mercoledì 27 maggio 2015

LE CITTA' DELLA PIANURA PADANA : CREMA



Crema è un comune italiano della provincia di Cremona, in Lombardia.
Situata nella bassa Pianura Padana, poco oltre la linea delle risorgive presso la sponda destra del fiume Serio, è il centro principale della provincia dopo il capoluogo Cremona e dà il proprio nome a tutta la parte settentrionale del territorio provinciale: il Cremasco. Il comune appartiene alla regione agraria n° 2 (pianura di Crema) ed è inserito nel contesto del Parco del Serio, a 79 m sul livello del mare, dista da Cremona 40 km.

La città di Crema si è sviluppata all’interno di un’area geografica in cui numerosi scorrono i corsi d’acqua (fiumi, canali, risorgive, rogge, scolmatori ecc.) ed è appunto la presenza dell’acqua l’elemento che ha determinato in modo peculiare la natura e la conformazione dell’ambiente circostante fin dai tempi più antichi.
In origine infatti tutto il territorio cremasco era sommerso dalle acque che, ritirandosi, lasciarono progressivamente posto alle terre emerse. Fra queste andò sempre più definendosi l’Insula Fulcheria o Fulcherii che, come sta a indicare il termine “insula”, rimase comunque circondata per lungo tempo da una grande palude chiamata lago (e talvolta anche mare) Gerundo.
Gli attuali fiumi Serio, Adda e Oglio, i numerosi canali e rogge del Moso (il territorio a nordovest del centro abitato di Crema, che più a lungo e in maggior misura ha conservato gli antichi caratteri di acquaticità) e la serie di fontanili (ancor oggi attivi, almeno in parte) da cui emergono in superficie le falde idriche del sottosuolo sono il retaggio delle originarie paludi. Una naturale evoluzione portò quelle acque a scorrere in modo più ordinato e a scavarsi un letto meno incerto formando e delimitando un territorio decisamente fertile. L’acqua diventò allora una preziosa risorsa per gli abitanti dei luoghi, utile per le coltivazioni, come via di comunicazione e come elemento naturale di difesa.
Il popolamento della zona si può far risalire al quarto millennio a.C., come dimostrano i ritrovamenti di alcuni esemplari di fauna (Bisonte antico, cervidi) e di manufatti in buona parte conservati nel Museo civico di Crema (frammenti di pietra lavorata, punte di frecce, asce in pietra).
Le successive testimonianze in bronzo e i reperti ceramici consentono di risalire ad alcune popolazioni che si stabilirono sul territorio cremasco in epoca preromana: i liguri, i veneti e sicuramente le varie etnie celtiche di insubri e cenomani.
Nel III secolo a.C. i romani sconfissero le tribù insediate nella Gallia Cisalpina e ne occuparono le terre deducendo proprie colonie a Milano, Bergamo, Treviglio, Lodi, Piacenza, Pavia, Cremona. La loro presenza in area cremasca nei secoli successivi è documentata da testimonianze diffuse, che divengono più consistenti nell’epoca tardoimperiale. In proposito va ricordato che la vicinanza di Milano, capitale dell'impero dal 286 al 402 d.C., diede sicuramente impulso a uno sviluppo demografico ed economico del territorio, di cui beneficiò soprattutto Palazzo Pignano che si affermò come un importante insediamento: nell'attuale sito archeologico sono stati recuperati i resti di una villa tardoromana con edificio cultuale e forse di un più vasto complesso (ben documentati in un'apposita sala del Museo civico di Crema).

Le origini di Crema sono legate all'invasione longobarda del VI secolo d.C.; il nome deriva probabilmente dal termine longobardo "Crem" che significa "altura". Secondo la tradizione, la fondazione della città risalirebbe al 15 agosto 570 quando, di fronte alla minaccia rappresentata dall'invasione longobarda, gli abitanti della zona trovarono rifugio nella parte più elevata dell'"isola della Mosa", approntandola a difesa sotto la guida prima di Cremete, conte di Palazzo, e poi di Fulcherio. Da questi due personaggi deriverebbero perciò i toponimi Crema e Insula Fulcheria. Secondo altre fonti la sua fondazione risale al IV secolo d.C., quando Milano era capitale dell'Impero romano d'Occidente. Un'altra versione invece parla di un più antico insediamento Celtico o Etrusco.

La prima occorrenza di Crema nei documenti storici risale all'XI secolo come possedimento dei conti di Camisano. In seguito venne governata da Bonifacio marchese di Toscana e sua figlia Matilde. Nel 1098 Matilde diede in dono la città al vescovo di Cremona. Durante questo periodo l'agricoltura prosperò e l'Ordine degli Umiliati introdusse la lavorazione della lana, che fu una delle principali aree economiche fino al XIX secolo.

Federico I Barbarossa stava attuando un disegno politico che aveva lo scopo di instaurare il potere imperiale a sfavore delle autonomie dei comuni. In tale contesto si introduce la secolare diatriba tra Crema e Cremona, le cui cause, forse, sono da rilevarsi nelle disattenzioni di Crema di fronte ai diritti e ai privilegi che i vescovi di Cremona avevano su parte dell'Isola Fulcheria. Si tenga inoltre presente che l'alleanza tra Crema e Milano era vista come l'estendersi del predominio della metropoli verso Cremona, e come un pericoloso avanzare dell'influenza di Milano verso il Po.
Crema come "testa di ponte" verso il sud della Lombardia: una minaccia troppo grande per tutte quelle città che basavano la loro economia sui traffici commerciali lungo il fiume Po; così a partire dall'anno 1098 la fortezza di Crema fu utilizzata per il primo di una serie di battaglie contro Cremona che aveva la sua giurisdizione sull'Insula Fulcheria grazie ad una concessione dell'imperatore Enrico III (1055) successivamente rinnovata da Matilde di Canossa (1098).

Ecco quindi l'idea di rivolgersi a Federico I, la cui discesa in Italia aveva lo scopo di attuare il suo programma contro le spinte autonomistiche e le ribellioni dei comuni: un'occasione troppo grande per Cremona per progettare un assedio nei confronti della città cremasca.

In un incontro avvenuto nell'inverno 1159 a Casale Monferrato, i cremonesi riuscirono a convincere l'imperatore a muovere l'esercito verso Crema: una sconfitta sarebbe stata monito per Milano, assai ribelle nei confronti del monarca teutonico. Inoltre i cremonesi offrirono a Federico I 15.000 marche d'argento.

La città aveva un centro storico più piccolo di quanto non lo sia ora. Sorta su un dosso ai margini orientali dell'Isola Fulcheria, la città, come racconta lo storico Rahewino al seguito dell'imperatore, nel XII secolo appariva circondata da duplice alta muraglia con profonde fosse colme d'acqua. Certamente era una città che non soffriva di approvvigionamento idrico: numerosi dovevano essere i pozzi scavati all'interno dell'abitato. Inoltre era ben difesa da uno spazio paludoso, da individuarsi nell'area del Moso, che in caso d'assedio avrebbe permesso di sfruttare percorsi misti terra-acqua – noti solo ai locali – e provvedere quindi alle scorte alimentari.

Il 2 febbraio 1159 l'imperatore inviò a Crema alcuni delegati per consegnare l'ingiunzione a distruggere le mura e colmare le fosse. L'ingiunzione fu respinta e vi fu un tentativo di linciaggio nei confronti degli ambasciatori dell'imperatore.

Il 2 luglio i cremonesi, al seguito del vescovo Oberto da Dovara, presero posizione ai limiti delle fosse di fronte a porta Ripalta. Nei giorni a seguire arrivarono gli altri contingenti: le truppe dell'imperatore si stanziarono tra porta Serio e porta Ripalta; le truppe guidate dal fratello di Federico I, il duca Corrado, si posizionarono di fronte a porta Ombriano; il duca Federico, figlio di Corrado, prese posizione tra porta Ombriano e porta Pianengo. Le truppe pavesi coprirono l'ultimo tratto, tra porta Pianengo e porta Serio; infine, giunse il duca Guelfo di Baviera che si schierò davanti a porta Serio, cosicché Federico spostò le sue truppe tra porta Ripalta e porta Ombriano con in mezzo il grande castello.

Le operazioni di posizionamento terminarono definitivamente nell'ottobre 1159, ma già prima si erano avuti scontri: durante una sortita alcuni cremaschi tentarono con un effetto sorpresa di bruciare il mangano, ma trovarono pronte le sentinelle di difesa che ingaggiarono una dura lotta. Quattro cremaschi furono catturati: ad uno fu mozzato il capo, ad un secondo staccarono i piedi, ad un terzo tagliarono le braccia, il quarto fu ferito mortalmente. Altri per sfuggire a simili sevizie tentarono la fuga nelle fosse ma perirono annegati.

Questo fu l'episodio che convinse l'imperatore a iniziare l'attacco: dopo un primo tentativo, non andato a buon fine, di colmare parte della fossa per portare i macchinari in prossimità delle mura, Federico ottenne entusiasticamente dai lodigiani di avere tutto il materiale (botti, fascine, legna e quant'altro di utile) per riempire il fossato.

Nel mese di dicembre la via era pronta e i germanici iniziarono a muovere il gatto seguito dalla torre mobile, ma il continuo lancio di pietre incendiarie ne bloccava l'avanzata.

Qui si inserisce l'episodio più noto e tragico: dopo aver coperto la torre con cuoi e panni bagnati l'imperatore fece appendere, letteralmente, alcuni ostaggi cremaschi e milanesi. Pensava in tal modo che gli assedianti avrebbero desistito dal lancio di pietre per non ferirli. Ma i cremaschi, forse incitati dagli stessi ostaggi, continuarono a colpire la torre che fu costretta ad arretrare. Molti ostaggi perirono e la cronaca di Ottone Morena, che seguiva l'assedio, ne ricorda alcuni nomi: tra i milanesi Codemalo di Pusterla, Anrico di Landriano, e altri due. Fra i Cremaschi Presbitero di Calusco, Trotto di Bonate, Aymo di Galliosso e altri due. Ad Alberto Russo di Crema furono spezzate le gambe, a Giovanni Garesi ruppero un braccio. Il Morena ricorda anche i nomi dei sopravvissuti: Negro Grasso, Squarzaparte di Businate, Ugo Crusta e molti altri di Milano; e inoltre i cremaschi Giovanni Garesi, Arderico Bianco, Alberto Rufo, Sozone Berondi e molti altri.

Il gatto, tuttavia, poté avanzare e permise di azionare l'ariete che operò uno squarcio nelle mura. Il 6 gennaio anche la torre riprese lentamente il suo cammino e a nulla valsero i lanci di barili incendiari da parte dei cremaschi. Da parte degli assedianti la copertura di arcieri e balestranti mise in serie difficoltà gli assediati e qui avvenne l'episodio chiave dell'intero assedio: il tradimento di Marchese (o Marchisio) l'ingegnere militare che aveva costruito le macchine da guerra cremasche. Ignoti sono i motivi e le modalità di questo episodio, ma una volta passato al nemico progettò un ponte e una nuova macchina d'assedio, che assieme alla già citata torre, poté avanzare sul tratto di fossato ormai già colmato.

Il 21 gennaio avvenne l'attacco finale; un grande ponte di 40 braccia per 6 (circa 24 per 3,6 metri) fu appoggiato alle mura ed un altro più piccolo partiva dalla torre mobile. Pur mancando il coordinamento tra i due ponti con qualche difficoltà degli assedianti, molti dei quali vennero annientati, le truppe imperiali riuscirono comunque a salire sulle mura. La città fu così sotto il tiro delle balestre e degli archi e non poté più sopravvivere in tali condizioni: il 25 gennaio avvenne la resa.

Sottoscritta da cremaschi, milanesi e bresciani la decisione della resa, iniziò l'esodo degli occupati, probabilmente circa 20.000 persone, che dovettero uscire con il poco che potevano portare con sé; successivamente le truppe incendiarono la città e demolirono ciò che ne rimaneva, incluse le chiese. Un editto stipulato dallo stesso imperatore nel 1162 a Lodi ne vietava la ricostruzione.

Tuttavia nonostante le reciproche diffidenze, i comuni riuscivano finalmente a organizzarsi nella Lega Lombarda (1167) che nel 1176 otteneva una decisiva vittoria sulle truppe imperiali nella battaglia di Legnano.

Dopo la pace di Costanza (1183) l'imperatore sanciva la legittimità della Lega e i comuni riuscivano a riottenere gran parte della loro autonomia e se ne avvantaggiava Milano e assieme a questa il comune di Crema, suo fedele alleato: l'editto di Lodi veniva revocato e i cremaschi potevano finalmente ricostruire la loro città.

Iniziava anche un tentativo di normalizzazione dei rapporti con la città di Cremona, fino a giungere ad un primo, storico accordo avvenuto nel 1202 nei dintorni del Santuario della Beata Vergine del Marzale.

Nei reggimenti più piccoli dell'entroterra veneto, come quello di Crema, le figure di podestà e capitano erano unificate in un'unica persona che aveva, quindi, potere civile militare e giudiziario sull'intera provincia.

Nel 1361 la città venne funestata dalla peste. Racconta Pietro Terni nella sua Storia di Crema: "Crema a tale estremo era ridotta che più non si trovava chi, nel disperato caso, degli infermi cura togliesse: tutti infettati erano, né l'uno all'altro poteva dar soccorso."
Fu in tale circostanza che i cremaschi cominciarono a venerare con particolare devozione la figura di San Pantaleone. Narra ancora il Terni: "Il glorioso Redentore, volendo i miracoli del Santo al mondo manifestare, la mente aperse ai poveri ammalati perché ricorrere dovessero a San Pantaleone. Uniti insieme alcuni di loro il meglio che poterono, fecero voto al glorioso Santo di alcune annuali oblazioni e lo tolsero per patrono, che prima avevano Sant'Antonio, San Sebastiano e San Vittoriano. Fatto il voto, subito, nel decimo giorno di giugno, rimase la terra talmente dalla malvagia sorte liberata, che pare che dal vento fosse lo contagio levato. Dicesi che il Santo protettore fu veduto in aere sopra la terra con la mano distesa, come nel suggello maggiore la Comunità scolpito mostra; havuta la grazia, ordinarono le processioni annuali nel giorno della liberazione, che fu ai dieci di giugno, di tutte le arti ed huomini di Crema e del territorio, come fino ai giorni nostri si costuma."
Dal che si comprende perché la festa patronale di Crema ricorra il 10 giugno, mentre nel calendario ecclesiastico San Pantaleone è ricordato il 27 luglio, giorno della sua morte nel 305 a Nicomedia di Bitinia (oggi Izmit, in Turchia) nel corso della persecuzione voluta da Diocleziano al principio del IV secolo.
Il podestà e capitano veniva eletto dal Maggior Consiglio di Venezia tra i membri delle più prestigiose famiglie patrizie venete e la sua carica durava generalmente sedici mesi. Era affiancato da un giudice del maleficio e da un vicario pretorio: il primo era, in pratica, un giudice penale, il secondo si occupava di questioni civili.

Le entrate pubbliche erano curate da due Camerlenghi, mentre la custodia della rocca era affidata ad un castellano. Tutte e tre le figure erano scelte tra patrizi veneti. Il governatore delle armi, invece, poteva essere anche cremasco.

Il podestà e capitano sovrintendeva un Nobile consiglio (i cui componenti erano appunto blasonati), la cui carica fino al 1519 durava tre anni, quindi a vita. Potevano entrarvi i patrizi con età superiore a 25 anni. Tra questi venivano scelti tre provveditori (con durata semestrale per due di essi, il terzo annuale) che coadiuvavano il podestà e capitano. All'interno del Nobile consiglio i membri potevano essere eletti deputati a particolari compiti (lavori pubblici, Monte di pietà, monasteri, ospedali, edilizia, ecc.)

Il podestà risiedeva nel Palazzo pretorio.

In qualità di provincia veneziana dell'entroterra, Crema ottenne numerosi privilegi e fu al riparo dal declino economico del vicino Ducato di Milano sotto il dominio spagnolo. Mantenne una sostanziale autonomia che permise la progettazione di nuove costruzioni. Esse includevano la nuova cinta muraria, la ricostruzione del Palazzo Comunale (1525-1533), il Palazzo della Notaria, ora Palazzo Vescovile. Nel 1580 Crema divenne sede vescovile e fu costruito il santuario di Santa Maria della Croce (1490).

Secondo i documenti custoditi negli archivi della Diocesi, Crema fu anche la città d'origine dei Mastai Ferretti, la famiglia senigalliese di papa Pio IX. Secondo una ricerca operata dal parroco del paese d'origine dei Visconti, anche il famoso Innominato, descritto da Manzoni nei Promessi Sposi, aveva origine cremasca da parte di madre. Vissuto ai tempi in cui Crema era sotto il dominio della Serenissima, aveva appezzamenti agricoli dalle parti di Bagnolo, pur essendo nato e vissuto nel Palazzo Visconti, Palazzo a Brignano Gera d'Adda, un gioiello di architettura e di fasto vicino a Crema. Brignano era sotto il dominio del Ducato di Milano, perciò a Francesco Bernardino Visconti (l'Innominato) capitò di rifugiarsi nel palazzo Martini, che allora era sotto il Dominio della Repubblica di Venezia e che apparteneva alla famiglia di sua madre Paola Benzoni. In tal modo Francesco Bernardino sfuggiva alla giustizia milanese ed anche trovava asilo in una piccola città dove nella Parrocchia della Cattedrale di Crema, un Benzoni, Leonardo Benzoni figlio di Soccino Benzoni, si laureò alla Sorbona a Parigi e, successivamente, divenne vescovo (non a Crema); era stato quindi un esponente religioso importante (su un capitello del Palazzo esiste tuttora lo stemma di Leonardo Benzoni, un cappello vescovile che sovrasta un cane, simbolo dei Benzoni. Per queste circostanze il nipote di Leonardo Benzoni, Francesco Bernardino Visconti (l'Innominato), poteva sperare di ricevere un maggior riguardo a Crema rispetto a quello che gli sarebbe toccato nel Ducato di Milano, oltre all'inopinabile vantaggio di cambiare velocemente Stato e confini politici in caso di necessità (dal Ducato di Milano alla Repubblica di Venezia) e, quindi, uscire in breve tempo dalla giurisdizione milanese.

Non si poté evitare il diffondersi in territorio cremasco della terribile peste manzoniana nel 1630 (le cronache riferiscono di 10.000 morti), con un lazzaretto allestito a Santa Maria della Croce e il cimitero a San Bartolomeo “alle ortaglie”, che da allora venne chiamato “ai morti”.
Nel 1648 la Serenissima chiese denari anche a Crema per fronteggiare le spese della guerra contro i turchi, e a tal fine vennero confiscati i beni dei monasteri di San Domenico, San Benedetto e Sant’Agostino. Allo stesso scopo Gasparo Sangiovanni Toffetti donò 60.000 ducati a Venezia, che lo ricompensò iscrivendolo nell’albo d’oro della nobiltà veneta (unico cremasco a ottenere un simile onore dopo i Benzoni).
Anche nel XVIII secolo la città poté vantare il nome illustre di Mauro Picenardi in campo pittorico e continuò ad arricchirsi di palazzi privati (Terni-Bondenti, Albergoni-Arrigoni), di chiese (quella del Salvatore all’interno dell’Ospedale maggiore, l’oratorio detto del Quartierone, le ricostruzioni della Santissima Trinità, di San Giacomo, di Sant’Antonio Viennese e la pesante alterazione in stile barocco del Duomo) e di un teatro (1716-23), realizzato però in modo tanto insoddisfacente che si decise di ricostruirlo su progetto di Giuseppe Piermarini nel 1782-86.
L’istituzione di un’Accademia di agricoltura (1769) fu la concreta testimonianza della diffusione anche a Crema della cultura illuminista e dell’interesse per il progresso delle scienze applicate. Fiorirono come sempre gli scambi commerciali (Fiera di San Michele) e si provvide a un generale riattamento delle strade cittadine, sorsero le fabbriche di campane (Crespi) e nacque l’arte organaria, che da allora ebbe una lunga e prestigiosa tradizione coltivata fino ai giorni nostri.
Con il XVII secolo ebbe inizio la decadenza della città, causata dal fallimento delle sue attività industriali, anche se l'agricoltura continuò ad essere fiorente. Nel 1796 venne fondata l'Accademia dell'Agricoltura. Dopo la caduta della Serenissima nel 1797, l'Esercito Francese depose l'ultimo podestà e creò la cosiddetta "Repubblica Cremasca", annessa dopo pochi mesi alla Repubblica Cisalpina. Crema divenne capoluogo (insieme con Lodi).

Il museo ospita la riproduzione in ceramica della più antica carta del Cremasco, risalente al XV secolo: l'originale è conservato presso il Museo Correr a Venezia
dell'effimero Dipartimento dell'Adda, e in seguito fu annessa al Dipartimento dell'Alto Po, con capoluogo Cremona.

La fine del secolo XVIII, a Crema come nel resto d’Italia e d’Europa, fu squassata dai grandi sconvolgimenti portati dalla Rivoluzione Francese prima e dalle guerre napoleoniche poi. La campagna d’Italia (1796-97) fruttò a Napoleone la conquista di tutta la Lombardia: il 27 marzo 1797 un drappello di dragoni francesi entrò in Crema senza incontrare alcuna resistenza, arrestò l’ultimo podestà veneto della città e vi istituì la municipalità che portò per una brevissima stagione il vanaglorioso titolo di Repubblica di Crema, assorbita dopo soli due mesi nella ben più ampia Repubblica Cisalpina. Cessò così, senza colpo ferire, la plurisecolare dominazione veneta sulla città: le insegne di San Marco furono rimosse, il seminario soppresso così come gli ordini religiosi e i loro conventi (Sant’Agostino, San Francesco, San Domenico, poi utilizzati come caserme), gli oggetti preziosi delle chiese e della diocesi confiscati, il tribunale dell’Inquisizione abolito.
Il dominio francese comportò per Crema, oltre alle varie soppressioni e confische, all’applicazione del codice napoleonico e delle nuove leggi (frazionamento delle proprietà, uguaglianza di tutti di fronte alla legge, coscrizione obbligatoria) e alla diffusione dell’istruzione e delle idee liberali, anche la decadenza dei privilegi connessi al suo precedente status di territorio di frontiera e di capoluogo di provincia.
I fatti principali verificatisi a Crema in quei primi lustri del XIX secolo furono la scossa di terremoto che il 12 maggio 1802 danneggiò il Duomo e la basilica di Santa Maria della Croce, la realizzazione di lampioni a olio per l’illuminazione pubblica notturna (1802), l’abbattimento e ricostruzione con funzione ornamentale di Porta Serio e Porta Ombriano (1804-7), la demolizione del castello di Porta Serio e l’apertura del cimitero comunale (1809).
La sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), poi ribadita da quella di Waterloo (1815), determinò il crollo del suo impero e la restaurazione degli antichi sovrani sancita dal congresso di Vienna. Il ritorno degli austriaci in Lombardia significò per il territorio cremasco l’inquadramento nella neocostituita provincia di Lodi e Crema (24 gennaio 1816), che solo formalmente poneva sullo stesso piano le due città: in realtà il capoluogo provinciale e il centro della vita amministrativa fu Lodi.
Il successivo trentennio di dominio austriaco si rivelò sostanzialmente positivo: pur senza gli antichi privilegi, per Crema fu un periodo di benessere e di tranquillità nel corso del quale venne promossa soprattutto l’agricoltura, con la diffusione della stabulazione del bestiame, l’incremento delle produzioni lattiero-casearie, l’introduzione dell’allevamento del baco da seta, la coltivazione e la tessitura del lino.
L’economia agraria tuttavia, basata sul controllo delle grandi proprietà terriere (appannaggio dei nobili), andò perdendo vigore mentre si affermava la nuova classe borghese impegnata nelle attività manifatturiere e nei commerci. Dal 1843 Crema fu collegata con Milano da un servizio giornaliero di diligenze e la Cassa di risparmio delle province lombarde aprì in città una propria agenzia. Da segnalare la demolizione della chiesa di Sant’Agostino, l’istituzione del corpo dei pompieri (1835) e la creazione del Campo di Marte per le manovre della guarnigione militare (1847).
Il definitivo declassamento amministrativo pubblico (seguito all'inserimento nella provincia di Cremona) diede per converso un nuovo impulso all’iniziativa privata, alle sue capacità imprenditoriali e al rafforzamento delle strutture produttive. La necessità di far fronte a una situazione di concorrenzialità senza potersi più giovare di misure protezionistiche liberò energie e potenzialità insospettate. Crema, pur mantenendo un’alta produzione agricola grazie all’adozione di tecniche d’avanguardia e di forme consortili, associative e cooperativistiche, assunse immediatamente il ruolo di polo industriale e produttivo di tutta la provincia (il linificio Maggioni, aperto a Crema nel 1862, fu la prima industria cremonese) in forza del ricorso alle nuove tecnologie e alla creazione di solide strutture commerciali e creditizie (Banca Popolare Agricola di mutuo credito, Casse rurali e artigiane), indispensabili per lo sviluppo della sua vivace economia.
Anche l’attività artigianale seppe adeguarsi alle mutate condizioni dei tempi, com’è testimoniato dalla nascita delle fabbriche d’organi di Pacifico Inzoli nel 1867 e di Giovanni Tamburini nel 1893, che rinnovarono una tradizione settecentesca portandola a livelli d’eccellenza internazionale mantenuti fino ai nostri giorni.
Un altro essenziale fattore di sviluppo fu l’attenzione per l’istruzione e la cultura: nel 1860 fu aperta la scuola normale (magistrale), nel 1863 la scuola tecnica, nel 1864 le scuole serali, la biblioteca comunale (diretta da don Giovanni Solera) e l’asilo infantile Principe Umberto, nel 1899 la scuola serale popolare di commercio.
Lo sviluppo della città proseguì nel Novecento con la realizzazione di collegamenti più veloci, non solo automobilistici (servizio di linea Crema-Codogno, 1912) ma anche telefonici (linea Crema-Lodi-Milano, 1904), a tutto vantaggio delle attività imprenditoriali. In campo industriale vanno ricordati gli importanti insediamenti della Ferriera di Crema Stramezzi & C. (1913) e della Società Serio (poi Everest, poi Olivetti, 1932-1992), mentre per l’agricoltura nel 1914 fu aperta una stazione sperimentale di batteriologia agraria.

vista del fabbricato d'ingresso al piccolo parco ChiappaAltre opere di particolare rilievo furono il restauro della facciata del Duomo (1913-16), il collaudo dell’acquedotto pubblico (1917) e, dopo la I guerra mondiale cui anche Crema pagò il proprio tributo di uomini, la creazione del Civico istituto musicale Luigi Falcioni (1919), l’inaugurazione del velodromo (1922), l’illuminazione elettrica in sostituzione dei fanali a gas (1930), la costruzione della rete fognaria (1933) e l’abbassamento di 30 centimetri del livello di calpestio di piazza Duomo (1936-37).Il tribunale, istituito nel 1862, venne soppresso nel 1923 e di nuovo ricostituito nel 1948, mentre il comune di Crema allargava confini territoriali e giurisdizione amministrativa inglobando i precedenti comuni autonomi di Ombriano, Santa Maria della Croce e San Bernardino (1928).

Nel 1928 furono aggregati alla città di Crema i comuni di Ombriano, San Bernardino e Santa Maria della Croce.

L'economia era caratterizzata nel secolo scorso dall'agricoltura, con produzione di foraggi, cereali (degna di nota quella del grano), pioppi, e dall'allevamento nel contesto dell'economia provinciale. Dagli anni settanta, sono presenti aziende casearie e importanti aziende alimentari in generale, oltre a industrie metallurgiche, meccaniche, elettroniche e tessili.

Un aspetto notevole dell'artigianato è costituito dalle fabbriche di organi musicali; tale settore venne portato a livelli di eccellenza da Pacifico Inzoli nel 1867 e da Giovanni Tamburini nel 1893. I due maggiori organi italiani esistenti (16.000 canne) del duomo di Milano e di Messina, tra i più grandi d'Europa, sono opera degli organari cremaschi. La città è anche sede di un'importante azienda energetica la Enercom.

Nel XX secolo, dalla fine degli anni sessanta sino al 1992 l'Olivetti ha avuto un importante polo produttivo nella città lombarda, che arrivò a toccare quota 3150 addetti nel 1971 e che all'atto della chiusura nel 1992 contava ancora 700 dipendenti. L'Olivetti arrivò in città alla fine degli anni sessanta acquisendo l'area industriale di via Mulini, dove si trovava la Serio-Everest, un'azienda fondata nel 1929 da sette fuoriusciti dalla Said di Milano, Società anonima italiana dattilografia. La Serio-Everest è stata la prima azienda al mondo a produrre una macchina da scrivere con tastiera a 4 file di tasti invece che 3. Arrivò a contare 1.600 addetti e fu inglobata dall'Olivetti a partire dal 1967.

Attorno all'azienda a Crema si formò poi un'area, abitazioni, centro ricreativo e aziende. Dopo la fine della storia dell'Olivetti l'area di via Bramante è stata recuperata grazie all'insediamento del Polo informatico dell'Università di Milano e di diverse aziende tecnologiche che hanno recuperato l'area. La storia di Serio-Everest e Olivetti a Crema è stata raccontata nel 2002 dalla pubblicazione "Dalla Everest all'Olivetti" edita dal Centro di ricerche Alfredo Galmozzi.

Pietro da Terno nella sua Historia cita un’antica cronichetta scritta a mano ove la nobeltà et la grandezza indicavano i fasti e le glorie di un antico popolo scomparso e di una sontuosa corte ove venne accolto il re dei Longobardi onorifficentissimamente e molti altri prìncipi tra cui Milano etc. Sempre il Terni scrive che Alboino fu il primo re dei Longobardi e che da due anni ruinava e destrugeva le cità d’Italia e che costrinse Cremes Cremete a fugire da Palazzo Pignano et a rifugiarsi supra un’insula circumdata da una selva che solo con le navicule si poteva approdare: et cusì fu che il conte Cremete dette principio a una nova città e a una nuova patria.
Era il 15 agosto del 570, anno secondo del regno di Alboino, Cremete radunò i fuggiaschi in una chiesetta costruita su quell’insula dedicata a santa Maria Assunta della Mosa. Accanto a quella rudimentale chiesetta vi era una rocchetta posta ad oriente,quell’isolotto era detto della Mosa. Fu così che iniziò la fundatione di una nuova città che il conte di Palazzo Pignano volle chiamare Crema.
Morto Alboino, schiacciato dal suo cavallo, mentre entrava in Pavia, fu eletto come secondo re dei Longobardi per alcuni scrittori Cheplen per altri Daplon. Cremete si sottomise ai Longobardi, e fu così che la città crebbe in pace fra le paludi e le acque in riva al fiume Serio, costruendo nuove case e bonificando le terre circostanti per mano dei contadini, dei cacciatori e dei pescatori. Vennero tagliate le selve e i boschi, e così la nostra terra di buone valli fu circondata.
A ottobre di un anno imprecisato la Gallia Cisalpina venne inondata da un’alluvione ed anche il cremasco fu sommerso e colpito poi dalla peste. Queste calamità accaddero nei primi dieci anni dopo l’avvento dei Longobardi. Un nuovo re venne eletto: Authari che volle per isposa la piissima Teodolinda, figliuola del re dei Boiavari (Bavaria) si unirono in Verona con solenni nozze ivi incaminadosi alla volta di Pavia capitale del loro popolo. A Crema si fermarono ospitati dal conte Cremete e longa dimora fecero.
Re Authari alla fine dell’anno sesto del suo regno morì e Teodolinda scelse quale secondo marito il duca di Torino Agiliulfo. Si sposarono a maggio dell’anno seguente, in quel tempo Cremete aveva cinto l’oppido di crema con delle mura di bona altezza, quando il territorio fu investito da una siccità che durò da gennaro a settembrio et sciami di locuste divorarono quel poco di verde rimasto. Il seguente inverno il cremasco venne avvolto da un grande gelo et le vigne e gli alberi morirono e sui cremaschi calò una grande carestia riducendo la popolazione al lumicino.
Questi eventi furono annunciati da una grande cometa, quale la sira et matina molte volte apparve cum signi sanguinoi che in forme d’aste la note in cielo apparevano. Passarono ventiquattro anni di pace e così tanto avevano costruito dentro le mura che non vi era più spazio per nuove dimore. Ospite di Cremete, giunse in città Agilulfo ed insieme su un’imbarcazione si diressero verso oriente ove costruirono un nuovo borgo a cui venne dato per nome San Benedetto, in onore della preesistente chiesetta.
A Crema oramai confluivano sempre più genti, tanto che il Signore di Crema decise di costruire verso occidente San Sepolcro, un altro borgo. L’anno seguente ancora più moltitudine ai cremaschi si unì, e fu necessario aggiungere il terzo borgo, e si mise mano al luogo chiamato San Pietro, innalzato fra settentrione e oriente. La pace stipulata dal conte Cremete con Agilulfo si acclarò quando per bramosia di terre e nuovi domini il re Longobardo inviò le sue orde contro Cremona e contro Mantova che vennero destructe et ruinate al punto che i raminghi vennero accolti dai cremaschi. Secondo alcune fonti storiche la distruzione di Cremona e Mantova è data 597 per altre il 603.
La condizione di questa buona sorte che aleggiava su Crema era il desiderio di Teodolinda che impose a Cremete il pegno d’abbandonare la religione pagana con i suoi idoli e così si giunse nel 597 quando Cremete morì Cremetibus obitus, non avendo avuto figli. Al re Agilulfo rimase Crema in eredità. Cremete signoreggiò per 47 anni e nove mesi e al comando della città per volontà del re fu posto il suo figliolo di nome Adoloaldo. Fonte Pietro da Terno,  Don Luigi Coti Zelati Palazzo Pignano, la Pieve Antica.

Persone legate a Crema:
Balugano da Crema, architetto del XIII secolo
Agostino de Fondulis (Crema, XV secolo-XVI secolo)
Giovanni Battaggio (Lodi, XV secolo-XVI secolo), progettista della basilica di Santa Maria della Croce
Luigi Manini (Crema 1848 - Brescia 1936), architetto e scenografo
Sigismondo Martini (Crema, 1883 - Milano, 1959)
Amos Edallo (Castelleone, 1908 - Crema, 1965), architetto e scultore
Beppe Ermentini (Crema, 1919 - 2003)
Alessandro Savelli (Crema, 1909 - 1971)
Giovanni Moretti (Crema, 1909 - 1971)
Bruno Mazza (Crema, 1924 - 2012)
Mario Bergamaschi (Crema, 1929)
Mauro Bicicli (Crema, 1935 - 2001)
Gianni Meanti (Crema, 1935 - 2009)
Giuseppe Doldi (Crema, 1950)
Adriano Cadregari (Crema, 1954)
Giacomo Ferri, (Crema, 1959)
Riccardo Ferri (Crema, 1963)
Alessio Tacchinardi (Crema, 1975)
Daniele Degano, (Crema, 1982)
Mattia Marchesetti (Crema, 1983)
Alessio Manzoni (Crema, 1987)
Ivan Quaranta (Crema, 1974)




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