domenica 17 maggio 2015

ARIBERTO DA INTIMIANO



Ariberto nacque intorno al 970-980 da Gariardo (figlio di Wipaldo) e da Berlinda; la famiglia possedeva, oltre a beni nel territorio bergamasco, anche numerose corti in Brianza, tra cui quella di Antimiano (o Intimiano o Antegnano) presso Cantù, dalla quale originava, la corte di Calco, il castello di Giovanico (Vighizzolo di Cantù), la Curia Picta (Corbetta), un castello nella corte di Merate (sul quale nel Settecento venne costruito palazzo Prinetti) e numerose altre terre.
Nel 998 Ariberto era suddiacono della Chiesa milanese; il 2 luglio 1007 riconsacrava la basilica di S. Vincenzo a Galliano (Cantù), della quale era custode, con le reliquie di  S. Adeodato, supposto figlio di S. Agostino (in realtà un sacerdote morto nel 525 e scambiato per il santo in seguito a un'errata interpretazione della lapide sepolcrale).  La basilica venne rifatta per rialzare il presbiterio onde ricavare una cripta nella quale deporre i corpi dei santi; ne conseguì l'adattamento dell'abside, che fu decorata con affreschi, tra i quali figura lo stesso Ariberto che dona il modello della Chiesa. Dopo il 1018 Ariberto farà costruire accanto alla basilica un battistero a due piani, un unicum architettonico.

L'arcivescovo di Milano non ha mai avuto un titolo comitale come legittimazione del suo potere, eppure in un diploma di Enrico III il Nero si afferma che Ariberto disponeva a un suo cenno di tutto ciò che avveniva nel Regno d'Italia. Nel 1019 partecipò alla dieta di Strasburgo e chiese formalmente all'imperatore Enrico II il Santo di scendere in Italia. Per comprendere quale fosse l'autorità anche civile di cui godeva l'arcivescovo Ariberto in quel periodo, si pensi che il marchese Ugo, conte del distretto di Milano, quindi quello che oggi definiremmo il "funzionario pubblico", teneva i suoi giudizi nel palazzo arcivescovile, per concessione e in presenza dell'arcivescovo stesso.

Ariberto partecipò al sinodo di Pavia del 1022, convocato dall'imperatore Enrico II e da papa Benedetto VIII per affrontare la questione della riforma del clero. In questa sede si affrontò anche la questione del clero ammogliato, che a Milano costituiva ancora la norma, ma da un punto di vista esplicitamente economico (il problema dei servi delle chiese, poi ordinati preti, che si sposavano con donne libere, generando quindi dei figli liberi che poi reclamavano una eredità dai possedimenti delle chiese stesse: come reazione il sinodo proibì il matrimonio di tutti i chierici, disposizione ampiamente disattesa nei decenni seguenti).

Nel 1026, a Milano, fu Ariberto a incoronare re d'Italia Corrado II il Salico.

Nel 1028 Ariberto era impegnato nella visita della diocesi suffraganea di Torino: interrogando il capo di un gruppo religioso sospettato di eresia, l'arcivescovo venne a sapere che gli abitanti di Monforte d'Alba (oggi in provincia di Cuneo) interpretavano in modo allegorico il dogma trinitario, negavano la necessità dei sacramenti e quindi del clero: molto probabilmente questa popolazione aveva abbracciato il catarismo. In quello stesso anno, forze militari alle dipendenze di Ariberto espugnarono il castello di Monforte: l'intera popolazione della zona venne deportata a Milano e invitata ad abiurare la propria fede. La maggior parte di loro rifiutò e venne arsa sul rogo. La zona di Milano in cui gli eretici di Monforte vennero imprigionati, da allora porta il nome del paese di provenienza delle vittime: Corso Monforte.

Ariberto incarna lo spirito espansionistico di Milano nell'XI secolo, un espansionismo che si inquadra in un momento di fermento dell'intera società milanese dell'epoca e che si concretizzò in una estensione del potere temporale della Chiesa ambrosiana su altri territori dell'Italia settentrionale.

Nel 1025 alla dieta di Costanza, Ariberto ottenne il diritto di potere investire anche temporalmente il vescovo di Lodi come capo della città, e difatti alla prima occasione (1027) mise sulla cattedra di Lodi un canonico milanese, Ambrogio II di Arluno, suscitando l'ira della città lombarda.

Ariberto aiutò inoltre l'imperatore Corrado II a vendicarsi contro Pavia per la distruzione del palazzo regio attuata dalla città nel 1024. Si confermava così la secolare opposizione tra Milano e Pavia.

Al confine ovest della diocesi, Ariberto stabilì un saldo controllo sul monastero di Arona. Il possesso del monastero e il controllo del castrum permisero ad Ariberto di annettere alla diocesi di Milano altri territori che fino ad allora appartenevano alla diocesi di Novara.

Oltre che con Lodi, Pavia e Novara, Ariberto ebbe modo di scontrarsi anche con Cremona: Ariberto mandò suo nipote Gariardo ad invadere una pieve cremonese, la corte e l'intera pieve di Arzago d'Adda. Quando nel 1030, alla morte del vescovo di Cremona Landolfo, venne eletto dai Cremonesi il vescovo Ubaldo, Ariberto pose come condizione per l'ordinazione di Ubaldo stesso l'accettazione dell'occupazione fatta da Gariardo. L'imperatore Corrado II impose ad Ariberto di restituire a Cremona quei territori, ma quando Corrado rientrò in Germania, Ariberto tornò ad invadere la pieve di Arzago, cominciando anzi a esigere anche le rendite di altre due pievi cremonesi, Misano e Fornovo. L'obiettivo di Ariberto era quello di ampliare l'area della giurisdizione milanese anche alla zona allora abbastanza confusa dell'Isola Fulcheria, per arrivare poi al Po e controllare così i traffici dei beni preziosi che passavano dal fiume.

Nel 1034 Ariberto guidò una spedizione militare in aiuto all'imperatore Corrado II il Salico per la conquista della Borgogna.

Nel 1035 scoppiò a Milano una vera e propria rivoluzione (Wipone, biografo di Corrado II, la definisce magna confusio): avvenne uno scontro tra arcivescovo e vassalli maggiori (i capitanei) da una parte, e vassalli minori (i valvassori) dall'altra. I feudatari minori si sentivano minacciati dal potere sempre crescente di Ariberto e si ribellarono a lui. Inizialmente essi dovettero soccombere e uscire dalla città; ma a questo punto strinsero alleanza con loro tutti i nemici che Ariberto si era creato, in particolare gli abitanti del Seprio, della Martesana, e Pavia, Cremona e Lodi.

Si giunse così alla battaglia di Campomalo: fu uno scontro dai risultati incerti, ma l'uccisione di un potente alleato di Ariberto, il vescovo di Asti Alrico, segnò certamente un punto a svantaggio di Ariberto.

I feudatari minori, riuniti nella Motta, fecero appello all'imperatore Corrado contro Ariberto e i maiores (una sollevazione analoga era avvenuta a Cremona contro il vescovo Ubaldo). Corrado II, convinto che ormai Ariberto costituisse un pericolo per il sovrano, in quanto aveva accentrato nelle proprie mani troppo potere, scese in Italia (ma forse fu lo stesso Ariberto a chiamare Corrado, che in effetti dapprima si schierò dalla parte dell'arcivescovo). Dopo essere giunto in Italia e avere avuto colloqui con i rappresentanti della Motta, Corrado fece incarcerare Ariberto in una fortezza vicino a Piacenza. Dopo circa un mese, Ariberto riuscì a fuggire, fece ritorno a Milano dove venne accolto da trionfatore. Il gesto di Corrado venne visto come un insulto a Milano, e la solidarietà cittadina ebbe la meglio: tutte le parti, compresi i valvassori, si riaccostarono all'arcivescovo, che armò la popolazione e fortificò le mura della città.

Corrado II cinse d'assedio Milano. In quest'occasione fece la sua prima comparsa il Carroccio, divenuto poi simbolo della libertà comunale. Proprio durante questo assedio, Corrado emise una disposizione cui proprio i minores, i valvassori, aspiravano: con la Constitutio de feudis (8 maggio 1037) i valvassori ottenevano l'ereditarietà e l'inalienabilità delle loro terre e dei loro titoli. La Constitutio ebbe però l'effetto di compattare la classe dei milites (i nobili sia maiores sia minores) che si strinsero ancora di più intorno all'arcivescovo, vero garante degli interessi milanesi. A poco valse la scomunica dichiarata da papa Benedetto IX contro Ariberto. Corrado II dovette cedere (morì poi nel 1039). Nel 1040 Ariberto si riappacificò con Enrico III, figlio e successore di Corrado II, e ottenne la revoca della scomunica.

Nel 1042 si creò a Milano una nuova spaccatura , questa volta tra i nobili (maiores e minores uniti) e la plebs (certamente non gli strati più bassi della popolazione, ma piuttosto mercanti, proprietari terrieri non nobili, giudici e notai) guidata da Lanzone della Corte. Questa parte della popolazione, il cui potere era cresciuto anche grazie alla politica espansionistica di Ariberto, voleva partecipare al governo della città.

Questa volta Ariberto non riuscì a controllare la situazione, essendo ormai malato (dai documenti dell'epoca si nota che spesso non aveva neanche la forza sufficiente per firmare). I cives (la plebe) obbligarono tutti i milites (i nobili) ad uscire dalla città. Anche Ariberto dovette seguirli, e si trasferì a Monza (i suoi ultimi due testamenti, del 1044, sono stati redatti a Monza). Per intervento di Enrico III, che inviò i suoi missi, si giunse a una riappacificazione tra le parti.

Ariberto chiese di essere trasportato a Milano, dove morì il 16 gennaio 1045. La sua tomba si trova nel duomo di Milano: dopo di lui, non si ebbe mai più a Milano un vescovo così forte, capace di gestire interamente il potere della città.

Trascorse a Monza il periodo tra il 1042 e il 1045, anno della sua morte, e fu sepolto nel monastero di S. Dionisio, da lui fondato a Milano.Ariberto è annoverato fra le grandi figure di vescovi italiani del sec. 11°; quale committente di opere d'arte è paragonabile ai vescovi Varmondo d'Ivrea e Leone di Vercelli. Si devono a lui il battistero e la chiesa di S. Vincenzo a Galliano in Brianza e i relativi affreschi, la coperta (Milano, Tesoro del Duomo) di un evangeliario ormai perduto e quella di un evangeliario già nel tesoro del duomo di Monza, un Crocifisso proveniente dalla chiesa di S. Dionigi (Milano, Mus. del Duomo), un sacramentario (Milano, Bibl. Capitolare Metropolitana); ad A. è inoltre attribuita l'idea di costruire nel 1038 il carroccio.Gli affreschi di S. Vincenzo a Galliano, dove Ariberto è rappresentato in qualità di donatore, testimoniano il livello dell'arte milanese agli inizi del sec. 11°; il battistero di Galliano inoltre rivela modelli milanesi (S. Satiro e S. Aquilino). La coperta di evangeliario, adorna di smalti, conservata nel Tesoro del Duomo di Milano, richiama più spiccatamente le opere d'arte milanesi dell'epoca tardocarolingia e ottoniana, mentre il Crocifisso nel Museo del Duomo dev'essere posto in relazione con i crocifissi monumentali tedeschi (per es. il Crocifisso di Gerone nel duomo di Colonia); in entrambe le opere Ariberto è raffigurato come donatore. I confronti decisivi per le coperte degli evangeliari di Ariberto si trovano soprattutto su suolo tedesco; le fonti primarie delle opere promosse da Ariberto sono dunque l'arte dell'Italia settentrionale e milanese e quella ottoniana tedesca.

Una riproduzione della "Croce di Ariberto" è anche il simbolo della vittoria nel Palio di Legnano, corsa ippica che si svolge ogni anno nella città lombarda. La contrada vincitrice potrà esporre questa croce per un anno intero nella chiesa rionale, fino alla successiva edizione del palio.




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