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giovedì 13 agosto 2015

CAZZAGO SAN MARTINO



Cazzago San Martino è un comune situato in Franciacorta.

Il comune ebbe la denominazione di Cazzago fino al 1863, quando il Regio Decreto 8 febbraio 1863, n. 1192, stabilì quella attualmente in vigore. Nel 1927, con Regio Decreto 18 ottobre 1927, n. 2018 alla municipalità furono annessi i comuni soppressi di Bornato e Calino.

Dal punto di vista orografico, il territorio di Cazzago San Martino è caratterizzato sia dai territori pianeggianti dell'Alta pianura padana, presenti nella frazione Pedrocca, sia da quelli collinari franciacortini delle borgate di Calino e di Bornato.

Stando al Mazza, il nome di Cazzago deriverebbe da un supposto Cattiacus, aggettivo del nome personale romano Cattius. A dimostrazione dell'uso di questo nome durante l'epoca romana nella provincia di Brescia sono state rinvenute tre lapidi dedicate ad altrettante personalità. Secondo il Guerrini, il termine deriverebbe da Cassiciacus.
Stando a documenti del XI secolo, il comune è chiamato Casiago, mentre in quelli del XIII secolo è tramutato in Casago e nel XV Cazagum.

L’attuale comune nasce dall’unione, avvenuta nel 1927, di tre precedenti comuni: Cazzago, Bornato e Calino, ciascuno con una sua storia.

Il periodo romano è attestato dal ritrovamento di lapidi a Cazzago e a Bornato, oltre che dai resti di una villa romana individuata in località “Tre Mur”. Il culto di San Martino avvalora l’ipotesi di una dominazione dei Franchi a Cazzago, dove ebbe forse beni il monastero bresciano di San Salvatore.

Le terre passarono poi ai Cluniacensi e al vescovo di Brescia, che ne infeudò la famiglia che, prendendo nome dal paese (già munito di castello intorno al 1050), si chiamò Cazzago e, attraverso acquisti successi divenne nel ‘700 proprietaria di tutte le case dentro il castello.

Da documenti dell'archivio vescovile di Brescia si attesta l'esistenza del Castello (Castrum) nel 1050. A quell'epoca il borgo di Cazzago fu feudo del Vescovo bresciano che nominò come suo valvassore un rappresentante della famiglia dei Cazzago, i quali presero appunto il nome dal paese. I Cazzago possedevano la casa più grande posta del castrum; grazie a precedenti acquisizioni, nel XIII secolo essi divennero proprietari di tutti gli edifici posti all'interno della struttura fortilizia.

Stando al Cocchetti (1859), il castello fu ricostruito nel 1312 dopo essere stato distrutto da una contesa tra Guelfi e Ghibellini. Otto anni dopo fu espugnato dalle famiglie degli Oldofredi e dei Camuni.

Fra il Trecento e il Quattrocento, in mezzo alle lotte fra i Visconti e la Repubblica di Venezia per il dominio sui territori della repubblica comunale di Brescia, il castello si mantenne rifugio per la popolazione e si edificò la chiesa che due secoli dopo diventerà la parrocchiale della Natività. L'estimo visconteo del 1385 attesta che il comune faceva parte della Quadra di Rovato.

Durante il dominio della Serenissima, il comune rimase all'interno della Quadra di Rovato.

Il 23 gennaio 1438 Nicolò Piccinino, mentre poneva l'assedio a Bornato, tentò di conquistare anche il castello di Cazzago, senza esito.

Il Da Lezze, nel suo Catastico Bresciano (1610), testimonia la scomparsa del borgo fortificato, sostituito da un palazzo di proprietà dei Cazzago, l'attuale Villa Bettoni-Cazzago. A metà del Settecento si rifece la chiesa parrocchiale, mentre alla fine dello stesso secolo fu edificata Villa Guarneri.

A seguito degli eventi della repubblica bresciana (1797) il luogo di Cazzago rientrò nel cantone dell'Alto Oglio e quindi, con la riorganizzazione della Repubblica cisalpina del 21 vendemmiale anno VII, fece parte del distretto del Sebino del Dipartimento del Mella.

Nel riassetto definitivo della seconda repubblica cisalpina (1801) fu poi inserito nel distretto II di Chiari e, nel 1805, nel cantone III di Adro a sua volta appartenente al distretto già citato. In virtù del suo numero di abitanti, 1121, la municipalità di Cazzago si mantenne autonoma e fu classificata tra i comuni della terza classe. Nel 1810, ricevette i territori dei comuni di Bornato e di "Calino con Torbiato".

Con l'ingresso dei territori lombardi nel Regno Lombardo-Veneto dipendente dall'Impero Austriaco, il paese fu privato delle annessioni ricevute durante il dominio napoleonico e fu inserito nel distretto IX di Adro della provincia di Brescia (1816). A seguito della notificazione del 23 giugno 1853 fu spostato nel distretto XIII di Iseo.

Entrato a far parte del Regno di Sardegna, dopo la pace di Zurigo, il comune fu riorganizzato all'interno del Mandamento II di Adro facente parte del Circondario II di Chiari della Provincia di Brescia. Nel 1863, ormai parte del Regno d'Italia, ottenne la denominazione di Cazzago San Martino.

Nel 1911 il paese fu interessato dalla costruzione della ferrovia Iseo – Rovato ad opera della Società Nazionale Ferrovie e Tramvie (SNFT).

Nel 1927, durante la riorganizzazione degli enti locali operata dal regime fascista, il comune di Cazzago San Martino ricevette i territori dei soppressi comuni di Bornato e Calino.

Il comune di Cazzago San Martino è ricco di testimonianze storico artistiche che meritano una piacevole pausa per una visita. La frazione di Calino si estende su di un’area che comprende, poco distante, gli splendidi Palazzi Maggi costruiti nel Cinquecento dalla famiglia Calini e poi passati nelle mani della famiglia Maggi, oggi purtroppo non visitabili.

La residenza maggiore, il Palazzo grande Calini – Maggi, spicca per la sua struttura imponente, realizzata sulle mura difensive di un edificio trecentesco preesistente. Si presenta come una struttura disomogenea all’intero della quale si possono individuare blocchi di diversa origine e funzione: strutture difensive risalenti al XIV secolo e il vero e proprio palazzo del XV secolo con cortile del XVI secolo. L’interno è decorato con soffitti a cassettoni e affreschi ottocenteschi di Teosa.

Nel centro del paese il Palazzo piccolo Calini – Maggi, è una sontuosa residenza rinascimentale riccamente decorata e finemente arredata, costruita nella metà del Cinquecento per iniziativa dei nobili Calini.
La residenza fu realizzata in cotto di cui un esempio è il porticato colonnato. 
Le sale e i saloni interni sono tutti decorati da soffitti lignei e affrescati dall’artista Lattanzio Gambara.
Palazzo del Cedro, costruito nel Cinquecento su richiesta dei Calini, è oggi sede dell’oratorio parrocchiale. Il salone al piano terra è decorato con raffigurazioni delle scene della vita di Cleopatra, realizzate dal pittore Pietro Marone agli inizi del 1600.

La Chiesa della Natività di Maria Vergine è parrocchiale della borgata di Cazzago.

Fu costituita in parrocchia con Decreto da San Carlo Borromeo il 10 dicembre 1580 che fu poi sancito da un Breve emesso da Papa Gregorio XIII il 31 marzo dell'anno seguente. L'edificio, le cui origini risalgono al XIV secolo o al XV secolo, fu poi consacrato dal Vescovo di Brescia Marco Dolfin alla fine di quell'anno. Dopo la peste del 1630 fu elevato l'attuale altare di San Rocco, mentre risale al 1732 quello dedicato a San Francesco di Paola.

La chiesa parrocchiale fu completamente rifatta alla fine del XVII secolo. Nel 1744 fu dotata di un organo costruito da Cesare Bolognini e nel 1747 fu consacrata dal Cardinale Lodovico Calini.

Nel primo decennio del XXI secolo è stata sottoposta nuovamente a lavori di restauro i quali sono stati benedetti dal vescovo Luciano Monari il 15 giugno 2008.

Tra le opere d'arte presenti si annoverano la pala dell'Altare Maggiore, attribuita a Jacopo Palma il Giovane, gli affreschi ad opera del Trainini e del Calda e una statua della Madonna del XV secolo, alla quale la tradizione popolare del tempo attribuì poteri miracolosi.

La Chiesa di san Bartolomeo apostolo è la chiesa parrocchiale di Bornato.

Fu edificata dopo il 1630 e consacrata dal cardinale Pietro Ottoboni, il futuro papa Alessandro VIII, la seconda domenica di ottobre del 1666. È stata risistemata nel 1888 sulla base di un progetto redatto dall'architetto Angelo Bianchini.

La struttura è ad un'unica navata. All'interno erano presenti i seguiti dipinti ormai andati dispersi:

una rappresentazione del martirio di San Bartolomeo apostolo del 1656, opera del pittore napoletano Pietro Mango;
una raffigurazione della Passione di Gesù, ad opera di Gian Giacomo Barbello (1654);
tela sul Battesimo di Gesù, ad opera di Antonio Gandino.
La Pieve di san Bartolomeo apostolo è una chiesa di tipo plebano posta ai piedi del colle. Abbandonata nel corso del Settecento, di essa sopravvivono oggi alcuni ruderi.

Fu costruita nel Quattrocento sopra un edificio ecclesiastico preesistente, quest'ultimo edificato probabilmente nell'XI secolo poiché avente pianta in stile romanico. La struttura dell'edificio rinascimentale è composta da una navata principale e da una laterale a quattro campate. I resti degli affreschi sono databili tra il Quattrocento e il Cinquecento.

Nel 2009 il comune di Cazzago San Martino e la parrocchia di Bornato hanno costituito la Fondazione Antica Pieve di San Bartolomeo-Bornato, nata con il compito di conservare, manutenere e valorizzare il sito della Pieve.

Nei pressi del cimitero, lungo la strada che dal centro del paese va verso la frazione Barco, sorge il santuario della Madonna della Zucchella.

È stato costruito nel secondo dopoguerra per inglobare e proteggere un'edicola con l'affresco della Madonna della Zucchella. Negli anni sessanta tale affresco è stato strappato dalla sede originaria ed è stato collocato all'interno di una cornice.

Ogni cinque anni, a metà settembre, sono celebrate le Feste Quinquennali della Madonna della Zucchella, durante le quali l'effigie viene traslata dal Santuario alla Chiesa Parrocchiale per una intera settimana. In tale occasione, le vie del paese sono decorate con fiori di carta preparati dalle donne del paese.

La Chiesa di San Michele Arcangelo è la chiesa parrocchiale di Calino.

Ha una struttura settecentesca su disegno di Bernardo Fedrighini ed è stata consacrata il 25 settembre 1768 dal Cardinale Ludovico Calini. All'interno sono presenti una soasa lignea e l'altare, entrambe opera di Gaspare Bianchi, l'Ultima Cena, opera di Sante Cattaneo, affreschi del Teosa e una tela raffigurante San Pietro di chiara scuola tizianesca.

Il Santuario di Santo Stefano è nato come cappella privata dei conti Calini e poi è divenuto loro mausoleo funerario. Si presenta oggi come un edificio a due navate orientate a meridione con una cella campanaria; sul lato sinistro è presente un fabbricato aggiuntivo a pianta rettangolare avente scopo abitativo.

La struttura attuale è di origine cinquecentesca allargata sul finire del XVIII secolo per seguire le disposizioni che San Carlo Borromeo diede durante la sua visita pastorale del 1580 e per permettere ai Calini di avere uno spazio funerario. In origine il santuario era orientato verso est e possedeva due altari oltre a quello maggiore, dedicato al martirio di Santo Stefano. Dopo la ristrutturazione, quest'ultimo è sopravvissuto, ma è stato messo in secondo piano dal nuovo altare dedicato alla Presentazione al Tempio di Maria.

Gli interni presentano delle opere di metà Cinquecento che furono create da un artista locale, Giovanni Tommaso Pagnoni di Bornato: un dipinto raffigurante il martirio di Santo Stefano e due affreschi. Il primo raffigura la Madonna del Latte, mentre il secondo San Giacomo, sebbene in precedenza si ritenesse fosse ritratto San Rocco. Al centro della cappella funeraria si trova la lapide sepolcrale di Vincenzo Calini, datata 1574.

La Villa Bettoni-Cazzago fu costruita nel XVII secolo dai nobili Cazzago, quando decisero di abbandonare il castello per un edificio più adatto ai tempi e al loro rango.

Si tratta di un edificio con un corpo principale a pianta quadrata ai quali sono affiancati due corpi laterali. Il percorso per accedere alla villa dal portico-giardino è a doppia scala, di stile seicentesco. L'interno è caratterizzato da una galleria a soffitto ligneo e da sale affrescate in diverse epoche.

Palazzo Oldofredi prende il nome dalla nobile famiglia d'origine iseana che ne prese possesso fra il Seicento e il Settecento.

Il palazzo, costruito nel Seicento dai Bornati, è caratterizzato a meridione da un portico e da stipi alle finestre di stile rinascimentale. Il brolo, posto sul lato nord-est, è di aspetto severo; ad esso si affianca una torre a pianta quadrata.

Il Castello fu costruito negli anni sessanta del XIII secolo dalla famiglia Bornati in sostituzione del precedente castrum. È stato profondamente trasformato dalla famiglia Gandini, che ne diventò proprietaria nel 1562. Nel 1937 fu acquistato dall'armatore livornese Luigi Orlando dal quale deriva l'attuale denominazione alternativa di Villa Orlando.

La cinta muraria è in pietra grezza, circondata da un fossato e difesa da torri. All'interno è presente il palazzo voluto dai Gandini di chiaro stile rinascimentale che risulta essere stato costruito sul nucleo centrale del vecchio forte. Di questa struttura alto medioevale sono rimasti i resti in tre locali del piano terra.

Gli interni presentano affreschi del Sorisene e del Ghitti di origine settecentesca.

Il Palazzo Bornati secondo il Mazza (1986) sorse nella parte alta del paese sul finire del Settecento su terreni di proprietà della famiglia Bornati. Ha la tipica struttura da villa presente in numerose altre parti della Franciacorta con un portico alto retto da colonne in pietra di Sarnico. È inoltre sede della farmacia comunale, degli ambulatori e della sala civica. Secondo Vincenzo Peroni, il palazzo risale al Cinquecento e fu acquistato dall'arciprete Giambattista Beccarelli nel 1680.
La Villa Bornati-Secco d'Aragona fu eretta da Marco Antonio Bornati alla metà del XVI secolo. La sua proprietà passò ai Pulusella, e quindi ai Secco d'Aragona, tramite matrimoni. La villa è formata da due corpi uniti da un androne. Il più antico dei due corpi fu costruito nel Cinquecento ed è dotato di un portico a sei archi. Lo scalone fu aggiunto nel Settecento. Era presente un collegamento con il vicino castello, di cui oggi rimane traccia in alcuni frammenti di mura merlate.
La Villa Rossa si trova su un rilievo a nord del paese. Fu costruita nel Cinquecento da Ottavio Bornati e nei secoli successivi passò in eredità a diverse famiglie nobiliari. È dotata di ampio giardino, di uno scalone scenografico e di una torre cilindrica.

Detto anche Palazzo Piccolo, il Palazzo Calini-Maggi fu costruito nella metà del Cinquecento per iniziativa dei nobili Calini.

Il concetto fu quello di dare alla famiglia un edificio alto e massiccio, privo di ornamenti. Il risultato fu quello di non utilizzare la pietra, come avveniva per gli altri palazzi del periodo, ma il cotto: un esempio è il porticato colonnato. La costruzione dell'edificio fu abbandonata nei decenni successivi e ripresa dal conte Vincenzo Calini solamente nel 1697. I lavori terminarono nel 1706. Nel 1900 fu assegnata alla famiglia Maggi, imparentata coi Calini.

Gli affreschi del salone di rappresentanza sono opera di Lattanzio Gambara. I soffitti lignei degli interni sono tutti decorati.

Palazzo Calini detto anche Palazzo Grande, fu edificato sul finire del Cinquecento reimpiegando le strutture di un edificio più antico.

Si presenta con una struttura disomogenea che rivela le sue diverse origini. Nella parte rivolta ad oriente, si possono rilevare strutture di tipo difensivo costruite nel XIV secolo. I locali della parte centrale, rivolta a meridione, formano il vero palazzo e furono costruiti tra il XV e XVI secolo. La parte occidentale, infine, è composta dalle strutture costruite nel XVI secolo che racchiudono il cortile e conferiscono all'insieme l'aspetto attuale.

L'esterno si presenta privo di strutture architettoniche particolari, ad eccezione del cornicione posto sotto il tetto. Gli interni presentano affreschi del Teosa.

Palazzo del Cedro, fu costruito nel Cinquecento su richiesta dei Calini ed è divenuto proprietà della locale parrocchia nel 1952 che lo ha impiegato come sede dell'oratorio San Domenico Savio. Presenta un salone affrescato nel 1601 da Pietro Marone.
Casa Salonni, già Palazzo dei Lantieri di Paratico, è ora sede del Centro Oreb.

Nelle aree attorno alle borgate collinari di Calino e Bornato sono presenti le aziende vitivinicole produttrici del Franciacorta DOGC.

L'area di pianura, attorno a Pedrocca, Pedrocchetta e a meridione dell'abitato di Cazzago è invece caratterizzata dalla presenza di aziende agricole orientate alla coltivazione di cereali, principalmente mais.




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lunedì 8 giugno 2015

LA BASILICA DI SAN MARTINO A MAGENTA

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La basilica di San Martino è la Chiesa principale della città di Magenta.

Nella basilica di San Martino, ha attualmente sede il Decanato di Magenta che a livello di gestione dell'Arcidiocesi di Milano, costituisce uno dei moderni compartimenti territoriali del milanese, che va a sostituire alcune antiche funzioni della vicina Pieve di Corbetta.

I membri del consiglio decanale sono costituiti dai parroci e dai sacerdoti del decanato.

L'idea di costruire un nuovo tempio per Magenta fu avanzata da don Cesare Tragella (prevosto vicario foraneo del paese dal 1885 al 1910) per assolvere a due doveri: la necessità di dare alla cittadinanza, in continua crescita, un nuovo tempio e la commemorazione dei caduti per la gloriosa battaglia del 4 giugno 1859, il cui successo coinvolgeva ancora attivamente i magentini.

Il progetto della chiesa, dedicata a san Martino di Tours e san Gioacchino, fu affidato all'architetto Alfonso Parrocchetti che ne fece un'opera neorinascimentale, impostata su una navata centrale più ampia e due laterali più strette e più basse, con una lunghezza di 87 metri, una lunghezza al transetto di 30 metri e l'altezza del tiburio di 57 metri, dimensioni che la rendono la più ampia della diocesi dopo il duomo di Milano.

La prima pietra venne posata nel 1893 e, superate le difficoltà tecniche ed economiche grazie alla manovalanza gratuita fornita dai parrocchiani, i lavori di costruzione della struttura furono terminati nel 1901, permettendo la celebrazione della prima messa su un altare improvvisato. La monumentale opera venne consacrata il 24 ottobre 1903 dal Cardinale Andrea Ferrari il quale tuttavia vietò il trasporto delle ossa dei caduti della battaglia all'interno della chiesa, facendo così venire a meno uno dei motivi principali che avevano portato all'edificazione della struttura.

Il complesso architettonico fu dotato di una torre campanaria alta 72 metri anch'essa in stile neorinascimentale italiano, opera di Benedetti per la parte artistica e dell'ingegner Monti per la parte strutturale, inaugurata il 15 novembre 1913 dall'arcivescovo di Milano cardinal Andrea Ferrari.

I lavori di costruzione della facciata, progettata dall'architetto Mariani, iniziarono nel 1932 e terminarono solo nel 1959 per le difficoltà economiche derivate dalla mancanza di fondi e dagli eventi bellici. La facciata venne inaugurata il 4 giugno dello stesso anno dall'arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI); il 3 marzo 1948 arrivò il riconoscimento ecclesiastico da parte del papa Pio XII con l'elevazione della chiesa a basilica romana minore.

In questa chiesa, nel 1955, si è svolto il matrimonio tra Santa Gianna Beretta Molla e il marito Pietro.

Il 30 settembre 2012, il cardinale Angelo Scola ha celebrato una messa con tutto il decanato di Magenta, in occasione della memoria del 90º anniversario dalla nascita di santa Gianna Beretta Molla (patrona della famiglia).

La facciata della basilica è stata costruita fra il 1932 e il 1959 su progetto dell'architetto Mariani. Con struttura a salienti, è decorata con bassorilievi raffiguranti Scene della vita di san Martino. Al centro, vi è il grande portale centrale, dotato di un protiro ad arco poggiante su quattro colonne in stile corinzio; nella lunetta che le sovrasta trova posto un bassorilievo raffigurante il Battesimo di san Martino, mentre ai lati delle stesse sono collocate nelle rispettive nicchie le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Sopra il portale vi è il rosone circolare scolpito. Questo raffigura la Gloria di san Martino e presenta la figura del santo più grande rispetto alle altre che lo circondano. Sopra le due navate laterali, più basse rispetto a quella centrale e dotate di una trifora e un portale con lunetta ciascuna, vi sono due statue raffiguranti i due vescovi milanesi Sant'Ambrogio (sulla navata di sinistra) e San Carlo Borromeo (sulla navata di destra).

All'incrocio con il transetto, si eleva il tiburio con tamburo illuminato da ampie bifore e sormontato dalla statua del Cristo Redentore realizzata in lamina di rame sbalzato e dorato . Di fianco all'abside si trova la torre campanaria.

L'interno della basilica, a croce latina, è suddiviso in tre navate da due file di colonne corinzie marmoree.

L'altare maggiore, progettato dall'architetto Parrocchetti, è un'importante opera realizzata con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, tra le quali si trova un bassorilievo di metallo raffigurante l'ultima cena ed il ciborio, sormontato da una statua del Cristo risorto.

Negli anni sessanta del XX secolo è stato realizzato il nuovo pavimento in marmi policromi.

L'interno della basilica ha trovato definitivo compimento negli anni novanta del XX secolo con l'ampliamento, fin sotto la cupola, del presbiterio costituito dalla sede presidenziale, dall'ambone e dall' altare basilicale realizzati in marmo bianco e bassorilievi in bronzo.

Nel braccio sinistro del transetto si trova la cappella dedicata alla Madonna del Rosario progettata sempre dal Parrocchetti; l'altare fu realizzato in legno dall'artigiano Galli. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, minori, dedicate a San Francesco ed a San Giuseppe.

Nel braccio destro del transetto è situata la cappella di Santa Crescenzia, opera del Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Miramonti in legno dipinto, come pure l'urna contenente i resti della martire. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, più piccole, dedicate al Sacro Cuore ed al Santo Crocifisso.

Tra i numerosi affreschi che arricchiscono la basilica, si ricordano quelli realizzati all'inizio del XX secoelo da Valtorta e dai suoi discepoli. La cupola viene affrescata invece da Conconi di Como negli anni '60 con profeti maggiori e minori e con i quattro evangelisti.

Sulla cantoria in controfacciata, in una monumentale cassa realizzata dall'artigiano magentino Corneo, si trova l'organo a canne costruito nel 1860 dalla casa organaria Prestinari per la vecchia chiesa e collocato in quella nuova nel 1904; in tale occasione lo strumento venne completamente revisionato e ampliato dal milanese Giovanni Bressani, che vi aggiunse l'Organo Eco. La mostra d'organo è di 35 canne divise in 3 campate e disposte a cuspide in ogni rispettiva campata, la canna maggiore corrisponde al Fa-1 (12') Principale 8' Bassi del Grand'Organo. L'organo, ripristinato con un restauro concluso nel 1991, è a trasmissione meccanica e dispone di due tastiere: la prima, corrispondente all'Organo Eco, di 61 note reali con estensione dal Do1 al Do6; la seconda, corrispondente al Grand'Organo, di 68 note reali con estensione dal Fa-1 al Do6 con la spezzatura fra i registri di basso ed i registri di soprano tra Si2 e Do3. Pedaliera retta di 27 note reali con estensione dal Do1 al Re3. Le manette che comandano i vari registri sono collocate in tre colonne, due alla destra della consolle e una alla sinistra, pedaloni per la Combinazione Libera alla Lombarda al Grand'Organo, per il Tiratutti del Ripieno al Grand'Organo e per il Tiratutti del Ripieno all'Organo Eco. Frontalmente, sopra la pedaliera, si trovano la staffa per l'espressione all' Organo Eco e tre pedaletti rispettivamente per l'unione delle tastiere, l'unione della seconda tastiera al pedale, ed il Rullante.

Nell'abside maggiore, sopra un'apposita cantoria lignea, si trova un secondo organo a canne, utilizzato per l'accompagnamento durante la liturgia. Lo strumento, costruito nel 1903 a trasmissione meccanica da Giovanni Bressani, è stato elettrificato e dotato di una nuova consolle negli anni novanta del XX secolo.

L'antico altare Maggiore, ricco di marmi e di bronzi cesellati e dorati (un'Ultima Cena, alla Leonardo da Vinci; la profezia di Malachia 1, 10-11, con l'abrogazione del culto antico). Sulla parete poi dirimpetto a S. Martino, è affrescato Papa Leone XIII (1878-1903) che in­dica, avendone parlato in diversi suoi scritti, la santa famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria. Il nuovo altare Maggiore, usato per le celebrazioni (mentre quello antico è usato per la conservazione dell'Eucaristia), altrettanto ricco di marmi e bronzi cesellati e dorati: riportano le rappresentazioni della morte e resurrezione di Gesù Cristo sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento (agnello pasquale, offerta in sacrificio di Isacco, offerta di pane da parte di Melchisedech). L'angelo che si vede all'ambone dove si proclama la Parola di Dio è invece quello, appunto, che al sepolcro di Cristo, vuoto, ne annuncia la resurrezione.

Partendo dalle porte delle sacrestie, prima a Est, poi a Ovest ci sono i seguenti altari: S. Francesco, S. Maria, S. Giuseppe, Sacro Cuore, S. Crescenzia, Santissimo Crocifisso. Sono gli elementi che più direttamente si ricollegano all'antica chiesa parrocchiale di S. Martino, un tempo collocata in piazza Kennedy. In particolare quello di S. Crescenzia, con le reliquie della compatrona (con S. Martino, patrono principale di Magenta), arrivate da Roma il 7 gennaio 1817. L'Altare di S. Maria, Madre di Dio, Nostra Signora della Vittoria (del bene sul male) e Regina della Pace: contiene una statua della Madonna del 1838 c.a che, col Bambino, non porge il Rosario, ma dei collari con medaglie asburgiche della metà del Settecento con le quali la Madonna è invocata come Regina della Pace. Quello del Crocifisso, che tale e quale si trovava nell'antica S. Martino. Contiene il Crocifisso un tempo collocato sopra l'altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino. Quando agli inizi dell'Ottocento lo fecero, in quella chiesa, di marmo, salvarono il Crocifisso, al quale costruirono un apposito altare (che è quello che vediamo ancora oggi in Basilica). Dell'antico altare Maggiore in legno della vecchia S. Martino ci sono arrivate anche le statue cinquecentesche, raffiguranti degli angeli, che ora si trovano sull'altare di Santa Crescenzia.

Partendo dal pavimento della facciata, si presentano, magnifici tondi con il ritratto a bassorilievo dei seguenti santi: Luigi Gonzaga, Giovanna d'Arco, Rosa da Lima, Agnese, Filippo Neri, Giuseppe, Caterina da Siena, Vincenzo de' Paoli, Madonnina del Monte Grappa, Teresa del Bambin Gesù, Teresa d'Avila, Fran­cesco d'Assisi, Crescenzia, Sebastiano.
Di fianco alla porta centrale, le due statue con S. Pietro e S. Paolo.
Ai lati delle statue partono due lesene con motivi ornamentali, tra i quali, in quella di sinistra, una volta saliti di fianco alla lunetta col battesimo di S. Martino, lo stemma della famiglia Crivelli, legata a Magenta, che ha dato alla Chiesa Papa Urbano III; in quella di destra lo stemma dei Mazenta, diventato stemma comunale, che ha dato i natali a illustri personaggi ecclesiastici, tra i quali Faustino Mazenta, e non, tutti benemeriti della Città, per esempio nella costruzione della chiesa di S. Biagio prima e nella fondazione dell'istituto delle Madri Canossiane poi.
Due grandi tondi, ai lati esterni del cartiglio con "Basilica Romana Minore": a sinistra, San Giuseppe Cafasso, a destra San Giovanni Bo­sco. Sopra ci sono le statue di Sant'Ambrogio e di San Carlo: sono i due patroni della diocesi di Milano. Infine nei due tondi ai lati del rosone, a sinistra, il Prevosto Luigi Crespi, ideatore della facciata e di buona parte delle pitture interne; a destra, il Prevosto Cesare Tragella, ideatore della chiesa parrocchiale e dell'ornamentazione dell'antico altare Maggiore.


La basilica possiede un concerto di 8 campane in La2 Maggiore, fuso nel 1964 da Paolo Capanni di Castelnovo ne' Monti (RE). Le campane suonano a sistema ambrosiano.

Nel 1858 il campanile della vecchia chiesa di San Martino venne dotato di un concerto di sei campane in Sib2 Maggiore, fuse da Felice Bizzozero di Varese, interamente donato dall'arciduca Massimiliano d’Austria, al quale era dedicata la campana maggiore, del peso di 2420 kg. All’inizio del XX secolo, consacrata la nuova prepositurale di San Martino e San Gioacchino ed abbattuta la vecchia chiesa, si decise per la costruzione di una nuova torre campanaria. Le sei campane del campanile della vecchia chiesa di San Martino vennero trasferite sulla nuova torre campanaria ed il concerto venne esteso da sei ad otto campane, con l’aggiunta di due campane minori. Nel 1943, durante la requisizione bellica della seconda guerra mondiale, vennero asportate le due campane maggiori e la campana minore. Al termine del conflitto venne rifuso l’intero concerto da Carlo Ottolina e figli di Seregno (MB), ed inaugurato 12 ottobre 1947 in occasione dell'attribuzione a Magenta del titolo di città. Il nuovo concerto non soddisfava le aspettative e nel 1964 si decise per una sua nuova rifusione, in tonalità La2 Maggiore.



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venerdì 29 maggio 2015

LA BASILICA DI SAN MARTINO A TREVIGLIO

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La basilica di San Martino è la chiesa principale della città di Treviglio, in provincia di Bergamo.La chiesa si trova nella piazza centrale della città, di fronte al palazzo comunale. Fu restaurata e ammodernata più volte, così che risulta una fusione di diversi stili; intorno all'anno 1000 fu costruito il campanile di Treviglio, che è uno dei campanili più alti della Lombardia.La chiesa è dedicata a san Martino di Tours, che è rappresentato sopra l'entrata principale e in numerosi affreschi, nonché nel polittico di San Martino, una delle opere più importanti capolavori del rinascimento lombardo.

Il Polittico di San Martino è un dipinto su tavola (594x363cm) di Bernardo Zenale e Bernardino Butinone, realizzato tra il 1485 e il 1505.

Il polittico fu commissionato a Bernardo Zenale e Bernardino Butinone dal parroco Simone da San Pellegrino il 6 maggio 1485. La somma che egli s'impegnò a pagare, esorbitante per l'epoca, fu di mille lire imperiali. Il progetto è così complesso che, gli artisti, consapevoli che questa era l'opera della loro vita, impiegheranno vent'anni per completarlo.

L'opera venne realizzata dai due maestri trevigliesi dividendosi equamente il lavoro, con l'aiuto di Ambrogio de' Donati per la cornice lignea dorata di tipo bramantesco. Questa cooperazione tra maestri diversamente specializzati era tipica della cultura medievale e col tempo divenne obsoleta. In Lombardia ad esempio iniziava a scomparire proprio in quegli anni, dopo le rivoluzioni portate da Leonardo da Vinci.
L'opera, una volta completata, era posta sull'altare maggiore ma, nel corso del 1700 fu spostata ai piedi dell'altare sulla destra. L'opera si venne così a trovare in penombra e anche a questo fattore è dovuto lo straordinario stato di conservazione in cui l'opera versa tutt'oggi.

Nella seconda metà del XX secolo il polittico è stato protetto da una barriera di vetro alla base, assieme a svariati affreschi della basilica. Al termine del secolo l'opera è stata dotata di un impianto d'illuminazione temporanea a pagamento.

« ...il polittico sembra esporre la facciata di un edificio immaginario, in un teatro soprannaturale, adorno di Santi e Sante al balcone.»
(André Chastel)
Si tratta di una grande pala d'altare lignea tra delle più interessanti opere del Rinascimento lombardo, che coniuga i canoni stilistici gotici con quelli compositivi rinascimentali. L'opera è collocata sul lato destro della basilica, vicino alla sagrestia.

L'opera è composta su due registri più predella e timpano che contiene un tondo della Pietà. Ciascun registro è diviso in tre pannelli di dimensioni uguali, che simulano, con l'aiuto della cornice, la presenza di una loggia dove i santi si affacciano in un continuum spaziale. Modelli di questo tipo di rappresentazione illusionistica sono opere di Vincenzo Foppa (tra cui si credeva anche il Polittico di Santa Maria delle Grazie di Bergamo, in realtà databile a dopo il 1500) e soprattutto di Andrea Mantegna, quali la Pala di San Zeno (1457-1459).

Butinone lavorò soprattutto nel pannello centrale superiore con la Madonna col Bambino e in quelli di destra, mentre Zenale in quelli restanti, anche se gli interventi dei due furono mirati a ottenere la maggiore omogeneità possibile.

Il registro inferiore mostra un finto portico aperto sul paesaggio, con tre santi per lato e, al centro, San Martino che dona il mantello, dove il patrono della città a cavallo taglia il proprio indumento per donarlo ad un povero. In alto pendono ghirlande che evidenziano ciò che sta in primo piano: san Martino ad esempio si trova oltre la ghirlanda, come se stesse uscendo dalla pala per andare incontro allo spettatore. La prospettiva è organizzata geometricamente, con il punto di fuga posto più o meno sul ginocchio di Martino al centro del pannello centrale, ma gli scorci in profondità non sono proporzionali: agli artisti stava infatti più a cuore l'effetto scenografico e una generica verosimiglianza piuttosto che l'esattezza matematica. Ai lati si trovano i santi disposti in profondità, come dimostra il deverso appoggio sul pavimento geometrico. A sinistra sono raffigurati san Zeno, san Maurizio e san Pietro, a destra san Sebastiano, sant'Antonio da Padova e san Paolo.

Il registro superiore è organizzato col medesimo punto di fuga, me mostra da sott'in su le travi dorate del soffitto. Al centro si trova la Vergine in trono col Bambino tra angeli musicanti e con due cherubini in volo che la stanno incoronando; ai lati si trovano due gruppi di tre santi ciascuno, che si affacciano da una ringhiera dipinta scaglionandosi lungo una linea diagonale, analogamente a quelli del registro inferiore. A sinistra si trovano santa Lucia, santa Caterina d'Alessandria e santa Maria Maddalena, a destra san Giovanni Battista, santo Stefano e san Giovanni evangelista.

La rappresentazione modernamente rinascimentale è mischiata con l'esuberanza decorativa e il brulicare degli ori legati ancora alla tradizione tardogotica lombarda, creando un interessante ibrido.

La predella è composta da tre scene principali, intervallate, sui pilastri, da quattro figure di santi a mezzo busto: san Girolamo, san Gregorio, sant'Ambrogio e sant'Agostino. Le scene sono dedicate alla vita di Cristo e mostrano l'Adorazione del Bambino, la Crocifissione e la Resurrezione.

I santi furono scelti tra quelli più venerati nella città di Treviglio, che appare nell'opera centrale della predella, facendo così da sfondo alla crocifissione del Cristo.

La basilica fu edificata nel 1008 dove sorgeva la chiesa preromanica dell'Assunta, e subì diversi interventi di ampliamento nel corso dei secoli. Nel 1482 venne ampliata e rimodellata secondo i dettami dello stile gotico lombardo; nel 1500 fu impreziosita da alcune opere di Gian Paolo Cavagna, oltre che dal polittico terminato dopo circa vent'anni di lavoro e posto a fianco dell'altare; altra opere notevole è il Presepe ligneo intagliato da Giovanni Angelo Del Maino verso il 1515. Nel 1740 la facciata viene ammordernata in stile tardo-barocco, ad opera dell'architetto Giovanni Ruggeri; nel corso dello stesso secolo il polittico viene spostato ai piedi dell'altare.

L'interno dell'edificio di culto, a tre navate e con cappella laterale, ospita affreschi e tele di Nicola Moietta, dei fratelli Galliari, di Gian Paolo Cavagna, di Camillo Procaccini, dei Danedi de' Montalti, del Molinari e del Manetta. L'opera più celebre è tuttavia il polittico Madonna e Santi di Bernardo Zenale e Bernardino Butinone, risalente al 1485 e considerato uno dei maggiori capolavori del Quattrocento lombardo.Il campanile della basilica fu edificato attorno al 1000 come torre civica, in stile romanico, ed annesso all'edificio sacro solo nel 1482. L'altezza della costruzione fu a lungo tema di discordia con la vicina città di Caravaggio, che si fregiava di un campanile più alto.




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martedì 26 maggio 2015

LA CHIESA DI SAN MARTINO A LEGNANO

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La chiesa di San Martino è stata edificata nel XV secolo, ma un edificio intitolato allo stesso Santo era presente nell'elenco scritto dallo storico Goffredo da Bussero nel 1389. La chiesa di San Martino è quindi un rifacimento di un altro edificio ben più antico. Un altro documento che prova la presenza di una chiesa più antica dedicata a San Martino di Tours è il testamento di Giovanni da Legnano, giurista legnanese del XIV secolo, che è datato 27 marzo 1376: " Coloro ai quali il testatore ha lasciato l'usufrutto dei suoi beni, in quel di Milano e nella località di Legnano, sono tenuti nell'anniversario della sua morte a far celebrare cigni anno una messa nella chiesa di S. Martino a Legnano e a Fare ai polveri l'elemosina di un moggio di pane, fermo restando il consolidamento dell'usufrutto nella proprietà, in mancanza di adempimento da parte degli usufruttuari ed eredi".

La chiesa di San Martino precedente aveva l'ingresso verso l'odierna via Bellingera, quindi verso nord-sud. Esso è anche menzionato negli scritti del prevosto di Legnano Agostino Pozzo nel 1650, dove si può leggere "chiesa campestre posta tra le vigne di Sant'Angelo (convento dei frati minori osservanti, fondato da Beato Michele Carcano). Alle volte si cantava messa in questa chiesa alla festa di San Martino et si costumava distribuire certo pane fatto in forma di quella che si costuma la festa di San Nicolao, il medesmo si faceva festa di San Bernardo a Rescaldina".

Nella ricostruzione e ampliamento del XV secolo tale orientamento venne modificato col trasporto della facciata ad ovest, cioè verso l'odierna via S. Martino alla confluenza con via Roma. Il cronista Giuseppe Pirovano riferisce che "nel 1661 si iniziò a ubicare di fianco la chiesa la casa per il cappellano, che non fu terminata perché lo stesso si rifiutò di abitarla in quanto troppo fuori della borgata. Al mantenimento del chiericato per questa chiesa provvidero dapprima i Borromeo, poi le famiglie Prata e Prandoni. La dedicazione del tempio al santo francese fu dovuta alla particolare devozione che ai quei tempi godeva il vescovo di Tours (316 circa - 397). S. Martino, stando alla tradizione, diede prova della sua carità ed attenzione per il prossimo, tagliando in due il proprio mantello per donarne la metà ad un povero. Fu propugnatore delle prime chiese rurali. Unica sussidiaria della parrocchia di S. Domenico, S. Martino, ha una forma semplice e aula rettangolare. con un pregevole soffitto a cassettoni ben conservato. Nella parete absidale è posto un affresco incorniciato, raffigurante la deposizione del Cristo con la Vergine Addolorala e le pie donne. Lo stile dell'opera è tale da farla risalire al XIV secolo ed é di autore ignoto. Secondo il cronista e pittore ottocentesco legnanese Giuseppe Pirovano (versione ripresa citando la stessa fonte, da Guido Sutermeister) l'affresco potrebbe essere stato eseguito nel '500 da Giovanni Lampugnani, attribuzione che si contraddice con altre fonti, secondo le quali il dipinto sarebbe invece trecentesco. Degli altri antichi affreschi, di stile lombardo-bizantino, che adornavano questo tempio prima del rifacimento, resta soltanto, sulla parete di sinistra per chi entra, un frammento col volto di Cristo, forse facente parte della vecchia Via Crucis. Ai lati della balaustra vi sono due recenti affreschi, di modesta fattura, raffiguranti rispettivamente S. Martino e S. Domenico. Rifacimenti e restauri finanziati dalla contrada Nel 1700 la chiesa subì ancora alcuni interventi e fu costruito un campanile con una cornice movimentata sopra la cella campanaria e un piacevole ornamento più sotto. In epoca più recente, tra il 1977 e il 1980 per l'interessamento della contrada S. Martino, allora guidata da Sandro Gregori, la chiesetta fu interessata da alcuni lavori di restauro con pulizia degli antichi affreschi rimasti, rifacimento del tetto e della pavimentazione in cotto e collocamento di un'artistica vetrata nella finestra della facciata, opera di Roberto Maria Mascheroni. Infine fu realizzato sul sagrato un grande mosaico policromo in marmo dell'artista libanese Elbacha. Entrambe le opere sono ispirate a temi della battaglia di Legnano e della contrada. Nel 1984 è stata inoltre affrescata la parete di sinistra all'interno della chiesa con la scena di S. Martino nell'atto di spartire il mantello con un mendicante.




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martedì 19 maggio 2015

LE VILLE DI ARCORE : VILLA SAN MARTINO



Villa San Martino è una residenza signorile, realizzata dalla famiglia marchionale Casati Stampa nel XVIII secolo e inclusa nel comune di Arcore, nella provincia di Monza e Brianza, in Viale San Martino. Dal 1974 è la residenza di Silvio Berlusconi.

Con Villa Borromeo d'Adda, sede comunale, e Villa La Cazzola, residenza privata, fa parte del gruppo delle ville di delizia, ma che erano nate come residenze padronali, da dove venivano gestite grandi aziende agricole, o semplici casini per la caccia.

La Villa San Martino già Casati-Stampa, completa di attiguo parco, risalente al XV secolo come monastero benedettino, venne acquistata e restaurata nel corso del XVIII secolo dai conti Giulini. L'edificio fu disposto o forse mantenuto dai Giulini nella tipica struttura a U aperta verso il paese. Durante queste opere di trasformazione fu impostato anche il grande viale d'accesso lungo un asse prospettico che, partendo dalla piazza antistante villa Borromeo, si spinge verso Ovest oltrepassando a cannocchiale l'edificio, nella sequenza corte d'onore, arco centrale del portico e apertura corrispondente nel salone; quindi attraversa il giardino e, infine, fiancheggiato da un lungo filare d'alti pioppi, si prolunga fino al Lambro, distante qualche chilometro.

Un impianto scenografico imponente, capace di far colloquiare l'edificio, il parco secolare e il verde agricolo circostante. L'asse prospettico all'ingresso, sebbene ora parzialmente interrotto visivamente da una macchia verde di alberi e arbusti e dal muro di cinta, è rimasto sostanzialmente integro nel corso del tempo. Dopo le trasformazioni compiute dai Giulini, la villa passò ai Casati nella prima metà dell'Ottocento a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta (1818-1883) con Camillo Casati (1805-1869) e, alla fine di quello stesso secolo, pervenne quindi al ramo dei Casati Stampa di Soncino. Il conte Alessandro Casati (1881-1955), che vi abitò sino alla propria morte, ne ingrandì la biblioteca e vi ospitò a più riprese l'amico Benedetto Croce. Alla dipartita del conte l'immobile passò a suo nipote, ovverosia il suo parente più prossimo, marchese Camillo Casati Stampa di Soncino (1927-1970). Questi risiedette saltuariamente nella villa. Suicidatosi il 30 agosto 1970 dopo avere assassinato la moglie Anna Fallarino e il di lei compagno Massimo Minorenti (Delitto di via Puccini), la proprietà passò ad Anna Maria Casati Stampa di Soncino, nata a Roma il 22 maggio 1951, ossia alla figlia di primo letto (avuta con Letizia Izzo) del marchese. La giovane, all'epoca dei fatti delittuosi diciannovenne (e quindi secondo la legge di allora minorenne), venne affidata ad un tutore, nella persona di Giorgio Bergamasco. Pro-tutore venne nominato Cesare Previti.

Il 26 luglio 1972 Bergamasco venne nominato Ministro dei rapporti con il Parlamento nel secondo governo Andreotti; nel frattempo la Casati Stampa si era già emancipata dalla potestà giuridica tutoriale con il raggiungimento della maggiore età al compimento del ventunesimo anno avvenuto il 22 maggio 1972. Successivamente Anna Maria Casati Stampa, frattanto sposatasi con il conte Pierdonato Donà dalle Rose, si trasferì con il marito in Brasile e come suo legale in Italia venne da lei scelto il suo ex pro-tutore Cesare Previti. Poiché pressata da esigenze economiche e avendo ricevuto in eredità non solo i beni di famiglia ma anche i grandi sospesi del padre con il fisco, Anna Maria Casati Stampa di Soncino in Donà dalle Rose decise nel 1973 di porre in vendita la villa e di avvalersi del suo avvocato come mediatore. Nel 1974 venne infine venduta - ad un prezzo molto inferiore di quanto fosse stata valutata - all'imprenditore milanese e futuro presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il suo attuale proprietario.

Diverse versioni dei fatti :

Il 26 luglio 1972 Bergamasco venne nominato Ministro dei rapporti con il Parlamento nel secondo governo Andreotti; nel frattempo la Casati Stampa si era già emancipata dalla potestà giuridica tutoriale con il raggiungimento della maggiore età al compimento del ventunesimo anno avvenuto il 22 maggio 1972. Successivamente Anna Maria Casati Stampa, frattanto sposatasi con il conte Pierdonato Donà dalle Rose, si trasferì con il marito in Brasile e come suo legale in Italia venne da lei scelto il suo ex pro-tutore Cesare Previti. Poiché pressata da esigenze economiche e avendo ricevuto in eredità non solo i beni di famiglia ma anche i grandi sospesi del padre con il fisco, Anna Maria Casati Stampa di Soncino in Donà dalle Rose decise nel 1973 di porre in vendita la villa e di avvalersi del suo avvocato come mediatore.

L'acquirente venne trovato nell'allora imprenditore edile Silvio Berlusconi. La villa, completa di pinacoteca, biblioteca di diecimila volumi - per curare i quali venne assunto come bibliotecario Marcello Dell'Utri - arredi e parco con scuderia in cui fu assunto come stalliere Vittorio Mangano - era all'epoca valutata per il solo bene immobile (3500 m²) oltre 1 miliardo e 700 milioni dell'epoca, stando alle stime legate all'eredità. Fu però ceduta in cambio della cifra, molto inferiore alla valutazione, di 500 milioni di lire in titoli azionari (di società all'epoca non quotate in borsa), pagamento che fu inoltre dilazionato nel tempo. L'ereditiera non riuscì a monetizzare questi titoli azionari, se non con un accordo con gli stessi Previti e Berlusconi, che li riacquistarono per 250 milioni. All'inizio degli anni ottanta la proprietà fu valutata garanzia sufficiente ad erogare un prestito di 7,3 miliardi di lire. Berlusconi si insediò ad Arcore alla fine del 1974 .

Silvio Berlusconi, proprietario della dimora, ha fatto eseguire un restauro di tipo conservativo della porzione più antica dell'edificio e un ripristino di alcune parti alterate da precedenti interventi o che apparivano ormai fatiscenti. Grazie a questi lavori sono anche stati liberati, sistemati e resi disponibili splendidi locali sotterranei. Il proprietario ha collocato nel parco della tenuta un mausoleo personale (opera di Pietro Cascella intitolata La volta celeste) con loculi per i prossimi, un monumento in travertino da 100 tonnellate e un grande sarcofago in marmo rosa. All'interno della villa sono rimasti quadri e medaglioni raffiguranti personaggi della famiglia Giulini (quali lo storiografo Giorgio Giulini) e della famiglia Casati.

Un altro articolo del Corriere racconta:

L’affidamento della marchesina
• Emilia Izzo, sorella di Letizia, prima moglie del marchese, e zia di Annamaria, ha presentato al pretore un’istanza in cui chiede di avere la tutela della nipote diciannovenne (la maggiore età si raggiunge a 21 anni). La donna, che ha 45 anni e vive a Roma con il marito, sostiene di essere l’unica parente abile della ragazza, poiché la nonna, madre del marchese Camillo, ha novant’anni e non sarebbe pertanto in grado di assumersi la responsabilità. Il pretore l’ha quindi invitata ad accompagnare la richiesta con una documentazione che dimostri la sua idoneità ad assumere la tutela della nipote. La ragazza però non ha mai nascosto la sua scarsa simpatia per la zia materna, con la quale non ha praticamente rapporti, e rifiuta di esserle affidata. [Livio Zanotti, Sta. 4/9/1970]

• Gli amici e il legale di Annamaria Casati (Cesare Previti) premono perché la giovane ereditiera sia affidata al senatore Giorgio Bergamasco, un uomo anziano, di riconosciuta dignità, indicato per il suo disinteresse personale nella vicenda. [Livio Zanotti, Sta. 4/9/1970]
Lunedì 7 settembre 1970
Annamaria Casati vuole essere affidata a Bergamasco
• Annamaria Casati accompagnata dal senatore Bergamasco e dall’avvocato Cesare Previti va al tribunale di Roma. Al giudice la giovane precisa di non voler essere affidata alla zia materna ma al senatore Bergamasco. Il tribunale di Roma demanda per competenza a quello di Milano.
Venerdì 11 settembre 1970
La versione di Annamaria
• Annamaria Casati rilascia un breve intervista a Livio Zanotti della Stampa. È a Palo ancora ospite dai Lancellotti, fuma quaranta sigarette al giorno e si imbottisce di pillole per dormire: «Delle orge non sapevo niente. Anna era più di una madre per me. Non crederò mai a quel che dicono...».
Domenica 13 settembre 1970
Emilia Izzo non ci sta: «Annamaria è mia»
•Emilia Izzo c’è rimasta molto male. «Nessuno vuole ricordarsi», ha detto, «che io sono l’unica parente della ragazza». Anche il legale di Emilia (l’avvocato Cesare Ragosta) ha espresso un giudizio critico sulla posizione assunta dal magistrato: «Il giudice milanese ha deciso senza esperire alcuna indagine». L’avvocato della cognata del marchese ha anche annunciato che presenterà ricorso al tribunale dei minorenni di Milano contro la decisione del giudice tutelare. [Mess. 13-14/9/1970]

• La marchesina, subito dopo la morte del padre, aveva chiesto a Ninì Fiumanò di fargli da tutore visti gli ottimi rapporti che aveva con Camillino ma questo si è trovato costretto a rifiutare per via del conflitto di interessi tra le due famiglie e perché lo scandalo che si è venuto a creare potrebbe nuocere alla sua carriera in polizia. Tuttavia gli consiglia di affidarsi al legale Cesare Previti, che diventa il suo pro-tutore. [Fiumanò 2010]
Lunedì 14 settembre 1970
Camillo Casati e le imposte comunali
• Si è da poco saputo che il comune di Roma riscuoteva dal contribuente Camillo Casati appena centomiladuecentonovantotto lire l’anno. È stata aperta un’indagine. [Livio Zanotti, Sta. 14/9/1970]
Martedì 15 settembre 1970
Bergamasco sarà il tutore di Annamaria Casati
• Il pretore di Milano Antonio De Falco stabilisce che il senatore Bergamasco sarò il tutore legale di Annamaria Casati Stampa di Soncino e che si occuperà «della sua educazione e dell’amministrazione del suo ingente patrimonio». [Ruggeri 1995]
Mercoledì 16 settembre 1970
Inventario di via Puccini
• L’avvocato Cesare Previti accompagnato dalla marchesina Casati si precipita al palazzo di Giustizia di Roma per ottenere l’autorizzazione dal magistrato «a prendere possesso dell’attico di via Puccini 9, compreso il saloncino in cui è avvenuta la tragedia per procedere all’inventario dei beni». [Ruggeri 1995]
Lunedì 21 settembre 1970
Camillo Casati e il ministro delle Finanze Preti
• Il ministro delle Finanze Preti definisce «palesemente risibili» le denunce dei redditi presentate dal marchese Casati: «Il competente ufficio del ministero delle Finanze ha compiuto il suo dovere» tassando per somme cospicue il contribuente. Il marchese Casati aveva denunziato tra il 1966 e il 1969 redditi netti annui che variavano da 4.483.000 a 8.471.000. «Le denunzie furono ritenute assolutamente non veritiere dagli uffici fiscali – spiega il ministro – i quali gli accertarono un reddito di 70 milioni per ognuna delle tre denunzie e di 100 milioni per l’ultima». La notizia di un patrimonio di 400 miliardi è secondo Preti «piuttosto fantastica». Quattro giorni prima, il senatore Bergamasco, dopo aver definito eccessive le stime che circolavano, aveva detto che, secondo lui, l’entità del patrimonio ereditato dall’unica figlia del marchese poteva aggirarsi sugli otto miliardi.

• Il ministro delle Finanze ha poi spiegato che non ha alcuna responsabilità in merito alle imposte che il Casati pagava al comune di Roma: «Tutti dovrebbero sapere che il ministero delle Finanze non ha alcun potere di sorveglianza e di controllo sui Comuni, e che l’imposta di famiglia è di esclusiva competenza dell’autorità municipale. Eventuali colpe del Comune non possono addebitarsi allo Stato». A questo proposito, è in corso al Comune di Roma un’inchiesta per appurare come mai l’imponibile del Casati fosse stato valutato soltanto 4 milioni l’anno.
L’inventario del marchese Camillo Casati Stampa di Soncino
• Dall’inventario dei beni del marchese Casati: l’appartamento di Milano in via Soncino (tre piani, trecento stanze) vale 216 milioni di lire; le proprietà di Cinisello, 53 milioni; Arcore, 103 milioni; Usmate-Velate, 174 milioni; Muggiò, 70 milioni; Nova Milanese, 2 milioni 360 mila, Trezzano sul Naviglio, 293 milioni; Gaggiano 965 mila; Baseggio 334 mila; Cusago, 368 milioni; Roma (via Puccini e altri due immobili), 333 milioni; crediti azionari per un totale di 435 milioni (quotazione dell’epoca) tutto a fronte di 538 milioni di debiti. [Ruggeri 1995]
Giovedì 24 settembre 1970
Fallarino parla delle figlie
• Ernesto Fallarino, 80 anni, padre della marchesa Anna, in un’intervista al Messaggero ha rivelato molti particolari inediti sui personaggi principali (e di contorno) della strage di via Puccini insistendo particolarmente sull’antagonismo fra le sue figlie, Velia e Anna. Questi giudizi scatenano il risentimento della marchesina Annamaria.
Lettere anonime a Emilia Izzo
• L’affare Casati fa un passo avanti, e siamo già alle lettere anonime. Una infatti l’ha ricevuta ieri sera la signora Emilia Izzo. Due pagine fitte fitte, battute a macchina. (...) La lettera avverte la signora Izzo che la tutela della nipote «non l’avrà mai e poi mai». [Mess. 25/9/1970]
Venerdì 25 settembre 1970
Annamaria Casati sospende l’assegno a Ernesto Fallarino
• Annamaria Casati Stampa telefona a Ernesto Fallarino risentita dalla sua intervista: «Lei non doveva parlare. Ora che l’ha fatto per prima cosa le sospendo l’assegno mensile che mio padre aveva autorizzato in suo favore, poi al resto penserò come meglio credo. (...) Dei Casati non mi importa niente, è di sua figlia Velia che lei non si deve assolutamente permettere di dire una sola parola». [Mess. 6/10/1070]
Lunedì 5 ottobre 1970
Il prezzo del dolore di Ernesto Fallarino
• Ernesto Fallarino, dopo la sfuriata della marchesina, ha impugnato il testamento del marchese sostenendo che l’appartamento di via Puccini apparteneva alla figlia Anna e ora ne rivendica proprietà e usufrutto, secondo la quota che gli spetta. «Il contrattacco del cavaliere Ernesto Fallarino sta nella mezza cartella presentata dal suo legale Di Gravio (noto per aver fatto di Rachele Mussolini la vedova più pensionata d’Italia) alla magistratura, che riguarda la richiesta del “prezzo del dolore”. Quanto costerà, agli amministratori del patrimonio Casati, questo “dolore”?» (Il Messaggero). [Mess. 6/10/1070]
anno 1971
La marchesina Casati alle Seychelles
• Annamaria Casati Stampa si trasferisce alle Seychelles dove acquista e gestisce un albergo. [Ruggeri 1995]
Martedì 6 giugno 1972
Annamaria Casati si sposa in gran segreto
• La marchesina Casati, 21 anni, s’è sposata in una chiesa di piazza Ungheria a Roma in gran segreto con Pierdonato Donà delle Rose Rangoni Machiavelli, un nobiluomo veneziano di 29 anni. Le nozze sono state celebrate alla mezzanotte. Lei è arrivata alla chiesa di San Bellarmino da sola, con abito bianco e bouquet di mughetti e orchidee in mano. Lo sposo è sbucato da una via laterale quasi contemporaneamente. I parenti aspettavano già, giunti un po’ alla volta. La cerimonia è durata qualche minuto, poi il gruppetto si è sciolto. A bordo di una fuoriserie parcheggiata in piazza Ungheria i due giovani si sono allontanati. Faranno, come vuole la tradizione, il viaggio di nozze: la meta è il Kenia. [A.R, Sta.Se 6/6/1972]
Mercoledì 27 settembre 1972
Pieni poteri a Bergamasco
• Annamaria sottoscrive nello studio del notaio Zanuso un mandato generale che riaffida tutti i poteri al senatore Bergamasco (ormai è diventata maggiorenne). Nell’atto è scritto che la rappresenterà «in tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione relativa a tutti i beni immobili e mobili da essa posseduti o da possedere in Italia». [Ruggeri 1995]
anno 1973
La marchesina Casati si trasferisce in Brasile
• La marchesina Annamaria lascia l’Italia e si trasferisce col marito a Brasilia (Brasile). Dell’Italia non ne vuole sapere più niente, ha lasciato tutto in mano a Bergamasco e Previti. [Ruggeri 1995]
La marchesina vuole vendere Arcore
• Pressata dalle tasse Annamaria Casati incarica Previti di vendere la tenuta di Arcore con espressa esclusione dei terreni, degli arredi e della pinacoteca. [Ruggeri 1995]
marzo 1974
Berlusconi vuole Arcore per 500 milioni
• Previti trova come acquirente per la tenuta di Arcore Silvio Berlusconi, l’imprenditore edile («Prima provai con dei brianzoli, degli speculatori che prima o poi l’avrebbero lottizzata. In quei giorni avevo avuto un lavoro dalla Edilnord di Silvio, così dissi: “Berlusconi, lei deve farmi un grande piacere, mi comperi la villa San Martino dei Casati Stampa, ad Arcore”. Andammo a vederla e alla fine lui mi fece una proposta tipicamente sua: me la lasci provare, ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per qualche giorno e la provo. La provo e non se n’è più andato»). L’avvocato Previti e la Edilnord concordano un prezzo di 500 milioni di lire (terreni, arredi e pinacoteca inclusi). [Ruggeri 1995]
L’altra offerta per Arcore
• Esiste un’altra offerta, quella del signor Giuseppe Signorelli, intervistato dal giornalista Giuseppe Ruggeri: «Avrebbe messo sul tavolo 600 milioni con termini di pagamento particolarmente brevi». Ma viene ignorata.
La marchesina accetta pur di pagare le tasse
• La marchesina accetta la proposta di Previti perché pressata dal Bergamasco che ha bisogno di liquidità per far fronte alle tasse.[Ruggeri 1995]
Lunedì 8 aprile 1974
La convenzione di compravendita di Arcore
• Viene predisposto un ennesimo contratto a tempo, una “Convenzione di compravendita”, in cui Annamaria Casati offre in vendita all’Edilnord «le proprietà di Arcore al prezzo di lire 500 milioni». [Ruggeri 1995]
Berlusconi entra ad Arcore
• Berlusconi si stabilisce nella villa e non paga subito i 500 milioni bensì suddivide l’importo in rate che coincidono con le scadenze fiscali dalla Casati verso l’Erario. [Ruggeri 1995]
Berlusconi ha problemi con la burocrazia
• Berlusconi non si intesta la villa. Previti comunica alla sua assistita che l’acquirente è in attesa di imprecisate pratiche burocratiche edilizie pertanto al momento non è opportuno stipulare l’atto notarile. Per tutelarsi Berlusconi e Previti si fanno nominare dalla Casati «amministratori della tenuta e dei beni di Arcore». [Ruggeri 1995]
agosto 1974
Ad Arcore anche Mangano e Dell’Utri
• Ad Arcore oltre a Berlusconi sono andati a vivere anche Marcello dell’Utri e Vittorio Mangano (boss di Cosa Nostra). [Ruggeri 1995]
anno 1977
Primi attriti tra Previti e la Casati
• Previti vola a Brasilia con pressanti richieste per la Casati inerenti i suoi beni. La Casati alterata lo rimanda in Italia e impone un ultimatum per il rogito di Arcore. L’ereditiera non sa che il suo legale siede nel collegio sindacale della Immobiliare Idra (società satellite dell’impero di Berlusconi appena creata). [Ruggeri 1995]
Venerdì 23 marzo 1979
Intanto la marchesa deve pagare 160 milioni ai familiari di Minorenti
• La marchesa Annamaria Casati Stampa deve risarcire la famiglia di Massimo Minorenti, lo studente freddato da suo padre Camillo con 160 milioni di lire. Lo ha voluto la sentenza della terza sezione civile della Corte d’appello di Roma. [Sta 24/3/1079]
Lunedì 30 luglio 1979
Berlusconi si insedia ad Arcore
• Giudo Roveda, notaio di fiducia di Berlusconi, registra l’atto di deposito di una scrittura privata «recante scambio di immobili e azioni tra Annamaria Casati Stampa di Soncino e la Immobiliare Coriasco spa». Questo atto sancisce il pagamento della tenuta con ottocento azioni della Cantieri Riuniti Milanesi, una delle tante società satellite dell’impero berlusconiano, che valgono, secondo gli estensori del contratto preliminare, curato ancora una volta dall’avvocato Previti per conto dell’ereditiera, la bellezza di un miliardo e settecento milioni. [Ruggeri 1995]

• Berlusconi va a vivere ad Arcore e Previti suggerisce alla sua assistita di posticipare il rogito catastale. [Ruggeri 1995]

Nessuno vuole le azioni della Cantieri Riuniti
• Bergamasco, su ordine della marchesina, tenta di convertire le azioni della Cantieri Riuniti. Nessuno vuole comprarle al valore che è stato fissato nella scrittura “Permuta”. [Ruggeri 1995]
anno 1980
Berlusconi si ricompra le sue azioni al 50 per cento
• Nella primavera del 1980 il Bergamasco si rivolge alla stessa Cantieri Riuniti Milanesi Spa che si offre di comprarle a condizione di uno sconto del 50 per cento (850 milioni). [Ruggeri 1995]
Ecco quanto valgono i terreni ad Arcore
• Nello stesso periodo la Casati riesce a vendere alcuni appezzamenti di terreno sfuggiti alla permuta ad un valore di 6 miliardi. [Ruggeri 1995]
Giovedì 2 ottobre 1980
Il rogito per la compravendita della villa di Arcore
• Dopo sei anni dall’acquisto viene fatto il rogito per la compravendita della villa di Arcore. È l’Immobiliare Idra (società satellite di Berlusconi) a intestarsela. In tutto questo tempo a pagare le tasse è stata la marchesina Annamaria Casati Stampa di Soncino. L’atto di compravendita è repertato come n. 36110 ed è stipulato dal notaio Guido Roveda. Nello stesso momento Roveda autentica un secondo atto che riguarda tutti i terreni appartenenti alla marchesa non inclusi nella prima permuta. Questi vengono ceduti all’Immobiliare Briantea (società del gruppo Fininvest) per 250 milioni in azioni della Infrastrutture Immobiliari (sempre di Berlusconi). [Ruggeri 1995]

• Venuta a conoscenza del rogito la Casati revoca i suoi fiduciari e si affida, dal Brasile, all’avvocato Ferdinando Carabba per chiudere tutta la faccenda. [Ruggeri 1995]
anno 2011
La tenuta vale quasi 52 milioni di euro
• Qualche anno dopo la Cantieri riuniti richiede una fidejussione alla Cariplo e come garanzia dà la tenuta di Arcore. La banca gli accorda 7 miliardi e 300 milioni. Attualmente il valore della tenuta sfiora i 52 milioni di euro. [Ruggeri 1995] _Corriere della Sera

Un altro articolo che ho trovato sul web:

Tutti gli articoli della sezione Di Claudia Fusani 21 settembre 2009 - Unità . - A Quella che segue è la storia di un "delitto" perfetto. Così perfetto che alla fine si fatica ad individuare vittima e delitto. La procura di Milano se n’è occupata per un certo periodo, ma la faccenda non ha mai assunto lo spessore di un fascicolo giudiziario. Certo, una storia da raccontare.

I protagonisti. La faccenda ruota intorno a Villa San Martino ad Arcore, ex convento rinascimentale, per secoli appartenuta alla famiglia Casati Stampa Soncino, 145 stanze con relativi arredi, collezioni pregiate di quadri e libri, ettari di parco con rarità di flora e caprioli al pascolo. Ne è proprietaria una ragazzina di 19 anni, Annamaria Casati Stampa, rimasta orfana all’improvviso il 30 agosto 1970 quando il padre, il marchese Camillo, uccide la moglie Anna Fallarino sorpresa con l’amante. Un ruolo, nella vicenda della villa, ce l’ha da subito un giovane avvocato di nome Cesare Previti, figlio di quell’Umberto che negli stessi anni già compare nei busillis societario di Silvio Berlusconi. E c’è lui, Berlusconi, che nel 1970 sta costruendo Milano 2. Nel tentativo di smettere i panni del palazzinaro per indossare quelli di Sua Residenza, è in cerca di una dimora adeguata per rappresentare se stesso nell’elite dell’imprenditoria.

I fatti Passata la curiosità per l’omicidio-suicidio del marchese e della moglie, restano la ragazza e il suo patrimonio. Anzi, a dire la verità, qualcuno prova a mettere in dubbio la legittimità dell’erede. La famiglia Fallarino, infatti, chiede di verificare tramite autopsia chi è morto per primo: nel caso fosse il marchese Camillo, i legittimi eredi sono i Fallarino. Cesare Previti, 36 anni, origini calabresi ma da tempo residente a Roma, assiste legalmente la famiglia Fallarino, ma il dubbio viene in fretta archiviato.
Annamaria resta unica erede, ha 19 anni ed è minorenne. Viene affidata ad un avvocato amico di famiglia, Giorgio Bergamasco, che siede in Senato tra i liberali. E chi spunta fuori tra gli assistenti di Bergamasco? Di nuovo il giovane Previti, che riesce nella non facile impresa di passare in un batter di ciglio da “nemico” (aveva assistito i Fallarino per togliere l’eredità ad Annamaria) ad “amico”.
La ragazza si ritrova così un’eredità pari a due miliardi e 403 milioni di lire tra beni mobili e immobili e gioielli, che diventano un miliardo e 965 milioni al netto di debiti e tasse. Decide di lasciare l’Italia e lo scandalo, va a vivere in Brasile e il 27 settembre 1972 affida i suoi beni - senza limitazioni di mandato - a Bergamasco, il suo ex tutore, nel frattempo diventato ministro del governo Andreotti. Il vice tutore Previti resta tra i legali. E a lui Annamaria nell’autunno del 1973 dà l’incarico di vendere Villa San Martino «con espressa esclusione degli arredi, della pinacoteca, della biblioteca e delle circostanti proprietà terriere».

Pochi mesi e l’acquirente si materializza nei panni di Silvio Berlusconi. Mediatore è Previti. Il prezzo pattuito 500 milioni, tutto compreso, anche quello che l’erede aveva esplicitamente escluso dalla vendita, terreni e annessi, pinacoteca e biblioteca. In Inchiesta sul signor Tv (Guarino e Ruggeri, Kaos editore), il libro che più di tutti ha indagato sulla vendita della villa e i cui autori nel 2000 hanno vinto la causa per diffamazione avviata nel 1994 da Previti, si dice chiaramente che 500 milioni sono nulla per una villa settecentesca di 3500 metri quadrati. Nel libro si parla di «raggiro». In più momenti. Il primo: Berlusconi dilaziona il pagamento fino al 1980 (atto di cessione il 2 ottobre) ma Annamaria Casati continua a pagare le tasse. Il secondo: il 4 maggio 1977 nasce l’Immobiliare Idra, spa della già affollata galassia berlusconiana, che ancora oggi gestisce almeno dodici dimore del premier tra cui Arcore, Villa Certosa e Macherio. Bene; nel cda di Idra siedono da subito Umberto e Cesare Previti. Idra otterrà dalle banche due superfinanziamenti sulla villa di Arcore appena pagata mezzo miliardo a rate: oltre 7 miliardi subito rigirati alla Cantieri Riuniti, società di Berlusconi, più altri 680 milioni.
Un delitto perfetto, appunto. Sempre che delitto vi sia stato. Arcore poi è diventata quello che tutti sappiamo: il rifugio del Presidente, la cabina di regìa degli alleati di governo, dimora vincolata dal segreto di Stato, custode di un mausoleo e di più grandi segreti. Si dice, anche, della longevità.

La contessa Rangoni Machiavelli: «Così Berlusconi ha truffato mia cognata»
Di Claudia Fusani 13 agosto 2010 - unità

È stata una doppia rapina. Consumata alle spalle di una ragazzina minorenne, choccata dalla morte del padre, fuggita dall'Italia per sfuggire alla curiosità di giornalisti e paparazzi e raggirata da quel professionista che si chiama Cesare Previti al servizio di Silvio Berlusconi». Beatrice Rangoni Machiavelli è una nobile signora di ferme tradizioni liberali, illustre casato, impegnata nel sociale, ex deputato del parlamento europeo. E' anche la cognata di Anna Maria Casati Stampa di Soncino, la ragazza che nel 1970 resta orfana all'improvviso e tragicamente ed eredita tutto il patrimonio del casato tra cui villa San Martino ad Arcore. La stessa villa in cui dieci anni dopo si trasferisce Il Cavaliere già Re del mattone e in procinto di diventare anche Signor Tv.

Cosa intende per "doppia rapina"?
«Dal 1974 vado denunciando il furto perpetrato ai danni di mia cognata Annamaria Casati Stampa di Soncino, per le modalità dell’acquisto della Villa di Arcore e dei terreni, centinaia di ettari, su cui è stata fatta la speculazione di Milano 2».

Non ci sono sentenze che lo dimostrano.
«Siamo arrivati tardi, quando ci siamo accorti del raggiro erano già passati dieci anni ed era scattata la prescrizione. Ma quelle due acquisizioni restano comunque due rapine».

Chi è Annamaria? E dove vive oggi?
«È una signora di 59 anni, vive all'estero con la sua meravigliosa famiglia e ogni volta che si parla di questa storia per lei sono solo dolori e incubi. La famiglia, i marchesi Casati Stampa di Soncino, sono uno dei più illustri casati milanesi proprietari in Brianza e a Milano di terreni e palazzi».

Cosa succede il 30 agosto 1970?
«Annamaria arriva a Fiumicino da un viaggio con alcuni amici. Chiama il padre, il marchese Camillo che dopo la morte della mamma di Annamaria si era sposato con Anna Fallarino, per farsi venire a prendere. Camillo la rassicura ma le dice restare ancora qualche giorno con gli amici. Il marchese in realtà, depresso e in pessimi rapporti con la signora Fallarino, aveva già pianificato di suicidarsi. Solo che nelle stesse ore in quella casa arrivano la moglie e il suo amante Massimo Minorenti, lo ricattano, gli chiedono un miliardo di lire per ritirare alcune foto compromettenti già consegnate ai giornali. Lui perde la testa, ammazza e si ammazza. Fu Annamaria a dover riconoscere i corpi sfigurati del padre e della matrigna. Del caso parlò tutta Italia, per mesi. Potete immaginare lo choc di quella ragazza»

Come entra in scena Cesare Previti?
«Il padre Umberto è un noto fiscalista calabrese che nei primi anni settanta sta architettando la complessa struttura societaria della Fininvest. Cesare è un giovane avvocato che ha una relazione con la sorella di Anna Fallarino. La prima cosa che fa è cercare di dimostrare che la famiglia Fallarino è l’unica erede del patrimonio Casati Stampa perchè la donna è morta dopo il marito. L’autopsia gli dà torto: la giovane e minorenne Annamaria è l’unica erede. Il padre, Camillo, è morto due minuti e trenta secondi dopo».

Poi però il giovane Previti diventa tutore della ragazza e amministratore del suo patrimonio.
«Eh, già, si vede che questo era il piano B... Annamaria, minorenne, è affidata a un avvocato amico di famiglia Giorgio Bergamasco il quale però diventa senatore e poi ministro in uno dei governi Andreotti. In un modo o nell’altro rispunta fuori Previti che piano piano diventa l’unico responsabile del patrimonio di Annamaria. La quale si ritrova titolare di beni mobili e immobili per circa tre miliardi di lire ma anche un sacco di debiti per via della tasse di successione con rate da 400 milioni».

E Annamaria decide di vendere...
«Non è così. Qui comincia il raggiro. La ragazza non ha soldi, non ha potere di firma e ogni decisione è delegata a Bergamasco-Previti. Fatto sta che un giorno, siamo nel 1973, Previti dice ad Annamaria: “Ma come sei fortunata, c’è un certo Berlusconi che vuole comprare, 500 milioni...”. Annamaria replica che è un po’ poco, e Previti la rassicura: “Mavalà, in fondo gli diamo solo la villa nuda, la cappella e un po’ di giardino intorno...”. Previti lascia intendere che arredi, pinacoteche, biblioteche, il parco, tutto sarebbe rimasto a lei mentre invece stava vendendo tutto».

Nessuno si accorge di nulla?
«Il fatto è che Annamaria, esausta, nel 1973, appena maggiorenne si sposa quasi di nascosto, una notte, e va a vivere in una fazenda in Brasile, con la sua famiglia, felice e lontana dalla sua prima vita di cui vuol sapere poco o nulla. Il curatore ha campo libero. Io me ne accorgo solo nel 1980, dopo che è stata completata la vendita di villa San Martino. Avverto Previti che avrei raccontato tutto a Anna Maria. Lui mi risponde, ancora lo ricordo, che mai sarei riuscita a portare un pezzo di carta ad Annamaria in Brasile con delle prove. Invece ce l’ ho fatta: avevo nascosto il dossier con la documentazione in un biliardino. Ricordo anche che a Fiumicino ci perquisirono con molta accuratezza. Per andare in Brasile, strano no...».

Che succede poi?
«Annamaria ritira deleghe e procure e le affida a me. Lì comincia la mia battaglia. Abbiamo provato negli anni a riprendere almeno qualche quadro, un Annigoni, ad esempio. Mio fratello andò di persona ad Arcore, fu la volta che si trovò davanti Mangano con tanto di fucile. Berlusconi ci chiese quanto volevamo per venderlo a lui. Ma noi non volevamo venderlo. Non ce l’ha mai reso. Così come le 14 stazioni della via Crucis di Bernardino Luini, nella cappella di famiglia».

All’inizio parlava di due truffe...
«Così come si sono presi il parco e la villa, si sono presi anche tutti i terreni dove poi è sorta Milano 2, terreni agricoli della famiglia Casati Stampa».

In che modo?
«Avevano frazionato i terreni in tante srl e poi li hanno resi edificabili. Quando ce ne siamo accorti, abbiamo scoperto che ogni srl era intestata a vecchini con l’Alzheimer pensionati all’ospizio della Baggina. “Lei non mi può denunciare, io conosco tutti» ci disse Berlusconi. E aggiunse: “E poi domani scioglierò tutte le srl». Ci riuscì, tranne che per poche pezzature di terreni di cui ci fece avere in tre giorni i soldi. Oltre al danno anche la beffa: la speculatrice, la palazzinara, quella che aveva trasformato i terreni da agricoli in edificabili, risultava essere Annamaria Casati Stampa. Il colmo, no? ».

Annamaria?
«Non ne vuole sapere più nulla e nessuno ha mai pensato che potesse essere risarcita. Io però continuo da allora la mia battaglia a tutti i livelli perchè credo sia giusto che si conosca la qualità delle persone che ci governano. Sotto il profilo penale, purtroppo, non è mai stato possibile fare nulla».

Qualche volta ne parlate tra di voi?
«Mia cognata ha un’altra vita, vive lontana, non è affatto legata ai soldi. In quei pochi giorni in cui Previti è stato in carcere mi disse solo: “Chissà, Magari stavolta potrò riavere il mio quadro...”».



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lunedì 27 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN MARTINO A VARESE

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La Chiesa di San Martino di Varese è uno dei più antichi edifici sacri presenti in città. Uno dei primi documenti attestanti la presenza dell’edificio risale al 1233. Nel XV secolo fu decorata in cotto l’intera chiesetta, che all’epoca era di dimensioni ridotte rispetto a quella odierna. Con l’occasione furono realizzati anche degli affreschi in facciata. L’ampliamento della Chiesa di San Martino è dovuto al volere di San Carlo Borromeo, che auspicava l’unione tra l’edificio sacro e il vicino convento, separati da un lotto di terreno vuoto. Nel corso del XVII secolo venne realizzato un campanile, di cui oggi non resta traccia. Le decorazioni che oggi si possono ammirare all’interno della chiesa sono state realizzate tra il 1722 e il 1723. Molto interessanti sono le architetture illusionistiche realizzate da Giacomo e Antonio Francesco Giovannini. Molto apprezzata è soprattutto l’architettura illusionistica realizzata sul presbiterio. La Chiesa di San Martino custodisce importanti opere d’arte, realizzate da Giovanni Antonio Speroni e dal Magatti.

La facciata si caratterizza per un bel portale con modanature sode, e per le decorazioni scolpite di età tardo cinquecentesca-primo secentesca. Del campanile, costruito nel Seicento non rimane alcuna traccia .



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lunedì 20 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN MARTINO A ISPRA

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Il complesso della Chiesa Parrocchiale di San Martino è formato dall'unione di due Chiese, la vecchia che guarda verso il lago e la nuova facciata sulla piazza, sorte rispettivamente nel XVII e nel XVIII secolo, sull'area di un tempio precedente. Le affianca un bel campanile costruito verso il 1680. All'interno della chiesa vecchia si ammirano affreschi seicenteschi. Nella piccola piazza accanto al campanile si trova il monumento che ricorda la figura di Padre Ignazio da Ispra (1880-1935) eroica figura di frate francescano che sacrifico' la sua vita nelle attività missionarie in Brasile.

La più antica era quella di San Salvatore nel 1152. Ma dipendeva da Brebbia il cui Prevosto mandava un prete per il servizio religioso domenicale. Forse questa chiesa sorgeva alla cascina Baraggiola che nel 1500 non era altro che un cumulo di pietre.
Si arriva al 1400 circa per avere notizie più precise di quella Chiesa che sarà poi la Parrocchiale col titolo di S. Martino.
Questa è la prima delle tre Chiese che sorgeranno sulla stessa località dove è l'attuale.
Essendo ormai Ispra da più di duecento anni parrocchia, la prima chiesa alla fine del 1500, e si era fatta piccola e indecorosa per la popolazione che nonostante le misere condizioni ne reclamava un'altra.

Perciò nel 1608 iniziarono i lavori sotto la cura del parroco Homocino della seconda chiesa di S.Martino detta ora Vecchia, essendo stata abbattuta la prima per ordine di S.Carlo con altre chiese minori sparse nel territorio trascurate e pericolanti e le cui pietre e materiale si adoperarono per la costruzione della nuova.
Ma appena un secolo dopo si reputa anche questa insufficiente e si pensa a sostituirla con un'altra più grande e sontuosa, tanto più che il nuovo campanile innalzato nel 1680 sulle basi, però rinforzate, del vecchio che in origine era una torrazza eretta forse per lontane segnalazioni, la sfigurava mettendola in contrasto troppo evidente per cui la vecchia faceva una brutta figura.
I lavori di costruzione per la terza chiesa parrocchiale col titolo di S.Martino iniziatasi nel 1704 dal parroco Terzaghi e continuati con le prestazioni generose del popolo, terminarono nel 1742, essendo parroco Don Garancino. Il parroco Don Giovanni Besozzi nel 1909 la decorava.

Ormai Ispra poteva ben vantarsi della sua bella Chiesa e del suo campanile «elegante e dalla sommità artificiosa» come lo definiva il cardinale Pozzobonelli, Arcivescovo di Milano, nell'occasione di una sua Visita Pastorale, nonché delle sue armoniose campane.



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domenica 19 aprile 2015

IL CAMPANILE DI SAN MARTINO A CASTELVECCANA

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Il Campanile di S. Martino di stile romanico costruito nel XII sec. si trova nel Borgo di Saltirana.

Il campanile di aspetto massiccio, ha pietre a vista in materiale piuttosto grossolano nella parte inferiore, a salire le pietre sono tagliate con cura e disposte in maniera regolare. La canna è percorsa da tre specchiature coronate da gruppi di quattro archetti (cinque nella cornice terminale) formati da piccoli conci in tufo appoggiati su mensoline. Le aperture sono costituite da strette feritoie e al termine da bifore con colonnine su capitelli a stampella.


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