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lunedì 23 maggio 2016

PEDOFILI IN CARCERE




Chi finisce in carcere con una condanna per pedofilia non deve solo fare i conti con la sentenza sancita dal giudice ma anche con il pregiudizio degli altri carcerati.I bimbi non si toccano, reciterebbe una legge tacita in vigore tra i carcerati di tutto il mondo. Capaci di battezzare a sangue i neo arrivati macchiatisi di uno dei crimini più orrendi.

E proprio a causa della specificità del reato commesso sono confinati in un’ala ben precisa della struttura. È una prassi in vigore da tempo. Anche perché poi gli altri tendono a fare comparazioni. Chi è in carcere per truffa o per furto si sente comunque un po' migliore rispetto a chi ha commesso atti pedofili o legati alla sfera sessuale. D’altra parte questa separazione permette ai condannati per pedofilia di prendere coscienza di quanto sia terribile il reato commesso. Il fatto che abbiano una pena per un reato grave da scontare non significa che debbano essere lasciati in balia degli altri carcerati. Anche perché in carcere la concentrazione di persone con tratti caratteriali dissociali è maggiore rispetto all’esterno. Di conseguenza il rischio di aggressioni è più alto.

La mediatizzazione dei casi di pedofilia, constatabile negli ultimi anni, ha accresciuto il livello di guardia sulla tematica. "I detenuti hanno la possibilità di leggere i giornali. Sanno che magari arriverà un determinato personaggio, autore di reati pedofili. Si creano attese e aspettative, c'è chi vuole vedere queste persone in faccia, dobbiamo fare ancora più attenzione quindi".
In alcune occasioni i condannati per reati sessuali su minori hanno la possibilità di mescolarsi con gli altri carcerati. "Ma solo in circostanze in cui noi abbiamo il massimo controllo e possiamo dunque intervenire rapidamente in caso di difficoltà – ammette un direttore di un carcere –, capita ad esempio per quanto riguarda le feste o le celebrazioni. Per il resto, forse è meglio che stiano separati. E sono loro stessi a rendersene conto, si sentono più protetti. Va ricordato che non di rado questi detenuti hanno un età molto maggiore rispetto alla media degli altri e sono dunque più vulnerabili”.

Per il trattamento specifico delle persone condannate per i reati nella sfera sessuale, oltre ai colloqui individuali è stata aggiunta anche una terapia di gruppo. Momenti in cui i condannati hanno la possibilità di ripercorrere i loro errori, esplicitandoli di fronte agli altri. "Questo lavoro di gruppo – evidenzia il direttore – viene portato avanti indipendentemente dalle sedute di psicoterapia individuale. Lo scopo principale è quello di sviluppare la presa di coscienza da parte dei detenuti. Funziona un po' come in una comunità di recupero".

Gli altri detenuti li chiamano "infami", traditori dell'etica carceraria. Per gli agenti di polizia penitenziaria sono "protetti", gente che va tutelata dalla violenza dei reclusi comuni, dalle intimidazioni e dagli atti di intolleranza che colpiscono anche collaboratori di giustizia e detenuti appartenenti alle forze dell'ordine. Sono stupratori, pedofili, molestatori, torturatori di donne e bambini. Quelli che assistenti sociali, psicologi ed educatori del carcere chiamano sex offender, autori di reati sessuali.



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venerdì 18 settembre 2015

CARCERE e COSTI



A detta di chi nel carcere ci lavora, le priorità per l’agenda governativa sono tre. La prima, spiega il presidente della Cooperativa Giotto, è «un reale principio di accoglienza, ragion per cui non può esserci solo un bancomat che ti dà il numero di cella, i vestiti, il vassoio e il numero di matricola. Devono esserci persone che accolgono altre persone secondo lo scopo del vigilare e redimere». La seconda urgenza è di carattere sanitario: «Il carcere è pluriperiferia in cui ci sono extracomunitari provenienti da decine di paesi, invalidi, persone con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, disagiati sociali. L’aspetto sanitario non può ridursi a distribuzione di psicofarmaci». Il terzo punto risiede nel lavoro dei detenuti. E qui scatta l’obiezione popolare: perché in tempi di crisi, quando padri e figli sono disoccupati, bisogna dare lavoro ai delinquenti? Risponde il presidente: «Innanzitutto c’è un vantaggio economico. Per ogni milione di euro investito nella rieducazione se ne risparmiano nove. Con gli 800 detenuti che lavorano la recidiva passa dal 70-90% all’1 o 2%. Senza contare che tra costi diretti e indiretti lo Stato sborsa 250 euro al giorno per ciascun detenuto, parliamo di miliardi di euro che si ripetono come spesa ordinaria ogni anno. Un dato su tutti: per ogni detenuto recuperato si risparmierebbero 100mila euro annui».
La rieducazione del condannato, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, coniuga recupero della persona, sicurezza sociale ed economicità. Altrimenti l’esempio di scuola è quello del detenuto che esce di galera e torna a scippare la vecchietta, che a sua volta cade e si rompe il femore. Intervengono le spese sanitarie per l’ospedale, le spese della sicurezza per la polizia che arresta il delinquente oltre a quelle giudiziarie una volta compiuto il passaggio in tribunale, infine al conto si aggiunge il costo del carcere. La filiera sembra banale, ma comporta l’esborso fior di quattrini per le tasche pubbliche, ragion per cui il lavoro in carcere conviene all’uomo e allo Stato. Produce ricchezza anche fuori dalle mura del penitenziario. A Padova, ad esempio, per i 130 detenuti che lavorano, ce ne sono almeno altri 30 che hanno trovato occupazione fornendo know-how, macchinari, supporto amministrativo. Un vero e proprio indotto che si quantifica così: «Il rapporto tra lavoratori liberi e detenuti è circa di 1 a 5. Se le 800 persone detenute oggi smettessero di lavorare, altre 200 o giù di lì perderebbero il lavoro».

Alla fine della fiera i reclusi che hanno intrapreso un percorso lavorativo sono troppo pochi. Una minoranza privilegiata, che può contare su una seconda possibilità. Gli insider lamentano mancanza di fondi, assenza di progettualità di medio-lungo periodo, troppa burocrazia che scoraggia le aziende. Attacca il presidente: «Ci metti un anno a entrare in carcere e poi quando sei dentro ti dicono che non sanno se puoi restare perché non si sa se ci sono i finanziamenti. Che poi non sono semplici finanziamenti, ma investimenti. Perché ci si guadagna». Il presidente della Cooperativa Giotto cita l’esempio del febbraio 2013, quando il ministro Severino dispose un finanziamento straordinario di 16 milioni di euro per incentivare il lavoro penitenziario. «Oggi di quel decreto la burocrazia ha fatto di tutto perché il finanziamento si possa usare il meno possibile e il più tardi possibile. Nessuno ha voluto recepire ciò che arrivava nella forma di suggerimento da società civile, imprese sociali e da chi opera nel carcere da decine di anni».



Di governo in governo. Il ministro Cancellieri ha incrementato il budget della legge Smuraglia, quella che favorisce il lavoro dei detenuti. Circa 5,5 milioni in più. «Però a questo non corrisponde una spinta istituzionale centrale per fare in modo che gli 800 detenuti sui 54mila che oggi lavorano all’interno delle carceri diventino di più, anzi rischiamo seriamente che diminuiscano». Da Padova all’Italia, da una parte i panettoni dei pasticceri carcerati, dall’altra l’ozio h24 al chiuso delle celle. I due mondi corrono paralleli, non s’incontrano nemmeno per sbaglio. L’esperienza di Giotto, come quella delle cooperative che operano nei penitenziari d’Italia, ha dimostrato che la ricetta funziona. E basta poco. «Non ha vinto il carcere, ma la professionalità». Il presidente evoca un cambio di passo culturale «che renda obbligatorio per lo Stato utilizzare il lavoro come trattamento di rieducazione». I risultati fanno la differenza. Soprattutto perché «la cosa più bella è vedere un altro uomo cambiare e noi di questi spettacoli in carcere ne abbiamo visti parecchi».

Secondo le analisi del dipartimento di Polizia Penitenziaria in Italia un carcerato costa mediamente 3.511 euro al mese. Di questi soldi però solo 255 euro vengono spesi per le esigenze del detenuto. Il resto serve ad alimentare il sistema penitenziario. E la pena di morte non fa risparmiare, anzi. Quanto costa un detenuto nelle carceri italiane? Lo Stato quanto paga ogni mese per mantenere un galeotto nelle patrie galere? È una domanda che torna ciclica ma che spesso non riesce ad ottenere una risposta chiara e definita, ovvero 3.511 euro e 80 centesimi.

L’analisi è stata sviluppata dopo la decisione di Papa Francesco di abolire l’ergastolo e la nascita di un certo dibattito legato ai costi della detenzione a carico della popolazione. La dimostrazione della confusione sui numeri è data dal numero di risultati sempre diversi che compaiono su Google appena si pone la questione. Vengono proposte cifre di ogni genere, che vanno dai 70 mila euro l’anno ai 7500 euro al mese, per 225 euro al giorno. Per Pianeta Carcere a Rimini un detenuto costa 3.384 euro al mese. Per l’Osapp, sindacato autonomo polizia penitenziaria, ripreso dal Consap Lucca, un carcerato costa quanto un deputato, ovvero 12 mila euro al mese. È evidente che questi numeri contrastano tra di loro ed impediscono all’opinione pubblica di rendersi conto di quanto effettivamente costa il carcere. A questo punto abbiamo provato a fare chiarezza avvalendoci dello studio prodotto dal Dap, il dipartimento di polizia penitenziaria che ha pubblicato dati e cifre sul numero di ottobre 2012 della sua rivista “le due città”.

La cifra ricopre anche lo stipendio delle guardie, la manutenzione delle utenze, la spesa dei veicoli, il costo del personale civile e della mensa.

Questo significa che la somma complessiva per detenuto spesa dall’amministrazione penitenziaria nel 2012 è stata di 3.511 euro al mese. Di questi soldi, 3.104 sono serviti al pagamento del personale di polizia e civile, mentre il resto copre il vitto e la gestione delle strutture. Dividiamo bene la cifra e spieghiamo meglio cosa c’è nei 3.104 euro a detenuto. 2.638,92 euro servono per pagare la Polizia Penitenziaria. Il personale civile assorbe 393,58 euro. Per il vestiario e l’armamento si usano 21,97 euro, per la mensa ed i buoni pasto 39,27 euro, per le missioni ed i trasferimenti 9,03 euro. 0,57 euro servono per la formazione del personale, 0,56 euro per l’asilo nido dei figli dei dipendenti e 0,41 euro servono per gli accertamenti sanitari.

Per quanto riguarda invece i detenuti, la spesa media è di 255,14 euro mensili. Oltre la metà di questi soldi, ovvero 137,84 euro, serve a pagare vitto e materiale igienico. 67,71 euro servono a pagare il lavoro dietro le sbarre, 6,83 euro sono per le attività trattamentali, 41 centesimi servono agli asili nido per i figli mentre il servizio sanitario per i detenuti assorbe a persona 22,81 euro, con il trasporto che costa 19,81 euro. Dei 3.511 euro spesi al mese, 150,24 vengono impiegati per mantenere la struttura. 110,28 euro servono per le utenze. La manutenzione ordinaria invece costa 8,18 euro con la straordinaria che ne richiede 12,53. Le locazioni valgono 4 euro e 50 mentre le manutenzioni di automezzi 2,51 con l’esercizio che costa 2,52 euro per detenuto. Il sistema informativo costa 2,28 euro, il laboratorio Dna 2,86 e le altre spese d’ufficio invece valgono 4,38 euro. Per le assicurazioni si spendono 49 centesimi per detenuto al mese, per gli esborsi da contenzioso 1,25 e per le altre spese 2,11. Le commissioni di concorso costano 2 centesimi a detenuto, le cerimonie 3, i servizi cinofili ed a cavallo 14 centesimi mentre i sussidi al personale valgono 17 centesimi. Ed il totale fa appunto 3.511,80 centesimi. Lo stanziamento complessivo del governo per il 2012, come dimostrato dal ministero della Giustizia, è di 2.802.417.287 euro, in discesa rispetto al 2011 ma più di quanto non stanziato nel 2010.

Per il 2013 invece, come spiega il Senato, lo stanziamento è rimasto pressoché invariato, a 2.802.7 miliardi di euro. Questi numeri ci fanno capire quale sia la realtà della vita carceraria. La maggior parte dei soldi spesi serve a tenere in vita l’amministrazione mentre in sé, il detenuto, non influenza molto i costi. Parliamo, come spiega Redattore Sociale che riprende dati del Dap secondo i quali, ad agosto 2012, i detenuti nelle 206 carceri nazionali erano 66.271, comprensivi dei detenuti in regime di semilibertà. E le loro condizioni non sono poi da “Grand Hotel”. Urla dal silenzio ci propone una testimonianza di un uomo detenuto nel carcere milanese di Opera, al momento della lettera scritta il 20 novembre 2012.

L’uomo si chiama G. L. ed in poche righe ha cercato di spiegare quale sia la vita al di là della finestra sbarrata. Per mangiare ogni giorno lo stato spende 3 euro per detenuto, comprensivo di colazione, pranzo e cena. Calcolando 1.000 persone recluse ad Opera, si capisce che al giorno si spendono 3.000 euro. Ogni mese si sale a 90.000 ed in un anno lo Stato, solo ad Opera, spende 1.080.000 euro per dare da mangiare a 1.000 persone. Moltiplicando questa media per 66,271, aggiungiamo noi, esce fuori che solo di pasti in Italia ogni anno vengono spesi 71.572.680 euro. Un numero che può impressionare ma che in effetti non sembra poi così alto se pensiamo che con questi soldi si dà da mangiare a più di 66 mila persone l’anno.



Segno che forse in Italia, nonostante le accuse e la voglia di giustizialismo che ogni tanto fa capolino dai palazzi del potere, la spesa per detenuto non è poi così alta. Per farci capire meglio quale sia il nostro confronto con il resto d’Europa, il Dap ha analizzato il costo medio per detenuto in alcuni stati del vecchio continente. La Norvegia stanzia ogni anno circa 2 miliardi di euro - cifra inferiore alla nostra - che vengono divisi per i vari istituti di pena. La ridotta popolazione ed il numero esiguo dei carcerati fa sì che ogni mese si spendano, a recluso, 12.118 euro, cifra che rappresenta la media dell’istituto di pena di Halden, dov’è rinchiuso l’attentatore di Utoya, Anders Breivik.

Al secondo posto nella classifica europea c’è il Regno Unito con una media di 4.600 euro mensili per ogni detenuto. Poco sotto l’Italia c’è la Francia, che spende 3.100 euro al mese per carcerato. Il ministero della Giustizia dell’Esagono ha calcolato che per i detenuti rinchiusi nei 190 istituti di pena del Paese ogni francese versi 40 euro l’anno. In Italia invece ogni cittadino nel 2012 ha “donato” alla causa 46,95 euro. Basta dividere la popolazione per lo stanziamento. In Spagna lo Stato spende 1650 euro al mese per detenuto, una cifra che appare superiore a quella impiegata dagli Usa, dove per ogni galeotto viene speso in media ogni mese 1433 euro.

Gli Usa hanno la popolazione penitenziaria più numerosa del pianeta, con oltre 2 milioni di detenuti. La somma degli stanziamenti previsti dai governi dei 50 Stati e da Washington è di 75 miliardi di dollari l’anno. Solo che la maggior parte di questi soldi serve per mantenere alti gli standard di sicurezza. Ai detenuti restano quindi le briciole.
Nel caso di carcerati condannati alla prigione a vita senza possibilità di godere della libertà vigilata, si va a spendere poco più di un milione di euro. In Italia invece l’ergastolo, con queste cifre, viene a costare allo Stato 1.236.960 euro, calcolando una reclusione di 30 anni. Negli Usa però le cose cambiano a seconda degli Stati.

In California, ad esempio, lo Stato spende a detenuto 3.000 euro al mese, ma di questi soldi molti vengono impiegati nel pagamento delle assicurazioni mediche, che costano 10.000 euro l’anno per 40.000 detenuti. A New York un detenuto costa annualmente 40.000 dollari. In Canada una persona in galera costa 7000 dollari al mese mentre in Argentina la cifra precipita a 1.036 euro ogni 30 giorni. Qui però ci sono 9 mila detenuti e 9.800 agenti. Ci sono più guardie che ladri, quindi. Ed a proposito di casi particolari, segnaliamo Guantánamo dove ogni carcerato costa 30 euro al giorno. Le spese sono quindi tante e forse eccessive ad un occhio poco attento.

Sono in molti a considerare il mantenimento dei carcerati uno spreco e specialmente negli Stati Uniti, nel caso di pene particolarmente gravi, la pena di morte viene vista sia come una punizione adeguata sia come un modo per evitare che il malfattore pesi sulle casse della società. È pur vero che, numeri alla mano, i singoli detenuti non fanno differenza visto il costo della macchina carceraria, ma se analizzassimo i dati relativi ai costi sostenuti dall’amministrazione Usa in caso di pena di morte ci renderemmo conto che l’assioma “boia - risparmio” non sta in piedi. Anzi, un condannato alla pena capitale costa allo stato americano mediamente due terzi in più rispetto all’uomo condannato al carcere a vita senza “parole”.
In una lettera inviata nel 2009 al New York Times da Natasha Minsker, “policy director” della pena capitale nel nord della California, i residenti per ogni esecuzione pagano in tasse più di 137 milioni di dollari. Un processo che si conclude con la pena capitale costa più di 10 milioni di dollari e 20 mila ore di dibattito in aula. Uno studio dell’università di Duke ha invece dimostrato che gli Usa spendono per ogni detenuto ucciso 2.160.000 dollari in più di quanto non verrebbe speso per una carcerazione a vita. Inoltre essendo i condannati a morte per lo più poveri e nullatenenti, lo Stato si fa carico anche delle loro spese consistenti in due avvocati per il processo. Poi ci sono tutti i soggetti implicati nel processo, gli esperti di pene sostitutive, psicologi, stenografi, costi maggiorati per via delle celle singole. Insomma, ecco molte più voci di quante non si possa sospettare.
In California, dal 1982 al 2000, sono stati spesi 200 milioni di dollari. In Florida ogni esecuzione costa 24 milioni. L’avvocato della difesa per ogni processo che contempla la pena capitale riceve 360 mila dollari, 200 mila in più di quanto non otterrebbe in un processo normale. Le indagini della difesa costano tra le 5000 ed i 48 mila dollari. Il procuratore invece è pagato dai 320 mila ai 772 mila dollari, il doppio della difesa. La Corte invece costa 506.000 dollari, mentre normalmente varrebbe 82 mila. Un condannato a morte costa 137 mila dollari l’anno mentre un detenuto condannato normale arriva fino a 55 mila. E non dimentichiamo poi che le cifre del processo vanno moltiplicate per il numero di dibattimenti. Se i processi sono tre, moltiplicate tutto per tre.

Papa Francesco ha abolito il carcere perché lo riteneva inumano mentre sono molti i critici che pensano come la reclusione rappresenti un atto di comodità. Ma se questo fosse vero un detenuto che vita può passare quando con tre euro si paga colazione, pranzo e cena, mentre la vita in cella costa mensilmente 140 euro? La situazione difficile delle carceri di tutto il mondo passa anche dalle condizioni di vita. Certo, 3.511 euro a persona al mese sembra una cifra importante. Se la si spoglia si capisce la gravità della situazione e quanto effettivamente non si spenda per i detenuti, non solo in Italia. Peggio ancora va negli Usa con una spesa risibile gravata dal costo delle assicurazioni sanitarie. Nel caso di pena di morte, poi, gli unici a guadagnare sono avvocati, periti e giudici, con il condannato derubricato a “costo maggiorato” per via della sua permanenza in una cella singola. Il carcere è miseria e visti questi numeri la definizione appare fin troppo azzeccata.

L’inserimento lavorativo dei detenuti è una gallina dalle uova d’oro. Sia esso interno o esterno al perimetro carcerario, l’impiego professionale di chi sta scontando una pena garantisce notevoli vantaggi finanziari allo Stato, agevolazioni alle imprese e contribuisce ad abbattere il problema sociale della recidiva.
Di norma, il 70% degli ex galeotti torna infatti a delinquere dopo il periodo di detenzione. Ma la percentuale crolla sotto il 20% se nel frattempo essi hanno svolto un’occupazione vera per conto di imprese o cooperative sociali.
I penitenziari italiani ospitano 66 mila persone e abbattere di un punto la recidiva significa tenerne fuori quasi 700 persone. Se si considera che il costo giornaliero di un detenuto si aggira sui 150 euro, lo Stato risparmia in modo diretto circa 35-36 milioni di euro.
Senza contare tutti i benefici sociali ed economici di un malvivente in meno per strada che minaccia, ferisce, uccide, ruba, rapina e impegna risorse dello Stato sul fronte repressivo.
Del resto, oltre il 50% della popolazione carceraria italiana ha tra i 21 e i 39 anni. Dunque rappresenta un’ottima forza lavoro potenziale e, in epoca di cuneo fiscale altissimo, garantisce vantaggi competitivi alle imprese.
Il datore di lavoro beneficia di 516 euro di credito d'imposta per ogni detenuto impiegato. Nel caso di addetti assunti a tempo parziale l’agevolazione spetta in misura proporzionale alle ore prestate. E il regime di favore vale per ulteriori sei mesi successivi alla fine della detenzione.
In più ci sono sgravi contributivi che oscillano tra il 50% e il 100%. La percentuale più bassa è per le imprese, nel caso di reclusi disoccupati da oltre 24 mesi. Ma la quota sale al 100% per gli artigiani. L’agevolazione è prevista per 36 mesi in caso di assunzione a tempo determinato e permane naturalmente anche oltre il «fine pena».
C’è invece una riduzione contributiva del 100% per le cooperative sociali che impieghino persone ammesse alle misure alternative. E uno sgravio dell’80% per le cooperative che si avvalgano di detenuti ammessi al lavoro esterno. Pure in questo caso le agevolazioni si protraggono per 6 mesi oltre la fine della detenzione.

La norma che sostiene il lavoro dei reclusi è la legge Smuraglia (193/2000), che dall’inizio viene finanziata ogni anno con 4,6 milioni di euro: ammontare via via sempre più esiguo per colpa dell’inflazione (quest’anno i fondi sono già finiti in agosto) e di cui beneficiano oggi poco più di 2 mila detenuti tra quelli impiegati nell’intramurario e i cosiddetti «articoli 21» (ammessi al lavoro esterno in base all’art.21 dell'ordinamento penitenziario). Il budget è diviso grossomodo a metà tra credito d’imposta e sgravio contributivo.

Coloro che stanno scontando una pena e che lavorano (dentro e fuori il carcere) sono oggi 14 mila e producono una ricchezza pari a circa 300 milioni di euro, secondo i dati della Camera di commercio di Monza e Brianza. Numeri non indifferenti che pure potrebbero essere di molto incrementati.
Gino Gelmi, di Carcere e territorio spiega: «La Smuraglia ha una dotazione limitata e soprattutto riguarda solo gli “articoli 21”, non i beneficiari di misure alternative. Le risorse puntalmente finiscono a metà anno e le imprese, soprattutto le coop sociali, vanno in difficoltà».



LEGGI ANCHE : http://cipiri16.blogspot.it/2015/09/tatoo-e-carcerati.html



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lunedì 7 settembre 2015

IL CARCERE NELLA STORIA

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Il penitenziario sorge dal giorno in cui la società politicamente e giuridicamente organizzata, avocando a sé ogni potere, stabilisce sanzioni penali per i trasgressori delle leggi, isolandoli in appositi luoghi detti carceri che, secondo alcuni, deriverebbe dal latino coercere (cioè costringere), secondo altri dall'aramaico carcar che significa tumulare(riferendosi alla prassi di trattenere i prigionieri in cisterne sotterranee allo scopo di una più facile vigilanza). Ne troviamo ad esempio menzione nella Bibbia in (Gn 39,7), quando Giuseppe, figlio di Giacobbe, arrestato dai fratelli fu calato in una cisterna in attesa di essere venduto schiavo. Le prigioni nacquero, verosimilmente, col sorgere della civile convivenza umana e svolsero, inizialmente, la funzione di allontanare dalla vita attiva e separare dalla comunità quei soggetti che il potere dominante considerava minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa.

Le esigenze di costrizione finirono con l'imporre sistemi durissimi, peraltro inaspriti nei luoghi ove l'esercizio del potere divino era affidato ai responsabili della cosa pubblica, ritenendosi l'offesa arrecata alla divinità.

Le testimonianze più lontane che ci sono pervenute ci descrivono prigioni ricavate nelle profondità della terra.

Le prigioni vere e proprie, quali strutture apposite per la custodia di persone indesiderabili, entrarono, però, in uso probabilmente dopo l'origine della "città". Le prime notizie abbastanza precise risalgono alla Grecia, a Roma e nella Bibbia.
Presso i greci e i romani le prigioni erano composte da ambienti in cui i prigionieri erano protetti da un semplice vestibolo, nel quale, in taluni casi, avevano la libertà di incontrare parenti ed amici, anche al fine di far versare un risarcimento alla vittima, che poteva portare ad una cancellazione o mitigazione della pena. Il carcere, comunque, non veniva mai preso in considerazione come misura punitiva, in quanto esso serviva in linea di principio ad continendos homines, non ad puniendos.

Nel diritto romano, come del resto negli altri sistemi giuridici prima dell'era contemporanea (cioè sino al 1789), il carcere era considerato come un mezzo di detenzione preventiva in attesa della pena capitale o corporale, non era quindi previsto l'ergastolo (tra le prigioni romane più celebri si ricordi il carcere Mamertino che era riservato a coloro che si macchiavano di reati contro lo Stato, ne furono relegati tra l'altro Pietro apostolo e Paolo di Tarso prima del martirio). Dell'antica Grecia funzionava il "sofronistero" dove erano rinchiusi i minorenni traviati, e il "pritaneo" dove fu rinchiuso Socrate, 30 giorni prima di ingoiare la cicuta.

I regni romano-barbarici introdussero la faida che autorizzava direttamente la vittima a rivalersi in qualsiasi misura sull'aggressore, anche nel senso che un guerriero forte e combattivo aveva sempre ragione. Nel sistema feudale alla vendetta privata si sostituì la composizione pubblica, giudice essendo il feudatario con dominio sul territorio. A poco a poco al feudatario si sostituì il potere comunale prima e poi del re. La carcerazione riapparve quindi prima di tutto come luogo di segregazione degli oppositori del re(celebre la Bastiglia in Francia costruita nel 1360 e distrutta nel 1789). Il senso era che, salvo che in casi eclatanti, in cui era ritenuta opportuna una punizione esemplare, il re non voleva giustificare in un processo una carcerazione che tutti sapevano esser dettata solo da motivi politici. In epoca moderna in Francia ed in Inghilterra si fece gran uso dei prigionieri come lavoratori forzati nelle colonie, in un primo momento venduti come schiavi per un periodo (da 10 a 17 anni) ai coloni, poi, quando questi sostituirono gli schiavi neri (meno costosi e più abbondanti) ai detenuti, come schiavi di stato per l'esecuzione di opere pubbliche in luoghi impervi. Cessato il principio della schiavitù e ridottosi molto l'uso della pena di morte, i detenuti furono ammassati in isole prima in lontane zone coloniali, poi in isole della madrepatria (famosissime Cayenna (F), Alcatraz (USA) e, in Italia, Asinara, Pianosa, Ventotene, ecc.) sino a quando nuove concezioni umanitarie e l'ostilità del personale di guardia verso tali sistemazioni non indussero a legare le prigioni al territorio.



Il principio finalistico del carcere, quale istituto di espiazione di pena, risale alla Chiesa dei primi tempi della religione cristiana.
Il principio secondo il quale la pena deve essere espiata nelle carceri andrebbe quindi fatto risalire all'ordinamento di diritto canonico, che prevedeva il ricorso all'afflizione del corpo per i chierici e per i laici che avessero peccato e commesso reati sulla base del principio che la Chiesa non ammetteva le cosiddette pene di sangue, se non nei casi ritenuti più gravi, cioè eresia e stregoneria(cioè alleanza col demonio).

Più tardi con l'istituzione dell'inquisizione ecclesiastica fu introdotto il carcere a vita come strumento di espiazione morale della pena (a Roma fu costruito nel 1647 il Palazzo delle Prigioni tuttora visibile), ferma restando la possibilità della pena di morte per i reati ritenuti più gravi. Non mancarono, tuttavia, dei fecondi esempi di apostolato: Vincenzo de' Paoli (1581-1660) il quale fondò l'ordine delle Figlie della Carità, benemerite dell'assistenza, oppure Giuseppe Cafasso (1811-1860) che, per aver speso tutta la sua vita in favore dei detenuti, è stato assunto a patrono dei carcerati.

Il movimento illuminista seguendo il filone rivoluzionario e grazie a esponenti come Immanuel Kant (1724-1804), Cesare Beccaria (1738-1794) e Gaetano Filangieri (1753-1788) elaborò un nuovo sistema carcerario basato su principi morali, il libero arbitrio, l'integrità fisica e morale, l'istruzione e il lavoro. La pena, intesa come castigo e dolore, è volta a contrastare non più l'uomo ma il delitto come entità avulsa dal proprio autore. A causa degli austriaci, fu edificato a Milano nel 1764 un carcere di tipo cellulare che si basava sull'isolamento dei detenuti.

Con l'avvento della scuola positiva che si proponeva, non solo lo studio del delitto in sé, ma anche e principalmente dell'uomo delinquente, furono pubblicati i dati sperimentali di eminenti antropologi quali Cesare Lombroso (1835-1909), Enrico Ferri (1856-1929) ed Enrico Pessina (1828-1916).

Dagli anni ottanta del XX secolo in poi anche l'Italia ha progressivamente abbandonato la prigione (e la multa) come unica sanzione per la violazione delle leggi penali, introducendo un po' alla volta una serie di pene alternative alla prigione (detenzione domiciliare, affidamento in prova al servizio sociale, lavoro volontario di pubblica utilità, ecc), mentre sin da allora provvedeva a depenalizzare una serie di fattispecie di reati minori, trasformandoli in illeciti amministrativi puniti solo con un'ammenda, anche se d'altro lato provvedeva all'opposto sia ad inasprimenti di pene per alcuni reati di particolare allarme sociale (mafia, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, stupro, evasione, ecc.) sia ad istituire nuovi reati (stalking, scambio elettorale politico-mafioso, nuove ipotesi di evasione fiscale, ecc.) sia limitando la possibilità di fruire dei benefici delle pene alternative ad alcuni reati (mafia, stupro di gruppo o di minore, estorsione, recidivi, ecc.) sia creando una normativa di particolare rigore per detenuti in collegamento con la criminalità organizzata (detto "regime del 41 bis" dell'Ordinamento penitenziario) o di particolare pericolosità.

Certo eravamo nella società borghese/vittoriana ma ancora oggi il carcere moderno conserva qualcosa del chiostro, del collegio, del reggimento nel momento in cui propone correzione, disciplina ed espiazione.
Ci sono altri luoghi dove si viene preparati ad essere compatibili con la formazione sociale di un dato periodo storico, luoghi quali la famiglia, la scuola, la fabbrica, la caserma attraverso cui si passa per essere normalizzati. Chi non ci riesce o non vuole verrà diviso dai normali e rinchiuso per essere corretto.
Uno dei meccanismi di correzione di cui si avvale il carcere è il lavoro poiché solo accettando la disciplina del lavoro e la conseguente disciplina del comportamento sociale si può essere reintegrati nel tessuto sociale o ancora meglio, nell'interesse generale della società che annulla l'interesse particolare cosicché il lavoro non risulta essere (come dovrebbe) attività umana creativa e diversificata che asseconda i desideri e gli intenti di ciascuno/a, ma attività astratta in quanto sottoposta al capitale che omologa le scelte di consumo e seleziona anche il campo delle relazioni.
Il lavoro in carcere ha attraversato fasi diverse a seconda della situazione del mercato del lavoro all'esterno e nello specifico negli USA, nonostante sia stato eliminato come lavoro produttivo nei penitenziari, è là rimasto come lavoro forzato ed afflittivo per educare alla disciplina.
I meccanismi di controllo e repressione di cui il carcere è il perno, sono diversi da paese a paese perché collegati a molti fattori: disordini sociali, sistemi politici, benessere economico, conflitti di classe, servizi sociali erogati. Allo stato attuale, si può dire che in Europa i sistemi di controllo e le forme legislative cominciano a parificarsi prendendo a prestito, dalla storia di ogni paese, le risposte emergenziali date a conflitti sociali. L'Italia, nei decenni che seguono il dopoguerra, ha vissuto un alto livello di scontro di classe che ha prodotto, sul piano della risposta statuale, carceri speciali ed una legislazione d'emergenza. Sostanzialmente, il carcere in Italia si è basato su una logica custodialista, ovvero in carcere si entra per restare, per soffrire e per essere degradati a cose.



Nel 1890 entra in vigore il Codice Zanardelli del Regno d'Italia che abolisce la pena di morte. Questa verrà reintrodotta dal fascismo, per cui la repressione, oltre ad avere un carattere sovrastrutturale, era un'esigenza di politica economico sociale, così che divenne repressione di massa.
Nel 1926 si approva la nuova legge di pubblica sicurezza che introduce il confino di polizia tuttora vigente.
Nel 1930 è approvato il Codice Penale Rocco, tuttora vigente con lo specifico dell'art. 270 che istituisce il reato politico di associazione sovversiva tuttora largamente applicato.
Nel 1931 è approvato il regolamento penitenziario che, tra i vari obblighi, indicava ai detenuti di restare in piedi, sull'attenti, quando in cella entrava il personale carcerario.
Nello stesso anno, è approvato il codice di procedura penale che garantiva l'impunità agli agenti di Pubblica Sicurezza per fatti compiuti in servizio.
Nel 1934 nasce il Tribunale per i minorenni. Negli anni successivi al secondo dopoguerra rimase in piedi il regolamento carcerario fascista del 1931.
Ed è sulle speranze maturate con la repubblica antifascista che iniziano le rivolte carcerarie. La prima è datata 1947, poco dopo l'amnistia che condonava tutti i delitti compiuti dai fascisti.
Nel 1950 è abrogata una norma che prevedeva il taglio dei capelli ed il numero di matricola, al posto del nome del detenuto.

Tra il '50 e il '60, in corrispondenza dello sviluppo economico accelerato ed una ridistribuzione delle ricchezza, la quantità generale dei reati cala, ma cambiano le tipologie di reato.
E' la fine degli anni '60: la nuova stagione di lotte operaie e studentesche esplode anche all'interno del carcere; i detenuti cominciano ad acquistare la coscienza di essere una frazione del proletariato sfruttato che, solo nella lotta collettiva può trovare il suo riscatto, così che le prime insubordinazioni vivacizzano le gerarchie malavitose e mafiose che spesso garantivano dentro il carcere ordine ed assenza di conflittualità.
La prima rivolta carceraria è del '69 alle "Nuove" di Torino, città operaia in cui qualche mese prima era avvenuta la prima occupazione universitaria. Il movimento di lotta dei detenuti proseguì per anni nelle carceri delle più grandi città italiane. Si denunciavano le condizioni di vita ed i regolamenti interni varati sotto il fascismo.
La risposta alle rivolte è durissima con i trasferimenti de detenuti nei carceri punitivi ed in manicomi giudiziari. L'altra risposta è quella legislativa del 1975 con la Riforma numero 354 che cancella l'ordinamento fascista. La riforma manifesta la mancanza di coraggio civile a rompere pienamente gli ordinamenti fascisti ed inoltre non realizza il coinvolgimento del tessuto sociale verso le questioni carcerarie. Il carcere continua a restare "cosa separata dal mondo" e che trasgredisce dovrà ancora essere punito. La riforma contiene anche l'articolo 90 che azzera la legge stessa concedendo la Governo di sospendere le regole trattamentali: sospensione di corrispondenza epistolare interna, censura per la corrispondenza esterna, sospensione di tutte le attività culturali, sportive e ricreative, delle comunicazioni telefoniche con i famigliari, dei pacchi di vestiario e cibo, dei colloqui con i propri cari. L'articolo 90 ampiamente utilizzato nelle carceri speciali sarà abolito nel 1986.
Nel '75, in contemporanea con la Riforma penitenziaria, è varata la Legge Reale, che concede alle forze di polizia di trattenere i fermati per accertamenti, di operare perquisizioni domiciliari senza autorizzazione del magistrato, di lasciare impuniti gli agenti che compiono reati inerenti al servizio; la legge viola l'articolo 13 della Costituzione italiana che afferma "la libertà personale è inviolabile".
Siamo in un momento storico caratterizzato da un forte conflitto sociale a cui si risponde con gli arresti di persone solo sospettate di appartenere a gruppi armati. Nel 1977 il sistema carcerario italiano si connota di un doppio circuito: uno normale per la massa di detenuti ed uno speciale per i politici e i comuni più combattivi.
Vengono riaperte carceri che si ritrovano nelle isolette del Mediterraneo e nuove carceri verranno costruite tra il '77 e l'81 in tutto 13 (10 maschili e 3 femminili).
Negli speciali si sperimentano tecniche di deprivazione sensoriale al fine di disgregare la personalità del prigioniero, isolamento individuale o in piccoli gruppi da trascorrere per 22 in cella e due ore in un cubo di cemento da cui si può vedere solo il cielo. Interposizioni di vetri e citofoni che alterano il timbro della voce ai colloqui con i familiari.
Tra il '77 e l'80 sono varati diversi decreti antiterrorismo detti leggi Cossiga, che stabiliscono aumenti di pena di oltre la metà per reati compiuti con finalità di terrorismo, aumenti di pena per reati associativi e facilitazioni per chi si dissocia dai gruppi armati denunciando i propri compagni.
La legislazione emergenziale si arricchì di altri provvedimenti nel corso degli anni '70: decreto ministeriale del '72 che istituzionalizzava i "braccetti di massimo isolamento" dove venivano rinchiusi i prigionieri politici ritenuti pericolosi a cui erano sospesi elementari diritti dei detenuti: non possibilità di acquistare generi alimentari e di conforto, sospensione dei pacchi esterni, non partecipazione alla gestione delle biblioteche e delle attività ricreative e sportive, permanenza all'aria di sei ore settimanali non continue, impossibilità di svolgere attività all'interno del carcere, sospensione dei colloqui telefonici e della visione della tv, non possibilità di ricevere o acquistare giornali e riviste, e l'ascolto di radio con modulazione di frequenza, un solo colloquio al mese con i familiari.
Dello stesso anno è la legge numero 304 detta "Sulla dissociazione" che prevedeva forti sconti di pene non per chi denunciava i propri compagni, bensì per chi abiurava la passata militanza e prendeva le distanze dalla ideologia di riferimento.

Nel 1986 è varata la legge 663 detta Gozzini che doveva essere la "riforma delle riforme", ovvero doveva cercare di correggere le incompetenze della Riforma del '75. La Gozzini verrà svuotata di senso nel dibattito parlamentare così che risultava non più la legge che avrebbe permesso un graduale reinserimento sociale dei detenuti attraverso un'attività lavorativa esterna e le riprese dei legami parentali ed amicali, ma una legge che "prevedeva", cioè concedeva, la possibilità di accedere all'esterno grazie ad uno "scambio", ossia i detenuti dovevano accettare il sistema carcerario così com'è per poterne uscire. Tuttora, il detenuto deve fingere l'accettazione e preoccuparsi individualmente di tessere relazioni con le associazioni di volontariato che operano nelle strutture carcerarie. Inoltre, una volta fuori, il detenuto lavora sottopagato pur di poter riprendere le relazioni sociali esterne.
L'ultima legge parlamentare è del 1997, detta Simeoni. Questa legge si è posta contro la campagna forcaiola condotta sui mass media in merito alle scarcerazioni facili (a tal proposito ricordiamo che l'Italia è tra i paesi europei quello dove si espiano le pene quasi per intero e dove le evasioni sono in numero più basso) ma è rimasta ancorata alla logica premiale e quindi all'operato dei Magistrati di sorveglianza che, nel concedere i benefici, si avvalgono dei verbali di polizia e non di quelli dei servizi sociali. Le misure alternative al carcere, non sono in Italia, di fatto, applicate.
Allo stato attuale sono più di 50mila i detenuti nelle carceri italiane e di questi abbiamo al primo posto i tossicodipendenti, in maggioranza sieropositivi, e al secondo gli immigrati. Gli immigrati che si trovano in Italia sono inoltre vittime di altre misure repressive, ovvero di essere portati, se trovati privi di permesso di soggiorno, nei Centri di Accoglienza Temporanei, dove possono restare a tempo indeterminato privati dei più elementari diritti, in attesa di essere espulsi dall'Italia.



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lunedì 27 luglio 2015

27 LUGLIO 1993



In questo mondo si conoscono  solo scene di guerra: qui siamo  Milano 22 anni fa.....  appartenere alla razza umana è un triste guardando tali scene.

27 luglio 1993: la strage di via Palestro, un attentato dinamitardo avvenuto a Milano ad opera di cosa nostra.

L'esplosione di una autobomba in via Palestro, presso la Galleria d'arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea provocò l'uccisione di cinque persone: i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'Agente di Polizia Municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss, immigrato marocchino che dormiva su una panchina. Tale attentato viene inquadrato nella scia degli altri attentati del '92-'93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Falcone e Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico.

Nel maggio 1993 alcuni mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano) provvidero a macinare e confezionare altro esplosivo in una casa fatiscente a Corso dei Mille, sempre messa a disposizione da Antonino Mangano (capo della Famiglia di Roccella); a metà luglio le due balle di esplosivo vennero nascoste in un doppiofondo ricavato nel camion di Pietro Carra (autotrasportatore che gravitava negli ambienti mafiosi di Brancaccio), che le trasportò ad Arluno, in provincia di Milano, insieme a Lo Nigro, che portò con sé una miccia ed altro materiale: ad Arluno, Carra e Lo Nigro furono raggiunti da una persona che li condusse in una stradina di campagna, dove scaricarono l'esplosivo. Il 27 luglio Lo Nigro e Giuliano giunsero a Roma, provenendo da Milano, per organizzare anche gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro.

La sera del 27 luglio l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto; tuttavia, qualche istante dopo, l'autobomba esplose ed uccise l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.

L'onda d'urto dell'esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d'arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al Padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale.

Le indagini ricostruirono l'esecuzione della strage di via Palestro in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco: nel 1998 Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993; tuttavia, nella stessa sentenza, si leggeva: « Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica “esterna”».

Nel 2002, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso ("uomini d'onore" di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell'esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente la strage di via Palestro. Nel 2003 la Corte d'Assise di Milano condannò i fratelli Formoso all'ergastolo e tale condanna venne confermata nei due successivi gradi di giudizio.

Nel 2008 Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e fornì nuove dichiarazioni sugli esecutori materiali della strage di via Palestro: in particolare, Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Marcello Tutino (mafiosi di Brancaccio) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell'esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell'attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese.

In seguito Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all'attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l'esplosivo: tuttavia nell'aprile 2012 la Corte d'Assise di Brescia rigettò la richiesta di revisione del processo a Tommaso Formoso, adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano. Sempre sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze dispose l'arresto del pescatore Cosimo D'Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l’esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del '92-'93, compresa la strage di via Palestro. Nel 2013 D'Amato venne condannato all'ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell'udienza preliminare di Firenze.


«Stanno comparendo diverse scritte in tutta Milano contro il 41 bis. Scritte particolari, bianche, a caratteri grandi, grafia incerta, ma ben studiate»: aveva denunciato sabato dal suo profilo Facebook il consigliere comunale del Pd David Gentili, che è anche Presidente della Commissione antimafia del Consiglio comunale di Milano. «Per la commemorazione della Strage di Palestro (27 luglio), ci piacerebbe - scrive Gentili - coinvolgere i cittadini stessi nel censurare con nettezza una campagna aggressiva, anonima, di sostegno ai mafiosi, che ci preoccupa».

Sono comparse decine di scritte contro il 41 bis sui muri di Milano. Graffiti che si oppongono al regime di carcere duro, solitamente riservato ai condannati per mafia, e che l'amministrazione comunale si sta impegnando a fare cancellare. L'autore è ignoto. La grafia delle varie scritte sembra molto simile, ma con qualche differenza fra un graffito e l'altro, tanto da fare pensare che possa esserci più di una mano.

Le scritte sono comparse in diversi punti della città e col passare delle ore altre ne vengono segnalate e cancellate. La mappa va allargandosi: piazza Leonardo Da Vinci, piazzale Maciachini, uno dei viadotti in zona Mac Mahon, viale Monza all'altezza di Precotto, Villa San Giovanni, viale Monteceneri. E la lista è ancora lunga. Sul muro di cinta dell'ippodromo è stata poi trovata la scritta "omertà = rispetto", ma potrebbe essere stata tracciata precedentemente e notata solo ora. Il Comune ha segnalato la cosa alla questura.

La cancellazione del regime di carcerazione previsto dall'articolo 41 bis (introdotto dalla Legge Gozzini) è una battaglia ormai storica dei parenti dei detenuti che vi sono sottoposti. Fece scalpore nel 2002  la comparsa allo stadio di Palermo di uno striscione contro il 41 bis durante la partita Palermo-Ascoli del 22 dicembre. Un'inchiesta della Procura di Palermo chiarì come a fare esporre lo striscione furono direttamente i boss di Cosa nostra del quartiere Brancaccio. L'abolizione del 41 bis sarebbe anche stata la richiesta da parte di Cosa nostra alla base della trattativa Stato-mafia successiva alle bombe del biennio '92 e '93.

Partendo da tutt'altro presupposto, il 41 bis è inviso anche a una serie di associazioni che si battono per i diritti dei detenuti. Il diritto dei detenuti....che hanno ucciso altre persone ....con quale diritto???? Gli animali uccidono quando hanno fame....


L'articolo 41-bis (comunemente chiamato carcere duro) fa riferimento ad una disposizione normativa della Repubblica Italiana, previsto dell'ordinamento penitenziario italiano.

La disposizione venne introdotta dalla legge legge Gozzini, che modificò la legge 26 luglio 1975, n. 354 (la legge sull'ordinamento penitenziario italiano) e riguardava inizialmente soltanto le situazioni di rivolta o altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane.

A seguito della strage di Capaci del 23 maggio 1992, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della sua scorta, fu introdotto dal decreto legge 8 giugno 1992, n. 306 (cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti), convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356, un secondo comma all'articolo, che consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell'ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parti dell'organizzazione criminale mafiosa. Mentre si discuteva la proroga della legge, Leoluca Bagarella, in teleconferenza durante un processo a Trapani, legge un comunicato contro il 41 bis, in cui accusa i politici di non aver mantenuto le promesse (cfr. Papello di Totò Riina). Viene resa pubblica una lettera firmata da 31 boss mafiosi, con alcuni avvertimenti ai loro avvocati che, diventati parlamentari, li hanno dimenticati. In seguito, viene assegnata una scorta ad alcuni di questi avvocati e a Dell’Utri; quest'ultimo dopo alcuni mesi vi rinuncerà.

Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (C.P.T.) ha visitato le carceri italiane per verificare le condizioni di detenzione dei soggetti sottoposti al regime ex art. 41-bis. Ad avviso della delegazione, questa particolare fattispecie di regime detentivo era risultato il più duro tra tutti quelli presi in considerazione durante la visita ispettiva. La delegazione intravedeva nelle restrizioni gli estremi per definire i trattamenti come inumani e degradanti. I detenuti erano privati di tutti i programmi di attività e si trovavano, essenzialmente, tagliati fuori dal mondo esterno. La durata prolungata delle restrizioni provocava effetti dannosi che si traducevano in alterazioni delle facoltà sociali e mentali, spesso irreversibili.

La norma aveva carattere di temporaneità: la sua efficacia era limitata ad un periodo di tre anni dall'entrata in vigore della legge di conversione. La sua efficacia è stata prorogata una prima volta fino al 31 dicembre 1999, una seconda volta fino al 31 dicembre 2000 ed una terza volta fino al 31 dicembre 2002. Dopo 10 anni dalla strage di Capaci, il 24 maggio 2002 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge di modifica degli articoli. 4-bis e 41-bis che fu poi approvato dal Parlamento come Legge 23 dicembre 2002, n. 279 Modifica degli articoli 4-bis e 41-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento penitenziario, prevedendo che il provvedimento ministeriale non poteva essere inferiore ad un anno e non poteva superare i due e che le proroghe successive potessero essere di solo un anno ciascuna; il regime di carcere duro venne esteso anche ai condannati per terrorismo ed eversione.

La legge 15 luglio 2009, n. 94 Disposizioni in materia di sicurezza pubblica ha cambiato di nuovo i limiti temporali, tuttora in vigore: il provvedimento può durare quattro anni e le proroghe due anni ciascuna.

La norma prevede la possibilità per il Ministro della Giustizia di sospendere l'applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti previste dalla stessa legge in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza per alcuni detenuti (anche in attesa di giudizio) incarcerati per reati di criminalità organizzata, terrorismo, eversione ed altri tipi di reato.

Il regime si applica a singoli detenuti ed è volto ad ostacolare le comunicazioni degli stessi con le organizzazioni criminali operanti all'esterno, i contatti tra appartenenti alla stessa organizzazione criminale all'interno del carcere ed i contrasti tra gli appartenenti a diverse organizzazioni criminali, così da evitare il verificarsi di delitti e garantire la sicurezza e l'ordine pubblico anche fuori dalle carceri.

La legge specifica le misure applicabili, tra cui le principali sono il rafforzamento delle misure di sicurezza con riguardo alla necessità di prevenire contatti con l'organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, la limitazione della permanenza all'aperto (cosiddetta ora d'aria) e la censura della corrispondenza.
Il "carcere duro" è applicabile per taluno dei delitti indicati dall'articolo 4-bis della legge penitenziaria:

delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza;
delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso;
delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose;
delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù;
delitto di chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione;
delitto di chi, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e chi fa commercio del materiale pornografico predetto;
delitto di tratta di persone;
delitto di acquisto e alienazione di schiavi;
delitto di violenza sessuale di gruppo;
delitto di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione;
delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri;
delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Il Tribunale di sorveglianza ha revocato l'applicazione della misura nei confronti di Michele Aiello e ad Antonino Troia. In entrambi i casi la presidente dell'Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili Giovanna Maggiani Chelli ha contestato la decisione.

In data 5 novembre 2009 il Ministro della Giustizia Angelino Alfano ha reso pubblica la decisione del governo di riaprire le carceri di Pianosa e dell'Asinara, penitenziari nei quali sono stati storicamente detenuti i boss mafiosi in applicazione di tale misura. Il ministro dell'ambiente Prestigiacomo ha detto che il carcere di Pianosa non riaprirà per motivi ambientali ma si studieranno soluzioni alternative.
Anche duramente ma vivono ....dovrebbero pensare a tutto il male che hanno fatto e le vite che hanno tolto.



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lunedì 27 aprile 2015

IL PATRONO DI VARESE : SAN VITTORE




Le notizie più antiche su san Vittore ci vengono da sant’Ambrogio che lo ricorda assieme ai martiri Nabore e Felice. Soldati, di origine nord-africana, erano venuti a Milano per servire nell’esercito dell’imperatore Massimiano, e qui si erano convertiti al cristianesimo.

Vittore il Moro, o anche Mauro ("della Mauretania") (Mauretania, III secolo – Lodi Vecchio, 303), è stato un soldato romano di stanza a Milano all'epoca di Massimiano, che subì il martirio per la fede cristiana come gli altri martiri Nabore e Felice. La Chiesa cattolica lo venera come santo.

La sua vita e il suo martirio vengono descritti da Ambrogio da Milano, in particolare nell'inno Victor, Nabor, Felix pii.

Quando Massimiano diede avvio ad una delle ultime persecuzioni, Vittore pur affermando la propria fedeltà all'imperatore per tutto ciò che riguardava la sua vita civile e la disciplina militare, rifiutò di abiurare la propria fede.

Arrestato, minacciato di tortura e lasciato per più giorni privo di cibo e bevande, anche quando fu condotto al Circo, al cospetto dello stesso imperatore Massimiano Erculeo, continuò a rifiutarsi di sacrificare agli idoli, e venne sottoposto ad atroci tormenti (tra l'altro gli fu versato piombo fuso sulle piaghe).

Nonostante ciò, riuscì ad evadere, ma dopo breve tempo venne scoperto, arrestato e decapitato. La tradizione vuole che il suo corpo fosse lasciato insepolto, ma sia stato ritrovato, intatto, dal vescovo di Milano, Materno, che lo seppellì in un sacello che venne poi denominato, per le sue ricche decorazioni a mosaico, San Vittore in Ciel d'Oro (oggi incorporato nella basilica di Sant'Ambrogio).

Il culto di san Vittore ebbe una larga diffusione, soprattutto su impulso di Ambrogio, che volle seppellire accanto a lui il proprio fratello Satiro. Molte chiese furono dedicate a san Vittore a Milano e nella diocesi ambrosiana, a tal punto che la presenza di chiese o edicole a lui dedicate viene considerata una prova dell'appartenenza (oggi o nel passato) di un territorio alla suddetta diocesi (Ubi Victor, ibi ambrosiana ecclesia). Oltre al sopra menzionato sacello di san Vittore in Ciel d'Oro, a Milano vi è anche la chiesa di San Vittore al Corpo, mentre vi erano un tempo le oggi demolite chiese di San Vittore al Carcere, San Vittore al Teatro e di San Vittore al Pozzo. Alle porte del capoluogo lombardo, a Rho è presente la basilica di San Vittore e a Corbetta la collegiata prepositurale dedicata al santo.

Sempre a san Vittore è intitolata la quattrocentesca basilica collegiata prepositurale in Arcisate (Va), sede di uno degli antichi capitoli della diocesi di Milano. In occasione delle festività in onore del patrono si organizza il "Palio dei rioni" che coinvolge tutto il paese con iniziative e giochi.




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domenica 26 aprile 2015

PERSONE DI VARESE : CALOGERO MARRONE

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Calogero Marrone (Favara, 12 maggio 1889 – Dachau, 15 febbraio 1945) è stato un funzionario italiano.

Fu Capo dell'Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, durante il periodo fascista e l'occupazione nazista, rilasciò centinaia di documenti di identità falsi a ebrei e anti-fascisti permettendo loro di salvarsi dalle persecuzioni. Scoperto a causa di una segnalazione anonima venne imprigionato e morì nel campo di concentramento di Dachau. Per quanto ha fatto è stato insignito del titolo di "Giusto tra le Nazioni".

Il trasferimento di Marrone dalla natia Favara a Varese non è avvenuto sull'onda dei primi movimenti migratori dal Sud verso il Nord, ma perché per il suo antifascismo, era inviso ai notabili del paese. Quest'impiegato comunale (segretario della Sezione combattenti e reduci, per aver combattuto come sergente nella Prima guerra mondiale), non tollerava arbitri ed imposizioni. Giunse a scontare alcuni mesi di galera, perché rifiutava di iscriversi al Partito nazionale fascista. Quando gli si offrì l'occasione di partecipare ad un bando per applicato comunale a Varese, vinse il concorso. Presi con sé moglie e i quattro figli si trasferì in Lombardia. Era il 1931. Pochi anni dopo, per le sue elevate capacità professionali e per la sua dedizione al servizio pubblico, diventa capo dell'Ufficio anagrafe di Varese. In questa veste, durante l'occupazione nazifascista, Marrone (che faceva parte del gruppo partigiano "5 Giornate del San Martino"), rilascia centinaia e centinaia di documenti d'identità falsi ad ebrei e ad antifascisti, permettendo loro di salvarsi. Tradito da un delatore, il funzionario comunale è arrestato il 7 gennaio 1944 da ufficiali della Guardia di Frontiera tedesca. Il suo calvario inizia nel carcere di Varese dove è torturato. Marrone non rivela nulla ai suoi carnefici. Trasferito da un carcere all'altro, dopo una sosta nel lager di Bolzano-Gries viene condotto nel campo di sterminio di Dachau. Vi morirà, ufficialmente, di tifo. A Varese, davanti all'Ufficio Anagrafe di Palazzo Estense, c'è una targa che ricorda Calogero Marrone.

Fervido antifascista e convinto oppositore del regime, era malvisto da molte personalità del paese agrigentino e stette anche alcuni mesi in carcere per non essersi voluto iscrivere al Partito Nazionale Fascista. Lui si chiamava Calogero Marrone e la sua toccante e poco conosciuta vicenda è stata raccontata dai giornalisti Franco Giannantoni e Ibio Paolucci nel loro libro, scritto a quattro mani e significativamente intitolato “Un eroe dimenticato”.

Marrone era un impiegato del comune di Favara, il quale, in anni in cui emigrare al nord non era ancora divenuto una drammatica necessità, nel 1931 si trasferisce in Lombardia assieme alla moglie ed ai loro quattro figli, a seguito della vincita di un concorso per applicato comunale al comune di Varese.

Ma apparve subito chiaro che il suo trasferimento non fu solo dettato da motivi lavorativi ed il suo giungere nel capoluogo varesino si rivelerà una circostanza colma di significati e conseguenze. Nel suo nuovo ufficio, Calogero Marrone dimostra sin da subito di possedere notevoli doti intellettuali, organizzative e direttive, tanto da diventare molto presto capo dell’Ufficio Anagrafe Comunale già nel 1937.

Ma dopo l’armistizio dell’08 settembre del 1943, che fece cessare le ostilità militari contro le truppe anglo-americane, avviando nel contempo quelle con gli ex alleati tedeschi, Varese, città di frontiera, divenne la meta prescelta da migliaia di militari di leva e di ebrei, consapevoli del fatto che rappresentasse una delle migliori aree strategiche per il passaggio nella vicina e neutrale Svizzera, a ragione considerata la terra della salvezza.

Alla frontiera, infatti, solo i cittadini in regola con i documenti di riconoscimento o con gli obblighi militari venivano autorizzati a passare il confine, per gli altri l’unica risposta ricevuta era l’essere respinti o, peggio, arrestati.

Fu in quel periodo che Calogero Marrone, già componente del gruppo partigiano “5 giornate del San Martino”, essendo sempre più fermamente convinto che ciascun cittadino italiano degno di questo nome avrebbe dovuto combattere contro il regime fascista, ideò un inedito, semplice quanto efficace stratagemma, ovvero sfruttare la sua importante posizione di Capo dell’Ufficio anagrafe per rilasciare migliaia di documenti d’identità falsi ad ebrei ed antifascisti che a lui o al suo gruppo si erano rivolti per un aiuto, in tal modo permettendo loro di superare facilmente il confine e mettersi in salvo.

Fu infatti grazie a lui che intere famiglie di ebrei, private anche dei più elementari diritti dalle deprecabili e famigerate “leggi razziali” del 1938, poterono scampare il pericolo di una sicura ed inevitabile deportazione nei lager tedeschi e che numerosi dissidenti del regime poterono organizzarsi, appena  fuori dall’Italia, in gruppi di assistenza ai molti resistenti e partigiani operanti fino a Roma.

Si salvarono davvero in tanti, come risulta dalle molte testimonianze (alcune anche ufficiali e giurate innanzi ad un notaio) che nel corso degli anni sono state raccolte. Ma poco dopo più di tre mesi di intensa attività presso il suo ufficio di Palazzo Estense, una denuncia mise fine a tutta l’attività di appoggio e soccorso documentale concepita e realizzata da Marrone, che fu sempre fortemente cosciente degli altissimi rischi personali e professionali ai quali si stava esponendo, consapevolezza che però non gli impedì di portare avanti il suo personale progetto.

Non si sapeva allora e non si conosce ancora adesso (anche se si è sempre sospettato che fosse un impiegato del suo stesso ufficio) il nome di chi avvertì i nazisti sull’opera di Marrone, il quale il 31 dicembre del ’43 fu destinatario di una lettera riservata del podestà repubblichino di Varese Domenico Castelletti che lo informava dell’apertura di indagini a suo carico, al contempo sospendendolo dal servizio ed invitandolo a rimanere a disposizione delle autorità.

Calogero Marrone, pur prevedendo le drammatiche conseguenze di quelle indagini, diede la sua parola d’onore al podestà, promettendogli che sarebbe rimasto a casa e non sarebbe fuggito, come ci si sarebbe normalmente aspettato da chiunque si fosse trovato nella sua posizione.

Ebbe pure la possibilità di poter scappare in tempo quando il 4 gennaio del ‘44 ricevette l’accorata ed implorante visita di don Luigi Locatelli, canonico della Basilica di San Vittore, il quale lo informò che era stato firmato nei suoi confronti un ordine d’arresto. Ma Calogero Marrone, dopo un breve ed intenso colloquio sia col parroco che con la moglie, decise di non andarsene, poiché, oltre al valore che attribuiva alla sua parola data, temeva una vendetta dei fascisti nei confronti della sua famiglia.

E amaramente puntuali, solo tre giorni dopo, il 7 gennaio, bussarono alla sua porta due ufficiali del Comando Tedesco della Polizia di Frontiera, i quali, armi alla mano e sulla base delle accuse a lui mosse di collaborazionismo con la Resistenza, favoreggiamento nella fuga di ebrei  e violazione dei doveri d’ufficio, lo presero e lo portarono dapprima nel carcere di Varese, dove venne torturato, ed in seguito, dopo essere stato rinchiuso in vari istituti penitenziari ed aver subito un breve periodo di detenzione nel lager di Bolzano-Gries, fu definitivamente deportato nel tristemente noto campo di sterminio tedesco di Dachau, dove morì di tifo il 15 febbraio del 1945, “quando stava per sorgere il sole della libertà”.

Il 27 gennaio del 2003, in occasione della “Giornata della Memoria”, all’interno del Parco di monte Po a Catania sono state piantate tre querce ed una di esse è stata dedicata proprio a Calogero Marrone, del quale inoltre è in corso, presso l’apposita commissione del museo Yad Vashem di Gerusalemme, l’istruttoria per il riconoscimento di “Giusto fra le Nazioni”, titolo riservato esclusivamente a chi ha compiuto particolari azioni di soccorso ed aiuto a favore degli ebrei in fuga dal nazismo.

Dunque, Calogero Marrone come Giorgio Perlasca, come Oskar Schindler. A Marrone è stata dedicata persino una piazzetta a Varese.

Una curiosità: Calogero Marrone è bisnonno di Renzo Bossi, detto il Trota, figlio del senatùr Umberto Bossi che è stato sposato con una favarese.



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giovedì 23 aprile 2015

PERSONE DI LUINO : DON PIERO FOLLI

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Piero Folli (Premeno, 18 settembre 1881 – Voldomino, 8 marzo 1948) è stato un presbitero italiano, antifascista.

Don Folli, figlio di operai, “personalità complessa, austera, aperta, decisa, ribelle per amore”, sensibile sin dagli anni del Seminario alle problematiche politiche e sociali “chiaramente affermando la sua solidarietà con le prime battaglie operaie del 1898”, si fece trovare puntuale al proprio posto.

In reazione aperta contro ogni sopruso e ingiustizia, antifascista dichiarato, fin dal 1923 subisce angherie di ogni tipo, compresa la punizione fascista dell’olio di ricino.

Nel 1923 arriva a Voldomino, dove denuncia spesso nelle prediche domenicali i soprusi e i torti della dittatura fascista.

La sua parrocchia, a un passo da piazza Piave, era diventata dopo l’8 settembre l’approdo sicuro, prima del passaggio, l’ultimo, il più delicato, il più popolato da legittime paure, verso la Svizzera. Ci arrivavano “i prigionieri di Mussolini”, statunitensi, inglesi, neozelandesi, francesi, polacchi, greci, sudafricani, fuggiti all’armistizio dai campi dove il fascismo li aveva ristretti, e poi i giovani italiani che non avevano risposto ai bandi d’arruolamento della RSI e poi ancora gli antifascisti di ogni idea politica (dal cattolico Guido Miglioli, a Piero Malvestiti, al comunista Mauro Scoccimarro alla presunta spia dell’OVRA Dino Segre, più noto come Pitigrilli) e, più numerosi, gli ebrei provenienti da tutto il Nord del Paese, intere famiglie, genitori, nonni, figli, nipoti. Un esodo biblico segnato dal terrore.

Ospitò in casa, in sacrestia, nell’oratorio, nel vecchio asilo di Santa Liberata, decine e decine di fuggiaschi, diede loro riparo, cibo, vestiti, documenti, quel poco denaro di cui poteva disporre, aiutato dai suoi parrocchiani sempre schierati al suo fianco. Il sacerdote era collegato a due “reti” di soccorso, una laica ed una religiosa.

La prima era quella diretta dalla Centrale del CLNAI, con sede in una villa di Caldè, sulla sponda lombarda del lago Maggiore, dall’ingegner Giuseppe Bacciagaluppi (Joe), uomo di fiducia di Ferruccio Parri, che aveva il compito di traghettare militari e civili oltre confine; l’altra era la Delasem, un’organizzazione ebraica con sede a Berna, che aveva a Genova nella persona del cardinale Boetto il punto di riferimento. La Curia ligure inviava gruppi di ebrei in Lombardia per poi dirottarli nel Luinese, zona adatta alla fuga (montagne basse e la Tresa quasi sempre in secca) seppure i confini fossero sotto il serrato controllo della Milizia Confinaria del comandante della V Legione “Monte Bianco” Marcello Mereu (storico il suo ferale slogan rivolto ai semiti, “Maledetti figli di Giuda vi prenderemo!”) e del V Grenzwache della Guardia Doganale di Frontiera di Varese. Così faceva il CLNAI da Caldè in parte via lago e in parte per le vie montagnose affidando i fuggiaschi alle “guide”, spalloni e contrabbandieri. Voldomino era una tappa di quel tragitto di speranza.

Folli di quel congegno era un ingranaggio determinante. Non aveva mai paura, si esponeva in prima persona, si muoveva sul territorio come pochi, con quel tratto “modernista”, accusa non troppo velata, mossagli sin dagli anni ’20 da ambienti ecclesiastici tradizionalisti, seppur difeso a spada tratta dal suo Vescovo, il cardinale Ferrari. Era stato quello il tempo in cui don Folli venne bastonato, picchiato a sangue, costretto al rito odioso dell’olio di ricino, gettato in cella. Non si era mai piegato fin che, dopo un peregrinare in provincia, era stato destinato ai limiti estremi della Diocesi, dove, forse, secondo alcuni avrebbe trovato pace. Andò esattamente al contrario.

Il 13 novembre 1943 don Folli era venuto a sapere che, poco lontano, sul Monte San Martino in piena Valcuvia, i nazifascisti avrebbero attaccato il colonnello Carlo Croce e la sua formazione badogliana. Non fece in tempo a trasmettere la notizia ma si impegnò la notte del 16 novembre, a battaglia conclusa, a far passare dal valico di Ponte Tresa il gruppetto di una quarantina di superstiti, Croce in testa, ospitando poi nella sua abitazione don Mario Limonta del Pontificio Istituto Missioni Estere, cappellano della banda partigiana.

I segnali a quel punto per il nemico c’erano tutti. Don Folli doveva essere catturato. Messo fuori gioco al più presto.

È il 3 dicembre quando militi della GNR e della XVI Brigata Nera con tedeschi della Guardia di Frontiera irrompono in Canonica, arrestano il parroco, lo legano all’inferriata dell’asilo di Santa Liberata e gli infliggono una durissima punizione. Sputato, oltraggiato, percosso a sangue. La casa saccheggiata. I fascisti vogliono che confessi i nomi dei “corrieri” e dei collaboratori dei passaggi in Svizzera.
Don Piero, legato alla inferriata, nonostante le torture subite per farlo parlare, ha ancora la forza di reagire duramente quando vede donne e bambini ebrei percossi e caricati sul camion. Per farlo tacere gli rovesciano la testa all’indietro, contro l’inferriata, afferrandolo per i capelli e strappandogliene una ciocca. Si salva solo una ragazza di nome Myriam Pirani, che riesce a nascondersi e a tornare a Genova per dare l’allarme a Massimo Teglio della DELASEM, che organizzava la fuga degli ebrei in Svizzera. Non si sa che fine abbia fatto la ragazza.

Don Folli riesce a tacere e non rivela i nomi di coloro che lo aiutavano nella sua opera, viene pestato e torturato ma tace. Un giorno, durante l’ora di aria, scorge una schiera di detenuti che sta per essere deportata in Germania. Non potendo far arrivare la sua parola di conforto, non esita a benedirli. La guardia fascista che lo osserva lo colpisce duramente col calcio del fucile e lo butta a terra.

Prima di spirare l’8 marzo 1948, benedisse i presenti al letto di morte, col segno della Croce del Cristo partigiano-combattente, ebbe la forza ancora di alzare lo sguardo verso i suoi amati parrocchiani e, con un sorriso ironico, un tratto della sua spiccata personalità, pronunciò una frase che è rimasta scolpita nella memoria di Voldomino, il paesino di millesettecento anime, sulle collina di Luino, di cui era parroco dal 1923: “Che volete di più, avete anche la benedizione di un vecchio avanzo di galera!”.
Don Piero Folli, sessantasette anni, un gigante della Chiesa, quella povera, senza anelli preziosi, crocefissi d’oro e paramenti scintillanti, nel fondo delle galere c’era stato per davvero, cacciato dai fascisti e dai tedeschi lungo l’arco della sua coraggiosa esistenza. 

Don Folli, come confiderà nel dopoguerra al senatore luinese, il democristiano Pio Alessandrini, fra i suoi più cari amici, non aprì bocca. Non c’era bisogno che lo rivelasse. Tutti ne erano certi. Per lui non “cadde” nessuno.

Don Folli vivrà ancora tre anni, piegato nel fisico ma non nell’animo.

Il funerale fu un estremo partecipato tributo. Fiori e canti. Bandiere. Centinaia di persone giunte da ogni vallata. Una lapide a Voldomino (che nell’autunno del ’44 visse l’eccidio della banda Lazzarini) ne ricorda la figura e la missione compiuta senza paura e con impresso nel cuore il giuramento di libertà e di fede fatto nel 1904 alla prima Messa, padrini i futuri esponenti del Partito Popolare, il conte Stefano Jacini e l’avvocato Miglioli.

Il CLNAI alla sua scomparsa affermò: “Ricordiamo don Folli come persona di grande lealtà e coraggio. Ci aiutò senza risparmio di sé stesso”. L’equivalente di una medaglia al Valor Partigiano.







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