domenica 17 maggio 2015

LA BASILICA DI GALLIANO A CANTU'



Il complesso monumentale di Galliano comprende la basilica di San Vincenzo e il battistero di San Giovanni Battista situati in cima ad un colle presente nell'area urbana di Cantù.

Si tratta di uno dei più noti monumenti dell'arte romanica lombarda anche se appartiene al periodo altomedioevale. L'edificio, datato 1007, si pone come una delle prime testimonianze organiche del formarsi del nuovo stile romanico.

Il toponimo Galliano deriva dalla popolazione vicana dei Gallianates, come risulta dall'ara romana dedicata Matronis Braecorium Gallianatium'.
Gli scavi archeologici condotti in questi luoghi hanno portato alla luce diverse testimonianze romane divenute frequenti dopo il 196 a.C., anno in cui Marco Claudio Marcello conquistò Como. A partire dalla metà del V secolo alle are ed alle iscrizioni che documentavano il culto di Giove, di Minerva, della Triade Capitolina e di alcune divinità locali, si sostituirono le prime epigrafi di cristiani.

Il borgo venne investito dal grande sforzo di evangelizzazione della Lombardia, voluto da Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397. Il momento di svolta per l'evangelizzazione delle regioni prealpine avvenne nel 386, quando Ambrogio inviò nel municipium di Como Felice, consacrandolo primo vescovo della diocesi di Como. A seguito di tali iniziative, nacque una comunità anche a Galliano, che edificò, a partire dal V secolo, una prima basilica paleocristiana ad aula unica, che serviva da pieve di Cantù.

Tra il V e il VI secolo esisteva, quindi, un edificio sacro dedicato a san Vincenzo di Saragozza con annesso forse un battistero. Da queste costruzioni proviene anche il pavimento a piastrelle geometriche di marmo bianco e nero, riutilizzato nel presbiterio sopraelevato della Basilica e nel Battistero, ancora esistente sotto il pavimento in cotto.

Nel X secolo si iniziò a ricostruire la Chiesa: a questo periodo risalgono le navate su cui Ariberto da Intimiano, intorno al 1000, fece innestare l'abside e la cripta. La Basilica fu riconsacrata da Ariberto, allora suddiacono e "custode" del sacro edificio (probabilmente ne era il proprietario per tradizione familiare). Una riprova sarebbero le epigrafi graffite sotto gli affreschi dell'abside che ricordano la morte del padre, del fratello e del nipote. Divenuta chiesa pievana e sede del Capitolo dei Canonici, per alcuni secoli la Basilica di S. Vincenzo godette particolare affetto tra i Canturini che donarono terreni ed altre proprietà: il lascito più antico risale al 1284.

Nel 1584 il Capitolo ed il Prevosto si trasferirono presso la chiesa di San Paolo, dopo che San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, trovò la Basilica e le case canonicali in condizioni di semiabbandono. In seguito il cardinale Federico Borromeo, durante la visita pastorale del 1616, prescrisse alcuni restauri per preservare la chiesa dalla rovina, ma le sue richieste non furono esaudite. Dalla metà del Settecento la basilica abbandonata divenne un magazzino agricolo e, a causa di un incendio, perse la navatella di destra. Dopo la vendita della proprietà al milanese signor Manara, riacquistò l'aspetto di chiesa. All'interno si possono ammirare, nell'abside e sull'altare, gli affreschi che raccontano il martirio di San Vincenzo. Nel 1801, durante la dominazione francese, il complesso architettonico fu venduto a privati dopo che la commissione artistica, formata dal pittore Andrea Appiani, dall'architetto e decoratore G. Albertolli e dallo storico L. Bossi, giudicò la Basilica di "niun riguardo". Trasformata in casa colonica la chiesa subì la perdita della navatella meridionale, della torre campanaria e, parzialmente, degli affreschi distrutti o deturpati dalla calce.

Soltanto Don Carlo Annoni, vicario foraneo a Cantù dal 1830, si interessò all'antica costruzione descrivendola minutamente e facendone riprodurre tutte le pitture nello studio Monumenti e fatti politici e religiosi del borgo di Canturio e sua pieve. Finalmente nel 1909 la Basilica fu riacquistata dal Comune di Cantù. I primi restauri, condotti dall'architetto Ambrogio Annoni nel 1933-1934, permisero di riaprire la chiesa al culto. Nuovi restauri agli affreschi della navata, eseguiti a più riprese negli anni 1955, 1956, 1967, 1981, hanno portato al distacco di alcuni dipinti che, trasferiti su pannelli di masonite, sono stati collocati sulle pareti originali.

Il 2 luglio 2007 le poste italiane hanno emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica 'Il patrimonio artistico e culturale italiano' dedicato alla Basilica di San Vincenzo in Galliano, Cantù (CO), nel valore di € 2,80. Il francobollo autoadesivo è stampato su foglio di legno, impiallacciato di betulla nello spessore di mm 0,3. Il formato è di 48X40 mm, monocromatico, stampato per un milione e cinquecentomila esemplari. La vignetta raffigura, disegnata a tratto, la facciata della Basilica.
Il 2 luglio 2007 è stata celebrata la ricorrenza dei mille anni dalla fondazione della Basilica di San Vincenzo in Galliano. Il comune di Cantù ha organizzato una serie di eventi artistico-culturali per richiamare l'attenzione della cittadinanza verso l'arte romanica e le tradizioni locali del periodo. Le celebrazioni si sono aperte un anno prima con la messa solenne e con una esecuzione bandistica di musica sacra a cura del Corpo Musicale "La Cattolica". Due mostre sono state realizzate in Villa Calvi: 'Figure della cultura artistica del Novecento a Cantù. Artisti e artigiani rappresentativi di una realtà locale' e 'Le nuove industrie femminili italiane 1906-2006. Cent'anni tra Ieri, Oggi e Domani'. Il culmine delle celebrazioni è stato raggiunto nel mese di luglio: nel giorno della ricorrenza del millenario è stata celebrata la messa di Dedicazione in Basilica ed è stato emesso in mattinata il francobollo celebrativo dedicato al complesso monumentale di Galliano, appartenente alla serie tematica "Il patrimonio artistico e culturale italiano". L'8 luglio è stato realizzato dall'orchestra Sinfonica Classica Viva un concerto all'aperto nella cornice di Piazza Garibaldi. Numerose le opere famose eseguite, tra cui l'Ave Verum Corpus di Mozart, la Carmen di Bizet e il Bolero di Ravel.

La facciata si presenta molto semplice, priva di elementi decorativi, con la muratura in grossi ciottoli a vista. Al centro si apre uno stretto portale architravato con una lunetta a sesto acuto, mentre nella fronte della navata settentrionale vi sono tracce di un portale più piccolo. Poche le finestre, poste senza simmetria nella zona centrale; più in alto vi è un'apertura a croce e sotto e a sinistra due monofore. La muratura dei fianchi è in ciottoli e pietre grezze, con abbondante malta. Sul lato settentrionale della navata centrale ci sono otto finestre, quattro delle quali alternativamente otturate. Fra i vani delle finestre compare un motivo, costituito da un rombo incavato, contornato da mattoni nei suoi spioventi superiori. Le finestre hanno una forma priva di strombo, con spalle rette ed arco a tutto sesto. Sul lato meridionale le finestre sono solo quattro e strombate verso l'interno ma la prima e la terza furono murate. Il motivo di questi riempimenti è da ricercare nell'esigenza di maggiori spazi per ospitare il complesso ciclo di affreschi che copre le pareti interne.

Gli affreschi della basilica di Galliano sono considerati il più vasto e importante ciclo di affreschi murari dell’epoca ottoniana nell’Italia settentrionale. Essi sono opera di un ignoto maestro che, incaricato da Ariberto di affrescare la basilica, unì nella sua opera la cultura orientale di Bisanzio e lo stile occidentale tardo antico.
La parte della basilica più preziosamente affrescata è senza dubbio il catino absidale. Al centro del grande affresco superiore è raffigurata l’immagine di Cristo racchiusa in una mandorla. Attorno a lui sono dipinte le figure degli angeli e dei profeti.
Gli affreschi dell’emiciclo inferiore dell’abside sono invece dedicati alla narrazione del martirio di San Vincenzo di Saragozza, martire a cui è dedicata la basilica.
A destra delle scene del martirio di S. Vincenzo, nell’ultimo riquadro, vi è la nicchia per la custodia dell’Eucarestia. A sinistra di essa è raffigurato un personaggio che rivolge lo sguardo e il braccio teso verso il Redentore e che alcuni hanno identificato come S. Adeodato. A destra invece è affrescata la figura di Ariberto nell’atto di donare la basilica da lui ricostruita e consacrata nel 1007.
Di grande pregio sono poi tutti gli elementi decorativi inseriti nel grande affresco. La cornice che scorre sotto le scene del martirio di S. Vincenzo è arricchita con cornucopie, spirali d’acanto, uccellini e frutti. Altra fascia decorativa da ammirare è quella dipinta lungo l’arco trionfale che delimita l’affresco dell’abside anch’essa popolata da uccelli. Infine la bocca dell’abside è ornata da un fregio con animali acquatici.
Passando ad osservare gli affreschi della navata centrale, si nota come entrambe le pareti sono suddivise in tre grandi fasce a loro volta composte da più quadri rappresentativi.
Gli affreschi della parete destra sono interamente dedicati all’illustrazione della vita di Sansone, così com’è descritta dalla Bibbia, e alla storia di S. Cristoforo.
Gli affreschi della parete sinistra invece rappresentano in parte scene dell’Antico Testamento, in parte raffigurano la storia di Santa Margherita.
Un altro importante affresco è quello posizionato a destra dell’altare e raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi.
Anche la parete della controfacciata presenta alcuni affreschi. Entrambe le immagini presenti a destra e sinistra dell’ingresso principale riportano figure di santi.
Infine meritano attenzione gli affreschi presenti nella cripta.

Al centro del grande affresco del catino absidale si staglia la figura del Redentore racchiusa in una mandorla e con il capo circondato da un’aureola, la mano destra tesa e aperta e un libro aperto nella mano sinistra in cui si leggevano le parole “Pastor ovim bonus” (buon pastore di pecore). Il volto di Gesù è andato distrutto ma si possono ancora ammirare i particolari delle vesti e dei calzari. Ai suoi piedi si prostrano i due profeti Geremia ed Ezechiele anch’essi con i calzari ai piedi e le braccia tese. Alle loro spalle erano raffigurati, gli arcangeli Michele e Gabriele recanti in mano rispettivamente le parole “Petice” e “Postulatio”. Oggi è ancora visibile solo l’immagine di Michele in un atteggiamento maestoso e con le ali aperte. Accanto a lui sono presenti altre due figure di santi, entrambe con l’aureola e una corona preziosa in mano, che alcuni hanno riconosciuto come l’imperatore tedesco e sua moglie, considerando i legami di Ariberto con l’impero tedesco.
 
Il ciclo murale presente nell’emiciclo inferiore del catino e dedicato al martirio di S. Vincenzo di Saragozza è il più antico dedicato a questo santo.
Nell’affresco del primo riquadro a sinistra, oggi in parte andato distrutto, è rappresentata la scena della fustigazione: S. Vincenzo è legato con le braccia alzate davanti all’imperatore Daciano di Saragozza e una folla spaventata assiste al supplizio. Nel secondo riquadro S. Vincenzo è sdraiato su una graticola ardente e i suoi carcerieri gli versano sopra piombo fuso. Il terzo riquadro che conclude la narrazione raffigura due episodi: l’approdo del corpo di s. Vincenzo su una spiaggia, come vuole la leggenda, e la sepoltura.
Nella prima fascia della parte destra è illustrata la vita di Sansone. Nei primi due riquadri sono raffigurate le apparizioni dell’angelo che annuncia alla madre di Sansone la nascita prossima del figlio. Segue la nascita di Sansone nel terzo riquadro e scene di alcuni episodi della sua vita ormai rovinate.
Nelle due fasce sottostanti è narrata la storia di S. Cristoforo che è raffigurato grande e solenne al centro della parete con la mano destra aperta e la sinistra che regge una lunga asta. Nella seconda fascia sono rappresentati diversi episodi in cui S. Cristoforo compie miracoli e converte i soldati e le meretrici inviati a lui dall’imperatore. Sia nella seconda che nella terza fascia S. Cristoforo appare davanti all’imperatore che è raffigurato sotto un arro sostenuto da due colonne e con un copricapo a tre punte. Gli altri riquadri della terza fascia narrano il supplizio del santo posto su un rogo, colpito dalle frecce e infine decapitato. Gli ultimi riquadri concludono la narrazione con  i funerali del santo e, nell’ultimo affresco andato perso, presumibilmente, la sepoltura.

La prima fascia della parete sinistra illustra la narrazione biblica di Adamo ed Eva. La particolarità di questa fascia è che, a differenza di tutte le altre, la narrazione va letta da destra a sinistra. Nei primi riquadri a destra sono quindi rappresentati la creazione di Adamo, la creazione di Eva dalla costola di Adamo, l’episodio del frutto proibito e la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Gli ultimi due episodi a sinistra sono di difficile interpretazione perché non raffigurano episodi narrati nella Bibbia ma ritraggono il primo un albero e un uomo, il secondo figure nell’atto di lavorare la terra.
La seconda fascia rappresenta probabilmente altri fatti biblici dell’Antico Testamento ma non è stata identificata una narrazione precisa. Il riquadro maggiormente conservato raffigura un gruppo di guerrieri a cavallo. In quello subito accanto si vedono alcune figure in piedi tra cui una donna con le vesti lunghe e la mano alzata.
Gli affreschi dell’ultima fascia sono dedicati alla vita di Santa Margherita d’Antiochia di Pisidia e rappresentano una delle prime testimonianze del culto di questa santa in occidente. Il primo riquadro narra l’episodio in cui Margherita conquista con la sua bellezza il prefetto Olibrio. Nel secondo riquadro appare Margherita con la nutrice mentre le successive scene narrano gli incontri della santa con il demonio prima sotto forma di drago poi con sembianze umane. Dovevano seguire altre scene importanti come il vano tentativo di bruciare la santa con torce accese e infine la decapitazione.

Al di sopra dell’ingresso destro della cripta si trova l’alto parapetto in muratura con un unico grande affresco che ritrae la Madonna con Gesù bambino tra i Santi. Al centro la Madonna è seduta su un trono basso adornato di gemme e sostiene con il braccio il bambino che la accarezza e la guarda dolcemente. Accanto alla Madonna è raffigurato San Pietro il cui nome “Petrus” è ancora leggibile sulla fascia sopra il suo capo. È scalzo e porta nella mano coperta dal manto le chiavi del paradiso. Accanto a lui seguiva la figura dell’Arcangelo Michele, ora solo parzialmente visibile.  Dall’altra parte il santo con la pergamena in mano è S. Paolo. Segue S. Vincenzo vestito di un prezioso abito. Le ultime due figure rappresentano un vescovo e un sacerdote che alcuni hanno identificato rispettivamente come S. Ambrogio e S. Adeodato.

Nella riproduzione dell’affresco della controfacciata sinistra elaborata da Don Carlo Annoni sono presenti sette figure ma oggi ne sono visibili solo quattro. La prima con le braccia incrociate sul petto è Maria Maddalena. La seconda è facilmente identificabile con la Veronica che mostra il volto di Cristo impresso sul panno. La terza donna porta in mano una corona e ha una freccia conficcata nel petto. Queste simboli potrebbero identificare Sant’Orsola che la leggenda vuole morta trafitta da una freccia degli Unni. Infine l’ultima figura oggi visibile è San Primo.
Sulla controfacciata sinistra invece è oggi presente un affresco che prima era posizionato nella cripta dove è rappresentato un vescovo benedicente affiancato da un diacono e un suddiacono. Secondo Don Carlo Annoni l’affresco orginario di questa parte della controfacciata raffigurava Cristo morto, in piedi e con le mani incrociate sul petto.
 
L’edificio della basilica di S. Vincenzo presenta tutte le caratteristiche fondamentali dell’architettura romanica che si diffuse nell’XI secolo in tutta Europa lungo le vie che portavano ai principali luoghi di culto e lungo le vie commerciali. L’arte romanica si sviluppò in modo unitario sotto il profilo tecnico e stilistico, ma con molteplici varietà espressive da luogo a luogo, a seconda delle tradizioni locali.
Di chiara origine romanica è l’impianto della basilica di Galliano, costituito da tre navate absidate, di cui una andata persa. Analizzando le basilica esternamente si nota la tipica facciata a spioventi che segue l’inclinazione del tetto e ha una forma a salienti. La parete della facciata è molto sobria, presenta un piccolo occhio circolare, un occhio superiore a forma di croce e una sola finestra monofora posta in basso a sinistra. Anche le pareti laterali sono molto sobrie; solo la parete esterna dell’abside è decorata da archi ciechi a tutto sesto.
Internamente la basilica è illuminata da piccole finestre monofore presenti per lo più nella parte superiore della navata centrale e nella parete dell’abside. Lo spazio interno è diviso in tre navate da solidi pilastri che sorreggono arcate a tutto sesto diseguali tra loro. Le arcate presentano un altezza piuttosto limitata e, di conseguenza, la superficie della parete muraria sovrastante è notevolmente ampia. La prevalenza delle masse murarie sugli spazi vuoti è una caratteristica tipica dell’architettura romanica e qui ha permesso la realizzazione dei preziosi cicli di affreschi.
Elemento particolare di questa basilica è il presbiterio notevolmente rialzato rispetto al piano della basilica - oltre le proporzioni comuni di altre chiese romaniche - al quale si accede percorrendo una larga scalinata centrale. L’arcata di ingresso del grande catino absidale riprende l’elemento stilistico tipico dell’arte classica romana dell’arco trionfale.  Ai lati del presbiterio ci sono poi gli ingressi della cripta con due vani coperti da volta a crociera. La posizione tanto sopraelevata del battistero è determinata proprio dalla presenza della cripta sottostante.

La zona presbiteriale è quella che, da un punto di vista architettonico, presenta maggiori particolarità sia per l’elevazione, sia per il parapetto affrescato, e in origine, per gli amboni che erano posizionati sopra gli ingressi della cripta e di cui oggi rimane uno splendido elemento scultoreo raffigurante un’aquila.
Nel complesso però la struttura interna ed esterna della basilica è certamente caratterizzata da semplicità e sobrietà. Tali caratteristiche sono date altresì dall’assenza di alcuni elementi, presenti invece in numerose chiese romaniche, che solitamente aumentano la complessità spaziale: mancano infatti i matronei sopra le navate laterali, il transetto e, conseguentemente, la cupola con tiburio che veniva costruita sopra l’incrocio tra navata centrale e transetto.

La cripta fu fatta costruire da Ariberto di Intimiano nel XI secolo quando egli commissionò i lavori di ricostruzione e decorazione dell’edificio. Essa fu realizzata, come previsto dalla tradizione ambrosiana, per contenere le spoglie di santi locali. La cripta fu costruita con una pianta ad oratorio come si vede dalla riproduzione qui accanto.
Le quattro esili colonnine al centro sono sovrastate da capitelli carolingi e definiscono lo spazio in campate irregolari coperte da volte a crociera. Alle pareti, in alternanza con le piccole finestrelle monofore, sono addossati i pilastri che sorreggono le arcate.
Le pareti e le volte sono decorate da stelle a otto punte. L’affresco più caro alla tradizione popolare è quello della Madonna del latte dipinto sopra un’antica sorgente. Altri tre affreschi sono sui pilastri addossati alla parete e raffigurano rispettivamente un vescovo benedicente, un santo con un libro chiuso tra le mani e una santa vestita di una tunica a strisce bianche e rosse. Nessuna indicazione aiuta però a comprendere l’identità precisa dei soggetti rappresentati.

Accanto alla basilica di S. Vincenzo, si erge il battistero di S. Giovanni, edificio altrettanto interessante per le sue caratteristiche architettoniche particolari, se non uniche.
Esternamente il battistero appare maggiormente decorato ed elaborato rispetto alla basilica. Il perimetro segue una linea sinuosa, nascondendo in parte il ritmo delle nicchie interne. Le parti concave si alternano alle convessità di alcune nicchie esterne. Anche il tetto di ardesia tende a coprire uniformemente il piano superiore non evidenziando il complesso gioco di curve dell’edificio. In questo modo spicca ancor di più il tiburio ottagonale con la cupola. Come per la basilica, la parete orientale è decorata esternamente da esili archi ciechi e le pareti sono intervallate da piccole finestre monofore.
Attraversando il pronao di ingresso, si accede all’interno del battistero. Prima del vano principale si attraversa un vano più piccolo rettangolare, una sorta di “anticamera” che non si trova facilmente in altri battisteri. Il vano interno è quadrato e al centro di esso, parzialmente immersa nel pavimento, è posizionata la grande vasca monolitica del fonte battesimale. Quattro colonne angolari sostengono ampie arcate e da queste arcate si aprono quattro rispettive nicchie semicircolari. Si delinea così uno schema cruciforme. Nella nicchia di fronte all’ingresso vi è un altare contenente una lastra di marmo con l’incisione del Chrismon, il monogramma di Cristo.  Elemento del tutto particolare è poi la presenza dei matronei al piano superiore che si affacciano sul vano centrale e ai quali si accede da due scale curvilinee ricavate nello spessore delle mura esterne. Al piano superiore sono presenti altri due altari: uno nella stessa nicchia che ospita quello del piano sottostante, l’altro sopra l’ingresso del battistero. Qui sono stati anche ritrovati due rosoni di pietra nel pavimento, suddivisi in spicchi, che sembra venissero utilizzati come orologio grazie ad un fascio di luce che penetrava da un foro illuminando i diversi settori. Accanto a questi è stata sistemata la campana che un tempo stava nella torre campanaria della basilica.
Le decorazioni murali oggi visibili sono le decorazioni della cupola con stelle a otto punte (come quelle della cripta in basilica) e alcuni resti di affreschi al piano superiore, in particolare nella nicchia sopra l’ingresso. Qui si distingue ancora una figura inginocchiata con una candela in mano.
Secondo Alfonso Garovaglio, illustre archeologo del XIX secolo, solo questa nicchia era affrescata. Negli scritti di Carlo Annoni si legge invece di come “le pareti erano tutte istoriate da cima a fondo”.

Proprio gli stessi studiosi hanno elaborato teorie diverse sulla la storia di questo battistero che rimane ancora, almeno in parte, controversa.

Secondo diversi studiosi, tra cui Carlo Annoni, il battistero risalirebbe all’XI secolo e in particolare agli stessi anni in cui Ariberto fece ampliare la basilicali S. Vincenzo. Questa datazione sarebbe supportata dalla presenza di analogie nelle tecniche di costruzione e negli aspetti stilistici di basilica e battistero.
Un’altra ipotesi invece considera il battistero anteriore alla basilica. Alfonso Garovaglio, ha infatti individuato in alcune incisioni e negli altari, alcune testimonianze di tradizioni cristiane antecedenti l’anno 1000 che collocherebbero quindi la costruzione del battistero tra il V e il IX secolo.
Ciò che invece è certo è che, coma la basilica, anche il battistero conobbe periodi di abbandono e trascuratezza.
Quando, nel 1801, la basilica fu acquistata da privati, il battistero fu ceduto alla parrocchia di S. Paolo. Questo evitò che anche il battistero subisse pesanti interventi strutturali e che fosse trasformato in casa colonica ma non furono comunque avviati interventi per la conservazione dell’edificio. Sempre il Garovaglio, in una sua relazione del 1882, spiega come le condizioni precarie del battistero erano dovute, oltre che “all’opera devastatrice del tempo”, anche  alla continua spogliazione dell’edificio da parte di coloro che si appropriavano del materiale di costruzione. Proprio a seguito della visita della commissione archeologica del 1882, furono stanziati i primi fondi – per una somma di 800 lire –  per i lavori di recupero. Iniziò così, anche per il battistero, una lunga fase di restauri.





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