martedì 30 giugno 2015

CIVIDATE CAMUNO

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Cividate Camuno  è un comune situato nella media Val Camonica, sorge sulle rive del fiume Oglio, su una pianura delimitata da uno sperone roccioso che lo delimita dai comuni di Breno e Bienno.

Verso sud ha una estesa pianura ancora oggi sgombra di edifici chiamata Prada.

Ad oriente possiede parte del Parco del Barberino.

Città romana, è sorta su un precedente luogo abitato dell'età del ferro; nel medioevo è nominata come Civethate.

Nel XII secolo era sede di un gastaldo vescovile, forse espressione delle potenti famiglie degli Avogadro e dei Sala.

Lunedì 13 aprile 1299 Cazoino da Capriolo, camerario del vescovo di Brescia Berardo Maggi, si trasferisce a Civitate dopo aver visitato i territori delle pievi di Edolo e Cemmo per continuare la stesura dei beni vescovili in Valle Camonica. Il rettore è Guidone da Berzo, il presbitero Girardo, che giurano secondo la formula consueta fedeltà al vescovo, e pagano la decima dovuta. Si segnala che la decima per metà andava al vescovo, per metà alla famiglia Da Palazzo, mentre il ponte sul fiume Oglio doveva essere mantenuto in comunità con Borno, Malegno ed Esine; Lozio e Berzo dovevano fornire invece un pilone a testa (subligam).

Nel 1364 Cividate avvia un contenzioso contro le comunità di Borno, Esine, Plemo e Lozio poiché le comunità non avevano rispettato il patto per le forniture delle sublighe del ponte che attraversava l'Oglio.
Nel 1415 Comincino Federici infeudava Cividate.

Nel 1537 viene ricostruito il ponte caduto a causa di un'alluvione. Crollerà nuovamente nel 1700, determinando la morte per annegamento di due persone. Nel 1871 venne sostituito da una gettata in muratura, andata distrutta e ricostruita in seguito all'inondazione del 1960.

Tra il 1863 ed il 1887 Cividate assume il nome di "Cividate Alpino", ma a causa di confusioni burocratiche il paese assume il nome di "Cividate Camuno" a partire dal 1887.

Tra il 1928 ed il 1947 Cividate viene unita a Malegno nel comune di Cividate Malegno.

Gli Antichi Originari erano, al tempo delle vicinie, i capifuoco delle famiglie native del paese: essi erano gli unici che avevano il potere di deliberare nei consigli, mentre i nobili, gli ecclesiastici e gli stranieri (anche se residenti da diverse generazioni nel paese) ne erano esclusi.

La chiesa di Santa Maria Assunta è tra le chiese più antiche riportate dai documenti storici che parlano della Valle Camonica. Don Alessandro Sina ritiene che la chiesa fu una delle prime a sorgere in zona già alla fine del periodo romano, quando Cividate Camuno era ancora il centro amministrativo dell'area.

Gli scavi effettuati nel 1949 hanno rilevato una struttura a tre basidi databile al periodo pre longobardo (ante VII secolo). Questo fabbricato venne demolito all'inizio dell'XI secolo per far posto alla nuova struttura di stile romanico.

L'istituzione di pieve entra in crisi a partire dall'XI secolo, con l'istituzione delle parrocchie.

Nel 1780 viene realizzato il portale principale. All'interno sono conservati affreschi di Antonio Guadagnini.

La chiesa di Santo Stefano sorge sulla cima dell'omonima rupe, dalla quale si domina l'intero abitato. La sua fondazione conserva ancora tracce di muratura altomedievale con ciottoli e calce, ai quali si aggiungono le parti romaniche (monofore e campanile) e quattrocentesche fino alle ultime modifiche avvenute nel settecento, come la scalinata d'ingresso, l'allungamento verso ovest della struttura e l'apice del campanile "a cipolla".

All'interno vi sono tracce d'affresco attribuite a Giovanni Pietro da Cemmo o alla sua scuola, databile agli ultimi decenni del XV secolo. Nella sacrestia sono invece presenti ex voto con Madonna, bambino, santo intercessore e donna implorante.

Nel 1989 un intervento di restauro ha coperto le pareti che in origine erano in pietra a vista, così come il pavimento che ha sostituito quello precedente in cotto.

Il ritrovamento di suppellettili in scavi effettuati intorno alla chiesa fa ritenere che la zona fosse precedentamente adibita ad abitazione. Le fondamenta sono probabilmente databili al periodo carolingio. Nei pressi della rupe di santo Stefano è attualmente sotto analisi in possibile Capitolium della città romana di Cividate Camuno.

La Torre di Cividate Camuno (o Torre Federici)  risale al XII secolo, e doveva essere un edificio con meno aperture e più feritoie rispetto all'attuale.

Nel corso del XIV secolo subisce un crollo che la dimezza verticalmente, e la ricostruzione alla fine dello stesso secolo, è opera della famiglia Federici risale al 1390, come riportato dalla data sul portale sud in pietra simona.

L'interno è costituito di sette livelli di cui uno interrato, e solo il piano terra è coperto da una volta a botte, mentre gli altri piani hanno impalcati in legno.

Al complesso vanno associati altri elementi che facevano parte del recinto fortificato che la attorniava. All'inizio del novecento era stata ipotizzata la sua trasformazione in museo archeologico.

Il Museo archeologico nazionale della Valle Camonica è un museo nel quale è raccolto materiale romano recuperato in vari scavi e ricerche avvenuti sin dal XVII secolo in Val Camonica.

Il museo è suddiviso in quattro sezioni:
il territorio - con i reperti della conquista romana nel 16 a.C.
la città - con la ricostruzione dell'antica Civitas Camunnorum
i culti - tra cui la statua di Minerva, una delle tre repliche tuttora esistenti, forse la migliore, dell'Athena Hygieia di Atene (V secolo a.C.)
le necropoli - con i reperti recuperati dai siti della Val Camonica.
Gli oggetti esposti provengono per la maggior parte da Cividate, sebbene vi siano conservati materiali provenienti dal Santuario di Minerva di Breno.

Il nucleo più antico di Cividate è probabilmente sulla collina di S.Stefano, luogo dove probabilmente in epoca romana sorse un capitolium e successivamente un luogo di culto cristiano. A est vi era un ponte sul fiume Oglio, ed in corrispondenza della sponda opposta un ricovero per i viandanti, poi trasformato in convento.
Accanto vi era il foro. Più a ovest il teatro e l'anfiteatro romani. Questi resti, aggiunti a quelli presenti nel Museo Archeologico Nazionale della Valcamonica, situato a Cividate, indicano come questa città in epoca romana fosse una dotata di servizi e monumenti di un certo rilievo.

Un recente restauro effettuato dalla Soprintendenza ai beni archeologici della Lombardia ha interessato il complesso del teatro e dell'anfiteatro, inserendoli in un parco museale denominato Parco archeologico del teatro e dell'anfiteatro romani di Cividate.

Di epoca romana sono anche la grande statua di Minerva, trovata in prossimità del santuario di Minerva a Breno (Località Spinera), santuario e che affonda le sue origini in epoche precedenti. E quella della statua virile di recente ritrovamento (2004)a Cividate. Entrambe sono conservate del Museo Archeologico.



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COSTA VOLPINO

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Costa Volpino è un comune situato al termine della Val Camonica, dove il fiume Oglio confluisce nel Lago d'Iseo, al confine tra le province di Brescia e Bergamo.

In territorio comunale è interamente contenuto il torrente Supine, che confluisce nell'Oglio.

Dal nome di questo luogo deriva quello della roccia qui estratta chiamata volpinite.

Secondo il Lorenzi, il nome "Costa Volpino" deriva da castra Wulpinii, nome che ne indicava un'antica zona fortificata.

Il territorio comunale di Costa Volpino fu interessato da primitivi insediamenti già in periodo neolitico da parte degli antichi Camuni.

Vi furono in seguito, nel III secolo a.C., influenze dei Galli Cenomani che occuparono alcune località, tra cui l’attuale frazione Branico, come si evince dal toponimo stesso, di derivazione celtica.

Anche l’epoca romana lasciò segni della propria presenza, tra i quali spiccano i toponimi di Flaccanico e Qualino.  In questo periodo il territorio era conosciuto anche per la presenza di attività estrattive di un particolare tipo di gesso chiamato appunto volpinite.

Il principale castello del XII secolo, di proprietà della famiglia dei Brusati, si trovava nella frazione Volpino. In un successivo trattato di pace stipulato tra Bergamo e Brescia, ne venne decisa la demolizione, avvenuta nel 1198.

Nel 1415 Andreolo Ronchi infeudava Volpino per parte del vescovo di Brescia Guglielmo Pusterla.

Nel 1428, il paese passò, unitamente ai comuni limitrofi, alla Repubblica di Venezia, sotto il cui controllo rimase fino all’avvento della Repubblica Cisalpina.

Tra il 1488 ed il 1751 annualmente si formava il consiglio di vicinia, che aveva sei ragionatori, un console ed un cancelliere. Essi erano scelti con un procedimento elettivo incrociato di rappresentanti delle varie contrade: due per gli abitati di Branico, Flaccanico, Qualino e Ceratello, uno per Corti e tre per Volpino. I membri nominati sopra eleggevano a loro volta venti rappresentanti delle sei contrade.

Nel 1751 si istituì il consiglio di credenza, che era formato da 18 membri: 6 sindaci e dodici consiglieri, provenienti due da Branico, Qualino, Flaccanico, Ceratello, uno da Volpino e tre da Corti.

Con l'arrivo della rivoluzione francese, tra il 1798 ed il 1804 i comuni di Volpino e di La Costa presero il nome di Terre della Costa di Lovere; tra il 1805 ed il 1812 di Costa di Volpino. Nel regno d'Italia dal 1859 ebbe il nome di Costa Volpino.

Il 21 agosto 1884 il re Umberto I concede al Comune di Volpino di mutare il nome in Comune di Costa Volpino. Già nel cinquecento era ricordata la denominazione "Comune della Costa, di Corte, di Volpino".

L’economia locale è tipicamente industriale e commerciale, sviluppatasi durante la fase del boom economico italiano di metà ’900. Le cave antiche del pregiato marmo volpinite, del gesso di Volpino e del marmo statuario sono ancora oggi in uso.
Il territorio del comune di Costa Volpino è suddiviso in sette piccoli centri storici, che vanno a comporre altrettante frazioni.

Branico
La terminazione in "ico" denota la indubbia origine celtica, mentre la radice può derivare dal nome proprio gentilizio di persona, Branius. Si stende sul versante sud del monte detto della Costa a 319 metri s.l.m. La chiesa parrocchiale, che sorge su un poggio roccioso dedicata a S. Bartolomeo Apostolo, fu edificata intorno al 400 e successivamente ampliata nel 700.
Nel 1975 durante lavori di restauro, sono stati scoperti affreschi del 400, raffiguranti l'ultima cena e una crocifissione, opere di scuola locale. Il centro abitato è in notevole espansione grazie alla realizzazione di complessi edilizi sorti negli ultimi anni.
E' sorto inoltre un centro sportivo assai moderno ed efficiente grazie alla realizzazione di un nuovo campo polivalente (tennis-pallavolo-pallacanestro) sorto a fianco dell'esistente campo di calcio; completa la struttura ricreativo-sportiva della frazione, il bocciodromo coperto.
Ceratello
Posto a dominare le sottostanti frazioni dai suoi 813 mt. slm., aveva anticamente nei pressi dei ruderi di un castello, una semplice cappella per la pietà dei mandriani.
Sulla stessa area sorse nel 1737 l' attuale chiesa dedicata a S.Giorgio martire. Nell'impianto architettonico essa ripropone lo schema consueto alle chiese della zona: facciata a due ordini sovrapposti con timpano curvilineo e portico a tutta ampiezza. Nel suo interno, rinnovato nella decorazione generale del 1965, si distingue nettamente la tavola centrale con la Madonna e il Bambino tra i santi Giorgio e Rocco di ignoti esecutori del 500, racchiusa in una bella ancona lignea con colonne riccamente intagliate.
Pure di ignoto ma presumibilmente del 700 la pala del Madonna col Bambino ed i santi Fermo ed Antonio di Padova. Assai pregevole il settecentesco altare del Rosario in marmi scelti intarsiati con medaglia incisa al paliotto. Ceratello dette i suoi natali all'inizio di marzo 1850 a don Alessio Amichetti, nobile figura di sacerdote e di illustre naturalista, grande cultore della geologia del Sebino. Pubblicà numerosi scritti, ma l'opera che più lo rese famoso fu "Una gemma subalpina", pubblicata a Lovere nel 1896, in cui l'Amighetti mette in risalto le meraviglie geologiche della zona del Sebino. Per le sue benemerenze e per le sue doti fu membro della Società Geologica Italiana, socio dell'Ateneo di Bergamo e Brescia e venne insignito della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì a Branico il 27 gennaio 1937. E' tra le frazioni, data la posizione ambientale, che vanta una discreta affluenza turistica. Attività ricreative stanno sorgendo come supporto al turismo.
Corti
Frazione il cui nome viene fatto risalire alla "Curtis" medievale, complesso di edifici-castello-fattoria. Il patrono è S. Antonio Abate a cui fu dedicata la prima chiesa parrocchiale, ricostruita in forme più ampie nel 1848 dal capomastro Giuseppe Pellini di Como. Durante recenti lavori di restauro dell'ancona a soasa maggiore, si è scoperto che la stessa risale al primo cinquecento e che la decorazione originaria è per la maggior parte in oro zecchino.
La vecchia parrocchiale, nella quale fra l'altro, fin dal 1896 venne esposta una statua raffigurante la Madonna di Lourdes, risultò del tutto inadeguata alle esigenze di una comunità in continua espansione, per cui nel 1960 fu dato incarico all'arch. Luigi Cottinelli di progettare una nuova chiesa i cui lavori furono ultimati nel 1973.
La nuova parrocchiale sfruttando un suggestivo scenario ambientale, si affida ad un moderato movimento di masse orizzontali, articolate da un telaio strutturale a paraste abbinate in cemento armato. In essa si inseriscono, secondo un ritmo modulare, pannelli prefabbricati in calcestruzzo contenenti vetrate istoriate, realizzate su disegno di Franca Ghitti e ispiratesi ai temi della Genesi, dell'Apocalisse ed ecclesiali.
A Corti dal 1925/1926 è sistemata la sede municipale ed è la zona che ha conosciuto intorno agli anni '60 il maggiore sviluppo demografico ed edilizio; vi hanno sede inoltre la scuola Media Statale, la Biblioteca Civica, il pensionato per anziani "F. Contessi", palestra - campo da tennis e scuola professionale.
Flaccanico
Deriva dal nome proprio di persona di origine romana "Flaccanius". Si stende sul versante della Costa ed era abitato, nel passato, prevalentemente da contadini e pastori. Lungo il corso dei secoli seguì le vicende di Qualino da cui dipendeva sia come territorio che come parrocchia. E' la frazione di Costa Volpino che ha subito ultimamente una diminuzione per la presenza di nuove industrie ed attività commerciali a valle del paese.
Agli inizi del novecento venne costituita una specie di "cassa mutua" da parte dei capofamiglia locali per aiutare i più bisognosi. L'istituzione svolse la sua opera fino all'avvento di nuove forme socio assistenziali.
Piano
E' la zona piana compresa tra il fiume Oglio, il lago e il comune di Bisogne. Frazione che si è sviluppata negli anni '60 con l'insediamento in zona dello stabilimento Dal mine.
Nel 1952 vi è stata costruita la nuova chiesa dedicata alla Beata Vergine della Mercede. Nel 1962 la frazione è stata eretta canonicamente e civilmente a Parrocchia.
Costruzione di un certo interesse storico è il Palazzo Baglioni, da cui prende nome la via che gli passa vicino: Via Ca' Baglioni. Ora è in condizioni fatiscenti, se non pericolanti. Annesso vi è un caseggiato in cui è inserita la chiesina che era dedicata a S. Fermo, ora sconsacrata.
Degni di nota i nomi di alcune vie che vogliono rievocare un po' di passato remoto: Ca' Poeta, Ca' Nistol, Ca' S.Martina, Ca' Ronchi ecc.
Caratteristico il gruppetto di case denominato Pizzo: un insieme di antico e di nuovo, di passato e di recente. Nel territorio di Piano vi operano parecchie industrie ed alcuni laboratori di confezioni che occupano buona parte del posto. E' di recente costituzione un'area da attrezzare ad attività artigianale denominata P.I.P.
Qualino
Frazione che deve il nome dal latino "Aqualinus", luogo ricco di acqua posta a 438 mt. slm. La chiesa di S. Ambrogio fu costruita nel 400 nelle vicinanze delle rovine di un castello, ricostruita nel 600 e prolungata dall'ing. Pellini nel 1902. Un portico rinascimentale in facciata, retto da colonne scanalate in arenaria, protegge uno splendido portale seicentesco in marmo nero con svecchiature policrome, che incornicia un portale in legno con pannelli finemente intagliati.
All'interno campeggia la grande tribuna absidale, in legno intarsiato e dorato, a forma di tempietto a due ordini, con edicola e cupoletta del 600. La sovrasta una stupenda ancona di bottega Fantoniana (1736) che fa da cornice alla pala della Madonna in gloria con i santi Ambrogio, Antonio abate, Giorgio e Bartolomeo di ignoto dell'epoca.
Altre due ancone con colonne tortili in legno intagliato e dorato sono agli altari laterali: una del 600 di artigianato locale e l'altra del 1730 di bottega Fantoniana. La pala della Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena è del clusonese Domenico Carpinoni (XVII secolo). Sulla parete destra dell'aula è una bellissima Madonna col Bambino, residuo affresco della fine 400.
Sulla volta, affreschi del 6-700 mostrano episodi della vita di S. Ambrogio. L'organo recentemente restaurato, è del Serassi, celebri costruttori del 700.
E' di recente costruzione un centro sportivo ricreativo comprendente un campo di calcio, un campo di tennis e uno di pallavolo il tutto gestito a livello oratoriale.
Volpino
Già conosciuto al tempo della dominazione Romana, indicava zona abitata da numerose volpi. Il gesso chiamato "volpinite", non ha dato il nome al paese, come erroneamente taluni ritengono, ma dal paese lo ha assunto. Per salire alla frazione di Volpino si devia al km. 45 della statale del Tonale, subito dopo Ponte Barcotto e si va verso monte tenendo la destra. Più alta, quasi arroccata a vigilare, si leva la parrocchiale del paese, ampia e solenne, intitolata a S. Stefano Martire, che ha come elemento più appariscente la grandiosa ancona lignea di scuola Fantoniana con le statue di S. Giovanni Battista e S. Michele. La pala raffigura la Madonna con il bambino in gloria, coi santi Stefano e Girolamo. Poco distante dalla chiesa si erge la cappella S. Carlo Borromeo, a lui intitolata a memoria del passaggio a Volpino. Questa cappelletta degna di menzione fu restaurata nel 1186. Negli ultimi anni sono sorte una serie di iniziative sportivo-ricreative sullo spunto di una attività oratoriale assai dinamica.


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I PASSI DI PONTE DI LEGNO



Situato al confine tra la Lombardia ed il Trentino Alto Adige, circondato dai gruppi Adamello - Presanella, Ortles Cevedale e Brenta, il Passo del Tonale è un anfiteatro naturale aperto e panoramico che si dispiega dai 1.884 ai 3.100 metri di quota.

Località turistica invernale d'eccellenza, il Passo Tonale con il Ghiacciaio Presena è da sempre garanzia per una lunghissima stagione sulla neve.

Il Passo, completamente esposto al sole, è una palestra ideale per l'insegnamento dello sci, con tracciati adatti ai principianti ma non solo.

In estate è l’ideale punto di partenza per passeggiate, escursioni alpinistiche e gite in mountain bike lungo i percorsi dell' Adamello Bike Arena.

La cabinovia Paradiso che porta in ghiacciaio è aperta anche nei mesi estivi, a disposizione degli alpinisti e di tutti coloro che vogliono provare un’escursione in quota.

Il Tonale può essere raggiunto tramite la strada statale 42 del Tonale e della Mendola, che congiunge Treviglio in provincia di Bergamo con Bolzano attraverso i due passi omonimi, oppure via aereo tramite il medesimo altiporto, situato a inizio paese lato provincia di Trento.

Centro turistico sia estivo che invernale, il passo del Tonale è punto di appoggio per numerosi itinerari alpinistici ed escursionistici che consentono di prendere contatto con la natura delle Alpi Retiche e la realtà storica della Guerra Bianca che qui ha lasciato numerosi segni ancora vivi nel paesaggio. Le montagne circostanti il passo del Tonale furono, infatti, teatro di combattimenti durante la prima guerra mondiale: un sacrario monumentale, opera di Timo Bortolotti realizzato negli anni trenta del Novecento accoglie oggi le spoglie di oltre 800 caduti italiani e austro-ungarici. In zona è possibile visitare il Museo della guerra bianca in Adamello a Temù, oltre alle interessanti raccolte di cimeli di Vermiglio e di Peio. Nel 2011, a passo Paradiso, a 2600 m s.l.m., è stato inaugurato un percorso multimediale all'interno di una galleria originale del conflitto: Suoni e voci della Guerra Bianca.

Maggiore fra le stazioni di sport invernali del Trentino e della Lombardia, dispone di un comprensorio sciistico di oltre 100 km di piste, che, dall'inverno 2006, grazie ad una cabinovia è stato integrato definitivamente con le stazioni di Ponte di Legno e di Temù. Grazie alle piste della vedretta del Presena al Tonale è possibile sciare anche da ottobre fino a luglio.

Valico alpino dalle difficoltà ciclistiche non elevate, transitato più volte dal Giro d'Italia, nel 2010 è stato arrivo di tappa della penultima tappa del Giro d'Italia 2010, tappa vinta dallo svizzero Johann Tschopp e caratterizzata dalla nevosa salita (e discesa) del passo Forcola di Livigno e del passo Gavia. Inoltre in questa edizione la salita al passo è stata uno dei tratti decisivi per la vittoria finale di Ivan Basso nel Giro d'Italia 2010.

Nei periodi d'estate è attivo anche l'Aviosuperficie del Tonale.



Il Passo Gavia (2651 m.) mette in comunicazione nella stagione estiva le province di Sondrio e Brescia ed è uno dei valichi alpini più alti di tutta Europa.

Il versante nord si raggiunge partendo da Bormio in direzione Santa Caterina Valfurva (circa 23 km) oppure si può risalire lungo i tredici kilometri che lo separano da Ponte di Legno.

Questo valico veniva utilizzato già nel XIII secolo quando i mercanti veneziani lo percorrevano con le loro merci per raggiungere Bormio e da lì intraprendere poi il lungo cammino verso la Germania attraverso la Via Imperiale.

Nel corso dei secoli il Passo Gavia acquisì sempre più importanza essendo una delle vie privilegiate di comunicazione tra la Serenissima Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

Ai giorni nostri il nome del Passo Gavia è invece indissolubilmente legato sia agli eventi bellici della prima guerra mondiale (fu teatro di numerosi scontri di importanza fondamentale le cui testimonianze si trovano ancor oggi sulla Cima Vallombrina) che a numerose imprese legate al Giro d’Italia.

Il passo Gavia presenta l’ambiente e la vegetazione tipiche dell’alta quota con un caratteristico laghetto alpino, chiamato lago Bianco per la limpidezza delle sue acque, posto proprio sulla sua sommità.

Dal passo è possibile godere di una vista incomparabile sul gruppo dell’Ortles e su quello dell’Adamello. Dal passo, volgendo lo sguardo in direzione est, è possibile ammirare la parete rocciosa del Corno dei Tre Signori in fronte a cui si trova il monte Gavia. In direzione nord si possono invece ammirare le vette del Tresero e del San Matteo mentre a sud vi è la Val delle Messi che custodisce il lago Nero.

Dalle vette circostanti nascono anche due importanti fiumi: l’Oglio, che attraversa la Val Camonica, e il Noce che compie la sua corsa lungo la Val di Sole.

E’ideale punto di partenza per numerose passeggiate sulle cime circostanti come il Pizzo Tresero.

In vetta vi sono due strutture ricettive che permettono sia il ristoro che il pernottamento.



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PONTE DI LEGNO

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La località di Ponte di Legno è situata in provincia di Brescia, nell’alta Lombardia. E’ una delle località storiche del turismo estivo di montagna italiano, in quanto fin dai primi del Novecento veniva scelta come meta di vacanza dalla borghesia di quei tempi.

A Ponte di Legno la vacanza estiva si intende all’insegna delle attività all’aria aperta: si possono effettuare escursioni, arrampicate, semplici passeggiate o percorsi fotografici, oppure ancora percorrere i numerosi sentieri in bicicletta. Il tutto circondati da un paesaggio spettacolare, tra montagne, boschi, prati e laghi.

La storia di Ponte di Legno inizia all'incirca nell' 800, quando Carlo Magno affida il controllo della Valle Camonica al monastero di San martino di Tours.

L'edificio religioso più importante infatti è senza dubbio la Chiesa di S. Appollonio, in località Plampezzo. Si tratta di un'antica chiesa risalente al XII secolo, con affreschi del XIII secolo di mano del pittore Johannes da Volpino.

Per quanto riguarda invece gli edifici civili, non ve ne sono nell'abitato degni di nota. Però Ponte di Legno è stata teatro di battaglie durante la Prima Guerra Mondiale, e nei dintorni dell' abitato è possibile visitare le vecchie trincee e camminamenti, resti di fortificazioni ed insediamenti militari.

Il confine italo - austriaco si snodava lungo le cime del massiccio dell'Adamello-Brenta. Il Passo Tonale era stato individuato come punto focale da parte degli italiani per un eventuale offensiva antiaustriaca. Unica difesa italiana era il forte di Corno d'Aola, realizzato a monte di Pontedilegno. Gli austriaci avevano invece realizzato un grande sbarramento costituito da 5 forti disposti secondo uno schema ben consolidato.

Le cruenti battaglie hanno lasciato tracce ancora visibili sul territorio: trincee, casematte, forti ed interi villaggi militari sono spesso meta di gite ed escursioni. Sono numerosi gli itinerari che offrono la possibilità di visitare quei luoghi che un tempo furono teatro di quei tragici eventi.

Dal paese si può ammirare per intero il gruppo del Castellaccio, costituito dall'omonimo monte, dalla cima Lagoscuro, dalla cima Payer e dalla cima Venezia. Salendo invece dapprima in Valbione e in seguito al Corno D'Aola, a circa 2000 m s.l.m., si domina l'intero paese, il gruppo del Salimmo, costituito dall'omonimo monte, dalla cima Casola e dalla cima Corno d'Aola e perfino il Passo del Tonale. È possibile inoltre osservare per intero Vescasa, la già citata Valbione, dove si trova un laghetto per la pesca sportiva di trote, un campo da golf a nove buche e un ristorante tipico e la Conca di Pozzuoli da dove si diramano sentieri per la Bocchetta di Casola e per la Cima Salimmo.

La frazione di Poia, ormai inserita nell'abitato, ne costituisce la propaggine occidentale. Le frazioni di Zoanno e Precasaglio si trovano poco più in alto del capoluogo, verso nord. La frazione di Pezzo, invece, resta isolata e rappresenta il paese della valle ad una maggiore altitudine.

Ponte di Legno è il punto geografico dove il torrente Narcanello, che scende dal ghiacciaio del Pisgana, ed il torrente Frigidolfo, proveniente da Val Malza e dal Lago Nero, si incontrano dando vita ad un importante fiume del nord e uno degli affluenti principali del Po, l'Oglio.

Essendo la zona anticamente una palude, il fondovalle è stato più volte bonificato sia per permettere la costruzione di nuovi edifici, sia, soprattutto prima dell'avvento del turismo, per favorire la coltivazione e la pastorizia.
Ponte di Legno fu conosciuto in passato come Ponte Da Legno o Dalegno, noto da documenti di epoca carolinga come Dalaunia. L'origine della parola è incerta, potendo correlarsi al popolo degli Anauni della Val di Non o dei Genauni della Val Genova, citati nel Trofeo delle Alpi, ma numerosi sono i toponimi di derivazione celtica o germanica sparsi per l'Europa con la terminazione -launum, tali da non portare a un unanime consenso.

Il Castello di Castelpoggio si trova in località Poia. All'ingresso occidentale di Ponte di Legno, si trovava in epoca longobarda (VII sec) una fortificazione che venne smantellata nel 1455 dall'editto di distruzione delle rocche camune emesso da Venezia. Nel 1853 erano ancora presenti dei ruderi, ma nel 1914 vennero erette delle strutture militari, delle trincee e dei camminamenti; a ciò va ad aggiungersi che la zona fu pesantemente bombardata durante la guerra. Nel 1922 il conte Giuseppe Zanchi De Zan acquista il poggio e costruisce l'attuale castello. Nel secondo dopoguerra nel maniero sono stati ricavati 21 miniappartamenti: 12 nel castello, 7 nelle stalle, 1 nella casetta del maggiordomo ed 1 nella cappella. Il castello ha una cinta muraria lunga 580 m con merlature ghibelline e 6 accessi.

La chiesa Parrocchiale della Santissima Trinità di Ponte di Legno fu edificata nel 1685 seguendo lo stile barocco, ed è affiancata da un campanile del 1500. La chiesa contiene opere pregevoli dello Zotti ed un polittico riconducibile alla scuola dell'Olivieri. L'altare maggiore costituisce un complesso monumentale e compatto, con statue imponenti: è la sintesi più matura di tutta la scultura lignea della Valle Camonica ed è attribuito alla bottega d'intaglio di Domenico e Giovan Battista Ramus. L'organo, opera del Mottironi di Cortenedolo, risale al 1843 ed è ancor oggi utilizzato per i concerti, dopo un recente restauro che gli ha restituito una straordinaria qualità sonora.

La chiesa di Sant'Apollonio è considerata una delle chiese più antiche della Valle Camonica, in quanto a causa della struttura tipicamente romanica viene fatta risalire all’XI secolo. È possibile leggere sull'edificio un intervento volto all'innalzamento della stessa di circa un metro e mezzo, avvenuto tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV secolo. Altri rimaneggiamenti avvenuti nel XVII secolo hanno invece coperto gli affreschi originari (datati al XIV secolo) con nuovi dipinti, che asportati nel 1965 sono oggi conservati presso il municipio di Ponte di Legno.

Sulla parete nord dell'edificio è possibile leggere un'apertura che doveva condurre nell'antica sagrestia, già documentata nel 1716, ma demolita alla metà del XX secolo. Immagini scattate negli anni quaranta della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Brescia, Cremona e Mantova ricordano questo edificio.

Nel 1567, con la visita del vescovo di Brescia Bollani, la chiesa è in pieno decadimento: viene consigliato di restaurarla o abbatterla. Singolari sono le vicende della dedicazione: a partire dal 1684 nelle relazioni parrocchiali viene denominata Sant'Apollonia, al femminile.

Nell'Ottocento la chiesa era definita "campestre" e ricordata come sussidiaria della parrocchiale di Santa Lucia di Pezzo, ma già nella prima metà del XX secolo era adibita a fienile. Solo tra il 1947 ed il 1949 vengono eseguiti i primi lavori di restauro e all'inizio degli anni sessanta la chiesa venne acquisita dal Bim di Valle Camonica.

Durante i lavori di restauro del 1965, volti all'asportazione di alcuni affreschi seicenteschi, attualmente posizionati nella sala consiliare del Comune di Ponte di Legno, vengono scoperte nello strato sottostante delle raffigurazioni tardogotiche.

Nel 2006 l'edificio è stato nuovamente sottoposto a lavori di ristrutturazione che hanno riportato alla luce la pavimentazione in selciato interna e ricoperte le caratteristiche ed originarie facciate esterne di pietra locale.
Zoanno sorge una balza nella Valle del Frigidolfo in posizione dominante su Ponte di Legno, ad una settantina di metri d'altezza rispetto al fondovalle, ed è orientato verso est.

A nord-est la valle è chiusa dai monti Caione e Graole, mentre ad est si innalzano le vette della Bleis, di Cima le Sorti e il Dosso di Cò de Mòrt, da cui originano la Val del Calò, la Val Mesàna e Val de Sès; il paese stesso si trova sui fianchi di Cima Bleis di Somalbosco, e, grazie al dosso di Vescasa, è riparato rispetto alle correnti d'aria del Tonale mentre è esposto ai venti freddi del Gavia, che in inverno danno luogo a bufere di neve, dette bulfì in dialetto locale.

Secondo Gregorio Brunelli il nome deriverebbe da suan, che è la variante dialettale camuna del nome del patrono del paese, San Giovanni.
Il dalignese Favallini Bonifacio, nella sua opera Camunni del 1886, è contrario a questa ipotesi in quanto trova che la pronuncia tra suan e zuan sia troppo difforme, e propone invece che il nome Zoanno derivi dal celtico SU-AN, ovvero terra sopra, abitato superiore; ipotesi che troverebbe conferma nella collocazione geografica del paese.
Nonostante l'abitato risalga probabilmente all'epoca romana, e la prima fondazione della chiesa sia avvenuta attorno al XIII secolo, bisogna aspettare fino al 1526 perché l'abitato venga citato in un documento; il 14 agosto di quell'anno infatti il Capitanio di Valle Andrea Del Duca riferiva al Senato della Serenissima di aver provveduto a far costruire, come ordinato dall'Orsini, una torre d'osservazione a Zoanno presso Ponte di Legno.

Pezzo è situato sulle pendici della cima Graole, è posto ad una altezza s.l.m. di 1565 m. Sovrastando la valle del Frigidolfo è posto in una zona panoramica ove si possono osservare le frazioni Precasaglio, Zoanno ed il capoluogo.
Le contrade ad oggi identificabili sono quattro: -"Princìul"; -"Plùni"; -"Pès de là"; -"Plàs"; Mentre anticamente ne esistevano delle altre, vale la pena ricordare: -" 'N tra li cà " -"I Ulìf" -"I Vècc" -....
Il 16 ottobre 1944 nella Valle di Viso furono fucilati cinque civili e un partigiano per rappresaglia contro il ferimento di un ufficiale della Wehrmacht.

La Parrocchiale di S.Lucia è seicentesca, con portale in marmo di Vezza, con affreschi del Corbellini.
La Chiesa di Sant'Apollonio, situata a Planpezzo, risale all'XI-XII secolo, una delle più antiche della Valle Camonica.
La Chiesetta di Viso è in ricordo ai caduti della strage di Viso.

Il centro storico, i suoi suggestivi vicoli detti "Vaui", le poche fontane rimaste con la tipica conformazione da abbeveratoio dette in gergo "I Büi".
Le cappellette dedicate a Santi diversi per qualche grazia ricevuta, dette "I Santèi" , che si trovano nelle dirette vicinanze dell'abitato.

Case di Viso è un borgo alpino in quota (1753 m s.l.m.) della Valle di Viso, nel comune di Ponte di Legno. È una meta turistica, nota specialmente per le abitazioni che conservano immutata la loro architettura originaria in muratura, risalente - per alcune - agli inizi del XIX secolo, e che sono state teatro di una rappresaglia nazista dopo l'armistizio dell'8 settembre.

Precasaglio è situato sul versante orografico destro dell'ultima parte della Val Camonica, dopo che questa di biforca nei pressi di Ponte di Legno per salire da una parte verso il Tonale, dall'altra verso il Passo Gavia.

Il nome Precasaglio deriva probabilmente da "Per i Casai". Casai dovrebbe essere un villaggio anticamente situato in località planpezzo e di origine Celtica preceduta appunto dall'odierna Precasaglio.
La sagra del paese ricorre al 20 gennaio con messa cantata e pesca di beneficenza. La sagra per tradizione è ripetuta anche la prima domenica di luglio. Questo una volta permetteva agli abitanti che d'inverno andavano in pianura con le bestie di ricevere ugualmente i benefici dei patroni. Piatto caratteristico della frazione sono i "gnocc de la cua", gnocchi di pane ed erbette o spinaci.
La sera antecedente l'epifania era tradizione accendere dei falò.

La Parrocchiale dei SS Fabiano e Sebastiano che è consacrata nel 1652, ha il portale in marmo di Vezza che riporta la data 1649. La tribuna lignea è attribuita alla scuola dei Ramus. A sinistra entrando una pregevole cancellata in ferro battuto.

Gli scütüm sono nei dialetti camuni dei soprannomi o nomiglioli, a volte personali, altre indicanti tratti caratteristici di una comunità. Quello che contraddistingue gli abitanti di Ponte è Bar (pastori), Tagòrni, Madunìnì.

Nella Commemorazione dei defunti del 2 novembre ancora oggi permane l'usanza della distribuzione gratuita del sale da parte della Vicinia a ciascun capofuoco (famiglie residenti) in tutto il paese di Ponte di Legno.
Nel Giovedì di mezza quaresima si leggeva il testamento e di seguito si bruciava la Vecchia. L'usanza continua anche oggi.

Il comune rappresenta la più importante stazione turistico - invernale lombarda, provvista di circa cento chilometri di piste da sci con innevamento artificiale e di trenta impianti di risalita, possiede una cabinovia inaugurata il 2 dicembre 2006 che collega in meno di 15 minuti Ponte di Legno con il Passo del Tonale, frazione del comune di Vermiglio.

Il comune di Ponte di Legno inoltre è dotato di numerosi impianti sportivi come piste da mountain bike, un campo da golf estivo, numerosi chilometri di piste sciistiche e un attrezzatissimo palasport, dove vi sono state competizioni internazionali di pallavolo, pallacanestro, tennis tavolo e di karate.

Di recente Ponte di Legno, grazie all'ampliamento del demanio sciabile, è diventato la più importante stazione sciistica della Lombardia. Ora il paese con la frazione di Tonale ed il comune adiacente di Temù, può godere di oltre 100 chilometri di piste tutti dotati di innevamento artificiale e di diversi e moderni impianti di risalita, molti dei quali quadriposto. I boschi severi delle Alpi Retiche fanno da contorno ad un panorama spettacolare che si può ammirare dalla cima del Corno d'Aola (la risalita avviene tramite l'omonima seggiovia). Per diversi anni Ponte di Legno ha ospitato tornei di slalom-gigante a livello nazionale e regionale, quali il trofeo "Pinocchio", gara sciistica di ragazzi e bambini. Oltre allo sci alpino viene praticato anche lo sci di fondo durante il periodo invernale; a Valbione, sul campo da golf, trasformato in pista, in Val delle Messi, in Val Sozzine ed al passo del Tonale. A Ponte di Legno è inoltre presente un'importante sci club della valle Camonica, lo Sci club Pontedilegno. Fondato nel 1911 lo sci club ora può contare su competitivi e promettenti ragazzi amanti dello sci alpino. Diversi maestri qualificati insegnano questo nobile sport sulle piste del ghiacciaio del Presena, del Tonale, di Ponte di Legno e di Temù. Ponte di Legno fa parte del comprensorio sciistico Adamello Ski.

Ponte di Legno è famosa inoltre per lo sport del ciclismo. L'importanza nel ciclismo su strada, professionistico e amatoriale, risiede nel fatto che esso è un punto di partenza per l'ascensione estremamente panoramica e impegnativa al Passo Gavia nel suo versante più duro, oltre al versante più duro del Passo del Tonale. Il comune è stato per questo numerose volte punto di passaggio importante per i ciclisti del Giro d'Italia che, scesi dal Tonale ed imboccata la strada statale del Gavia, hanno potuto osservare questo paese. Tra le tante volte in cui Ponte di Legno è stato teatro della carovana del Giro, il 29 maggio 2010 è transitata la 20ª tappa con arrivo al Tonale, nella quale si è praticamente ipotecata la maglia rosa per Ivan Basso, poi vincitore ufficialmente il giorno seguente nella cronometro con arrivo all'arena di Verona. Per questa tradizione di lunga data vengono organizzate corse sportive su strada come il campionato "ex-professionisti", mentre per quanto riguarda il ciclismo su sterrato l'AdemelloBike ha di recente dotato di segnaletica diversi percorsi di montagna come quello per andare al vicino rifugio Bozzi. A fianco del campo da calcio è presente una pista dedicata alla mountain bike, ricca di ostacoli e salti con adiacente un noleggio bici.

Per quanto riguarda lo sport del calcio, il comune ha di recente costruito in via degli Alpini un moderno e attrezzato campo da calcio a 7 con erba naturale. Durante il periodo estivo vengono organizzati tornei di calcio dilettantistico sia per ragazzi che per adulti e senior. Nel 2004 Ponte di legno ha ospitato l'ex allenatore dell'Inter Simoni ed anche diversi calciatori di serie A. La Polisportiva Dalignese dirige gli eventi e le manifestazioni che si svolgono nel campo.

Ponte di Legno è inoltre provvista di un lussuoso campo di golf in stile tipicamente alpino, con diversi dislivelli da superare. Il campo è provvisto di 9 buche con doppie partenze sia per gli uomini che per le donne. Il par totale del campo è 70 ma con un livello di difficoltà piuttosto alto. Dotato anche di Putting Green, Pitching Green, campo pratica con 15 postazioni di cui tre coperte, vi è sia il bar che un deposito con armadi per custodire la propria attrezzatura golfistica.








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LA VALCAMONICA

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Una valle che affonda le sue radici nella storia antichissima, un territorio d’interesse naturalistico internazionale e protetto dall’UNESCO, una civiltà dalla cultura e dal folklore unici: questa è la Valle Camonica, un gioiello che offre un patrimonio dalla ricchezza unica. La quasi totalità della valle appartiene al territorio amministrativo della Provincia di Brescia, ad esclusione di pochi comuni facenti parte della Provincia di Bergamo.
Si tratta di un territorio dalle caratteristiche naturali e geografiche uniche che, per la sua notevole estensione e per la flora e fauna presenti, viene considerata sia una vallata alpina, nel suo settore più a nord, sia prealpina, nella zona della bassa Valle. Copre una superficie molto ampia e al suo interno si snodano numerosi torrenti che scendono dai laghi alpini per congiungersi con il fiume Oglio. La Valle Camonica è suggestivamente racchiusa tra i monti dei gruppi dell’Adamello e delle Prealpi Orobiche.

Il turismo è una delle attività più rilevanti per la Valle Camonica che presenta diversi parchi e riserve naturali d’interesse regionale e nazionale. La zona di massima concentrazione turistica è stata dichiarata sito protetto dall’UNESCO.

La Valle Camonica, grazie alla grande varietà di scenari che offre, ha consentito la nascita di un turismo invernale di tipo sciistico, mentre durante la stagione estiva le maggiori attrattive sono costituite dalle escursioni su sentiero.
Un altro punto d’eccellenza è costituito dalle cure termali e dai centri benessere delle Terme di Boario.

La Valle Camonica è un territorio che ha molto da offrire, sia dal punto di vista naturalistico, sia dal punto di vista culturale e storico, una comunità ricca con un patrimonio da tutelare e valorizzare al meglio.

La storia della Valle Camonica ha radici profonde che risalgono alla fine dell’ultima glaciazione, infatti le prime testimonianze umane risalgono al XII millennio a.C. ed è a questo periodo preistorico che risalgono alcune incisioni rupestri di grandi figure animali che compongono il grande corpus di oltre trecentomila graffiti, dal 1979 patrimonio dell’umanità Unesco, oggi conservate nel complesso museale delle incisioni rupestri.

La Valle Camonica deriva il suo nome dal termine in lingua latina con cui gli scrittori classici chiamavano anticamente la popolazione che vi abitava: i Camunni.

In epoca augustea la valle era inserita nella Regio X Venetia et Histria. Assoggettata a Roma nel contesto della conquista di Rezia ed arco alpino sotto Augusto, la Val Camonica subì una rapida romanizzazione a partire dall'insediamento romano di Cividate Camuno; l'area mantenne margini di autogoverno interno (la Res Publica Camunnorum), ma già prima della fine del I secolo a tutti i suoi abitanti fu estesa la cittadinanza romana. I Camuni subirono poi - come tutti i popoli dell'Italia settentrionale - una rapido processo di latinizzazione sia linguistica, sia culturale, sia religiosa.

Cristianizzata tra IV e V secolo, durante il Medioevo la valle passò sotto controllo longobardo prima (VI-VIII secolo) e carolingio poi (VIII-IX secolo), per entrare quindi a far parte del Sacro Romano Impero (X-XIV secolo). Ai Visconti dal 1337, nel 1428 la valle entrò nei Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia. Tra il 1797 e il 1814 la valle fu soggetta al dominio napoleonico, per entrare quindi a far parte nel Regno Lombardo-Veneto asburgico. Dopo la seconda guerra di indipendenza la valle entrò nel Regno d'Italia (1861-1946), del quale seguì le sorti; fu in particolare teatro, nel corso della Prima guerra mondiale, della Guerra bianca in Adamello.

Le prime testimonianze umane in Val Camonica risalgono al periodo successivo al termine dell'ultima glaciazione: recenti scavi presso la rupe di Santo Stefano a Cividate Camuno hanno evidenziato un fondo di capanna attribuibile al Paleolitico superiore. Si tratta della più antica presenza dell'uomo ritrovata in questa zona e risale al XII millennio a.C..

Tra IX e VIII millennio a.C. penetrarono in valle gruppi semi-nomadi di cacciatori e raccoglitori, che si spostavano di luogo in luogo solitamente seguendo gli spostamenti degli animali selvatici e abitavano in capanne o bivacchi stagionali. A questo periodo risalgono alcune incisioni rupestri di grandi figure animali, oggi conservate presso il Parco archeologico comunale di Luine a Darfo Boario Terme.

A partire dal VII millennio a.C. iniziò a diffondersi in tutta Europa la civiltà agricola e stanziale nota, secondo l'espressione coniata da Marija Gimbutas, come "Europa Antica". Le valli alpine furono toccate dal processo nel VI millennio a.C., anche grazie a un miglioramento complessivo delle condizioni climatiche; i gruppi di cacciatori-raccoglitori paleolitici furono assorbiti dai più numerosi agricoltori neolitici, che si insediarono stanzialmente nell'area. Queste comunità sedentarie furono in grado di praticare le prime forme di allevamento e di agricoltura; conoscevano l'utilizzo della ceramica e della tessitura del lino e una migliore tecnica nella costruzione e nella lavorazione della pietra.

In questo periodo l'arte rupestre in Val Camonica adottò come soggetti figure umane e tratti simbolici geometrici: rettangoli, cerchi, punti.

Dall'inizio del III millennio a.C., con l'Età del rame, in Val Camonica si affermò una prima metallurgia e ci furono dei miglioramenti nell'agricoltura, con l'introduzione dell'aratro, nell'allevamento, con l'avvio di una produzione casearia, nella tessitura, con l'impiego della lana, e nei trasporti, con l'introduzione della ruota e del carro. Le accresciute disponibilità alimentari consentirono un aumento della popolazione e una differenziazione sociale. Di questo periodo sono le prime statue stele, blocchi monolitici istoriati con simboli celesti, animali, armi, figure umane e altri segni.

Durante l'Età del bronzo si affinano le tecniche artigianali, soprattutto metallurgiche, e il territorio fu ripartito tra gruppi in lotta tra loro. Le incisioni rupestri risalenti a questo periodo rappresentano soprattutto armi.

In località Dos dell'Arca (Capo di Ponte) si trova, presso la chiesa delle sante Faustina e Liberata, un sito risalente all'Età del bronzo e frequentato fino alla tarda Età del ferro; gli scavi sono stati condotti da Emmanuel Anati nel 1962 e hanno rinvenuto i resti di alcune capanne e ceramiche, probabilmente resti di attività religiose. Il sito è noto soprattutto per il ritrovamento di molti frammenti di boccale, alcuni inscritti con lettere in alfabeto camuno, definiti appunto "tipo Dos dell'Arca".

La scoperta della lavorazione del ferro fu notevolissima per quel popolo che nelle fonti romane è ricordato come Camunni (nome attestato per la prima volta alla fine del I secolo a.C.): la valle possedeva numerose miniere di questo minerale, tanto che molte rimasero attive fino a metà del XIX secolo. Fu questo il periodo di massima attività nella creazione di incisioni rupestri: è databile all'Età del ferro quasi l'80% dell'intero patrimonio finora scoperto. A Temù è stata ritrovata un'abitazione risalente all'Età del ferro, con un piano interrato rivestito in pietra sul quale sorgeva una struttura in legno: simili quindi ad altre costruzioni alpine del periodo.

Attorno al V secolo a.C. gli Etruschi, già diffusi nella Pianura Padana, ebbero contatti con le popolazioni alpine che lasciarono tracce nell'alfabeto camuno e nell'arte rupestre. Verso il III secolo a.C. giunsero in Italia i Galli celtici che, provenendo dalla Gallia transalpina, si stabilirono nella Pianura padana ed entrarono in contatto con la popolazione camuna: lo testimonia la presenza, tra le incisioni rupestri della Val Camonica, di figure di divinità celtiche quali Cernunnos.

La Val Camonica venne assoggettata a Roma nel contesto delle campagne di conquista di Augusto di Rezia e arco alpino, condotte dai suoi generali Druso maggiore e Tiberio (il futuro imperatore) contro i popoli alpini tra il 16 e il 15 a.C. A completare la conquista del fronte alpino orientale fu Publio Silio Nerva, governatore dell'Illirico, che procedette all'assoggettamento delle valli da Como al Lago di Garda (compresa quindi la Val Camonica), oltre ai Venosti della Val Venosta.

L'azione romana di conquista è celebrata nel Trofeo delle Alpi ("Tropaeum Alpium"), monumento romano eretto nel 7-6 a.C. e situato presso la città francese di La Turbie, che riportava nell'iscrizione frontale il nome dei Camuni tra i popoli alpini sottomessi.
Ai Camuni, in quanto popolazione conquistata risiedente nell'arco alpino, venne inizialmente assegnato lo status di peregrini, che indicava la condizione giuridica degli abitanti delle province che non godevano dei diritti dei cittadini romani.

Dopo la conquista romana i popoli alpini furono annessi alle città più vicine in condizione di semi-sudditanza, tramite la pratica dell'adtributio. Questo permetteva di mantenere una propria costituzione tribale, ma la città dominante diveniva centro amministrativo, giurisdizionale e fiscale. La città a cui vennero assegnati i Camuni fu probabilmente la Colonia Civica Augusta Brixia; il loro territorio si posizionava quindi ai confini occidentali della Regio X Venetia et Histria. Le popolazioni soggette all'adtributio passavano dalla condizione di peregrini al beneficio dapprima del diritto inferiore (ius Latii), e in seguito della piena cittadinanza (plenum ius), con un processo che poteva essere anche molto lungo e che costituiva una sorta di apprendistato all'acquisizione di tutti i diritti dei cittadini romani. Epigrafi sembrano dimostrare che i Camuni ottennero questi diritti precocemente, in quanto vi è una iscrizione che ricorda la Civitas Camunnorum probabilmente attorno al 23 d.C. con Druso minore, durante il principato di Tiberio. Con il termine Civitas Roma indicava una entità politica autonoma, o un complesso dei cittadini, con i quali aveva a che fare (ad esempio Civitas Helvetia, la nazione Elvetica); pertanto il nome Civitas Camunnorum non va inteso come il nome latino dell'abitato di Cividate Camuno (che assunse questo nome solo nel XX secolo).

In Età flavia i Camuni vennero iscritti alla tribù Quirina, diversa da quelle cui erano state assegnate le vicine Brixia (Fabia) e Bergomum (Voturia), e sono ricordati come Res Publica Camunnorum, ovvero un centro dotato di autonomia amministrativa. Molte iscrizioni risalenti a questo periodo riportano nomi composti, ad uso romano, con tria nomina.

Non solo i Romani ebbero una forte influenza in Val Camonica, ma risultano anche epigrafi che citano il nome Camunni in altre zone dell'Impero romano. Molte tra queste riguardano legionari, come ad esempio tale "Cerialis Pladae f." centurione della cohors Alpina, oppure di "L. Statius Secundus", soldato della Legio VI. Altri camuni che servirono Roma furono "C. Valerius Quir.", della Legio VIII Augusta, morto a Corinto, e "Sex Apronius Quir.", della Legio XIIII Gemina, seppellito a Carnuntum. Un anonimo "Camunnus" si arruolò nella Classis Ravennatis e morì dopo 24 anni di servizio navale, all'età di 49 anni. La presenza di un montanaro nella flotta si spiega probabilmente con la necessità di carpentieri ("fabri navales") esperti nel taglio del legno.

Durante il periodo romano, a Breno fu costruito il santuario di Minerva. Le divinità romane non vennero imposte ai Camuni, ma tramite il meccanismo dell'interpretatio si tentava di assimilare il culto preesistente con la divinità romana che più gli assomigliava. L'iscrizione al Sole Divino, attualmente collocata all'esterno della chiesa parrocchiale di Breno ma di ubicazione originaria ignota, attesta in Val Camonica la presenza di un culto tipicamente orientale, diffusosi in tutto l'Impero romano a partire dal II secolo. Non è certo se l'epigrafe stessa risalga al II secolo o se sia invece successiva.

Il potere massimo della Res Publica Camunnorum era affidato a due duoviri e al consiglio dei decurioni. I primi avevano in compito di mantenere l'ordine e la giustizia e rimanevano in carica cinque anni; i secondi amministravano le finanze, nominavano i magistrati minori e dirigevano la vita religiosa della comunità. Il consiglio dei decurioni era formato dai cittadini più in vista della valle, che erano soliti firmare i loro decreti con "D.D." ("decretum decurionum").

I Romani insediarono il centro amministrativo della valle nell'odierna Cividate Camuno, una vera e propria città romana, costruita su cardo e decumano, con terme, teatro, anfiteatro e un foro lungo il fiume Oglio.

Altri insediamenti di epoca romana sono stati indagati a Pescarzo e a Berzo. Necropoli e lapidi tombali sono state rinvenute a Borno e Rogno.

L'inizio del Medioevo in Val Camonica coincise con l'introduzione del Cristianesimo. A partire dal IV-V secolo si assistette alla distruzione degli antichi luoghi di culto, con l'abbattimento delle statue stele di Ossimo e Cemmo e l'incendio del santuario di Minerva di Breno. Non sono comunque registrati casi di violenza contro i predicatori cristiani come invece avvenne nella vicina Val di Non, a Sanzeno, con il martirio di Sisinnio, Martirio ed Alessandro nel 397.

Nel 568-596 i Longobardi entrarono in Italia e sottomisero rapidamente gran parte delle regioni settentrionali (Langobardia Maior); il ducato di Brescia fu tra i primi ducati longobardi a essere costituito, all'indomani della conquista.

La Val Camonica è citata per la prima volta in un documento datato 774: il testamento di un gasindio longobardo che rivendicava il possesso di alcune terre nella zona, tra cui l'attuale Berzo Inferiore.

Come tutta la Langobardia Maior, la Val Camonica entrò a far parte dell'Impero carolingio nel 774; immediatamente venne ceduta, il 16 luglio 774, dallo stesso Carlo Magno all'abbazia di Marmoutier, presso Tours.

Nel 1164 l'imperatore Federico Barbarossa concesse con un diploma ampi privilegi alla Val Camonica, considerandola come un'entità unitaria e omogenea, distinta dal Bresciano.

A seguito dei gravi scontri del 1288 tra la città di Brescia ed alcuni comuni e famiglie ghibelline camune, nel 1291 si stipulò un accordo secondo il quale la Valle Camonica accettò di sottoporsi a un podestà nominato dalla città, al quale furono affidati compiti civili (“fare ufficiali e consigli”) e giudiziari (amministrazione della giustizia civile, istruzione dei processi criminali). In cambio di ciò i camuni ottennero l'esenzione da gabelle (eccetto quelle sul sale e sul ferro) ed il reintegro nei diritti civili e politici e nelle immunità e privilegi per le famiglie locali dei Federici, dei Celeri e i loro amici.

Citata da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, XX, 65), la Val Camonica nel 1311 ottenne dall'imperatore Arrigo VII la conferma dei privilegi concessi dal Barbarossa nel 1164. Nel 1330 Giovanni I di Boemia dichiarò l'indipendenza della valle, già dotata di propri Statuti (citati in atti privati fin dal 1324-1325). L'organizzazione del governo locale iniziò a prendere forma, con la presenza, accertata dal 1350, di notai del podestà e del vicario.

A partire dal 1337 l'intero territorio bresciano, inclusa la Val Camonica, entrò definitivamente a far parte dei domini dei Visconti. Alla morte di Giovanni, nel 1354, i fratelli Matteo II, Galeazzo II e Bernabò si spartirono i domini del casato; la valle, come tutti i territori orientali soggetti a Milano, toccò a Bernabò, che li tenne fino a quando, nel 1385, non fu imprigionato dal nipote Gian Galeazzo.

Durante la signoria di Gian Galeazzo (1378-1402) venne insediato un podestà a Lovere, a guardia dello sbocco meridionale della valle.

Nel 1402 la signoria passò al tredicenne Giovanni Maria Visconti, con reggente la madre Caterina Visconti. I domini viscontei furono presto dilaniati da lotte intestine, con il tentativo di impossessarsene condotto da Pandolfo III Malatesta. La Val Camonica fu terreno di scontro, contesa tra le armate ghibelline dei Visconti e quelle guelfe del Malatesta; tra il 1413 e il 1416 è attestata una forte instabilità nella valle, con varie concessioni volte a ottenerne la fedeltà.

A partire dal 1419 tutti i territori della Lombardia orientale tornarono gradatamente sotto il controllo di Filippo Maria Visconti, anche se la Repubblica di Venezia continuò a fomentare dissidi e disordini, che sarebbero sfociati, dal 1425, nella guerra che avrebbe condotto il Carmagnola a conquistare alla Serenissima Brescia, Bergamo e le relative vallate. Anche dopo la caduta del Malatesta i commerci con la valle furono ancora controllati dalla famiglia degli Oldofredi, strettamente legati ai Federici, casato ghibellino della Val Camonica.

Dopo aver cacciato i Visconti (marzo 1426), Brescia fece atto di dedizione alla Repubblica di Venezia (6 ottobre, secondo la tradizione) e poco dopo (23 novembre) rivendica a sé anche la Val Camonica, quale territorio bresciano, ma questa non passò immediatamente tra i Domini di Terraferma della Serenissima: il Senato veneziano si mostrò inizialmente irresoluto nell'ordinare la difficile occupazione della valle, tanto da dichiarare di rinunciarvi già il 26 novembre, per poi protrarre le operazioni di conquista della valle per tutto il 1427. La difficoltà nella conquista va principalmente attribuita alla forte resistenza delle famiglie nobili locali: dai grandi feudatari Federici ai clan nobiliari dei de Bordi, de Cochis e de Cottis. L'annessione della Val Camonica alla Serenissima si completò soltanto il 10 gennaio 1428.

L'area rimase ancora per anni oggetto di contesa tra la Serenissima e il Ducato di Milano. Il castello di Breno fu attaccato dai Visconti nel 1438, che avevano cinto d'assedio la stessa Brescia; una volta ricacciati i milanesi, Venezia riassegnò a Brescia tutto il suo territorio, inclusa la Val Camonica. In valle si stabilirono così un podestà e ufficiali bresciani. Un nuovo attacco milanese fu condotto da Francesco Sforza nel 1454: grazie alle armi da fuoco, il capitano di ventura Bartolomeo Colleoni riuscì ad assoggettare la bassa valle e ad attaccare nuovamente il castello di Breno, che capitolò tra il 24 e il 28 febbraio. Il 9 aprile la Pace di Lodi pose fine alle contese e assegnò definitivamente la Val Camonica alla Serenissima, che distrusse quasi tutte le roccaforti della valle, eccezion fatta per quella di Breno, destinata alla guarnigione locale, e quelle di Cimbergo e Lozio, tenute da famiglie fedeli a Venezia. Nelle guerre contro i milanesi si era distinto il casato trentino dei Lodron; come ricomprensa per i servigi di Paride il Grande, condottiero della Serenissima, i suoi figli Giorgio e Pietro ricevettero intorno alla metà del XV secolo il castello di Cimbergo con la relativa contea. Nel 1493 la valle contava 24.760 abitanti; come in tutti i Domini di Terraferma della Repubblica di Venezia, anche in Val Camonica venivano arruolate cernide, milizie territoriali costituite da contadini che annualmente svolgevano degli addestramenti militari.

Alla fine del XV secolo operò il pittore Giovanni Pietro da Cemmo (attivo tra il 1474 e il 1504); tra i suoi affreschi in Val Camonica, spiccano quelli del convento dell'Annunciata di Borno (oggi nel comune di Piancogno) e della Chiesa di Santa Maria Assunta a Esine.

Agli inizi del XVI secolo la valle passò per un breve periodo sotto controllo francese. Nel 1509 il re di Francia Luigi XII, nel quadro della guerra tra le forze della Lega di Cambrai e quelle della Serenissima, sconfisse i veneziani nella battaglia di Agnadello (14 maggio), combattuta presso l'Adda; Bergamo, Brescia, e la Val Camonica passarono così sotto controllo francese. Il castello di Breno passò sotto il controllo delle forze anti-veneziane il 23 maggio, ma i valligiani diedero vita a una dura resistenza contro i nuovi occupanti. Al termine della Guerra della Lega di Cambrai, il trattato di Noyon (1516) ripristinò lo status quo in Italia, e quindi l'appartenenza della Val Camonica alla Serenissima. Il ripristino del dominio veneziano e la comprovata fedeltà dei valligiani resero meno necessario uno stretto controllo militare sulla valle e il presidio di stanza al castello di Breno venne ritirato; il castello venne poi ceduto al comune di Breno nel 1583 e definitivamente abbandonato nel 1598.

Negli anni trenta del XVI secolo il Romanino iniziò a lavorare in alcune chiese della Val Camonica: Santa Maria della Neve a Pisogne (Storie di Cristo), Sant'Antonio a Breno, Santa Maria Annunciata a Bienno. Nello stesso periodo operò in valle anche Callisto Piazza. Nel 1558 un singolare atto della vicinia di Edolo attesta la diffusione di superstizioni animiste; si tratta di un'ordinanza che impone ai vermi ("rughe") che infestano i campi di sgomberarli, assegnando loro uno specifico territorio e perfino un avvocato difensore.

Nei primi decenni del XVIII secolo la bassa valle fu duramente vessata dal bandito Giorgio Vicario, di Pisogne, e dai suoi bravacci. Secondo la tradizione popolare il bandito, macellaio, fu ucciso da un suo stesso compagno con un'archibugiata sulla soglia della sua bottega di Pisogne, ora inglobata nell'edificio detto "Torrazzo". La testa - mozzata, salata e avvolta in foglie d'alloro - fu portata fino a Venezia per riscuotere la taglia offerta dal Consiglio dei Dieci.

L'amministrazione della valle fu svincolata da quella di Brescia e di Bergamo dal doge Francesco Foscari, che con un decreto del 1º luglio 1428 consentì ai valligiani di seguire i propri Statuti. Nel 1440 tale indipendenza fu tuttavia revocata e la Val Camonica fu ricondotta sotto il controllo di Brescia, che doveva esprimere il capitano di valle.

Amministrativamente e religiosamente, la valle era ripartita in pievi: inizialmente quattro (Rogno, Cividate, Cemmo ed Edolo), nel 1765 risultano essere cinque, con l'aggiunta di quello di Dalegno e Borno.

Parte delle magistrature andava di diritto alla famiglia Federici, antichi feudatari del luogo. Risulta la presenza di un "capitano di valle", insediato presso il castello di Breno fino alla metà del XVI secolo, altrove nel villaggio di Breno in seguito. A partire dal 1440 la Serenissima stabilì che il capitano doveva essere un nobile bresciano, la cui nomina doveva essere approvata dal consiglio della città. A un capitano di valle si attribuisce la proprietà di un letto intarsiato del XVII secolo, conservato presso il Museo Camuno di Breno. Esisteva poi un "sindaco di valle"; si ricordano i nomi di Giovanni Francesco Moscardi, sindaco nel 1615, 1622 e 1630, e di Gian Antonio Guarneri, sindaco nel 1661, 1667, 1673, 1680 e 1687. Accanto al capitano e al sindaco, erano presenti un avvocato di valle, un cancelliere, un vicecancelliere, un giusdicente, un presidente dell'ospedale e un tesoriere. Dell'ufficio della cancelleria civile si sono conservati relitti dell'antico archivio, mentre gli Statuti del 1750 attestano la presenza di tutta una serie di magistrature locali minori: «due deputati alla sanità, un deputato al mercato di Pisogne, due calmedrari, gli stimatori al dazio, i bollatori, gli esattori della tassa ducale e quattro deputati sopra la strada reale».

Sono ricordati diversi organi elettivi attivi in valle nel periodo della dominazione veneziana: il consiglio generale, il consiglio segreto o senato, il consiglio dei ragionati, il consiglio dei deputati e i ragionati aggiunti.

A partire dal 1324-1325 atti privati iniziarono a citare gli "Statuti della Val Camonica" (Statuta Vallis Camonicæ), anche se il privilegio di poter utilizzare i propri Statuti fu affermato soltanto nel 1428 dal doge Francesco Foscari, nel quadro della concessione di un'ampia autonomia in seguito (1440) parzialmente revocata. La Biblioteca del Senato della Repubblica custodisce un manoscritto settecentesco che traduce in italiano Statuti del 1624-1687.

In seguito all'occupazione napoleonica di Brescia e Bergamo, nel 1796, i territori più occidentali della Repubblica di Venezia passarono sotto controllo francese. Tra questi la Val Camonica che, dopo aver fatto parte dell'effimera Repubblica Bergamasca (12 marzo-17 ottobre 1797), confluì poi nella Repubblica Cisalpina (1797), secondo quanto sancito dall'articolo 8 del Trattato di Campoformio, in seguito trasformata prima in Repubblica Italiana (1802-1805) e infine in Regno d'Italia (1805-1814). Le valli lombarde opposero inizialmente una certa resistenza al giacobinismo napoleonico, ma le velleità di rivolta furono rapidamente stroncate.

Nel corso della dominazione francese, l'assetto amministrativo della Val Camonica mutò più volte. Inizialmente (1797-1798) fu importato il modello del cantone, adottato in Francia dal 1790; la valle fu inserita, dal 1º maggio 1797, nel "Cantone della Montagna", con Breno capoluogo. Nel febbraio 1798 fu istituito il "Distretto di Cividate", con Cividate Camuno nuovo capoluogo, fino al definitivo assetto in dipartimenti. I comuni della valle furono assegnati al Dipartimento del Mella, con Brescia capoluogo, e del Serio, con capoluogo Bergamo.

Con la caduta del Regno Italico (1814), la Val Camonica, come l'intero lombardo-veneto, entrarono nell'orbita dei domini austriaci, che organizzarono i propri possedimenti diretti in Italia nel Regno Lombardo-Veneto. La Val Camonica fu assegnata alla provincia di Bergamo, nei distretti XVI di Lovere e XVII di Breno, istituiti il 12 febbraio 1816 e in seguito (1853) ridisegnati.

Nel 1859, durante la seconda guerra di indipendenza, Brescia e Bergamo furono occupate dai Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi, che tuttavia non sarebbero stati in grado di opporsi a un'eventuale controffensiva austriaca attraverso le Valli Giudicarie o la Val Camonica; per questo, a difesa del fronte alpino fu inviata una divisione regolare dell'esercito sabaudo, comandata da Enrico Cialdini.

Con la pace di Zurigo siglata fra il 10 e l'11 novembre 1859, la Lombardia, già di fatto annessa al Regno di Sardegna, passò formalmente a quest'ultimo, che nel 1861 sarebbe diventato Regno d'Italia.

La nuova organizzazione territoriale disegnata dal Decreto Rattazzi (regio decreto 3702 del 23 ottobre 1859) assegnò la Val Camonica alla Provincia di Brescia, all'interno della quale andò a costituire il circondario di Breno, suddiviso nei due mandamenti di Breno e di Edolo. Alla Provincia di Bergamo rimasero i comuni della bassa valle di Lovere, Costa Volpino e Rogno, inscritti nel circondario di Clusone.

La vicinanza della frontiera austriaca, che correva lungo tutto il massiccio dell'Adamello fino al Lago di Garda, faceva di questa zona una delle più soggette a rischio di invasione. Allo scoppio della terza guerra di indipendenza (1866), in effetti, le truppe austriache guidate dal maggiore Ulysses von Albertini forzarono il Passo del Tonale e discesero la valle fino a Ponte di Legno (26 giugno), per poi ripiegare indisturbate. Un'azione di maggiori proporzioni fu condotta il 2 luglio successivo: Von Albertini si spinse fino a Vezza d'Oglio, dove i bersaglieri al comando del maggiore Nicostrato Castellini tentarono invano, il 4 luglio, di sbarragli il passo. In seguito allo scontro, noto come battaglia di Vezza d'Oglio e comunque di modeste dimensioni, gli austriaci ripiegarono comunque sul Tonale il 7 luglio.

Nel 1872 settantadue comuni della Val Camonica, del Lago d'Iseo e della Bassa bresciana inviarono una petizione ai ministeri dei Lavori pubblici e delle Finanze per sollecitare la costruzione di una linea ferroviaria che favorisse il collegamento tra Val Camonica e Cremonese. La Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo, appaltata alla Società Nazionale Ferrovie e Tramvie, fu però completata solo il 4 luglio 1909. Nello stesso anno, con una segnalazione di Gualtiero Laeng al Comitato Nazionale per la Protezione dei Monumenti, vennero riscoperte le Incisioni rupestri della Val Camonica.

Durante la Prima guerra mondiale, l'alta valle fu teatro della Guerra bianca in Adamello, che vide contrapposti gli alpini italiani a quelli austro-ungarici. Le condizioni di combattimento furono estreme - oltre tremila metri di quota, temperature rigidissime, costante pericolo di slavine -, e la guerra anche su questo fronte fu principalmente guerra di trincea. L'estate del 1915 registrò numerosi scontri, con provvisorie e limitate avanzate di uno o dell'altro contendente, senza tuttavia che avvenissero mutamenti decisivi nella linea del fronte. Nel 1916 alcuni successi parziali degli alpini (aprile-maggio) non ebbero seguito a causa della forte pressione esercitata dagli austro-ungarici sul fronte trentino con la Strafexpedition, che costrinse i vertici militari italiani a sguarnire l'Adamello. Il fronte entrò così in stallo e rimase inerte anche per tutto il 1917. Il 27 settembre di quell'anno un bombardamento austro-ungarico distrusse l'abitato di Ponte di Legno. Il 25 maggio-28 maggio 1918 il fronte iniziò a muoversi in modo significativo con la conquista italiana del ghiacciaio Presena; altri piccoli avanzamenti culminarono, il 1º novembre nel quadro della generale rotta dell'esercito austro-ungarico, nello sfondamento del fronte al passo del Tonale, dal quale il Regio Esercito poté dilagare verso la Val di Sole.

Il 1º dicembre 1923, alle 7.15, la diga posta sul torrente Gleno, in Valle di Scalve, cedette a causa di errori di progettazione e di cattiva esecuzione dei lavori. L'onda di piena, dopo aver devastato la Valle di Scalve, sboccò in Val Camonica. Le vittime complessive del disastro del Gleno furono oltre 350; commosso per la tragedia, anche re Vittorio Emanuele III si recò in visita nella valle.

Durante la Seconda guerra mondiale, tra l'armistizio dell'8 settembre 1943 e il 1945 in Val Camonica agirono diversi gruppi partigiani. Presso Lozio (Laveno) operava un battaglione della brigata "Ferruccio Lorenzini" della divisione Fiamme Verdi, guidato dalla medaglia d'oro al valor militare Giacomo Cappellini, fucilato dalla Repubblica Sociale Italiana il 21 gennaio 1945. Poco più tardi Monno, nell'alta valle, fu teatro delle due battaglie del Mortirolo, che opposero i partigiani delle Fiamme Verdi al militi della Repubblica Sociale.

Entrambi gli scontri videro prevalere i partigiani: il primo, di proporzioni modeste, fu combattuto sul Passo del Mortirolo tra il 22 e il 27 febbraio; il secondo, ben più rilevante - tanto che è ritenuto da alcuni la più importante battaglia campale della Resistenza italiana - vide invece gli schieramenti fronteggiarsi per quasi un mese, dal 9 aprile al 2 maggio.

Nell'ordinamento della Repubblica Italiana la Val Camonica rimase amministrativamente soggetta alla Provincia di Brescia e, in piccola parte, a quella di Bergamo.

Nel secondo dopoguerra ebbe inizio la valorizzazione delle incisioni rupestri della Val Camonica: nel 1955 a Capo di Ponte venne creato dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia il Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane, la prima e tuttora la più importante delle aree che custodiscono i petroglifi; nel 1964 venne fondato il Centro Camuno di Studi Preistorici; nel 1979 l'intero patrimonio delle incisioni è stato proclamato Patrimonio dell'umanità dall'Unesco, primo sito in Italia a ricevere il riconoscimento.

Nel 1974 venne approvato dalla regione Lombardia lo statuto della Comunità Montana di Valle Camonica e nel 1983 fu istituito il Parco regionale dell'Adamello.

La riserva naturale incisioni rupestri di Ceto, Cimbergo e Paspardo è compresa tra una altitudine che va dai 420 ai 1000 m s.l.m.
La riserva naturale delle valli di Sant'Antonio si estende nel territorio del comune di Corteno Golgi.
Il parco dell'Alto Sebino è gestito dalla Comunità Montana dei Laghi Bergamaschi.Il parco del lago Moro, gestito dal comune di Angolo Terme, è esteso per 131 ettari.

La Valle Camonica copre un'altimetria che va dai 187 m s.l.m. di Pisogne fino ai 3.539 m s.l.m. del monte Adamello.

Nella fascia submontana  sono diffuse piante come il frassino, la quercia, il castagno.
Nella fascia montana si trovano piante di faggio ed acero di monte.
Nella fascia subalpina sono diffusi gli abeti rossi, il pino silvestre e la betulla.
Nella fascia alpina vegetano piante di pino mugo e pino cembro
Nella fascia nivale sopravvivono solo piante rupicole.

Grazie alla presenza, soprattutto nell'alta valle, di ampie zone protette, come il parco regionale dell'Adamello od il parco nazionale dello Stelvio, si possono ammirare molti animali in libertà, che spesso raggiungono anche le zone antropizzate.

In alta quota, anche durante la stagione invernale, sono diffusi i camosci e gli stambecchi. I camosci sono presenti tra i 1800 ed i 3000 m s.l.m., soprattutto nella zona della Val Dois, nella Val Miller e nel gruppo del Baitone. Gli stambecchi, invece, dopo essere scomparsi in seguito ad una caccia spietata attorno alla metà del Settecento, sono stati re-introdotti a partire dal 1995 nel parco regionale dell'Adamello, ed oggi stanno ripopolando le montagne della zona. Il cervo ed il capriolo vivono invece nelle foreste a quote più basse, e durante i periodi più freddi scendono fino alle praterie di fondovalle. I cervi diffusi nelle aree del parco nazionale dello Stelvio, soprattutto in Val Grande, e qualche esemplare tra le alte radure tra Paspardo e Braone. Il capriolo è invece ampiamente presente tra i comuni di Sonico, Saviore dell'Adamello e Ponte di Legno. Da segnalare la ricomparsa dell'orso bruno, reintrodotto nel parco naturale provinciale dell'Adamello-Brenta e diffuso su tutto il gruppo dell'Adamello. Animali più piccoli, e decisamente più diffusi, sono la marmotta, il riccio, lo scoiattolo. Presenti, ma molto più difficili da osservare, sono la volpe, l'ermellino, la martora e la faina.
Si possono osservare il picchio, la civetta, l'allocco, il gufo, l'astore, la coturnice e la pernice. Nelle zone boschive sono presenti il gallo cedrone ed il gallo forcello. Vi nidifica anche il Gipeto, grazie ad un progetto di reintroduzione che ha portato il Parco dello Stelvio ad essere il primo posto in Italia a riospitare il gipeto.
Tra i rettili si trovano la vipera, il marasso, bisce d'acqua come la natrice, il biacco, l'orbettino e la lucertola muraiola. Durante i periodi caldi nei boschi è visibile il ramarro.Diffusi sono la salamandra, soprattutto in Val Paghera e Val Saviore, il tritone, la rana (diffusissima negli stagni d'alta quota) ed il rospo.
I numerosi torrenti della Valle Camonica sono l'ambiente ideale per la trota iridea, la trota fario, la trota marmorata, lo scazzone e la sanguinerola.

L'attività mineraria è stata fondamentale per lo sviluppo della Valcamonica nel corso dei secoli, fino al XX secolo quando, a poco a poco, tutte le miniere presenti sul ricco suolo valligiano sono state chiuse. Nel passato era possibile estrarre:
Sui monti di Ceto, Cerveno, Ono San Pietro e Cevo possiamo trovare l'allume.
Il calcare sui monti Concarena e Pizzo Badile Camuno.
Il ferro presso Pisogne, Fucine, Pescarzo, Loveno, Malonno, Corteno.
Il marmo sui monti di Vezza d'Oglio.
Il rame sui monti tra Cimbergo e Paspardo.
Lo zolfo sui monti di Sellero.
La ricchezza di ferro fu uno dei principali fattori di sviluppo dei molteplici forni fusori di Gratacasolo, Corna, Malegno, Bienno, Cemmo, Cedegolo e Malonno. Le fucine di Bienno assumeranno una particolare importanza, tanto che nel 1600 ve ne erano ben 135. Erano specializzate nella costruzione di utensili domestici (vanghe, zappe, falci, forche, ecc.), ma producevano anche armature, elmi e corsaletti, tutti oggetti indispensabili per gli scontri armati. La Valgrigna assumerà nel corso dei secoli il soprannome di "Valle dei Magli". All'inizio del XIX secolo venne fondata la Carlo Tassara Stabilimenti Siderurgici a Breno.
Presente già dalla preistoria, con incisioni rupestri raffiguranti telai, il settore tessile ebbe una grande importanza in Valcamonica. Nel periodo della dominazione veneta crebbe il settore laniero, mentre dopo l'annessione al Regno d'Italia vi fu il boom della seta con la coltura del gelso (già presente nel 1600). Dagli anni settanta del Novecento vi fu la crisi del settore con la liberalizzazione dei mercati, mettendo in gravi difficoltà importanti industrie come Olcese di Boario Terme e di Cogno, la Nuova Manifattura Brenese di Nadro e la Franzoni Filati di Esine e di Cividate Camuno.

La Valle Camonica, grazie alle sue risorse idriche, è un'importante realtà per quanto riguarda la produzione idroelettrica.

La prima centralina sorse nel 1888 a Breno, ma dal 1907, con la nascita dell'Elva, vennero poi fondate quelle di Niardo, Darfo Boario Terme, Vezza d'Oglio. Sorsero poi le grandi centrali di Temù, Sonico, Isola, Cedegolo, Cividate Camuno, Gratacasolo e Grevo.

In tempi recenti sono state poi costruite le tre centrali di Edolo, di San Fiorano e di Cedegolo, che producono la maggior parte dell'energia idroelettrica camuna.

Partendo da Cedegolo sino a Cividate Camuno è visibile un canale di convogliamento delle acque dei torrenti orientali della Val Camonica, a fine idroelettrico, costruito nel 1926.

Il vino è molto radicato nella storia della Valle Camonica: nel passato la viticoltura era ampiamente diffusa lungo i terrazzamenti e quasi ogni famiglia aveva una produzione propria. Oggi qualche esempio di questi terrazzamenti, seppur reimpiantati con le nuove tecnologie di produzione (guyot), sono visibili sul versante orografico esposto a est della media Vallecamonica, all'altezza di Piamborno (frazione principale del comune di Piancogno) lungo la strada comunale delle Volte da cui prendono il nome i vini dell'azienda che qui li produce.

I vitigni più diffusi in Valle sono Marzemino e Merlot per i vigneti a bacca rossa e il Muller, Resling Renano e Incrocio Manzoni per i vigneti a bacca Bianca.

Sono inoltre presenti vitigni autoctoni che stanno scomparendo quali il Valcamonec, l'Erbanno ed il Sebina.

In un lontano passato, in Val Camonica, si parlava un'antica lingua camuna.

Oggi il mezzo di comunicazione più utilizzato è la lingua italiana, a dispetto dei numerosi dialetti camuni che, seppur ampiamente parlati e compresi sono sempre più utilizzati solamente in ambito familiare.

Quel poco che rimane di quegli antichi culti è oggi oggetto di studio attraverso i racconti popolari (le bóte) che si sono trasmesse oralmente nel corso dei secoli. Questi racconti parlano di esseri immaginari, sovrannaturali, demonizzati, che secondo alcuni studiosi potrebbero rappresentare miti risalenti all'epoca pre-cristiana.



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IL MUSEO ETNOGRAFICO A VALTORTA



“L’Ecomuseo di Valtorta recupera e preserva il patrimonio materiale e immateriale come strumento per progettare l’avvenire a partire dalle aspettative della sua gente”.

Un paese museo dove si respira ancora l’aria della tradizione: il museo etnografico insieme a mulini, maglio e segheria idraulica vi accompagnano nella scoperta della cultura e dei saperi di Valtorta.
Il museo etnografico ha sede in un antico edificio denominato “Casa della Pretura” in quanto un tempo ospitava il vicario che, oltre a governare la comunità aveva importanti compiti in materia civile e penale. Al suo interno si trovano gli strumenti e le attrezzature che un tempo facevano parte della quotidianità delle genti dell’Alta Valle Brembana, testimoni della povertà e della semplicità degli abitanti di Valtorta ma anche di ritmi e stili di vita totalmente differenti.
Mulini, maglio e segheria si ritrovano sparsi qua e là tra gli angoli del paese. Si tratta di strutture funzionanti grazie alla forza dell’acqua che, attivando gli antichi meccanismi, ancora oggi permette di vedere all’opera le storiche strutture.

L’ingresso del borgo di Valtorta è caratterizzato dalla torre dell’orologio, il cui funzionamento può essere seguito attraverso le pareti in vetro della struttura che contiene l’antico meccanismo con corredo di piccole campane. Appena sopra l’abitato sulla destra idrografica, un piccolo torrente alimenta le ruote idrauliche di un mulino, ricostruito utilizzando le attrezzature donate dai proprietari del cessato mulino Canfer di Ubiale. Appena sopra il mulino si trova la segheria idraulica, recentemente recuperata e resa funzionante utilizzando i resti di una segheria proveniente dall’Alta Valle Brembana. L’edificio della segheria è a due livelli. Al piano terra ci sono la ruota idraulica di grandi dimensioni e gli organi di trasmissione in ferro. Questa ultima caratteristica consente di collocare la data di costruzione della segheria originaria nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Gli organi di trasmissione sono di tipo a doppio stadio, ovvero con il primo stadio costituito da una ruota moltiplicatrice e un pignone, il secondo da un sistema a cinghia. Al primo piano c’è il banco di sega in legno sul quale venivano posti i tronchi da tagliare. Un sistema di regolazione posto sul banco stesso consentiva di regolare lo spessore dei pezzi da tagliare (assi, travi, ecc.). Il telaio mobile sul quale è montata la sega è posto a metà tra il primo e secondo piano.

L'esposizione museale, che ricostruisce idealmente gli ambienti più comuni del passato, documenta come l'uomo brembano abbia saputo, nel corso dei secoli, modificare, abbellendoli e rendendoli più funzionali, gli stessi attrezzi del lavoro quotidiano utilizzati da secoli, dando così prova di intelligenza creativa e di capacità di far fronte, con strumenti sempre più efficaci, alle nuove esigenze imposte dal mutare dei tempi e dalle contingenze.

La sistemazione del materiale nelle sale del museo obbedisce al principio di fornire al visitatore l'opportunità di comprendere la funzione e l'uso dei vari oggetti e di immaginare allo stesso tempo particolari momenti della vita umana legati a tale uso. Di conseguenza vi sono meticolosamente ricostruiti vari ambienti tipici, luoghi di lavoro, di svago ed interni delle abitazioni.

Si possono così ammirare, assieme agli arredi propri della vita domestica, ambienti e strumenti tipici dell'artigianato: l'officina del fabbro, il desco del ciabattino e del fabbricante di zoccoli, il banco del falegname, la casera con i grandi caldari e le ramine, il filatoio della lana, il telaio, il tornio per il legno, il carretto dell'arrotino, ed una miriade di altri arnesi propri di attività un tempo importanti e di cui oggi resta solo il ricordo.L'interno delle abitazioni è riproposto dettagliatamente con la ricostruzione completa dei vari ambienti: una camera da letto con il pagliericcio, l'armadio, la culla, gli abiti da lavoro e quelli della festa; la cucina con le cassepanche, le credenze, la madia ed il focolare collocato al centro del locale; i giochi dei bambini e gli strumenti che accompagnavano la loro crescita, tanto semplici e poveri e pure così vicini nella funzionalità a quelli moderni.
Numerosi sono gli attrezzi della lavorazione dei campi e dell'allevamento del bestiame, occupazioni che nei secoli sono state di gran lunga preponderanti nella zona e che ancora oggi mantengono una loro vitalità: arnesi della fienagione, dell'aratura, del boscaiolo, dell'apicoltore e del cacciatore.
Anche i vari aspetti della vita religiosa trovano nel museo spazi adeguati: ex voto, affreschi, paramenti sacri, oggetti propri delle liturgie tradizionali, testimonianze di una fede semplice, ma dalle radici profonde che si esprimeva in svariate forme di devozione.
Non mancano infine documenti delle rare pause concesse allo svago e ai divertimenti: la ricostruzione di strumenti musicali, maschere, burattini, rudimentali giochi di società.
è tra queste testimonianze d'altri tempi che si può recuperare una dimensione più umana del vivere quotidiano e si può recuperare una coscienza più completa del passato.

Il Museo Etnografico Alta Valle Brembana di Valtorta è nato e si è sviluppato con questo preciso intento: riscoprire e conservare il passato, valorizzare e trasmettere alle nuove generazioni le testimonianze di una civiltà e di una cultura.
Una civiltà fatta di segni materiali (i luoghi, le case, i mobili, gli arredi, gli affreschi, gli strumenti di lavoro) ma anche e soprattutto di valori: quelli della fatica quotidiana, di una laboriosità pregna di ingegno e pazienza, di una fede genuina, di una semplicità e di una sobrietà di vita oggi del tutto inimmaginabili. Un Museo insomma attraverso cui esprimere l'essenza profonda della storia umana e sociale dell'Alta Valle Brembana.
Ed è sicuramente in risposta a questa ispirazione che l'idea del Museo, coltivata a metà degli anni settanta dal sindaco di Valtorta Pietro Busi e dall'allora parroco don Angelo Longaretti, ha trovato una piena e convinta adesione da parte degli abitanti del paese e dell'intera Alta Valle che non hanno esitato a rovistare centinaia di soffitte e scantinati per fornire una prima dotazione di centinaia e centinaia di oggetti e testimonianze delle più svariate epoche. Né poteva essere individuata sede migliore di quella Casa della Pretura che il Comune provvide ad acquistare e restaurare, rendendo i vari ambienti idonei alla funzione museale.
Da allora l'Eco-Museo etnografico è diventato una creatura viva, non solo come ricostruzione completa e accurata; della casa, degli ambienti, degli oggetti del passato, ma anche come perno di un vero e proprio sistema museale che si allarga a tutti i luoghi storici del territorio: la Chiesa della Torre con preziosi affreschi che decorano le pareti, i dipinti murali che adornano le 43 tribuline poste ai crocicchi di antiche mulattiere, gli affreschi esterni, il mulino, il maglio mulino, le miniere, le fucine e la segheria, un tempo cardini dell'economia locale e la torre dell'orologio.

L' itinerario museale prosegue con la visita agli edifici dei mulini, del maglio, della segheria, ai resti di una fucina, inseriti nel contesto della documentazione etnografica della vallata.La presenza di fucine, mulini e segherie azionate da ruote ad acqua che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità.

Al mulino, ricostruito ai bordi della Val Marcia, il torrente che lambisce il paese, si è da qualche anno aggiunto il complesso del maglio per la lavorazione del ferro ed il mulino con le macine per il grano ed i pestoni per l'orzo, situati in riva al torrente Stabina, alla confluenza tra la valle di Caravino, proveniente dal Camisolo e la Val Grobbia, che scende dal Pizzo dei Tre Signori, lungo l'antica mulattiera verso le contrade Costa e Scasletto. In quel punto la strada scavalca il torrente su un bel ponticello romanico in pietra, detto del Bolgià, ben conservato e armonicamente inserito nell'ambiente. Dalle numerose fucine presenti sul territorio uscirono una gran quantità di chiodi, prodotti dai famosi "Ciodaroi".
Nei presso del torrente Caravino in località Frer, è possibile visitare i resti delle miniere dalle quali veniva estratto il ferro per il funzionamento delle fucine. (nella foto a fianco, la polveriera )Ed infine, la "calchera ", fornace nella quale veniva prodotta la calce facendo cuocere materiale lapideo, che si trova nei pressi della nuova centrale elettrica prima della frazione Fornonuovo.

La presenza di fucine, mulini e segherie che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità. Col tempo queste strutture andarono lentamente perdendo la loro funzione, fino ad essere del tutto abbandonate; il recupero di alcune di esse consente ora di aprire una finestra su un aspetto importante della storia della valle. Il ponticelIo e i due edifici del mulino e del maglio costituiscono un complesso di grande interesse storico ed antropologico e sono ormai diventati parte integrante dell’itinerario museale. Consolidate staticamente le strutture murarie, sono stati sistemati e riattivati il bacino di raccolta e la condotta dell’acqua del torrente fino alle due ruote a pale che mettono in moto gli ingranaggi interni a cui sono collegati gli impianti del mulino e del maglio. Animate da questo motore ad acqua, possono così funzionare, da una parte le macine del mulino e i pestoni per l’orzo e dall’altra il martello del maglio, la forgia, le mole e tutti gli altri meccanismi che consentivano ai ciodaröi di Valtorta di lavorare il metallo con l’abilità ovunque riconosciuta. Nei locali sono disposti tutti gli attrezzi propri dell’attività di macinazione (pale, setacci, stadere) e di metallurgia (mazze battenti con stampi per bullonie puntoni, incudini, pinze, martelli), organizzati come se dovessero riprendere a funzionare dopo decenni di quiete. Una scoperta recente è poi quella dei resti di tre fucine che sorgevano ai bordi del torrente-cascata le cui acque azionano il maglio-mulino. Queste tre fucine, situate su tre minuscoli pianori paralleli in un contesto selvaggio di rara suggestione, furono distrutte e sommerse da un’alluvione nel 1890.
Dagli scavi di quella più a valle sono emersi cinque banchi di lavoro in pietra (si tramanda che ciascuno fosse assegnato di diritto ad una famiglia) ed una manciata di chiodi, a testimonianza di quella che era la classica “chiodarola”. La struttura è stata ora recuperata e consolidata e completa quindi la visita al mulino-maglio. E passiamo ad altri recuperi recenti. In primo luogo l’antica miniera che siapre in località Frér, lungo la strada per la Falghera, a monte dei paese, una delle tante che nei secoli hanno costituito la base della vita economica locale. Attualmente è possibile visitare un tratto della galleria e la piccola costruzione che era adibita a polveriera e deposito degli attrezzi da lavoro.



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