domenica 10 maggio 2015

LE CITTA' DEL LAGO D' ISEO : MARONE

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Marone è un comune italiano della provincia di Brescia, in Lombardia.

Marone si trova a circa 200 m s.l.m. in riva al lago d'Iseo. Il territorio è prevalentemente collinare. Confina a nord con Toline, frazione del comune di Pisogne; a est con l'abitato di Zone e a sud con Sale Marasino.
Sulla Litoranea per Pisogne a pochi chilometri dal centro di Marone si trova la pittoresca fraz. Vello. Si tratta di un piccolissimo borgo con caratteristico porticciolo. La chiesa S. Eufemia è la Parrocchiale di Vello. Sulla facciata barocca il bel portale in pietra di Sarnico. All’interno si trova una tela del 1600 che raffigura la “Madonna con Bambino e due Angeli con i Santi Eufemia e Francesco d’Assisi”. Particolarmente interessante è la Chiesa del cimitero di Vello (XV sec.). La piccola chiesa presenta notevoli affreschi sulla semplice facciata a capanna.

I primi abitanti di Marone si insediarono a mezza costa, in frazioni alte e discoste dai torrenti. Nel 1500 il paese ebbe una svolta incrementando l'uso del porto di San Martino, in cui confluivano legname e carbone ricavati dai boschi che salivano fino al monte Guglielmo. Il comune di Marone faceva parte della Pieve cristiana di Sale e diventò proprietà dei monasteri benedettini di Brescia, che iniziarono la bonifica della zona paludosa. Nel 1776 nel paese erano già presenti sei folli per confezionare coperte, grazie alla presenza di terra follonica (argilla gialla usata per sgrassare la lana) e due telai, che impiegavano circa novanta persone, mentre circa 180 lavoravano nell'agricoltura. Nell'Ottocento su iniziativa di imprenditori locali, si sviluppò di molto l'industria della lana, soprattutto dei mantelli e delle coperte. Alla fine dell'Ottocento e nel Novecento la popolazione si incrementò; nel secondo dopoguerra il settore tessile decadde. Tutt'oggi esiste ancora l'industria dei feltri abbinata allo sfruttamento dei giacimenti di dolomia, che ha modificato molto il paesaggio.

Vello è una pittoresca frazioncina in posizione ridente fra la montagna e il lago d'Iseo. La chiesa dei Morti di Vello è del '400 ed è stata la parrocchiale del borgo; contiene sul fronte e all'interno affreschi della fine del '400 di Giovanni da Marone (L'Annunciazione), mentre il campanile romanico in pietra è a bifore. La parrocchiale di S. Eufemia, del 1715, contiene una tela dell' Amiconi del 1647.

Carlo Borromeo nella visita pastorale del 1580, quando Marone contava 786 anime, aveva trovato la parrocchiale di San Martino in Tours come «così piccola da non poter contenere tutto il popolo» e, con un decreto del 1581, ordinava la costruzione di una nuova e più grande.
Il dipinto dell’Amigoni, la Madonna col Bambino e i santi Rocco e Sebastiano del 1643, la mostra orientata nord-sud, collocata sull’attuale sacrato e separata dal lago dal cimitero solo in parte cintato damuro e, dopo il 1862, chiuso da cancelli. La chiesa è ad aula unica contetto a capanna che nel 1567 non è ancora del tutto completato, cosìcome manca il confessionale e il battistero in pietra (tutte opere che,con altre, saranno concluse solo dopo la visita del Borromeo). Fino al 1580 non ha il portale di accesso ma solo due entrate laterali: uno dei decreti del Borromeo recita, infatti, «gli uomini della comunità curino di acquistare quella casetta di fronte alla parete della chiesa e allungare la chiesa che ora non è in grado di contenere il numero dei fedeli. Poi si costruisca anche il portale in fronte».
La chiesa ha tre altari, l’altare Maggiore, quello della Scuola del SS. Sacramento (dedicato anche a san Bernardino da Siena) e quello del Rosario. Reggenti degli altari, sempre nel 1677, sono rispettivamente il parroco Ludovico Guerini, don Giovanni Maria Almici - che celebra cinque messe la settimana - e Marco Antonio Guerini che «la ha l’obbligo di messe quattro».

Il 27 giugno 1698 la comunità di Marone decide l’acquisto in contrada del Porto di San Martino dell’abitazione limitrofa da abbattere per costruirvi per ottemperare ai decreti Borromeo o per edificarne una nuova. Qualche anno più tardi sembrò che l’idea di una nuova fabbrica fosse abbandonata, tanto che il 20 marzo 1706 fu chiesta l’autorizzazione di restaurare e di ampliare la vecchia chiesa di San Martino, autorizzazione che veniva concessa con Ducale dell’11 luglio dal Doge di Venezia, Alvise Mocenigo. Presso l’Archivio di Stato di Brescia è depositata la domanda di riedificazione della parrocchiale, che è, da Valentino Volta solo parzialmente trascritta:
«Serenissimo Principe - 1698 22 agosto - La chiesa intitolata San Martino che serve per parrocchiale nella terra di Marone distretto di Brescia ritrovandosi incapace per quel popolo e di struttura informe da giusto motivo a quei pietosi sudditi di far humulissimo ricorso a piedi di Vostra Serenità supplicando, che gli venga permessa la facoltà di reddifìcarla, con occupar un poco di sito alla medesimo continguo».
Si ritornò, invece, all’idea della nuova chiesa, quando fu acquistato, nel 1708, un orto di proprietà di Lorenzo Ghitti, figlio di Antonio e cugino di Bartolomeo.
Al perito Bernardino Fedrighini di Predore fu affidata la perizia e, forse, il progetto stesso della chiesa, che era completa nella struttura nel 1717, come suggerisce la data trovata su un pilastro del sottotetto.
La nuova chiesa è sostanzialmente rifinita nel 1723, poiché il 2 giugno dello stesso anno il Doge decretava che nella chiesa parrocchiale «nuovamente eretta nessuno dovesse impadronirsi de’ banchi particolari».
Il 24 giugno 1754 la chiesa era consacrata da monsignor Alessandro Fé su incarico del vescovo cardinale Querini.
L’apparato barocco dell’altar maggiore è opera di Gaudenzio Bombastoni di Rezzato. Il medaglione del palliotto, rappresentante, in marmo di Carrara, il sacrificio di Isacco, è opera di Giovanni Battista Callegari, della terza generazione, figlio di Alessandro, a sua volta figlio di Santo il Vecchio (opera firmata e datata 1742).
I lavori di decorazione della chiesa iniziarono nel 1740 «ma di questo primo ciclo di operazioni pittoriche rimane ben poco se non i bei medaglioni centrali della volta e quello del catino»: gli affreschi sono di Domenico Voltolini, pittore originario di Iseo ed attivissimo nelle vicine Valtrompia e Valsabbia. Lo stesso Voltolini dipinge la pala dell’altare di Sant’Antonio e al suo ambito potrebbe essere ascritta quella dell’altare delle Reliquie36. I medaglioni dell’altare del Rosario sono di Sante Cattaneo. Fino ai lavori di risistemazione degli altari laterali del 1941 la pala dell’altare del Rosario era la Madonna col Bambino di Pompeo Ghitti e quella del Santissimo Sacramento era il Cristo risorto con angeli che reggono i simboli della passione di Pietro Maria Bagnatore.
L’apparato contenente le reliquie (il «repositorio») dell’omonimo altare è opera di Giuseppe Tempini di Peschiera.
La pala dell’altare maggiore, La vergine in gloria con i santi Martino, Antonio Abate, Pantaleone e Carlo Borromeo, di Giuseppe Tortelli,viene posta in opera entro stucchi dorati realizzati da Giovanni Battista Locatelli tra gli anni 1800 e il 1802.

Il Santuario di S. Maria della Rota è situato in una gola della valle dell'Opol; fu costruito nel '500 inglobando una precedente chiesetta del '400. Il nome deriva da una rupe su cui compare la forma di una grande ruota. Nella chiesa primitiva ci sono affreschi di Giovanni da Marone mentre in quella più recente di Pietro da Marone e tele del maronese Pompeo Ghitti.

La chiesa di S. Pietro in Vinculis, del '400, è stata la prima parrocchiale di Marone. Fu costruita su uno sperone del monte Vesto sui ruderi di un castello distrutto nel '200. All'ingresso si trova un pronao, con un'unica navata e sull'altare si trova una pala attribuita a Pietro di Marone.

Una preziosa testimonianza dell'antichità maronese è sita in località Vela (Co de Hela - Capo della Villa), dove si trovano estesi resti (circa ottanta metri) di un edificio romano del I secolo D.C., con terrazze digradanti verso il lago e il piano di un portico con delle nicchie per le statue. Vi è stato ritrovato un piedistallo di un metro con simboli erculei, oggi conservato nel museo romano di Brescia.



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