venerdì 31 luglio 2015

BOVEZZO



Bovezzo è un comune situato nella Valle del Garza alla confluenza con la Val Trompia, afferente a quest'ultima.

Nel territorio di Bovezzo scorre il torrente Garza, seguendo il percorso della Strada statale 237 del Caffaro. Con i suoi 42 chilometri di lunghezza e con una portata di 1,2 m³/s è il maggior corso d'acqua del territorio.

In prossimità del quartiere conosciuto come "Le Brede", sul confine con il comune di Concesio, scorre il torrente Tronto.

Il Fosso della Valle del Cannone è un affluente del Garza che segna il confine con il comune di Nave. Svolge la funzione di colatore montano per l'omonima valle.

Bovezzo sorge ai piedi del monte Spina (detto anche monte Sant'Onofrio), sotto l'appendice del Dosso Pentere(comunemente chiamato solo Pentera). Il monte Spina è una montagna delle Prealpi Bresciane nelle Prealpi Bresciane e Gardesane, che raggiunge un'altitudine di 962 m s.l.m. È il punto di unione tra la val Trompia e la dorsale che delimita la valle del Garza.

I primi insediamenti storici sul territorio di Bovezzo risalgono al passaggio dei Galli Cenomani (200 a.C.), mentre abbastanza numerosi risultano i reperti archeologici di epoca romana fra cui possono essere ricordate un'armilla e una fibula in bronzo (databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) ed un'ope di terracotta rossa-mattone.

Una delle più evidenti prove della presenza romana sul territorio sono le tracce dell'antico acquedotto, realizzato all'epoca dell'imperatore Ottaviano Augusto (I secolo d.C.) L'acquedotto romano attraversava la Valle Trompia, convogliando le acque della Valle Gobbia sino a Brescia e fu utilizzato integralmente per tutta la lunghezza del percorso originario sino al V secolo d.C. Attualmente parti ben conservate dell'acquedotto sono presenti nel piano interrato di alcune palazzine private del paese.

Durante il periodo medioevale Bovezzo è sotto la giurisdizione religiosa della pieve di Concesio, e risulta compreso - fra il 1385 e il 1403 - nella quadra di Nave, insieme a Caino, Lumezzane, Concesio e San Vigilio. Sempre in questo periodo Bovezzo si unisce sempre più a Concesio, tanto che nell'estimo del territorio bresciano del 18 gennaio 1435 viene indicato quale comune de Bovetio et Consetio.

Le lotte che coinvolgono la Repubblica di Venezia nel XVI secolo per il predominio sui territori della terraferma fra cui l'agro bresciano su cui insiste Bovezzo culminano nella battaglia di Agnadello, presso Cremona, dove il 14 maggio 1509 l'esercito Veneto viene travolto dalla poderosa lega di Cambrai, composta da francesi, spagnoli e soldati delle signorie dei Gonzaga e degli Estensi. Durante l'assedio di Brescia, avvenuto nel 1512 in seguito alla sconfitta della Serenissima, Bovezzo e i paesi limitrofi sono soggetti al saccheggio da parte dei francesi.

Dopo alterne vicende ed occupazioni la provincia bresciana ritorna sotto il dominio veneziano il 26 maggio 1516, per rimanervi sino alla caduta della Serenissima Repubblica avvenuta nel 1797 ad opera di Napoleone Bonaparte. Durante la dominazione di Venezia la vita di Bovezzo segue le sorti dei paesi vicini e non è protagonista di particolari episodi, eccetto le pestilenze del 1576-77 e del 1630 che provocano numerosi morti e l'occupazione da parte della cavalleria imperiale austriaca nel 1704, all'epoca della guerra di successione spagnola.

Alla caduta del governo veneto segue un periodo di influenza francese che determina la diffusione degli ideali della rivoluzione francese in gran parte dell'Europa e la creazione della Repubblica Cisalpina nell'Italia nord-orientale. Nel 1797 le truppe francesi e gli alleati bresciani si scontrano presso Nave con i valsabbini, fedeli a Venezia, derubano la sacrestia della parrocchiale e assaltano l'oratorio di San Carlo in Palazzo Rota.

Nell'Ottocento Bovezzo segue le sorti della Lombardia: dapprima inclusa, dopo il congresso di Vienna del 1815, nel Regno Lombardo-Veneto, sotto influenza asburgica, è poi annessa al Regno d'Italia nel 1859, a seguito della seconda guerra di indipendenza.

L'ultimo secolo di storia coincide per Bovezzo con le vicende del capoluogo bresciano al cui territorio si unisce sempre più strettamente. Nel 1910, ad opera del Senatore Angelo Passerini, viene eretto ad ente morale l'omonimo asilo per l'infanzia che ancora oggi opera in collaborazione con l'Amministrazione comunale.

Particolare menzione merita la figura del partigiano Gigi Rota, a cui è dedicata la piazza principale del paese. Luigi Rota, Gigi per i familiari e per gli amici, studente del politecnico di Milano, entra dopo alterne vicende di guerra, nella divisione partigiana autonoma "Brigata Vecchia Centro Croci" che opera fra la Val di Taro e il passo del Bracco. Cade il 22 gennaio 1945 a Carrodano in provincia di La Spezia, nel tentativo di rompere l'accerchiamento delle truppe tedesche e repubblichine che si erano attestate sulla linea Gotica. Nel 1951 il Consiglio Comunale gli dedica la piazza principale del paese, che tra l'altro era stata donata in precedenza al comune proprio della famiglia Rota.

Nel 1979 viene fondata l'Accademia Musicale Giovanni Gabrieli, che ha come scopo la diffusione della musica attraverso vari corsi strumentali e con un'attività concertistica di tutto rispetto. Negli ultimi anni il paese ha conosciuto uno sviluppo edilizio ed un incremento demografico di notevoli proporzioni che ha fatto più che raddoppiare la popolazione residente, con insediamenti industriali e artigianali che hanno mutato il tessuto socio-economico della comunità locale.

Oggi il territorio di Bovezzo non conosce praticamente soluzioni di continuità con quello della città di Brescia, se si eccettua la collina di S. Onofrio che sovrasta il nucleo storico dell'abitato.

Dalla sommità del monte Spina, a circa 1.000 metri di altitudine, si domina un punto panoramico. Il Santuario di Sant’Onofrio, eretto sulla cima del monte, risale al XV secolo. Contiene un affresco della Madonna con il Bambino, attribuita al Foppa ed un ciclo di affreschi con scene della vita di Sant’Onofrio, attribuiti alla scuola del Romanino.

Palazzo Rota è il simbolo di Bovezzo e si incontra sulla strada per Cortine. Fu costruito tra il ‘700 e ‘800 dall’Ing. Vincenzo Berenzi, il quale riutilizzò, nella propria realizzazione neoclassica, materiale proveniente dal demolito Collegio ecclesiastico di Sant’Eustacchio.
La Chiesa di San Rocco, edificata durante il periodo pestilenziale, presenta degli affreschi quattrocenteschi egregiamente conservati.

Continuando la nostra passeggiata incontriamo la quattrocentesca Casa Avogadro, sul lato sud di Piazza Gigi Rota.
Della struttura originale rimangono soltanto un paio di colonne blasonate e tre portalini scolpiti.
Salendo le pendici del monte si imbocca la rete di sentieri e di strade vicinali che un tempo facilitava gli interventi ed il lavoro dei mandriani, dei pastori e dei boscaioli.

A circa 530 metri sul livello del mare si raggiunge la Località Pentere di Sotto e di Sopra. Superata una pozza per l’abbeverata in ottimo stato di manutenzione si arriva alla località Santella delle Pentere. Dal territorio collinare, boschivo, l’uomo ha sempre tratto profittevole vantaggio: numerosi i castagneti da frutto e gli alberi ad alto fusto, questi ultimi utili per la raccolta di legname. Oggi, purtroppo, lo stato del bosco è in progressivo abbandono.

In prossimità della Cascina dei Grassi la vegetazione e la fauna erompono in tutta la loro bellezza: qui troviamo un’interessante pozza per l’abbeverata e alcuni splendidi alberi monumentali.
La pozza che si trova presso la Cascina dei Grassi è il luogo ideale per la riproduzione della fauna anfibia.

L’etimologia stessa del nome Bovezzo si dovrebbe ricondurre alla natura geologica del luogo. Per somiglianza fonetica il nome Bovezzo si accosta alla parola da cui deriva Bova o Boa, che significa fango, melma. Caratteristica dei luoghi acquitrinosi: questa è la natura del territorio di Bovezzo.
L’esemplare di castagno più grande di tutta la Valle Trompia si trova qui: circa 8 metri di circonferenza. Anche l’esemplare di carpino bianco di dimensioni maggiori, rinvenuto in tutta la valle, si trova a Bovezzo.


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giovedì 30 luglio 2015

LUMEZZANE

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Lumezzane è un comune della provincia di Brescia che sorge nella Val Gobbia, una laterale della Valle Trompia. Il monte più alto è la Corna di Sonclino (1352 m). Il fiume principale è il Gobbia (9 km). Lumezzane (e la Val Gobbia) è zona montana di collegamento tra la Valtrompia e la Valsabbia, nonché punto di transito verso la costa occidentale del Lago di Garda.

Centro fortemente industrializzato, è particolarmente sviluppato nel settore della metallurgia in generale e della torneria, rubinetteria, casalinghi in acciaio inossidabile e stampi in particolare.
Il 3 ottobre 2012 ha ricevuto il titolo di città consegnato dal prefetto di Brescia durante una cerimonia ufficiale.

Il comune ha molte frazioni, alcune molto storiche altre nate in tempi più recenti, ma tutte caratterizzate da forte identità, a cominciare dagli abitanti che molto spesso parlano della frazione più che del comune come luogo di residenza. Le frazioni di Lumezzane sono: Cargne, Dosso, Faidana, Fontana, Gombaiolo, Lumezzane Gazzolo, Lumezzane Pieve, Lumezzane Sant'Apollonio, Lumezzane San Sebastiano, Mezzaluna, Montagnone, Mosniga, Piatucco, Premiano, Renzo, Rossaghe, Sonico, Termine, Valle, Villaggio Gnutti, Passo del Cavallo (a circa 750 m di altitudine, sul confine con Agnosine ovvero la Val Sabbia).

L'etimologia del nome Lumezzane forse deriva da Lume sano, in relazione all'esposizione al sole dei centri abitati; forse ancora da Mettianae, cioè terra della famiglia dei Mettii; oppure da Lemedane che, dal latino Limitare, significherebbe presidio romano posto al confine del territorio. Infine, per ciò che attiene lo stemma, esso costituisce l'insieme di più segni distintivi. Lumezzane Pieve ebbe infatti come stemma il sole circondato da raggi e Lumezzane Sant' Apollonio Il sole che sorge dietro le montagne. Al cessare del feudo degli Avogadro, Lumezzane Pieve assunse come nuovo stemma quello dei feudatari: scudo d'argento con tre fasce contromerlate sormontato dalla corona. Alla sua nascita Lumezzane San Sebastiano assunse tre spade.

Tre sono le testimonianze certe della presenza romana a Lumezzane: le lapidi della frazione di Pieve, la moneta imperiale rinvenuta a Piatucco e, infine, l'acquedotto Lumezzane - Brescia. Fino all'avvento dei romani non si hanno notizie certe rispetto particolari insediamenti umani, ma i recenti studi portano a supporre che quando i tecnici romani iniziarono l'opera di costruzione dell'acquedotto trovarono senza dubbio stanziamenti di gente di antica stirpe retica. A nord della frazione di Pieve, infatti, è conservato il toponimo "Castello" che non si riferisce nella tradizione locale ad un "castrum" romano ma ad un castelliere preistorico.

Nel IV secolo D.C. hanno inizio le disastrose invasioni dei Visigoti e degli Unni; caduto l'impero romano nel 476 i triumplini e con essi i Lumezzanesi passano sotto il dominio degli Ostrogoti a cui successero i Longobardi ed a questi i Franchi. Alterne vicende caratterizzano la vita della comunità nei secoli; nel 1406 Lumezzane passa ai Malatesta che assegnano l'abitato alla Quadra di Mompiano facendo in modo che il paese graviti così su Brescia mantenendosi indipendente dalla Val Trompia. Nel 1427 Lumezzane diventa Quadra autonoma con l'avvento della Repubblica di Venezia che concede poi il capoluogo a Pietro Avogadro. La famiglia bresciana dominerà su Lumezzane fino al 1797 anno della caduta della Serenissima. A partire dai primi anni dell'Ottocento il paese conosce una graduale ripresa economica e sociale dopo gli anni difficili del dominio degli Avogadro.

Il comune di Lumezzane venne creato nel 1927 dalla fusione di tre comuni fino ad allora autonomi: Lumezzane Pieve, Lumezzane San Sebastiano e Lumezzane Sant'Apollonio.

Lumezzane, prima solamente cittadina, dal 3 ottobre 2012 è diventata ufficialmente città.

Parte fondamentale della differenziazione del dialetto lumezzanese rispetto al resto della provincia è una "h aspirata" al posto della "S" e una specie di "th" all'inglese al posto della "D", uniti ad una cadenza molto caratteristica.

Proverbiali sono la behscia blö (corriera) ol din don baiòc (flipper), din don cadena (calcio balilla) e cahitù che huna (juke box) e molti altri, tra cui il mitologico "Nigutì de le penè róhe", "cicem i goh", "mei odhèl de boh che odhèl de gabbia", hic hac de hoc hec höl höl a hecà a hic franc al hac (cinque sacchi di legna secca sul solaio a seccare a cinque lire al sacco).

La Torre Avogadro è il manufatto architettonico più antico del territorio di Lumezzane, che testimonia la signoria della famiglia Avogadro sul feudo di Lumezzane.

La torre di origine medioevale, che dalla sua posizione domina l'unico accesso alla valle, disponeva anche di un deposito chiamato "Fenaroli" in onore al matrimonio che aveva portato il feudo, nel 1740, ai Fenaroli Avogadro. A metà del novecento sarà sede di una scuola elementare, successivamente sarà trasformata in cornice per iniziative culturali.

In frazione di Pieve, notevole la Chiesa Parrocchiale con una tela di Paolo da Caylina il Giovane, un grande Organo in legno dorato, e il Battistero esterno.

L’Osservatorio astronomico Serafino ZANI, voluto dalla famiglia Zani per ricordare il papà Serafino, è ubicato sul colle S. Bernardo di Lumezzane a 830 mt. sul livello del mare ed è sorto per divulgare l’astronomia al pubblico e alle scuole e per favorire le attività degli studiosi del settore.

Nelle escursioni alla ricerca delle bellezze della Città di Lumezzane, ci si imbatte in due fontane poco distanti, ma con una sorte ben diversa l’una dall’altra.
Una, infatti, è più esposta al pubblico e maggiormente conosciuta, mentre l’altra è situata in un luogo più nascosto.
Le fontane sono nate dalla volontà della stessa persona, il Buccelleni, rappresentante di un’illustre famiglia del passato, ma mentre una è sempre circondata da bambini e persone ed ha sempre il marmo lucido, l’altra è in un angolo dimenticato ma è bella come l’altra.
La fontana più conosciuta si trova nel centro storico, la Pieve, della parrocchia di San Giovanni Battista.
Vecchie case affiancate a anacronistici edifici moderni, affiancano la piazzetta dove sorge.
E’ sormontata da un obelisco sulla cui base sono incise queste parole:
" Per tutti a spese di me. Vincenzo Buccelleni- 7 Luglio 1667".

L'altra fontana è in un cortile come tanti altri a Lumezzane, ad aspettare che qualcuno si ricordi di lei.
Vi si accede da un passaggio con il soffitto a volta. La fontana è sotto una tettoia, addossata al muro.
L’acqua sgorgava da due cannelle metalliche, una esiste ancora, lavorata a motivi floreali.
E’ sormontata da una nicchia, dove forse si trovava un’immagine sacra, a protezione del luogo.
Ai lati due piccoli incavi nel muro: forse per posarvi il necessario per lavare.
Sul muretto della fontana troneggia lo stemma dei Buccelleni. Dalla fontana ora non sgorga più acqua ed è all’abbandono.
L’usura del tempo è evidente e una delle poche testimonianze artistiche della Valle Gobbia, esistenti al di fuori delle chiese, rischia di andare perduto irrimediabilmente.

Il grande lavatoio dell'Iris viola era luogo di incontro e di feste chiacchierine. L'acciottolato era tipico di tutte le ripide strade interne agli abitati di Lumezzane. Era nella contrada di Montagnone, in uno slargo allora acciottolato a ridosso del muro con due fori laterali per infilarci “el gambù”, un pezzo di legno curvo al quale appendere i secchi in ferro stagnato, sotto “el santilì” della Madonna con un folto ciuffo di iris viola che, sbucando dal tetto sovrastante, ne decorava il tettuccio.

Renzo è un piccolo borgo ai piedi delle montagne che circondano la Valgobbia.
Fino a qualche anno fa resisteva, con la sua grazia leggera, l'arco del Seicento, che univa due vecchie case della frazione.
Ora non c'è più, questo pezzetto di storia resta solo nella memoria e negli archivi storici.

Nel fondovalle, addossata a vecchie case diroccate, si trova una vecchia ruota in ferro che veniva azionata dall'acqua impetuosa per dare energia al fodhenèt, un'antica officina come ce n'erano tante nella Valgobbia.
Questi macchinari rudimentali erano mossi dall'acqua presa direttamente dal suo alveo naturale, diversamente dai moderni e sofisticati impianti industriali che in molti casi abbisognano del trattamento dell'acqua attraverso filtri e sistemi anticalcare.

Sulla destra, accanto all'albero spoglio, è abbandonata una ruota più piccola, forse appena sostituita da quella più grande e quindi… più energica.

I primi Lumezzanesi che potevano costruirsi una vera casa avevano l'abitudine di far dipingere sui muri un'immagine sacra; chi aveva più possibilità faceva costruire nelle vicinanze della propria abitazione una piccola cappella in onore di un Santo, della Madonna o del Sacro Cuore.
Ancora oggi queste cappelle o santelle sono frequentate dai Lumezzanesi che se ne prendono cura per mantenerle belle nel tempo.
Ogni frazione è devota ad un proprio Santo; per esempio a Gazzolo si onora S. Antonio, al Dosso si onora S. Pellegrino.

Non meno importanti sono le varie santelle sparse per il paese e soprattutto quelle immerse nel verde delle montagne, meta preferita di tante persone che amano pregare da sole nel raccoglimento del silenzio di questi monti.
Una di queste santelle si trova nei pressi di S. Bernardo, monte caro ai Lumezzanesi.

Uno fra i principali coefficienti della fortuna industriale di Lumezzane è stata l'acqua che ha permesso di alimentare le officine locali. Il principale corso d'acqua è il torrente Gobbia che ha corrente propria e continua con un regime costante che ha reso possibile il sorgere, lungo le sue sponde, di numerose officine che sfruttavano l'energia idraulica, l'unica disponibile in origine.
Oggi Lumezzane è una cittadina industriale, con numerose industrie metalmeccaniche e siderurgiche, affiancate da laboratori artigianali che danno alla valle un'impronta dinamica. Tra le nuove costruzioni e i capannoni industriali, però, occhieggiano ancora frammenti della Lumezzane di una volta, quando le giornate erano scandite da ritmi più lenti.

Il terreno su cui Lumezzane sorge appartiene al periodo triassico, quando le alture si elevarono nell'età mesozoica, corrispondente al secondo periodo di assestamento della superficie terrestre.

La valle di Lumezzane è incisa in rocce sedimentarie, prodotto del consolidamento di sedimenti deposti dall'acqua di fiumi, laghi, mari, dal vento e dai ghiacciai.
La valle di Lumezzane era ampia, a fondo piatto, sul quale poi un impetuoso torrente, il Gobbia che dà il nome alla valle, specie in prossimità del versante sinistro, ha agito in profondità sul terreno morenico e poi sui terreni sottostanti, dando alla valle la forma attuale, più stretta dove vi erano calcari e calcari marnosi, e più ampia e con versanti meno ripidi dove il torrente si trovò ad attraversare terreni di argille e di marne.
Incontrata una grande frana, il Gobbia ha vagato spostando il suo alveo sulla destra e alternando periodi di prevalente erosione ad altri di prevalente deposito e ha accumulato alluvioni ghiaiose, rimaste poi sepolte dai detriti franati o comunque scesi dal versante sinistro.
L'intervento dell'uomo, con discariche ed opere murarie, ha costretto il torrente a portarsi tutto a sinistra, confinandolo nel suo alveo attuale.

Il terreno di Lumezzane è composto di dolomie, calcari, arenarie e marne.
Sono principalmente sedimentarie stratificate, di origine marina, documentata dai fossili di animali marini presenti al loro interno.
Pesci ganoidi sono stati trovati a Lumezzane San Sebastiano e nello scavo di Lumezzane Piatucco; alghe calcaree o giroforelle, quasi a formare scogliere madreporiche, si sono rinvenute nella zona del Monte Prealba.
I fossili hanno permesso di dare un età a queste rocce; risalgono al periodo triassico e la loro età è compresa tra i duecentoquaranta e duecentoventi milioni di anni fa.

La dolomia che affiora, aspra e frastagliata, impedisce una vegetazione abbondante.
Oltre i mille metri ci sono rari abeti e pini. La vegetazione è molto folta solo sul lato sinistro e sulle pendici dei monti meridionali è particolarmente diffuso il bosco ceduo con castagno, faggio, quercia, noce, nocciolo, olmo, frassino, corniolo e carpino.
Forse la presenza dei numerosi faggi un tempo ha dato il nome alla frazione di Faidana (faggetana, fagitana, fagus-faggio, valle ricca di faggi).
Un tempo era presente a Lumezzane l'allevamento dei bachi da seta, grazie alla presenza dei gelsi, oggi quasi scomparsi.

Sui monti è possibile ammirare numerosi fiori. La bastionata del Ladino si rivela fonte inesauribile di scoperte in tutte le stagioni perchè, in virtù delle caratteristiche delle rocce calcaree, vi trovano habitat molti fiori di montagna che sono vanto di reputati giardini botanici naturali.
I fiori del Ladino anticipano di qualche mese le fioriture in quota, concedendo il massimo splendore a partire già dal mese di aprile.

A primavera si possono così osservare nei prati la primula, l'aquadegia, il non ti scordar di me; nei boschi cedui crescono il dente di cane, la scilla, il mughetto, l'iris, la peonia che, per le sue dimensioni, è certamente il fiore più sontuoso.
Nelle zone soleggiate prevalgono invece la globulana, la daphne, la genziana e varie orchidee; e sulle rocce si aggrappano gli splendidi ciuffi di primula auricula, comunemente conosciuta in loco come"viola gialla".

Sui versanti a sud si può trovare inoltre l'asfodelo, tipico del Mediterraneo; invece, nei pendii a Nord, persisterà la fioritura dell'anemone primaverile, chiaro residuo d’epoche glaciali.
Con la stagione più calda sbocceranno i gigli martagone, rosso o di S.Giovanni, il lino alpino, il geranio e il garofano selvatico.
E' un elenco parziale dei fiori del Ladino; altri ancora se ne possono scoprire, basta camminare lentamente e guardare con attenzione.

La principale società di calcio del comune è l'Associazione Calcio Lumezzane, fondata nel 1948, che milita in Lega Pro e disputa gli incontri allo Stadio Tullio Saleri.

La squadra di rugby locale è il Rugby Lumezzane, fondata nel 1964, disputa il campionato di Serie A.

A Lumezzane era presente una società di pallacanestro, la Basket Lumezzane, fondata nel 1963 che ha cessato l'attività nel 2009.

È presente anche una società di tennis che partecipa al campionato di serie A2 femminile.

Lumezzane è stata per due volte luogo di arrivo di tappa del Giro d'Italia: nel 1993 con la 15ª tappa, vinta da Davide Cassani e nel 1999 con la 16ª tappa, vinta da Laurent Jalabert.



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LA VAL TROMPIA



La Valle Trompia è una delle tre principali valli brescane. Per la vicinanza alla città è anche quella più legata a Brescia dal punto di vista geografico, storico, economico e culturale. La Valle è caratterizzata principalmente da due anime: quella artigianale-industriale legata al lavoro in miniera e alla metallurgia, e quella contadina, in simbiosi con la natura e l'ambiente, legata alle consuetudini agricole e pastorali. La Valle Trompia rappresenta una nuova e piacevole meta turistica, tutta da scoprire.

La Valle Trompia si estende su una superficie territoriale di circa 380 chilometri quadrati e si trova inserita tra le Valli Sabbia, Camonica e Sebino Bresciano con la città di Brescia a confine sud. Dal punto di vista orografico, la Valle Trompia presenta caratteristiche complesse e territorialmente si sviluppa secondo un asse centrale con direzione NE-SO sul quale si vengono ad innestare valli secondarie. Il fondovalle risulta stretto con pareti laterali che si presentano, salvo zone circoscritte, con discreto grado di pendenza. Idrograficamente la Valle Trompia è solcata longitudinalmente dal fiume Mella, in cui confluiscono i principali bacini del Bondegno, Bavorgo, Mella di Sarle, Mella di Zerlo, Mella di Irma, Avano, Val Cavallina, Marmentino, Lembrio Vandeno, Rè di Inzino, Tronto. Ad essi vanno aggiunti le convalli di Lodrino col torrente Biogno. di Polaveno - Brione col torrente Gombiera, di Lumezzane con il torrente Gobbia e infine i comuni di Bovezzo - Nave - Caino disposti lungo il corso del Garza. In poco più di 50 km di lunghezza, la Valle Trompia racchiude in sé buona parte della storia geologica delle Alpi Meridionali bresciane: dalle marne calcaree (fanghi marini solidificati) depositatesi in un antico Mediterraneo attorno a 60 milioni di anni fa agli scisti con mica e quarzo. posti nell'arco settentrionale della Valle, risalenti a oltre 350 milioni di anni fa.

I monti principali che la contornano sono:

monte Colombine - 2.215 m
Dosso Alto - 2.065 m
monte Muffetto - 2.060 m
Corna Blacca - 2.006 m
tutti appartenenti al comprensorio del Maniva che è il confine nord della valle.

Molto famoso, localmente, è il monte Guglielmo (1.957 m) che è possibile osservare molto bene anche dalla Franciacorta, dalla Città nonché da buona parte della pianura bresciana sino alla provincia di Cremona.

La presenza nell'Alta Valle di vene minerali promosse fin dall'antichità un'attività estrattiva. Ciò favorì il precoce sviluppo di una tradizione di lavorazione del ferro, attestata in epoca romana, anche per la produzione di armi. Per tale ragione sotto il dominio veneziano la valle godeva di una speciale autonomia e di alcune esenzioni fiscali. Ciò non valeva per Lumezzane (nella tributaria Val Gobbia) che era infeudata agli Avogadro. Al XVI secolo risale la fondazione della Beretta, tuttora specializzata nella produzione di armi.

Negli anni settanta-ottanta la Val Trompia era nota anche come la Valle d'Oro per le fiorenti industrie che ospitava che offrivano lavoro e guadagno a tutti i cittadini, tenuto conto che la stragrande maggioranza delle piccole (e medie) ditte erano state fondate da ex dipendenti messisi in proprio.

Fanno parte della Val Trompia i seguenti 17 comuni:

Lumezzane, Concesio, Sarezzo, Gardone Val Trompia, Villa Carcina, Bovezzo, Marcheno, Polaveno, Bovegno, Collio, Caino, Lodrino, Pezzaze, Tavernole sul Mella, Brione, Marmentino, Irma.



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martedì 28 luglio 2015

LE PREALPI BRESCIANE E GARDESANE



Le Prealpi Bresciane e Gardesane interessano principalmente la regione Lombardia e marginalmente il Veneto ed il Trentino-Alto Adige.
Le Prealpi Bresciane e Gardesane sono delimitate a ovest dal lago d'Iseo e dalla val Camonica, a nord dal passo di Crocedomini e dalle valli Giudicarie, a est dal fiume Adige e a sud dalle colline bresciane e veronesi.
A nord confinano con le Alpi Retiche meridionali, ad est con le Prealpi Venete, a sud con la pianura padana e ad ovest con le Alpi e Prealpi Bergamasche.
Le aree protette delle Prealpi Bresciane sono il monumento naturale Altopiano di Cariadeghe, il monumento naturale regionale del Masso di arenaria rossa del Permico e la riserva naturale Piramidi di Zone. Inoltre, il settore più meridionale del Parco dell'Adamello comprende un'area, seppur molto ristretta, che rientra nelle Prealpi Bresciane.

La Catena Bresciana Occidentale costituisce la parte occidentale delle Prealpi Bresciane.
Si trovano a nord di Brescia, tra la Valcamonica ad ovest e la Val Trompia ad est.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo di Crocedomini, alta Valle del Caffaro, Passo del Maniva, Val Trompia, colline bresciane, Lago d'Iseo, Valcamonica, torrente Grigna, Passo di Crocedomini.

La Catena Bresciana Orientale costituisce la parte orientale delle Prealpi Bresciane.
Si trovano a nord di Brescia, tra la Val Trompia ad ovest ed il Lago d'Idro ad est.
Ruotando in senso orario i limiti geografici sono: Passo del Maniva, Valle del Caffaro, Lago d'Idro, Valle Sabbia, colline bresciane, Val Trompia, Passo del Maniva.

Le Prealpi Gardesane interessano nella Regione Lombardia la Provincia di Brescia, nella Regione Trentino-Alto Adige la Provincia di Trento e nella Regione Veneto la Provincia di Verona.
Prendono il nome dal Lago di Garda attorno al quale sono disposte.
Le Prealpi Gardesane sono limitate a ovest dalle valli Giudicarie, a nord dal fiume Sarca, a est dal fiume Adige e a sud dalle colline bresciane e veronesi.
Dal punto di vista orografico sono separate dalle Alpi Retiche meridionali dalla Sella di Bondo e dalla Sella di Narano.
Il parco regionale dell'Alto Garda Bresciano copre in gran parte le Prealpi Gardesane Sud-occidentali.
Inoltre le Prealpi Gardesane ospitano i biotopi del lago d'Idro, del lago di Loppio, del lago d'Ampola, della Lomasona, del monte Brione, delle Marocche di Dro e della torbiera di Fiavè; la riserva naturale integrale Lastoni Selva Pezzi, la riserva naturale integrale delle Tre Cime del Monte Bondone e la riserva naturale integrale Gardesana Orientale.

Le Prealpi Giudicarie si trovano in Trentino.
Prendono il nome dalle valli Giudicarie che le delimitano a nord e ad ovest. In alternativa prendono il nome dalle due montagne più significative: il Monte Cadria ed il Monte Tofino. Infine sono dette Prealpi Gardesane Nord-occidentali per distinguerle dalle Prealpi Gardesane Sud-occidentali.
Appartiene alle Prealpi Giudicarie il gruppo delle Pichee.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Giudicarie sono i seguenti: Sella di Bondo, fiume Sarca, Riva del Garda, Valle di Ledro, Sella d'Ampola, Val d'Ampola, Valle del Chiese, Sella di Bondo.

Le Prealpi Gardesane Sud-occidentali prendono il nome dal fatto di trovarsi ad occidente del Lago di Garda; vengono denominate sud-occidentali per distinguerle dalle Prealpi Giudicarie che sono dette anche Prealpi Gardesane Nord-occidentali. In alternativa prendono il nome dalle tre montagne più significative: il Monte Tremalzo, il Monte Caplone ed il Monte Tombea.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Gardesane Sud-occidentali sono i seguenti: Sella d'Ampola, Valle di Ledro, Lago di Garda, Salò, fiume Chiese, Val d'Ampola, Sella d'Ampola.

Le Prealpi Gardesane Orientali prendono il nome dal fatto di trovarsi ad oriente del Lago di Garda. In alternativa prendono il nome dalle tre montagne più significative: il Monte Bondone, il Monte Stivo ed il Monte Baldo.
Ruotando in senso orario i limiti geografici delle Prealpi Gardesane Orientali sono i seguenti: Sella di Narano, Trento, fiume Adige, colline veronesi, Lago di Garda, fiume Sarca, Sella di Narano.

Il monte Cadria è la montagna più alta delle Prealpi Gardesane nelle Prealpi Bresciane e Gardesane. Si trova in Trentino a nord-ovest del lago di Garda e ad ovest di Riva del Garda.
Il monte Baldo è compreso tra le province di Trento e Verona.
Il monte Baldo è caratterizzato da una notevole individualità geografica. È costituito da una dorsale parallela al lago di Garda che si allunga per 40 km, tra il lago ad ovest e la Vallagarina ad est. A sud la dorsale è delimitata dalla piana di Caprino e a nord dalla valle di Loppio. Il monte Baldo raggiunge la sua altezza massima ai 2218 m di cima Valdritta, e la sua altezza minima ai 65 m sul lago di Garda.
La catena maggiore è formata da due parti, il monte Baldo ed il monte Altissimo, che rimane isolato. Le cime, a partire da sud, sono le Creste di Naole (1660 m), il crinale di Costabella (2062 m), il Coal Santo (2072 m), la vetta delle Buse (2154 m), cima Sascaga (2134 m), punta Telegrafo (2200 m), punta Pettorina (2191 m), cima Valdritta (2218 m), cima del Longino (2180 m), cima Pozzette (2128 m), Dos della Colma (1830 m) e l'Altissimo (2078 m).
La notevole presenza di rocce calcaree ha favorito molti fenomeni carsici, sono infatti visibili molti monoliti, conche e soprattutto doline, depressioni che si aprono verso grotte più profonde.
Il monte Baldo viene anche chiamato il giardino d'Europa per via del grande patrimonio floristico. Grazie alle sue caratteristiche morfologiche molto varie presenta varie zone climatiche, in particolare sono presenti la fascia mediterranea (fino ai 700 m), la fascia montana (dai 700 m ai 1500 m), la fascia boreale (dai 1500 m ai 2000 m) e la fascia alpina (dai 2000 m). Ognuna di queste fasce possiede una vegetazione diversificata.
Nella fascia mediterranea più bassa sono presenti soprattutto alberi ad alto fusto come il leccio, il carpino nero, l'orniello e la roverella. È molto diffusa anche la coltivazione dell'olivo, soprattutto sulle rive del lago di Garda, mentre poco più in alto (sempre nella fascia mediterranea) si possono trovare piantagioni di castagno, avena e foraggio. Vivono in questa fascia inoltre molte specie a fusto basso o senza fusto, come l'orchidea, il cappero, il rosmarino, il ligustrello, la lantana, l'ilatro, l'alloro, l'albero di Giuda, la saponaria rossa, la frassinella, la primula, il fior d'angiolo, la valeriana rossa, lo scotano e il bagolaro.
La fascia montana è caratterizzata da foreste di faggio, tiglio, carpino nero e abete bianco. Sono presenti anche boschi di larice e peccio, l'acero di monte ed oltre i 1000 m vi sono molti pascoli e prati, in cui l'erba dominante è la gramigna, ma sono molto presenti anche erbe come i trifogli, l'anemone, il giglio, la dentaria e la scilla silvestre. Sono presenti anche la coralloriza, il caprifoglio, la madreselva.
La fascia boreale è composta soprattutto da pino mugo, ma è presente anche il sorbo alpino, il ginepro alpino, l'erica. La flora di questa fascia è dotata da fioriture molto vistose, in particolare del croco bianco, della genziana, della vulneraria, e, di grande importanza, le endemiche Carice del Baldo (Carex baldensis), l'Anemone del Baldo (Anemone baldensis) e la rara Pianella della Madonna (Cypripedium calceolus).
La fascia alpina è in assoluto la meno estesa, copre dai 2000 m ai 2200 m, ovvero le vette più alte, praticamente la dorsale rocciosa. La vegetazione è di tipo rupestre, e le uniche specie visibili sono la potentilla, il raponzolo e il rododendro. Ci sono anche altre erbe, di cui la più importante il raro caglio del monte Baldo (Galium baldense).
Il massiccio del monte Baldo è caratterizzato da una grande varietà di fauna selvatica, a causa della presenza dell'uomo, però, la grande varietà non è supportata dalla quantità di individui per singola specie.
Vi sono in compenso una grande varietà e quantità di specie animali invertebrate, alcune endemiche come il coleottero pini (cychrus cilindrocollis), il quale si può trovare solo sul monte Baldo e nelle prealpi lombarde. Vi è un lepidotterofauna di ben 2085 specie censite, più del 40% di tutte le specie classificate in Italia.
Gli uccelli sono abbastanza numerosi, e si possono vedere specie come l'aquila reale, il gheppio, la quaglia, il barbagianni, la civetta, il gufo reale, lo sparviero, il corvo imperiale, la rondine comune, il rondone, il codirosso, il balestruccio, l'upupa, l'astore, il picchio, il picchio nero, il gallo cedrone, il fringuello, la cinciallegra, il pettirosso, l'allodola, il sordone, e moltissime altre.
I mammiferi sono presenti con il capriolo, il cervo, il camoscio, la volpe, la martora, la donnola, l'ermellino, la marmotta, la lepre comune, il riccio, il moscardino, il tasso, lo scoiattolo e varie specie di chirotteri.

Il monte Colombine (2.215 m s.l.m.) è la montagna più alta delle Prealpi Bresciane nelle Prealpi Bresciane e Gardesane. Si trova in Lombardia (provincia di Brescia).
La montagna è collocata tra Collio e Bagolino nel comprensorio del Maniva.
Si può salire sulla vetta partendo dal Goletto delle Crocette o proseguendo dal monte Dasdana, partendo dall'omonimo passo.

Il monte Bondone è una montagna del Trentino occidentale, posta immediatamente a ovest di Trento. Secondo Aldo Gorfer il monte Bondone costituisce un vero e proprio gruppo montuoso.
Esso è delimitato a nord dalla forra del torrente Vela, a ovest dalla valle dei Laghi e dal basso Sarca, mentre a est dalla valle dell'Adige. Nella sua parte meridionale il gruppo si dirama verso sud-ovest, dando luogo ad una dorsale senza soluzione di continuità, detta del Bondone-Stivo, che porta alla cima di 2054 m dello Stivo, delimitato verso sud dalla valle di Loppio. Ponendo quest'ultima come delimitazione geografica, anche il monte Stivo rientrerebbe in tale complesso montuoso, che dovrebbe più propriamente essere denominato Gruppo Bondone-Stivo.

Il Monte Tofino (2.151 m s.l.m.) si trova nella provincia di Trento.
Il Tofino è la montagna più alta delle Pichee.

Il monte Altissimo di Nago è la vetta più alta della parte trentina della catena del monte Baldo ed è situato nella parte meridionale della provincia di Trento, si trova sul territorio dei comuni di Nago-Torbole, sul quale è situata la vetta e di Brentonico.

Il Dosso Alto (2.065 m s.l.m.) si trova in provincia di Brescia.
La montagna rappresenta la massima elevazione della Catena Bresciana Orientale. Si colloca subito a sud-sud est del Passo del Maniva e fa parte delle cime appartenenti al comprensorio del Maniva.
È, assieme alla Corna Blacca, la montagna più significativa delle cosiddette Dolomiti bresciane. Infatti nella zona a sud del passo del Maniva affiorano rocce calcaree che rendono la regione simile alle più famose Dolomiti.

Il Monte Stivo  è una montagna alta 2054 m, situata nella parte meridionale del Trentino, fra Arco e Rovereto.

Il monte Caplone è una montagna alta 1976 metri ed è la vetta più alta del Parco Alto Garda Bresciano. Situato nel territorio comunale di Magasa, sovrasta gli abitati della val Vestino, e delimita il confine tra la provincia di Brescia e quella di Trento.
Il toponimo Caplone, secondo alcuni, deriverebbe da un termine sconosciuto risalente alla dominazione dei Galli Cenomani mentre quello di Cima delle Guardie o Guardie riportato nelle carta geografica relativa alla contea di Lodrone del 1700, nell'Atlas Tyrolensis del cartografo Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, o nel catasto tirolese del 1800, ove il monte veniva indicato solamente come monte Guarde, è di chiara etimologia longobarda. Infatti deriverebbe, come il monte Carzen, dalla parola "wurte" che indica un luogo di osservazione o di guardia. La sommità del monte si prestava come luogo strategico per quei soldati che erano intenzionati a controllare movimenti nemici nella val Vestino anche se lo sguardo spazia fino oltre la parte sud del lago di Garda.
Il toponimo Palù è invece un termine assai diffuso nel nord Italia e deriva dal latino "palus" che significa palude o zona umida ma il che non si addice al rilievo brullo e impervio se non per indicare la presenza sui suoi versanti di acqua di sorgente.
Con il vicino Monte Tombea è ritenuto un sito di interesse botanico di grande importanza scientifica. Il 6 luglio 1853 il botanico bavarese Friedrich Leybold vi scoprì una specie fino allora sconosciuta. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Francesco Facchini, pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano, il monte Tombea-Caplone divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi. Decantarono la bellezza di questi luoghi l'alpinista John Ball che vi salì poco prima del 1866, il naturalista austriaco Joseph Gobanz nel 1867, Vinzenz Maria Gredler con i suoi seminaristi nel 1886, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg, botanici svizzeri, viaggiatori per il Club Alpino Svizzero nel 1911 o Friedrich Morton nel 1961.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato dai garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani intenti all'assedio del Forte d'Ampola.
La posizione strategica del Monte costituì, tra il 1897 e il 1914, un punto di osservazione e controllo del confine di stato per le "sezioni di difesa" del III Battaglione, stanziato a Storo, del 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen" dell'esercito imperiale austriaco 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen".
Nel 1915, nella prima guerra mondiale, fu dapprima scalato e occupato dal 7º Reggimento bersaglieri e poi fortificato dall'esercito italiano con la costruzione della carrozzabile Tombea-Val Lorina, trincee e posti di osservazione.

Il Monte Tombea è una montagna alta 1976 m. Fa parte del gruppo montuoso che a sud del lago di Ledro si estende tra il lago d'Idro e il lago di Garda ed è composto da ovest a est dal Cingolo Rosso e monte Cingla, Bocca di Val, Bus del Gat, Cortina, Bocca di Cablone, Dosso delle Saette, Cima Tombea, monte Caplone, Bocche di Lorina, Cima del Fratone, Dosso della Fame, Cima del Levrer, monte Lavino, monte Tremalzo, Cima Tuflungo, monte Nota con passo Nota e monte Carone. Lungo la cresta e compresa la Val Vestino (passata nel 1934 dal Trentino alla Lombardia) corre il confine fra il Trentino e la Lombardia, una volta confine di Stato fra Italia e Austria, superato dai Garibaldini nella campagna del 1866, che si concluse con la battaglia di Bezzecca e il telegramma «Obbedisco». Il confine venne definitivamente passato nel 1915 all'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale.
L'origine del nome è completamente sconosciuta e secondo l'etimologia popolare o l'ipotesi avanzata da alcuni ricercatori prenderebbe il nome dagli accumuli di terreno presenti sulla sua sommità, nella Piana degli Stor, che appaiono alla vista appunto come delle tombe, col significato quindi di monte delle tombe. Per altri invece l'etimologia è fuorviante poiché il toponimo sarebbe comune a quello della Valle delle Tombe nel comune di Vigolo e Tomblone siti ambedue nel bergamasco o a quello più diffuso di Tombolo nel Veneto e deriverebbe dal latino "tumulus" o dal greco "tymba" col doppio significato di sepolcro, avello tomba e quello di terreno sopraelevato, tumulo o collina, quindi Tombea significherebbe monte-altura.
Anticamente, secondo il prof. Bartolomeo Venturini di Magasa, era pure chiamato "Gasa", ma non vi è riscontro in nessuna pubblicazione a carattere geografico.
L'Impero austriaco nella seconda metà dell'Ottocento progettò e finanziò nell'ambito del Geologische Reichanstalt studi e ricerche geologiche nel Tirolo meridionale e nel Trentino parallelamente con i rilievi topografici e le prime carte catastali. Il Beneke negli anni sessanta percorse la Valle di Ledro e i monti ad ovest del lago di Garda descrivendo accuratamente i caratteri paleontologici delle dolomie triassiche della zona. Tra il 1875 e il 1878 Karl Richard Lepsius svolse accurate ricerche stratografiche dedicando alcune pagine del suo libro alla geologia delle Alpi di Ledro e dei monti a sud dell'Ampola con studi di dettaglio della dolomia superiore dell'Alpo di Bondone, della Valle Lorina e del monte Caplone. E infine il responsabile del progetto austriaco Alexander Bittner pubblicò nel 1881 due fondamentali contributi sull'annuario del reale istituto di geologia.
Dopo la prima guerra mondiale il territorio trentino è divenuto territorio italiano. Ci sono gli studi di Cozzaglio degli anni 20 e di Mario Cadrobbi degli anni 50. Quest'ultimo ha continuato ad esplorare la natura delle intense deformazioni degli strati rocciosi. Solo negli anni settanta Alberto Castellarin dell'Università di Bologna e Alfredo Boni e Giuseppe Cassinis dell'Università di Pavia gettano le basi dell'attuale visione geologica del territorio. Distinguono le svariate formazioni rocciose individuando le successioni sedimentarie tipiche, chiariscono la complessa storia deformativa della regione geologica e individuano con precisione le grandi zone di frattura e deformazione della Linea delle Giudicarie, del Dosso del Vento-Val Trompia, e di Tremosine-Tignale, ricostruendone i movimenti nel corso del tempo geologico. Da questi studi è interessate notare come il monte Tombea e la zona circostante costituiscono una frazione particolare ed isolata di formazioni rocciose compresa fra le varie linee di movimento e deformazione.
Durante le glaciazioni le Alpi venivano sommerse dai ghiacciai con spessore anche superiore ai 2000 metri ed emergevano soltanto le vette e le creste più elevate. Con l'ultima glaciazione denominata di Würm da 80.000 a 13.000 anni fa numerosi ghiacciai vallivi si diramavano dalla calotta alpina e si insinuavano nelle valli periferiche con lingue di ghiaccio che arrivavano a lambire la pianura. L'area del monte Tombea si trovava fra due principali vie di scorrimento dei ghiacciai quaternari: a oriente la valle del Sarca ospitava la lingua principale del ghiacciaio atesino che scendeva a formare quello che ora è Il lago di Garda arrivando fino ai luoghi ove ora sorgono Peschiera del Garda e Desenzano. (Una ramificazione del ghiacciaio del Garda occupava la valle di Ledro e formava il lago omonimo.); e a occidente la valle del Chiese ospitava un ghiacciaio che scivolava dalla zona dell'Adamello. «Le aree non raggiunte dai ghiacciai perché troppo elevate nunatak costituivano spesso oasi di rifugio per molte specie vegetali. Alcune di esse diverranno specie endemiche, cioè specie la cui area di distribuzione è circoscritta a una zona ben definita. Il monte Tombea, assieme a molte altre cime del Trentino meridionale, era proprio una di queste zone rifugio e questo spiega la ricchezza di endemismi che lo caratterizzano»
Kaspar Maria von Sternberg, originario di Praga e vissuto a Ratisbona, fu il primo botanico a riconoscere l'interesse floristico della zona del monte Tombea. Egli compì in questa zona un viaggio tra il 6 maggio e il 20 luglio 1804, passando l'8 giugno in Val di Ledro e in Val d'Ampola ove raccolse sotto le rupi due piante prima sconosciute. Una era Saxifraga aracnoidea, da lui descritta nell'opera pubblicata nel 1810 Revisio Saxifragarum iconibus illustrata, l'altra divenne poi nota come Aquilegia thalictrifolia.
Alcuni decenni dopo visitarono più volte il monte Tombea e le zone circostanti altri due botanici, Francesco Facchini e Friedrich Leybold.
Facchini nel 1842 trovò proprio sul monte Tombea una nuova Scabiosa, di cui inviò campioni al botanico tedesco Wilhelm Koch. Quest'ultimo la pubblicò come nuova specie l'anno successivo nella seconda edizione della sua Synopsis florae germanicae et helveticae, chiamandola Scabiosa vestina. Nel 1846 Facchini tornò sul monte Tombea e a Bocca di Valle raccolse una Daphne assolutamente nuova. Dopo molti studi e titubanze decise di chiamarla Daphne rupestris, ma nel 1852 morì prima di pubblicare i risultati del suo lavoro.
Friedrich Leybold, bavarese ma allora residente a Bolzano, visitò due volte il Trentino meridionale, percorrendo anche la catena Tremalzo-Tombea. Qui raccolse la Daphne vista dal Facchini che in una pubblicazione del 1853 chiamò Daphne petrea, divenendo questo il nome valido.
Leybold rinvenne nella zona altre nuove piante tra cui un nuovo ranuncolo, che verrà descritto cinque anni dopo da Antonio Bertoloni come Ranunculus bilobus. Nella zona del monte Tombea rinvenne una Saxifraga che ritenne essere Saxifraga diapensioides, non notando che era una nuova entità. Con la pubblicazione nel 1854 del lavoro di Leybold e della Flora Tiroliae Cisalpinae di Facchini pubblicata postuma da Franz Hausmann di Bolzano il monte Tombea divenne una delle mete classiche degli itinerari dei botanici nelle Prealpi.
Nel 1856 salì sul monte Tombea Pierre Edmond Boissier, raccogliendo quella Saxifraga già rinvenuta tre anni prima da Leybold. Boisser conosceva la vera Saxifraga diapensioides per cui si accorse subito che era differente. Inviò la sua scoperta al massimo specialista di allora del genere Saxifraga, Adolf Engler, che, dopo ulteriori studi, pubblicò la descrizione della nuova specie nel 1869 con il nome di Saxifraga tombeanensis. Proseguirono le esplorazioni botaniche John Ball, Henry Correvon e Andreas Sprecher von Bernegg che descrissero nei loro scritti le bellezze naturali incontrate.
Fra i botanici che si occuparono della flora del monte Tombea vanno ricordati anche Vinzenz Maria Gredler che vi salì nel 1886, Friedrich Morton che descrisse la sua esplorazione effettuata nel maggio-giugno del 1961 in "Osservazioni botaniche in Val Vestino" e i malacologi Joseph Gobanz e Napoleone Pini. Tra i locali si ricordano don Pietro Porta originario della Valvestino, Giuseppe Zeni e Michele Stefani di Magasa, il maestro Silvestro Cimarolli (1854 - 1924) insegnante elementare a Baitoni di Bondone e don Filiberto Luzzani che ha lasciato una pubblicazione sulla flora della bassa Valle del Chiese con interessanti riferimenti alla catena del monte Tombea e un consistente erbario custodito presso il seminario arcivescovile di Trento.
Si dicono endemiche quelle specie che si rinvengono solo su un'area geografica ristretta al di fuori della quale esse mancano completamente. Nelle Alpi, la presenza di specie ad areale particolarmente limitato può essere conseguenza del glacialismo quaternario, del substrato litologico difforme rispetto a catene limitrofe, della particolarità climatica di un'area. Il museo civico di Rovereto ha elaborato un progetto di cartografia floristica dividendo il Trentino in aree di rilevamento standard chiamati quadranti e per ciascuno di essi è stata rilevata la flora. Conteggiando per quadrante il numero di specie endemiche ad areale particolarmente limitato (al massimo un settore di Prealpi), è emerso che queste specie sono diffuse soprattutto nella parte meridionale del Trentino.
L'area di massimo addensamento è costituita però dalla parte Sud-occidentale della provincia, ed in particolare dalla catena del M.Tremalzo-M.Tombea, con picco massimo di 21 entità nella medesima area di rilevamento. Quest'area comprende in particolare la catena Bocca Cablone, attraverso il Monte Tombea, il Monte Caplone, la Bocca di Lorina fino a Cima Avez; sono altresì inclusi Cima Spessa, (o Rocca sull'Alpo), tutta la Val Lorina e la bassa Val d'Ampola fino alle porte di Storo.

Il Monte Tremalzo (1.975 m s.l.m.) si trova tra la Lombardia (Provincia di Brescia) ed il Trentino ad ovest del Lago di Garda.
Nei pressi del monte vi è il Passo del Tremalzo.

Il Gölem (Monte Guglielmo in italiano) è una montagna di 1957 metri che si eleva nelle Prealpi Bresciane e Gardesane.
Il nome originario assegnato alla montagna è quello in lingua lombarda, Gölem, erroneamente italianizzato in Guglielmo almeno dal secolo XVII, quindi, senza alcun riferimento al nome proprio di persona. Il toponimo è infatti il corrispondente lombardo dell'italiano "colma" (dal latino culmen, culmine), ossia una montagna di media altezza con vetta priva di vegetazione e dai versanti poco impervi.
Caso raro in una regione come la Lombardia in cui attualmente non è ammessa una seconda lingua ufficiale oltre all'italiano, la denominazione originale compare a fianco del toponimo italianizzato anche nella cartografia ufficiale dell'Istituto Geografico Militare e sulle carte del Touring Club Italiano.
Il Gölem si trova a cavallo della dorsale che divide il solco della media Val Trompia dal bacino del Lago d’Iseo. La montagna culmina nel Dosso Pedalta (m 1957), massima elevazione della corona di montagne attorno al Sebino, ma la vetta del Gölem propriamente detto si trova poco più a sud, e prende il nome di Cima di Castel Bertino (1948 m), sulla quale all’inizio del XX secolo è stato eretto un imponente monumento al Redentore. Tra le vette minori che compongono la lunga e discontinua dorsale del Guglielmo si ricordano la Corna Tiragna (m 1857) a sud-est, la Punta Caravina (1847 m) a nord-ovest, il Monte Stalletti (1717 m) ad est.
Sia il Dosso Pedalta che Castel Bertino si trovano all'interno del comune di Zone sebbene i confini dei comuni di Tavernole e di Gardone Va Trompia passino a poche decine di metri a est.
La montagna ha aspetto imponente e severo: facilmente identificabile, in assenza di nebbie e foschie, da ogni angolo della Pianura padana centrale, troneggia sui rilievi circostanti le cui vette raggiungono altezze di gran lunga inferiori. Il versante meridionale si presenta spoglio e arido, mentre le pendici occidentali sono ammantate da foreste di abeti sino al limite della vegetazione arborea, collocato intorno ai 1650 metri.
Notevole il panorama che si può ammirare dalle cime: nelle giornate limpide, specialmente d’inverno, si può avere una vista d’insieme dell’intero arco delle Prealpi Lombarde, fino ai grandi massicci alpini come l’Adamello e le Dolomiti di Brenta; una veduta dall’alto di tutta la pianura lombarda, sino agli Appennini che la chiudono a sud.
Il Monte Guglielmo è frequentato in inverno e in primavera da un notevole numero di scialpinisti che trovano nei pendii innevati della montagna un buon campo di allenamento, soprattutto grazie al fatto che la sommità del Guglielmo è normalmente coperta di neve da dicembre ad aprile.
Il Monte Guglielmo è sede di un'importante corsa podistica nazionale, la Proài-Gölem, che da Provaglio d'Iseo giunge in vetta alla montagna dopo circa 30 chilometri di percorso (l'esatta lunghezza e la precisa collocazione del traguardo possono variare a seconda dell'edizione). La gara ha luogo nel mese di giugno. Di notevole rilevanza ha assunto nel tempo anche la corsa in montagna denominata " Gir de le malghe " che partendo dai piani di Caregno 1012 m, ha come massima altezza il monte Guglielmo, per poi ritornare a Caregno toccando appunto tutte le malghe dell'ampio territorio. Altra importante manifestazione è la Rampegada, che dal 1994 ha sostituito il "Discesù": gara di fondo istituita nel 1953. La Rampegada, organizzata dallo Sci Club Pezzoro parte da Pezzoro, o in scarsità di neve dal Rifugio CAI Valtrompia, sale fin al monumento del Redentore e ridiscende.

Il monte Biaena si trova a ovest di Rovereto e ad est della val di Gresta. È ricoperto da una fitta vegetazione, prevalentemente composta da boschi di conifere e ceduo di faggio, sulla cima si trovano una croce ed alcune trincee del fronte austriaco risalenti alla prima guerra mondiale.

Il monte Cingla è situato nel territorio comunale di Valvestino e di Bondone fa parte del Parco Alto Garda Bresciano e l'accesso alla vetta principale è considerato tra i più difficili tra tutte le vette del Parco. È raggiungibile attraverso un sentiero che si snoda da est partendo da Bocca Cocca, sopra Moerna, o all'opposto da Bocca Valle in quel di Persone.
Il toponimo deriverebbe, secondo alcuni, dal latino "cingulum" che significa cintura o cingolo e identificherebbe così una striscia di terra che contorna una rupe o una cengia o ancora un ripiano erboso fra i dirupi. Dello stesso significato sono i monti Zingla situato più a sud e il vicino Cingolo Rosso.
Il monte è costituito da un'aspra cresta rocciosa con due cime della stessa altezza distanti fra loro poche decine di metri. Sulla cima posta a sud occidente è stata collocata una croce mentre su quella a nord est vi è infisso un palo con due assi incrociate. Le pendici del monte furono erborizzate nella metà dell'Ottocento dal botanico Pietro Porta e nel 1941 dal sacerdote Filiberto Luzzani. Difatti in questo luogo è stata rinvenuta nel 1853 la presenza della specie Daphne petraea Leybold, che appunto prende il nome dal botanico altoatesino Friedrich Leybold, suo scopritore. Il monte è ricco di risorse naturali costituite da boschi e prati che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord il Monte Caplone, Monte Tombea, Monte Adamello, Presanella, Carè Alto, Dolomiti di Brenta; a est Cima Rest, Monte Camiolo, Monte Baldo; a sud Monte Pizzocolo, Monte Vesta, Monte Carzen, Monte Manos; a ovest Monte Stino, Monte Guglielmo, le Piccole Dolomiti Bresciane, Cornone di Blumone, i laghi di Garda, d'Idro, di Valvestino e gli Appennini

Il Monte Pizzocolo s’innalza nell’immediato entroterra della sponda bresciana del Lago di Garda tra i comuni di Toscolano Maderno, Gardone Riviera, Gargnano e sovrasta la Valle del Toscolano.
Secondo Natale Bottazzi il toponimo sarebbe un composto della voce germanica "spitz" che significa punta, cima appuntita e della voce di derivazione celtica "hügel" che significa elevazione o collina quindi indicherebbe un monte dalla cima appuntita. Nella cultura locale invece il nome "Pizzocolo" deriverebbe da "pizzo" e "zoccolo" forse per la sua forma a zoccolo, oppure da "pinzocol" che in Val di Ledro e Alto Garda indica "roccia sporgente". Il termine Pizzocolo è pure presente nel comune di Ziano Piacentino. Il monte è pure conosciuto anche con il soprannome di "Naso di Napoleone" per la somiglianza anatomica al naso del famoso imperatore. In passato era pure chiamato anche monte Gu, probabilmente come accorciativo dell’aggettivo francese "aigu" che significa acuto o dal latino "mons acutus".
La cima del monte fu fortificata con casematte e trincee dal Regio esercito italiano nel corso della prima guerra mondiale nell’eventualità di una invasione dell’esercito austriaco proveniente dalla Val Vestino. Sono ancora visibili oltre ai resti delle casematte in località Bivacco e Chiesetta, i resti di trincee a Merle Alte o linee con casematte a Ververs, al Passo Fobiola e più a nord verso Malga Corpaglione. I manufatti, trincee a cielo aperto e cunicoli in grotta, ancora visibili sono ricoperti da folta vegetazione.
La bellezza del Monte colpì anche Giosuè Carducci, commissario statale a Desenzano del Garda presso il Liceo Bagatta verso la fine dell’Ottocento, che lo narrò nella sua ode “Sirmione”.
Dalla cima vi sono ampie viste panoramiche, è possibile vedere a sud gran parte del Lago di Garda e della pianura padana fino a vedere la catena degli Appennini, mentre a nord vi è un panorama della catena delle Alpi, dove si può notare il Monte Baldo, il gruppo dell'Adamello, Monte Tombea e Monte Caplone, l'Ortles e in casi rari, quando la visibilità lo permette, il Monte Cervino.

Il Monte Manos è situato nel territorio comunale di Capovalle fa parte del gruppo del Tombea-Manos.
Il monte è un sito di importanza scientifica e nel 1875 il malacologo milanese Napoleone Pini rinvenne la presenza della Elix Gobanzi Frauenfeld già scoperta in Val Vestino dallo zoologo Joseph Gobanz nel 1867.
Il ritrovamento nel 1950 circa sul monte Manos e a Cima Igodello di reperti paleoarcheologici testimoniano la presenza di stazioni preistoriche di transito attribuibili all'età del bronzo che fungevano da collegamento tra il Lago di Garda e la Valle di Ledro.
Nel novembre 1526 fu scavalcato da 20.000 lanzichenecchi al comando di Georg von Frundsberg provenienti dalla Germania e diretti a Roma. Situato in una posizione strategica nel corso della Grande Guerra fu fortificato, come il monte Stino, con opere difensive costituite da postazioni di artiglieria a quota 1404 con 4 cannoni da 149/23 G; e a quota. 1402 con 4 cannoni da 75/27 Mod. 1906 A. Così pure nel 1944-1945 fu ampiamente militarizzato dall'Organizzazione Todt, con l'impiego di operai locali, per apprestare un valido sbarramento all'avanzata degli Alleati verso il Trentino.

Il monte Carzen fa da spartiacque tra il territorio comunale di Valvestino e quello di Capovalle e sovrasta la parte sud occidentale della val Vestino rappresentata dall'abitato di Bollone. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile sia dall'abitato di Bollone tramite un ripido sentiero di circa 4 km. o da Capovalle.
Nell'"Atlas Tyrolensis" del cartografo tirolese Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, e nelle carte topografiche della Provincia di Brescia del 1826, il Monte veniva indicato come Monte Garda di chiara etimologia longobarda, infatti deriverebbe dalla parola "wurte" che indica un luogo di osservazione o di guardia, mentre nelle carte austriache del 1878 era nominato Cima Carsine. Secondo il geografo Fausto Camerini il toponimo deriverebbe da garza, il cardo selvatico, mentre per altri dalla parola di origine preindoeurpea "car", che significa zona alta e rocciosa.
Nei secoli passati il territorio compreso tra il monte Vesta e il monte Carzen fu luogo di confine prima tra il Principato vescovile di Trento, al quale apparteneva la Val Vestino, e la Repubblica di Venezia poi, fino al 1918, tra l'Impero d'Austria e il Regno d'Italia.
Nel 1753, con il Trattato di Rovereto, sottoscritto dal doge veneziano Francesco Loredan e l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, furono delimitati i confini tra i due stati trovando così un definitivo accordo sulle secolari questioni territoriali esistenti fra le opposte comunità. Così sulla sommità del monte Vesta e poco distante a Vesta di Cima furono posti dalla commissione due cippi confinari di pietra che recano scolpita la data 1753. Verso la fine dell'Ottocento il Regno d'Italia per controllare i traffici commerciali fra i due stati, cinse la zona di confine con la Val Vestino con una serie di casermette della Guardia di Finanza e una di queste fu costruita a Vesta di Cima.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato da una colonna di garibaldini al comando del maggiore Luigi Castellazzo e da un'altra austriaca comandata dal colonnello Hermann Thour von Fernburg.
La posizione strategica del Monte costituì, tra il 1897 e il 1914, un punto di osservazione e controllo del confine di stato per le "sezioni di difesa" del III Battaglione, stanziato a Storo, del 2º Reggimento k.k. Landesschützen "Bozen" dell'esercito imperiale austriaco.
La zona del monte Vesta-Carzen-Manos fu erborizzata a partire dal 1863 dal botanico don Pietro Porta, allora parroco del villaggio di Bollone e specialista del genere dei Carduus, seguì nel 1867 la spedizione scientifica dello zoologo austriaco Joseph Gobanz e nel 1875 dal malacologo milanese Napoleone Pini.
Poco distante alla malga di Vesta di Cima si trova un ampio stagno, detto localmente "Laghetto di Vesta", usato nei mesi dell'alpeggio come abbeveratoio dal bestiame, che fino a pochi decenni fa si colorava di colore rosso a causa della presenza di minuscoli oligocheti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord la Val Vestino con il Monte Cingla, Monte Tombea, Cima Rest e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali e in lontananza si scorge la vetta del monte Adamello con quello che rimane del suo ghiacciaio perenne, a ovest la Cima della Fobbia, il monte Manos e le montagne della Valle Sabbia; a sud il monte Pizzocolo e la zona morenica meridionale del lago di Garda con la città di Peschiera del Garda. Ad est è invece possibile osservare la Valle del Droanello, il monte Denervo, la zona della Costa e il monte Baldo con la vetta del monte Altissimo di Nago.

Il Monte Vender sovrasta i borghi delle Ville del monte, nel comune di Tenno, ed è parte integrante del gruppo delle Pichee.
Formato da due cime di ugual altezza, il monte Vender è quasi completamente ricoperto di faggi e roverelle. Sulle due vette spaziano due piccoli pascoli su cui sorgono la malga Vender di sotto (1490 m). e la malga Vender di sopra (1495 m).

Il Monte Stino situato nel territorio comunale di Capovalle e Valvestino, sovrasta l'abitato di Moerna. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos.
Secondo alcuni ricercatori il toponimo del monte Stino è da ricercarsi nel nome del popolo degli Stoni, un'antica popolazione preromana che abitava in questi luoghi, difatti deriverebbe da questi lo stesso toponimo di Vestone, ma anche Cablone e Val Vestino.
Per alcuni ricercatori il Monte Stino ha dato il nome alla Val Vestino e nel corso dei secoli, data la sua posizione strategica come frontiera tra l'impero d'Austria e il regno d'Italia, assunse un ruolo importante nel controllo dei passaggi di quelle truppe che scendendo dal Trentino verso la Valle Sabbia o il Lago di Garda erano intenzionate a evitare il presidio della Rocca d'Anfo.
Nel novembre del 1526 fu scalato da circa 20.000 lanzichenecchi al comando di Georg von Frundsberg provenienti dalla Germania e diretti a Roma. Fu occupato nel 1848 dai Corpi Volontari Lombardi e tra questi vi furono il colonnello Ernest Perrot De Thannberg, il sottotenente Emilio Dandolo e il maggiore Luciano Manara dei Bersaglieri lombardi che scrivendo da Capovalle il 1º giugno 1848 a Fanny Bonacina Spini affermava di essere: "Sul monte Stino, il più alto della catena, in mezzo alla neve, e guarda un passo del Tirolo pericolosissimo. Intanto che vi scrivo qui nevica. Immaginatevi che cosa sarà sul monte Stino e "Sono giunto qui. Adesso vado subito sullo Stino a vedere quegli altri poveri diavoli... Il mio palazzo è una stalla di pecore. Ho dovuto durare gran fatica a trovare un angolo asciutto onde potervi scrivere. Il mio tavolo è un secchio, vi scrivo ginocchioni. Qui in questa capannuccia dobbiamo stare io e in quindici ufficiali...".
Nel 1859 e nel 1866 si alternarono austriaci e garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani e la brigata del colonnello Hermann Thour von Fernburg.
Nella prima guerra mondiale, e in parte anche nella seconda, fu fortificato con trincee, camminamenti e strade dall'esercito italiano come seconda linea di difesa. Vi è un museo che raccoglie reperti bellici della Grande Guerra e una chiesetta alpina consacrata al Redentore. Il nome del Monte fu pure menzionato dal poeta Gabriele D'Annunzio nel manifesto lanciato in volo su Trento il 20 settembre del 1915: "...Oggi il tricolore sventola in tutte le città sorelle, in cima a tutte le torri e a tutte le virtù. Più si vede e fiammeggia il rosso, riacceso con la passione e con le vene degli eroi novelli. Branche ignobili, violando le nostre case hanno profanato il segno, l'hanno strappato, arso e nascosto? Ebbene, oggi non vi è frode, né violenze di birro imperiale che possa spegnere la luce del tricolore nel nostro cielo. Esso è invincibile. Questi messaggi, chiusi nel drappo della nostra bandiera e muniti di lunghe fiamme vibranti, sono in memoria di quei ventuno volontari presi a Santa Massenza dalla soldataglia austriaca e fucilati nella fossa del Castello il 16 di aprile 1848. Ne cada uno nel cimitero, sopra il loro sepolcro che siamo alfine per vendicare! Bisogna che i precursori si scuotano e risuscitino, per rendere più luminosa la via ai liberatori. E i morti risuscitano. Erano là, fin dal primo giorno di guerra, a Ponte Caffaro, alla gola di Ampola, a Storo, a Lodrone, a Tiarno, a Ledro, a Condino, a Bezzecca, in tutti i luoghi dove rosseggiarono le camice e le prodezza garibaldine. E i Corpi Franchi in Val di Sole e i Legionari di Monte Stino, tutti i nostri messaggeri disperati aspettavano la gioventù d'Italia risanguinando".
È un sito botanico di importanza scientifica rilevante e la sua flora fu erborizzata dai più noti naturalisti del XIX secolo, tra questi don Pietro Porta che nel 1854 vi raccolse un cirsio glutinoso.

Il Monte Vesta è situato tra il territorio comunale di Valvestino e di Gargnano nella parte sud occidentale della Val Vestino, sovrasta l'abitato di Bollone. Fa parte del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile sia dall'abitato di Bollone tramite un ripido sentiero di circa 4 km. o da Capovalle. Il Monte Vesta dà il nome alla sottostante Valle e alla malghe di Cima, di Mezzo e di Fondo.
Secondo una tradizione secolare il Monte Vesta prenderebbe il nome da un tempietto dedicato al culto pagano di Vesta, una dea della mitologia romana, che si trovava sulla sua sommità. Secondo il geografo trentino Ottone Brentari l'unione fra i monti Vesta e Stino avrebbe dato il nome alla Val Vestino che la chiudono nella parte sud occidentale, invece per Fausto Camerini, giornalista e autore di numerose guide escursionistiche di montagna, da "besta" che significa bestiame-pascolo, in quanto il luogo era destinato fino agli anni novanta del secolo scorso all'alpeggio praticato dagli allevatori di Bollone che pagavano l'affitto al comune di Gargnano proprietario della malga Vesta di Cima. Infine lo storico bresciano Paolo Guerrini ipotizza derivi dalla voce similare valtellinese "Vestàgg" che indica una via, strada o canalone ripido adoperato per far discendere il legname o che abbia lo stesso significato di Vesto frazione di Marone. Il toponimo di Vesta ricorre pure nella zona indicando una località sul lago d'Idro.
Nei secoli passati il territorio compreso tra il monte Vesta e il monte Carzen fu luogo di confine prima tra il Principato vescovile di Trento, al quale apparteneva la Val Vestino, e la Repubblica di Venezia poi, fino al 1918, tra l'Impero d'Austria e il Regno d'Italia.
Nel 1753, con il Trattato di Rovereto, sottoscritto dal doge veneziano Francesco Loredan e l'imperatrice Maria Teresa d'Austria, furono delimitati i confini tra i due stati trovando così un definitivo accordo sulle secolari questioni territoriali esistenti fra le opposte comunità. Così sulla sommità del monte Vesta e poco distante a Vesta di Cima furono posti dalla commissione due cippi confinari di pietra che recano scolpita la data 1753. Verso la fine dell'Ottocento il Regno d'Italia per controllare i traffici commerciali fra i due stati, cinse la zona di confine con la Val Vestino con una serie di casermette della Guardia di Finanza e una di queste fu costruita a Vesta di Cima.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato da una colonna di garibaldini al comando del maggiore Luigi Castellazzo e da un'altra austriaca comandata dal colonnello Hermann Thour von Fernburg.
La zona del monte Vesta-Carzen-Manos fu erborizzata a partire dal 1863 dal botanico don Pietro Porta, allora parroco del villaggio di Bollone, seguì nel 1867 la spedizione scientifica dello zoologo austriaco Joseph Gobanz, nel 1875 dal malacologo milanese Napoleone Pini e nel 1936 dell'entomologo Gian Maria Ghidini.
A Vesta di Cima si trova un ampio stagno, detto localmente "Laghetto di Vesta", usato nei mesi dell'alpeggio come abbeveratoio dal bestiame, che fino a pochi decenni fa si colorava di colore rosso a causa della presenza di minuscoli oligocheti.
Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi che ricoprono tutti i versanti.

Cima Rest è situato nel territorio comunale di Magasa e fa parte del Parco Alto Garda Bresciano e del gruppo del Tombea-Manos ed è raggiungibile da Magasa.
Cima Rest, come l'omonimo monte Rest (1060 m.s.l.m.) sito in Friuli Venezia Giulia precisamente nel comune di Tramonti di Sopra, secondo alcuni, potrebbe derivare dal termine latino "arista", con riferimento a piante, erbe, quindi sarebbe uno di tanti riferimenti alla vegetazione locale, difatti il luogo è ancor oggi zona d'alpeggio e coltivazione del foraggio, area dedicata alla produzione del formaggio Tombea.
Il nome di Cima Rest compare la prima volta negli Statuti comunali di Magasa del 1589 quando viene citato in un articolo che prevedeva il divieto a chiunque di falciare il foraggio nelle pertinenze dell'alpeggio comunale, mentre disposizioni comunitarie successive prevedevano che si dovesse effettuare la funzione religiosa delle rogazioni da Magasa a Cadria, con sosta al fienile della Pieve di Cima Rest per la recita del rosario, obbligatoria la partecipazione di tutta la popolazione.
Nei secoli passati l'altipiano di Cima Rest è stato una luogo strategico nei periodi di guerra, da qui difatti si poteva controllare agevolmente ogni movimento nemico lungo la Val Vestino, tra il monte Tombea e Bollone, e l'ampio pianoro consentiva l'accampamento ad una truppa numerosa. Così nel febbraio del 1799, a seguito dell'invasione napoleonica dell'Italia, il Magistrato Consolare di Trento incaricò il capitano Giuseppe de Betta di portarsi con una compagnia di 120 bersaglieri tirolesi a Magasa e via Cima Rest a Cadria a presidio dei confini meridionali del Principato vescovile di Trento minacciati dai francesi.
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu scalato dai garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani del colonnello Pietro Spinazzi intenti all'assedio del Forte d'Ampola, mentre nel 1915, nella prima guerra mondiale, fu dapprima scalato e occupato dal 7º Reggimento bersaglieri e poi fortificato dal Regio esercito italiano con la costruzione della carrozzabile Tombea-Val Lorina, trincee e posti di osservazione.
Nel giugno del 1997, a causa del sequestro Soffiantini, tutta la zona di Magasa e in special modo i fienili di Cima Rest, fu ispezionata dal Battaglione Carabinieri di Brescia in quanto fu ritenuta un possibile luogo di costrizione dell'imprenditore manerbiese.
I fienili di Cima Rest sono dei fabbricati rurali situati sull'altipiano ad un'altitudine di circa 1300 m.
Sono collocati al medio alpeggio e strutturati in modo da contenere in un solo edificio le funzioni fondamentali per la vita del malghese: al piano inferiore la stalla per il bestiame, l'abitazione per il contadino, a quello superiore il deposito per il foraggio e all'esterno la legnaia.
Ricerche storiche, iniziate nel secondo dopoguerra, datano questa tipologia di costruzione al VII secolo attribuendola alle tradizioni dei Goti o dei Longobardi.
Questa tipologia costruttiva è ancora riscontrabile oltre in Val Vestino anche in Piemonte nel Parco delle Alpi Marittime, tra la conca delle Gùie e la Valle Gesso, a Sant'Anna di Valdieri, poste al confine con la Francia. Questa zona infatti conserva caratteristiche paesaggistiche rurali arcaiche grazie ad alcune baite costruite con tetti in paglia di segale poste ai piedi di grandi spuntoni di rocce.
Il Museo etnografico della Valvestino è situato a Cima Rest e raccoglie attrezzi agricoli, utensili, arredi legati alla vita contadina.
La zona dell'altipiano di Cima Rest data la sua importanza scientifica fu erborizzata a partire dalla metà dell'Ottocento.
Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord della Val Vestino l'altipiano di Denai, il Monte Tombea e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali, a ovest il monte Manos, il monte Stino, il monte Cingla, le montagne della Valle Sabbia e gli abitati di Magasa, Moerna, Turano; a sud il monte Camiolo con la sua omonima cima, il monte Vesta e il monte Carzen con l'abitato di Bollone e più giù lo sguardo coglie il mone Denervo e il monte Pizzocolo; ad est è invece possibile osservare le montagne della Puria, l'abitato di Cadria e il monte Baldo con il monte Altissimo di Nago.

La Corna Trentapassi è una montagna alta 1.248 m s.l.m., posizionata sulla sponda orientale del lago d'Iseo.
Per la sua posizione, isolata rispetto ai rilievi prealpini circostanti e protesa nel lago, la vetta della montagna è considerata un ottimo punto panoramico nonostante la quota modesta.
Dal punto di vista geologico, è costituita da rocce calcaree che le conferiscono un aspetto aspro e scosceso; scarsa è la copertura vegetazionale, in modo particolare sul brullo versante sud.
Il nome Trentapassi costituisce, in analogia con il vicino monte Guglielmo, uno dei tanti casi di mala italianizzazione dei toponimi locali, infatti il nome bresciano per il Trentapassi è Trè Tapàs, (come riportato da Antonio Foglio in Toponomastica della Lombardia, Mursia, 2009) che significa tre spunzoni, denominazione che trova immediato riscontro nell'aspetto del monte, mentre non vi traccia alcuna dei 30 passi.
Sullo sfondo della Gioconda di Leonardo da Vinci, alla destra di Monna Lisa, è dipinta una montagna aspra e scoscesa che, se vista allo specchio, presenta un profilo simile a quello della Corna Trentapassi. L'ipotesi secondo cui Leonardo trasse ispirazione da paesaggi del Sebino, del fiume Oglio e della Valcalepio sarebbe suffragata anche da altre opere, come il disegno a sanguigna Temporale su una Vallata in cui comparirebbe nuovamente la Corna Trentapassi, e la Madonna dei Fusi.

Il monte Camiolo è situato nel territorio comunale di Magasa e Valvestino fa parte del Parco Alto Garda Bresciano ed è raggiungibile sia da Magasa o da Turano.
L'origine del nome è completamente sconosciuta, anche la similitudine con l'omonimo cognome è ancora da dimostrare, difatti, secondo alcuni, questo deriverebbe dal termine dialettale arcaico "camiolo" che significa vignaiolo. Storicamente la coltivazione della vite sulle pendici del monte non è documentata mentre era praticata con certezza, fino alla fine dell'Ottocento, poco distante, a Turano, in località Ganone e a Ranch, nel comune di Magasa.
Nell'"Atlas Tyrolensis" del cartografo Peter Anich, stampato a Vienna nel 1774, veniva indicato come monte Camiol.
Il nome del monte Camiolo compare la prima volta in una pergamena del 31 ottobre del 1511 quando i rappresentanti delle comunità della Val Vestino procedettero alla sua spartizione terriera sotto l'egida del conte Bartolomeo Lodron. Il monte è pure citato negli statuti comunali di Magasa del 1589 in un articolo che prevedeva il divieto a chiunque di tagliare la legna nelle pertinenze della suddetta montagna.
Nei secoli passati in special modo tra il 1426 e il 1796, data la sua posizione strategica sul limitare del confine di stato tra la Repubblica di Venezia e il Principato vescovile di Trento, la zona del monte Camiolo suscitò nei provveditori veneti di Salò un'assillante attenzione su ogni possibile movimento nemico che attraverso i passi o sentieri che dalla Val Vestino poteva minacciare la Riviera di Salò. Così il nome del monte viene menzionato nella relazione che il provveditore Melchior Zane, datata 3 giugno 1621, inviò segretamente al Consiglio dei Pregadi ove affermava che: " Il secondo passo che entra in comune di Gargnano è quello di Cocca di Pavolon con due strade. Una viene da Cadria, luogo della Val Vestino, passando per la montagna di Risech del comun di Tignale, con cavalli e pedoni e l'altra da Camiolo, luogo di detta Valle, sale sul monte del Pinedo del comun di Gargnano e va nel fiume di Droane, venendo addirittura della Cocca di Pavolon".
Nel luglio del 1866 durante la terza guerra di indipendenza fu percorso da una colonna di garibaldini del 2º Reggimento Volontari Italiani proveniente da Droane e diretta alla volta di Magasa e lo stesso accadde nel giugno del 1915 con i fanti del Regio esercito italiano.
La zona del monte data la sua importanza scientifica fu erborizzata a partire dalla metà dell'Ottocento e in questi luoghi, nel 1842, il botanico trentino Francesco Facchini raccolse esemplari di Cirsio glutinoso. Non meno suggestive sono le sue risorse naturali costituite da boschi e prati che ricoprono tutti i versanti.
Nei giorni sereni si gode un panorama eccezionale; a nord della Val Vestino l'abitato di Magasa, l'altipiano di Denai, il Monte Tombea e il Caplone, la vetta più alta delle prealpi gardesane occidentali; a ovest il monte Manos, il monte Stino, il monte Cingla, le montagne della Valle Sabbia e gli abitati di Moerna, Turano, Armo e Persone; a sud il monte Vesta e il monte Carzen con l'abitato di Bollone e più giù lo sguardo coglie il monte Denervo e il monte Pizzocolo; ad est è invece possibile osservare le montagne della Puria e il monte Baldo con il monte Altissimo di Nago.

Il monte Spina delimita i territori di Bovezzo (a sud), Lumezzane (a nord), Concesio (ad ovest) e Nave (ad est), ed è il punto di unione tra la val Trompia e la dorsale che delimita la valle del Garza.
Sulla vetta è stata edificata una chiesa (privata) dedicata a sant'Onofrio, nella quale possiamo trovare una serie di affreschi raffiguranti il santo, risalenti agli anni tra il 1512 e il 1515 , realizzati dal Romanino e una statua della Madonna attribuita a Vincenzo Foppa. Per via di tale costruzione il monte viene anche chiamato, popolarmente, monte Sant'Onofrio.
Inoltre è presente poco distante un monumento ai caduti della valle del Garza in onore dei partigiani che operarono nella zona, morti durante la seconda guerra mondiale.

Il Monte Maddalena si innalza a ridosso della città di Brescia e più precisamente nella sua parte nord-orientale. Proprio per la vicinanza con la città è detta la montagna dei bresciani.
Alta 874 m s.l.m., la Maddalena costituisce un vero polmone verde per la città e per i comuni di Nave e Botticino che la circondano. In passato era chiamata Monte Denno (dal latino Mons Domini = monte del Signore). La Maddalena fa parte del Parco delle colline bresciane.
L'orogenesi della Maddalena, come del resto quella delle Alpi e Prealpi, è dovuta alla collisione della placca Africana contro quella Europea. Nelle immediate adiacenze (ad Ovest) della Maddalena si trova il colle Cidneo sul quale è ubicato il Castello di Brescia e che da un punto di vista morfologico rappresenta la naturale continuazione della stessa. Fino alla seconda metà del XVI secolo l'odierno Colle Cidneo ed il Monte Maddalena erano un unico rilievo, tuttavia per rendere più sicuro il castello da un eventuale attacco con il quale gli invasori si sarebbero potuti trovare più in alto del Castello, fu scavata una trincea per i dividere i due, dando così origine alla conformazione attuale. Attualmente quella trincea, odierna Via Turati, rappresenta un'importante via di comunicazione tra la parte nord e sud della città.
Nei giorni sereni il panorama consente di scorgere a nord il Guglielmo, a ovest le Prealpi bergamasche con la Presolana; a sud la pianura che si spinge fino agli appennini.
Ad est è invece possibile osservare il sud del Lago di Garda, del quale si possono riconoscere facilmente i golfi di Manerba del Garda e Moniga del Garda, il promontorio di Sirmione, il golfo di Desenzano e la zona morenica a sud del lago.



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lunedì 27 luglio 2015

27 LUGLIO 1993



In questo mondo si conoscono  solo scene di guerra: qui siamo  Milano 22 anni fa.....  appartenere alla razza umana è un triste guardando tali scene.

27 luglio 1993: la strage di via Palestro, un attentato dinamitardo avvenuto a Milano ad opera di cosa nostra.

L'esplosione di una autobomba in via Palestro, presso la Galleria d'arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea provocò l'uccisione di cinque persone: i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'Agente di Polizia Municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Tale attentato viene inquadrato nella scia degli altri attentati del '92-'93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Falcone e Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico.

Nel maggio 1993 alcuni mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano) provvidero a macinare e confezionare altro esplosivo in una casa fatiscente a Corso dei Mille, sempre messa a disposizione da Antonino Mangano (capo della Famiglia di Roccella); a metà luglio le due balle di esplosivo vennero nascoste in un doppiofondo ricavato nel camion di Pietro Carra (autotrasportatore che gravitava negli ambienti mafiosi di Brancaccio), che le trasportò ad Arluno, in provincia di Milano, insieme a Lo Nigro, che portò con sé una miccia ed altro materiale: ad Arluno, Carra e Lo Nigro furono raggiunti da una persona che li condusse in una stradina di campagna, dove scaricarono l'esplosivo. Il 27 luglio Lo Nigro e Giuliano giunsero a Roma, provenendo da Milano, per organizzare anche gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.

La sera del 27 luglio l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto; tuttavia, qualche istante dopo, l'autobomba esplose ed uccise l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.

L'onda d'urto dell'esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d'arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al Padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale.

Le indagini ricostruirono l'esecuzione della strage di via Palestro in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco: nel 1998 Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993; tuttavia, nella stessa sentenza, si leggeva: « Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica “esterna”».

Nel 2002, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso ("uomini d'onore" di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell'esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente la strage di via Palestro. Nel 2003 la Corte d'Assise di Milano condannò i fratelli Formoso all'ergastolo e tale condanna venne confermata nei due successivi gradi di giudizio.

Nel 2008 Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e fornì nuove dichiarazioni sugli esecutori materiali della strage di via Palestro: in particolare, Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Marcello Tutino (mafiosi di Brancaccio) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell'esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell'attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese.

In seguito Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all'attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l'esplosivo: tuttavia nell'aprile 2012 la Corte d'Assise di Brescia rigettò la richiesta di revisione del processo a Tommaso Formoso, adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano. Sempre sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze dispose l'arresto del pescatore Cosimo D'Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l’esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del '92-'93, compresa la strage di via Palestro. Nel 2013 D'Amato venne condannato all'ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell'udienza preliminare di Firenze.


«Stanno comparendo diverse scritte in tutta Milano contro il 41 bis. Scritte particolari, bianche, a caratteri grandi, grafia incerta, ma ben studiate»: aveva denunciato sabato dal suo profilo Facebook il consigliere comunale del Pd David Gentili, che è anche Presidente della Commissione antimafia del Consiglio comunale di Milano. «Per la commemorazione della Strage di Palestro (27 luglio), ci piacerebbe - scrive Gentili - coinvolgere i cittadini stessi nel censurare con nettezza una campagna aggressiva, anonima, di sostegno ai mafiosi, che ci preoccupa».

Sono comparse decine di scritte contro il 41 bis sui muri di Milano. Graffiti che si oppongono al regime di carcere duro, solitamente riservato ai condannati per mafia, e che l'amministrazione comunale si sta impegnando a fare cancellare. L'autore è ignoto. La grafia delle varie scritte sembra molto simile, ma con qualche differenza fra un graffito e l'altro, tanto da fare pensare che possa esserci più di una mano.

Le scritte sono comparse in diversi punti della città e col passare delle ore altre ne vengono segnalate e cancellate. La mappa va allargandosi: piazza Leonardo Da Vinci, piazzale Maciachini, uno dei viadotti in zona Mac Mahon, viale Monza all'altezza di Precotto, Villa San Giovanni, viale Monteceneri. E la lista è ancora lunga. Sul muro di cinta dell'ippodromo è stata poi trovata la scritta "omertà = rispetto", ma potrebbe essere stata tracciata precedentemente e notata solo ora. Il Comune ha segnalato la cosa alla questura.

La cancellazione del regime di carcerazione previsto dall'articolo 41 bis (introdotto dalla Legge Gozzini) è una battaglia ormai storica dei parenti dei detenuti che vi sono sottoposti. Fece scalpore nel 2002  la comparsa allo stadio di Palermo di uno striscione contro il 41 bis durante la partita Palermo-Ascoli del 22 dicembre. Un'inchiesta della Procura di Palermo chiarì come a fare esporre lo striscione furono direttamente i boss di Cosa nostra del quartiere Brancaccio. L'abolizione del 41 bis sarebbe anche stata la richiesta da parte di Cosa nostra alla base della trattativa Stato-mafia successiva alle bombe del biennio '92 e '93.

Partendo da tutt'altro presupposto, il 41 bis è inviso anche a una serie di associazioni che si battono per i diritti dei detenuti. Il diritto dei detenuti....che hanno ucciso altre persone ....con quale diritto???? Gli animali uccidono quando hanno fame....


L'articolo 41-bis (comunemente chiamato carcere duro) fa riferimento ad una disposizione normativa della Repubblica Italiana, previsto dell'ordinamento penitenziario italiano.

La disposizione venne introdotta dalla legge legge Gozzini, che modificò la legge 26 luglio 1975, n. 354 (la legge sull'ordinamento penitenziario italiano) e riguardava inizialmente soltanto le situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane.

A seguito della strage di Capaci del 23 maggio 1992, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, fu introdotto dal decreto legge 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti), convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356, un secondo comma all'articolo, che consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell'ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parti dell'organizzazione criminale mafiosa. Mentre si discuteva la proroga della legge, Leoluca Bagarella, in teleconferenza durante un processo a Trapani, legge un comunicato contro il 41 bis, in cui accusa i politici di non aver mantenuto le promesse (cfr. Papello di Totò Riina). Viene resa pubblica una lettera firmata da 31 boss mafiosi, con alcuni avvertimenti ai loro avvocati che, diventati parlamentari, li hanno dimenticati. In seguito, viene assegnata una scorta ad alcuni di questi avvocati e a Dell’Utri; quest'ultimo dopo alcuni mesi vi rinuncerà.

Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (C.P.T.) ha visitato le carceri italiane per verificare le condizioni di detenzione dei soggetti sottoposti al regime ex art. 41-bis. Ad avviso della delegazione, questa particolare fattispecie di regime detentivo era risultato il più duro tra tutti quelli presi in considerazione durante la visita ispettiva. La delegazione intravedeva nelle restrizioni gli estremi per definire i trattamenti come inumani e degradanti. I detenuti erano privati di tutti i programmi di attività e si trovavano, essenzialmente, tagliati fuori dal mondo esterno. La durata prolungata delle restrizioni provocava effetti dannosi che si traducevano in alterazioni delle facoltà sociali e mentali, spesso irreversibili.

La norma aveva carattere di temporaneità: la sua efficacia era limitata ad un periodo di tre anni dall'entrata in vigore della legge di conversione. La sua efficacia è stata prorogata una prima volta fino al 31 dicembre 1999, una seconda volta fino al 31 dicembre 2000 ed una terza volta fino al 31 dicembre 2002. Dopo 10 anni dalla strage di Capaci, il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge di modifica degli articoli. 4-bis e 41-bis che fu poi approvato dal Parlamento come Legge 23 dicembre 2002, n. 279 Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario, prevedendo che il provvedimento ministeriale non poteva essere inferiore ad un anno e non poteva superare i due e che le proroghe successive potessero essere di solo un anno ciascuna; il regime di carcere duro venne esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione.

La legge 15 luglio 2009, n. 94 Disposizioni in materia di sicurezza pubblica ha cambiato di nuovo i limiti temporali, tuttora in vigore: il provvedimento può durare quattro anni e le proroghe due anni ciascuna.

La norma prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza per alcuni detenuti (anche in attesa di giudizio) incarcerati per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione ed altri tipi di reato.

Il regime si applica a singoli detenuti ed è volto ad ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all'esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all'interno del carcere ed i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l'ordine pubblico anche fuori dalle carceri.

La legge specifica le misure applicabili, tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta ora d'aria) e la censura della corrispondenza.
Il "carcere duro" è applicabile per taluno dei delitti indicati dall'articolo 4-bis della legge penitenziaria:

delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza;
delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso;
delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose;
delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù;
delitto di chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione;
delitto di chi, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e chi fa commercio del materiale pornografico predetto;
delitto di tratta di persone;
delitto di acquisto e alienazione di schiavi;
delitto di violenza sessuale di gruppo;
delitto di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;
delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri;
delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Il Tribunale di sorveglianza ha revocato l'applicazione della misura nei confronti di Michele Aiello e ad Antonino Troia. In entrambi i casi la presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili Giovanna Maggiani Chelli ha contestato la decisione.

In data 5 novembre 2009 il Ministro della Giustizia Angelino Alfano ha reso pubblica la decisione del governo di riaprire le carceri di Pianosa e dell'Asinara, penitenziari nei quali sono stati storicamente detenuti i boss mafiosi in applicazione di tale misura. Il ministro dell'ambiente Prestigiacomo ha detto che il carcere di Pianosa non riaprirà per motivi ambientali ma si studieranno soluzioni alternative.
Anche duramente ma vivono ....dovrebbero pensare a tutto il male che hanno fatto e le vite che hanno tolto.



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