antico affresco della Vergine addolorata che sorregge il corpo di Cristo morto affiancata da san Giovanni, sul fondo è raffigurato il Calvario con le tre croci.
 Nel Santuario si venera anche la statua di Maria Bambina: donata nel 1925, è stata trafugata nel 2002 e poi riacquistata e ricollocata in santuario.

La festa del Santuario viene celebrata l'8 Settembre, Festa della Natività della Beata Vergine Maria, la cui effige è molto venerata in Santuario. La Santa Messa Solenne delle 18 è concelebrata dai sacerdoti gallignanesi e viene sempre invitato anche qualche sacerdote della diocesi (ma anche di fuori) che ha oppure ha avuto legami con la parrocchia.



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sabato 23 maggio 2015

IL SANTUARIO DI MADONNA IN CAMPAGNA A GALLARATE



La Madonna in Campagna è un santuario del comune di Gallarate, in provincia di Varese.

Il 21 novembre 1601, Festa della Presentazione al tempio di Maria, tra i fedeli raccolti in preghiera dinnanzi all'immagine della Madonna del latte venerata in una cappella campestre fuori dal borgo di Gallarate, lungo la strada per Milano, avvennero miracolose guarigioni. Il popolo decise ben presto di costruire sul luogo un tempio mariano; la sera del 19 dicembre 1602 venne posta la prima pietra del nuovo Santuario.
Nel 1630 la grave epidemia di peste di cui parla Alessandro Manzoni nei suoi Promessi Sposi, dopo aver infierito a Milano, mieté numerose vittime a Gallarate e nei dintorni. I borghigiani fecero allora voto, se fossero stati liberati dal flagello, di celebrare con un solenne pellegrinaggio la ricorrenza del 21 novembre; ad essi si unirono nel voto gli abitanti di Verghera e di Buscate. L'anno successivo, in novembre, il morbo si estinse. Nacque così la festa votiva delta Presentazione, la Rama di Pomm, celebrata ancora oggi con grande affluenza di popolo e con l'offerta della cera al Santuario da parte delle autorità civiche.
Il 16 maggio 1666 venne eretta in Santuario la "confraternita dei Trinitari". Nell'aprile, il ticinese Giovan Battista Rigoli iniziò l'altare maggiore che verrà concluso nel 1686 dal gallaratese Giuseppe Rosnati, protostatuario del duomo di Milano.

Monumentale è l'impianto del complesso, ricco di preziosi marmi e di intarsi policromi. Le statue del Rosnati sono di squisita fattura, felice compendio di classica bellezza e levità pienamente barocca. Al centro dell'ancona, dentro una splendida cornice, è posta l'antica immagine della Madonna del Latte. Ignoto ne è l'autore, un tardo seguace del Foppa operante a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Nel 1954 il nob. Arch. Don Ulderico Forni di Milano intervenne nel restauro definitivo del tabernacolo dell'altar maggiore e nell'intero rifacimento in puro stile barocco del fonte battesimale che è posto sul lato sinistro dell'ingresso centrale del Santuario.

Il 26 gennaio 1669 venne eretta in Santuario la "confraternita della Mercede", il cui stemma campeggia al centro dall'altare maggiore. In essa confluirono anche i confratelli della Trinità. II tempio si arricchì di opere d'arte, tra cui:

Lo sposalizio mistico di Santa Caterina d'Alessandria, con i santi Giuseppe e Fermo (cerchia dei cremonesi fratelli Campi, prima metà del XVI secolo);
la gloria di San Raimondo del gallaratese Carlo Cane (1608-1679) unica opera documentata oggi rimasta del pittore;
la Madonna dei Mercedari, già stendardo processionale della confraternita, attribuita al Nuvolone (1608-1670);
la settecentesca Madonna di Caravaggio, vicina al fare barocchetto del bustese Biagio Belotti;
l'olio su tela di Scuola Lombarda del XVII secolo nel fastigio dell'altar maggiore, raffigurante la Trinità;
la bella "Annunciazione" di scuola emiliana del XVII secolo, lungo la navata;
la grande tela della "Madonna delle sette spade" di anonimo, risalente presumibilmente al periodo a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Nel 1801 venne eretta in Santuario una nuova confraternita, detta della Divozione. Il confratello Francesco Ambrosoli donò al tempio l'artistico grande Crocifisso in legno policromo del secolo XVI, proveniente dal soppresso monastero delle Clarisse di Milano; l'interno del Santuario assunse così l'attuale veste neoclassica. Sei anni dopo, su progetto di Gaetano Borgomaneri, venne innalzata l'attuale facciata.

Il campanile è costruito in laterizio e alto 33 metri. Venne iniziato nel 1756 e terminato l'anno successivo. L'attuale concerto campanario, che sostituisce uno più antico, è stato installato nel 1946.

Sul finire del XVI secolo, fuori i fossati del borgo di Gallarate, sorgeva lungo
l’antica strada per Milano una cappelletta dedicata alla Madonna delle Grazie, chiamata dal popolo “il gesiolo”.
Il modesto edificio era costituito da una piccola aula rettangolare con dipinta sulla parete di fondo, sopra un semplice altare, la Vergine allattante il Figlio.
Al gesiolo, spesso i contadini ed i borghigiani gallaratesi venivano, mossi da una spontanea devozione.
Sul principio dell’anno 1601, a seguito di alcune guarigioni ritenute miracolose dal popolo, la devozione alla Madonna del gesiolo crebbe anche tra la gente dei paesi d’intorno che numerosa accorreva in pellegrinaggio.
L’autorità diocesana, informata dal prevosto di Gallarate, dopo aver effettuato sopralluoghi ed interrogato numerosi testimoni, dichiarò che i fatti accaduti al gesiolo non avevano alcunché di miracoloso: pur tuttavia, visto che la devozione di gallaratesi non scemava, anzi aumentava, con il consenso dell’Arcivescovo,Cardinale Federico Borromeo, autorizzò la costruzione del Santuario la cui prima pietra fu posata “il giorno di giovedì, decimo nono del mese di dicembre 1602” con grande solennità, presenti il prevosto Orazio Bertarino con il Capitolo della Basilica di Santa Maria Assunta, le confraternite e gran moltitudine di popolo.
“Ed io vidi questo, sia lode a Dio”: così annotava sulla sua rubrica il notaio gallaratese Maurizio Finali, primo storico del Santuario.

L ’11 novembre del 1608, la chiesa era visitata dal Cardinale Federico Borromeo in visita pastorale alla Pieve di Gallarate. La cappella maggiore, chiusa da un assito in legno, risultava terminata nelle strutture mentre la navata era ancora priva di copertura. Sopra un altare provvisorio, dove celebrava la Messa ogni giorno il canonico G.M. Bonomi, primo cappellano del Santuario, era stata trasportata la venerata effige della Madonna, staccata con il muro sottostante dall’antico gesiolo.

Nel 1622, il 25 settembre, coperta la navata e principiata la decorazione interna del tempio, si volle dare una più degna collocazione all’affresco che, tolto dall’ancona di legno, fu collocato solennemente in una ricca cornice marmorea attorno alla quale poi verrà eretto il monumentale altare maggiore.

L’anno 1628, un esercito alemanno scende in Italia alla conquista di Mantova. Tra queste truppe di ventura serpeggia da sempre la peste. Dopo aver infierito su Milano l’epidemia dilaga inarrestabile in tutta l’alta Lombardia.

Nel luglio del 1630, nonostante gride e quarantene, il morbo entra anche a Gallarate. Tutto il borgo ed i villaggi d’intorno ne sono contagiati. Solo a Gallarate, abitata da circa 2500 anime, i decessi superano il numero di 450. In tanta impotente desolazione i gallaratesi si rivolgono all’antica Madonna del gesiolo facendo pubblico voto, se liberati dal contagio, di celebrare solennemente la festa della Presentazione, il 21 novembre, venendo in pellegrinaggio alla Madonna in Campagna.
A loro si uniscono anche gli abitanti di Verghera che, con atto pubblico redatto dal notaio gallaratese Cesare Lomeno in data 17 dicembre 1630, promettono di venire in pellegrinaggio il 21 novembre di ogni anno. Nel novembre dell’anno successivo il flagello scompare. Nasce la festa votiva della Rama di Pomm.

Nasce la festa votiva della Presentazione, poi popolarmente chiamata della "Rama di Pomm", dalla antica usanza di vendere sul sagrato del Santuario le mele infilzate sui rami spinosi di Gleditzia (anche detto albero di Giuda) che nei tempi andati cingeva campi ed orti attorno al Santuario. Tale tradizione si ricollega ad una gentile leggenda che racconta di un melo selvatico fiorito miracolosamente in quel lontano novembre 1631 a fianco del Santuario.
Al voto di quel lontano 1631 i gallaratesi non vennero mai meno, nemmeno negli anni giacobini della dominazione napoleonica.

Già nella realtà del rione, ancor prima della nascita della parrocchia erano sorti punti di ritrovo, sia con scopi ricreativi che sportivi e culturali. E’ il caso del “Club da l’umbrela” nato nel 1919 e della sportiva “MIC”; due associazioni che tanto impegno ed attività profusero nel riannodare i rapporti tra la gente anche al di fuori dello stretto ambito rionale.
E’ attorno a questa genuina e poliedrica realtà associativa che nasce dopo la seconda guerra mondiale, l’idea della disputa del PALIO a Madonna in Campagna. Si era negli anni 1947 – 1948 ed occorre dire che già gli abitanti del popoloso quartiere si fronteggiavano in gare sportive come il calcio, il tiro alla fune. I vecchi raccontavano che a scontrarsi erano due ZONE del rione: quella che comprendeva i residenti dal campanile in su, cioè verso la città, e quelli che abitavano il quartiere dal campanile in giù, cioè verso la periferia. Si pensò quindi di dare una suddivisione più articolata ed il rione fu quindi diviso in quattro contrade corrispondenti grosso modo alla configurazione geografica delle rispettive popolazioni.

Nell'anno 1948, nel clima di ritrovato entusiasmo del dopoguerra e della novella Parrocchia, costituita il 1° gennaio 1941, nasce il Palio dei quattro rioni: i Cittaditt da la Campagna, i Drizuni dal Tirasegn, i Paisaan Quadar ed i Privilegiàa dal Campanin.
Gara culminante della tenzone è sempre la tradizionale corsa con gli asini, con gli immancabili ed esilaranti colpi di scena.




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mercoledì 20 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN GIACOMO A SARONNO

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La chiesa di San Giacomo è un edificio di Saronno. Fu costruita grazie al patrizio saronnese Ambrogio Legnani. La chiesa fu dedicata ai santi Ambrogio, Carlo, Filippo e Giacomo, secondo la volontà del donatore (nome dei fratelli del patrizio).

Sulle pareti sono dipinti affreschi di Stefano Maria Legnani di Santagostino ed è presente sull’altare una pala che raffigura la Madonna col bambino, i santi Giacomo e Ambrogio, Carlo Borromeo, circondati da angeli.

La chiesa, con il campanile, è stata edificata da Ambrogio Legnani, “uomo ricco di fede e di censo” che ne gettò le fondamenta nel 1614. Fu dotata della celebrazione di S.Messe e di terreni. Il fondatore nel suo testamento del 1628 affidò la Chiesa e la sua amministrazione al Santuario, nell’anno seguente con un altro testamento la lasciò in eredità al Santuario. Nel 1821 furono accolte presso la Chiesa le salme dei defunti, venne chiamato il Cimitero di S.Giacomo e tale rimase fino al 1847, quando sorse il cimitero nuovo. Nel 1882 sul terreno sorse l’oratorio maschile della Prepositurale e il Salone “Silvio Pellico”.  Nel 1976 in occasione della Visita Pastorale, viene emesso il decreto in cui il Santuario cede alla Prepositurale l’antica Chiesa di S.Giacomo.  il 22 ottobre del 2003 viene decretata la donazione: la Chiesa appartiene alla Prepositurale.

La chiesa, di stile classico tardo-manierista,  ha un’unica navata,  tre finestre (opera di Sandro Carugati) e l’abside nella parte settentrionale.

Sull’altare è presente una copia  della Sacra Conversazione con Madonna e Bambino circondata dagli Angeli ed i Ss. Giacomo Apostolo, Filippo, Ambrogio e Carlo Borromeo di Giulio Cesare Procaccini; l’originale conservato dal 1684 nella Sacrestia del Santuario.Nel presbiterio si notano sono l’arco con l’annunciazione e l’Eterno Padre e due affreschi con la nascita di Gesù e l’Adorazione dei Magi. Sono opera di Stefano Legnani (il Legnanino), della stessa famiglia del fondatore.Nella parte alta del presbiterio in una lunetta è conservata la statua di S. Carlo, voluta per il voto (10 maggio 1625) di celebrare ogni anno la festa del Borromeo con Messa e Vespri in canto.

Nel giardinetto interno (visitabile son in occasioni particolari)  insieme ad alcune lapidi del cimitero vecchio, sono conservate le iscrizioni degli antenati di Teresa Galli, mamma di papa Pio XI.

Dal 1973 al 1992 veniva celebrata annualmente la festa popolare del santo nei giorni attorno al 25 luglio (giorno di S. Giacomo), protraendosi per 3 o 4 giorni, coinvolgendo tutti gli abitanti e i negozianti del quartiere in cui la chiesa è situata (detto degli “Asnitt”). Attorno alla chiesa e sulla piazza antistante venivano organizzati dalla Parrocchia Prepositurale (con don Giorgio Solbiati, mons. Ugo Ronchi e mons. Angelo Centemeri) momenti di preghiera, la S. Messa nel giorno del santo con accensione del pallone al Gloria (secondo la tradizione per i santi martiri) e la presentazione di ricchi cesti offerti dai negozianti della via Padre Monti messi poi all’asta nel corso dei festeggiamenti. A seguire momenti di festa danzante, giochi, corse di asini, oche e carriole, sfilate in costume.

Il ricavato dei giorni di festa veniva impiegato interamente per la manutenzione della chiesa stessa.

Ancora oggi alla sera alle 21 del giorno 25 luglio di ogni anno viene celebrata la Messa in onore del santo.




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LA CHIESA DI SANT' ANTONIO A SARONNO

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La chiesa di Sant’Antonio abate è un edificio religioso di Saronno. Le prime notizie documentate del tempio risalgono al 1385. Nel 1576, in occasione dell’epidemia di peste, fu costruito un lazzaretto attiguo.

La Chiesa di Sant'Antonio abate in origine fu un semplice oratorio ed il suo nome appare per la prima volta in un rogito notarile del 1385 per l'affitto di un terreno ad essa contiguo: "petia una terre campi jacentis in territorio burghi de Serono ubi dicitur ad Sanctum Antonium".
La costruzione della Chiesetta fu attribuita ad Antonio Zerbi verso la metà del 1400.

Nel 1506, cent'anni più tardi, i figli di Antonio ridisegnarono e sistemarono la chiesa nell'impianto sostanzialmente giunto fino a noi e a ricordo del padre fecero murare all'esterno di essa una lapide ancora ivi esistente.

Nel corso degli anni, la chiesetta diventa testimone di numerose epidemie di peste: se ne contano 11, quella più famosa del 1630 detta del Manzoni, avendone lo scrittore diffusamente trattato nei Promessi Sposi.
Non è escluso che in questo periodo, anche nella chiesa come nelle stanze della casa del massaro (annessa alla chiesa stessa) siano stati ricoverati gli infetti di peste; è certo comunque che attorno sorgeva capanne protette da assiti e che in questo luogo furono sepolte più di duemila persone morte nei contagi.

In settecento anni di storia numerose sono state le visite pastorali di Monsignori e Cardinali alla piccola chiesa (con tutta probabilità consacrata da S.Carlo Borromeo) e molti sono stati anche i segni materiali ad essi lasciati, purtroppo quasi tutti cancellati nel tempo.

A testimonianza di questo passato restano due statue risalenti ai primi del 1500: una in legno raffiguranti San Rocco e l'altra in cotto raffiguranti Sant'Antonio; la prima collocata in una nicchia nella parete destra della chiesa sopra una teca contenente alcune ossa di appestati e l'altra insieme ad una statua in marmo di S.Giovanni, collocata nella parte terminale dell'abside sopra un altare consumato dal tempo ma sempre di suggestiva bellezza. Un riquadro ligneo nel pavimento con richiami dello stesso ai suoi quattro lati, fa bella mostra di sé ai piedi della mensa che nel giorno di festa del Santo si arricchisce di quattro reliquiari in argento del 1700: S.Illuminato, S.Prospero, S.Valentini e S.Candido.

Sempre in una nicchia sulla parete sinistra all'interno della chiesetta che presenta una struttura semplice: un rettangolo unico di circa 5m. di altezza per 7 di profondità ed abside poligonale, si trova in una scultura in marmo della Madonna d'autore anonimo.

In corrispondenza della porta secondaria che si apre verso centro del paese e sulla facciata in basso e a nord del campanile, che funge da parete interna nel locale sopra alla sacrestia, sono state scoperte delle decorazioni in pittura povera.
Tutto questo fa supporre che anche le pareti interni della chiesetta fossero state un tempo decorate e che le numerose ristrutturazioni e la calce che durante le epidemie di peste veniva posata per disinfettare, le abbiano irrimediabilmente cancellate.
La conferma ci viene rivisitando gli atti delle visite pastorali del 1583 dove S. Carlo Borromeo, in una delle sue visite alla chiesa, fece delle prescrizioni di riforma: ordinò di ripulire tutte le pareti con intonaco bianco e di ornarle con pitture (P.M. Sevesi). Altre notizie sono di un certo Pasetti che nei primi anni del 1900 affrescò l'abside e dipinse le figure di San Carlo e San Mauro.

La facciata è decorata con un mosaico che rappresenta Sant’Antonio, posato durante i restauri eseguiti tra il 1966 ed il 1967.

Oggi anche se la chiesetta si presenta spoglia, priva di valori artistici e architettonici, merita ugualmente attenzione se non altro per memoria popolare; per 700 anni è stata centro di fede e di devozione instancabile al Santo del freddo.

Migliaia sono ancora oggi le persone che accorrono per il bacio della reliquia e per una preghiera di intercessione.

Ogni anno, il 17 gennaio, nei suoi pressi si tiene l'antichissima Sagra di Sant'Antonio, con la benedizione degli animali.

La piccola Chiesa fu trasformata in lazzaretto e i sopravvissuti dell'ultima epidemia fecero un solenne voto alla Vergine Maria, promettendo che ogni anno, nel mese di marzo, (periodo in cui l'epidemia finì di mietere vittime) si sarebbero recati in processione al Santuario offrendo candele votive. La tradizionale processione, che inizia poco dopo il sorgere del sole, si perpetua ancora oggi in ricordo del voto fatto quattro secoli or sono. Nella sacrestia ci sono ancora due quadri legati al periodo degli Zerbi. Uno è il ritratto di Carlo Francesco Zerbi, morto nel 1775 e l'altro di Giovanni Battista Zerbi morto nel 1841. La storia racconta che Antonio, nobile di origine e nato "nelle contrade d'Egitto" ancora ragazzo fu ispirato da Dio, lasciò tutti gli agi e le ricchezze della famiglia e fuggì: " … non potendo più sostenere d'abitare colle genti del secolo, acceso d'un santo desiderio, fuggì in solitudine e incominciò a fare asprissima e santissima vita". Aveva poco più di 20 anni e la sua biografia racconta di terribili tentazioni per opera del demonio. Una volta gli apparve il diavolo sotto le spoglie di un fanciullo, un'altra fu flagellato da una schiera di demoni, ma il più delle volte veniva tentato da laidi pensieri: "… lo nemico gli facea apparire di notte forme di bellissime e impudiche femmine…" Antonio resistette alle tentazioni pregando e digiunando e alcuni vedono un collegamento tra le tentazioni di Antonio e la figura del porcello che il Santo porta con sé, dopo averlo ammaestrato. Morì, così dicono gli storici, un gelido 17 gennaio di un anno imprecisato, alla veneranda età di 105 anni, sotto l'impero di Costantino.

Nel giorno di S. Antonio, viene esposta la reliquia del Santo, e una interminabile processione di fedeli entra nella Chiesetta per baciare la reliquia. Anche la tradizionale benedizione degli animali non si è perduta, e durante il pomeriggio del giorno 17, alle 15, com'era nelle antiche tradizioni, i saronnesi portano le loro bestie, che oggi sono cani, gatti, criceti ecc. a far benedire. Una volta erano i cavalli il mezzo abituale di trasporto ed erano benedetti nel nome di S. Antonio. Oggi i cavalli sono stati sostituiti dalle quattro ruote e quindi, un po' paganamente, si benedicono le macchine.



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martedì 21 aprile 2015

LA MADONNA DEL CARMINE



La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, diciamo ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù, ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.
Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”, e che oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, ha ispirato elevata poesia anche nei laici.

La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo (Karmel = giardino-paradiso di Dio) si ritiravano degli eremiti, vicino alla fontana del profeta Elia, poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del cristianesimo e verso il 93 un gruppo di essi che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia.

Nel Primo Libro dei Re dell’Antico Testamento si racconta che il profeta Elia, che raccolse una comunità di uomini proprio sul monte Carmelo (in aramaico «giardino»), operò in difesa della purezza della fede in Dio, vincendo una sfida contro i sacerdoti del dio Baal. Qui, in seguito, si stabilirono delle comunità monastiche cristiane. I crociati, nell’XI secolo, trovarono in questo luogo dei religiosi, probabilmente di rito maronita, che si definivano eredi dei discepoli del profeta Elia e seguivano la regola di san Basilio. Nel 1154 circa si ritirò sul monte il nobile francese Bertoldo, giunto in Palestina con il cugino Aimerio di Limoges, patriarca di Antiochia, e venne deciso di riunire gli eremiti a vita cenobitica. I religiosi edificarono una chiesetta in mezzo alle loro celle, dedicandola alla Vergine e presero il nome di Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Il Carmelo acquisì, in tal modo, i suoi due elementi caratterizzanti: il riferimento ad Elia ed il legame a Maria Santissima.

Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.
Il Monte Carmelo, dove la Tradizione afferma che qui la sacra Famiglia sostò tornando dall’Egitto, è una catena montuosa, che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele e che si sviluppa in direzione nordovest-sudest da Haifa a Jenin. Fra il 1207 e il 1209, il patriarca latino di Gerusalemme (che allora aveva sede a San Giovanni d’Acri), Alberto di Vercelli, redasse per gli eremiti del Monte Carmelo i primi statuti (la cosiddetta regola primitiva o formula vitae). I Carmelitani non hanno mai riconosciuto a nessuno il titolo di fondatore, rimanendo fedeli al modello che vedeva nel profeta Elia uno dei padri della vita monastica.

La regola, che prescriveva veglie notturne, digiuno, astinenza rigorosi, la pratica della povertà e del silenzio, venne approvata il 30 gennaio 1226 da papa Onorio III con la bolla Ut vivendi normam. A causa delle incursioni dei saraceni, intorno al 1235, i frati dovettero abbandonare l’Oriente per stabilirsi in Europa e il loro primo convento trovò dimora a Messina, in località Ritiro. Le notizie sulla vita di san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265) sono scarse. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, maturò la decisione di entrare fra i Carmelitani e, completati gli studi a Roma, venne ordinato sacerdote. Intorno al 1247, quando aveva già 82 anni, venne scelto come sesto priore generale dell’Ordine. Si adoperò per riformare la regola dei Carmelitani, facendone un ordine mendicante: papa Innocenzo IV, nel 1251, approvò la nuova regola e garantì all’Ordine anche la particolare protezione da parte della Santa Sede.

Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.

Si iniziò così un culto verso Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, che divenne la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo che è una catena montuosa che si estende dal golfo di Haifa sul Mediterraneo, fino alla pianura di Esdrelon, richiamato più volte nella Sacra Scrittura per la sua vegetazione, bellezza e fecondità, continuarono a vivere gli eremiti, finché nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente, si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.
L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se considera il profeta Elia come suo patriarca e modello; il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2). .
Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella, che si appoggia sulle scapole e sui due pezzi vi è l’immagine della Madonna.
Nel secolo d’oro delle fondazioni dei principali Ordini religiosi cioè il XIII, il culto per la Vergine Maria ebbe dei validissimi devoti propagatori: i Francescani (1209), i Domenicani (1216), i Carmelitani (1226), gli Agostiniani (1256), i Mercedari (1218) ed i Servi di Maria (1233), a cui nei secoli successivi si aggiunsero altri Ordini e Congregazioni, costituendo una lode perenne alla comune Madre e Regina.
L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, per cui oggi i Carmelitani si distinguono in due Famiglie: “scalzi” o “teresiani” (frutto della riforma dei due santi) e quelli senza aggettivi o “dell’antica osservanza”.
Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio; ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima, ecc.
Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto, essa per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.
Particolarmente a Napoli è venerata come S. Maria La Bruna, perché la sua icona, veneratissima specie dagli uomini nel Santuario del Carmine Maggiore, tanto legato alle vicende seicentesche di Masaniello, cresciuto alla sua ombra, è di colore scuro e forse è la più antica immagine conosciuta come ‘Madonna del Carmine’.
Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Ella è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).
La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui nel 1251, apparve al beato Simone Stock, porgendogli l’ “abitino”.




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mercoledì 18 marzo 2015

TANTI AUGURI PAPA'

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"Papà, fermati un momento
Voglio parlarti
Sai che cosa in cuore sento?
Sento d’amarti
Sai perché ti voglio bene?
Perché tu vuoi bene a me
Le giornate tue son piene e non pensi mai a te
Quando ho la mano nella tua
provo un senso di riposo
nulla più mi fa paura
mi sento forte e coraggioso
Papà, fermati un momento
Pensa a quello che t’ho detto
Il tuo cuor godrà contento
al calor del mio affetto".

La paternità indica la condizione di padre, di colui, cioè, che nell'atto sessuale con la donna crea un nuovo essere umano, con il quale egli intrattiene un rapporto giuridico/affettivo unico e privilegiato.

Da questo concetto di paternità derivano quelli di paternità adottiva, spirituale.

La festa del papà, come la intendiamo oggi, nasce nei primi decenni del XX secolo, complementare alla festa della mamma per festeggiare la paternità e i padri in generale. La festa è celebrata in varie date in tutto il mondo, spesso è accompagnata dalla consegna di un regalo al proprio padre.

La prima volta documentata che fu festeggiata sembra essere il 5 luglio 1908 a Fairmont in West Virginia, presso la chiesa metodista locale. Fu la signora Sonora Smart Dodd la prima persona a sollecitare l'ufficializzazione della festa; senza essere a conoscenza dei festeggiamenti di Fairmont, ispirata dal sermone ascoltato in chiesa durante la festa della mamma del 1909, ella organizzò la festa una prima volta il 19 giugno del 1910 a Spokane, Washington. La festa fu organizzata proprio nel mese di giugno perché in tale mese cadeva il compleanno del padre della signora Dodd, veterano della guerra di secessione americana.

La data in generale varia da Paese a Paese. Nei Paesi che seguono la tradizione statunitense, la festa si tiene la terza domenica di giugno. In molti Paesi di tradizione cattolica, la festa del papà viene festeggiata il giorno di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, il 19 marzo.

In alcuni Paesi la festa è associata ai padri nel loro ruolo nazionale, come in Russia, dove è celebrata come la festa dei difensori della patria (День защитника Отечества), e in Thailandia, dove coincide con il compleanno dell'attuale sovrano Rama IX, venerato come padre della nazione.

Come in molti Paesi di tradizione cattolica, la festa del papà viene festeggiata il giorno di San Giuseppe, padre putativo di Gesù, sposo della Beata Vergine Maria, simbolo di umiltà e dedizione. Nel Martirologio Romano, 19 marzo, n. 1: « Solennità di San Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia. »

La Solennità di San Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria, patrono della Chiesa universale è celebrata dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo.

I primi a celebrarla furono monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399.

Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V, ed estesa a tutta la Chiesa nel 1621 da Gregorio XV.

Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa celebra San Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili, ma ciò venne eliminato con la legge n. 54 del 5 marzo 1977.

In Canton Ticino, in altri cantoni della Svizzera e in alcune province della Spagna, questo giorno è festivo agli effetti civili.

In Italia sono stati presentati nel 2008 alcuni disegni di legge per il ripristino delle festività soppresse agli effetti civili: San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Santi Pietro e Paolo e il Lunedì di Pentecoste.

San Giuseppe, in quanto archetipo del padre e del marito devoto, nella tradizione popolare protegge anche gli orfani, le giovani nubili e i più sfortunati. In accordo con ciò, in alcune zone della Sicilia, il 19 marzo è tradizione invitare i poveri a pranzo. In altre aree la festa coincide con la festa di fine inverno: come riti propiziatori, si brucia l'incolto sui campi da lavorare e sulle piazze si accendono falò da superare con un balzo.

Il dolce tipico della festa ha varianti regionali ma per lo più a base di creme e/o marmellate, con impasto simile a quelle dei bignè o dei krapfen .

Esemplare è il dolce napoletano, che prende il nome di zeppola di San Giuseppe. Secondo la tradizione, infatti, dopo la fuga in Egitto, con Maria e Gesù, San Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra straniera. Sono realizzate con pasta simile ai bignè, di forma schiacciata, e possono essere fritte o al forno; al di sopra viene posta di norma crema pasticcera e marmellata di amarene.

Nell'Italia del nord, invece, dolce tipico della festività è la raviola (piccolo involucro di pasta frolla o pasta di ciambella richiuso sopra una cucchiaiata di marmellata, crema o altro ripieno, poi cotta al forno o fritta).

Infine, in alcune regioni del centro Italia (soprattutto Toscana, Umbria e Lazio) è diffuso un dolce, sempre fritto, a base di riso cotto nel latte a cui si aggiungono a piacere uva passa o canditi. Dolci a base di riso, noti come zeppole di riso o crispelle di riso, sono comune anche in Sicilia.


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lunedì 16 febbraio 2015

LA VITA IN POESIA CANTANDO

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« Il definire la natura dell'entità chiamata vita è stato uno dei maggiori obiettivi della biologia. La questione è che vita suggerisce qualcosa come una sostanza o forza, e per secoli filosofi e biologi hanno provato ad identificare questa sostanza o forza vitale senza alcun risultato In realtà, il termine vita, è puramente la reificazione del processo vitale. Non esiste come realtà indipendente »

In biologia la vita è la condizione propria della materia vivente, che la distingue dalla materia inanimata. La biologia si occupa della vita in quanto proprietà emergente dell'organismo vivente, disinteressandosi di concetti come quello di forza vitale sviluppato dai vitalisti.

L'idea che esista una "forza vitale" è stato argomento di dibattito filosofico, che ha visto contrapporsi i sostenitori del meccanicismo da un lato e dell'olismo dall'altro, circa la possibilità che esista un principio metafisico che porterebbe gli organismi a non obbedire esclusivamente alle leggi della chimica e della fisica, a differenza dell'opinione per cui tutti i processi degli organismi, dall'interazione delle molecole alle funzioni complesse del cervello e di altri organi, e a risalire a quelli dell'intero organismo, seguirebbero rigorosamente delle leggi fisiche. In ogni caso, dove gli organismi differiscono dalla materia inanimata è nell'organizzazione dei loro sistemi e soprattutto nel possesso di informazioni codificate. Pertanto la vita, per la "scienza ufficiale", e sulla base delle sue conoscenze, potrebbe essere definita come l'insieme delle reazioni chimiche che, consumando energia, portano alla formazione di proteine da parte di acidi nucleici, le quali a loro volta catalizzano la sintesi di altre molecole di acidi nucleici.

Ogni organismo vivente ha il proprio ciclo vitale, e all'interno di questo, si riproduce per perpetuare nel tempo la vita stessa.

Il termine "vita" si contrappone parzialmente a morte, ma anche a "non vita", in quanto la condizione della materia morta non coincide con quella della materia che non ha mai avuto vita.


Mi viene in mente una canzone per rallegrare un pò la monotonia dei giorni:

C'è, c'è chi soffre soltanto d'amore 
chi continua a sbagliare il rigore 
c'è chi un giorno invece ha sofferto 
e allora ha detto "io parto 
ma dove vado se parto 
sempre ammesso che parto". 
Ciao! 

A chi sbaglia a fare le strissie (Ciao!) 
a chi invece avvelena le bissie 
uno tira soltanto di destro 
l'altro invece ci ha avuto un sinistro 
e c'è sempre qualcuno che parte 
ma dove arriva se parte. 

E, la vita la vita 
e la vita l'è bella, l'è bella 
basta avere l'ombrella, l'ombrella 
ti ripara la testa, 
sembra un giorno di festa. 
E, la vita la vita 
e la vita l'è strana, l'è strana 
basta una persona, persona 
che si monta la testa, 
è finita la festa. 

C'è c'è chi un giorno ha fatto furore 
e non ha ancora cambiato colore 
c'è chi mangia troppa minestra 
chi è costretto a saltar la finestra 
e, c'è sempre lì quello che parte 
ma dove arriva se parte. 
Ciao! 

A chi sente soltanto la radio 
e poi sbaglia ad andare allo stadio 
c'è chi in fondo al suo cuore ha una pena 
c'è chi invece ci ha un altro problema 
e c'è sempre lì quello che parte 
ma dove arriva se parte. 

E, la vita la vita 
e la vita l'è bella, l'è bella 
basta avere un'ombrella, l'ombrella 
ti ripara la testa, sembra un giorno di festa. 
. . . 
E, la vita la vita 
e la vita l'è bella, l'è bella 
basta avere l'ombrella, l'ombrella 
ti ripara la testa, 
sembra un giorno di festa. 

E, la vita la vita 
e la vita l'è strana, l'è strana 
basta una persona, persona 
che si monta la testa, è finita la festa.


Una poesia per far che la nostra vita dia un'interminabile festa.

La tua vita sarà un'interminabile festa.
Sia il servizio buono
il piatto di tutti i giorni,
la tovaglia ricamata
quella dei giorni comuni;

Nei bicchieri di cristallo
mescerai la semplice acqua,
e con le posate d'argento
servirai l'umile insalata.

E' in te la giornata che accenderà tutte le le altre.
E' tra le tue mani la fiamma che accenderà candela.

La Vita sarà la tua festa
quando il giorno comune
si accenderà della tua voglia di vivere.
Rendi la tua Vita un'interminabile festa.

domenica 15 febbraio 2015

SAN FAUSTINO LA FESTA DEI SINGLE



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San Faustino di Brescia (morto nel 381) è stato vescovo di Brescia a partire dal 360, come successore di Sant'Ursicino. 

Poche sono le notizie sulla sua vita, secondo la tradizione è stato un discendente dei santi Faustino e Giovita e ha scritto gli atti di questi 2 martiri. Le sue opere fanno parte della Patrologia Latina del Migne.

È festeggiato il 15 febbraio.
Faustino e Giovita erano due nobili bresciani vissuti nel II secolo, che intrapresero la carriera militare e divennero cavalieri, in seguito furono convertiti al Cristianesimo dal vescovo Apollonio e subirono il martirio tra il 120 e il 134, per non aver voluto sacrificare agli dei due giovani. Sono venerati dalla Chiesa cattolica come santi, si festeggiano il 15 febbraio e sono patroni della città e della Diocesi di Brescia.
Furono convertiti e battezzati da Sant'Apollonio, vescovo di Brescia, che li accolse nella comunità dei primi cristiani bresciani. Furono subito molto impegnati nell'evangelizzazione ed erano efficaci predicatori tanto che il vescovo nominò Faustino presbitero e Giovita diacono.

Il successo della loro predicazione li rese invisi ai maggiorenti di Brescia che temevano la diffusione del cristianesimo. Era il periodo della persecuzione voluta da Traiano ed alcuni personaggi potenti della città invitarono il governatore della Rezia, Italico, ad eliminarli con il pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico. Sopravvenne la morte di Traiano e il governatore ritardò la cattura in attesa del nuovo imperatore.

L'imperatore Adriano ordinò a Italico di procedere nella persecuzione, Faustino e Giovita si rifiutarono di sacrificare agli dei e furono incarcerati. Intanto l'imperatore di ritorno dalla campagna di Gallia si fermò a Brescia, viene coinvolto nella faccenda ed egli stesso chiede ai due giovani di adorare il dio sole ma essi si rifiutarono ed anzi colpirono la statua del dio pagano. L'imperatore ordinò che fossero dati in pasto alle belve del circo e furono rinchiusi in una gabbia con delle tigri. Le fiere rimasero mansuete e si accovacciarono ai loro piedi; il miracolo ebbe come effetto la conversione di molti spettatori tra cui anche la moglie del governatore Italico, Afra che diverrà un giorno anche lei martire e sarà proclamata santa. Venne ordinato che i giovani fossero scorticati vivi e messi al rogo. Il martirologio racconta come il fuoco non toccò nemmeno le vesti dei due condannati e le conversioni in città ebbero ancora più larga diffusione. Furono tenuti prigionieri nelle carceri di Milano dove subirono molte torture, quindi furono trasferiti a Roma dove furono di nuovo dati in pasto alle fiere nel Colosseo, ma anche stavolta ne uscirono indenni. Furono imbarcati e mandati a Napoli, e pare che grazie ad una loro intercessione una tempesta durante il viaggio si placò. Le torture continuarono, infine si decise di spingerli nel mare su una barchetta che però tornò a riva (secondo la leggenda fu riportata in salvo dagli angeli). Furono quindi condannati a morte, riportati a Brescia e il 15 febbraio furono decapitati, poco fuori porta Matolfa. I corpi furono sepolti nel cimitero di san Latino e nello stesso luogo il vescovo Faustino successivamente fece edificare la chiesa di san Faustino ad sanguinem.

La storia della loro vita e la testimonianza del loro martirio è narrata nella Legenda Maior.

Generalmente i due santi vengono rappresentati in veste militare romana, spesso con la spada in un pugno e la palma del martirio nell'altra. Altre raffigurazioni li mostrano in vesti religiose, Faustino da presbitero, Giovita da diacono.

Il culto dei santi Faustino e a Giovita si diffuse verso l'VIII secolo. Risale a questo periodo la narrazione leggendaria della loro vita. I Longobardi diffusero la devozione per i due santi in tutta l'Italia, in particolare a Viterbo.

Faustino e Giovita divennero i santi patroni di Brescia nel 1438, in seguito ad un evento straordinario avvenuto nel corso dei decisivi combattimenti che portarono i milanesi a levare un feroce assedio, il 13 dicembre 1438. Si racconta che i due santi apparvero sulle mura della città e aiutarono i bresciani a vincere i milanesi respingendo le palle delle cannonate a mani nude. A Brescia si festeggiano il 15 febbraio, giorno nel quale si svolgono numerose manifestazioni tradizionali, tra cui una famosa e storica fiera popolare.

In tempi recenti la festa di San Faustino è considerata da alcuni festa dei single, in contrapposizione a San Valentino festeggiato il 14 febbraio.

I santi Faustino e Giovita sono patroni anche del paese di Sarezzo, in provincia di Brescia e di Brembate, in provincia di Bergamo. All'interno della Chiesa parrocchiale, ad essi dedicata, si trova un ciclo di affreschi attribuiti a Giovanni Antonio Raggi che rappresenta gli eventi più importanti della vita dei martiri.

I due Santi sono patroni anche del paese di Sorbolo (PR) dove, secondo la tradizione, avrebbero sostato durante l'ultima deportazione verso Brescia. All'interno della Chiesa parrocchiale, ad essi dedicata, si trova una pala d'altare del XVIII secolo raffigurante il loro martirio, opera del pittore parmense Giuseppe Peroni.


domenica 8 febbraio 2015

CARNEVALE -Storia e tradizioni-




Il carnevale è una festa che si celebra nei paesi di tradizione cristiana. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi; in particolare, l'elemento distintivo e caratterizzante del carnevale è l'uso del mascheramento.

La parola carnevale deriva dal latino carnem levare ("eliminare la carne") poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva l'ultimo giorno di carnevale (martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della quaresima.

I festeggiamenti maggiori avverranno il Martedì successivo al carnevale (che risulterà sempre di Domenica) definito Martedì grasso che combacia con il giorno di chiusura dei festeggiamenti carnevaleschi.
Benché presente nella tradizione cattolica, i caratteri della celebrazione del carnevale hanno origini in festività ben più antiche, come per esempio le dionisiache greche (le antesterie) o i saturnali romani. Durante le feste dionisiache e saturnali si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza.

Da un punto di vista storico e religioso il carnevale rappresentò, dunque, un periodo di festa ma soprattutto di rinnovamento simbolico, durante il quale il caos sostituiva l'ordine costituito, che però una volta esaurito il periodo festivo, riemergeva nuovo o rinnovato e garantito per un ciclo valido fino all'inizio del carnevale seguente. Il ciclo preso in considerazione è, in pratica, quello dell'anno solare.

Nel mondo antico, romano, la festa in onore della dea egizia Iside, importata anche nell'impero Romano, comporta la presenza di gruppi mascherati, come attesta lo scrittore Lucio Apuleio nelle Metamorfosi (libro XI). Presso i Romani la fine del vecchio anno era rappresentata da un uomo coperto di pelli di capra, portato in processione, colpito con bacchette e chiamato Mamurio Veturio. Durante le antesterie passava il carro di colui che doveva restaurare il cosmo dopo il ritorno al caos primordiale. In Babilonia poco dopo l'equinozio primaverile veniva riattualizzato il processo originario di fondazione del cosmo, descritto miticamente dalla lotta del dio salvatore Marduk con il drago Tiamat che si concludeva con la vittoria del primo.

Durante queste cerimonie si svolgeva una processione nella quale erano allegoricamente rappresentate le forze del caos che contrastavano la ri-creazione dell'universo, cioè il mito della morte e risurrezione di Marduk, il salvatore. Nel corteo c'era anche una nave a ruote su cui il dio Luna e il dio Sole percorrevano la grande via della festa - simbolo della parte superiore dello Zodiaco - verso il santuario di Babilonia, simbolo della terra. Questo periodo, che si sarebbe concluso con il rinnovamento del cosmo, veniva vissuto con una libertà sfrenata e un capovolgimento dell'ordine sociale e morale.

Il noto storico delle religioni Mircea Eliade scrive nel saggio Il Mito dell'Eterno Ritorno: "Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio, cioè una ripetizione della cosmogonia. I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell’attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia". Più oltre Eliade afferma che "allora i morti potranno ritornare, poiché tutte le barriere tra morti e vivi sono rotte e ritorneranno giacché in questo momento paradossale il tempo sarà annullato ed essi potranno di nuovo essere contemporanei dei vivi". Le cerimonie carnevalesche, diffuse presso i popoli Indoeuropei, mesopotamici, nonché di altre civiltà, hanno perciò anche una valenza purificatoria e dimostrano il "bisogno profondo di rigenerarsi periodicamente abolendo il tempo trascorso e riattualizzando la cosmogonia".

Eliade scrive che "l'orgia è anch'essa una regressione nell' oscuro, una restaurazione del caos primordiale; in quanto tale, precede ogni creazione, ogni manifestazione di forme organizzate". L'autore aggiunge poi che "sul livello cosmologico l'orgia corrisponde al Caos o alla pienezza finale; nella prospettiva temporale, l'orgia corrisponde al Grande Tempo, all'istante eterno, alla non - durata. La presenza dell'orgia nei cerimoniali che segnano divisioni periodiche del tempo tradisce una volontà di abolizione integrale del passato mediante l'abolizione della Creazione. La confusione delle forme è illustrata dallo sconvolgimento delle condizioni sociali (nei Saturnali lo schiavo è promosso padrone, il padrone serve gli schiavi; in Mesopotamia si deponeva e si umiliava il re, ecc.), dalla sospensione di tutte le norme, ecc.

Lo scatenarsi della licenza, la violazione di tutti i divieti, la coincidenza di tutti i contrari, ad altro non mirano che alla dissoluzione del mondo - la comunità è l'immagine del mondo - e alla restaurazione dell'illud tempus primordiale, che è evidentemente il momento mitico del principio (caos) e della fine (diluvio universale o ekpyrosis, apocalisse). Il significato cosmologico dell'orgia carnascialesca di fine d'anno è confermato dal fatto che al Caos segue sempre una nuova creazione del Cosmo".

Il carnevale si inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. In primavera, quando la terra comincia a manifestare la propria energia, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi (anche Arlecchino ha una chiara origine infera). Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, in quanto chi le indossa assume le caratteristiche dell'essere " soprannaturale " rappresentato.
Queste forze soprannaturali creano un nuovo regno della fecondità della Terra e giungono a fraternizzare allegramente tra i viventi. “Le maschere che incarnano gli antenati, le anime dei morti che visitano cerimonialmente i vivi (Giappone, mondo germanico, ecc.), sono anche il segno che le frontiere sono state annientate e sostituite in seguito alla confusione di tutte le modalità. In questo intervallo paradossale fra due tempi (= fra due Cosmi), diventa possibile la comunicazione tra vivi e morti, cioè fra forme realizzate e il preformale, il larvale.”

Alla fine il tempo e l'ordine del cosmo, sconvolti nella tradizione carnevalesca, vengono ricostituiti (nuova Creazione) con un rituale di carattere purificatorio comprendente un "processo", una "condanna", la lettura di un "testamento" e un "funerale" del carnevale il quale spesso comporta il bruciamento del "Re carnevale" rappresentato da un fantoccio (altre volte l'immagine - simbolo del carnevale è annegata o decapitata).

Tale cerimonia avviene in molte località italiane, europee ed extraeuropee. “La ripetizione simbolica della cosmogonia, che segue all’annientamento simbolico del mondo vecchio, rigenera il tempo nella sua totalità”. È interessante altresì notare che vari significati cosmologici del Carnevale erano presenti anche nel Samhain celtico.

Nel XV e XVI secolo, a Firenze i Medici organizzavano grandi mascherate su carri chiamate "trionfi" e accompagnate da canti carnascialeschi, cioè canzoni a ballo di cui anche Lorenzo il Magnifico fu autore. Celebre è Il trionfo di Bacco e Arianna scritto proprio dal Magnifico. Nella Roma del governo papalino si svolgevano invece la corsa dei barberi (cavalli da corsa) e la "gara dei moccoletti" accesi che i partecipanti cercavano di spegnersi reciprocamente.

Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" (detto anche "carnevalo") vengono dai testi del giullare Matazone da Caligano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400. Il Carnevale non termina ovunque il Martedì grasso: fanno eccezione il Carnevale di Viareggio, il Carnevale di Ovodda, il carnevale di Poggio Mirteto, il Carnevale di Bientina, il carnevale di Borgosesia e il Carnevalone di Chivasso. Anche il Carnevale di Foiano della Chiana termina la domenica dopo le Ceneri. In diversi Carnevali il martedì grasso si rappresenta, spesso con un falò, la "morte di Carnevale".
Dove si osserva il rito ambrosiano, ovvero nella maggior parte delle chiese dell'arcidiocesi di Milano e in alcune delle diocesi vicine, il Carnevale finisce con la prima domenica di quaresima; l'ultimo giorno di carnevale è il sabato, 4 giorni dopo rispetto al martedì in cui termina dove si osserva il rito romano.

La tradizione vuole che il vescovo sant'Ambrogio fosse impegnato in un pellegrinaggio e avesse annunciato il proprio ritorno per carnevale, per celebrare i primi riti della quaresima in città. La popolazione di Milano lo aspettò prolungando il carnevale sino al suo arrivo, posticipando il rito delle Ceneri che nell'arcidiocesi milanese si svolge la prima domenica di quaresima.

In realtà la differenza è dovuta al fatto che anticamente la quaresima iniziava dappertutto di domenica, i giorni dal mercoledì delle Ceneri alla domenica successiva furono introdotti nel rito romano per portare a quaranta i giorni di digiuno effettivo, tenendo conto che le domeniche non erano mai stati giorni di digiuno. Questo carnevale, presente con diverse tradizioni anche in altre parti dell'Italia, prende il nome di carnevalone..

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