venerdì 30 ottobre 2015

L'INFINITO

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« Solo due cose sono infinite, l'universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima. »
(Albert Einstein)

Il senso dell'infinito si può già comprendere guardando anche solo il cielo immaginando che lo spazio del cosmo non finisca mai. Alcune illusioni ottiche possono far pensare, per un errore dei sensi o di traduzione del cervello, che ciò che si sta osservando sia infinito, anche la religione ha avuto a che fare con il concetto di infinito fin dai tempi antichi.

Il simbolo dell'infinito rappresenta l'anello di congiunzione spazio-temporale che unisce i vari punti dell'esistenza in un continuo evolversi senza fine, due cerchi (il cerchio rappresenta lo spirito ma anche i cicli della vita come anche il tempo senza fine, come il segno dell'inifinito matematico) che si susseguono senza sosta uno dopo l'altro, a rappresentare la materia che segue lo spirito, lo spirito che segue la materia, generazione dopo generazione. L'otto rappresenta la materia sublimata, formato da 4+4 (il quattro rappresenta simbolicamente la materia poiché indicato dal quadrato che rimane sempre uguale a sé stesso, anche cambiando lato di appoggio, esattamente come la materia è sempre uguale, seppure differente sotto certi aspetti, a sé stessa). Il due volte 4 indica che la materia si ripete anche nel mondo spirituale nel quale trova la sua sublimazione elevata per raggiungere la perfezione.

La grande tradizione della cultura occidentale è caratterizzata fino al Seicento da una visione finitistica: l'universo è finito, ha un diametro molto grande, però è finito.

Una prima rivalutazione dell'infinito si ha con il Romanticismo. Il Romanticismo intese il concetto di ragione come una forza infinita (cioè onnipotente), che abita il mondo e lo domina, e perciò costituisce la sostanza stessa dei mondo. Fichte per la prima volta identificò la ragione con l'Io infinito o Autocoscienza assoluta e ne fece la forza dalla quale l'intero mondo è prodotto. L'infinità in questo senso era una infinità di coscienza o di potenza, non un'infinità di estensione o di durata. Hegel, invece, contrapponeva al falso infinito o cattivo infinito, che è diverso dal finito cioè dalla realtà e si contrappone ad esso e cerca di trasformarlo o di superarlo, il vero infinito, che si identifica con il finito stesso cioè con il mondo e si realizza in esso e per esso. Questo infinito è un principio spirituale creativo: quello che Fichte chiamò “Io”, Schelling “Assoluto”, e Hegel “Idea”. Comunque lo si chiami, tuttavia, il principio infinito è unanimemente considerato dai romantici come coscienza, attività, spontaneità, libertà, capacità di creazione incessante. D'altro lato tuttavia può essere inteso in due modi.



L'infinito fu inteso come attività libera amorfa, tale che si pone continuamente al di là di ogni sua determinazione. In questo senso l'infinito viene inteso come sentimento. Schlegel infatti interpretava l'infinito come al di fuori e al di sopra della razionalità, come infinità di sentimento. Ma se l'infinito è sentimento, esso si rivela meglio nell'arte che nella filosofia: giacché la filosofia è razionalità e l'arte appare invece ai romantici come espressione del sentimento. Schelling ritenne appunto che la migliore manifestazione dell'Assoluto, si avesse nell'arte e che perciò l'esperienza artistica fosse per l'uomo a solo mezzo efficace per avvicinarsi all'Assoluto.

Per i romantici, dunque, l'oggetto della conoscenza filosofica è il principio che essi chiamano Assoluto, ossia ciò che esiste incondizionatamente, fondamento del divenire cosmico; tutta la filosofia romantica si preoccupa di fornire le modalità attraverso cui giungere alla conoscenza di questo principio. L'uomo arriva alla comprensione dell'Assoluto attraverso la comunione empatica, una modalità conoscitiva secondo cui è possibile conoscere una determinata cosa perché siamo fatti della stessa sostanza. Tanto noi, quanto la Natura siamo fatti di Assoluto: lo possiamo cercare in noi, come un qualche cosa che ci appartiene, oppure lo si può ritrovare nella Natura: il filosofo romantico scorge in essa i segni, li interpreta con l'aiuto della sua emotività, facendosi guidare dal sentimento dello Streben, un perenne tendere, una tensione che lo spinge a trascendere se stesso, i suoi limiti derivanti dall'essere fisico, ma che non approda ad alcuno sbocco, perché le esperienze umane sono tutte finite. Da qui la Sehnsucht, lo struggimento, il "desiderio dei desiderio": "un desiderio che non può mai raggiungere la propria meta, perché non la conosce e non vuole o non può conoscerla, un desiderio irrealizzabile perché  indefinibile, un desiderare tutto e nulla ad un tempo" (L. Mittner). Ogni romantico dunque ha sete di infinito; e quello struggimento, che è desiderio irrealizzabile lo è proprio perché ciò che in realtà brama è l'Infinito. Ora, la filosofia deve cogliere e mostrare il nesso dell'infinito coi finito, l'arte lo deve realizzare: l'opera d'arte è l'Infinito che si manifesta nel finito.

Tutte le filosofie romantiche pongono l'Assoluto come un movimento dinamico, un flusso: è il movimento che dà origine alle cose, che ci fa esistere. Tutto dunque nasce da un movimento illimitato a limitato, nasce perché l'infinito si limita: è da questa infinita limitazione che nasce il movimento dell'Assoluto. L'Assoluto quindi attiva continuamente i suoi meccanismi per dirigersi verso il limite e superarlo.



I filosofi che aderirono all'idealismo tedesco, cioè alla tendenza che identifica la realtà con l'io, mentre il mondo esterno è qualificato come non-io, svilupparono notevolmente questo concetto. Fichte ha accentuato l'elemento della soggettività (io): l'atto fondamentale dell'io è la sua scissione in io e non-io, superando la quale l'io giunge di nuovo a sé. Scrive Fichte: "In quanto è Assoluto l'Io è infinito e illimitato. Esso pone tutto ciò che è; e ciò che esso non pone non è” In questo senso Fichte esalta l'assoluta libertà dell'uomo (dell'io) e la sua capacità di dare forma e legge al mondo. L'agire morale dell'uomo è il suo incessante sforzo di superare il finito.

Schelling supera la concezione fichtiana della natura come limite che l'io pone a se stesso, nel processo del proprio autosuperamento: per lui la natura è invece un primo stadio della vita dell'Assoluto o Spirito. La natura si evolve a partire da uno stadio privo di consapevolezza, verso forme più complesse, fino a raggiungere la piena consapevolezza di sé. Essa è la preistoria dell'io, qualcosa che è in intima comunione con lo Spirito. Organo dell'Assoluto è l'arte: nell'arte, infatti, si rivela l'intima unione di ciò che appare erroneamente separato: natura e storia, azione e pensiero. Nell'opera l'artista rappresenta "un'infinità, che nessun intelletto finito è capace di sviluppare interamente".

Con Hegel il nodo centrale della filosofia diventa il problema di temporalizzare l'Assoluto, di farlo entrare nei processi storici. La storia è allora la progressiva ascesa dello Spirito verso la coscienza di sé, verso lo Spirito Assoluto. L'uomo può conoscere l'Assoluto, può innalzarsi fino ad esso: deve prima però superare le finitezze della coscienza, ed elevare in tal modo l'io empirico a lo trascendentale, a Ragione e Spirito. La Fenomenologia dello Spirito è stata concepita esattamente allo scopo di purificare la coscienza fenomenica e di innalzarla fino al Sapere assoluto. Essa è la via filosofica che conduce la coscienza finita all'Assoluto infinito, e coincide con la via che l'Assoluto stesso ha percorso per giungere fino a sé. Si può dire che nella Fenomenologia, intesa come la via che porta all’Assoluto, l'uomo risulta coinvolto non meno  dell'Assoluto medesimo. Infatti non esiste nell'orizzonte hegeliano il finito staccato dall'infinito, il particolare separato dall'universale, e quindi l'uomo non è staccato e separato dall'Assoluto, ma ne è parte strutturale e determinante, perché l'infinito hegeliano è l'infinito che si fa mediante il finito. L'Assoluto infatti si attua e si realizza come superamento del finito stesso. L'itinerario fenomenologico procede secondo una dialettica di progressiva negazione della fase precedente; tre sono le tappe di questo viaggio, che corrispondono ai tre momenti della tesi, antitesi e sintesi. Inizialmente la coscienza ha consapevolezza della sua sola esistenza; resasi conto dell'inadeguatezza di questa sua determinazione, la coscienza nega il suo essere tale e diventa autocoscienza: ora è in grado di percepire le altre coscienze. L'ultima fase è invece quella in cui l'autocoscienza arriva alla consapevolezza di essere Spirito; quest'ultimo passaggio è mediato dau'arte, dalla religione e finalmente dalla filosofia, che in quanto specchio dello Spirito, permette di giungere all'Assoluto.

Lo Spirito infinito di Hegel è come un circolo in cui il principio e la fine coincidono in maniera dinamica: il punto iniziale è la tesi, il movimento circolare è l'antitesi e i due momenti vengono unificati nella sintesi. L'inizio coincide con la fine perché riattraversa la tesi che è stata arricchita da una negazione, perciò il particolare è risolto nell'universale, l'essere nel dover-essere e il reale nel razionale. L'infinito di Fichte, che può essere visto come una retta in cui l'ostacolo viene spostato e non superato, è per Hegel un cattivo infinito o falso infinito, poiché resta un processo irrisolto, in quanto non raggiunge un fine, uno scopo e l'essere e il dover-essere rimangono scissi. Per questo Hegel affermò che Fichte fosse arrivato solo a una scissione tra lo e non-lo, tra Soggetto e Oggetto, tra finito e infinito; per Hegel invece il vero infinito è un infinito della ragione, non dell'intelletto, il quale non è una retta, ma un circolo, o meglio un processo circolare-. il processo dialettico. Tutta la dialettica di Hegel è continuamente il gioco di sfondare tutto ciò che è finito, di risolverlo in un orizzonte di infinitezza.



Marx muoverà inizialmente la sua filosofia sulla critica al concetto di Assoluto hegeliano: considerato una costruzione astratta che non tiene conto dei fatti in cui agisce l'uomo, Marx distrugge ogni fondamento metafisica. Per lui la storia è solo prassi, principio materiale che corrisponde all'azione degli uomini: venuta a cadere la giustificazione metafisica dell'Assoluto, gli eventi storici risultano frutto di meccanismi terreni, fisici.

Kierkegaard, invece, recupera il concetto di infinito, legandolo però a un ambito decisamente religioso. L'uomo, ente finito, è consapevole di questa sua finitezza e cerca di trascenderla, di superarla. La singola esistenza ha profonda coscienza di essere un'entità finita, destinata perciò a concludersi e a morire. Per sfuggire a questa condizione, il singolo segue l'esempio religioso. La religione, infatti, è la sola che può aprire uno spazio verso l'infinito, altrimenti lontanissimo e irraggiungibile dall'uomo. Mondo reale e mondo infinito non sono in comunicazione costante come in Hegel; sono invece separati, in quanto il primo è proprio dell'uomo, il secondo, invece, della Divinità. Proprio lo spazio dei religioso assume un senso tragico: l'uomo ricorre alla religione per sfuggire alla sua finitezza, per raggiungere l'infinito. Ma il rapporto con la divinità è un rapporto costantemente impari, perché mette l'uomo di fronte al suo essere finito. Ne nasce un sentimento di disperazione cui l'uomo cerca di porre rimedio. Prova dapprima ad accettare se stesso, e quindi la sua finitudine. Ma questo determina una contrapposizione con l'infinito, cioè con Dio, comporta l'eliminazione dei Divino-. l'uomo va allora verso il nulla, verso la morte, e la disperazione non cessa. L'alternativa è cercare di rinunciare a se stesso per coniugarsi con il divino; ma l'uomo non è in grado di sconfiggere la sua finitudine e di divenire infinito. La disperazione quindi non cessa.





I PENSIERI NEGLI OCCHI

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La comunicazione verbale rivela solo una piccola parte di quello che esprimiamo di continuo. Normalmente, le nostre parole passano per alcuni filtri, ovvero i condizionamenti sociali o le circostanze. Per questo, non sempre le parole comunicano tutto quello che vogliamo dire. Qualcosa di diverso succede con gli occhi, non a caso qualcuno li ha definiti “lo specchio dell’anima”.

Il linguaggio degli occhi è fondamentalmente inconsapevole. Quasi nessuno riesce a mantenere il controllo sugli occhi e tanto meno può decidere il raggio di apertura delle proprie pupille o il grado di umidità degli occhi. Questi piccoli dettagli rivelano moltissime informazioni su ciò che realmente accade nella nostra testa. 

Le pupille generano dei messaggi molto sottili ed è per questo che, in genere, non vengono percepiti. Tuttavia, le pupille hanno un loro alfabeto che è possibile decifrare. L’aspetto più visibile è la dimensione, la quale cambia a seconda delle circostanze, senza che possiamo controllarlo.

Normalmente le pupille si dilatano se ci troviamo di fronte a qualcosa o qualcuno che ci piace e che accettiamo senza riserve. Evidentemente, diventano più grandi anche quando la luminosità è scarsa o abbiamo difficoltà a visualizzare qualcosa. Tuttavia, se le condizioni di illuminazione e visibilità sono normali, la dilatazione della pupilla è segno di piacere e attrazione.

Vale anche il contrario, ovvero quando ci troviamo davanti a qualcosa che scatena in noi rifiuto o timore, le pupille tendono a contrarsi. Le pupille piccole rivelano ostilità o cattivo umore, anche se non stiamo guardando direttamente l’oggetto che è fonte di queste emozioni.

È probabile che da centinaia di anni esista questa conoscenza in maniera intuitiva. Le prostitute cinesi ed egiziane dell’antichità utilizzavano la pianta di belladonna per aumentare la dimensione delle pupille quando dovevano incontrare i loro clienti. Pensavano che questo le rendesse più desiderabili.

Per quanto riguarda le pupille contratte, è facile osservarle in tutte le persone pronte ad attaccare. Oltre a socchiudere gli occhi, se osserviamo attentamente, noteremo anche che il diametro delle loro pupille diminuisce.



Gli occhi sono in continuo movimento, anche quando dormiamo. Normalmente, si tratta di piccoli movimenti delle palpebre o del bulbo oculare, piuttosto difficili da percepire. Nonostante ciò, esistono anche movimenti più espliciti che hanno permesso di identificare quello che si nasconde dietro questa dinamica.

Se gli occhi si muovono verso l’alto e si inclinano verso destra, probabilmente sono stati avviati i meccanismi della memoria del cervello. Il movimento denota la rievocazione di un dato o di una situazione passata. Se, al contrario, si muovono verso l’alto e verso sinistra, di sicuro si sono attivate le funzioni creative relazionate all’ambito visivo.
Questo movimento si verifica quando captiamo un’immagine che ci risulta sorprendente.

Orientare gli occhi verso il basso significa che siamo entrati in un processo di introspezione. Se lo sguardo è rivolto verso sinistra, di sicuro è perché stiamo valutando una situazione o un messaggio. Se lo sguardo si sposta verso destra, è segno che stiamo portando a termine un processo di memoria legato a delle sensazioni fisiche.

Muovere gli occhi verso sinistra è segno che si è attivato un processo creativo. Muoverli verso destra, invece, indica che è in atto un processo di memoria. In entrambi i casi, si tratta di esperienze legate ai suoni.

Questi sono solo alcuni esempi dell’enorme universo che è la comunicazione non verbale. Anche se sono utili per svelare tutto quello che dicono le persone con cui stiamo parlando, forse hanno più un valore aneddotico perché riescono solamente a rivelare alcune informazioni isolate riguardo a quello che c’è nel nostro cervello.

Gli occhi nella cultura cinese sono chiamati “le finestre della mente”. Fintanto che la finestra è aperta i maestri della fisionomica cinese ritengono di essere in grado di leggere nella mente della persona. Gli antichi esperti cinesi, che a mio parere erano anche un po’ superstiziosi, ritengono che gli occhi di drago possiedano il massimo delle qualità: creatività, vitalità, lungimiranza, potere, autorità e sono riscontrabili nei grandi leader. Gli occhi di drago sono grandi con palpebre doppie e rotonde, i margini inferiori piegati all’insù e le pupille sono molto grandi. Questi occhi che richiamano il mitico dragone cinese sono ritenuti potenti, affascinanti e luminosi. Questo tipo di occhi sono i più desiderabili dai cinesi.

“la lucerna del tuo corpo è il tuo occhio. Se il tuo occhio è semplice,anche il tuo corpo è illuminato, ma se il tuo occhio è guasto, anche il tuo corpo è tenebroso…Se dunque tutto quanto il tuo corpo è illuminato, senza lacuna parte oscura, sarà illuminato completamente come quando la lucerna ti illumina con il suo splendore” (Lc 11,34 ss).

Ciò che caratterizza l’essere umano è la comunicazione con l’ambiente circostante che si realizza attraverso gli organi sensoriali e motori. L’occhio è al primo posto, tra i recettori, a causa della sua mobilità espressiva tanto da essere detto: “specchio dell’anima”.

Gli occhi grandi che aderiscono alle cose: essi sono vivaci e brillanti, hanno una presa attiva sugli oggetti e sono caratteristici del temperamento sanguigno.



Gli occhi grandi, pacifici, spenti, un po’ sognanti, senza brillantezza, sono caratteristici del temperamento dei flemmatici, che sono portati ad osservare l’ambiente senza particolari incentivi all’azione.

Gli occhi piccoli, semichiusi, quasi l’individuo si fosse svegliato dal sonno in quel momento. Questi occhi sono quasi rivoli all’interno a contemplare la realtà interiore. Sono gli occhi dei melanconici, inclini alla riflessione ed al pensiero anche astratto, o alla forma artistica.

Gli occhi tonici, piccoli, a volte ridotti ad una fessura che sprizzano energia, volontà di dominio, ascetismo e d attitudine al comando. Sono gli occhi del temperamento collerico.

Lo sguardo tonico mantiene l’azione sulla linea di ciò che ha deciso la personalità; questo frena gli eccessi. Contrariamente lo sguardo atonico no ha questa capacità di inibizione e lascia libero corso a tutti gli impulsi della vita affettiva e istintiva.

Occorre però guardarsi dal giudicare la tonicità positiva e l’atonia negativa.

Ambedue gli aspetti hanno elementi positivi. Comunque gli estremi sia di un tipo che dell’altro hanno un valore negativo. Ad esempio l’ipertonia può denotare uno squilibrio della personalità; occorre comunque tener conto anche degli altri elementi del volto, in quanto la legge dell’armonia tende a compensare eventuali debolezze della personalità.

Secondo gli orientali gli occhi rappresentano nella loro complessità le condizioni del fegato e rivelano la situazione del sistema nervoso.

Nello stadio di sviluppo del feto gli occhi si trovano ai due lati come nei pesci. Se lo sviluppo dell’embrione in questa fase è anomalo, gli occhi resteranno distanti tra loro e questo denota una minore vitalità nel soggetto.

Gli occhi piccoli e tondi rivelano un sistema nervoso robusto, quindi una persona ricca di vitalità con una costituzione piuttosto robusta. Gli occhi grandi invece indicano una persona con scarsa vitalità e una costituzione piuttosto debole.

Se lo sguardo di un individuo non è, si pure limitatamente mobile, ma è irrigidito e fisso, indica che il soggetto è paralizzato da uno spavento piuttosto serio. Se questa situazione è transitoria, il sintomo è meno grave e potrà tornare in breve tempo alla normalità dello sguardo. Se invece gli occhi sono sgranati e lo sguardo è fisso in un punto lontano, tale situazione esprime una predisposizione abituale all’angoscia.

In determinati casi l’individuo è calmo ma ha gli occhi infossati e lo sguardo fisso, quasi folgorato da un’idea maniacale o da un pensiero persistente, che assorbe la persona fino al limite del fanatismo delirante. Questo sguardo è caratteristico di persone che sono pronte al suicidio per un’idea fissa o per un’ossessione. Se osserviamo individui cosiddetti “martiri”, che si sono immolati come kamikaze, troviamo questa fissità preoccupante negli occhi.

In qualche caso lo sguardo è inquieto e l’individuo ha gli occhi da animale braccato, quasi terrorizzato. Questo può essere uno dei sintomi di ipertiroidismo.

L’occhio che devia è determinato dal fatto che uno degli occhi non riesce a mantenere il parallelismo e devia verso l’esterno. Non si tratta di strabismo, ma del cosiddetto “occhio storto” o “strabismo di Venere”.
Il fenomeno è indice di grave astenia mentale, di persone soggette a stati depressivi periodici. Di solito si tratta di una deviazione che si verifica da un giorno all’altro e può anche migliorare; talvolta ritorna al parallelismo originario, soprattutto se sono superati i problemi che hanno portato allo stato depressivo. In qualche raro caso questa anomalia è congenita. Pur essendo meno grave nel caso di occhio storto congenito, indica comunque un’indole incline agli stati depressivi.



L’astenia dello sguardo può essere costituzionale, se si tratta di sguardo atonico e è indice di indole introversa ma normale.

Se invece si tratta di una vera astenia dello sguardo e non solo di mancanza di brillantezza, ma si tratta di uno sguardo spento, quasi cupo, secondo Corman è sintomo di “reazione difensiva contro l’esaurimento nervoso”, che non tarderà ad arrivare se l’individuo oltrepassa le proprie energie continuando l’attività stressante. È necessaria una particolare attenzione all’astenia dello sguardo dei bambini. Essa può essere confusa con la dolcezza dello sguardo. Questi bambini vengono spesso catalogati come disattenti a scuola, con profitto scarso, nonostante il livello di intelligenza. Gli insegnanti li classificano come pigri e disattenti ignorando il dramma che spesso sta dietro questi sguardi astenici.

Comunemente si pensa che quando una persona sta mentendo, tende a non guardare negli occhi. In parte è vero, d’altra parte però chi dice una bugia tende a tener lo sguardo fisso per mascherare l’inganno. “Occhio”, dunque – in un doppio senso – agli eccessi. La chiave per scoprire la verità è proprio lì davanti a voi.




mercoledì 28 ottobre 2015

FERRERA ERBOGNONE

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Ferrera Erbognone è un comune situato nella Lomellina meridionale, sul torrente Erbognone, affluente dell'Agogna.
Ferrera fu sempre legato al vicino Sannazzaro de' Burgondi, appartenendo probabilmente fin dal 1000 circa ai nobili Sannazzaro. Nel 1250 è citato nell'elenco delle terre appartenenti al dominio pavese; seguì poi le sorti del feudo di Sannazzaro, signoria dei Malaspina a partire dal 1466. Ferrera risultava unito al comune di Sannazzaro ancora all'inizio del XVII secolo, divenendo autonomo verso la metà del secolo. Nel 1806 a Ferrera fu unito il comune di Cascina Confalonera. Nel 1863 assunse la denominazione di Ferrera Erbognone.

Cascina Confalonera: grande cascina situata a nordovest di Ferrera, costituiva nel XVIII secolo un comune, con il nome di Cascina Confalonera con Cascina Ardizzi. In effetti Cascina Ardizzi (poi detta Casalino, e che costituisce la parte orientale della attuale Confalonera) era un luogo più antico, già nominato come comune nel XVII secolo e ancora all'inizio del successivo; Confalonera prevalse successivamente e oggi il nome indica entrambe le cascine. Entrambe seguirono le sorti di Ottobiano, e solo nel 1806 il comune, abolito, fu aggregato a Ferrera.

Le versioni sull’origine del nome sono discordanti. Anche l’acqua avrebbe avuto qualità straordinarie, in grado di temprare il ferro (ferraria aqua). Nel 1874, invece, don Carlo Calvi sosteneva che Ferrera derivasse da Giove Feretrio, divinità del mondo romano che qui sarebbe stata adorata con particolare intensità. Anche nel Settecento padre Antonio Portalupi ipotizzava un’etimologia latina: Ferrera avrebbe sopportato (a ferendo) per lungo tempo le frequenti esondazioni del torrente Erbognone.
Il secondo toponimo, Erbognone, deriva chiaramente dall’omonimo torrente che attraversa il territorio comunale da nord a sud. Il corso d’acqua assume il nome Erbognone solo nell’ultimo tratto, proprio in territorio di Ferrera: più a nord è noto come Arbogna, dal nome gentilizio latino Albonius. In alcune cartine topografiche del Settecento il borgo è individuato come Ferrera d’Arbogna. Molto spesso il paese è identificato anche come Ferrera Lomellina, come testimoniato ancora oggi dalla stazione ferroviaria della linea Pavia-Torre Beretti-Valenza-Alessandria, inaugurata nel 1862.


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DORNO

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Dorno è un comune situato nella Lomellina centro-orientale, ad alcuni chilometri dal Po e dal Ticino, alla sinistra del Terdoppio.

Dorno sorse sulla strada romana, rettilinea, che collegava Pavia (Ticinum) a Lomello (Laumellum), proseguendo per Torino e le Gallie. L'Itinerarium Burdigalense, a differenza di altri che citano solo Ticinum e Laumellum, nomina tra di essi anche Duriae, che non può essere che Dorno, posto proprio a metà strada. Probabilmente il nome in questa forma è un ipercorrettismo influenzato dal nome dei fiumi Duria (Dora), verso le cui valli puntava la strada; dato l'esito moderno infatti è più probabile che il luogo si chiamasse "Durnae". Lo stesso Itinerario precisa che si trattava di una mutatio, cioè di un luogo per il cambio dei cavalli. Pur non citandolo, è probabile che a esso si riferisse Ammiano Marcellino quando (Storie, XV.8.18), narrando che l'imperatore Costanzo II aveva dato in sposa la sorella Elena al cugino Giuliano, precisa che lo aveva accompagnato da Milano fino a un luogo duabus culumnis insignem tra Lomello e Pavia, da cui Giuliano proseguì direttamente per Torino.

Probabilmente nell'alto medioevo il paese si trovava al confine tra le contee di Pavia e di Lomello, ed ebbe propri signori; caduta poi tutta la Lomellina sotto il dominio pavese, fu sede di podesteria. Dopo alcune discusse infeudazioni in epoca viscontea, fu concesso nel 1450 da Francesco I Sforza in feudo ad Antonio Crivelli, i cui discendenti manterranno poi sempre la signoria (eretta a Contea nel 1760) su Dorno, salvo una breve parentesi durante l'occupazione francese all'inizio del XVI secolo (essi erano anche feudatari di Lomello). Nel 1713 passò con tutta la Lomellina sotto il dominio dei Savoia, e nel 1859 entrò a far parte della provincia di Pavia.

Secondo alcuni storici, Dorno avrebbe origini etrusche, in quanto la sua etimologia verrebbe da un certo "Horn", che era un condottiero del popolo etrusco.

A pochi metri dalla piazza centrale si trova la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, costruita sulle fondamenta di una antica fortificazione. L'attuale costruzione, iniziata nel 1848 sui resti della chiesa precedentemente abbattuta, viene ultimata attorno al 1880. All'interno, da segnalare una tela "Mater amabilis" del Fontazza, posta nella cappella che raccoglie le reliquie di Sant'Eufemia, affidate alla parrocchia di Dorno dall'arcivescovo Scarpardini. In varie parti della chiesa si trovano affreschi del pittore Garberini di Vigevano e di altri. In prossimità di una vetrata artistica rappresentante una sepoltura, un affresco di Mazzucchi, raffigurante Cristo Re, copre una pregevole pittura del Bialetti.

Nella piazza di San Rocco sorge l'omonima chiesa risalente al 1560; i suoi affreschi, opera di Biagio Canevari di Dorno, risalgono ai primi del novecento. Alla periferia del centro abitato, adiacente al cimitero, vi è inoltre il settecentesco santuario della Madonna del Boschetto, dotato di un pregevole altare in marmo.

Patrono del paese è San Bartolomeo, la cui festa ricorre la seconda domenica di ottobre; in tale circostanza viene assegnato l'annuale premio di pittura intitolato a Biagio Canevari. L'ultima domenica di luglio si svolge la Festa di Sant'Anna, ancor oggi molto cara agli abitanti di Dorno.


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COZZO LOMELLINA

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Cozzo è un comune situato nella Lomellina occidentale, a breve distanza dalla riva sinistra del Sesia

Il piccolo paese è l'antico municipio romano di Cuttiae, capoluogo della regione Cottuta, che secondo lo storico Strabone si spingeva fino a Pavia, e importante stazione di sosta su una delle più frequentate vie per le Gallie. Da qui si poteva raggiungere Torino, seguendo il corso del Po, per poi proseguire per il Moncenisio e la Provenza, oppure dirigersi verso Vercelli, Ivrea ed Aosta ed attraverso il Colle del Gran San Bernardo raggiungere la Borgogna. La sua fama come luogo di transito è documentata dal ritrovamento di una pietra miliare in granito, posta al tempo dell'imperatore Antonino Pio (I secolo d.C.), ma soprattutto dalle citazioni sui più famosi itinerari dell'antichità (Itinerario Antonino, Vasi di Vicarello) e sulla tavola Peutingeriana, una copia medievale di un'antica carta della rete stradale romana. L'Itinerarium Burdigalense precisa che si trattava di una mutatio, cioè non di un luogo destinato alla sosta notturna ma solo al cambio dei cavalli, intermedio tra le mansiones, luoghi di sosta, di Lomello e Rigomagus (forse Trino).

Nel medioevo fu conteso tra i conti Palatini di Lomello e l'episcopato di Vercelli; nel 1164 passò sotto la dominazione di Pavia (è citato però solo nel 1191 nel relativo diploma di Enrico VI); questo però non risolse l'antica contesa che proseguì nel XIII secolo. Nel 1465 divenne signore di Cozzo il consigliere ducale Pietro Gallarati, signore anche di Sant'Angelo Lomellina. La signoria dei Gallarati (Gallarati Scotti dal 1729) durerà fino alla fine del feudalesimo (1797). Cozzo, con tutta la Lomellina, entrò a far parte dei domini dei Savoia nel 1707, e nel 1859 fu incluso nella provincia di Pavia. Nel 1890 venne aggregata a Cozzo la frazione Celpenchio.

Celpenchio (CC C451), noto fin dal medioevo, è citato come Cerpente nel diploma del 1164 con cui Federico I assegnò a Pavia il dominio sulla Lomellina; come Cerpenclium appare nell'elenco delle terre pavesi del 1250. Attorno al 1400 aveva signori propri, ma nel 1465 fu infeudato, insieme a Cozzo, a Pietro Gallarati. Da allora condivise le sorti di Cozzo. Rimase un comune autonomo fino al 1869, quando fu soppresso e unito a Castelnovetto; nel 1890 fu unito a Cozzo.

Il Castello, compatto e poderoso, a pianta quadrilatera, si eleva nella periferia nord-occidentale del paese. Come per gran parte delle rocche della regione, non è possibile ipotizzarne la data di costruzione. Per il suo aspetto generale e per la tecnica costruttiva delle opere murarie sembra poter risalire al secolo XI. La torre nell'angolo sudorientale, per contro, presenta, a tre quarti dell'altezza, una triplice cornice decorativa, del tipo cosiddetto "a denti di sega", caratteristica delle costruzioni di età viscontea; questa e altre incongruenze stilistiche sono da ascrivere a un rimaneggiamento di rilevante entità effettuato nel periodo rinascimentale o poco prima. L'edificio inoltre è poco sviluppato in pianta in rapporto all'altezza, una particolarità non comune in Lomellina, riscontrabile unicamente nel castello di Tortorolo ove, come qui, è evidente un sopralzo dell'intero edificio avvenuto in epoca imprecisabile. Successive al Rinascimento sono altre modifiche che hanno interessato, nel numero e nello stile, le aperture preesistenti; tali modifiche non hanno però alterato l'aspetto generale del monumento, che dunque è pervenuto integro (quanto meno nella situazione rinascimentale) ai giorni nostri. Da un robusto rivellino, un tempo munito di ponte levatoio e in cui si apre un ampio portone, si accede all'antico ricetto, dal cui cortile, tramite un ponte in muratura, si entra nel maschio. Anche in questo caso l'ingresso è inserito in un ulteriore poderoso rivellino, addossato al corpo principale del castello, in cui sono tuttora visibili (come nel rivellino del ricetto) le sedi dei bolzoni, mentre è parzialmente murata la pusterla. Sul lato meridionale, nella parte sinistra della torre angolare, è osservabile un affresco con le armi dei signori del luogo. Alla sommità i muri perimetrali sono coronati da merli ghibellini, tra i quali si intravedono le sagome di alcuni comignoli di gusto classico, ma di moderna costruzione. All'interno molte e vaste sale conservano i soffitti originali a cassettoni di legno; vi si può ammirare, inoltre, un prezioso affresco monocromo che raffigura un evento storico ivi accaduto nel 1499: l'incontro tra il re di Francia Luigi XII e Pietro Gallarati; con il regale ospite si possono riconoscere numerosi altri personaggi del suo seguito, tra cui il cardinale Giorgio d’Amboise, gran Cancelliere del ducato di Milano, già arcivescovo di Rouen e proprietario, tra l'altro, del castello di Sartirana e di vaste terre nella regione. Nelle sale del castello sono pure conservate tele di notevole valore. Le attuali condizioni del complesso sono ottime grazie ai restauri fatti eseguire negli ultimi decenni dalla comunità di Mondo X, che vi è ospitata e ne cura tuttora la conservazione.

La chiesa parrocchiale di Cozzo fu costruita nel 1863 e restaurata nel 1962 da don Bernardo Merlo. E’ dedicata a S. Vittorino, Vescovo e Martire, la cui festa viene celebrata la prima domenica di settembre
Il paese vanta due importanti cappelle: la prima dedicata a Maria Mater Misericordiae”, ricavata dall’ossario del 1500; la seconda è una cripta sottostante la casa di preghiera.



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CONFIENZA

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Confienza è un comune situato nella Lomellina nordoccidentale, presso la riva sinistra del Sesia.

Confienza appartenne al Vescovo di Vercelli dal 999 per donazione di Ottone III. Condivise poi le sorti del vicino Robbio, appartenendo ai Signori di Robbio, e mantenendosi nell'alleanza con Vercelli nonostante le pressioni di Pavia. Quest'ultima solo nel 1220 ne ebbe il dominio da Federico II, senza che cessassero le contese con Vercelli.

Nel 1250 è citato nell'elenco delle terre pavesi. Nel secolo successivo, divenuto sede di podesteria, divenne possesso dei Beccaria di Pavia. Nel 1431, sotto i Visconti, viene infeudato ad Alberico da Barbiano insieme a Belgioioso. Nel 1464, sotto gli Sforza, è dato a Fioramonte Graziani. All'epoca dell'occupazione francese del Ducato di Milano, viene in potere di Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano.

Nel 1532 viene staccato dal Principato di Pavia e incluso nel Contado di Vigevano o Vigevanasco. Ritorna comunque ai principi Barbiano di Belgioioso, cui rimane fino all'abolizione del feudalesimo (1797).

Nel 1743 Confienza, con tutto il Vigevanasco, entra a far parte dei domini dei Savoia, cui già dal 1707 apparteneva la Lomellina (in questo periodo quindi Confienza fu un luogo di confine). Nel 1859 fu aggregato alla provincia di Pavia.

Risalgono all'epoca di Giacornino e Pantaleone i due affreschi che adornano la casa ritenuta per antica tradizione il Lazzaretto, ora proprietà dei fratelli Radaelli. Quasi scomparso, per le tinteggiature sovrapposte, il dipinto del cortile nord (si intravede solo un volto di Madonna), sopravvive relativamente risparmiato dal tempo e dalle intemperie quello del cortile sud, a contorno rettangolare, occupa una superficie di circa 5 metri quadrati.
Con delicato senso decorativo dominano al centro sul tronetto le soavi immagini della Vergine e del Bambino e negli scomparti laterali le assorte figure dei Santi Agostino e Rocco.
Ne è tratto così, pur senza la suggestione dello sfondo un complesso ambientale raffinato e armonico.
A destra, lungo il bordo superiore, una iscrizione latina, reca l'indicazione dell'anno e un cristiano augurio di pace: (1496 primo die iunie pax huic domui).
Per grazia di forma e di sentimento l'opera si inserisce degnamente nella corrente artistica del quattrocento lombardo-piemontese, risentendo il nuovo influsso del milanese Boniforte Oldoni, trasferitosi verso il 1460 a Vercelli.
Pure alla scuola vercellese i critici moderni attribuiscono la pala della Crocifissione venerata nella Chiesuola dietro al maggior altare.
Si rinvenne insieme con altre pregevoli pitture del secolo XV, il 2 agosto 1889 nel corso dei lavori di restauro intrapresi dal compianto pievano Teologo Francesco Garrione. La ricopriva il quadro della Madonna del Carmelo ordinato l'8 agosto 1598 dalla compagnia del Rosario.
Lo sfondo, appena accennato a destra da una catena di colli, che si allontanano sotto un cielo velato di nubi, accentua il tono e la solitudine della scena.
La Croce occupa il centro prospettico della composizione. Un tragico colloquio pare crearsi e un dolore esasperato esplodere dalle membra spente del Cristo. Alla Vergine e a Santa Maddalena la morbida rotondiià delle linee, la pacata espressione del gesto, la smorzata vivacità del colore, le ampie pieghe delle vesti conferiscono una dignità grave e melanconica.
L'affresco, collocato per municifenza di alcuni eletti cittadini Confienzesi come attesta l'epigrafe "Baptista Ferr... Antonius Pasagius, Mattea e Maddalena De Faletis iussu qua Bartolomei Faleti hoc opus fieri fecert anno 1583 die 9 augusti", appartiene esteticamente al tardo stile di Bernardino Lanino (1510 - 1586) allievo di Gaudenzio Ferrari (1474-1546), meglio alla scuola o ai figli del Maestro Vercellese, che sfruttarono il nome e i cartoni del padre con grande vantaggio del loro stato finanziario (cfr. Masoero in Numero unico per le feste cinquantenarie della Addolorata 1909).
Singolare decoro di Confienza dunque serbare alla ammirazione degli studiosi la sua preziosa produzione artistica, il cui valore intrinseco dovrebbe assurgere per ogni anituo sensibile a simbolo di storia, a ricordo di nobili secoli, ad auspicio di pace e prosperità.

Confienza nel 1198 possedeva due castelli. Il grande detto Castellaccio, ora scomparso del tutto, sorgeva accanto all'antica Pieve.
Di questo castello poche notizie ci rimangono e si sa soltanto che per qualche tempo appartenne a Vercelli, mentre l'altro, che sorge quasi al centro del paese, apparteneva ai Duchi di Milano.
Tale castello, costruito su un rialzo artificiale, misurava a levante metri 78,85, a ponente a nord e a sud metri 60.
Aveva cinque torri, delle quali una esiste tutt'ora, sebbene un po' modificata, ed è la torre del Comune, sulla quale è collocata una grossa campana che serve, oltre a dare il segnale della scuola e del mezzodì, anche per funzioni religiose.

Si incontra proprio nel centro del paese la Chiesa di San Rocco e si può dire cuore di Confienza, cuore che ha pulsato fin dalle antichità, quando molti uomini devoti del luogo, desiderosi di "repigliar et reasumer una smarrita compagnia" inviarono all'Autorità Diocesana umile supplica a voler concedere la facoltà di convocarsi e pigliar l'abito di disciplinati di tela rude in onore e gloria di San Rocco.

La Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo fu nuovamente restaurata e quasi rifatta nel 1883 su disegno dell'Architetto Cav. Ettore Tartara di Vercelli. E' caratteristica, principalmente per la sua navata centrale, il cui soffitto a cassettoni, con dipinti in finto noce e con grandi rosoni in istile, le dà un'aria severa e nello stesso tempo armonica e fine di bellezza.
In essa si riscontra ancora un'altra opera di valore notevole che è rappresentata da un'affresco che si trova nell'abside, in fondo al Tempio.
Esso mostra, con tinte a tratti decisi, il supplizio di S. Lorenzo, cioè il supplizio del Santo a cui venne dedicata la Chiesa; è una pittura di pregio, forse e significativa.

La Chiesuola è un vero gioiello di architettura gotica.
La sua volta a costoloni salienti verso il cielo, le finestre ogivali da cui piove una mistica luce, il candido altare di marmo Carrara ne fanno un complesso artisticamente armonioso ispirante raccoglimento.
Sulla parete del piccolo coro affiora un magnifico affresco che pare del Lanino o almeno della sua scuola. E' la chiesa delle Consorelle del Carmine, la piccola chiesa che raccoglie nei mesi di maggior lavoro una buona parte della popolazione lontana dalla parrocchia.

Terminata la guerra mondiale del 1915 - 1918, Confienza, per commemorare degnamente i gloriosi caduti per la Patria e lasciarne imperitura memoria ai posteri, si prodigò per l'erezione di un monumento.
A seguito di iniziativa da parte della locale Sezione Mutilati, invalidi di guerra e Combattenti, con l'intervento del Comune, tale Monumento venne eretto, nel 1928, proprio nel centro del comune, in Piazza Cavour.
L'Amministrazione Comunale, in occasione del quarantennio della fine delle ostilità (4 novembre 1958) ha fatto collocare su detto monumento, delle lapidi in marmo recanti i nomi di tutti i caduti e dispersi delle guerre 1915 - 1918 e 1940 - 1845.


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CILAVEGNA




Cilavegna è un comune di Pavia.

Il territorio di Cilavegna si presenta prevalentemente pianeggiante, contraddistinta da un'unica grande area boschiva (il "Bosco Oliva") che oggi è tutelato dall'amministrazione comunale che ne conserva la proprietà ma che l'ha concesso in affidamento ad un'associazione di appassionati locali con la finalità di un progetto per la ricostruzione di un bosco composto da specie autoctone.

Il nome di Cilavegna si trova per la prima volta in un documento del X secolo, in cui era citato come "Cilavinnis". Il nome, nei secoli successivi, si trasformerà via via in "Celavegna, Cellavegna, Cillavegna, Cellavigna". La prima parte del nome, "cella", è un toponimo che fa riferimento all'abitudine in epoca romana di costruire anche lungo le strade secondarie, una delle quali passava per Cilavegna, delle celle, o depositi, per l'annona militare; la seconda parte del nome, "vegna", fa riferimento alla cultura della vite particolarmente adatta a terreni non ancora irrigui. I due termini ci portano al significato finale del nome del paese: "Deposito presso le vigne".

Nel diploma di Federico II dell’8 agosto 1164, fra le terre concesse a Pavia, risulta anche Cilavegna, compresa nel Comitato di pomello, che costituiva il dominio feudale dei conti palatini; la concessione verrà rinnovata da Enrico VI nel 1191, Ottone I nel 1209 e da Federico II rispettivamente nel 1219, 1220 e 1230.

Cellavegna è citata nell’elenco delle terre del contado di Pavia nel 1250 come appare alla contea Lomellina, parte integrante del principato di Pavia.

Nel 1315 Pavia cadde in potere dei Visconti, che riorganizzarono il territorio in podesterie, i cui podestà erano eletti dal principe. Cilavegna fu sede di podesteria.

Nel 1355 alcuni documenti (Diplomi di Carlo V) confermarono il possesso di questi luoghi alla famiglia Beccarla, all’ultimo dei quali, Castellino, il duca Filippo Maria Visconti confisca il feudo e lo passa a Francesco di Castelbarco che a sua volta, lo cede ad Alberto Maletta, discendente dei conti palatini.

Nel 1395 Gian Galeazzo Maria Visconti fu creato duca di Milano dall’imperatore e il contado pavese venne eretto contea separata.

Nel 1447 la contea di Pavia passò agli Sforza.

Il feudo subì confische e reintegrazioni durante le guerre d'Italia; comunque dopo il 1525 la signoria di Cilavegna pare appartenesse agli Antellani, che si estinsero nel 1615. Cilavegna fu acquistata nel 1636 dai Taverna, conti di Landriano, ed a loro rimase fino all'abolizione del feudalesimo (1797).

Nel 1532 Cilavegna era stata staccata dal Principato di Pavia (cui apparteneva la Lomellina) e unita coi paesi vicini al nuovo Contado di Vigevano o Vigevanasco. Esso passò dal Ducato di Milano al Piemonte sabaudo nel 1743 (la Lomellina già nel 1707). Nel 1818 il Vigevanasco fu riunito alla Lomellina e nel 1859 entrò a far parte della provincia di Pavia.

Le origini della chiesa parrocchiale dei santi Pietro e Paolo risalgono al X secolo, dato tra l'altro confermato dagli scavi eseguiti in loco nel 1942 che hanno inoltre evidenziato come la struttura attuale, in gran parte risalente al XII secolo, sia una ricostruzione sulla precedente. La costruzione è stata però fortemente alterata nell'attuale stile barocco a partire dal 1669 a seguito di ampliamenti eseguiti a favore della popolazione aumentata.

La Chiesa dedicata a Sant'Antonio abate, risale al periodo romanico ed è ancora oggi posta nella parte meridionale del paese, lungo la strada che conduceva ad una porta che proprio da questa chiesa prendeva il nome.

La Chiesa di Santa Maria, nota anche col nome di Chiesa della Madonna del Santo Rosario,  venne eretta nel XV secolo ed interamente ricostruita a partire dal 1640. Caratteristica interessante è la pianta a croce greca con tre altari, di cui uno dedicato a San Giuseppe e l'altro al beato Alberto Calvi da Cilavegna, vescovo di Savona, le cui reliquie sono conservate all'interno del tempio. Gli affreschi interni risalgono al XVII secolo e raffigurano tra gli altri San Vincenzo Ferreri ed altri santi domenicani. Presso l'altare maggiore è conservata una statua d'epoca seicentesca rappresentante un Cristo morto. La chiesa venne sconsacrata nel Settecento ed utilizzata come deposito per il legname, per poi essere recuperata e restaurata in tempi successivi.

La Chiesa della Beata Vergine di Oropa venne realizzata su progetto di don Giovanni Del Console che però riuscì a terminarne solo l'abside, assieme al presbiterio ed al campanile.

Realizzata nel XVII secolo, la chiesa della Madonna del Carmine è contraddistinta da una pianta ad un'unica navata con due altari laterali e quello maggiore realizzato in marmo. Di rilievo sono anche il coro in legno e l'acquasantiera del Quattrocento.

Dell'originario castello di Cilavegna, risalente con tutta probabilità al X secolo, oggi rimangono solo poche tracce labili. Della primitiva rocca rimane oggi una traccia architettonica nell'area del palazzo comunale che sorge proprio sulle rovine dell'antico castello: nello specifico l'ingresso è contraddistinto da un torrione massiccio con una porta arcuata che corrisponde all'antico ingresso del fortilizio.

Il castello costituisce il nucleo del piccolo borgo. L'entrata al castello avviene attraverso un ponte levatoio ed un piccolo pontile per i pedoni. La storia racconta cose misteriose sui sotterranei del castello: trabocchetti e pozzi dalle cui pareti fuoriescono lamine per torturare gli sventurati che cadono in disgrazia al feudatario. Questo è rappresentato oggi dal moderno palazzo municipale, sulla cui facciata occidentale è identificabile, nel settore centrale della stessa, un torrione massiccio (nella foto) - in cui s'apre l’ingresso - nel quale il Rampi, storico locale, ha voluto ravvisare la traccia superstite della primitiva rocca.

Come la maggior parte dei paesi lomellini, fino alla metà del XX secolo la maggior parte della popolazione si dedicava prevalentemente all'agricoltura. L'insediamento di numerosi e moderni impianti industriali, in particolare meccanici, tessili e calzaturieri, ha modificato quasi completamente l'assetto economico del paese e molte sono state le energie e la creatività impiegate per riuscire ad acquisire il giusto valore in campo nazionale ed estero. Cilavegna ha dato i natali a Pietro Conti, che nel XIX secolo realizzò il tachigrafo, prototipo della macchina da scrivere, e a Mario Pavesi, creatore dell'omonima, grande industria dolciaria. Nonostante la crescente industrializzazione, si mantiene alto il valore della tradizione agricola scandita dai ritmi di una natura generosa che vede nella produzione dell'asparago la sua punta di diamante.


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martedì 27 ottobre 2015

IL REATO STRADALE



Sono notizie di ogni giorno quelle relative ad incidenti stradali che presentano caratteristiche ingiustificabili. Molte sono le vittime innocenti che pagano per il dolo e per la colpa di guidatori che, in stato di ebbrezza o per essersi drogati,  si mettono alla guida di un’autovettura; così come, molti sono gli incoscienti che trasformano la strada in una pista da corsa, convinti di poter correre senza conseguenze e che invece, sono autori di terribili incidenti mortali. Troppo spesso leggiamo che autori di tali atti godono di una ingiustificata clemenza che concede loro non solo tutte le attenuanti del caso ma che, addirittura, gli consente di continuare a guidare nonostante il reato commesso.
E’ ora di cambiare registro e di punire tutti coloro che sono autori di incidenti che, con la casualità, non hanno nulla a che fare.

Entro la fine dell'anno sarà approvata dal parlamento l'introduzione del reato di omicidio stradale. Chi causerà un incidente mortale e non presterà un primo soccorso alle vittime, sarà considerato alla stregua di un assassino. Tanto che l'aggravante potrà farlo sbattere in galera per 18 anni, proprio come per un "omicidio volontario".
La riforma del codice della strada mira a punire pesantemente chi causa un incidente mortale perché si è messo alla guida "sotto l'effetto dell'alcool o in condizione di alterazione per l'uso di sostanze stupefacenti". La nuova legge introduce anche il reato di lesioni stradali. Che prevede: "pena da otto a dodici anni per l'omicidio stradale con ubriachezza e tasso alcolemico superiore a 1,5 mg e per stupefacenti" e pena "da quattro a dieci anni per ubriachezza tra 0,8 e 1,5 mg". Tanto per capirci: 0,8 mg equivalgono a circa 3 bicchieri e mezzo di vino oppure un paio di boccali di birra. "Il pezzo potrebbe uscire dall'Aula con alcune modifiche la più probabile è l'innalzamento del minimo della pena da quattro a cinque anni per la seconda fascia di omicidio stradale".



Chi uccide qualcuno guidando un’automobile o una imbarcazione sotto l’effetto di alcol, droghe rischia il carcere fino a 12 anni - che diventano 18 anni nel caso di omicidio plurimo - e la revoca della patente fino a 30 anni.
 
La commissione ha approvato il testo quasi all’unanimità, con il solo voto contrario di Forza Italia che ha messo sotto accusa soprattutto la sanzione, ritenuta eccessiva, della revoca della patente fino a 30 anni. Perplessità anche da Area popolare che auspica che in aula si affronti la questione con le dovute differenziazioni («sacrosanto punire chi uccide, ma bisogna valutare anche il comportamento passato, i singoli casi», spiega il senatore Carlo Giovanardi) e del gruppo Misto che parla di «luci ed ombre».

Intanto questi sono i punti forti del testo che arriverà in aula. Si introduce, innanzitutto il delitto di omicidio stradale e nautico.  Pene severe anche per chi provoca la morte di una persona in seguito a una manovra pericolosa, anche se non si è sotto l’effetto di alcol o droga: dai 7 ai 10 anni se l’incidente mortale avviene perché si attraversa un incrocio passando con il semaforo rosso o si fa una manovra di inversione del senso di marcia o un sorpasso in prossimità delle strisce pedonali, per fare qualche esempio. La stessa pena sarà applicata anche in caso di incidente mortale in acqua se chi guida l’imbarcazione procede ad una velocità superiore al doppio di quella consentita o se circola in uno specchio d’acqua nel quale non è consentita la navigazione.

C’è poi la revoca della patente, con differenziazioni: se si uccide qualcuno mentre si guida ubriachi la revoca arriva fino a 15 anni; fino a 20 anni, invece, se in passato si è stati già sottoposti all’alcol test. Se, infine, si guida in stato di ebbrezza e si supera il limite di velocità scatta la revoca massima dei 30 anni.

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lunedì 26 ottobre 2015

SEPARAZIONI E SACRAMENTI

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«Sinodo», dal greco, significa «camminare insieme». E il testo che i padri sinodali hanno «partorito» votando ogni paragrafo con una maggioranza qualificata di almeno due terzi e a scrutinio segreto rispecchia davvero questa tensione a camminare insieme. Ma al tempo stesso l’esito finale, che ha visto passare soltanto per un voto (178 placet, 80 non placet, 7 astenuti, con il quorum dei due terzi a 177) il paragrafo più controverso dedicato ai divorziati risposati, ha mostrato ancora una volta la presenza di un significativo blocco che non intende mutare assolutamente nulla nell’atteggiamento. Tutti i padri sinodali avevano elogiato lo sforzo della commissione di produrre un testo condiviso, e gli elogi universali avevano lasciato intendere che alla fine quasi tutti avrebbero detto di sì.

Ma una minoranza di padri «rigoristi», quella più organizzata, si preparava a bocciare il paragrafo numero 85, probabilmente sperando di ripetere quanto accaduto un anno fa, quando i passaggi più controversi non ottennero il voto dei due terzi dei padri. Francesco volle che tutto fosse pubblicato lo stesso, con i voti per ogni singolo paragrafo, come è accaduto ieri. Il colpo di scena però questa volta non c’è stato, o meglio c’è stato nel senso che anche il testo più «aperturista» - se così si possono chiamare frasi che citano Papa Wojtyla, il Catechismo e le norme della dottrina tradizionale sul discernimento, la confessione e la maggiore o minore imputabilità a seconda delle circostanze - è passato come piena espressione dell’assemblea, anche se soltanto per un soffio.

L’ampio documento finale, che non è affatto focalizzato sul tema dell’accesso ai sacramenti ai divorziati e risposati, dice chiaramente che bisogna accogliere più e meglio di prima questi ultimi nella Chiesa. Ma non c’è dubbio che proprio questa sia stata la questione dibattuta, non soltanto dai media e sui media, ma anche dai cardinali e dai vescovi: con interviste, libri, pamphlet. La soluzione proposta non tocca la dottrina, è stata di fatto messa a punto nel circolo minore di lingua tedesca, dove hanno lavorato fianco a fianco teologi come Walter Kasper, autore della proposta più aperturista, e Gerhard Müller, Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, contrario alle aperture.

Approfondendo quanto affermato da Giovanni Paolo II nell’enciclica «Familiaris consortio», dove si affermava che i pastori «sono obbligati a ben discernere le situazioni» facendo notare ad esempio che «c’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido», il padri del Sinodo chiedono ai sacerdoti e ai vescovi di «accompagnare» i divorziati risposati. Propongono dei criteri per l’esame di coscienza e momenti «di riflessione e di pentimento», chiedendo loro «come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio».




Criteri per «discernere» le diverse situazioni, per poi affidarsi al confessore, ricordando che anche, con il Catechismo alla mano, che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate a causa di diversi condizionamenti». Dunque il solo fatto di essere divorziati risposati «non deve portare a un giudizio sulla imputabilità soggettiva», perché «in determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso». Dunque più spazio all’esame del caso per caso. Spetta ora a Francesco valutare il documento e prendere decisioni in merito.

La domanda venne posta nell’aula sinodale nel corso della discussione sull’accesso ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia per le persone divorziate e risposate. Se per queste persone è davvero possibile ritrovare lo stato di grazia attraverso il pentimento sincero e quindi la possibilità della comunione spirituale, perché allora non permettere loro anche la comunione sacramentale? Se l’ostacolo della situazione oggettiva di adulterio non impedisce necessariamente la comunione spirituale, allora la comunione sacramentale non è anch’essa auspicabile? Già sappiamo che l’assenza dello stato di grazia dovuto al peccato mortale vizia la comunione sacramentale e la rende persino sacrilega secondo il giudizio di san Paolo ripreso da san Tommaso e dal Concilio di Trento . Ma al punto in cui ci troviamo e in occasione del Giubileo della misericordia, la Chiesa cattolica non sarebbe capace di un’amnistia generale nei confronti di tante coppie e famiglie in situazione irregolare che volessero recuperare la normalità della loro vita sacramentale?

A partire dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II che ha fortunatamente ripristinato la partecipazione attiva dei fedeli alla liturgia, constatiamo malauguratamente un certo oscuramento del discorso sulla comunione spirituale. Per contro, si riscopre il legame strettissimo tra la comunione sacramentale e la comunione ecclesiale. Questa riscoperta è un autentico progresso, a condizione però di coltivare il senso spirituale profondo dei sacramenti. Si osserva in effetti la tendenza assai diffusa tra i fedeli di presentarsi alla comunione sacramentale senza una chiara consapevolezza delle condizioni spirituali richieste per ricevere fruttuosamente il sacramento. Da parte di molti si percepisce la comunione sacramentale come una partecipazione attiva alla liturgia piuttosto che come un segno di comunione al Corpo di Cristo in quanto membri della Chiesa. L’astensione dal comunicarsi comporta allora un vago senso di esclusione o addirittura di discriminazione. Di qui un desiderio di partecipazione completa che non sia frustrato da una norma ereditata da un passato ritenuto ormai chiuso.

La posizione della Chiesa cattolica a riguardo delle persone divorziate e risposate nei confronti della comunione eucaristica resta tuttavia chiara e costante nella tradizione, anche se la loro situazione irregolare non impedisce la comunione spirituale al sacramento. Ancor prima del Concilio Vaticano II, un commentatore di san Tommaso d’Aquino richiamava il loro caso in questi termini: “Il pastore misericordioso dovrà insegnar loro l’importanza e l’efficacia della comunione in voto ai fini di procurare grazie eucaristiche” . Egli precisava così l’insegnamento di san Tommaso che parla in termini equivalenti di comunione in voto e di “comunione spirituale”:



Essa è spirituale poiché fa raggiungere la res del sacramento (l’effetto), ma è essa stessa sacramentale poiché fa raggiungere questa res (unione a Cristo) mediante un votum (desiderio) il cui oggetto proprio è lo stesso sacramentum (cibarsi) benché la sua realizzazione conforme al rito sia al momento attuale impossibile.

La ragione profonda della disciplina della Chiesa deriva dal legame strettissimo tra l’alleanza coniugale e il significato nuziale della comunione eucaristica: “il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (SC, 27; cfr. Ef 5,31-32)”. Quest’affermazione dell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis assume l’approfondimento teologico di san Giovanni Paolo II sul matrimonio e nel caso dei divorziati risposati riconferma la pratica pastorale della Chiesa “perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia” (SC, 29).

L’alleanza coniugale è in effetti il segno sacramentale del dono di Cristo sposo alla Chiesa sposa, dono attualizzato nella celebrazione dell’Eucaristia e ratificato pubblicamente con il cibarsi delle sante specie al banchetto della nuova Alleanza: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, “Amen!”. Se il segno sacramentale del matrimonio indissolubile è distrutto dalla rottura della prima unione e l’ingresso in una nuova unione oggettivamente adulterina, in qual modo le persone divorziate risposate possono rendere testimonianza pubblicamente e in verità del significato nuziale della comunione eucaristica? Nemmeno una conversione autentica fondata su un reale pentimento può rimuovere l’ostacolo d’una situazione oggettiva che contraddice la verità dei sacramenti del matrimonio e dell’Eucaristia. Ecco perché la Chiesa chiede ai divorziati risposati di astenersi dal comunicarsi sacramentalmente, invitandoli però a praticare la comunione in voto, la comunione spirituale nel senso che abbiamo più sopra definito.

Il limite loro imposto non è tributario d’una mancanza di misericordia che si sarebbe dovuta superare ben addietro nella storia; esso attiene alla natura stessa della Chiesa e al significato dei sacramenti nell’economia della salvezza. L’ordine sacramentale esprime in effetti “l’amore sponsale di Cristo e della Chiesa” (SC, 27), dove il battesimo è “il lavacro di nozze (cfr. Ef 5,26-27) che precede il banchetto di nozze, l’Eucaristia” . Poiché il matrimonio sacramentale è “segno efficace, sacramento dell’alleanza di Cristo e della Chiesa” , laddove l’alleanza coniugale è rotta, il rispetto dell’Alleanza con Cristo impone l’astensione dalla comunione sacramentale e incoraggia l’umile preghiera di desiderio del sacramento che non lascia il fedele senza frutto, come abbiamo detto. Se si desidera la comunione al Corpo di Cristo sposo con il quale si è oggettivamente in rottura a causa di un’altra unione, non si può dire Amen al significato di unità nella fedeltà supposto dall’atto della comunione sacramentale. Di conseguenza, ci si astiene dal comunicarsi sacramentalmente per non coinvolgere lo Sposo in una falsa testimonianza, cosa che costituisce offesa nei suoi confronti. In breve, il limite imposto dalla Chiesa nel corso dei secoli alle persone divorziate e risposate non è frutto d’un giuridicismo o d’una tradizione sclerotizzata, esso incarna la sua obbedienza allo Spirito Santo che fa meglio comprendere ai nostri giorni la dimensione ecclesiale dei sacramenti e la natura profonda della Chiesa come sposa e Corpo di Cristo.

La comunione eucaristica deve essere compresa in questo contesto come la comunione sacramentale di un membro che impegna non soltanto la sua persona ma anche la Chiesa sposa unita a Cristo dall’Alleanza. La Chiesa vive il suo rapporto d’Alleanza con Cristo attraverso il dono dei sacramenti che sono azioni di Cristo che la rinnovano, la nutrono, l’accrescono e l’animano come suo Corpo e sua sposa. Ciascuno dei suoi fedeli riceve la comunione eucaristica come membro d’uno stesso Corpo, che intensifica la sua unione a Cristo nella misura in cui i suoi sentimenti e la sua condizione di vita sono riflesso della fedeltà della Chiesa sposa nei confronti di Cristo sposo.

Si capisce così perché la comunione spirituale è possibile senza che lo sia la comunione sacramentale. La misericordia di Dio può ripristinare la comunione spirituale nelle anime pentite pur mantenendo un limite alla comunione sacramentale, poiché essa si adatta alla debolezza dei peccatori senza tuttavia favorire questa debolezza alle spese della fedeltà degli altri membri del popolo di Dio. La comunione sacramentale dei divorziati risposati farebbe scomparire la differenza tra la fedeltà e l’infedeltà al dono totale e definitivo di se stesso. La Chiesa adotta questo stesso atteggiamento per amore e rispetto del suo Sposo divino, sforzandosi nello stesso tempo di liberare giuridicamente e pastoralmente le persone capaci di porre un termine alla loro situazione irregolare. In tal senso, velocizzazioni e snellimenti di procedura sono auspicati e opportunamente perseguiti a tal fine.

Per i casi di fallimento di un matrimonio sacramentale autentico, l’annuncio della misericordia non può però sostenere un duplice discorso, affermando da una parte l’indissolubilità del matrimonio sacramentale e aprendo da un’altra percorsi penitenziali che conducano alla comunione sacramentale. Una pastorale che sia coerente nei confronti delle persone divorziate e risposate deve sondare più a fondo la via della comunione spirituale ponendo in chiaro il suo stretto rapporto con la comunione eucaristica e con la comunione ecclesiale. Queste persone rimangono membri a pieno titolo della comunità. In essa possono trovare una crescita in santità nel loro stato attraverso l’esercizio della carità, la fraternità e la partecipazione attiva alla liturgia.

Conviene d’altra parte ricordare che la misericordia divina oltrepassa l’ordine sacramentale e opera nei cuori ben aldilà degli ostacoli che si scorgono a vedere degli uomini. Il fattore decisivo per ritrovare lo stato di grazia con Dio non è in primo luogo il segno dell’assoluzione dei peccati o della comunione eucaristica, quanto invece il pentimento sincero e un cammino di conversione che hanno un effetto giustificatore anche quando le condizioni oggettive delle persone non possono essere modificate. È il caso di molte persone divorziate e risposate che conservano nel loro cuore un desiderio intenso dei sacramenti espresso dalla loro partecipazione attiva alla vita della comunità. È importante accompagnarle e far loro scoprire il valore positivo della loro unione a Dio e della loro testimonianza sacramentale, imperfetta ma autentica.

Si potrebbe obiettare che questa posizione non tiene conto a sufficienza del carattere medicinale dell’Eucaristia, che rischia di svalutare l’economia sacramentale, che opera una separazione tra la vita interiore e la vita pubblica, e persino che perde l’occasione d’un ravvicinamento ecumenico con gli Ortodossi. In risposta a queste obiezioni, dobbiamo comprendere che l’astenersi dalla comunione è anche un modo di confessare pubblicamente il valore del sacramento e che questa forma di partecipazione per astensione e comunione spirituale può favorire un processo di profonda conversione e guarigione, molto più d’una volontà di comunicarsi a ogni costo, anche a costo di costringere il Signore a contraddire la sua stessa testimonianza.

La comunione che si cerca con il Signore sarà ottenuta di più nel modo del sacrificio e del desiderio che non comportano una contro testimonianza. In breve, occorre ricordare che i sacramenti non sono soltanto strumenti di salvezza per i singoli individui, essi sono atti ecclesiali che appartengono alla pubblica testimonianza della Chiesa in quanto sposa di Cristo. Questa insegna ai suoi figli a confidare totalmente per la loro salvezza nella misericordia divina. Li coinvolge anche nel proprio rispetto per la testimonianza d’amore dello Sposo che si esprime corporalmente nell’Eucaristia, rispetto che sarebbe contradetto da una amnistia generale.

La pienezza della Misericordia non sta solo nel fatto che tutto, assolutamente tutto, sia perdonato in Cristo, ma nel fatto che noi, poveri peccatori perdonati, siamo autentici partner del Dio dell’Alleanza. Lo Spirito Santo fa sì che nel corso dei secoli la Chiesa progredisca nell’intelligenza del mistero dell’Alleanza, di cui il rapporto tra l’Eucaristia e il matrimonio costituisce ai nostri giorni l’oggetto d’un salutare approfondimento. Anche quelli e quelle che vivono in una situazione irregolare possono sperimentare la divina misericordia in un quadro sacramentale appropriato che sia rispettoso del mistero dell’Alleanza: “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11).

Un coniuge separato o divorziato, più frequentemente, comincia una nuova convivenza matrimoniale, ratificandola o meno sul piano civile, che, ammettendo il divorzio, ammette anche nuove nozze. Ciò che risulta possibile sul piano civile non lo è su quello religioso. La Chiesa non ammette infatti un secondo matrimonio sacramentale, a meno che il primo non sia stato dichiarato nullo. In questo caso - è bene precisare i termini - non si annulla un matrimonio valido, cosa che la Chiesa non ha il potere di fare, ma si dichiara che quello che appariva essere un vero matrimonio, in realtà, per via dell'assenza o della falsificazione di talune condizioni, non lo è mai stato. Si capisce, allora, perché una prima fondamentale forma di aiuto nei confronti delle persone divorziate, risposate o meno, sia quello di accertare la validità del primo matrimonio.
Qualora il primo matrimonio sia valido, non è più possibile un secondo matrimonio religioso. Col sacramento del matrimonio, infatti, l'amore dei due coniugi diviene espressione dell'amore di Cristo per la Chiesa. Quando uno dei due s'impegna in un'altra vicenda amorosa non è più in grado di essere un segno reale dell'indissolubilità di tale amore. Non è escluso che la nuova convivenza sia segno d'amore, e anche d'amore cristiano, che anzi talvolta appare più autentico dell'amore di non pochi coniugi regolarmente sposati, e tuttavia la nuova convivenza non può divenire sacramento dell'amore cristiano, poiché manca del tratto essenziale dell'indissolubilità.
«Lo stato di vita dei battezzati che vivono coniugalmente senza il sacramento del matrimonio»  è ciò che la Chiesa intende per situazione matrimoniale irregolare, la quale pertanto riguarda: i divorziati risposati. gli sposati solo civilmente, i semplici conviventi. Di queste tre forme quella dei cristiani divorziati risposati appare la più problematica, poiché normalmente, a differenza delle altre due, non può essere canonicamente regolarizzata.

Poiché l'esclusione dai sacramenti viene prevista anche per chi è scomunicato, si ritrova anche tra i fedeli l'idea che le persone in situazione matrimoniale irregolare siano scomunicate. Da qui l'allontanamento dalla vita della Chiesa, che non può certo essere ridotta (come invece lo è purtroppo spesso oggi) alla ricezione dei sacramenti. Questa idea, sbagliata dal punto di vista canonico e pericolosa dal punto di vista pastorale, va nella linea contraria alle indicazioni della Chiesa, che confermano l'appartenenza attiva dei fedeli in situazione matrimoniale irregolare alla vita ecclesiale.

I fedeli divorziati risposati rimangono membri del Popolo di Dio e devono sperimentare l'amore di Cristo e la vicinanza materna della Chiesa. Sebbene questi fedeli vivano in una situazione, che contraddice il messaggio del Vangelo, essi non sono esclusi dalla comunione ecclesiale. Essi sono e restano sue membra, perché hanno ricevuto il battesimo e conservano la fede cristiana. Per questo motivo i documenti magisteriali parlano normalmente di fedeli divorziati risposati e non semplicemente di divorziati risposati.


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POLITICA E COCA



Cocaina per politici e attori, la dama bianca chiede di parlare: trema la Roma dei festini - I suoi segreti fanno paura. E intorno al suo nome si fa il vuoto. Se davvero Federica Gagliardi, l'ex dama bianca al seguito di Silvio Berlusconi, fermata a Fiumicino con 24 chili di cocaina purissima stipati nel suo trolley, è stata reclutata da una rete di trafficanti internazionali, come ritiene la pubblica accusa, aveva tutte le carte in regola per diventare Lady droga. La dama preferita dai narcos, e forse anche da consumatori eccellenti di coca.

La tendenza dell'uomo ad usare droghe risale alla notte dei tempi. Per motivi mistici o religiosi e per avvicinarsi al soprannaturale è riscontrato che popoli come gli Incas già 3.000 anni fa utilizzavano droghe in riti religiosi. Spesso la droga diventava DIVINA ed il connubio tra l'alterazione sensoriale da essa prodotta e le credenze professate riconducevano sempre la droga in contesti spirituali. Per quanto riguarda la cocaina è risaputo che proprio gli Incas la diffusero in tutta l'America del Sud per le sue proprietà stimolanti. La masticazione delle foglie della pianta di coca è una pratica ancora oggi diffusissima in Sud America. La cocaina arrivò in Occidente molto recentemente, alla fine del 1800 e si diffuse in tutta Europa per demerito di Freud che ne promosse gli effetti antidepressivi, euforici e stimolanti in un suo libro dal titolo "Sulla cocaina".
Solo intorno alla prima quindicina del 1900 fu bandita dapprima negli Stati Uniti e poi in occidente.
Nel 1940 la cocaina era la droga utilizzata dagli artisti e divi di Hollywood. Negli anni '80 i prezzi della cocaina la resero la droga dei ricchi. Oggi è in rapida diffusione e a causa di prezzi molto ridotti e moderati è diventata una droga trasversale. Ragazzi di 14 anni, imprenditori di mezza età, manager, sportivi, artisti e politici creano una domanda tale da farne un vero e proprio flagello del terzo millennio.

Un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis ma anche cocaina: è il risultato di un test eseguito, a loro insaputa, su 50 deputati.

Il test, eseguito con uno stratagemma, è il drug wipe, un tampone frontale che ha una percentuale di infallibilità del 100%. Il 32% degli «intervistati» è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina.



Un test 'serio e scientificamente valido, ma non sufficiente da solo a confermare la positivita' all'uso di droghe'. Cosi' il tossicologo Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanita', definisce il 'drug wipe', ovvero il test con tampone frontale.
Inoltre, e' il giudizio dell'esperto, l'esiguita' del campione considerato non consente comunque di estrapolare un dato generale.
Si tratta di un test di laboratorio ampiamente utilizzato per esami preliminari, ha spiegato Zuccaro, 'piu' precisamente e' un test di screening: questo significa che, dinanzi ad un positivo, e' necessario confermare il risultato attraverso esami piu' sofisticati di sangue o urine'. Normalmente, ha sottolineato, 'se il drug-wipe e' negativo il risultato e' confermato come tale, ma se e' invece positivo e' necessaria la conferma ulteriore di laboratorio, dal momento che possono verificarsi dei falsi positivi'.
Importante e', poi, anche la metodologia di esecuzione: si tratta, avverte il tossicologo, di un esame che deve essere eseguito da personale specializzato, per non incorrere in possibili errori. Un test serio, dunque, ma utilizzato 'come test veloce per avere una prima risposta e che, per questo da solo, in mancanza di una conferma, non puo' dare la certezza del risultato positivo al consumo di stupefacenti'.
'E' necessaria quindi estrema attenzione nel considerare i risultati di un test che e', comunque, un test di screening di primo livello'. A cio' si aggiunge una valutazione relativa alla metodologia statistica: 'Considerando il campione ridotto di soggetti presi in esame non sarebbe corretto estrapolare un dato generale'.
Il drug-wipe, ha ricordato il responsabile dell'Iss, e' ad esempio utilizzato dalla polizia stradale per un primo accertamento circa l'eventuale consumo di droga da parte degli automobilisti ma, anche in questo caso, il soggetto risultato positivo puo' chiedere un ulteriore esame di conferma.

A mettere sotto accusa per primo il test, che si fonda su 'liquidi immediati' prodotti dal corpo umano -come sudore e saliva- sono stati gli esperti dell'Istituto di medicina legale di Berna, in base ad uno studio condotto in alcuni paesi dell'Unione europea.
Il 'drugwipe' di cui sopra non sarebbe in grado di rilevare la presenza di THC, la sostanza attiva della canapa. Il grado di inaffidabilità per quest'ultimo stupefacente sarebbe dell'80-90% dei casi. Il motivo è che la sostanza attiva THC non è idrosolubile e non si ritrova quindi nella saliva o nel sudore.
Secondo il professor Guido Blumir, sociologo, autore del libro scandalo 'Marihuana', e consulente per organismi internazionali, "questi test di solito vengono usati dalle polizie stradali, dai piccoli datori di lavoro che acquistano su internet il kit a meno di 90 euro. Non sono la verità, a volte ci vanno vicino, ma non indicano molto". Cosa servirebbe per incastrare l'onorevole drogato di turno? "Certamente con una analisi delle urine incrociata con una del sangue non si hanno dubbi. Anche a livello giuridico, anche per il consumo recente. Con l'analisi del capello si può arrivare a 30 giorni indietro e non si è esenti da una sorta consumo passivo". Si va ad un concerto, ad un dibattito in un centro sociale, e si potrebbe risultare positivi a test come quello del drugwipe? "C'è questo grado di rischio per chi indaga. Per questo forse le autorità giudiziarie italiane non ne fanno uso". Il dato che 12 parlamentari su 50 siano risultati positivi alla cannabis e 4 alla cocaina, cosa significa? "Questi dati sono in linea con le statistiche nazionali più accreditate. Aggiungo comunque che la politica non è esente da sospetti. Ricordo una inchiesta del settimanale tedesco Stern che  anni fa fece rilievi nei bagni del parlamento e trovò consistenti tracce di cocaina ed altro. In ogni caso l'errore che test come il drugwipe contiene non è certamente del 100 per cento. Queste indagini dicono sempre qualcosa"


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