martedì 30 agosto 2016

COSTRUZIONI ANTISISMICHE

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Nel mondo ogni anno si verificano in media almeno un paio di terremoti distruttivi, e il numero delle vittime è superiore a 20mila. Circa un terzo della popolazione mondiale vive in zone esposte al pericolo terremoti, e spesso in case non adeguate a resistere alle vibrazioni del terreno. Il sisma è una reale minaccia per l’umanità intera.

La resistenza ai terremoti è quindi uno dei criteri indispensabili che le costruzioni devono rispettare, sancito anche da specifiche normative.

Sin dagli anni Settanta apposite leggi stabiliscono i requisiti che i progettisti devono rispettare per le nuove costruzioni e per la ristrutturazione di quelle esistenti, ma attualmente il testo normativo più importante in materia è rappresentato dalle “Nuove Norme Tecniche per le Costruzioni”, approvate con il Decreto Ministeriale del 14 gennaio 2008.
Il decreto classifica il territorio della Penisola in zone soggette a differente rischio sismico: si va da quello più elevato della zona 1, a quello ridotto della zona 4.
Il progettista, quindi, deve per prima cosa verificare in che zona si trova l’edificio da costruire o sul quale bisogna intervenire e analizzare le caratteristiche geologiche del sottosuolo.

Per progettare un edificio antisismico, si devono rispettare determinati requisiti di sicurezza, cioè si deve fare in modo che esso sia in grado di evitare i crolli e non subire dissesti gravi.

Per far ciò è indispensabili innanzitutto adoperare materiali di eccellente qualità.
Gli edifici antisismici possono essere costruiti in cemento armato (normale o precompresso), ovvero in calcestruzzo in cui vengono annegate barre di acciaio, opportunamente dimensionate.
L’acciaio utilizzato deve essere inossidabile o al carbornio e le barre devono avere un diametro minimo di 5mm, mentre il cemento dovrà avere una classe di resistenza più o meno elevata, a seconda della zona sismica in cui si va ad intervenire.
Un altro materiale antisismico è il legno, caratterizzato da grande flessibilità e leggerezza, può essere assemblato con adesivi o con giunti meccanici.
Oggi si va infatti diffondendo l’utilizzo di particolari strutture prefabbricate in legno che consentono di costruire edifici resistenti ai terremoti, anche di molti piani, che sono al contempo particolarmente efficienti dal punto di vista energetico ed ecosostenibili.
Anche l’acciaio, materiale duttile, flessibile e riciclabile, si presta alla realizzazione di strutture antisismiche.
Ma tra i materiali “antisismici” contemplati dalle Norme non manca nemmeno la tradizionale muratura. In effetti, ciò che rende resistente un materiale è la sua qualità e la qualità dei leganti e dei collegamenti impiegati, come dimostrano i monumenti antichi che continuano a resistere nel tempo.
Oltre ai materiali, ciò che conta per la realizzazione di un edificio antisismico è il rispetto di determinati requisiti costruttivi. In un edificio in cemento armato, ad esempio, devono essere rispettati determinati rapporti dimensionali tra travi e pilastri, mentre in uno in muratura, bisogna prestare attenzione agli spessori minimi e massimi dei muri portanti.
Molto importante è poi la forma in pianta degli edifici: per resistere alle onde sismiche è opportuno che essa sia quanto più possibile regolare e compatta rispetto alle due direzioni ortogonali.
L’altezza deve rispettare precisi limiti che, anche in questo caso, variano a seconda del grado di pericolosità della zona sismica.
Il costo di un edificio costruito secondo questi criteri può essere superiore del 30% rispetto a uno tradizionale, ma naturalmente l’investimento, oltre che essere importante per l’incolumità degli abitanti, risulta ammortizzato a fronte della minore necessità di spese per eventuali riparazioni o addirittura ricostruzioni dovute a danni da terremoto.
Le stesse norme da seguire per le nuove costruzioni vanno poi rispettate per la verifica e l’adeguamento degli edifici esistenti.

L’Italia è il Paese dell’Europa Comunitaria con il rischio sismico più elevato, e uno dei paesi industrializzati a maggior rischio sismico del mondo. Eppure, la prevenzione è iniziata solo nel 2003, con l’entrata in vigore della nuova normativa sismica e della nuova classificazione sismica del territorio italiano. Prima di quella normativa solo il 45% del territorio era considerato a rischio di terremoto, ora la percentuale è salita al 70%. E prima del terremoto dell’Irpinia, 1980, si riteneva a rischio solo il 25% del paese. Dopo anni di rinvii, la nuova normativa pone l’Italia all’avanguardia dal punto di vista dell’ingegneria sismica. Ma ancora oggi, oltre metà dell’edilizia italiana non garantisce un livello di sicurezza adeguato al territorio in cui è stata costruita.



Per le costruzioni più vecchie i motivi sono in parte dovuti all’evoluzione della normativa e, soprattutto, della classificazione sismica negli ultimi 30 anni. Per le costruzioni più recenti, invece, almeno inizialmente vi è stata un’oggettiva difficoltà da parte del “progettista medio” italiano a recepire le nuove norme, e applicare le più recenti conoscenze antisismiche. Bisogna anche sottolineare che l’ingegneria sismica è una disciplina relativamente giovane in Italia e che nella nostra università perdurano carenze nella formazione di esperti nel campo. Ci vuole tempo, insomma, perché le novità diventino di uso comune. Ma paghiamo il ritardo anche per motivi per così dire specificamente italiani: in Italia i terremoti sono paradossalmente troppo rari. In Giappone, ogni mese c’è una scossa, quindi anche per questioni economiche hanno investito nell’ingegneria antisismica, perché costa meno costruire un edificio antisismico che abbattere e ricostruire ogni volta tutto, o anche solo riparare frequentemente danni subiti dalle pareti interne o dai contenuti di un edificio. Da noi ha la meglio una forma di fatalismo. Il terremoto non è sentito come una reale minaccia: al di là della normativa vigente al momento, spesso sono stati poco curati la progettazione e, soprattutto, la costruzione e i controlli; per le grandi opere, le modalità con le quali sono aggiudicati i lavori di costruzione, che spingono a ribassi che poi si rivelano insostenibili, non favoriscono certamente la scelta dell’impresa migliore, né la qualità della realizzazione; il direttore dei lavori e il collaudatore, per come sono scelti, sono spesso più portati a rispondere alle esigenze dell’impresa di costruzione che a svolgere il loro ruolo di controllo con il dovuto rigore. Infine, spesso anche i privati hanno preferito  piastrelle firmate nei bagni ad accorgimenti costruttivi in grado di aumentare la sicurezza sismica dei loro edifici. In Italia servono fatti eclatanti per smuovere qualcosa: la nuova normativa del 2003 è nata in seguito al clamore destato dal crollo della scuola elementare Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia, con la morte di 27 bambini, durante il terremoto del Molise e della Puglia del 31 ottobre 2002.

Per gli edifici esistenti che non siano strategici o pubblici, la legge non impone né l’adeguamento sismico, né il miglioramento sismico, se non nel caso di lavori che interessino le parti strutturali. La legge si limita a richiedere la progettazione antisismica solo per i nuovi edifici, consentendo, ma non imponendo, l’utilizzazione di dissipatori e isolatori. Ma il vero problema in Italia è l’assoluta mancanza di responsabilità, che permette di costruire con gare da appalto al ribasso senza controlli reali sulla qualità. Perché poi, in caso di errore, nessuno paga. Servirebbe una legge che imponga sempre, almeno in aree significativamente sismiche, il collaudo sugli edifici in corso d’opera, così come già avviene, a partire dal 2003, per gli edifici dotati di isolamento sismico. Questo collaudo deve riguardare tutte le fasi della costruzione, a partire dalle fondazioni, e dovrebbe essere effettuato da un tecnico “terzo”, che non risponda all’impresa di costruzioni, veramente esperto di ingegneria sismica. E sanzioni per chi non rispetta le norme.



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