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sabato 1 agosto 2015

2 AGOSTO 1980



Quante volte abbiamo visto quest' immagine simbolo di vite finite  .....

2 agosto 1980: alle 10.25 esplode nella sala d’aspetto di seconda classe un ordigno custodito in una valigia piazzata su un tavolino a una quarantina di centimetri da terra. La bomba, del peso di 25 chilogrammi circa, è composta da tritolo, T4 e gelatinato e uccide 85 persone provocando più di 200 feriti. Nell’immediato, come per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, si parla dell’esplosione di una caldaia nei sotterranei. Ma non ci sono sotterranei e ai soccorritori è subito chiaro che si tratta di un attentato a causa del forte odore di polvere da sparo nell’aria. Il presidente del consiglio Francesco Cossiga due giorni più tardi parlerà di responsabilità fasciste.



6 agosto 1980: nella basilica bolognese di San Petronio si svolgono i funerali a cui partecipa il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Saranno soltanto in 8 le famiglie che accetteranno le esequie di Stato.

26 agosto 1980: emessi 24 mandati di cattura per militanti dell’estrema destra italiana. Tra questi Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Roberto Rinani, Massimiliano Fachini, Paolo Signorelli e Aldo Semerari, il criminologo che favorirà con perizie “aggiustate” esponenti della camorra, della Banda della magliana e della destra eversiva e che morirà assassinato il 1 ottobre 1982. Gli arrestati, residenti a Bologna, Ferrara, Padova, Parma e Roma, torneranno in libertà l’anno successivo.



Settantasette italiani, tre tedeschi, due inglesi, uno spagnolo, un francese e un giapponese. Tra le vittime anche bambini, la più piccola aveva tre anni. Duecento in tutto i feriti. «Li portavano in ospedale con gli autobus» si ricorda un anziano signore. Precisamente con l’autobus 4030 della Linea 37.



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martedì 30 giugno 2015

IL MUSEO ETNOGRAFICO A VALTORTA



“L’Ecomuseo di Valtorta recupera e preserva il patrimonio materiale e immateriale come strumento per progettare l’avvenire a partire dalle aspettative della sua gente”.

Un paese museo dove si respira ancora l’aria della tradizione: il museo etnografico insieme a mulini, maglio e segheria idraulica vi accompagnano nella scoperta della cultura e dei saperi di Valtorta.
Il museo etnografico ha sede in un antico edificio denominato “Casa della Pretura” in quanto un tempo ospitava il vicario che, oltre a governare la comunità aveva importanti compiti in materia civile e penale. Al suo interno si trovano gli strumenti e le attrezzature che un tempo facevano parte della quotidianità delle genti dell’Alta Valle Brembana, testimoni della povertà e della semplicità degli abitanti di Valtorta ma anche di ritmi e stili di vita totalmente differenti.
Mulini, maglio e segheria si ritrovano sparsi qua e là tra gli angoli del paese. Si tratta di strutture funzionanti grazie alla forza dell’acqua che, attivando gli antichi meccanismi, ancora oggi permette di vedere all’opera le storiche strutture.

L’ingresso del borgo di Valtorta è caratterizzato dalla torre dell’orologio, il cui funzionamento può essere seguito attraverso le pareti in vetro della struttura che contiene l’antico meccanismo con corredo di piccole campane. Appena sopra l’abitato sulla destra idrografica, un piccolo torrente alimenta le ruote idrauliche di un mulino, ricostruito utilizzando le attrezzature donate dai proprietari del cessato mulino Canfer di Ubiale. Appena sopra il mulino si trova la segheria idraulica, recentemente recuperata e resa funzionante utilizzando i resti di una segheria proveniente dall’Alta Valle Brembana. L’edificio della segheria è a due livelli. Al piano terra ci sono la ruota idraulica di grandi dimensioni e gli organi di trasmissione in ferro. Questa ultima caratteristica consente di collocare la data di costruzione della segheria originaria nel periodo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Gli organi di trasmissione sono di tipo a doppio stadio, ovvero con il primo stadio costituito da una ruota moltiplicatrice e un pignone, il secondo da un sistema a cinghia. Al primo piano c’è il banco di sega in legno sul quale venivano posti i tronchi da tagliare. Un sistema di regolazione posto sul banco stesso consentiva di regolare lo spessore dei pezzi da tagliare (assi, travi, ecc.). Il telaio mobile sul quale è montata la sega è posto a metà tra il primo e secondo piano.

L'esposizione museale, che ricostruisce idealmente gli ambienti più comuni del passato, documenta come l'uomo brembano abbia saputo, nel corso dei secoli, modificare, abbellendoli e rendendoli più funzionali, gli stessi attrezzi del lavoro quotidiano utilizzati da secoli, dando così prova di intelligenza creativa e di capacità di far fronte, con strumenti sempre più efficaci, alle nuove esigenze imposte dal mutare dei tempi e dalle contingenze.

La sistemazione del materiale nelle sale del museo obbedisce al principio di fornire al visitatore l'opportunità di comprendere la funzione e l'uso dei vari oggetti e di immaginare allo stesso tempo particolari momenti della vita umana legati a tale uso. Di conseguenza vi sono meticolosamente ricostruiti vari ambienti tipici, luoghi di lavoro, di svago ed interni delle abitazioni.

Si possono così ammirare, assieme agli arredi propri della vita domestica, ambienti e strumenti tipici dell'artigianato: l'officina del fabbro, il desco del ciabattino e del fabbricante di zoccoli, il banco del falegname, la casera con i grandi caldari e le ramine, il filatoio della lana, il telaio, il tornio per il legno, il carretto dell'arrotino, ed una miriade di altri arnesi propri di attività un tempo importanti e di cui oggi resta solo il ricordo.L'interno delle abitazioni è riproposto dettagliatamente con la ricostruzione completa dei vari ambienti: una camera da letto con il pagliericcio, l'armadio, la culla, gli abiti da lavoro e quelli della festa; la cucina con le cassepanche, le credenze, la madia ed il focolare collocato al centro del locale; i giochi dei bambini e gli strumenti che accompagnavano la loro crescita, tanto semplici e poveri e pure così vicini nella funzionalità a quelli moderni.
Numerosi sono gli attrezzi della lavorazione dei campi e dell'allevamento del bestiame, occupazioni che nei secoli sono state di gran lunga preponderanti nella zona e che ancora oggi mantengono una loro vitalità: arnesi della fienagione, dell'aratura, del boscaiolo, dell'apicoltore e del cacciatore.
Anche i vari aspetti della vita religiosa trovano nel museo spazi adeguati: ex voto, affreschi, paramenti sacri, oggetti propri delle liturgie tradizionali, testimonianze di una fede semplice, ma dalle radici profonde che si esprimeva in svariate forme di devozione.
Non mancano infine documenti delle rare pause concesse allo svago e ai divertimenti: la ricostruzione di strumenti musicali, maschere, burattini, rudimentali giochi di società.
è tra queste testimonianze d'altri tempi che si può recuperare una dimensione più umana del vivere quotidiano e si può recuperare una coscienza più completa del passato.

Il Museo Etnografico Alta Valle Brembana di Valtorta è nato e si è sviluppato con questo preciso intento: riscoprire e conservare il passato, valorizzare e trasmettere alle nuove generazioni le testimonianze di una civiltà e di una cultura.
Una civiltà fatta di segni materiali (i luoghi, le case, i mobili, gli arredi, gli affreschi, gli strumenti di lavoro) ma anche e soprattutto di valori: quelli della fatica quotidiana, di una laboriosità pregna di ingegno e pazienza, di una fede genuina, di una semplicità e di una sobrietà di vita oggi del tutto inimmaginabili. Un Museo insomma attraverso cui esprimere l'essenza profonda della storia umana e sociale dell'Alta Valle Brembana.
Ed è sicuramente in risposta a questa ispirazione che l'idea del Museo, coltivata a metà degli anni settanta dal sindaco di Valtorta Pietro Busi e dall'allora parroco don Angelo Longaretti, ha trovato una piena e convinta adesione da parte degli abitanti del paese e dell'intera Alta Valle che non hanno esitato a rovistare centinaia di soffitte e scantinati per fornire una prima dotazione di centinaia e centinaia di oggetti e testimonianze delle più svariate epoche. Né poteva essere individuata sede migliore di quella Casa della Pretura che il Comune provvide ad acquistare e restaurare, rendendo i vari ambienti idonei alla funzione museale.
Da allora l'Eco-Museo etnografico è diventato una creatura viva, non solo come ricostruzione completa e accurata; della casa, degli ambienti, degli oggetti del passato, ma anche come perno di un vero e proprio sistema museale che si allarga a tutti i luoghi storici del territorio: la Chiesa della Torre con preziosi affreschi che decorano le pareti, i dipinti murali che adornano le 43 tribuline poste ai crocicchi di antiche mulattiere, gli affreschi esterni, il mulino, il maglio mulino, le miniere, le fucine e la segheria, un tempo cardini dell'economia locale e la torre dell'orologio.

L' itinerario museale prosegue con la visita agli edifici dei mulini, del maglio, della segheria, ai resti di una fucina, inseriti nel contesto della documentazione etnografica della vallata.La presenza di fucine, mulini e segherie azionate da ruote ad acqua che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità.

Al mulino, ricostruito ai bordi della Val Marcia, il torrente che lambisce il paese, si è da qualche anno aggiunto il complesso del maglio per la lavorazione del ferro ed il mulino con le macine per il grano ed i pestoni per l'orzo, situati in riva al torrente Stabina, alla confluenza tra la valle di Caravino, proveniente dal Camisolo e la Val Grobbia, che scende dal Pizzo dei Tre Signori, lungo l'antica mulattiera verso le contrade Costa e Scasletto. In quel punto la strada scavalca il torrente su un bel ponticello romanico in pietra, detto del Bolgià, ben conservato e armonicamente inserito nell'ambiente. Dalle numerose fucine presenti sul territorio uscirono una gran quantità di chiodi, prodotti dai famosi "Ciodaroi".
Nei presso del torrente Caravino in località Frer, è possibile visitare i resti delle miniere dalle quali veniva estratto il ferro per il funzionamento delle fucine. (nella foto a fianco, la polveriera )Ed infine, la "calchera ", fornace nella quale veniva prodotta la calce facendo cuocere materiale lapideo, che si trova nei pressi della nuova centrale elettrica prima della frazione Fornonuovo.

La presenza di fucine, mulini e segherie che sfruttavano la ripida corrente dei torrenti fu una costante della vita economica di Valtorta e costituì per secoli la principale fonte di sussistenza di tutta la comunità. Col tempo queste strutture andarono lentamente perdendo la loro funzione, fino ad essere del tutto abbandonate; il recupero di alcune di esse consente ora di aprire una finestra su un aspetto importante della storia della valle. Il ponticelIo e i due edifici del mulino e del maglio costituiscono un complesso di grande interesse storico ed antropologico e sono ormai diventati parte integrante dell’itinerario museale. Consolidate staticamente le strutture murarie, sono stati sistemati e riattivati il bacino di raccolta e la condotta dell’acqua del torrente fino alle due ruote a pale che mettono in moto gli ingranaggi interni a cui sono collegati gli impianti del mulino e del maglio. Animate da questo motore ad acqua, possono così funzionare, da una parte le macine del mulino e i pestoni per l’orzo e dall’altra il martello del maglio, la forgia, le mole e tutti gli altri meccanismi che consentivano ai ciodaröi di Valtorta di lavorare il metallo con l’abilità ovunque riconosciuta. Nei locali sono disposti tutti gli attrezzi propri dell’attività di macinazione (pale, setacci, stadere) e di metallurgia (mazze battenti con stampi per bullonie puntoni, incudini, pinze, martelli), organizzati come se dovessero riprendere a funzionare dopo decenni di quiete. Una scoperta recente è poi quella dei resti di tre fucine che sorgevano ai bordi del torrente-cascata le cui acque azionano il maglio-mulino. Queste tre fucine, situate su tre minuscoli pianori paralleli in un contesto selvaggio di rara suggestione, furono distrutte e sommerse da un’alluvione nel 1890.
Dagli scavi di quella più a valle sono emersi cinque banchi di lavoro in pietra (si tramanda che ciascuno fosse assegnato di diritto ad una famiglia) ed una manciata di chiodi, a testimonianza di quella che era la classica “chiodarola”. La struttura è stata ora recuperata e consolidata e completa quindi la visita al mulino-maglio. E passiamo ad altri recuperi recenti. In primo luogo l’antica miniera che siapre in località Frér, lungo la strada per la Falghera, a monte dei paese, una delle tante che nei secoli hanno costituito la base della vita economica locale. Attualmente è possibile visitare un tratto della galleria e la piccola costruzione che era adibita a polveriera e deposito degli attrezzi da lavoro.



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mercoledì 10 giugno 2015

LE TORRI DI MANTOVA

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La città di Mantova è una città ricca di torri che ne testimoniano il passato storico e nobiliare e che la caratterizzano nel suo sky line maestoso, ammirabile al suo ingresso dal Ponte di San Giorgio. Le principali torri di epoca comunale che si possono vedere sono: la Torre della Gabbia (la più alta 55 metri), la Torre degli Zuccaro, la Torre dei Boatieri, la Torre dei Gambulini, la Torre del Salaro (già dei Poltroni), la Torre delle Ore (torre del Palazzo Podestà) da non confondere con la Torre dell’orologio, più recente e situata in Piazza Erbe. Oltre una decina di torri di epoca comunale sono andate distrutte e ne restano solo testimonianze nei documenti storici. La funzione svolta da una torre oltre ad essere di tipo militare, per difesa e presidio del territorio, era anche quella, nell’XI secolo, periodo comunale di crescita degli edifici in città, di rappresentare segno di sviluppo e simbolo della presenza di ricche famiglie di nobili. Tanto più importante era la famiglia nobiliare, tanto più la torre si innalzava per farsi notare. Così l’altezza della torre serve, quando svolge funzione di difesa a potenziare la distanza degli aggressori e per i Signori a dimostrazione del proprio potere e della propria influenza politica ed economica sulla città.

La Torre dell’Orologio, di impianto rettangolare e costruita nel 1472-73 su progetto di Luca Fancelli su richiesta del marchese Ludovico II, è così detta per l’antico orologio realizzato da Bartolomeo Manfredi, meccanico, matematico e astrologo alla corte dei Gonzaga, noto anche come Bartolomeo dell’Orologio.
L’Orologio venne inaugurato nel dicembre del 1473.
Il quadrante indica le ore contrassegnate da numeri romani, e riporta altre indicazioni come i segni zodiacali, le ore planetarie, i giorni della Luna, la posizione degli astri utile a sapere se un certo momento della giornata è sotto l’influsso di pianeti favorevoli.
All'interno della Torre, con accesso dal salone di Palazzo della Ragione, è allestita una prima esposizione degli oggetti e degli ingranaggi tralasciati o sostituiti nel corso del tempo da chi mise mano all’orologio.
Sarà così possibile ammirare la corona quattrocentesca le lancette, i segni zodiacali in rame sbalzato,  il pendolo del Fontana e inoltre le due strutture ottocentesche in legno e lamiera intagliata che, ruotando dietro le finestrelle ottagonali consentivano la lettura anche notturna dell’orologio.

La torre degli Zuccaro è una costruzione medioevale che si innalza nelle immediate adiacenze della Cittadella Ducale dei Gonzaga e della storicamente principale piazza della città, piazza Sordello. Dalla popolazione locale è conosciuta dialettalmente come "Tor dal Sücar", torre dello zucchero, consuetudine probabilmente originatasi dalla deformazione linguistica del nome della famiglia che ne fu proprietaria nel Cinquecento. Altresì lo storico mantovano Davari ritenne che il nome derivasse dall'utilizzo della torre, fino al 1769, come magazzino del sale, minerale che nel dialetto locale veniva denominato sücar brüsc, zucchero di sapore aspro.
La torre fu edificata nel 1143. Appartenne alla famiglia dei Da Ripalta divenendo poi proprietà di Pinamonte Bonacolsi,e successivamente del suo nipote Rinaldo e nel 1314 di un altro Bonacolsi, Filippino detto Ravazolo. Con il colpo di Stato del 1328 i Gonzaga subentrarono nel governo della città di Mantova e acquisirono al loro patrimonio i beni bonacolsiani, tra questi la torre che avrebbe preso l'attuale nome dalla nobile famiglia mantovana degli Zuccaro che ne divennero proprietari tra il Quattrocento e il Cinquecento.
La torre subì gravi danni nel 1540 a causa di un fulmine che mozzò la sommità distruggendo i quattro finestroni che davano luce all'edificio. Dopo un primo restauro del 1553 la copertura fu rifatta nel 1717.

La torre dei Gambulini (o della SS. Trinità) è una costruzione medioevale che si innalza nelle immediate adiacenze di piazza Broletto e di piazza delle Erbe.
La torre, il cui nome deriva dall'illustre famiglia, fu edificata nel XII secolo. La famiglia dei Gambulini la cedette ai Ripalta che a loro volta la vendettero, nel 1249, ai Da Oculo. Nel 1289 pervenne in proprietà a Guido Corradi, padre di Ludovico I Gonzaga, che sposò in seconde nozze Tommasina di Ottobuono Da Oculo.
La torre, con annesso palazzo (ora Archivio di Stato), passò a Rodolfo Gonzaga che la lasciò in eredità al figlio Aloisio, marchese di Castel Goffredo. Aloisio abitò il palazzo dopo le nozze nel 1519 con Ginevra Rangoni e fece abbellire gli interni con dipinti del pittore veronese Giovanni Maria Falconetto. Qui, il 30 novembre 1526, morì il condottiero Giovanni dalle Bande Nere, in seguito alle ferite riportate a Governolo nella battaglia contro i lanzichenecchi.
L'edificio rimase in proprietà dei Gonzaga di Castiglione col marchese Ferrante, padre di san Luigi, sino al 1569. Acquisito nel 1584 dai Gesuiti, fu trasformato in convento e collegio.
All'inizio del XIX secolo, la torre venne utilizzata per impiantarvi il telegrafo e nel 1868 gli edifici divennero proprietà dello stato italiano, che furono trasformati in Archivio di Stato.

La torre della Gabbia è una costruzione medioevale che si innalza sul lato opposta della storicamente principale piazza della città, piazza Sordello.
La torre costruita dalla famiglia Acerbi fu venduta nel 1281 a Pinamonte Bonacolsi. Dopo la decadenza dei Bonacolsi la torre fu trascurata a lungo fino a quando fu ristrutturata per essere ricompresa nel sottostante palazzo Guerrieri. In particolare fu rifatta la facciata rivolta verso l'attuale Via Cavour.
La torre acquisì il suo nome attuale quando, nel 1576, il duca Guglielmo Gonzaga fece costruire la grande gabbia in ferro come "carcere all'aperto". Fino ad allora era nota come torre degli Acerbi. Nella gabbia sospesa venivano esposti alla pubblica piazza i condannati che a volte vi rimanevano anche per lungo tempo; famoso è il caso di un borsaiolo dell'epoca, tale Marchino Ziganti, che vi fu rinchiuso per ben tre mesi. All'inizio del Cinquecento Francesco II Gonzaga ne fece dono, con il palazzo attiguo, alla famiglia Guerrieri divenuti poi Guerrieri Gonzaga. Nel 1850 la proprietà passò al senatore Giuseppe Cadenazzi fino a quando in occasione di una divisione condominiale, la torre, bisognosa di restauri, fu donata al comune di Mantova.
La torre è alta cinquantacinque metri. Costruzione medievale che, comunque, ha subito una parziale ristrutturazione nel Cinquecento, quando la facciata rivolta sulla attuale Via Cavour, fu adeguata agli stili tipicamente rinascimentali con l'inserimento di eleganti lesene marmoree e decorazioni di scuola mantegnesca.
La gabbia, che dà il nome all'edificio, è formata da spesse sbarre di ferro che racchiudevano uno spazio ristretto, due metri di lunghezza, un metro di larghezza e un metro e poco più in altezza. Ovviamente lo spazio angusto era tale perché destinato ad acuire le sofferenze degli "ingabbiati".
All'interno della torre è conservata la cappella della famiglia Bonacolsi, ornata da un ciclo pittorico del Trecento di stile giottesco.
La scossa di terremoto del 20 maggio 2012 (Magnitudo 5.9 - epicentro la zona di Mirandola) che ha interessato anche la città di Mantova, pare abbia provocato danni anche alla Torre della Gabbia, con la caduta di mattoni e calcinacci e l'apertura di crepe.
La Torre di Sant'Alò (o Torre Nuova) fu edificata nel 1370 circa per sorvegliare il lago che circonda la città, assunse il ruolo di difesa dei palazzi abitati dai Gonzaga già ai tempi di Francesco I, che fece costruire anche il Castello di San Giorgio. La torre sorgeva allo sbocco nel lago del Fossato dei Buoi (ora via Accademia), che proteggeva la città vecchia.
L'interno è diviso in sei piani e il piano terreno era adibito a deposito dei vasi di vino.
A fianco della torre sorge il fabbricato, del Cinquecento, adibito alle scuderie ducali ed occupato attualmente dalla Galleria storica del corpo nazionale dei vigili del fuoco.
Il nome della torre deriva probabilmente dall'effigie di Sant'Eligio, protettore dei maniscalchi, che appariva su un gonfalone della corporazione al tempo dei comuni.

La Torre del Salaro un tempo si chiamava torre dei Poltroni, dove Poltroni è il nome della famiglia che la possedeva. Curioso è il fatto che la Torre del Salaro sia stata abbassata in altezza proprio a testimoniare il potere decaduto della famiglia dei Poltroni che erano stati cacciati dal Comune di Mantova e la torre venne adibita a magazzino del sale: ecco il perché del nome “Salaro”. La Torre del Salaro, di epoca medievale (XII secolo) si può vedere a fianco della Casa del Mercante, in Piazza Erbe. La Torre delle Ore o Torre civica del Palazzo Podestà Torre Palazzo del Podestà La torre delle Ore, alta 47 metri, è la torre civica del palazzo del Podestà, di epoca medievale, fondata come il palazzo del Podestà nel 1227 e non è collegata al nome di nessuna famiglia o storia di qualche famiglia gentilizia. Si trova a fianco del Palazzo del Podestà e, in Piazza Broletto, mostra il lato in cui si ammirano l’orologio, la cui presenza ne determina la denominazione e lo stemma del Podestà Ginori del 1494 (in copia, originale al Museo civico Palazzo di San Sebastiano). La torre delle Ore non deve essere confusa con la torre dell’Orologio di Piazza Erbe, tra Palazzo della Ragione e Rotonda di San Lorenzo. Nel corso del tempo la torre delle Ore venne usata come punto di osservazione e come prigione.
Mantova oltre al suo turrito skyline, dal profilo unico, conserva anche due esempi di casa torre: la casa torre in vicolo Bonacolsi e la casa torre in via Calvi di fronte alla Camera di Commercio. Casa bottega, la torre dei Boateri, di epoca medievale è l’unico esempio di casa torre ancora abitata e utilizzata in città, nella centrale via Calvi, di fronte al palazzo della Camera di Commercio. Dalle testimonianze ricavate dai rogiti post 1282 si sa che la famiglia dei Boateri, era un’antica ricca famiglia mantovana del quartiere di San Martino, proprietaria di molte case in città, possedeva anche una casa torre e che tutti gli edifici erano nelle vicinanze della chiesa di Santa Maria della Carità (in via Corridoni). In vicolo Bonacolsi (che collega via Sant’Agnese con piazza Sordello), unico vicolo medievale di accesso a piazza Sordello, si può ammirare la casa torre Bonacolsi, fatta costruire da Pinamonte Bonacolsi potente esponente della famiglia Bonacolsi per difendere ancora di più i sui possedimenti dopo che divenne proprietario del Palazzo e della torre degli Acerbi (attualmente palazzo Bonacolsi in piazza Sordello e torre della Gabbia). La torre Bonacolsi della casa torre si innalzava sull’ancona di Sant’Agnese.

La Torre degli Arrivabene sorge in via Arrivabene e venne eretta assieme all'omonimo palazzo di famiglia, attribuito a Luca Fancelli, nel 1481.
La Torre di San Domenico sorge a fianco delle Pescherie di Giulio Romano ed è quanto resta della chiesa e del convento di San Domenico eretti in stile gotico nel 1466.



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martedì 2 giugno 2015

LA TORRE CIVICA DI CASTEL GOFFREDO

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La Torre civica è una costruzione alta 27 metri, risalente al 1200.
Circa due secoli dopo fu elevata, in modo da ospitare la cella campanaria della Chiesa di Sant'Erasmo.
Sopra l'arco passante è infisso lo stemma marmoreo della famiglia Gonzaga, sul lato verso il Palazzo Municipale troviamo una epigrafe di Aloysio Gonzaga. Dello stesso Aloysio è il motto presente su un'altra epigrafe rivolta al lato della parrocchiale: "Ne superbia in la prospera ne viltà in la adversa". Entrambi le epigrafi sono datate all'inizio del XVI secolo.
Nel 1925 l'ultimo intervento di rilievo: la costruzione del coronamento merlato.

Inizialmente coperta da tetto e alta circa 20 metri, fu sottoposta a interventi di ampliamento che le permisero di raggiungere gli attuali 27 metri di altezza. Era dotata di una scala esterna, sul fianco est, che metteva il comunicazione la piazza con l'interno della torre, nella quale si amministrava la giustizia a partire dal XV secolo e dove era presente anche una camera di tortura.

Nel 1492 fu rialzata con una nuova cella campanaria che ancor oggi ospita il concerto di otto campane, alcune delle quali risalenti al Cinquecento, della Chiesa Prepositurale di Sant'Erasmo.

Nel 1925 fu rifatta la copertura e realizzata la merlatura ghibellina.

Nel 1983-1984 è stata oggetto di un radicale intervento di manutenzione in seguito al quale sono stati demoliti e ricostruiti gli intonaci esterni preesistenti e sono stato risolti alcuni problemi statici con operazioni di cucitura sulle murature e di realizzazione di solai intermedi in cemento armato e legno.

La torre presenta da secoli un accentuato scostamento dalla verticalità, con fuori piombo marcati verso Piazza Mazzini. Per questo, nel 2006, è stata oggetto di importanti verifiche statiche, poiché il fuori piombo risultava aumentato negli ultimi decenni.

Le sue caratteristiche tipicamente medioevali rendono la torre uno dei monumenti principali della città, tanto da essere ben visibile in avvicinamento a Castel Goffredo.






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lunedì 25 maggio 2015

LA CHIESA DELLA MADONNINA DEI RONCHI A LEGNANO

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La costruzione fu eretta nel 1641, periodo della Controriforma, dopo la concessione da parte di un erede di Oldrado Lampugnani di trasformare la cappella familiare in chiesa. In questo periodo i nobili del luogo donavano grandi somme di denaro alla Chiesa al fine di guadagnare i favori degli arcivescovi. L’edificazione avvenne attraverso la trasformazione della precedente cappella del XVI secolo. Numerose opere furono poste nella Chiesa che, più tardi, furono traslocate nel Santuario delal Madonna delle Grazie. Nel XVIII secolo le dimensioni del monumento furono estese. La Chiesa Madonnina dei Ronchi conserva al proprio interno tre pale raffiguranti la Madonna con San Sebastiano e San Rocco, dipinti rappresentanti San Francesco e San Giuseppe, tutte opere dei fratelli Lampugnani. All’interno del monumento si possono ammirare le copie di due importanti quadri di Legnanino, una volta conservati nella Chiesa. La facciata dell’edificio di culto presenta due stili architettonici, quello dorico e quello corinzio.

La costruzione della chiesa risale alla Controriforma. I nobili legnanesi, in questo periodo storico, erano avvezzi ad elargire cospicue donazioni verso la Chiesa e nei confronti della comunità in cui risiedevano con l'obiettivo di conquistare il favore dell'Arcivescovo di Milano. Inoltre, era ancora forte spinta del mecenatismo, che tanto diede all'Italia tra il Quattrocento ed il Cinquecento.

Secondo gli scritti del prevosto Agostino Pozzo, nel 1650, fu possibile erigere la chiesa della Madonnina dei Rochi grazie a offerte elargite per alcune guarigioni riconosciute prodigiose e ricollegabili alla Madonna. Per costruire questo nuovo luogo di culto, una cappella-oratorio anteriore al XVI secolo, che si trovava lungo la Strada magna (oggi corso Sempione) all'angolo con l'attuale via dei Ronchi, fu trasformata in una chiesa vera e propria. La chiesa della Madonnina dei Ronchi fu progettata da Francesco Maria Richini. Questo edificio religioso richiama la chiesa di San Giuseppe di Milano, anch’essa progettata dal Richini.

Nel XVIII secolo l'edificio fu ampliato con la costruzione, dietro l'abside, di un edificio a due piani dove trovò spazio l'abitazione del canonico.

Il tempio ha pianta ottagonale allungata grazie alla presenza dell'abside e di una cappella d'ingresso, dove è presente l'organo. La prima ha una volta a crociera, mentre la seconda a botte. Anche la volta principale è a crociera. La facciata, più larga del corpo dell'edificio, è a due ordini con stile architettonico dorico e corinzio ed è ricoperta da un intonaco. La facciata presenta una finestra centrale che illumina il locale dell'organo.

Le pareti esterne restanti sono invece in cotto. L'edificio è stato costruito in una posizione sopraelevata rispetto al piano stradale. La base della chiesa si trova infatti a 1,8 m sopra corso Sempione. Sulla sinistra, è presente il campanile.

All’interno della chiesa sono conservate una pala d'altare barocca di Francesco Lampugnani riproducente la Madonna con San Sebastiano e San Rocco, e alcune pitture situate alle pareti della cappella d'altare raffiguranti San Francesco e San Giuseppe, che sono invece opera dei fratelli Lampugnani.

Nell'edificio erano conservanti un tempo due quadri del Legnanino. Nel 1815 sono state trasferiti all'interno del Santuario della Madonna delle Grazie. Nel 1828, a Beniamino Turri, venne commissionata la realizzazione di una copia delle tele da conservare nella chiesa della Madonnina dei Ronchi in sostituzione dei quadri traslati. Il soffitto, adornato da lesene e stucchi, è invece opera di Daniele Turri. Gli affreschi della volta invece sono di Mosé Turri senior.

Durante la costruzione della chiesa furono collocate alla pareti est, sud e sud-ovest tre meridiane in modo tale da indicare l'ora, in qualsiasi momento della giornata, ai viandanti che passavano nell'antica Strada magna. Nel 1984, per celebrare il sesto centenario della morte di Giovanni da Legnano, grazie all'interessamento della Famiglia Legnanese, della contrada di Sant'Erasmo e della locale Associazione Antares, le meridiane sono state riportate all'antico splendore. Esse rappresentano gli unici orologi solari funzionanti in tutto il Legnanese.




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giovedì 21 maggio 2015

IL SANTUARIO DI SANTA MARIA A BUSTO ARSIZIO

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Il santuario di Santa Maria di Piazza (detto anche santuario della Beata Vergine dell'Aiuto) è situato nel centro storico di Busto Arsizio dove sorgeva una precedente chiesa dedicata alla Madonna, che a sua volta aveva sostituito una cappella risalente all'epoca della cristianizzazione. Questo splendido santuario fu costruito rapidamente tra il 1515 e il 1522.

La devozione degli abitanti di Busto Arsizio per la Madonna dell’Aiuto risale ai tempi del Medio Evo. Nella primitiva chiesa di Santa Maria di Piazza, sui resti della quale è stato costruito nel 1517 l’attuale grandioso Santuario, era venerata un’Immagine rappresentante la Vergine, che si era miracolosamente manifestata il 30 gennaio 1346.
Le caratteristiche di questa immagine sono riconoscibili in un affresco della fine del Quattrocento che si trovava nel cortile di una casa della zona.
Il dipinto, trasportato su tela, andò distrutto nel 1943 durante un bombardamento di Milano, mentre si trovava nello studio del restauratore. Fortunatamente ne è rimasta un’ottima e fedele fotografia.
La Madonna, seduta in trono, tiene in grembo il Bambino nudo, avvolto da un lembo del mantello della Madre, con in mano un oggetto rotondo, forse una mela, come nelle delicate Madonne delle rose di Luca della Robbia, o una palla che potrebbe significare il globo del mondo. Alla sinistra è raffigurato l’Arcangelo San Michele, e alla destra San Giovanni Battista, secondo la disposizione topografica delle tre principali chiese di Busto: «A levante sta San Giovanni, ad occidente l’arcangelo San Michele e in mezzo della piazza la Beata Vergine».
La «Chiesa piccolina» era molto cara ai borghigiani ai quali ricordava la continua protezione della Madonna, come la cessazione dell’assedio posto a Busto da Francesco Sforza nel dicembre del 1448. Ma il tempo e soprattutto le tristi vicende storiche la ridussero a rudere cadente, per cui si rese necessario un rifacimento iniziato nel 1517.
Per opera di valenti architetti della scuola del Bramante, in soli cinque anni, sorge il maestoso tempio che noi ammiriamo, vanto di Busto Arsizio. Sul portale di ponente è riportata la gioia della ricostruzione con i versi del poeta: «O Vergine, fa’ che fiorisca con tutta la sua posterità questo popolo che ti ha elevato la splendida chiesa».

L’antica statua della Madonna dell’Aiuto che si venera nel Santuario di Santa Maria di Piazza presenta alcune varianti rispetto alla raffigurazione dell’affresco primitivo. Il Bambino non sostiene più la palla sulla palma della mano, rivolta verso l’alto, ma la impugna e l’abbassa verso il manto della Madre.
La Madonna solleva la mano destra, prima appoggiata in grembo, nel gesto caratteristico di chi vuole arrestare qualche cosa. La tradizione, passata di generazione in generazione, vuole che l’Immagine della Madonna, portata in processione per le vie del borgo durante la terribile peste di San Carlo del 1576, abbia improvvisamente fatto cessare il contagio, alzando la mano destra. In ricordo del miracolo, i fedeli di Busto Arsizio avrebbero fatto scolpire la statua della Madonna con la destra alzata.
Così pure, nell’antica Immagine, la Madonna ed il Bambino non portano la corona. Dopo la protezione sperimentata durante la terribile peste del 1630, la peste descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”, gli abitanti di Busto pensarono ad incoronare la Vergine ed il Bambino.
La sera della festa dell’Ascensione, il 9 maggio 1632, come scrive il cronista del tempo, «si cantò il Vespro solennemente et musicalmente, finito che fu si portò la Beatissima Signora nostra intorno intorno a tutta la piazza processionalmente cantando l’Hinno Misterium Ecclesiae, e poi fu riposta al suo luogo di prima, avendola incoronata con figliolo di due Corone d’Argento assai Magnifiche, avendo zoiellata (ingioiellata) la santissima Vergine, il figlio insieme di preziosi anelli, coralli, agnus Dei, et Crocette non poche»




Escluso Bramante per ragioni di data, due nomi compaiono nei documenti, se pur citati in modo generico, quello di un Antonio da Lonate (autore del modello per il duomo di Vigevano) e quello di "magistro Tomaxio ingeniero", probabilmente Tommaso Rodari, il noto scultore e architetto attivo nel duomo di Como, allievo di Giovanni Antonio Amadeo. Il primo avrebbe impostato la pianta centrale, per la quale si è ipotizzata l'esistenza di un disegno bramantesco, "Bramanti secutus exemplar"; il secondo avrebbe eseguito i due portali a ovest e a sud, e forse l'elegante loggiato nel tamburo sotto la cupola simile al tiburio del santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

Internamente, la parte bassa, quadrata, che è tagliata negli angoli da archi diagonali formanti nicchie e cuffie, rimanda ai numerosi studi di chiese a pianta centrale compiuti da Leonardo mentre il tamburo ottagonale con una ghiera di nicchie (la corona dei 12 santi) e le otto unghie della volta di copertura riecheggiano gli esempi di Santa Maria Incoronata di Canepanova a Pavia e dell'Incoronata a Lodi e di Santa Maria della Croce a Crema).

All'esterno, il rigoroso volume cubico scandito da lesene è sormontato da un tiburio con gugliotti e lanterna che interpreta in forme più leggere ed eleganti la tipologia della tradizione lombarda.

All'interno si possono ammirare opere di scultura e dipinti di Gaudenzio Ferrari (come l'Ultima cena, nell'altare di destra), Bernardino Luini ed una copia della perduta Madonna delle Vittorie di Giovan Paolo Lomazzo. La cupola fu affrescata nel 1531 da Giovan Pietro Crespi, nonno di Giovan Battista Crespi detto Il Cerano.
Della statua della Madonna esiste una copia esatta in Uruguay a Montevideo, nella chiesa del quartiere popolare del Cerro.

Dipinto tra il 1539 e il 1540 da Gaudenzio Ferrari, il grande polittico dell'Assunta fu offerto nel 1541 al santuario da Donato Prandoni, consigliere della comunità bustese. Originariamente esso fu collocato sulla parete di fondo del presbiterio, dove copriva un oculo, per poi essere trasferito nella posizione odierna (sulla parete settentrionale) in occasione dei lavori di restauro compiuti tra il 1939 e il 1943.

Il polittico è dominato dal Padre Eterno, raffigurato con le braccia aperte per accogliere Maria, portata in cielo da angeli che accompagnano il nimbo su cui siede e la incoronano regina.

Negli scomparti laterali vi sono i santi maggiormente venerati in quel tempo a Busto Arsizio. A sinistra si trovano le immagini di san Giovanni Battista con l'Agnus Dei e di san Gerolamo, titolare del convento femminile che sorgeva presso la chiesa di San Giovanni Battista; a destra vi sono invece san Michele Arcangelo che alza la spada contro il demonio e san Francesco d'Assisi. La ricca cornice dorata appoggia le quattro colonne, fasciate di rami e di foglie, su una predella con dipinti ed è divisa in tre parti da due piedritti: a sinistra è raffigurata la natività di Maria, al centro la presentazione al tempio e lo sposalizio, a destra si vede invece la Sacra Famiglia.

Gli affreschi della cupola: “cielo stellato”, opera di scuola pittorica locale databile 1531. In particolare, sarebbero opera di Giovanni Piero e Raffaele Crespi.
A Giovanni Battista della Cerva sono tradizionalmente attribuiti, nel presbiterio, l’Annunciazione, e l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori e nella cuffia d’angolo di destra un Concerto di angeli, opere databili 1542.
L’opera pittorica considerata unanimemente di maggior prestigio è il polittico dell’Assunta di Gaudenzio Ferrari (1475-1546) realizzato nel 1541, con figure di Santi e scene della vita di Maria, opera che diede il titolo alla chiesa. Il polittico oggi è collocato sulla parete nord ma fino al 1940 nell’abside.
Vi è poi il dipinto di Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1600) raffigurante la Madonna col Bambino fra s. Paolo e s. Michele, realizzato nel 1571 (altare di Sinistra), una “ultima cena” realizzata in collaborazione fra G. Ferrari e G.B. della Cerva (altare - cappella a destra del presbiterio). l’Annunciazione, affresco strappato (1664) e Madonna con Bambino forse di Francesco Melzi (primo 500) sulla parete destra; Madonna con Bambino, santi Gervaso, Protaso, Caterina Giustina, quattro monache di Giacomo Raibolini detto il Francia (1554) sulla parete sinistra.
Sopra l’altare sinistro, dedicato una volta a santa Caterina, sono visibili tracce di decori vegetali dipinti da Biagio Bellotti.
In sagrestia si trovano i dipinti: Madonna adorante il Bambino e san Paolo in lettura ( Geminiano Benzoni).

Il campanile era in origine una torre civica, tanto è vero che tuttoggi, unitamente a parte delle campane, è di proprietà comunale. Doveva essere la residua delle sette torri originarie, posto che l’antico nome della chiesa precedente l’attuale era “Santa Maria delle sette torri” (secondo le cronache dei primi del 1600 del canonico Crespi Castoldi). Si ipotizza che – a difesa del nucleo centrale del villaggio, attorno all’attuale quadrilatero racchiuso da via Solferino e via Cavour – fossero state erette, appunto, sette torri che servissero da avvistamento. L’unica chiesa, pertanto, venne chiamata Santa Maria delle sette torri.
Sta di fatto che la torre è crollata il 25 marzo 1578, colpita da un fulmine.
Nel 1584, quando l’attuale santuario era ormai da tempo completato, venne ricostruita la nuova torre in mattoni. Nel 1884 si demolirono i fabbricati addensati fra il santuario e la vicina chiesa di sant’Antonio abate, in cui avevano anticamente trovato sede anche la Scuola dei Poveri ed il Comune. Così facendo si isolarono sia il campanile che la chiesa di Sant’Antonio. La torre in mattoni del 1584, piuttosto bassa rispetto alla chiesa, venne pressoché raddoppiata in altezza da Carlo Maciachini nel 1886-88, il quale riprese nella parte alta del campanile i medesimi motivi di cui alla cupola e del lucernario del santuario.
L’orologio solare è stato disegnato nel 1942.




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giovedì 19 marzo 2015

L' OROLOGIO PLANETARIO FANZAGO (Clusone)

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L'Orologio Planetario Fanzago di Clusone, in val Seriana in provincia di Bergamo, è una straordinaria opera realizzata nel 1583 da Pietro Fanzago, tuttora funzionante. Si trova sulla facciata sud della torre del municipio.

Si tratta di una costruzione meccanica assai ardita per i tempi in cui è stata realizzata e sotto di esso compare la dicitura "SYDERA VIX ALIJ OBSCURA RATIONE MOVERIFANZAGUS MANIBUS, LUMINIBUSQUE PROBAT 1583" che significa "«Ho messo in opera tutta la conoscenza acquisita dagli astronomi nei loro studi. 1583». Fanzago di Clusone".

L'orologio segna i movimenti del sole e della luna, le ore del giorno e la durata della notte, gli equinozi ed i solstizi, le costellazioni dello zodiaco, le lunazioni, i mesi, le ore, i minuti. L'antico meccanismo viene caricato a mano initerrottamente tutti i giorni da circa quattrocento anni.

Il costruttore, Pietro Fanzago, era membro della nobile famiglia Fanzago, ramo del casato Aliprandi che sullo scorcio del Trecento si trasferì da Milano a Clusone.


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mercoledì 4 marzo 2015

MILANO & CRIMINI : SEQUESTRO IDALGO MACCHIARINI

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La filiale italiana di Siemens nasce a Milano il 1º aprile 1899 come Società Italiana Siemens per Impianti Elettrici Anonima.
Le attività iniziano con la gestione di società elettriche e si evolvono sino al 1918 con la costruzione di centrali elettriche ed elettrificazione di linee ferroviarie.
Negli anni venti comincia la produzione di apparecchi telefonici mentre negli anni trenta si cominciano a commercializzare i primi apparati per trasmissione dati: telescriventi ed impianti per la trasmissione immagini.
Durante gli anni quaranta, con gli eventi bellici della seconda guerra mondiale, la società viene posta sotto amministrazione giudiziaria: la produttività viene a diminuire ma comincia a segnare un rilancio verso la fine del decennio.
Nel decennio 1959 - 1968 inizia la penetrazione nel settore dei calcolatori.

Al 2006 Siemens in Italia contava quasi 10 000 addetti con un fatturato di circa 3,8 miliardi di euro ed attività diversificate dall'automazione industriale e civile, all'energia, trasporti, medicale e sistemi d'illuminazione. La sede Siemens si trovava sempre a Milano nelle vicinanze dell'Università degli studi di Milano-Bicocca.

In Italia Nokia Siemens Networks ha sede a Cinisello Balsamo, mentre le unità di Cassina de' Pecchi e Marcianise sono state cedute il 1º novembre 2007.

Il 3 marzo 1972 Idalgo Macchiarini, definito uno dei piú odiati dirigenti della Sit-Siemens, viene sequestrato all'uscita dall'ufficio da un nucleo di tre brigatisti rossi (tute blu, giubbotti, volto coperto da passamontagna, secondo il "Corriere"). Spinto in un furgoncino e quindi ammanettato, viene sottoposto, nel corso di un breve "processo politico," ad un interrogatorio nel ruolo di imputato. Sarà abbandonato, dopo una ventina di minuti, con al collo un cartello: "BRIGATE ROSSE - MORDI E FUGGI! - NIENTE RESTERÀ IMPUNITO! - COLPISCINE UNO PER EDUCARNE CENTO! - TUTTO IL POTERE AL POPOLO ARMATO!"
Di questa azione le BR forniranno una fotografia, scattata all'interno del carcere-furgone, che rappresenta l'imputato con il cartello al collo e due pistole puntategli contro. Sotto, la didascalia: "Milano 3-3-72, Macchiarini Idalgo, dirigente fascista della Siemens, processato dalle BR. I proletari hanno preso le armi, per i padroni è l'inizio della fine.”
Viene diffuso un volantino in cui, rifacendo il verso al linguaggio dei poliziotti, si dà notizia dell`arresto," del "processo" e del "rilascio in libertà provvisoria":

Venerdí alle ore 9 le BRIGATE ROSSE hanno arrestato di fronte allo stabilimento della SitSiemens il dirigente IDALGO MACCHIARINI. Dopo averlo processato, lo abbiamo consigliato a lasciare al piú presto la fabbrica e quindi rilasciato in libertà provvisoria.
Alcuni si chiederanno "perché proprio Macchiarini." In fondo pur essendo il primo responsabile dell'organizzazione del lavoro dello stabilimento e quindi responsabile dei livelli di sfruttamento che colpiscono oltre 3.000 operai o dei provvedimenti disciplinari, egli è solo il numero 3 della LINEA DURA NEOFASCISTA che da oltre un anno si è affermata nella fabbrica e che vede in VILLA e MICCINELLI i battistrada e in TORTAROLO "pesce piú piccolo," il gregario provocatore.

Macchiarini difatti è un DURO di quelli che ad ogni passo ripetono "GLI OPERAI VANNO TRATTATI CON LA FRUSTA, SE NO SONO SEMPRE LI' A RIVENDICARE."
Macchiarini però è anche un SAGGIO, egli sa che le forze reazionarie che fanno capo a quel PICCOLI, ministro delle Partecipazioni statali e fiero sostenitore della destra nazionale, lo considerano "patrimonio intoccabile della nazione." Per questo egli le sostiene con le parole e coi fatti.
Macchiarini, per concludere, è quel che si dice UN TIPICO NEOFASCISTA: un neofascista in camicia bianca, e cioè una camicia nera dei nostri giorni.
Macchiarini dunque, a suo modo e al suo livello, è un responsabile della guerra che la borghesia ha scatenato su tutti i fronti e su tutti gli aspetti della vita produttiva e sociale delle masse.
Per questo abbiamo inteso render celebre, "celebrando" la sua mediocrità, questo funzionario della reazione che, a differenza delle SAM (commandos terroristici della provocazione fascista), non butta bombe contro lapidi partigiane o sedi di partiti democratici ma colpisce direttamente, quotidianamente, con metodo, la classe operaia al suo cuore: la colpisce nella sua lotta incessante per la sopravvivenza e il potere.
Questo processo proletario a Macchiarini è però anche un avvertimento a tutti gli altri - in qualunque fabbrica o in qualsiasi parte del paese prestino servizio - che:

Alla guerra rispondiamo con la guerra
Alla guerra su tutti i fronti con la guerra su tutti i fronti
Alla repressione armata con la guerriglia

Nessuno tra i funzionari della controrivoluzione antioperaia dorma piú sonni tranquilli; nella grande città dello sfruttamento non c'è porta che non si possa aprire e le "forze dell'ordine" (pubbliche e private) per quanto numerose già siano e per quanto numerose ancora possano diventare:

Nulla possono contro la guerriglia proletaria!
Mordi e fuggi!
Niente resterà impunito!
Colpiscine uno per educarne 100!
Tutto il potere al popolo armato

3 marzo 1972


per il comunismo
BRIGATE ROSSE

Appena rilasciato in "libertà provvisoria," Macchiarini sottolinea insistentemente con dichiarazioni pubbliche la brutalità dei propri aggressori, i quali tuttavia all'indomani del sequestro si comporteranno da "gentlemen" restituendo, non senza ironia, l'orologio "del detenuto da questi perso durante il vano tentativo di divincolarsi.”
Nella lettera che accompagna l'orologio, inviata al "Corriere della Sera," si precisa che il dirigente "non è stato oggetto di violenze fisiche, salvo quelle indispensabili" e che a proposito di presunte minacce all'indirizzo dei familiari del Macchiarini, le dichiarazioni rese alla stampa "sono insensate e frutto di irrazionale terrore."
Tempestivo giunge da parte del sindacato il rituale comunicato di "condanna severa e dura.


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