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martedì 30 giugno 2015

COSTA VOLPINO

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Costa Volpino è un comune situato al termine della Val Camonica, dove il fiume Oglio confluisce nel Lago d'Iseo, al confine tra le province di Brescia e Bergamo.

In territorio comunale è interamente contenuto il torrente Supine, che confluisce nell'Oglio.

Dal nome di questo luogo deriva quello della roccia qui estratta chiamata volpinite.

Secondo il Lorenzi, il nome "Costa Volpino" deriva da castra Wulpinii, nome che ne indicava un'antica zona fortificata.

Il territorio comunale di Costa Volpino fu interessato da primitivi insediamenti già in periodo neolitico da parte degli antichi Camuni.

Vi furono in seguito, nel III secolo a.C., influenze dei Galli Cenomani che occuparono alcune località, tra cui l’attuale frazione Branico, come si evince dal toponimo stesso, di derivazione celtica.

Anche l’epoca romana lasciò segni della propria presenza, tra i quali spiccano i toponimi di Flaccanico e Qualino.  In questo periodo il territorio era conosciuto anche per la presenza di attività estrattive di un particolare tipo di gesso chiamato appunto volpinite.

Il principale castello del XII secolo, di proprietà della famiglia dei Brusati, si trovava nella frazione Volpino. In un successivo trattato di pace stipulato tra Bergamo e Brescia, ne venne decisa la demolizione, avvenuta nel 1198.

Nel 1415 Andreolo Ronchi infeudava Volpino per parte del vescovo di Brescia Guglielmo Pusterla.

Nel 1428, il paese passò, unitamente ai comuni limitrofi, alla Repubblica di Venezia, sotto il cui controllo rimase fino all’avvento della Repubblica Cisalpina.

Tra il 1488 ed il 1751 annualmente si formava il consiglio di vicinia, che aveva sei ragionatori, un console ed un cancelliere. Essi erano scelti con un procedimento elettivo incrociato di rappresentanti delle varie contrade: due per gli abitati di Branico, Flaccanico, Qualino e Ceratello, uno per Corti e tre per Volpino. I membri nominati sopra eleggevano a loro volta venti rappresentanti delle sei contrade.

Nel 1751 si istituì il consiglio di credenza, che era formato da 18 membri: 6 sindaci e dodici consiglieri, provenienti due da Branico, Qualino, Flaccanico, Ceratello, uno da Volpino e tre da Corti.

Con l'arrivo della rivoluzione francese, tra il 1798 ed il 1804 i comuni di Volpino e di La Costa presero il nome di Terre della Costa di Lovere; tra il 1805 ed il 1812 di Costa di Volpino. Nel regno d'Italia dal 1859 ebbe il nome di Costa Volpino.

Il 21 agosto 1884 il re Umberto I concede al Comune di Volpino di mutare il nome in Comune di Costa Volpino. Già nel cinquecento era ricordata la denominazione "Comune della Costa, di Corte, di Volpino".

L’economia locale è tipicamente industriale e commerciale, sviluppatasi durante la fase del boom economico italiano di metà ’900. Le cave antiche del pregiato marmo volpinite, del gesso di Volpino e del marmo statuario sono ancora oggi in uso.
Il territorio del comune di Costa Volpino è suddiviso in sette piccoli centri storici, che vanno a comporre altrettante frazioni.

Branico
La terminazione in "ico" denota la indubbia origine celtica, mentre la radice può derivare dal nome proprio gentilizio di persona, Branius. Si stende sul versante sud del monte detto della Costa a 319 metri s.l.m. La chiesa parrocchiale, che sorge su un poggio roccioso dedicata a S. Bartolomeo Apostolo, fu edificata intorno al 400 e successivamente ampliata nel 700.
Nel 1975 durante lavori di restauro, sono stati scoperti affreschi del 400, raffiguranti l'ultima cena e una crocifissione, opere di scuola locale. Il centro abitato è in notevole espansione grazie alla realizzazione di complessi edilizi sorti negli ultimi anni.
E' sorto inoltre un centro sportivo assai moderno ed efficiente grazie alla realizzazione di un nuovo campo polivalente (tennis-pallavolo-pallacanestro) sorto a fianco dell'esistente campo di calcio; completa la struttura ricreativo-sportiva della frazione, il bocciodromo coperto.
Ceratello
Posto a dominare le sottostanti frazioni dai suoi 813 mt. slm., aveva anticamente nei pressi dei ruderi di un castello, una semplice cappella per la pietà dei mandriani.
Sulla stessa area sorse nel 1737 l' attuale chiesa dedicata a S.Giorgio martire. Nell'impianto architettonico essa ripropone lo schema consueto alle chiese della zona: facciata a due ordini sovrapposti con timpano curvilineo e portico a tutta ampiezza. Nel suo interno, rinnovato nella decorazione generale del 1965, si distingue nettamente la tavola centrale con la Madonna e il Bambino tra i santi Giorgio e Rocco di ignoti esecutori del 500, racchiusa in una bella ancona lignea con colonne riccamente intagliate.
Pure di ignoto ma presumibilmente del 700 la pala del Madonna col Bambino ed i santi Fermo ed Antonio di Padova. Assai pregevole il settecentesco altare del Rosario in marmi scelti intarsiati con medaglia incisa al paliotto. Ceratello dette i suoi natali all'inizio di marzo 1850 a don Alessio Amichetti, nobile figura di sacerdote e di illustre naturalista, grande cultore della geologia del Sebino. Pubblicà numerosi scritti, ma l'opera che più lo rese famoso fu "Una gemma subalpina", pubblicata a Lovere nel 1896, in cui l'Amighetti mette in risalto le meraviglie geologiche della zona del Sebino. Per le sue benemerenze e per le sue doti fu membro della Società Geologica Italiana, socio dell'Ateneo di Bergamo e Brescia e venne insignito della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia. Morì a Branico il 27 gennaio 1937. E' tra le frazioni, data la posizione ambientale, che vanta una discreta affluenza turistica. Attività ricreative stanno sorgendo come supporto al turismo.
Corti
Frazione il cui nome viene fatto risalire alla "Curtis" medievale, complesso di edifici-castello-fattoria. Il patrono è S. Antonio Abate a cui fu dedicata la prima chiesa parrocchiale, ricostruita in forme più ampie nel 1848 dal capomastro Giuseppe Pellini di Como. Durante recenti lavori di restauro dell'ancona a soasa maggiore, si è scoperto che la stessa risale al primo cinquecento e che la decorazione originaria è per la maggior parte in oro zecchino.
La vecchia parrocchiale, nella quale fra l'altro, fin dal 1896 venne esposta una statua raffigurante la Madonna di Lourdes, risultò del tutto inadeguata alle esigenze di una comunità in continua espansione, per cui nel 1960 fu dato incarico all'arch. Luigi Cottinelli di progettare una nuova chiesa i cui lavori furono ultimati nel 1973.
La nuova parrocchiale sfruttando un suggestivo scenario ambientale, si affida ad un moderato movimento di masse orizzontali, articolate da un telaio strutturale a paraste abbinate in cemento armato. In essa si inseriscono, secondo un ritmo modulare, pannelli prefabbricati in calcestruzzo contenenti vetrate istoriate, realizzate su disegno di Franca Ghitti e ispiratesi ai temi della Genesi, dell'Apocalisse ed ecclesiali.
A Corti dal 1925/1926 è sistemata la sede municipale ed è la zona che ha conosciuto intorno agli anni '60 il maggiore sviluppo demografico ed edilizio; vi hanno sede inoltre la scuola Media Statale, la Biblioteca Civica, il pensionato per anziani "F. Contessi", palestra - campo da tennis e scuola professionale.
Flaccanico
Deriva dal nome proprio di persona di origine romana "Flaccanius". Si stende sul versante della Costa ed era abitato, nel passato, prevalentemente da contadini e pastori. Lungo il corso dei secoli seguì le vicende di Qualino da cui dipendeva sia come territorio che come parrocchia. E' la frazione di Costa Volpino che ha subito ultimamente una diminuzione per la presenza di nuove industrie ed attività commerciali a valle del paese.
Agli inizi del novecento venne costituita una specie di "cassa mutua" da parte dei capofamiglia locali per aiutare i più bisognosi. L'istituzione svolse la sua opera fino all'avvento di nuove forme socio assistenziali.
Piano
E' la zona piana compresa tra il fiume Oglio, il lago e il comune di Bisogne. Frazione che si è sviluppata negli anni '60 con l'insediamento in zona dello stabilimento Dal mine.
Nel 1952 vi è stata costruita la nuova chiesa dedicata alla Beata Vergine della Mercede. Nel 1962 la frazione è stata eretta canonicamente e civilmente a Parrocchia.
Costruzione di un certo interesse storico è il Palazzo Baglioni, da cui prende nome la via che gli passa vicino: Via Ca' Baglioni. Ora è in condizioni fatiscenti, se non pericolanti. Annesso vi è un caseggiato in cui è inserita la chiesina che era dedicata a S. Fermo, ora sconsacrata.
Degni di nota i nomi di alcune vie che vogliono rievocare un po' di passato remoto: Ca' Poeta, Ca' Nistol, Ca' S.Martina, Ca' Ronchi ecc.
Caratteristico il gruppetto di case denominato Pizzo: un insieme di antico e di nuovo, di passato e di recente. Nel territorio di Piano vi operano parecchie industrie ed alcuni laboratori di confezioni che occupano buona parte del posto. E' di recente costituzione un'area da attrezzare ad attività artigianale denominata P.I.P.
Qualino
Frazione che deve il nome dal latino "Aqualinus", luogo ricco di acqua posta a 438 mt. slm. La chiesa di S. Ambrogio fu costruita nel 400 nelle vicinanze delle rovine di un castello, ricostruita nel 600 e prolungata dall'ing. Pellini nel 1902. Un portico rinascimentale in facciata, retto da colonne scanalate in arenaria, protegge uno splendido portale seicentesco in marmo nero con svecchiature policrome, che incornicia un portale in legno con pannelli finemente intagliati.
All'interno campeggia la grande tribuna absidale, in legno intarsiato e dorato, a forma di tempietto a due ordini, con edicola e cupoletta del 600. La sovrasta una stupenda ancona di bottega Fantoniana (1736) che fa da cornice alla pala della Madonna in gloria con i santi Ambrogio, Antonio abate, Giorgio e Bartolomeo di ignoto dell'epoca.
Altre due ancone con colonne tortili in legno intagliato e dorato sono agli altari laterali: una del 600 di artigianato locale e l'altra del 1730 di bottega Fantoniana. La pala della Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena è del clusonese Domenico Carpinoni (XVII secolo). Sulla parete destra dell'aula è una bellissima Madonna col Bambino, residuo affresco della fine 400.
Sulla volta, affreschi del 6-700 mostrano episodi della vita di S. Ambrogio. L'organo recentemente restaurato, è del Serassi, celebri costruttori del 700.
E' di recente costruzione un centro sportivo ricreativo comprendente un campo di calcio, un campo di tennis e uno di pallavolo il tutto gestito a livello oratoriale.
Volpino
Già conosciuto al tempo della dominazione Romana, indicava zona abitata da numerose volpi. Il gesso chiamato "volpinite", non ha dato il nome al paese, come erroneamente taluni ritengono, ma dal paese lo ha assunto. Per salire alla frazione di Volpino si devia al km. 45 della statale del Tonale, subito dopo Ponte Barcotto e si va verso monte tenendo la destra. Più alta, quasi arroccata a vigilare, si leva la parrocchiale del paese, ampia e solenne, intitolata a S. Stefano Martire, che ha come elemento più appariscente la grandiosa ancona lignea di scuola Fantoniana con le statue di S. Giovanni Battista e S. Michele. La pala raffigura la Madonna con il bambino in gloria, coi santi Stefano e Girolamo. Poco distante dalla chiesa si erge la cappella S. Carlo Borromeo, a lui intitolata a memoria del passaggio a Volpino. Questa cappelletta degna di menzione fu restaurata nel 1186. Negli ultimi anni sono sorte una serie di iniziative sportivo-ricreative sullo spunto di una attività oratoriale assai dinamica.


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domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : MARONE

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Marone è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia.

Marone si trova a circa 200 m s.l.m. in riva al lago d'Iseo. Il territorio è prevalentemente collinare. Confina a nord con Toline, frazione del comune di Pisogne; a est con l'abitato di Zone e a sud con Sale Marasino.
Sulla Litoranea per Pisogne a pochi chilometri dal centro di Marone si trova la pittoresca fraz. Vello. Si tratta di un piccolissimo borgo con caratteristico porticciolo. La chiesa S. Eufemia è la Parrocchiale di Vello. Sulla facciata barocca il bel portale in pietra di Sarnico. All’interno si trova una tela del 1600 che raffigura la “Madonna con Bambino e due Angeli con i Santi Eufemia e Francesco d’Assisi”. Particolarmente interessante è la Chiesa del cimitero di Vello (XV sec.). La piccola chiesa presenta notevoli affreschi sulla semplice facciata a capanna.

I primi abitanti di Marone si insediarono a mezza costa, in frazioni alte e discoste dai torrenti. Nel 1500 il paese ebbe una svolta incrementando l'uso del porto di San Martino, in cui confluivano legname e carbone ricavati dai boschi che salivano fino al monte Guglielmo. Il comune di Marone faceva parte della Pieve cristiana di Sale e diventò proprietà dei monasteri benedettini di Brescia, che iniziarono la bonifica della zona paludosa. Nel 1776 nel paese erano già presenti sei folli per confezionare coperte, grazie alla presenza di terra follonica (argilla gialla usata per sgrassare la lana) e due telai, che impiegavano circa novanta persone, mentre circa 180 lavoravano nell'agricoltura. Nell'Ottocento su iniziativa di imprenditori locali, si sviluppò di molto l'industria della lana, soprattutto dei mantelli e delle coperte. Alla fine dell'Ottocento e nel Novecento la popolazione si incrementò; nel secondo dopoguerra il settore tessile decadde. Tutt'oggi esiste ancora l'industria dei feltri abbinata allo sfruttamento dei giacimenti di dolomia, che ha modificato molto il paesaggio.

Vello è una pittoresca frazioncina in posizione ridente fra la montagna e il lago d'Iseo. La chiesa dei Morti di Vello è del '400 ed è stata la parrocchiale del borgo; contiene sul fronte e all'interno affreschi della fine del '400 di Giovanni da Marone (L'Annunciazione), mentre il campanile romanico in pietra è a bifore. La parrocchiale di S. Eufemia, del 1715, contiene una tela dell' Amiconi del 1647.

Carlo Borromeo nella visita pastorale del 1580, quando Marone contava 786 anime, aveva trovato la parrocchiale di San Martino in Tours come «così piccola da non poter contenere tutto il popolo» e, con un decreto del 1581, ordinava la costruzione di una nuova e più grande.
Il dipinto dell’Amigoni, la Madonna col Bambino e i santi Rocco e Sebastiano del 1643, la mostra orientata nord-sud, collocata sull’attuale sacrato e separata dal lago dal cimitero solo in parte cintato damuro e, dopo il 1862, chiuso da cancelli. La chiesa è ad aula unica contetto a capanna che nel 1567 non è ancora del tutto completato, cosìcome manca il confessionale e il battistero in pietra (tutte opere che,con altre, saranno concluse solo dopo la visita del Borromeo). Fino al 1580 non ha il portale di accesso ma solo due entrate laterali: uno dei decreti del Borromeo recita, infatti, «gli uomini della comunità curino di acquistare quella casetta di fronte alla parete della chiesa e allungare la chiesa che ora non è in grado di contenere il numero dei fedeli. Poi si costruisca anche il portale in fronte».
La chiesa ha tre altari, l’altare Maggiore, quello della Scuola del SS. Sacramento (dedicato anche a san Bernardino da Siena) e quello del Rosario. Reggenti degli altari, sempre nel 1677, sono rispettivamente il parroco Ludovico Guerini, don Giovanni Maria Almici - che celebra cinque messe la settimana - e Marco Antonio Guerini che «la ha l’obbligo di messe quattro».

Il 27 giugno 1698 la comunità di Marone decide l’acquisto in contrada del Porto di San Martino dell’abitazione limitrofa da abbattere per costruirvi per ottemperare ai decreti Borromeo o per edificarne una nuova. Qualche anno più tardi sembrò che l’idea di una nuova fabbrica fosse abbandonata, tanto che il 20 marzo 1706 fu chiesta l’autorizzazione di restaurare e di ampliare la vecchia chiesa di San Martino, autorizzazione che veniva concessa con Ducale dell’11 luglio dal Doge di Venezia, Alvise Mocenigo. Presso l’Archivio di Stato di Brescia è depositata la domanda di riedificazione della parrocchiale, che è, da Valentino Volta solo parzialmente trascritta:
«Serenissimo Principe - 1698 22 agosto - La chiesa intitolata San Martino che serve per parrocchiale nella terra di Marone distretto di Brescia ritrovandosi incapace per quel popolo e di struttura informe da giusto motivo a quei pietosi sudditi di far humulissimo ricorso a piedi di Vostra Serenità supplicando, che gli venga permessa la facoltà di reddifìcarla, con occupar un poco di sito alla medesimo continguo».
Si ritornò, invece, all’idea della nuova chiesa, quando fu acquistato, nel 1708, un orto di proprietà di Lorenzo Ghitti, figlio di Antonio e cugino di Bartolomeo.
Al perito Bernardino Fedrighini di Predore fu affidata la perizia e, forse, il progetto stesso della chiesa, che era completa nella struttura nel 1717, come suggerisce la data trovata su un pilastro del sottotetto.
La nuova chiesa è sostanzialmente rifinita nel 1723, poiché il 2 giugno dello stesso anno il Doge decretava che nella chiesa parrocchiale «nuovamente eretta nessuno dovesse impadronirsi de’ banchi particolari».
Il 24 giugno 1754 la chiesa era consacrata da monsignor Alessandro Fé su incarico del vescovo cardinale Querini.
L’apparato barocco dell’altar maggiore è opera di Gaudenzio Bombastoni di Rezzato. Il medaglione del palliotto, rappresentante, in marmo di Carrara, il sacrificio di Isacco, è opera di Giovanni Battista Callegari, della terza generazione, figlio di Alessandro, a sua volta figlio di Santo il Vecchio (opera firmata e datata 1742).
I lavori di decorazione della chiesa iniziarono nel 1740 «ma di questo primo ciclo di operazioni pittoriche rimane ben poco se non i bei medaglioni centrali della volta e quello del catino»: gli affreschi sono di Domenico Voltolini, pittore originario di Iseo ed attivissimo nelle vicine Valtrompia e Valsabbia. Lo stesso Voltolini dipinge la pala dell’altare di Sant’Antonio e al suo ambito potrebbe essere ascritta quella dell’altare delle Reliquie36. I medaglioni dell’altare del Rosario sono di Sante Cattaneo. Fino ai lavori di risistemazione degli altari laterali del 1941 la pala dell’altare del Rosario era la Madonna col Bambino di Pompeo Ghitti e quella del Santissimo Sacramento era il Cristo risorto con angeli che reggono i simboli della passione di Pietro Maria Bagnatore.
L’apparato contenente le reliquie (il «repositorio») dell’omonimo altare è opera di Giuseppe Tempini di Peschiera.
La pala dell’altare maggiore, La vergine in gloria con i santi Martino, Antonio Abate, Pantaleone e Carlo Borromeo, di Giuseppe Tortelli,viene posta in opera entro stucchi dorati realizzati da Giovanni Battista Locatelli tra gli anni 1800 e il 1802.

Il Santuario di S. Maria della Rota è situato in una gola della valle dell'Opol; fu costruito nel '500 inglobando una precedente chiesetta del '400. Il nome deriva da una rupe su cui compare la forma di una grande ruota. Nella chiesa primitiva ci sono affreschi di Giovanni da Marone mentre in quella più recente di Pietro da Marone e tele del maronese Pompeo Ghitti.

La chiesa di S. Pietro in Vinculis, del '400, è stata la prima parrocchiale di Marone. Fu costruita su uno sperone del monte Vesto sui ruderi di un castello distrutto nel '200. All'ingresso si trova un pronao, con un'unica navata e sull'altare si trova una pala attribuita a Pietro di Marone.

Una preziosa testimonianza dell'antichità maronese è sita in località Vela (Co de Hela - Capo della Villa), dove si trovano estesi resti (circa ottanta metri) di un edificio romano del I secolo D.C., con terrazze digradanti verso il lago e il piano di un portico con delle nicchie per le statue. Vi è stato ritrovato un piedistallo di un metro con simboli erculei, oggi conservato nel museo romano di Brescia.



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LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : SULZANO

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Sulzano  è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia.

La zona dove ora sorge Sulzano fu abitata già in epoca romana.
Il nucleo principale del paese un tempo era Martignago, mentre Sulzano ne era solo lo scalo lacustre. Nel Medioevo le terre sulzanesi erano di proprietà del monastero bresciano di Santa Giulia; fino al '700 furono di proprietà dei feudatari Oldofredi di Iseo.
Anche qui, fino all'800, come nei paesi limitrofi, si diffuse la lavorazione della lana e delle coperte. Il Lezze ci ha tramandato che nel 1610 Sulzano aveva 200 abitanti, e non aveva né muraglie né castello. C'erano otto calchere per la calce in cui erano impiegate numerose persone mentre nel bosco lavoravano i carbonai.
Dopo l'800 ai lanifici subentrarono i retifici, poichè alcuni artigiani di Montisola preferirono trasferirsi sulla terraferma per facilitare i trasporti.

Dopo la seconda guerra d'indipendenza entrò a far parte del regno di Sardegna (dal 1861, Regno d'Italia all'interno del mandamento IX di Iseo a sua a volta appartenente al Circondario I della provincia di Brescia.

A seguito del RD 18 ottobre 1927, n. 2017, la municipalità fu soppressa e il territorio fu aggregato al vicino comune di Sale Marasino. Nel 1947 essa fu ricostituita con decreto legislativo del capo provvisorio dello stato 610/1947.

Il pittoresco borgo a lago dove l’acqua lambisce le antiche case è caratterizzato da vicoli nascosti e caratteristici approdi per le barche dei pescatori.

Più in alto, in posizione panoramica, nei pressi della cascata di Petoi alta 15 metri, si trova la seicentesca Chiesa dei Santi Fermo e Rustico. La facciata è a capanna con rosone; l’interno a una navata con copertura a capriate.
La Chiesa San Giorgio è ricostruita nel centro storico di Sulzano nel 1758. La facciata presenta lesene, nell’ordine superio si trovano le statue di San Giorgio e San Giuseppe contenute i due nicchie. L’interno a unica navata conserva la statua lignea di S.Antonio da Padova e un bel dipinto del ‘700 raffigurante la “Madonna del Suffraggio con Santi

La Chiesa Visitazione si trova nel borgo a lago di Sulzano. La piccola chiesa in stile barocco presenta una facciata semplice con un bel portale del ‘700. All’interno, a una navata, si trova l’altare ligneo e affreschi di autore ignoto.
La Chiesa Santa Maria del Gioco è raggiungibile a piedi o in macchina percorrendo strada di Nistino, ad un’altezza di circa 1000 metri si trova la quattrocentesca Chiesa di Santa Maria del Giogo al cui interno vi sono numerosi affreschi del ‘400 e del ‘500. Bellissimo il panorama sul lago.

Durante una permanenza a Sulzano non possono mancare la visita alla chiesetta di San Mauro, edificata nel ’400, con un piccolo monastero i cui resti si trovano in contrada della Rovere.

Anche da Sulzano passa l’Antica Via Valeriana che, per millenni, costituì per il territorio bresciano il passaggio obbligato verso nord e verso la Valtrompia. Recuperato e riaperto nel 2002, il sentiero si presenta oggi come armonioso incontro tra paesaggio, arte e storia.

Gli amanti della vela trovano a Sulzano il necessario per praticare al meglio questo sport. Consolidata è infatti la tradizione velica del lago d'Iseo, di cui è portabandiera l'Associazione Nautica Sebina di Sulzano. Sul Sebino, grazie ai venti che non mancano mai, si fa vela ovunque e ci sono rinomate scuole.
Da Sulzano, si può anche scegliere di andare verso la montagna, attraverso rustici e intatti paesaggi e vedute sul lago, oppure prendere il battello e fare il giro del lago d'Iseo.



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IL PARCO DELLA GOLA DEL TINAZZO

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Il Parco della Gola del Tinazzo è un'area naturale protetta situata nel territorio dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, nel comune di Castro (Lombardia). Il parco prende il nome dalla presenza della forra fossile del Tinazzo, nome con cui viene chiamato il torrente Borlezza nel suo ultimo tratto prima di sfociare nel Lago d'Iseo. Il parco fa parte di Retenatura, il sistema delle aree protette di Legambiente.

Nel percorso che dalla pianura lombarda porta alla Val Camonica lungo la Val Cavallina, il corso terminale del fiume Borlezza e la sua forra (il Tinazzo) costituiscono un forte ostacolo naturale, un vero taglio nel territorio. Le pareti della forra però, poco dopo il suo inizio, si toccano fino a costituire un ponte naturale chiamato nei documenti antichi pons - terraneus o Ponteragno (da cui il nome di poltragno dato alla località).

Su questo stretto passaggio naturale, oggi ridotto a modesto tratturo, passava l’antica via vallis, che nell’antichità costituiva uno dei più importanti transiti per i paese di area germanica attraverso il passo del Tonale. Su questo ponte passarono numerosi eserciti, tra cui quelli di parecchi imperatori diretti all’incoronazione papale o alle guerre di mantenimento del loro dominio.

Sicuramente transitarono: Federico Barbarossa nel 1166, Ludovico il Bavaro nel 1327, Carlo IV nel 1355, Massimiliano d’Asburgo nel 1516.

A sud del ponte naturale, la profonda forra del Tinazzo ed a nord il letto paludoso e le ripide rive del Borlezza impedivano l’attraversamento del corso d’acqua, per cui l’angusto passaggio poteva essere bloccato con grande facilità.

L’alternativa di transito poteva essere, verso sud, la risalita al colle di S. Lorenzo e poi la ridiscesa verso il largo estuario dove il fiume poteva facilmente essere guadato, oppure verso nord, la risalita fino a Sovere per cercare di attraversarlo dove le rive erano meno ripide e il fondo meno paludoso.

Su questo vallo naturale il controllo militare romano si arroccò per quasi un secolo, presidiando il passaggio e creando una linea difensiva che impedisse alle bellicose popolazioni camune di uscire dalla loro valle per compiere scorrerie verso la pianura.

Le fortificazioni medioevali del colle di S. Lorenzo a Castro e della Madonna della torre a Sovere, sorsero probabilmente su due originari fortilizi romani che avevano il compito di sorvegliare ed impedire l’aggiramento della forra.

Solo sotto Augusto, i Romani decisero di soggiogare definitivamente le valli alpine e nel 15 a.c. la val Camonica fu sottomessa.

La forra non perse comunque la sua funzione di forte elemento di delimitazione territoriale e in epoca imperiale romana fu il confine tra la tribù Voturia e la Quirina; divise poi i ducati Longobardi ed infine le contee vescovili di Bergamo e Brescia, per cui ancora oggi è confine tra le due diocesi, oltre che tra i comuni di Lovere e Castro.

Alla presenza di questa antica delimitazione territoriale devono la loro nascita nell’XI secolo: il porto fortificato di Castro e la cosi detta strada della “Corna”, scavata con grande impegno tecnico nella roccia sulla sommità della forra e munita di opere di difesa. La funzione del paese e della strada era strategicamente molto importante; dovevano permettere di collegare via lago senza mai sconfinare nel territorio “bresciano” di Lovere, le valli bergamasche che erano importanti produttrici di ferro, ma dipendevano dalla pianura e dalla città per il vettovagliamento.

L’acqua del Tinazzo forniva anche l’energia necessaria per lavorare il ferro delle valli e sul suo corso, sia a monte che a valle della forra, sorsero mulini e fucine. Ma la forra rappresentò nei secoli anche una permanente minaccia di devastazione. Nel caso di forti nubifragi, l’acqua trascinava grandi quantità di detriti vegetali che impuntandosi nello stretto ingresso della forra, creavano una diga di tronchi che alzava anche di una decina di metri il livello del retrostante torrente, Quando la diga cedeva, l’effetto era devastante: un  uro d’acqua entrava con un assordante rombo nella forra e si scaricava a lago, lambendo il paese di Castro. Una delle più disastrose alluvioni fu sicuramente quella avvenuta poco prima del 1535, anno in cui erano ancora descritti i lavori in corso per la riparazione dei gravi danni subiti dal paese. A questa distruzione faceva probabilmente riferimento il letterato bergamasco Achille Mozzi, che nel 1590 scriveva “Vicus Oliveri Castri Memorabilis olim, Corruit, immensae turbine raptus aquae” (il villaggio di Castro, ricco di ulivi ed un tempo degno di memoria, rovinò travolto da un immenso vortice d’acqua).

Ma quella citata dal Mozzi potrebbe anche essere un’altra alluvione avvenuta poco prima del 1590, poiché con un tempo di ritorno di circa mezzo secolo, altre alluvioni sono ricordate nel 1692, nel 1737, nel 1784, nel 1820, nel 1882, nel 1905.

Probabilmente dopo l’alluvione di fine ‘500 fu costruito il possente muro d’argine verso Castro, già rilevato nelle carte del 1626 ed ancora oggi visibile. L’alluvione del 1784 danneggiò gravemente il primo esempio di trasformazione in senso industriale dell’economia, che da secoli sfruttava artigianalmente l’acqua della forra. Venne infatti raso al suolo il forno fusorio che Ludovico Capoferri di Castro (1752 – 1830) aveva costruito all’uscita della forra.

Di fronte al forno del Capoferri, in territorio loverese, più protetto dalle alluvioni, sorgevano già gli antichi mulini della misericordia, su cui venne impiantata una fabbrica di falci ricordata a partire dal 1742 e statalizzata in epoca napoleonica.

Partendo da queste basi, Giovanni Andrea Gregorini di Vezza d’Oglio (1819 – 1878) costruì sulle medesime aree nel 1855 il primo nucleo dell’attuale stabilimento siderurgico. Nel 1810 fu appaltata dal governo napoleonico la strada Poltragno – Lovere, che coprendo parte della forra del Tinazzo, doveva collegarsi con la strada rivierasca appena completata. Il motivo dei lavori era indubbiamente collegato ad esigenze militari, essendo di massima importanza nel corso delle guerre napoleoniche il facile collegamento tra la pianura lombarda ed i confini del Tirolo.La guerra che riprese proprio nel 1810, costrinse però ad interrompere i lavori, che solo nel 1816 vennero ripresi dal nuovo governo austriaco e terminati con l’ardita costruzione del ponte sul Tinazzo. L’opera ciclopica per quei tempi, destò enorme stupore tra la popolazione. Don Alessio Amighetti nell’opuscolo “La gola del Tinazzo” edito nel 1897 dice che “la gola in chiunque la visita per la prima volta non può non lasciare un’impressione incancellabile di orridezza, di raccapriccio e di ardimento per quegli ingegneri, che verso l’anno 1816 si peritarono di coprire quel baratro spaventoso con una strada”.

L’impatto di questo lavoro sull’urbanistica Loverese fu enorme; il principale asse viario cittadino, quello che da secoli attraversava il centro storico, fu abbandonato e la piazza del Porto divenne il centro del paese.

Con i lavori la forra perse buona parte del suo cielo aperto, ma ben peggiore sarebbe stata la devastazione del secolo successivo.

Infatti i successori di Giovanni Andrea Gregorini, desiderando ampliare l’area industriale e porre gli impianti al sicuro dalle distruzioni, ottenne nel 1915 l’autorizzazione a deviare il corso del Borlezza, costruendo una diga nella forra del Tinazzo e scavando un canale artificiale che sfocia a lago poco prima del Bogn di Castro. Questa diga divise in due la forra, mantenendone attiva una parte e rendendo “fossile”, ma facilmente visitabile l’altra.

Un portale con due pesanti porte in legno permette l’accesso al sentiero verso la gola del Tinazzo; attraversato il piccolo bosco, grazie al comodo sentiero, si giunge ad una parete rocciosa che sembra chiudere la via. In realtà avvicinandosi si scorge un’altissima fessura nella roccia. Da qui nel corso dei millenni sono passati centinaia di milioni di metri cubi di sabbia e roccia trascinati fino al lago d’Iseo dalla forza impetuosa del torrente Borlezza.

L’imponente quantità di detriti ha formato la penisola su cui sorge il grande insediamento industriale della Lucchini RS. Due enormi pareti alte più di 40 metri fanno da ali all’ingresso della gola che è visitabile in sicurezza per oltre cento metri per una larghezza variabile da 1 fino a 4 metri.Un percorso in un territorio che dorme su millenni di battaglie infinite tra le forze dell’acqua e della roccia, modellato da glaciazioni ancestrali ed eroso dallo scorrere impetuoso del torrente Borlezza.

Le acque del Tinazzo partono da lontano, dalle parti della Presolana,e dopo una rincorsa di 25 chilometri finiscono nel Sebino a Castro. Sono necessarie tuttavia un paio di precisazioni. La prima è che il luogo geografico d’origine, non è propriamente la Presolana, che per i bergamaschi è un riferimento nobilitante, ma un impluvio che inizia a Colle Vareno e che, dirigendosi verso occidente, prende inizialmente il nome di “Valle Pora” intagliando un canyon – denominato Stringiù del Pura – che in qualche modo anticipa la più spettacolare forra del Tinazzo. La seconda è la singolarità che un corso d’acqua, tutto sommato abbastanza breve, prenda ben sei differenti nomi lungo la sua discesa verso il lago. Valle di Pora, Valle di Tede, Torrente Gera, Torrente Valeggia, Torrente Borlezza che è il tratto di maggior lunghezza e, da ultimo, Tinazzo.

Sul bacino idrografico del torrente Borlezza, ampio quasi 150 chilometri quadrati, cadono in un anno a seconda dei settori dai 1200 ai 1700 mm di pioggia che in parte evapora, in parte sparisce nei percorsi sotterranei offerti dalla natura calcarea dei nostri rilievi ed il resto scorre verso il Sebino passando attraverso l’angusta strettoia del Tinazzo in località Poltragno.

Abituati ad osservare le acque del Borlezza che scorrono tranquille e facilmente guadabili in tutto il suo alveo, siamo portati a credere che da tempo immemorabile il torrente abbia continuato a scavare il suo letto pressappoco col ritmo lento e progressivo che vediamo. Qualche volta si gonfia da far paura, ma poi ridiventa il tranquillo torrente di sempre, disposto, fin dal secolo scorso, anche ad offrire le sue acque a numerose captazioni per scopi idroelettrici. E’ la geologia che ci consente di guardare oltre l’evidenza attuale, non tanto verso il futuro, sebbene in quella direzione possa fornire qualche spunto all’immaginazione, ma verso il passato, interpretando i numerosi indizi che per chi sa leggere nel libro delle rocce e delle forme del territorio, possono introdurci in scenari remoti che una progressiva evoluzione fìsica e biologica hanno trasformato nel paesaggio della nostra quotidianità. Per forma mentis il geologo è portato a fissare, come punto di partenza di ogni considerazione, la fase formativa, nel  caso nostro “marina “ delle rocce, avvenuta attorno a 200 milioni di anni or sono, seguita dalla fase de formativa rappresentata dagli sconvolgimenti orogenetici (più semplicemente, responsabili delle formazione delle nostre montagne) che in 100 milioni di anni, tra la fine dell’Era Secondaria e l’era Terziaria, con quelle rocce hanno definito l’edificio alpino.

Ci accontentiamo di questi scarni accenni perché addentrarci in scenari dove l’arco alpino era ancora in formazione, espone al rischio di perdere di vista l’andamento stesso della val Borlezza, forse nemmeno delineato come lo stiamo osservando ora.

Risaliamo di molto nella scala del tempo geologico, posizioniamoci sul finire dell’ Era Terziaria e fermiamoci al fotogramma datato “Mioce”, circa 5 milioni di anni or sono. Ci sono pareri e studi in corso, ma è probabile che anche allora le acque raccolte nel bacino del Borlezza, attraverso il Tinazzo, confluissero veloci nell’Oglio. Questo scorreva in un alveo profondo alcune centinaia di metri rispetto al letto attuale tanto che, con un po di immaginazione, avremmo potuto vedere i luoghi dove sarebbero sorte Lovere e Castro a mezza costa sulle pendici del Monte Cala e del monte Clemo, pressappoco come è adesso il comune di Bossico rispetto all’abitato di Sovere.

Il Sebino a quel tempo non c’era ancora, al suo posto esisteva una vallata prealpina incassata tra le nostre montagne che, viste dal letto del fiume dovevano apparire più elevate. Il Tinazzo tributava le sue acque a questa valle attraversando a Poltragno un burrone simile a qullo attuale, ma più ampio,del quale dovrebbero  rimanere traccia a notevole profondità rispetto al letto attuale. Il Fenomeno, transitorio, che ha determinato la vivacità erosiva dei fiumi alpini e tra questi l’Oglio e il Borlezza col conseguente approfondimento del loro alveo, è stato provocato sul finire del “Miocene” dal pauroso abbassamento per centinaia di metri delle acque del Mediterraneo, non più alimentate dagli apporti idrici dell’Atlantico. Con la riapertura dello stretto di Gibilterra, le acque marine sono tornate al loro livello originario, giungendo nel “Pliocene” a bagnare il piede della catena alpina e addentrandosi tra le nostre montagne. A quel tempo, dove c’è ora il Sebino, avremmo visto un lungo fiordo marino, sinuoso e profondo, che si spingeva almeno fino al Monticolo di Darfo. Questa nuova situazione, determinata  dall’innalzamento delle acque, ha invertito la modalità d’azione dei nostri corsi d’acqua che da “erosivi” delle rocce del letto si è tramutata in”deposizionale” colmando le depressioni e alzando progressivamente la quota degli alvei. Se potessimo raggiungere con una trivellazione i sedimenti profondi del lago d’Iseo, certamente  incontreremmo remoti sedimenti alluvionali sovrapposti ed ancora più antichi depositi marini pliocenici.

Quando 2 milioni di anni fa hanno cominciato a calcare il suolo del Pianeta i nostri progenitori, evento tanto importante da denominare l’Era Quaternaria anche come”Antropozoico”, il clima ha avuto drammatiche oscillazioni che a livello anche planetario si sono concretizzate in lunghi periodi di gelo (le fasi glaciali), intervallati con altrettanto lunghi periodi di aridità di calura (le fasi interglaciali). L’ultimo grande freddo è cessato “solamente”  10 – 12 mila anni or sono, per la verità un’inezia nella scala del “tempo geologico”, inaugurando una più contenuta capricciosità dei nostri climi senza però cadere negli eccessi che hanno dovuto sopportare i nostri progenitori.

Alimentato dalle acque di fusione durante le “fasi glaciali” e dalle precipitazioni negli “interglaciali”, il Tinazzo continuava a scorrere verso il lago facendosi strada attraverso una nuova soglia rocciosa, quella che ora vediamo profondamente incisa, ricreatasi durante il Quaternario in sostituzione della precedente per cementificazione di detriti franati dai rilievi vicini e mescolati a ciottoli, ghiaie e sabbie di sbarramento glaciale. Tra Pianico e Sovere, a motivo di questo nuovo sbarramento tutto da incidere, ha potuto formarsi attorno a 800 mila anni or sono, un lungo e profondo bacino lacustre dalla vita effimera e di enorme interesse paleontologico per i resti vegetali rinvenuti nei suoi sedimenti annuali (le varve) e per il ritrovamento di uno scheletro completo di cervo, rilevatosi appartenente ad una specie ora estinta.

L’ininterrotto lavorio delle acque del Tinazzo ha progressivamente intagliato tale soglia rocciosa facendole assumerla tortuosità della forma attuale, con pareti irregolari ora aggettanti, ora rientranti che portano il segno di un millenario scorrere di acque fragorosamente in caduta.

Oltre la gola, cessavano i gorghi e gli impetuosi rimbalzi della corrente tra le pareti e la ritrovata calma favoriva il deposito di sedimenti alluvionali sul delta del Borlezza, sempre più proteso verso il lago. A giudicare dalle dimensioni del delta, occupato adesso quasi per intero dallo stabilimento siderurgico, è facile constatare l’enorme quantità di detriti che l’acqua ha trasportato attraverso la gola del Tinazzo modellandone forma e, più a monte, inducendo il Borlezza a incidere il suo letto nell’enorme pila di sedimenti dell’antico lago di Pianico – Sellere. Ora sebbene i fenomeni geologici continuino la loro incessante azione, è la geografia del luogo a suscitare interesse, come la deviazione del corso del Tinazzo portato con una galleria artificiale a sfociare nelle vicinanze dell’Orrido di Castro. In conseguenza di ciò il tratto finale della forra è diventato silenzioso e asciutto e la forra stessa è diventata “fossile” e così il Delta originario non più alimentato da detriti. La perdita della suggestiva visione di acque correnti in uscita dalla forra è però, in parte, bilanciata dalla possibilità di effettuare in ogni momento la visita a questo monumento naturale e di aver scongiurato il rischio di rovinose esondazioni che per secoli hanno funestato il paese di Castro.

L'accesso alla gola è caratterizzato dal bosco di forra, ambiente particolarmente umido ed ombroso dominato dal Carpino nero e con un ricco sottobosco di felci tra le quali spicca in particolar modo la bellissima Phyllitis scolopendrium. Sono inoltre presenti nel parco dei prati aridi dominati dal Forasacco e dalla Sesleria, impreziositi da orchidee selvatiche come la Platanthera bifolia, la Gymnadenia odoratissima e l’Anacamptis pyramidalis e pareti rupicole sulle quali si trovano due importanti endemismi, la campanula insubrica e la campanula della Carnia. La altre parti del parco presentano un bosco ceduo dominato da Carpino nero e Orniello, inframezzati da qualche Roverella.

Nelle zone boscate del parco è possibile trovare i più tipici rappresentanti della fauna prealpina, tra cui molti tipi di uccelli come la ghiandaia, il fagiano, rapaci e passeriformi, roditori come la lepre, il ghiro, e lo scoiattolo; i predatori sono la volpe, il tasso e la faina, mentre gli ungulati sono rappresentati dal Capriolo . Le zone a prati terrazzati, ricche di muri a secco e bene esposte a sud, sono un habitat ideale per i rettili e per molte specie di farfalle. Le particolari caratteristiche del bosco di forra favoriscono infine la presenza della Salamandra pezzata e del Gambero di fiume, specie quest'ultima di particolare interesse in quanto considerata in pericolo di estinzione dalla Lista rossa IUCN.




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LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : CASTRO

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Castro è un comune italiano della provincia di Bergamo, in Lombardia.

Dal punto di vista naturalistico, notevoli sono i paesaggi in cui ci si può imbattere lungo la vecchia e tortuosa strada litoranea: la roccia di origine sedimentaria si sussegue in continue lastre sovrapposte, "meritandosi" il nome di "Orrido", e cala a strapiombo nelle acque del lago, creando piccole insenature a dir poco suggestive (i cosiddetti "bögn"). Nella parte alta del paese si può accedere ad una palestra di roccia naturale molto conosciuta dagli appassionati del luogo. Sulla strada litorale, in località Grè, è presente una cava di marmo, presente da più di 100 anni e famosa per il suo Ceppo di Grè, utilizzato in Italia ed esportato anche all'estero.

Il paese di Castro (dal latino "castrum" : fortificazione) ha un’origine risalente al periodo medievale, ed è nato su iniziativa del vescovo-conte di Bergamo come porto fortificato per gli scambi tra la pianura e le valli bergamasche, importanti prodruttrici di ferro, evitando di transitare per il territorio di Lovere che era in mano al vescovo-conte di Brescia e di pagare quindi i dazi imposti da quest'ultimo.

Tra il 1026 ed il 1041 il Vescovo di Bergamo veniva in possesso di ampie proprietà feudali nell’ Alta Val Seriana ed in Val di Scalve sulle quali estendeva la giurisdizione civile che prima esercitava solo sulla città.
Questi territori pur essendo ricchi di ferro, argento e legname, dipendevano strettamente dalle importazioni di biade e vettovaglie in regime di esenzione fiscale.
I traffici commerciali, avvenivano principalmente attraverso il lago.
La Val Borlezza , l’ Alta Val Seriana e, in misura inferiore, la Val di Scalve utilizzavano come sbocco naturale per i loro traffici il porto di Lovere.
L’infeudamento dei porti sull’Oglio e sul lago al Vescovo di Brescia, avvenuto nel 1037, creava però grossi problemi per i commerciali delle valli bergamasche.
Per non sottostare a tasse ed angherie di altri potentati, fu fondato con l’appoggio del Vescovo un nuovo porto fortificato (Castrum) che fungesse da capolinea settentrionale alla rotta commerciale bergamasca sul lago tra Sarnico e Castro, in parallelo alla rotta bresciana tra Iseo e Pisogne, che alimentava la Valcamonica.

Il nuovo Castrum, attraverso la creazione di una strada intagliata tra le rocce dell’orrido del Tinazzo (via della Corna) permetteva di collegare facilmente al lago la Val Borlezza e l’alta Valseriana senza dover passare attraverso il territorio di Lovere, sottomesso in quel periodo alla giurisdizione bresciana.
Tramontato il potere temporale del Vescovo, negli ultimi decenni del duecento il Comune di Bergamo investì dei diritti sul porto una famiglia di probabili origini cittadine, che per la sua provenienza forestiera prese il nome di Foresti.
Il contrasto tra la famiglia forestiera e le famiglie locali fu sanguinoso e portò all’uccisione di Odasio, capo della fazione dei Foresti.
I contrasti terminarono solo quando Maffeo Foresti di Castro, figlio di Odasio, fu nominato conte dall’ imperatore Ludovico il Bavaro e si legò strettamente alla famiglia Soardi di Bergamo, entrando in tal modo a far parte della più alta aristocrazia bergamasca.

Gli statuti di Bergamo concessero a più riprese a Castro il monopolio dei traffici commerciali con le valli in regime di esenzione fiscale ed il mercato sul porto.
Questo fu all’origine del contrasto con Lovere che si radicalizzò ancor più alla metà del ‘300 quando, passata ormai Lovere sotto la giurisdizione bergamasca, gli statuti di Bergamo, a modifica delle precedenti disposizioni, stabilirono che anche al porto di Lovere potevano essere trasportate senza alcun aggravio fiscale le biade, il vino ed i generi alimentari destinati alla Val Borlezza ed alla Val Seriana superiore.
Il contrasto con Lovere ebbe risvolti particolarmente cruenti nel periodo delle guerre tra guelfi e ghibellini, che vide Castro schierata con la Val Seriana superiore su posizioni guelfe mentre Lovere fu ghibellina.
La contesa fu lunga ed aspra e conobbe il suo momento più tragico il 9 Maggio 1380 , quando i ghibellini loveresi, forti dell’appoggio di forze camune, fecero una improvvisa scorreria notturna incendiando il paese di Castro ed uccidendo cinque persone, tra cui ben tre Foresti: Osebino, Brusa e Romerio.
I ghibellini godevano dell’appoggio di Milano, ma nel vuoto di potere apertosi con la morte del duca Gian Galeazzo Visconti, riuscì ad inserirsi abilmente un ambizioso Capitano di ventura al soldo dei Visconti: Pandolfo Malatesta .
Il Malatesta, appoggiandosi al partito guelfo, si ritagliò un feudo personale che comprendeva Bergamo e Brescia e nel 1407, ormai sicuro del dominio sulle città, decise di colpire i ghibellini camuni e Loveresi trasportando le sue truppe con una flottiglia di navi armate dai guelfi di Castro e di Solto.
Il 5 Luglio 1408, nonostante la resistenza del partito ghibellino, il duca di Milano dovette riconoscere Pandolfo Malatesta “signore di Brescia e di Bergamo”.
Nel 1409 Pandolfo Malatesta scriveva ai suoi ufficiali alcune lettere in favore dei Foresti di Castro che erano stati danneggiati con rapine, uccisioni ed incendi e concedeva loro un’ ampia immunità fiscale a remunerazione dei danni che avevano subito per il sostegno fornito alla sua causa.
Con intento pacificatore condonava poi i danni e le ruberie fatte dai Loveresi ai danni dei Foresti di Castro, purchè non eccedessero i 25 fiorini, ma rigettava decisamente la richiesta dei Loveresi che fossero spianate la torre e le fortificazioni di Castro, stabilendo che la Rocca del paese fosse custodita a spese dei Capitanei di Sovere e dei Celeri di Lovere.

Nel 1410 Pandolfo Malatesta concedeva ulteriori benefici ai Foresti ed a Castro e ordinava ai suoi di proteggere Castro con una squadra militare, caricandone interamente le spese sul comune di Bergamo e ripartendole poi tra il comune di Bergamo, il distretto e le Valli.
Nel 1414 il Malatesta disponeva che Lovere, che nel frattempo si era ribellata e si era data spontaneamente ai Visconti, fosse custodita da suoi fedeli guelfi di Castro e della Valseriana.
Dopo alcuni rovesci militari il Malatesta nel 1421 lasciò definitivamente la Lombardia.
Rimasto indiscusso padrone del territorio, Filippo Maria Visconti ispirò la sua politica locale ad una evidente preferenza ghibellina, elargendo privilegi a Lovere ed a Volpino.
A Castro, fedele al partito guelfo, venne invece imposta la demolizione della torre che difendeva il porto e dominava il lago.

Era ormai il momento dell’intervento di Venezia, che vedeva una minaccia nel rinato potere visconteo.
Vinta dai Veneziani, sotto il comando del Carmagnola, la battaglia di Maclodio (1427), i guelfi bergamaschi, cacciati dalla città e rifugiati nelle valli, fecero supplica di essere annessi al dominio veneto ed in prima fila erano naturalmente i comuni della Val Seriana superiore ed assieme a loro anche Castro.
Il 20 marzo 1433 Venezia, accogliendo varie suppliche, premiò quanti erano rimasti fedeli al suo dominio nei rivolgimenti della guerra: i Foresti di Castro ottennero esenzioni fiscali per cinque anni.
Inoltre, col beneplacito del Doge dell’ 8 settembre 1437, agli abitanti di Castro fu concessa una esenzione fiscale venticinquennale al fine di ricostruire la torre precedentemente distrutta per ordine del Visconti
L’avvento di Venezia riportava sul territorio un potere forte, capace di far rispettare le superiori determinazioni, ponendo termine ad un lungo periodo di anarchia amministrativa.

Da questo momento in poi Castro sarà accorpato in una estesa entità amministrativa indicata negli atti pubblici col termine di Comun da Solto, Ripa de Solto et Unione e compostra dalle località di Solto, Zorzino, Gargarino, Formignano, Riva di Solto, Fonteno, Xino, Pianico, Castro, Rocca, Rova, Val Maggiore, Pora, S. Felice al lago, Esmate.

Le vicende di questo Comune furono molto travagliate a causa di liti interne relative alla ripartizione dell’estimo.
Attorno al 1544 Castro usciva da questa struttura amministrativa per formare il Comune di Pianico, Rocca e Castro, ma rientrava nel comune maggiore pochi decenni dopo, costituendo quello che nella " Descrizione di Bergamo e suo Territorio" redatta nel 1596 da Giovanni da Lezze veniva chiamato il Comun da Solto, Caster et Riva, comprendente 2.760 abitanti.
La principale attività economica del paese di Castro fu dunque nell’antichità quella collegata al porto ed ai traffici via lago.

Il transito commerciale delle materie prime sul territorio di Castro non mancò però di stimolare la crescita in loco di attività manifatturiere legate alla trasformazione delle merci, favorita anche dall’ abbondanza di acqua derivata con opere di presa dal fiume Tinazzo.

Da documenti del comune di Bergamo dell’ anno 1229 veniamo a conoscere l’ esistenza in Castro di una fonderia per l’argento e probabilmente anche per il ferro.
In documenti notarili del 1364 sono citate le fucine di Castro e nel 1473 troviamo la notizia della fusione in Castro delle campane per Ardesio.
Nel 1596 il Da Lezze cita la presenza in Castro di “ una fusina da ferro grossa con rote trei”.
Dovrebbe trattarsi della medesima fucina riportata nel rilievo agrimensorio del 1626, conservato negli uffici comunali di Castro.
La presenza di acqua favoriva anche la crescita di altre attività manifatturiere, e principalmente tra ‘300 e ‘500 quella della follatura dei panni, attività strettamente collegata allo sviluppo di produzione dei panni di lana che rese fiorente in quel periodo la vicina cittadina di Lovere.

Un fattore assai rilevante impedì però lo sviluppo dell’attività manifatturiera di Castro e precisamente il fatto che tutte le strutture produttive, per evidenti motivi di derivazione d’acqua, fossero collocate lungo la punta del fiume Tinazzo (Borlezza), che con le sue frequenti e calamitose esondazioni distrusse in più occasioni gli impianti produttivi.
Una grave esondazione è ricordata attorno al 1535 e probabilmente fu la medesima celebrata in versi dal poeta Bergamasco Achille Muzio nel 1590.
Altre piene rovinose sono ricordate nel 1692 e nel 1737.
La piena del 1784 distrusse il forno fusorio costruito in riva al Tinazzo dal castrense Ludovico Capoferri.
Quest’ ultimo, singolare figura di imprenditore, uomo politico e libero pensatore, fu il primo ad orientare decisamente in senso industriale l’economia locale.
Suo continuatore in questo senso fu Giovanni Andra Gregorini, nativo di Vezza d’ Oglio , Sindaco di Castro e senatore del Regno d’ Italia nel 1870.

Gregorini acquistava nel 1855 la Fonderia posta sulla punta del Tinazzo a cavallo tra i Comuni di Lovere e Castro. Questa fabbrica sotto la Repubblica veneta fondeva cannoni da marina, ma sotto il governo napoleonico era stata ridotta a fabbrica di falci ed attrezzi agricoli.
Gregorini ed i suoi immediati successori con innovazioni tecnologiche e notevoli investimenti economici trasformarono la vecchia fabbrica in un moderno stabilimento tuttora in attività, che ha caratterizzato per oltre 150 anni l’economia e la vita sociale del paese di Castro.
Nel 1916 la canalizzazione e la deviazione del fiume Tinazzo metteva al sicuro dalle piene l’ intero paese e le strutture produttive, oltre a recuperare sull’ area della “Punta” ampie aree da destinare alla produzione industriale del nuovo Stabilimento.

Con il passare del tempo la siderurgia acquisì un peso sempre maggiore, tanto che nel XIX secolo si insediarono attività industriali tali da soddisfare le richieste di lavoro anche dei paesi limitrofi.

Ancora oggi l’economia del paese si basa sulla siderurgia, con una recente timida apertura alle attività turistiche.

Il borgo storico, molto caratteristico, è tipico di un paese che in passato era basato sulla pesca: vie strette, case molto vicine e ridosso del lago; è costruito attorno alla vecchia chiesa parrocchiale dedicata a San Giacomo. Risalente indicativamente ad un periodo tra il XIV ed il XV secolo, fu soggetta ad un’inondazione nel corso del XVI secolo, e fu riedificata due secoli più tardi con un portale in marmo di Zandobbio, opera dei Fantoni. La chiesa ora è sconsacrata e sostituita dalla nuova parrocchiale, sempre intitolata a San Giacomo, costruita nel 1969. Quest’ultima custodisce opere di buon pregio provenienti dalla vecchia parrocchiale.

Meritano menzione anche le chiese di San Lorenzo e della Natività di Maria. La prima risale al XII secolo ed è costruita, in stile romanico con le pareti in pietra a vista, su un’altura; la seconda venne edificata nel XIII secolo ed ampliata due secoli più tardi, custodisce affreschi risalenti al XVI secolo; quest'ultima è stata privata delle sue più belle e di valore decorazioni artistiche a causa di un furto da parte di ignoti avvenuto nel 2010.

Sono inoltre visitabili sia le rovine della rocca, sia il maglio Carrara, nella frazione Poltragno, azionato da una ruota idraulica.

Nel territorio comunale è presente l'area protetta Parco della Gola del Tinazzo, gestita dall'associazione Legambiente.




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LE SANTE DI LOVERE : SANTA VINCENZA GEROSA

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Vincenza (Caterina) Gerosa (Lovere, 29 ottobre 1784 – Lovere, 20 giugno 1847) è stata una religiosa italiana, cofondatrice (insieme a Bartolomea Capitanio) dell'Istituto delle suore della carità, dette di Maria Bambina. È stata proclamata santa da papa Pio XII nel 1950.

Caterina Gerosa nasce a Lovere nel 1784 in una famiglia facoltosa, nella quale con i genitori Gianantonio e Giacomina Macario vivono anche gli zii paterni, associati nel commercio delle pelli. Prima di quattro sorelle, viene presto coinvolta negli affari, dove rivela diligenza e spiccate capacità.

Cresciuta in un contesto profondamente cristiano, coltiva con entusiasmo la sua vita di fede, rivelando una grande passione per il Crocifisso da cui attinge forza e serenità per affrontare le contraddizioni e le prove familiari.

Tra i genitori e gli zii di Caterina Gerosa erano perciò molto frequenti i malumori e i litigi. Col crescere negli anni la santa ne sofferse atrocemente. Non riuscendo ad impedirli si rifugiava ai piedi del crocifìsso per attingere da Lui consolazione e forza.
Lo zio Ambrogio apprezzò l'intelligenza e la serietà della nipote e l'avviò, dopo la scuola elementare, a passare la giornata al banco di bottega e al mercato accanto a sé. Prima dell'alba, però, ella si recava in chiesa per ascoltare la Messa e fare la comunione. La sera, dopo le svariate occupazioni del giorno, vi ritornava per pregare per tutti i bisogni della famiglia e della società. In casa tutti ne ammiravano in silenzio la pietà perché, invece di farle trascurare i doveri, la rendeva più laboriosa, umile e mortificata. Benché erede di un grande patrimonio si adattava a zappare l'orto. A chi le manifestava la propria meraviglia, rispondeva: "Che volete? Devo fare la volontà di Dio". Vestiva abiti semplici e rattoppati; mangiava lo stretto necessario e, qualche volta, polenta e noci per dare ai mendicanti la sua parte di cibo; di notte si flagellava e restava a lungo prostrata sul pavimento.
A diciassette anni la Gerosa perdette il padre. Poco dopo ebbe il dolore di vedere confinare la propria madre a vivere da sola con i proventi della legittima e la proibizione, da parte degli zii, d'intrattenere relazioni con le figlie. Quando morì (1814) sull'Italia settentrionale si abbatté il flagello della carestia, al quale, tre anni dopo, si aggiunse quello del vaiolo e della febbre petecchiale. Sotto la direzione del prevosto Don Barboglio, la Gerosa fu in quel tempo un angelo consolatore per tanti poveri e malati. I testimoni dei processi asseriscono che "avrebbe dato via i muri per fare carità"; che andava ella stessa a mendicare per i bisognosi; che quattro volte la settimana offriva in casa sua un lauto pranzo a tredici poveri. Gli abitanti di Lovere la consideravano la principale loro consigliera tanto era retta, e mentre i poveri la chiamavano "zia", essi la chiamavano "signora". Caterina approfittò dell'ascendente che si era guadagnato con l'esercizio delle opere di misericordia per richiamare le giovani a una maggiore serietà di vita, i sacerdoti allo zelo delle anime e i peccatori alla frequenza dei sacramenti.
Alla morte dello zio Ambrogio (1822), tutto il patrimonio di casa Gerosa passò in proprietà della santa e in usufrutto della zia Bartolomea. Ignorando che cosa il Signore volesse da lei, la Gerosa largheggiò ancora di più nella paga agli operai e nel soccorso agli sventurati. Un giovane serio le aveva offerto la sua mano, ma ella, mostrandogli l'immagine di Sant'Agnese, gli aveva risposto che era già sposata. Le era stato rivolto l'invito (1819) di entrare tra le Figlie della Carità di S. Maddalena di Canossa (+1835), ma ella lo aveva rifiutato perché si riteneva indegna di appartenere ad una Congregazione Religiosa. A Lovere istituì (1821) la Congregazione Mariana per le fanciulle e un piccolo ospedale (1826), sotto la direzione di Bartolomeo Capitanio, la figlia del fornaio, uscita nel 1824 dal collegio delle Clarisse. Di entrambe le istituzioni ella riservò a sé soltanto le preoccupazioni dell'amministrazione. Le due sante si compresero e si completarono a vicenda nell'esercizio delle opere di carità. Ma mentre la Gerosa, impegnata a santificarsi nell'osservanza delle sue regole di terziaria francescana, non viveva che per l'Oratorio e l'Ospedale, la Capitanio, sotto la guida del suo confessore, il curato Don Angelo Bosio, aspirava a fondare una famiglia religiosa per l'educazione della gioventù e la cura dei malati. Ne parlò alla sua amica Gerosa che contava allora quarantacinque anni, ma costei, di temperamento timido, introverso, le rispose con la sua abituale umiltà: "Noi siamo buone a niente, dobbiamo vivere nascoste, contentarci di quel poco che Dio vuole". Tuttavia si piegò alle reiterate insistenze di Don Bosio convinta di fare così la volontà di Dio, e affrontò pazientemente la fiera opposizione dell'iraconda zia Bartolomea (+1843), contrarissima a che la nipote offrisse il suo patrimonio per l'acquisto della casa Gaia, adiacente all'ospedale e, dal 21-11-1832, sede dell'incipiente Istituto.
La Gerosa si mise alle dipendenze di Bartolomea, più intelligente e intraprendente. "Io sono entrata - le diceva - non per riposare, né per comandare, ma per lavorare, per essere la serva di tutte". In casa, nell'ospedale e nel piccolo orfanotrofio, istituito per dieci fanciulle povere del paese, non le mancavano di certo le più umili e faticose occupazioni.
Agli inizi, che facevano presagire un glorioso avvenire, Iddio aveva segnata una prova molto dolorosa per la Gerosa: la morte della Capitanio (+1833). Che avrebbe fatto senza di lei? Ebbe un momento di accorata nostalgia per la casa che aveva abbandonato, ma umile, sottomessa e docile come sempre ai consigli di Don Bosio, rimase al suo posto, mentre andava ripetendo: "Essi vogliono un'opera grande, io non la capisco, non la vedo. Farà Iddio". Più tardi, parlando della Capitanio, confesserà: "Essa era un'aquila per il suo fervore, per i suoi desideri e io invece un bue che sempre la tirava indietro". L'olocausto della fondatrice non tardò a suscitare una fioritura di vocazioni nell'Istituto da lei appena avviato. Caterina le formò alla vita religiosa esigendo apertamente da loro spirito di sacrificio e di povertà.
Compendiava tutta la sua ascetica dicendo sovente: "Chi sa il crocifisso sa tutto, chi non sa il crocifisso non sa nulla". E, per conto suo, continuava ad aspergere lo scarso cibo di cenere e di acqua, a tracciare per terra con la lingua grandi segni di croce, a fare uso di cilici e di flagelli, a pregare di notte a lungo con le braccia aperte o con le mani sotto le ginocchia, e a praticare fin allo scrupolo, nonostante i suoi cinquant'anni suonati, le esortazioni che Don Bosio faceva alla comunità nelle conferenze mensili. Le sarebbe piaciuto continuare ad indossare il suo grembiule, ma quando i superiori decisero di darle un divisa (1835) acconsentì a portare, con il nome di Suor Vincenza, la cuffia e il velo. Essendo rimasta in lei una spiccata tendenza a mostrarsi con l'abito succinto o con gli zoccoli di legno a persone ragguardevoli, a usare con esse termini poco cortesi e a compiere gesti non conformi alla buona creanza, Don Bosio non temeva di rimproverarla. "Che volete? - diceva allora. - Sono stata educata sotto il camino". Ovvero: "Che può fare di meglio un'ignorante?". La Gerosa non consentì di essere chiamata superiora, ma soltanto "la più vecchia" perché riteneva le sue prime cinque compagne più capaci di lei. Era ferma tuttavia nell'esigere da tutte la fedele osservanza delle regole; era sincera nel riprenderle privatamente dei difetti; era severa con chi mancava di semplicità. A nessuna permetteva pressioni sulle aspiranti alla vita religiosa. "Lo spirito del Signore - diceva - è come un leggero venticello che spira dove vuole. Egli è il padrone dei cuori, li tocca e li chiama. L'opera è sua. Egli sa quello che torna a nostro bene, quello che è necessario. Lasciamo fare a Dio, non preveniamo le sue disposizioni con il pericolo di guastarle". Esatta nel compimento dei suoi doveri, voleva che lo fossero tutte le suore. Ad esse ripeteva sovente: "Se non si mette buon fondamento, la casa cade".
Ben presto l'opera avrebbe varcato i confini del paese, ma nella sua umiltà Suor Vincenza non si stancava di ripetere: "Noi non siamo buone a niente, il nostro Istituto è da niente, l'infimo di tutti". Invece, nel colera scoppiato a Lovere nel 1836, le Suore di Carità diedero a vedere di quanto eroismo fossero capaci. La loro fama giunse lontano. A Bergamo il sacerdote Carlo Botta aveva ideato di raccogliere nel convento di Santa Chiara vecchie signore e povere fanciulle bisognose di assistenza. Si era perciò rivolto alla santa per avere alcune suore, ma ella ne era rimasta tanto accorata da ammalarne perché, secondo lei, l'Istituto doveva rimanere nella cerchia di Lovere. Iddio voleva invece che si diffondesse per tutto il mondo, specialmente dopo che Gregorio XVI lo approvò (1838).
Essendo stata riconfermata nella carica di superiora, invano Suor Vincenza ripeteva: "Io sono vecchia. Non sono buona ad altro che a guastare l'opera di Dio. Farò quello che potrò, ma nello stato di suddita: aiuterò, brigherò, ma non voglio responsabilità. La mia testa è balorda e buona a niente". Tutti sapevano invece che era dotata di molto buon senso, che era sempre pronta ad abbandonare la propria opinione per seguire quella di Don Bosio, direttore di ferrea volontà. Nel 1842 poté così mandare le sue religiose nell'ospedale fondato dalla contessa Laura Ciceri Visconti a Milano, ed erigere il primo noviziato della Lombardia accanto alla comunità impegnata nell'assistenza dei malati.
Prima di morire la santa stabilì 247 sue suore in 24 case, le visitò più volte, le diresse scrivendo loro: "Siate guidate dalla retta intenzione di piacere a Dio, e per piacergli abbiate una profonda umiltà, una inalterabile pazienza, un'illimitata carità". Temeva fino all'affanno che esse, pure e semplici, rimanessero vittime dei pericoli tra i quali esercitavano il loro apostolato. Per questo raccomandava loro: "Abbiate molto cuore, ma anche testa". Grande era il suo ascendente su tutte sia perché eroica nell'esercizio delle virtù, sia perché dotata del dono della profezia. Infiacchita dal lavoro e dalle penitenze, assalita da una tosse insistente e cavernosa che le impediva il respiro e il riposo, Suor Vincenza si mise a letto nel mese di maggio 1847 con la previsione di non alzarsi più. Lasciò per testamento un discreto patrimonio all'Istituto e stabilì vari legati pii. Libera ormai dalle terrene preoccupazioni, diceva alle suore che andavano a chiederle ordini: "Lasciatemi quieta, pensateci voi, io ho da morire, voglio pensare a prepararmi". Ai medici che si affannavano a cercare rimedi ai suoi mali diceva: "Lasciatemi andare in Paradiso, adesso è la mia ora". Morì dolcemente il 28-6-1847.
Pio XI al beatificò il 7-5-1933 e Pio XII la canonizzò il 18-5-1950. Le sue reliquie sono venerate a Lovere con quelle di S. Bartolomeo Capitanio nella cappella dell'Istituto.

La sua festa liturgica è il 28 giugno, mentre la Congregazione delle Suore di Maria Bambina e le diocesi di Brescia, Bergamo e Milano la ricordano il 18 maggio.






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LE SANTE DI LOVERE : SANTA BARTOLOMEA CAPITANIO

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Bartolomea Capitanio (Lovere, 13 gennaio 1807 – Lovere, 26 luglio 1833) è stata una religiosa italiana, fondatrice (insieme a Vincenza Gerosa) della congregazione delle Suore di Maria Bambina. È stata proclamata santa da papa Pio XII nel 1950.

Nacque il 13-1-1807 a Lovere (Bergamo), sul lago d'Iseo, da Modesto Capitanio, negoziante di grano e panettiere. Bartolomea e Camilla, le uniche figlie rimaste ai genitori, furono educate alla pietà e alla virtù dalla madre Caterina, la quale ebbe molto a soffrire da parte del marito. Possedeva costui un carattere così violento che i suoi compaesani lo chiamavano: "Modestino il matto". Più volte la settimana si ubriacava, faceva inorridire i vicini con le sue bestemmie e, ingelosito, batteva o scacciava di casa la consorte. Nonostante tanti cattivi esempi, Bartolomea crebbe ubbidiente e pura. Si commuoveva profondamente nell'ascoltare le prediche. Un giorno ne udì una sul peccato. Piangendo, esclamò: "O Gesù, non ti offenderò più". Quando la mamma la condusse in pellegrinaggio al santuario di San Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere (Mantova), Bartolomea chiese al giovane gesuita la grazia di morire della sua stessa malattia.

L'11-7-1818 Caterina, malgrado le resistenze del padre, riuscì ad affidare l'educazione della figlia maggiore alle Clarisse di Lovere. Sotto la guida di Madre Francesca Parpani Bartolomea propose di farsi santa, grande santa e presto santa con l'abnegazione di se stessa, l'esercizio dell'umiltà e la preghiera. Quando la mamma le portava frutta e dolci, essa li regalava alle compagne senza neppure assaggiarli.

Digiunava ogni sabato, lasciava il vino e la merenda ogni venerdì e poiché le ripugnava assai, si chinava talvolta a baciare la terra. Non si riscaldava quando aveva freddo, non si lamentava quando aveva caldo e talora metteva dei sassolini nelle scarpe. Per la Madonna faceva ogni giorno un dato numero di mortificazioni. Chiamava il mese mariano "il suo carnevale", tanto era lieta di onorare con speciali pratiche e digiuni la Madre di Dio che invocava sempre prima d'intraprendere un'azione. Madre Parpani, per correggere Bartolomea, della superbia alla quale si sentiva violentemente inclinata, la trattò senza riguardi, tanto da far esclamare ad una teste: "Sembrava che la maestra la odiasse". La Santa, rimproverata a torto, taceva. Una volta fu mandata per un mese nella classe inferiore dove le bimbe imparavano a leggere, pur essendo la migliore della classe. Anziché sgomentarsi, Bartolomea si sforzò di adempiere puntualmente tutte le regole dell'educandato.
In uno dei suoi scritti propose: "Voglio perseguitare l'amor proprio e la superbia, voglio proprio mettermi sotto i piedi di tutti e tutto quello che sarà contrario al mio genio, che avrò ripugnanza a fare o a dire, quand'anche mi costasse sudore di sangue, lo farò e lo paleserò a tutti i costi". Non contenta poi di pregare durante il giorno, molte volte impiegava anche parte della notte a rivolgere dolci colloqui a Gesù, a Maria e a San Luigi. Per la sua grande pietà, negli ultimi due anni che rimase nell'educandato, le venne concessa la comunione quotidiana, favore raro in quei tempi di rigorismo. A una compagna che le chiedeva come facesse a sopportare tante umiliazioni, rispose: "L'occasione di soffrire mi è cara perché così ho qualche cosa da presentare al Signore nella santa comunione".

Conseguito il diploma di maestra assistente nel 1822, cominciò nell'istituto stesso la sua attività di insegnante con le scolarette della prima elementare. Lasciato l'educandato il 18 luglio 1824 e ritornata in seno alla famiglia, continuò la sua carriera didattica nella piccola scuola aperta l'anno seguente nella sua stessa casa in favore delle bambine povere, sperimentando ed elaborando il suo metodo, fatto di intuizione e di penetrazione delle anime delle fanciulle.

Per mantenere il proposito di raggiungere la santità ad ogni costo, stese il metodo di vita che si prefiggeva di condurre nel mondo (26-10-1826). La sua giornata s'apriva con un'ora di meditazione e la Messa, alla quale aggiungeva la comunione ogni volta che il suo direttore gliela permetteva, e si chiudeva con una visita al SS. Sacramento e il rosario che recitava dopo la cena coi familiari, inginocchiata per terra. Tra l'altro propose di visitare i poveri malati una volta la settimana, di privarsi tre volte la settimana di qualche cibo per donarlo ad essi, di fare tutte le feste un po' d'istruzione alle giovani ignoranti, di recarsi in ispirito al suono delle ore o delle campane in chiesa per una visita al SS. Sacramento e la comunione spirituale. Nel mistero eucaristico, scrisse: "Non vedo che amore, non conosco che amore, e meditandolo, non provo che amore". E così si può dire, afferma Madre Parpani, che "la sua vita fu una continua orazione e unione con Dio, giacché non sapeva mai scordarsi della divina Presenza".
Il babbo continuava a bere e a bestemmiare. Bartolomea non gli mancò mai di rispetto. Con una dolcezza infinita un po' per volta lo ridusse a fargli sentire qualche devota lettura prima del rosario con grande ammirazione del vicinato. Morì tra le sue braccia pentito dei suoi errori nel 1831. Poco dopo Bartolomea, era uscita dal collegio anche sua sorella Camilla, di temperamento molto difficile e incostante. Sebbene minore, comandava la maggiore con importunità. Bartolomea "non solo non se ne doleva, ma correva volenterosissima a contentarla e servirla", testimoniò il suo direttore spirituale, Don Angelo Bosio, coadiutore del prevosto Don Rusticiano Barboglio.
Costoro, sapendo di quanta abilità avesse dato saggio nel monastero, stabilirono di sottrarla al ristretto ambiente domestico. Per non lasciare isterilire in un negozio di fornaio le sue doti così belle pensarono di affidarle le giovanotte della parrocchia. La Santa diede i suoi esami a Bergamo e, nel 1835, aprì nella casa paterna una scuola privata che trasferì poi in quella di Don Bosio quando le alunne arrivarono a 50. Il suo metodo educativo si compendiava in questa massima: "Amare le bambine senza parzialità e sacrificarsi per loro". Quello che cercava di evitare ad ogni costo e di bandire dalle sue scuole era la noia adattandosi alle capacità di ogni alunna, cercando di riuscire facile e dilettevole.
La domenica radunava le fanciulle in casa di Caterina Gerosa, che con il suo aiuto aveva adattato una stanza a cappella e arricchito di arredi sacri. Colà recitavano il rosario, cantavano l'ufficio della Madonna, ascoltavano gli avvisi della giovane maestra, e poi si divertivano lontano dai ritrovi pericolosi. Quest'oratorio fu l'inizio della Congregazione Mariana alla quale Bartolomea diede determinate regole. Non paga del bene che faceva alle giovanotte, volle giungere alle anime religiose e sacerdotali ideando per loro la Pia unione di Gesù e Maria, composta di 12 sacerdoti e 72 vergini, in ricordo del collegio apostolico. I parroci dei paesi vicini le mandavano delle giovani affinchè insegnasse loro a fare scuola. Sovente fu invitata a recarsi nei paesi della Valcamonica per spronare le ragazze alla virtù e raggrupparle in pie associazioni con appropriati statuti. Manteneva poi con esse una relazione costante. Le sue lettere, raccolte in due volumi, riflettono l'ardore del suo cuore d'apostola. Dopo le fatiche della giornata, vegliava ancora di notte per scrivere l'esame di coscienza, vergare lettere per le amiche, fissare statuti per le associazioni, comporre novene che un'amica ricopiava per distribuirle poi ad altre anime desiderose di perfezione.
All'amica Marianna Verteva scrisse: "Sono innamoratissima della vita ritirata e religiosa, ma d'altronde troppo mi piace l'impiegarmi in opere di carità spirituali e temporali, le quali in un monastero non si possono esercitare, salvo quella di pregare il Signore per i peccatori". Non contenta di istruire le ragazze, penetrò nelle prigioni per consolare le recluse, nei tuguri per aiutare i poveri con cibi e vestiti raccolti tra le amiche. Per il totale esercizio della carità fece voto di cercare nel modo di pensare, parlare e operare soltanto quello che chiaramente conosceva essere il più perfetto.
Le sorelle Caterina e Rosa Cerosa fin dal 1826 avevano lasciato alla Congregazione di Carità una casa con podere, da trasformarsi in ospedale. Alla carica di direttrice ed economa fu da loro scelta la Capitanio, la quale aveva allora diciannove anni. La santa apparve tutti i giorni, dopo la scuola, accanto ad ogni letto per confortare, prestare i più umili servizi e medicare anche i malati più ributtanti e pericolosi. Vedendo crescere i bisogni degli infermi, dei poveri, dei derelitti e della gioventù concepì, d'accordo con il suo direttore spirituale, l'idea d'istituire una famiglia religiosa che si dedicasse alla carità operosa. Con l'aiuto di Caterina Gerosa riuscì a superare la scarsezza dei mezzi materiali. Di fronte all'ospedale fu comperata e restaurata la casa Gaia, chiamata poi dal popolo il Conventino, ed in essa il 21-11-1832 furono accolte le orfane e le scuole dopo che le due amiche avevano ascoltato la Messa del prevosto, e si erano offerte per mano di Maria SS. a Dio e al servizio della gioventù e dei malati, secondo le regole delle Figlie della Carità di San Vincenzo de' Paoli.
Nel lasciare la mamma e la sorella, Bartolomea scrisse: "V'assicuro che, se non conoscessi chiaramente che la mia vocazione è vera volontà di Dio, non farei questo passo per tutto l'oro del mondo". Nella sua nuova vita fu felice. Così ne parlò ad un'amica: "Vi confesso sinceramente che ho sempre considerato lo stato religioso come una vera morte di me stessa, ma in pratica riesce assai più vero. Non sono più padrona di me stessa; bisogna sempre operare come piace agli altri, adattarsi in tutto agli altri, calpestare l'amor proprio, sacrificarsi per la carità, tacere, sopportare, mostrarsi allegra, non desiderare nemmeno le cose più sante qualora non si confacessero con gli obblighi del proprio stato, insomma essere morta affatto in ogni cosa per non vivere che per Gesù Cristo e la sua santissima Volontà. E una vita veramente crocifissa, ma che viene addolcita da quell'amabile Sposo che gradisce i sacrifici delle sue serve. Non la cambierei con tutte le consolazioni, non dico terrene, ma neanche spirituali, perché la sicurezza di fare la volontà di Dio è quella che mi rende perfettamente contenta. Per carità, raccomandatemi al Signore, che mi faccia piuttosto morire che essere pietra d'inciampo alla sua opera".
Per il suo Istituto la Capitanio doveva essere la pietra d'angolo. Sul finire della quaresima del 1833, tornando dalla chiesa parrocchiale dov'era stata con le sue giovanotte ad adorare il SS. Sacramento esposto, si sentì più stanca del solito. Il medico la visitò e la trovò affetta da bronchite e da un generale indebolimento dell'organismo. Morì serenissima il 26-7-1833 dopo aver detto alla continuatrice della sua missione, Santa Vincenza Gerosa (+1847): "Quando sarò in cielo, sarò più utile all'Istituto che se rimanessi in terra".
Le Suore di Maria Bambina sono sparse in tutti i continenti. Per esse aveva previsto una ricca messe quando disse: "Non dubitate, l'Istituto durerà fino alla fine del mondo". Bartolomea Capitanio fu beatificata da Pio XI il 30-5-1926 e canonizzata da Pio XII il 18-5-1950. Le sue reliquie sono venerate nel tempio eretto a Lovere dalla pietà delle sue figlie spirituali nel 1938, accanto a quelle di S. Vincenza Gerosa.

La sua festa liturgica è il 28 aprile, mentre la Congregazione delle Suore di Maria Bambina e le diocesi di Brescia, Bergamo e Milano la ricordano il 18 maggio.




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LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : LOVERE

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Lóvere è un comune italiano dell'Alto Sebino in provincia di Bergamo, Lombardia.

Lovere è una signorile cittadina dell’alto lago. Bellissimo centro di villeggiatura allo sbocco della Valle Canonica e Cavallina. A Lovere è bello passeggiare sul lungolago, tra giardinetti e alberi osservando l’opposta costa bresciana e le cime dell’Adamello.
La storia di Lovere è ricchissima di avvenimenti, vista la sua posizione strategica che lo colloca tra l'alto Sebino e l’imbocco della val Cavallina per i collegamenti via terra, ed all’estremità nord del lago d’Iseo per i trasporti via acqua.

I primi insediamenti accertati risalgono ad un periodo compreso tra il V ed il III secolo a.C., come testimoniato dalla presenza di un nucleo abitativo di origine celtica posto in una posizione strategica, tutt’ora chiamato Castelliere.

I secoli successivi videro l’arrivo della dominazione romana, che costruirono’ un’importante via di comunicazione, denominata poi strada di San Maurizio, e la costruzione di un consistente centro abitato sulle rive del lago. A tal riguardo numerosi sono i reperti rinvenuti, tra cui numerose sepolture con relative lapidi, risalenti ad un periodo compreso tra il primo ed il quarto secolo. Inoltre sul territorio venne scoperto un ingente quantitativo di monete e gioielli che, denominato il tesoretto di Lovere, è ora custodito presso il museo archeologico di Milano. Nel 2013 sono iniziati i lavori di scavo per il recupero della necropoli romana.

In seguito al termine dell’impero romano il territorio fu soggetto alle orde barbariche, terminate con l’insediamento dei Longobardi. A questi subentrarono i Franchi che, istituendo il Sacro Romano Impero, diedero il via al feudalesimo ed all’età medievale.

Inizialmente il territorio venne dato in gestione ai monaci di Tours (Abbazia di Marmoutier), i quali lo permutarono a favore del vescovo di Bergamo, al quale poi subentrò la famiglia Celeri. Erano gli anni in cui infuriavano le lotte di fazione tra guelfi e ghibellini, ed anche Lovere si trovò al centro di numerosi scontri: a tal riguardo il paese si dotò di parecchie fortificazioni, tra cui torri e cinte murarie, in posizione dominante rispetto al lago. Restano ancora di quell'epoca, le case torri, come Torre Soca, Torre degli Alghisi e la Torricella rotonda dell'antica cinta muraria.

Nel 1263 moriva qui Cavalcano Sala, vescovo di Brescia, cacciato da Ezzelino da Romano.

Gli scontri si protrassero fino alla prima metà del XV secolo, quando il territorio passò nella Repubblica di Venezia, che demolì numerose fortificazioni e che accolse il desiderio di parte della popolazione di porla sotto Bergamo (1441). Dalla città di Bergamo giungeva ogni anno un podestà ad amministrare giustizia.

La Serenissima varò numerose leggi volte a risollevare la situazione sociale ed economica, facendo rivivere il centro abitato e migliorando le condizioni di vita degli abitanti. Il dominio della città lagunare durò fino al 1797, quando vi subentrò la Repubblica Cisalpina. Nel 1815 passò al Regno Lombardo-Veneto, Provincia di Bergamo, distretto XVI di Lovere, a cui viene accorpato il 10 marzo 1836 Rogno.

Già in quel periodo cominciarono a svilupparsi numerose attività industriali in ambito siderurgico, che portarono benessere e sviluppo di tutta la zona fino al XX secolo, quando il paese ha cominciato a puntare decisamente anche sull’industria turistica, al fine di valorizzare le ricchezze paesaggistiche e culturali di cui è ricco.

Una lapide romana, trovata nel XVIII sec. e dedicata a Minerva, reca l’iscrizione del devoto, che sarebbe figlio di un Luarensis.
Il nome dialettale del paese (Lòer) si potrebbe far derivare dal "Luar" dell’epigrafe, ma potrebbe anche ricondursi all'antico "Luar" che in longobardo significa "bassura", luogo basso. Lovere, infatti, come altri paesi del lago, sorgeva in una zona paludosa ai piedi delle montagne.

Tra i suoi concittadini, Lovere vanta le due sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, vissute tra il XVIII e il XIX secolo dedicandosi a tutti i derelitti della zona (orfani, ammalati, carcerati, poveri) per i quali fondarono l’Istituto delle Suore di Carità (1832), che oggi opera a livello internazionale; Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese e amante dell’arte, si stabilì a Lovere intorno al 1747. Durante il suo Grand Tour, rimase così affascinata dal lago da decidere di acquistare un palazzo in paese e una fattoria in campagna. La sua casa divenne luogo d’incontro di persone ragguardevoli della zona. Non trascurò gli affari, incrementando la produzione della sua fattoria con metodi nuovi portati dall’Inghilterra. Le lettere alla figlia sono la testimonianza del periodo trascorso a Lovere.

Splendidi palazzi costruiti con buon gusto e perfetto senso architettonico fanno da secoli degna cornice e splendida corona alla piazza del porto, una delle più belle dei laghi lombardi.

Dalla piazza, attraversando il rione delle “beccarie”, si sale per il centro storico e si arriva in piazza Vittorio Emanuele II, dove l’orologio della vecchia torre civica scandisce il passare del tempo. In questa piazza, racchiusa tutt’intorno da splendidi edifici, confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Si sale ancora e si arriva alla chiesa di S. Giorgio. Eretta alla fine del XIV sec. sulle strutture della medievale torre Soca, fu ampliata e modificata nel tempo, fino al XIX sec. Contiene una grandiosa tela posta sulla controfacciata raffigurante “Mosè che fa scaturire l’acqua dalla rupe” del pittore fiammingo Jean de Herdt (1657); la pala dell’altare sinistro dipinta da Gian Paolo Cavagna (1556-1627) con l’“Ultima cena”, e la pala dell’altare maggiore del bresciano Antonio Gandino (1565-1630). All’altare della madonna addolorata il 21 novembre del 1832 le due future Sante di lovere presero i voti.

Sul lungolago fa bella mostra di sé il palazzo che ospita la Galleria dell’Accademia di belle arti Tadini. Il palazzo fu costruito in gradevoli forme neoclassiche tra il 1821 e il 1826 per ospitare nelle sale affrescate le ricche collezioni d’arte del conte Luigi Tadini, che aprì al pubblico il suo museo – tra i più antichi della Lombardia – nel 1828, oggi ospita le raccolte in 33 sale. Significativo è il gruppo di opere di Antonio Canova (1757 – 1822): il raro bozzetto il terracotta della Religione e la Stele Tadini (collocata nella cappella gentilizia) tra le ultime e più belle opere del grande scultore, che sembra tradurre nel marmo quella ‘corrispondenza d’amorosi sensi” che Ugo Foscolo legava ai sepolcri. Tra i dipinti si evidenziano le opere di Jacopo Bellini (una meravigliosa Madonna con Bambino), del veronese Francesco Benaglio, di Paris Bordon, di Palma il Giovane. Le epoche successive sono documentate dai dipinti di Giacomo Ceruti detto “il Pitocchetto”, fra’ Galgario, Giandomenico Tiepolo, Francesco Hayez, Cesare Tallone e G. Oprandi.
La Galleria inoltre ospita una ricca collezione di porcellane, tra cui importanti pezzi delle manifatture di Sèvres, Meissen, Hochst, Capodimonte.
Negli ultimi anni è stata aggiunta una sezione di arte moderna contemporanea.
L’Accademia di Belle Arti istituita dal conte comprende anche le scuole di musica e di disegno, ancor oggi attive e frequentate.

Proseguendo per il lungolago - dominato dalle belle facciate di numerose ville e palazzi (tra cui il cinquecentesco palazzo Marinoni e villa Milesi con il suo parco) - appena passata la piazza si risale e ci si trova di fronte all’imponente basilica di S. Maria in Valvendra, edificata dal 1473 e consacrata nel 1520, in un periodo di particolare floridezza economica per Lovere. La Basilica dà a sua volta il nome al borgo rinascimentale di Santa Basilica di S. Maria in Valvendra  una silenziosa strada fiancheggiata da case del Quattrocento e Cinquecento che conduce al borgo medievale.
La Basilica presenta forme classicheggianti rinascimentali di gusto lombardo, con influenze veneziane. L’interno è a tre navate, suddivise da dodici colonne, con cappelle sul lato sinistro. L’opera di maggior pregio è costituita dalle grandi ante dell’organo, collocate originariamente nel Duomo Vecchio di Brescia, dipinte, all’esterno, da Floriano Ferramola con l’Annunciazione e, all’interno, da Alessandro Bonvicino detto “il Moretto”, con i Santi Faustino e Giovita a cavallo. L’abside e il presbiterio sono affrescati in trompe-l’oeil da Ottaviano Viviani. Il solenne coro ligneo è cinquecentesco; l’altare maggiore ricco di sculture e marmi policromi è opera della bottega dei Fantoni di Rovetta; la tribuna centrale di Andrea Fantoni è del 1712. La pala dell’Assunta, ispirata a motivi del Moretto e di Tiziano, è attribuita al bresciano Tommaso Bona.
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Il Monastero di Santa Chiara fu edificato nella prima parte del XVI secolo ed ampliato più volte, ospita ancor oggi le monache clarisse. Soppresso in età napoleonica e ripristinato al termine del XIX secolo, custodisce numerose opere pittoriche. La Fondazione Oprandi si sta impegnando nei lavori di restauro dell'antico edificio, restituendone l'arredo pittorico e gli stucchi. Il complesso monastico presenta al proprio interno la chiesetta di Santa Chiara, piccolo edificio di culto molto caratteristico.
L'Oratorio di San Martino risalirebbe addirittura al IX secolo, epoca in cui i territori erano posti sotto la giurisdizione dei monaci di Tours. Con il passare del tempo venne sempre meno utilizzato, date le sue ridotte dimensioni, fino ad arrivare al suo abbandono, avvenuto nel XVII secolo. Soltanto un recente restauro ha permesso di recuperare parte del patrimonio artistico in esso custodito, tra cui numerosi affreschi nell’abside.
Il Santuario delle Sante B. Capitanio e V. Gerosa è stato edificato nel terzo decennio del XX secolo e dedicato alle religiose Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa che fondarono nel 1832 la congregazione delle Suore di Maria Bambina, presenta una struttura in stile neogotico. All'interno si possono ammirare affreschi e mosaici eseguiti da Pasquale Arzuffi raffiguranti le due sante, delle quali sono conservate le spoglie. Di grande interesse il piccolo museo, che racconta la storia e la società loverese nella quale si inserisce l'attività delle due sante.
Il Santuario di San Giovanni è posto in una zona suggestiva, sul culmine del monte Cala, offre un'ottima visuale su gran parte del lago e le zone circostanti. Edificato nel XV secolo ed inizialmente intitolato a San Zenone, è tuttora meta di pellegrinaggio per numerosi abitanti di Lovere.

Il Palazzo Bazzini fu edificato nel 1616 dal condottiero Adorno Bazzini di fronte alla basilica di S. Maria in Valvendra, presenta una struttura ad U, ornata da pilastri ed archi ed arricchita da un giardino al termine del quale si trova una piccola torre. Attualmente è in fase di ristrutturazione, e non sono permesse le visite.
Piazza Vittorio Emanuele II è da sempre considerata il cuore pulsante del borgo, originariamente era chiamata piazza degli uffizi, a causa della presenza della sede di gran parte delle istituzioni. Tra i palazzi che la circondano merita menzione il palazzo podestarile, antica sede del podestà, e la torre civica, che porta ancora i segni della dominazione veneta. Attiguo ad essa si trova la torre Alghisi, risalente anch’essa al periodo medievale ed appartenuta ad un’importante famiglia loverese.

Il Castelliere è forse la più antica costruzione presente sul territorio loverese e può essere databile tra il quinto ed il terzo secolo a.C. Situato in posizione panoramica e strategica, fu utilizzato già ai tempi dei Galli, ed ancor’oggi possiede resti di muratura e forti difensivi risalenti alla loro colonizzazione, ma anche alle epoche successive.

Dalla Val Camonica e dalla Val Seriana, ma anche dalla pianura bresciana, arrivano molte varietà di formaggio e la farina di granturco macinata a pietra. Specialità della zona sono i salumi, tra cui la salciccia di castrato, la soppressa e il “musetto”.

Regina, è naturalmente la polenta, che accompagna il pesce di lago o la carne. è servita calda o alla griglia, ma sempre rigorosamente gialla.
Oltre ai salumi e ai formaggi, immancabili sono i ravioli bergamaschi chiamati casunsei, conditi con burro fuso e salvia. Il dolce tipico in pan di spagna vuole rappresentare il piatto tipico della cucina bergamasca “polenta e osei”.

Fra le più grandi strutture portuali sui laghi europei, il Porto Turistico di Lovere ospita un anfiteatro polifunzionale (in grado di accogliere manifestazioni, spettaco li e grandi eventi), il Centro Civico Culturale, numerose società sportive, bar, ristoranti e l’ostello.
E’ qui possibile praticare le seguenti attività: nuoto, vela, canottaggio, pattinaggio sul ghiaccio, tennis, calcio, calcetto, basket e pallavolo.

Persone legate a Lovere:
Santa Vincenza Gerosa, religiosa, santa
Santa Bartolomea Capitanio, religiosa, santa
Mario Stoppani, pilota acrobatico e collaudatore
Giacomo Agostini, campione del mondo di motociclismo
Giacomo Vender, presbitero
Giovanni Andrea Gregorini, industriale e politico
Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona
Enrico Ghezzi, critico cinematografico
Antonio Solera, patriota
Giovanni Battista Zitti, patriota
Enrico Banzolini, patriota
Rolando Bianchi, calciatore dell'Atalanta
Luca Belingheri, calciatore del Cesena.
Giuliano Fiorani, scrittore e storico della Repubblica Sociale Italiana
Davide Guarneri, pilota motociclistico italiano
Elia Violi, rugbista del Calvisano
Nadia Fanchini, sciatrice della Nazionale Femminile di Sci




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